Le cause di una scuola da 6 in condotta

La creazione del nuovo governo dovrà affrontare, tra gli innumerevoli problemi, quello della preparazione dei giovani e non, attraverso una serie di attività volte alla loro formazione a tutto tondo.

Proprio in questi giorni si fa sempre più spazio a video che ritraggono ragazzi di scuole medie inferiori e superiori, appartenenti a diverse regioni d’Italia, adottare un atteggiamento decisamente irrispettoso nei confronti degli insegnati.

Se in passato a parlare era la vecchia e assordante “bacchetta”, considerata uno strumento di punizione e di educazione allo stesso tempo, oggigiorno al contrario, la si definisce troppo ortodossa. In virtù del nostro progresso tecnologico, sociale e civile, al centro dei rapporti docente-alunno corre un tortuoso filo rosso: il dialogo, che dovrebbe coinvolgere ed agevolare l’espressione scuola-famiglia.

Spiegato in questi termini non dovrebbe essere difficile mettere in pratica quella serie di norme e comportamenti etici che la società ci impone, attraverso l’uso di un lessico e di spiegazioni, propri di ciascun insegnante, che rivolge la sua costante attenzione alla formazione degli studenti.

Perché oggi i giovani rispondono al contrario con un linguaggio colorito e atti spesso violenti nei confronti dei docenti?

Analizzando il problema da diverse angolazioni, si può partire dal presupposto che la responsabilità di questo non risiede solo nel carattere irruente dei ragazzi di oggi, frutto di una società priva di modelli da seguire, né solo nelle famiglie sfasciate senza principi fondamentali, ma anche in quella libertà che i docenti non hanno più o non sanno più di avere.

Insidiare negli animi degli studenti quel concetto di rispetto e responsabilità di azioni compiute, non si trova sul mercato nero dei valori, ma è il frutto di un lavoro costante e perentorio di cui si fa carico un docente, che a volte non è in grado di ricoprire quel ruolo e di svolgere questa ardua missione.

Molti non riescono più a gestire classi di ormoni impazziti, risultato della mancanza di un lavoro a tenaglia con le rispettive famiglie, ma anche ad una serie di “poteri” che oggettivamente l’insegnante non ha più.

Lo dimostra il fatto che negli ultimi anni un pressante precariato abbia indebolito i caratteri dei docenti, aumentando frustrazioni e illusioni verso una meta lavorativa lontana. Lo Stato non sostiene più questi ruoli che a differenza di altri, sono fondamentali per la crescita e lo sviluppo di una società sana.

Se anticamente il maestro era sinonimo di preparazione, ruolo sociale, sostenitore di valori etici e morali, nonché educatore delle vite dei più giovani, oggi la sua figura è rilegata a semplice esperto di una determinata disciplina. Allontanato da una serie di barriere familiari, ma anche istituzionali si vede costretto lungo il suo faticoso percorso professionale ad adottare metodologie destinate al fallimento.

Alla luce di queste riflessioni, chi ne pagherà lo scotto saranno ancora una volta le future generazioni che invece di ritrovarsi una solida arma di crescita, si perderà tra la densa nebbia di una progettualità instabile e sempre più rivolta al declino.

 

 

 

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