Per un nuovo CSM

Nel paese delle bugie la realtà è una malattia scriveva Gianni Rodari. E non conosceva le vicende nostrane del CSM, apoteosi dell’ipocrisia e della menzogna.

I membri del CSM, come tutti sanno, sono in parte magistrati e in parte politici, e sono sostanzialmente indicati dai capi delle correnti di magistrati e dai capi dei partiti. Quando ci sono nomine da fare questi si accordano. E sempre stato così, è ovvio, è funzionale, il sistema è costruito così. 

Tutti si incontrano, tutti trattano, tutti parlano, tutti sanno. Tutti attenti alle proprie carriere e a quelle dei sodali. Ma il popolo bue non lo deve sapere. Se si viene a sapere allora tutti si indignano. Ipocriti. E più si indignano e più sono ipocriti. 

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Milano chiama Italia. Riflessioni di un’elettrice liberale

La scorsa settimana sono stata invitata ad un incontro organizzato da Vivaio, una delle associazioni civiche più attive e produttive di Milano, madrina, tra le altre, di iniziative di successo come Copernico, EX pop, Scooter Sharing, Seeds and Chips, Awsome Foundation Milano, Smart Cities Against Pollution ecc ecc., per prospettare un eventuale lancio dello stesso format su base nazionale, ma con connotazioni più politiche.

Conoscendo uno dei fondatori e le sue capacità di trasformare visioni in progetti concreti, ho subito accettato con piacere e curiosità.

Presentando il loro lavoro degli ultimi 7 anni, raccontano che lo stesso è consistito in gran parte nella raccolta di idee, nella scelta di quelle migliori e più coraggiose e nel perseguimento senza limitazione alcuna degli obiettivi prefissati, con la
partecipazione attiva di tutti i cittadini associati con competenze diverse.

Il loro codice non scritto impone di offrire solo critiche costruttive, di non considerare obiezioni tipo “è impossibile” o “non ci sono risorse” e di offrire individualmente e volontariamente alla comunità ciò che si può offrire in cambio dell’offerta altrui e del miglioramento del territorio per tutti.

Mi metto in ascolto e raccolgo singoli interventi, elementi di progetto, critiche e perplessità:
-“mettiamo in rete le altre città”

-“ogni città ha necessità diverse, potenzialità diverse, percezioni diverse.

Quindi ogni -Vivaio- dovrà essere declinato diversamente”
-“stimoliamo il senso di educazione civica, di amore per il nostro territorio attraverso il nostro esempio”

-“ogni territorio deve essere libero e spinto a realizzare le sue peculiarità”
-“parliamo e ascoltiamo tutti, indipendentemente dalle convinzioni politiche”
Ma anche:
-“il fine ultimo è promuovere dal basso una nuova Costituente”
-“spesso le istituzioni sono solo un ostacolo al miglioramento”
-“noi Vivaisti facciamo civismo, non politica”
-“la politica non mi piace”
-“mettiamo in rete le città, la politica se viene, viene dopo”

Sto zitta.
I pensieri mi si accavallano in testa, si aggrovigliano e si fondono in magma generatore che attinge dalla storia, dalla scienza politica e dall’attualità.
Mi trovo bene, benissimo: essendo Liberale e federalista il richiamo all’ascolto di tutte le idee, alla responsabilità individuale e la spinta a difendere e potenziare le differenze dei territori è musica per le mie orecchie.
L’impegno dei singoli che si sostituisce alle carenze istituzionali o addirittura forza gli impedimenti creati da burocrazie bulimiche disattivandole e incentivando nel contempo un forte senso di appartenenza e di
cittadinanza critica e impegnata, rappresenta la realizzazione concreta quei valori liberali che molti chiamano strumentalmente utopie.

Queste meravigliose persone stanno facendo politica, magari inconsapevolmente, la migliore politica, quella che nasce come effetto della generosità e dell’impegno.

Forse alcuni di loro non sanno che le loro idee e i loro valori sono stati già espressi da un grande politico Milanese nella metà del XIX secolo: Carlo Cattaneo, eroe delle 5 Giornate, repubblicano e federalista che già durante il Risorgimento contestava la soverchiante retorica nazionalista e le soluzioni centraliste applicate all’unificazione italiana, perché avrebbero soffocato la libertà e le potenzialità creative dei territori così diversi geograficamente, storicamente e culturalmente

“Ogni popolo può avere molti interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo,
perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli, il quale deve avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto

dell’umanità» (Scritti politici, I, p. 403−404)”

E’ per me fuori discussione che la politica Italiana abbia urgente necessità, di Vivaisti, intesi come cittadini consapevoli che vogliano confrontarsi anche con le competizioni elettorali, con i limiti imposti dalla democrazia e con le forme delle istituzioni vigenti. Civismo e politica attiva non utilizzano gli stessi strumenti d’azione, ma potrebbero essere simbiotici e strategicamente vincenti se uniti in una missione condivisa, verso un obiettivo concreto anche se apparentemente lontano.

Politicamente stiamo vivendo un’era di mezzo, una transizione tra vecchi modelli e
nuovi, i vecchi partiti non hanno, e secondo me non avranno più, appeal verso gli elettori: ostinandosi a leggere i risultati elettorali come protesta, ottusità, razzismo o egoismo non si candidano di certo né a essere votati né a rappresentarne le istanze. Del resto il voto “populista” è trasversale e niente è più fallace di una lettura economica o culturale.
No, non sono solo i ceti in difficoltà a supportare le nuove formazioni, è una vera questione di rappresentanza e di sfiducia nelle istituzioni.
Come sottolineano alcuni studiosi di politica internazionale, gli argomenti a cui gli elettori sono interessati sono: identità, sicurezza, appartenenza e comunità; argomenti ai quali non si risponde con una misura di spread, un grafico o qualche insulto.

Potremmo invece rispondere declinandoli in maniera diversa rispetto alla narrazione nazionalista, una soluzione bottom up, in cui le amministrazioni locali siano autonome e possano gestire la loro minima burocrazia e finanza in uno stato federale,
più vicino alla popolazione e alla sua sensibilità.
Potrebbe venire dal territorio questa nuova e potente reinterpretazione della sovranità che rappacificherebbe la democrazia con i suoi elettori, come descriveva molto bene Ilya Somin in “Democrazia e Ignoranza politica”? Forse sì.

È questa la sfida che i Vivaisti hanno davanti, enorme, visionaria e coraggiosa, proprio per questo adatta a loro.

Una delle prime domande che sono state poste durante la serata è stata: “cosa ti viene in mente se pronuncio la parola Vivaio?”

Beh… a questo punto a me risulta facile: Viva IO
Viva quell’ individuo singolo, libero e responsabile che esercita la sua attività critica e si impegna perché ha compreso che il suo benessere dipende anche dal benessere di chi lo circonda, finalmente capace di non subire, ma anzi cambiare ciò che non funziona a partire dalle istituzioni.
Quell’IO che sta facendo grande Milano ed è ora pronto a condividere con altre città un’esperienza positiva per restituire parte della sua fortuna.

Lunga vita e buona sorte ai Vivaisti dunque, andate e moltiplicatevi. Milano chiama, come risponderà Italia?

Riferimenti:
-Ilya Somin Democrazia e ignoranza politica IBL Libri
-Guglielmo Piombini Federalismo e liberismo a 150 anni dalla scomparsa di Carlo Cattaneo Miglioverde
-Matthew Goodwin Europe’s populists are here to stay – WSJ 14 giugno 2019

L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.

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La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Sostenibilità ambientale e demografia

L’inquinamento ambientale impatta negativamente sulle possibilità di procreazione, contribuendo a rendere sempre più basso il numero dei nuovi nati che già risente di svariate concause sociali, non ultima la diminuzione della disponibilità economica, in mancanza di uno sviluppo significativo del sistema produttivo locale e nazionale. Nel recente convegno a Siracusa della Società Italiana della Riproduzione Umana (S.I.R.U.) è emersa una singolare correlazione tra la natalità e la salubrità dell’ambiente, non soltanto in relazione alla presenza di inquinanti più o meno conosciuti ma anche con riferimento alla qualità dell’alimentazione che, indirettamente, risente dell’utilizzo di pratiche agronomiche e dell’utilizzo di nuovi composti di sintesi che influenzano anche le caratteristiche organolettiche degli alimenti.

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Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura

Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al giorno d’oggi imperante: l’insorgenza populistica.

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La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

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Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.
Secondo il rapporto 2018 “Comune che vai fisco che trovi” sulla tassazione delle piccole imprese in 137 comuni italiani, pubblicato dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), la pressione fiscale sulle Pmi, calcolata come l’ammontare di imposte e contributi sociali obbligatori versati dalle imprese, nello scorso anno si attestava al 61,4%, con picchi superiori al 70% in comuni come Reggio Calabria e Bologna.
Sempre del 2018 è il rapporto della Commissione UE sul fisco, da cui emerge come l’Italia sia il paese dell’Unione Europea con la più alta tassazione sul lavoro (42,6%).
E i dati sulla “mortalità d’impresa” non sono più incoraggianti: secondo InfoCamere, il 37,4% delle imprese individuali e il 20,5% delle società di persone dichiara fallimento entro quattro anni.
Di fronte a cifre così imbarazzanti, verrebbe naturale ritenere che “economia e sviluppo d’impresa” sia necessariamente il primo punto del programma elettorale di ogni partito e movimento politico, nonché il principale tema discusso da giornalisti, onorevoli e politologi nei salotti televisivi di Rai, Mediaset e la7.
La verità, al contrario, è che in Italia, di economia, se ne parla poco e male.
Poco, perché si preferisce battagliare perennemente su tematiche legate all’immigrazione e ai diritti civili, capaci di scaldare il cuore (nel bene e nel male) dell’elettorato di ogni schieramento politico.
Male, perché si è costretti ad ascoltare frasi come “l’Italia è vicina a un boom economico” e “il 2019 sarà un anno bellissimo”, pronunciate rispettivamente dal doppio-ministro Di Maio e dal Presidente del Consiglio Conte, previsioni talmente inverosimili da risultare ironiche e caricaturali, degne delle migliori imitazioni crozziane.
Nel paese dell’assistenzialismo “long-life”, di una cultura anti-impresa alimentata da demonizzatori seriali della ricchezza, ora agitando il pugno chiuso, ora snocciolando il rosario, nel paese del “posto fisso o muerte”, degli isterismi no-euro e dei capri espiatori franco-tedeschi, sarebbe ora di rivedere le nostre priorità politiche e di riflettere su come far ripartire quella che è (forse ancora per poco) la terza economia dell’euro-zona e l’ottava economia mondiale.

Se il declino è sempre più in mezzo a noi. Il caso di Radio Radicale

Nel terzo volume che poi andrà a creare Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino». Rifuggendo le sempre presenti tentazioni costruttivistiche e iper-razionalistiche, il pensatore austriaco voleva evidenziare quanto poco sappiamo – anche qualora provassimo incessantemente a migliorarci – per potere davvero andare al di là della nostra natura fondamentalmente fallibile.

Ciò non significa, come è ben evidente, che non possiamo fare nulla per tenerci stretto quel po’ di progresso che è stato raggiunto mediante esperienze ed esperimenti di molteplici generazioni. In questo senso, purtroppo, lascia davvero esterrefatti la decisione di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale da parte del governo e, nella fattispecie, dell’ala pentastellata dello stesso. A proposito di ciò ha scritto Salvatore Merlo su “Il Foglio” del 16 aprile, con un articolo dal reboante ma più che pertinente titolo “Tra i delitti contro la civiltà del M5s ricorderemo anche la chiusura di Radio Radicale”. E come dargli torto. Condannare alla chiusura questo bastione di memorie, sapere e cultura, infatti, equivale a un crimine, giacché non ci si rende conto del prezioso servizio che questa emittente negli anni ha fornito. Molto di più, peraltro, dell’emittente radiotelevisiva nazionale che non si avvicina propriamente a quello che potremmo classificare come servizio di qualità.

Il risparmio irrisorio per le casse dello stato, addotto a mo’ di motivazione, insulta anche chi è dotato di un quoziente intellettivo prossimo alla maggior parte dei membri dell’attuale esecutivo. Detto da chi, tra l’altro, spende miliardi per misure assistenzialistiche che non promuovono iniziative economiche foriere di crescita effettiva, ma solo pigrizia e servilismo di stato, fa ancora più rabbia.

Radio Radicale non è solo uno strumento per ascoltare dibattiti parlamentari o congressi di partito – uno strumento, peraltro, estremamente pluralistico, giacché praticamente tutto lo spettro politico è coperto da questo servizio – ma soprattutto per ascoltare incontri, convegni e presentazioni di libri che altrimenti non si sarebbero mai potuti ascoltare, stando a distanza di chilometri. Si tratta, in altre parole, di un ausilio imprescindibile per chi abbia voglia di capire e riflettere sulle più variegate tematiche, anche a distanza di anni.

Ahimè, ciò è esemplificativo per almeno due motivi, tra l’altro inestricabilmente legati: uno che riguarda l’incapacità di riflettere, l’altro che concerne la perdita di senso storico. In primo luogo, lo Zeitgeist attuale è centrato sull’idea di azione. Ciò che conta non è riflettere e ponderare prima di agire, poiché questo è ritenuto superfluo e ridondante dai più. Ritenendosi ognuno ormai autosufficiente da un punto di vista intellettivo, non necessita di alcun tipo di confronto né, tantomeno, di una previa riflessione. In altri termini, il “rischiaramento delle menti”, se non sostenuto da alcun senso del limite – sarà questa la vera virtù di una società libera? – ci fa ripiombare in un’era che pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

A che serve Radio Radicale se so già tutto quello che mi serve? Questa tracotante pretesa tradisce una delle basi dell’Occidente, cioè a dire la capacità critica tipica della filosofia. L’umiltà di riconoscere i nostri limiti è uno dei tratti distintivi che ci hanno messo nella condizione di stare dove stiamo. La capacità di ragionare senza superbia ha reso possibile il progresso. Ma, come nota Ortega y Gasset nel libro che più di ogni altro inquadra la nostra situazione contemporanea, La ribellione delle masse, «la novità è questa: il diritto a non avere ragione, la ragione della non-ragione. Io vedo in questo la manifestazione più evidente del nuovo modo d’essere dell’uomo-massa, da quando ha deciso di dirigere la società senza averne le capacità». Il “signorino soddisfatto” non ascolta, poiché già possiede la conoscenza di ciò che gli serve per vivere. Non ha bisogno di, anzi, non vuole convivere con chi non è come lui. Ortega lo scrisse lapidariamente: «civiltà vuol dire, innanzi tutto, volontà di convivenza. Si è incivili e barbari nella misura in cui non ci si sente in rapporto con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione». E come si traduce questo nella pratica? Con la volontà di intervenire direttamente in ogni questione. Se io non ho bisogno di mediazioni e, in generale, di rapportarmi con nessuno, allora intervengo direttamente. Il “bimbo viziato” è un uomo ermeticamente chiuso, «possiede un repertorio di idee preconcette. Decide che gli bastano e si considera intellettualmente completo. Non volendo considerare nulla al di fuori di sé, s’imprigiona definitivamente in quel repertorio».

Peccato che questo conduca all’espansione di insipienza. Soprattutto poiché legato a un altro dato evidente: il menefreghismo per ciò che è stato. Radio Radicale è uno scrigno di memoria, come detto. E come possiamo evitare di commettere errori già commessi se non conoscendo il passato? L’uomo, senza sapere da dove viene, è disorientato, non sa che fare e, probabilmente, si affiderà a pifferai magici e demagoghi che lo accompagneranno verso l’abisso. In Aurora della ragione storica, Ortega definisce il passato «l’unico arsenale dove troviamo i mezzi per realizzare il futuro». E non a caso. La dissipazione di fatti già avvenuti, la mancata tesaurizzazione del passato, la dispersione degli insegnamenti contenuti in opere grandiose non sono che l’anticamera del declino.

Insomma, Radio Radicale ha aiutato chi ne ha usufruito a eliminare qualche briciola di ignoranza. E soprattutto, è imprescindibile tanto per riflettere quanto per ragionare su ciò che è stato. All’inizio ho detto, citando Hayek, che non saremo mai padroni del nostro destino. Ne sono convinto. Nondimeno, rifiutando determinismi e filosofie della storia vari, penso che tutto sommato stia a noi, almeno in parte, scrivere come sarà il futuro. Se eliminiamo, però, un inestimabile utensile che ci aiuta, attraverso la promozione del pluralismo e la tutela della memoria storica, a preservare la nostra società libera, facciamo un passo verso la decadenza. «Rompere la continuità con il passato, voler cominciare di nuovo, significa aspirare il declino», scriveva fosco Ortega. C’è da dargli retta, mi pare.

Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.
Il deficit era stato fissato a un furbesco 2.04%, dopo essersi incaponiti sul 2.4. Sarebbe servito, dicevano i festeggianti irresponsabili di palazzo Chigi, per avere margini capaci di alimentare gli investimenti. Gli investimenti non ci sono e il deficit è previsto al 2.4. Questo, assieme al debito crescente, mette l’Italia in condizioni di grandissima difficoltà, perché facilissimo bersaglio non appena la copertura della Banca centrale europea si allenterà.
Vi ricordate le previsioni di crescita? secondo Paolo Savona, a novembre, era possibile puntare al 3%. Lo stesso mese Di Maio era più prudente: si sarebbe potuto agguantare il 2. La legge di bilancio è stata concepita fissando l’1.5, poi, a Natale, ridotto all’1. Sono passati sei mesi dal 3 e quattro mesi dall’1.5 e la crescita prevista dal Fmi, incorporata ora dai conti governativi, è allo 0.1%. Il bello è che mandano in giro quattro fanatici a dire: i sapientoni non hanno mai azzeccato le previsioni. Che, oltre a essere falso, sarebbe anche il caso di tacerlo. Il fatto è che con una pressione fiscale al 42.2% (dato del governo, non di un centro studi di teppisti) e con il debito crescente, quindi con l’aggravarsi del suo onere, riprendere il cammino dello sviluppo resta un miraggio, anche perché i soldi, nel frattempo, li si spende per agevolare chi non lavora e chi smette di lavorare.
Il colpo di grazia alla credibilità governativa arriva proprio in tema fiscale, perché nel documento inviato dal governo a Bruxelles si legge che si adotterà la flat tax: “Il sentiero di riforma per i prossimi anni prevede la graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e 20 per cento, a partire dai redditi più bassi, al contempo riformando le deduzioni e detrazioni”. Che non significa niente, ma nel disperato tentativo di significare qualche cosa racconta di una flat tax a due aliquote, che poi resterebbero comunque cinque, perché scrivono il falso sapendo che è falso. Il guaio è che una flat a più aliquote è una battuta comica, un pensiero surreale, un imbroglio talmente gigantesco da risultare patetico.
Questo è il problema: non la correzione dei conti, ma l’incorreggibile supponenza di chi pensa di affrontare problemi seri con un grottesco scilinguagnolo.