Colletti, il filosofo che ebbe 3 vite

Lucio Colletti ebbe almeno tre vite filosofiche.

Colletti 1

La giovinezza, quando fu allievo di Pio Albertelli, antifascista e liberale sulle orme di Croce.

Colletti 2

La seconda vita, quando entrò nel Pci, fu allievo di Galvano Della Volpe, divenne interprete del marxismo e critico della democrazia borghese. La maturità, quando nel 1974 con l’Intervista politico-filosofica disse addio a Marx e ritornò a essere liberale fino a entrare in Parlamento nel 1996 con Forza Italia.

Un percorso filosofico e politico che sembra quasi lo scherzo di quella dialettica hegeliana che lui stesso smontò e irrise: tesi, antitesi e sintesi. Dei tre Colletti, ho studiato il primo, ho evitato il secondo, ho conosciuto il terzo. Ora, grazie alla pubblicazione del libro Lezioni di filosofia politica, a cura di Luciano Albanese per Rubbettino (pagg. 244, euro 18), che raccoglie lezioni inedite tenute all’Istituto Gramsci nel 1958, si ha la possibilità di meglio conoscere il Colletti marxista.

Le lezioni hanno al loro centro Kant e lo Stato di diritto. Al primo è contrapposto Rousseau e al secondo Marx e la rivoluzione.

La «contraddizione» che il Colletti professore cerca di far emergere nella concezione liberale e kantiana del diritto è quella classica sulla quale lo stesso Marx lavorò senza trovare una vera soluzione: all’eguaglianza legale non corrisponde l’eguaglianza reale. Al diritto non corrisponde la società e così – come vuole il marxismo – il diritto altro non è che una «sovrastruttura» con cui la classe dominante, la borghesia, copre i suoi interessi e il suo potere.

Cosa c’è da fare? Superare la «contraddizione» con la «volontà generale» di Rousseau e la rivoluzione di Marx e dar vita a una democrazia degli eguali. Una «contraddizione» che il terzo Colletti nel 1974 dichiarò essere non una contraddizione logica, ma un contrasto reale che va mediato volta per volta proprio con quel metodo parlamentare della democrazia borghese che Marx voleva abbattere.

Colletti 3

Il terzo Colletti, diventato ormai un liberale maturo, capì molto bene che il rimedio individuato da Marx era peggiore del (presunto) male: la toppa peggio del buco. Lo incontravo negli ultimi anni della sua vita in Parlamento e si conversava passeggiando: «Lascia perdere la filosofia – mi diceva – ormai la scienza vale per tutti, tieniti stretta la libertà e leggi Kant».

«Lei lo legge?». «Non più, ora leggo I miei primi quarant’anni di Marina Ripa di Meana».

Io lo incalzavo provocandolo sul passato marxismo e lui non si lasciava incastrare: «La contraddizione che i marxisti credono di trovare nel sistema capitalistico è una scemenza».

Una volta camminando sotto braccio in Transatlantico incontrammo Ciriaco De Mita e lui lo fermò e disse: «Ecco, Ciriaco è un vero filosofo peripatetico della Magna Grecia, autentico seguace di Aristotele e della sua politica». E De Mita: «Sì, ma di Arisdodile, con la i». Al che mi strattonò e riprese a camminare dicendomi: «Te lo avevo detto che è veramente filosofo».

Piero Melograni pronunciò il 6 novembre 2001, nella Sala del Cenacolo, l’orazione funebre «In memoria di Lucio Colletti».

Iniziò così: «Ironico, scettico, caustico e potremmo continuare con aggettivi consimili, Lucio Colletti sarebbe stato il primo a sorridere e a contestarci rumorosamente nel vederci qui riuniti oggi, a salutarlo o, peggio ancora, a commemorarlo».

Aveva ragione Melograni perché in fondo Colletti era «mordace e tagliente» prima di tutto con se stesso. Amava sorprendere e spiazzare. Lo fece anche uscendo di scena.

Morì come un filosofo antico, tuffandosi nelle calde acque di un lago etrusco, dopo aver ancora una volta sfidato la vita con uno sberleffo e una scomoda verità.

 

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