Legalizzazione, botta e risposta Berti-Giacalone

Dario Berti

Sono in debito di una risposta a Giacalone nel dibattito sulla legalizzazione delle droghe che ho sollevato con il mio articolo del 25 ottobre scorso. Comincerò rispondendo sui punti del suo discorso che mi sembrano più rilevanti.

1) Nel suo articolo del 25 ottobre Giacalone scriveva: “quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.” Questo è, come ho già mostrato, semplicemente falso: il consumo di alcol durante gli anni del proibizionismo non è affatto diminuito.

Come risponde Giacalone? Mi fa notare che le statistiche sulle sostanze proibite “non misurano i consumi accertati, ma quelli presunti.”

Se Giacalone intende dire che questi dati, essendo “presunti”, non sono attendibili, allora non capisco su cosa egli basi la sua affermazione per cui il consumo di alcolici sarebbe aumentato. Da dove ha ricavato quell’affermazione? Da dati “certi”? Quali dati? Di quali studi? Condotti come?

Se invece Giacalone vuol dire che quei dati sono “presunti” perché vengono ricavati indirettamente, allora ha ragione. Ma non si capisce perché questa sarebbe un’obiezione, dal momento che quasi ogni indagine statistica procede in questo modo. Il dato sul consumo di alcolici viene ricavato per inferenza alla miglior spiegazione, a partire da una serie di fatti ad esso correlati, e sui quali abbiamo informazioni certe. Questi fatti sono, ad esempio, il numero di pazienti ricoverati con disturbi riconducibili all’abuso di alcolici, oppure il numero degli arresti di persone in stato di ubriachezza.

C’è un chiaro nesso causale tra questi fenomeni e il consumo di alcol. Se, negli anni del proibizionismo, vi fosse stato un calo nel consumo di alcolici, vi sarebbe stato anche un calo degli arresti per ubriachezza, delle morti per cirrosi epatica, e così via. Ma nulla di tutto questo è avvenuto. Quindi, è ragionevole concludere che, negli anni del proibizionismo, non vi fu alcuna flessione nel consumo di alcolici.

2) Secondo Giacalone, le droghe non vanno legalizzate perché “cancellano una cosa preziosa come la libertà e la capacità di scegliere. Lo Stato che proibisce non compie una scelta etica al posto dell’individuo, ma preserva la sua possibilità di compiere scelte.”

Sembra che la differenza di fondo tra me e Giacalone stia nel modo di interpretare il principio liberale del danno. Io lo interpreto così: siamo liberi di fare tutto ciò che crediamo, a condizione che non arrechiamo un danno agli altri. Giacalone, invece, lo interpreta in modo più restrittivo: siamo liberi di fare tutto ciò che crediamo, a condizione che non arrechiamo un danno agli altri… e a noi stessi. Chi si droga danneggia se stesso, perché si priva della libertà di scegliere, e quindi va fermato.

Chi dei due ha ragione? Non saprei. Tutto quello che posso fare, è spiegare per quale motivo io non includo il danno arrecato a se stessi tra le clausole del principio del danno. La ragione sta nel fatto che io ritengo che la libertà individuale si fondi sull’autoproprietà: è perché siamo proprietari del nostro corpo che siamo liberi di usarlo come ci piace, anche per farci del male.

Se non potessimo farci del male, non saremmo totalmente proprietari di noi stessi, ma lo saremmo fino a un certo punto. La stessa cosa avviene con la proprietà di oggetti: se potessi usare la mia chitarra solo per suonarla e non anche per sfasciarla durante un concerto, quella chitarra non sarebbe interamente mia. Io penso, dunque, che siamo liberi di farci del male perché, fondamentalmente, possediamo noi stessi.

È d’accordo Giacalone su questo? Se non lo è, come giustifica la sua posizione?

 

Davide Giacalone

1) Essendo il proibizionismo antecedente alla legalizzazione lo sa il cielo come si possa misurare un “diminuzione” dovuta al proibizionismo. Diminuzione rispetto a che? La sola cosa che possiamo misurare è l’aumento successivo. Ed è stato misurato dalle autorità Usa, nonché riportato dall’agenzia Onu che se ne occupa: Unfdac (a tale proposito gli scritti dell’allora direttore: De Gennaro). Oltre tutto è ovvio: una cosa cui si accede liberamente si consuma meglio e più di una cosa cui è proibito accedere.

2) La libertà di ciascuno è un dovere per gli altri. Non è una questione di danno (troppo salame fa male, ma non toglie mai la libertà di smettere di mangiarne o tornare a dosi accettabili), ma di coartazione della libertà individuale. A ciò si aggiunga che il fascino della liberalizzazione consiste nella soppressione del mercato nero, ma posto che (spero) nessuno voglia sostenere la possibilità per tutti (anche minorenni) di accedere a qualsiasi sostanza (anche quelle che arrecano immediati danni incancellabili), tale soppressione esiste solo nella retorica. Non nella realtà.

 

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