Legalizzazione, ecco cosa eccepisco a Giacalone e a Ocone

Il mio articolo in favore della legalizzazione delle droghe ha provocato le risposte critiche di Davide Giacalone e di Corrado Ocone. Li ringrazio per l’attenzione. Vorrei però rispondere alle loro critiche nel modo più dettagliato possibile. Credo infatti che la battaglia per la legalizzazione delle droghe debba diventare un punto fermo per chi difende idee liberali in questo Paese.

Risposta a Giacalone

Cominciamo dunque dal bel articolo di Davide Giacalone, che è suddiviso per punti. Esaminerò solo quelli con cui sono in disaccordo.

3) Supporre che il consumo esiste proprio perché proibito, quindi profittevole per i criminali, non è solo illogico, ma ignorante della storia: quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.

Per quale mai motivo ciò che è difficile e illecito dovrebbe essere più diffuso di quel che è facile e lecito?

Non so se Giacalone abbia scritto questo articolo per rispondere al mio o se lo abbia scritto prima del mio. Supponendo però che si stia riferendo alle cose scritte da me, faccio presente che non ho mai sostenuto che il consumo esiste perché è proibito.

Se ciò fosse vero, allora la legalizzazione delle droghe ne farebbe sparire il consumo, il che è assurdo. Io ho sostenuto che la proibizione del consumo di droghe non fa sparire la domanda di droghe. Se c’è una forte domanda per una sostanza che viene dichiarata illegale, si crea fatalmente un mercato nero per quella sostanza.

Nello stesso punto, poi, Giacalone fa un’importante aggiunta: “quando si cancellò il proibizionismo dell’alcool, negli Usa, gli alcolizzati aumentarono.” Il riferimento è, ovviamente, ai tredici (dal 1920 al 1933) anni in cui il proibizionismo entrò in vigore negli Stati Uniti. La storia del proibizionismo americano è, però, un po’ più complessa. Vediamo di riassumerne i punti salienti, perché c’è da imparare una lezione importante.

Coloro che, all’epoca, erano favorevoli al proibizionismo pensavano che in questo modo si sarebbe potuto ridurre il consumo complessivo di alcol. Alcuni dati (Fisher, 1927; Warburton, 1932) sembrano confermare questa ipotesi. Questo però non dovrebbe sorprendere più di tanto.

Quando un bene diventa più difficile da reperire, il prezzo di quel bene tende a salire. Salendo il prezzo diminuisce di conseguenza anche il consumo di quel bene.

Tuttavia, questa diminuzione nel consumo di alcolici vi fu solo nel primo anno dopo l’entrata in vigore della legge. Infatti, negli anni che precedono il proibizionismo il consumo pro-capite di alcol negli Stati Uniti stava già sensibilmente diminuendo. Come possiamo vedere dal grafico sotto (fonte: Warburton, 1932):

Il grafico misura il consumo pro-capite di galloni di alcol puro dal 1910 al 1929. Si vede chiaramente come negli anni dal 1910 al 1919 (quelli che precedono il proibizionismo) il consumo di alcol stesse calando sensibilmente, passando da 1,6 a 0,8 galloni circa (un 50% in meno nel giro di 10 anni).

Poi cosa succede? Il 16 gennaio del 1920 entra in vigore il 18° Emendamento alla Costituzione che vieta la produzione, la vendita e il consumo di alcolici in tutto il territorio statunitense. Un anno dopo l’entrata in vigore della legge abbiamo una forte diminuzione nel consumo di alcol.

Si passa da 0,8 a circa 0,2 galloni pro-capite. Se la storia finisse qui, dovremmo dar ragione a Giacalone e dire con lui che il proibizionismo funziona.

Ma guardate cosa succede dopo. Già un anno dopo, nel 1922, il consumo di alcol aumenta di nuovo, tornando a un valore di poco superiore a quello del 1919. Se la storia finisse qui potremmo dire che il proibizionismo non è servito a nulla, perché non ha diminuito il consumo di alcol procapite.

Ma la situazione peggiora ancora. Dal 1923 al 1929, il consumo di alcol torna a salire su una media di circa 1,1 gallone a testa.

Come si spiega questo andamento? Durante il primo anno di proibizionismo, il consumo cala perché l’alcol è più difficile da reperire e il suo prezzo sul mercato nero sale sensibilmente. Questo fa sì che il mercato dell’alcool diventi un affare lucroso per il crimine, il quale inizia ad espandersi nello sforzo di soddisfare la domanda presente.

È in questi anni che nasce la figura di Al Capone, le cui fortune furono determinate proprio dal proibizionismo. Senza proibizionismo, Al Capone sarebbe probabilmente rimasto un criminale di piccola taglia. L’aumento del consumo di alcol negli anni del proibizionismo si spiega dunque con il consolidarsi delle organizzazioni criminali che gestiscono il nuovo business su larga scala.

 

4) È originale assai l’idea che per combattere le mafie del commercio e dello spaccio si debba arrendersi e fare il loro mestiere. Senza contare che si parla di “spinello” come fosse un oggetto di sicura identità: una cosa è l’erba, altra la resina, altra ancora l’olio.

La concentrazione del principio attivo (Thc) varia a seconda del prodotto ed è oggi assai più alta di un tempo.

Curioso che nel mondo che ha voluto proibire le sigarette più pesanti, di tabacco, imponendone il ritiro dal commercio o la trasformazione, si pensi sia saggio immettervi roba imparagonabilmente più dura. La sorte dei consumatori vale il presunto contrasto alle mafie?

Nel punto 4 Giacalone dice, in sostanza: legalizzare le droghe significa arrendersi alle mafie. Suppongo che qui l’argomento sia entimematico, e che le premesse soppresse siano queste:

(1) vendere droga è sbagliato;

(2) se lo Stato legalizza la vendita delle droghe permette che venga fatta una cosa sbagliata;

(3) ma lo Stato non può permettere che vengano fatte cose sbagliate, quindi

(4) lo Stato non deve permettere la vendita delle droghe.

Così formulato, l’argomento è formalmente corretto. Che sia anche valido (sound) è però ancora tutto da dimostrare. Bisogna infatti mostrare per quale motivo vendere droga sarebbe sbagliato (supponendo naturalmente che venga venduta a adulti consenzienti e informati).

Qui posso solo immaginare la risposta di Giacalone a questa domanda: la droga fa male a chi la consuma e può anche uccidere. Non bisogna permettere che la gente si faccia del male. Se questo è il suo argomento, allora temo che le nostre posizioni siano inconciliabili.

Per me lo Stato non deve costringere i suoi cittadini a essere virtuosi. Se voglio sfondarmi il fegato di hamburger o rovinarmi i polmoni di nicotina o spaccarmi di eroina, questo non è un problema che riguarda lo Stato. Lo Stato deve solo intervenire per impedirmi di far del male ai miei concittadini.

 

6) Si dice: sono legali tabacco e alcool, perché mai non gli spinelli? Argomento illogico: avere dei mali non giustifica il cercarsene altri. E non fondato, perché il tema non è solo la nocività (altrimenti poi arriviamo alle bibite dolci e gasate), ma la capacità di sviluppare dipendenza e assuefazione: tabacco e alcool (nocivi e talora micidiali) richiedono dosi e tempi assai maggiori.

In questo punto Giacalone dice: tabacco e alcol sono dannosi, perché danno dipendenza, assuefazione e morte. Però non vanno vietati, perché richiedono tempi e dosi assai maggiori per sviluppare delle dipendenze rispetto agli spinelli.

Questa affermazione è semplicemente falsa. Come mostra questo studio pubblicato su The Lancet, le 5 sostanze più addittive sono, in ordine discendente (Nutt, King et al., 2007):

  1. Eroina
  2. Alcol
  3. Cocaina
  4. Barbiturici
  5. Nicotina

Lo spinello non compare nemmeno nella lista, mentre compaiono l’alcol e la nicotina. A questo punto, il proibizionista dovrebbe spiegarmi in base a quale argomento sarebbe accettabile mantenere in circolazione sostanze potentemente addittive come l’alcol e bandire la cocaina, che è un po’ meno addittiva.

 

7) Riconosco ai miei contraddittori la validità di un argomento: non si proibisce quel che ha a che vedere con le libertà individuali. Complesso, ma tosto. Il punto è che non esiste la libertà di rinunciare alla libertà. Le droghe non sono libertà, ma la sua fine.

La tesi di Giacalone è che siamo liberi scegliere in generale, ma non siamo liberi di scegliere di non essere liberi. Mi piacerebbe poter discutere questa tesi, se fosse accompagnata da un’argomentazione di qualche tipo. Siccome però la tesi è semplicemente asserita, non posso esprimere alcun giudizio.

 

Risposta ad Ocone

Passerò quindi all’articolo di Corrado Ocone. Secondo lui, quella delle droghe non è una priorità per la società, “che ha problemi ben più gravi da affrontare.” Su questo sono d’accordo, naturalmente, perché la tesi “ci sono cose più importanti” è sempre vera per qualsiasi problema all’ordine del giorno, tranne forse per l’Apocalisse.

Per quanto insignificante, però, il problema della droga ha rilevanza per tutti coloro che ne fanno uso più o meno regolarmente (sono circa 4 milioni), ed ha rilevanza per quella parte della popolazione che si trova in galera per reati legati alla droga.

La questione però, a mio avviso, è un’altra: è giusto o no punire con la galera uno scambio libero tra due individui adulti e consenzienti? Io penso di no, perché in questo scambio nessun terzo viene danneggiato. L’unico a venir danneggiato, al limite, è il consumatore di droga, ma non contro il suo volere. Ora, io faccio molta fatica a vedere un crimine in tutto questo.

Ocone però teme che il consumo di droghe possa indurre dei comportamenti aggressivi o irresponsabili. Questa asserzione può essere testata empiricamente. In Olanda, dove le droghe leggere sono legali, ci sono 3,4 morti ogni 100.000 abitanti provocati da incidenti stradali.

In Italia siamo al doppio, 6,1. Se la depenalizzazione delle droghe causasse un aumento significativo delle morti per incidente stradale, ci aspetteremmo di vedere questi due dati invertiti. Ma, a parte questo, l’idea di punire preventivamente una condotta perché potrebbe provocare dei danni è difficile da accettare.

A me piace vivere in un Paese che punisce non chi beve o si droga, ma chi si mette a guidare sotto l’effetto di queste sostanze.

Ocone esprime poi la preoccupazione che la legalizzazione possa “mettere su una macchina amministrativa e di controllo sulla qualità e l’uso di cui non si sente davvero il bisogno.” Vede, insomma, un costo economico nella legalizzazione delle droghe.

È vero. Ma qual è il costo economico della lotta alla droga? Quanto ci costa in termini di polizia, tribunali, carceri, mancati introiti attraverso le tasse nel caso in cui venisse legalizzata?

Le Nazioni Unite hanno stimato recentemente che per contrastare efficacemente il traffico di droga i governi dovrebbero riuscire a confiscare almeno tre quarti della droga importata. Attualmente negli Stati Uniti, dove da anni si combatte una guerra alla droga senza esclusione di colpi, solo il 13% dell’eroina e solo il 25% di tutte le altre droghe sono confiscate.

Di fronte a questo dato così sconfortante, conclude Jason Brennan: Il fatto è che perderemmo la guerra alla droga anche se istituissimo uno Stato di polizia. Gli Stati Uniti imprigionano più gente per reati di droga di quanti non ne imprigioni l’Unione Europea per tutti i reati messi assieme. Tra il 1925 e il 1968, la popolazione carceraria statunitense era più o meno stabile, tra i 100.000 e i 200.000 detenuti.

Dopo che il Presidente Nixon ha dichiarato la guerra alla droga, la popolazione carceraria è cresciuta esponenzialmente, fino a raggiungere oggi 1,6 milioni. Il Governo arresta quasi 1 milione di americani ogni anno per possesso di marijuana. Ci sono 50.000 raid di polizia nelle case americane ogni anno (su Internet potete vedere i video di questi raid, inclusi quelli in cui la polizia invade le case sbagliate e uccide gente innocente). (Brennan, 2012, p. 69)

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

ALCHIAN, ARMEN A.; ALLEN, WILLIAM R. (1983), Exchange and Production. Competition, Coordination and Control, Wadsworth Pub. Co., Belmont, CA.

BRENNAN, JASON (2012), Libertarianism: What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, Oxford.

COWAN, RICHARD (1986), “How the Narcs Created Crack”, in National Review, 5 dicembre 1986, pp. 30-31.

EDWARDS, PAUL (2007), “Kant on Suicide”, in Philosophy Now, London, Vol. 61, p. 67.

FISHER, IRVING (1927), Prohibition at Its Worst, Alcohol Information Committee, New York.

KANT, IMMANUEL (1924†), Vorlesung Kants über Ethik. Tr. it. Lezioni di etica, Laterza, Bari-Roma 2004.

NUTT, DAVID; KING, LESLIE A.; SAULSBURY, W.; BLACKEMORE, COLIN (2007), “Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse”, in The Lancet, Vol. 369, n. 9566, pp. 1047-1053.

THORNTON, MARK (1991), The Economics of Prohibition, University of Utah Press, Salt Lake City.

WARBURTON, CLARK (1932), The Economic Results of Prohibition, Columbia University Press, New York.

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