Fenomenologia di Diego Fusaro, l’accusatore del “liberismo turbo-capitalista”

A margine delle dichiarazioni, a sicuro effetto mediatico, della fidanzata del filosofo Diego Fusaro sulle abitudini sessuali dell’illustre promesso sposo, è in corso una polemica fra lo stesso filosofo e il giornalista di Libero Giovanni Sallusti. Premetto che sono amico di entrambi i giovani contendenti, nonostante il rapporto con Fusaro col tempo si sia alquanto raffreddato, mentre quello con Sallusti, facilitato forse dalla concordanza di vedute etico-politiche, si è consolidato.

Nonostante ciò, l’articolo di Sallusti, a cui oggi Fusaro risponde online, non mi ha convinto. Non perché – resti beninteso – anche io non creda che il filosofo torinese non vada aspramente criticato per le sue idee per i suoi comportamenti, ma perché l’impianto dato da Sallusti alla sua critica non funziona. Fusaro, infatti, è tutto fuorché incompetente: anzi, quando io l’ho conosciuto una decina di anni fa, era uno dei più brillanti giovani filosofi della sua generazione, autore di libri seri e patrocinatore di interessanti attività culturali. Senonché, a un certo punto, sicuramente per ambizione e voglia di emergere, egli ha compreso che oggi c’è poca speranza per un giovane studioso di filosofia, per quanto bravo, di arrivare ad avere un ruolo pubblico o di intraprendere una dignitosa carriera accademica senza particolari appoggi.

Ecco allora che il nostro, con lampo di genio, da filosofo serio si è trasformato in “animale mediatico”, quasi uomo di spettacolo e di intrattenimento pronto all’uso per un giornalismo d’accatto e per i talk show televisivi. Su questo nuovo terreno di gioco, egli ha capito che oggi non c’è spazio per la filosofia ma che, invece, ce n’è per il filosofo come personaggio.

Fusaro è pronto ad esagerare le proprie idee, a venderle sotto forma di slogan (meglio se incomprensibili ai più, o senza significato), prendersi elogi e insulti in egual misura (secondo la regola fondamentale della società dello spettacolo, sintetizzabile nell’espressione: “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”).

Va poi aggiunto che Fusaro, allievo di Costanzo Preve, ha una formazione marxista: elemento che, nella sua nuova veste, lo agevola ancor più. Non dimentichiamo che il pubblico medio dei talk show ha una cultura d’accatto, che si rifà ai canoni marxisteggianti tardo-sessantottini della lotta alle ingiustizie, al Capitale, al “sistema”. E queste persone, pur essendo perlopiù di estrazione piccolo o medio borghese, amano essere continuamente rassicurati e compiaciuti del fatto di essere dalla “parte giusta” (forse in ricordo di tratti esistenziali legati alla loro giovinezza, per necessità accantonati).

Fusaro è molto bravo nel rispondere a queste esigenze e non esita mai a ricondurre ogni nefandezza del mondo al trionfante “liberismo turbo-capitalista” (che è uno di quei concetti astratti o generali di cui parlava l’economista e sociologo Friedrich von Hayek ma che, in fin dei conti, non significa nulla). Nella migliore dell’ipotesi, la sua è un’elitista operazione di smascheramento delle dinamiche della società dello spettacolo, o meglio della cultura e delle politiche spettacolarizzate. Nella peggiore delle visioni, un consapevole opportunismo fatto alle spalle dei tanti “ingenui” che costituiscono il “pubblico” di cui la comunicazione spettacolarizzata ha bisogno.

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