L’“Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’”uomo intero” einaudiano contrapposto all’”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo. Se scindi l’uomo e assecondi questa tesi con interventi pubblici monetari e assistenziali finanziati da tasse elevate su ricchi e ceto medio con l’obiettivo di aumentare la domanda, gli effetti saranno nefasti: il consumatore keynesiano è tendenzialmente un uomo povero che riceve sussidi e prestiti facili e che imita il deficit spending macroeconomico della politica dell’interventismo pubblico e del dirigismo, contagiato dalla irresponsabilità dei bilanci pubblici a quelli privati, (come
nella mega bolla immobiliare del 2007), e che disincentiva e falcidia i contribuenti-risparmiatori, che debbono contentarsi di interessi molto bassi sottoponendoli a elevate imposte redistributive che dovrebbero favorire la domanda di consumo.

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La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Sostenibilità ambientale e demografia

L’inquinamento ambientale impatta negativamente sulle possibilità di procreazione, contribuendo a rendere sempre più basso il numero dei nuovi nati che già risente di svariate concause sociali, non ultima la diminuzione della disponibilità economica, in mancanza di uno sviluppo significativo del sistema produttivo locale e nazionale. Nel recente convegno a Siracusa della Società Italiana della Riproduzione Umana (S.I.R.U.) è emersa una singolare correlazione tra la natalità e la salubrità dell’ambiente, non soltanto in relazione alla presenza di inquinanti più o meno conosciuti ma anche con riferimento alla qualità dell’alimentazione che, indirettamente, risente dell’utilizzo di pratiche agronomiche e dell’utilizzo di nuovi composti di sintesi che influenzano anche le caratteristiche organolettiche degli alimenti.

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Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura

Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al giorno d’oggi imperante: l’insorgenza populistica.

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La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

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Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.
Secondo il rapporto 2018 “Comune che vai fisco che trovi” sulla tassazione delle piccole imprese in 137 comuni italiani, pubblicato dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), la pressione fiscale sulle Pmi, calcolata come l’ammontare di imposte e contributi sociali obbligatori versati dalle imprese, nello scorso anno si attestava al 61,4%, con picchi superiori al 70% in comuni come Reggio Calabria e Bologna.
Sempre del 2018 è il rapporto della Commissione UE sul fisco, da cui emerge come l’Italia sia il paese dell’Unione Europea con la più alta tassazione sul lavoro (42,6%).
E i dati sulla “mortalità d’impresa” non sono più incoraggianti: secondo InfoCamere, il 37,4% delle imprese individuali e il 20,5% delle società di persone dichiara fallimento entro quattro anni.
Di fronte a cifre così imbarazzanti, verrebbe naturale ritenere che “economia e sviluppo d’impresa” sia necessariamente il primo punto del programma elettorale di ogni partito e movimento politico, nonché il principale tema discusso da giornalisti, onorevoli e politologi nei salotti televisivi di Rai, Mediaset e la7.
La verità, al contrario, è che in Italia, di economia, se ne parla poco e male.
Poco, perché si preferisce battagliare perennemente su tematiche legate all’immigrazione e ai diritti civili, capaci di scaldare il cuore (nel bene e nel male) dell’elettorato di ogni schieramento politico.
Male, perché si è costretti ad ascoltare frasi come “l’Italia è vicina a un boom economico” e “il 2019 sarà un anno bellissimo”, pronunciate rispettivamente dal doppio-ministro Di Maio e dal Presidente del Consiglio Conte, previsioni talmente inverosimili da risultare ironiche e caricaturali, degne delle migliori imitazioni crozziane.
Nel paese dell’assistenzialismo “long-life”, di una cultura anti-impresa alimentata da demonizzatori seriali della ricchezza, ora agitando il pugno chiuso, ora snocciolando il rosario, nel paese del “posto fisso o muerte”, degli isterismi no-euro e dei capri espiatori franco-tedeschi, sarebbe ora di rivedere le nostre priorità politiche e di riflettere su come far ripartire quella che è (forse ancora per poco) la terza economia dell’euro-zona e l’ottava economia mondiale.

Se il declino è sempre più in mezzo a noi. Il caso di Radio Radicale

Nel terzo volume che poi andrà a creare Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino». Rifuggendo le sempre presenti tentazioni costruttivistiche e iper-razionalistiche, il pensatore austriaco voleva evidenziare quanto poco sappiamo – anche qualora provassimo incessantemente a migliorarci – per potere davvero andare al di là della nostra natura fondamentalmente fallibile.

Ciò non significa, come è ben evidente, che non possiamo fare nulla per tenerci stretto quel po’ di progresso che è stato raggiunto mediante esperienze ed esperimenti di molteplici generazioni. In questo senso, purtroppo, lascia davvero esterrefatti la decisione di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale da parte del governo e, nella fattispecie, dell’ala pentastellata dello stesso. A proposito di ciò ha scritto Salvatore Merlo su “Il Foglio” del 16 aprile, con un articolo dal reboante ma più che pertinente titolo “Tra i delitti contro la civiltà del M5s ricorderemo anche la chiusura di Radio Radicale”. E come dargli torto. Condannare alla chiusura questo bastione di memorie, sapere e cultura, infatti, equivale a un crimine, giacché non ci si rende conto del prezioso servizio che questa emittente negli anni ha fornito. Molto di più, peraltro, dell’emittente radiotelevisiva nazionale che non si avvicina propriamente a quello che potremmo classificare come servizio di qualità.

Il risparmio irrisorio per le casse dello stato, addotto a mo’ di motivazione, insulta anche chi è dotato di un quoziente intellettivo prossimo alla maggior parte dei membri dell’attuale esecutivo. Detto da chi, tra l’altro, spende miliardi per misure assistenzialistiche che non promuovono iniziative economiche foriere di crescita effettiva, ma solo pigrizia e servilismo di stato, fa ancora più rabbia.

Radio Radicale non è solo uno strumento per ascoltare dibattiti parlamentari o congressi di partito – uno strumento, peraltro, estremamente pluralistico, giacché praticamente tutto lo spettro politico è coperto da questo servizio – ma soprattutto per ascoltare incontri, convegni e presentazioni di libri che altrimenti non si sarebbero mai potuti ascoltare, stando a distanza di chilometri. Si tratta, in altre parole, di un ausilio imprescindibile per chi abbia voglia di capire e riflettere sulle più variegate tematiche, anche a distanza di anni.

Ahimè, ciò è esemplificativo per almeno due motivi, tra l’altro inestricabilmente legati: uno che riguarda l’incapacità di riflettere, l’altro che concerne la perdita di senso storico. In primo luogo, lo Zeitgeist attuale è centrato sull’idea di azione. Ciò che conta non è riflettere e ponderare prima di agire, poiché questo è ritenuto superfluo e ridondante dai più. Ritenendosi ognuno ormai autosufficiente da un punto di vista intellettivo, non necessita di alcun tipo di confronto né, tantomeno, di una previa riflessione. In altri termini, il “rischiaramento delle menti”, se non sostenuto da alcun senso del limite – sarà questa la vera virtù di una società libera? – ci fa ripiombare in un’era che pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

A che serve Radio Radicale se so già tutto quello che mi serve? Questa tracotante pretesa tradisce una delle basi dell’Occidente, cioè a dire la capacità critica tipica della filosofia. L’umiltà di riconoscere i nostri limiti è uno dei tratti distintivi che ci hanno messo nella condizione di stare dove stiamo. La capacità di ragionare senza superbia ha reso possibile il progresso. Ma, come nota Ortega y Gasset nel libro che più di ogni altro inquadra la nostra situazione contemporanea, La ribellione delle masse, «la novità è questa: il diritto a non avere ragione, la ragione della non-ragione. Io vedo in questo la manifestazione più evidente del nuovo modo d’essere dell’uomo-massa, da quando ha deciso di dirigere la società senza averne le capacità». Il “signorino soddisfatto” non ascolta, poiché già possiede la conoscenza di ciò che gli serve per vivere. Non ha bisogno di, anzi, non vuole convivere con chi non è come lui. Ortega lo scrisse lapidariamente: «civiltà vuol dire, innanzi tutto, volontà di convivenza. Si è incivili e barbari nella misura in cui non ci si sente in rapporto con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione». E come si traduce questo nella pratica? Con la volontà di intervenire direttamente in ogni questione. Se io non ho bisogno di mediazioni e, in generale, di rapportarmi con nessuno, allora intervengo direttamente. Il “bimbo viziato” è un uomo ermeticamente chiuso, «possiede un repertorio di idee preconcette. Decide che gli bastano e si considera intellettualmente completo. Non volendo considerare nulla al di fuori di sé, s’imprigiona definitivamente in quel repertorio».

Peccato che questo conduca all’espansione di insipienza. Soprattutto poiché legato a un altro dato evidente: il menefreghismo per ciò che è stato. Radio Radicale è uno scrigno di memoria, come detto. E come possiamo evitare di commettere errori già commessi se non conoscendo il passato? L’uomo, senza sapere da dove viene, è disorientato, non sa che fare e, probabilmente, si affiderà a pifferai magici e demagoghi che lo accompagneranno verso l’abisso. In Aurora della ragione storica, Ortega definisce il passato «l’unico arsenale dove troviamo i mezzi per realizzare il futuro». E non a caso. La dissipazione di fatti già avvenuti, la mancata tesaurizzazione del passato, la dispersione degli insegnamenti contenuti in opere grandiose non sono che l’anticamera del declino.

Insomma, Radio Radicale ha aiutato chi ne ha usufruito a eliminare qualche briciola di ignoranza. E soprattutto, è imprescindibile tanto per riflettere quanto per ragionare su ciò che è stato. All’inizio ho detto, citando Hayek, che non saremo mai padroni del nostro destino. Ne sono convinto. Nondimeno, rifiutando determinismi e filosofie della storia vari, penso che tutto sommato stia a noi, almeno in parte, scrivere come sarà il futuro. Se eliminiamo, però, un inestimabile utensile che ci aiuta, attraverso la promozione del pluralismo e la tutela della memoria storica, a preservare la nostra società libera, facciamo un passo verso la decadenza. «Rompere la continuità con il passato, voler cominciare di nuovo, significa aspirare il declino», scriveva fosco Ortega. C’è da dargli retta, mi pare.

Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.
Il deficit era stato fissato a un furbesco 2.04%, dopo essersi incaponiti sul 2.4. Sarebbe servito, dicevano i festeggianti irresponsabili di palazzo Chigi, per avere margini capaci di alimentare gli investimenti. Gli investimenti non ci sono e il deficit è previsto al 2.4. Questo, assieme al debito crescente, mette l’Italia in condizioni di grandissima difficoltà, perché facilissimo bersaglio non appena la copertura della Banca centrale europea si allenterà.
Vi ricordate le previsioni di crescita? secondo Paolo Savona, a novembre, era possibile puntare al 3%. Lo stesso mese Di Maio era più prudente: si sarebbe potuto agguantare il 2. La legge di bilancio è stata concepita fissando l’1.5, poi, a Natale, ridotto all’1. Sono passati sei mesi dal 3 e quattro mesi dall’1.5 e la crescita prevista dal Fmi, incorporata ora dai conti governativi, è allo 0.1%. Il bello è che mandano in giro quattro fanatici a dire: i sapientoni non hanno mai azzeccato le previsioni. Che, oltre a essere falso, sarebbe anche il caso di tacerlo. Il fatto è che con una pressione fiscale al 42.2% (dato del governo, non di un centro studi di teppisti) e con il debito crescente, quindi con l’aggravarsi del suo onere, riprendere il cammino dello sviluppo resta un miraggio, anche perché i soldi, nel frattempo, li si spende per agevolare chi non lavora e chi smette di lavorare.
Il colpo di grazia alla credibilità governativa arriva proprio in tema fiscale, perché nel documento inviato dal governo a Bruxelles si legge che si adotterà la flat tax: “Il sentiero di riforma per i prossimi anni prevede la graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e 20 per cento, a partire dai redditi più bassi, al contempo riformando le deduzioni e detrazioni”. Che non significa niente, ma nel disperato tentativo di significare qualche cosa racconta di una flat tax a due aliquote, che poi resterebbero comunque cinque, perché scrivono il falso sapendo che è falso. Il guaio è che una flat a più aliquote è una battuta comica, un pensiero surreale, un imbroglio talmente gigantesco da risultare patetico.
Questo è il problema: non la correzione dei conti, ma l’incorreggibile supponenza di chi pensa di affrontare problemi seri con un grottesco scilinguagnolo.

Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

L’economia circolare all’italiana. Per quadrare il cerchio manca almeno un lato

Trascorsi quasi quarant’anni dalle prime timide applicazioni ai sistemi produttivi, e dopo svariate direttive europee, di cui le ultime quattro entreranno in vigore a luglio, possiamo permetterci alcune considerazioni sull’economia circolare in Italia, per analizzare con maggior concretezza i cambiamenti più evidenti che riguardano le nostre abitudini quotidiane.

L’economia, a partire da quella domestica,  può migliorare notevolmente la propria performance ambientale se si rendono più efficaci ed efficienti le azioni inerenti al fine vita delle cose, al recupero di energia e alla normativa sul riutilizzo dei prodotti derivanti dal ciclo dei rifiuti. L’ambiente non è solo un tema etico e morale ma è anche un importante tema economico.

I sacchetti bio per la spesa, in realtà, spesso non sono neppure monouso mentre, paradossalmente, i vecchi sacchetti non biodegradabili si impiegavano molte volte fino all’utilizzo ultimo come contenitore per i rifiuti. Inoltre, la materia prima di cui sono fatti può essere plastica biodegradabile ma non biocompostabile, di conseguenza non smaltibile con l’umido. Può cioè derivare dal petrolio, come il PBS (polibutilensuccinato), e non essere prodotta a partire dalle biomasse.

Il termine biodegradabile di per sé non individua un tempo stabilito, entro cui quel sacchetto, disperso nell’ambiente, viene completamente degradato dai batteri presenti nelle acque o nel terreno. Esistono infatti molte variabili, come la temperatura, l’umidità o la presenza o meno di microrganismi, che ne contribuiscono alla maggiore o minore persistenza nell’ambiente, che può protrarsi anche per vari mesi. La biodegradabilità, poi,  rischia di diventare l’alibi per gestire con leggerezza i rifiuti prodotti: la condotta migliore rimane sempre quella di utilizzare gli appositi raccoglitori per la raccolta differenziata, qualunque sia la natura dell’oggetto di cui vogliamo disfarci. Anche una comunicazione semplice e puntuale, finalizzata ad informare i cittadini dell’impatto potenziale delle loro azioni, contribuisce alla riduzione dell’impatto ambientale delle più semplici attività umane. Diventa essenziale, a maggior ragione, puntare sullo sviluppo tecnologico, che è lo strumento più efficace per la salvaguardia dell’ecosistema, per avere prodotti che siano biodegradabili, meglio se anche biocompostabili, e con un fine vita quanto più esteso possibile.

Se prendiamo come esempio di riciclo quello delle materie plastiche, bisogna tener presente che ogni passaggio comporta una riduzione della quantità di materia riutilizzabile.  In aggiunta, non è possibile ottenere un prodotto con una qualità o caratteristiche identiche a quello da cui deriva. Il destino degli scarti inutilizzabili della plastica può seguire solo due strade: conferimento in discarica o termovalorizzazione. La prima soluzione presenta almeno tre criticità evidenti: non si recupera nulla, c’è un impatto ambientale importante anche a livello paesaggistico ed infine, parafrasando la nota pubblicità, “una discarica è per sempre”.

L’impianto di termovalorizzazione, realizzato applicando le migliori tecnologie disponibili e gestito a norma di legge, permette il recupero di energia e, quindi, il risparmio di risorse naturali. È comunque possibile farne a meno e dismetterlo nel caso in cui le condizioni di mercato, o le scelte politiche, dovessero cambiare. Fermo restando che è sempre preferibile ed ecologicamente corretto gestire i rifiuti laddove vengono prodotti, il numero dei termovalorizzatori non può essere legato a parametri meramente territoriali.  Gli impianti per essere economicamente sostenibili in condizioni di libero mercato, devono trattare una adeguata massa critica di rifiuti che ne garantiscano la regolare operatività, senza bisogno né di incentivi statali, pagati da tutti i contribuenti, né di dover ricorrere a pratiche ai limiti della legalità per garantirne un adeguato ritorno economico. Dal punto di vista strettamente ambientale, è sempre meglio ridurre i punti di emissione in atmosfera, per avere controlli più efficaci e facilmente pianificabili.

Avere troppi impianti, o avere impianti sovradimensionati rispetto alle effettive esigenze del territorio, è un problema ambientale speculare a quello di non avere alcun impianto.

I rifiuti speciali prodotti in Italia, ovvero quelli di origine industriale, sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani. Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l’Italia – con il suo 75% di rifiuti speciali riciclati – è al secondo posto in Europa (la media Ue è pari a circa il 46%).

Alcuni dei Paesi europei più virtuosi, sottolinea il rapporto del 2018, sono prossimi a raggiungere l’obiettivo di azzerare il conferimento in discarica (0,6% in Svezia, 1% in Belgio, 1,3% in Danimarca, 1,4% in Germania e in Olanda) con una percentuale di rifiuti destinati alla termovalorizzazione di circa il 50%.

Nel Rapporto sull’Economia Circolare in Italia del 2019 del Circular Economy Network e di ENEA, è riportato il bilancio tra l’export e l’import del materiale riciclato nel nostro Paese, che vede un saldo negativo di 700.000 tonnellate. Importiamo più materiale riciclato di quanto ne esportiamo. Questo numero ci consente di fare due considerazioni di segno opposto. Da un lato abbiamo un sistema produttivo che riesce ad utilizzare il materiale riciclato e ne sostiene la domanda; dall’altro, il nostro Paese non riesce a soddisfare la domanda interna di materiale riciclato, poiché conferiamo quasi un quarto dei nostri rifiuti in discarica, a differenza dei Paesi da cui lo importiamo che hanno valori dei conferimenti prossimi allo zero.

L’importazione di una notevole quantità di materiale riciclato rende ancora più urgente un aggiornamento della legislazione per l’uscita dei rifiuti dalla normativa di settore, il cosiddetto “end of waste”. In Italia il D.M. 5 febbraio del 1998 che regola il recupero e il riciclo dei rifiuti e che istituisce le Materie Prime Seconde (MPS), sopravvissuto alle modifiche del 2006 richieste dalla Commissione Europea, dimostra la necessità di un adeguamento al mutato scenario economico,  per garantire un maggiore sviluppo dell’economia circolare, recependo la nuova Normativa europea sui rifiuti n.851/2018 che regola la materia in modo più razionale, con l’auspicabile devoluzione alle regioni, sotto il controllo del Ministero dell’Ambiente, delle autorizzazioni all’esercizio degli impianti per l’end of waste.

L’Italia è tra i Paesi più virtuosi per quantità di rifiuti riciclati ma restiamo carenti dal punto di vista impiantistico, perfino di quegli impianti necessari al trattamento delle frazioni differenziate.

Quando gli impianti della filiera non sono sufficienti, ritroveremo i rifiuti sparsi nell’ambiente, ad alimentare quei roghi dolosi utilizzati a volte come uno strumento per forzare l’adozione di politiche ambientali emergenziali che si rivelano quasi sempre inefficaci, perché puntano a tamponare gli effetti lasciando inalterate le cause del problema.