Malatesta, storia di un anarchico rivoluzionario

Peccato che abbia scritto poco, e mai un testo organico! E peccato che la produzione si concentri quasi tutta nell’ultima fase della sua vita avventurosa e volta all’azione. Perché Errico Malatesta, l’anarchico italiano che operò in due secoli, e in due continenti, il pungolo della teoria lo aveva, come dimostra la bella antologia di suoi testi, appena pubblicata in nuova edizione con molta cura da Giampietro N. Berti (che del pensiero anarchico è il maggiore studioso italiano), per i tipi di Elèuthera: Buon senso e utopia (pagine 168, euro 18).

Proprio per la capacità che Malatesta aveva di portare al pensiero l’anarchia, i testi raccolti in questo libro, che coprono il periodo che va da dal 1919 al 1932 e sono suddivisi in aree tematiche, ci permettono di riflettere a nostra volta sui concetti su cui essa si basa, in primo luogo su quello di libertà. E di farlo in modo radicale, filosofico.

Malatesta era nato il 14 dicembre 1853 in provincia di Caserta, a Santa Maria Capua Vetere, in una famiglia borghese, forse di lontana ascendenza aristocratica, di proprietari terrieri e imprenditori (e non di piccoli commercianti come riporta erroneamente la biografia presente nel libro). Elementi biografici contrastanti con una vita che sarà cosmopolita e avventurosa. Fu a Napoli, ove andò a studiare Medicina dopo il liceo frequentato in un collegio di padri scalopi, e ove era forte l’influenza e il carisma di Michail Bakunin, che vi soggiornava dal 1865, che Malatesta, non ancora diciottenne, divenne anarchico.

Nel 1872 fu, prima, tra i fondatori della sezione italiana dell’Internazionale, che allora legava gli anarchici ai marxisti e ai mazziniani, e partecipò, pochi mesi dopo, al congresso svizzero di Saint-Imier che rese definitivamente autonomo il movimento anarchico da quello socialista e marxista. Fu in quest’occasione che nacque la forte amicizia con Bakunin, che capeggiava gli anarchici.

Malatesta, che non portò a temine gli studi, iniziò un’attività di rivoluzionario e fomentatore politico, che culminerà in questa prima fase nel tentativo insurrezionale della cosiddetta “Banda del Matese”: una trentina di anarchici, capeggiati da lui e Carlo Cafiero, che, in nome della “questione sociale”, cercarono nel 1877 di far insorgere i contadini vessati di un’impervia e arretrata zona montagnosa del beneventano. Il tentativo, che ebbe un certo risalto a livello di opinione pubblica, ovviamente fallì, e Malatesta fu costretto a fuggire dall’Italia. Iniziò allora una frenetica peregrinazione che lo portò nella più parte dei Paesi d’Europa e anche in Egitto, Siria, Argentina, Uruguay, Tunisia, Stati Uniti e Cuba.

Vero “rivoluzionario di professione”, fu  sempre a rincorrere, in ogni angolo della terra, in nome dell’ideale anarchico, coperto e aiutato da una formidabile rete internazionale di rapporti, moti, insurrezioni, sommovimenti. E a fomentare attacchi e a fuggire da ordini di cattura emessi dalle polizie di tutto il mondo.

Trascorse una decina di anni in carcere. Ritornò a più riprese in Italia, a volte sotto falso nome. La città in cui più soggiornò fu certamente Londra, che divenne la sua base definitiva dal 1900 al 1913 e poi dal 1914 al 1919. Nel 1913 fondò ad Ancona il foglio Volontà e, sempre dalla città marchigiana, dette la miccia a quel moto insurrezionale popolare noto come “settimana rossa” che si svolse fra Marche, Romagna e Toscana dal 7 al 14 giugno 1914 e che fu capeggiato, oltre che da lui, dal socialista Benito Mussolini e dal repubblicano Pietro Nenni.

Pur vivendo in condizioni anche economiche non facili, a Londra Malatesta acquisì stima e popolarità fra i lavoratori inglesi. Una popolarità che avrebbe poi avuto anche in Italia, ove rientrò definitivamente nel 1919, e ove, dopo essersi reso protagonista anche nel cosiddetto “biennio rosso” (1919-1920), si concentrò soprattutto sull’attività teorica e propagandistica (almeno fino a quando il fascismo glielo permise). Nel 1920, Malatesta fondò a Milano Umanità nova (che è ancora oggi il maggiore organo dell’anarchismo italiano).

Malato, morì a Roma in una casa di Piazzale degli Eroi, ove aveva da ultimo vissuto e ove oggi c’è una targa che lo ricorda, il 22 luglio 1932.

La sua vita fu, come si diceva, fu quella non facile del rivoluzionario, che era anche un po’ assimilabile a quella del “missionario”, cioè del propagatore di idee e educatore di coscienze. E fu proprio questo impegno che gli impedì di scrivere e preparare testi ampi e organici. Ma ciò non impedisce a noi, seguendo la traccia offertaci dall’antologia curata da Berti, di porci alcune domande teoriche su quel pensiero anarchico di cui, nonostante tutto, fu uno dei massimi interpreti e anche teorici.

L’anarchia predica la libertà totale, di tutti, una libertà assoluta che ha l’unico limite nell’uguale libertà degli altri. Malatesta insiste molto su questo punto, che è in verità lo stesso principio che regge il liberalismo. Con la differenza però di non poco conto che il liberalismo per realizzare, seppure in modo imperfetto, questo principio si affida allo Stato, mentre l’anarchia fa da conto sulla libera volontà individuale.

Certo, lo Stato liberale è uno “Stato di diritto”, cioè di leggi formali e universali, non contenutistiche, ed è uno “Stato minimo”, che cioè limita la sua azione a pochi ambiti lasciando vasto spazio alla società civile degli individui. È pur vero, tuttavia, che, per realizzarsi, esso deve fare appunto affidamento su una struttura o una macchina che, in quanto coercitiva e con forte tendenza a degenerare, è contraria al suo principio ispiratore.

Lo Stato è pertanto, per il liberale, un “male necessario”, mentre per l’anarchico è un “male” che, almeno potenzialmente o in futuro, può essere eliminato. È il lato utopico dell’anarchia. L’anarchico confida, nell’autonomo, spontaneo, convergere delle singole volontà verso il fine auspicato: dovrebbe essere il singolo stesso, sembra di capire, ad autolimitarsi, cioè a limitare la propria libertà (perché di questo si tratta), che pertanto  non sarebbe più assoluta. Questo però nessun anarchico, nemmeno Malatesta, sarebbe disposto ad ammetterlo.

È evidente che il presupposto antropologico di questo ragionamento è che, almeno in potenza, l’uomo possa essere un’altro uomo (“umanità nova” appunto): capace un domani, sempre e comunque, di non fare agli altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a se stesso. L’uomo è, in quest’ottica, buono per natura, ovvero per lui, per natura, la bontà è acquisibile. Il dispositivo concettuale hobbesiano, cioè il modello teorico giustificativo dello Stato moderno, anche di quello liberale, parte al contrario dal presupposto che, in un ipotetico “stato naturale”, l’uomo diventerebbe presto preda dei suoi simili (homo homini lupus).

Un altro paradosso è costituito poi dall’opzione rivoluzionaria fatta propria dagli anarchici.

Se l’anarchia è una libera evoluzione e adesione delle coscienze alla libertà, la rivoluzione non è forse al contrario l’imposizione di uno stato di cose al resto della società da parte di una “minoranza” o “avanguardia” rivoluzionaria? Malatesta esce da questa contraddizione affermando che la rivoluzione anarchica, al contrario di quella comunista, esaurisce tutto il suo valore nel sovvertimento dell’ordine esistente e nella contemporanea liberazione di quelle energie spirituali prima compresse che, dopo la rivoluzione, potrebbero, almeno potenzialmente, in quanto libere, evolvere verso la realizzazione dell’ideale.

Di qui l’idea di Malatesta, che è un po’ l’architrave del suo pensiero, che occorra distinguere l’anarchia, cioè l’ideale, dall’anarchismo, cioè l’azione pratica o politica che di volta in volta è fatta propria dagli anarchici e che è la risposta che essi danno alle sfide che emergono nei diversi contesti storici e ambientali. L’una è il fine, l’altro il mezzo. È una distinzione che ricalca quella (in verità da un punto di vista filosofico alquanto discutibile) fra “giudizi di valore” e “giudizi di fatto”, ma che soprattutto fonda sul dover essere e non su un presunto essere oggettivo l’aspirazione anarchica. In questo modo, si giustificherebbe, spiega Berti nella lunga e densa introduzione all’antologia, il fatto che Malatesta non volle e non cercò mai un “sistema” dell’anarchia, cosa che invece fecero altri rappresentanti di quel movimento.

Egli batté in breccia ogni finalismo, determinismo, necessitarismo, cognitivismo etico, positivismo, e puntò tutto sul dovere e cioè sulla volontà. Il che, indubbiamente, dà una collocazione libertaria e non dogmatica netta al pensiero di Malatesta. Che però ogni finalismo, provvidenzialismo, progressismo, e quindi ogni “filosofia della storia”, fossero da lui accantonati, non mi sentirei dire. Essi vivevano in lui, come in tutti gli anarchici, almeno a livello inconscio.

L’anarchia è pur sempre un’ideologia inserita nel moderno, con la sua antropologia ottimistica e con un’idea lineare del corso storico che non osa concepire l’idea che l’evoluzione umana, in quanto libera, possa seguire anche la via inversa a quella della civiltà. Non c’è, non potrebbe esserci, in quest’ordine di ragionamento, un affrancamento dall’idea di Progresso, dalla priorità ontologica affidata al “nuovo” e alla “novità”.

Anche l’uso della violenza, che l’antimilitarista Malatesta vuole ridurre al minimo grado, è giustificata non solo in negativo per combattere il “male”, ma soprattutto in positivo per liberare le forze del “bene”: ad esempio, non per combattere il fascismo quando l’alternativa più plausibile ad esso è la democrazia,  quanto piuttosto per  dare possibilità che si instauri quel comunismo libertario che è l’anarchia per Malatesta.

Siamo lungi qui dal considerare la democrazia un “male minore”: è  etica della convinzione allo stato puro.

In verità, le difficoltà degli anarchici sono le stesse a cui va incontro certo liberalismo: se si fonda tutto sul concetto moderno di libertà come autodeterminazione, si esce fuori dalla storia che pone sempre la libertà individuale in un contesto di relazioni che la rendono più o meno “necessitata” o “determinata”. La libertà come valore assoluto in questo contesto non può darsi: eliminando, o presumendo di eliminare, ogni forma di coercizione, si creano solo le condizioni di nuove e più potenti forme di coercizione.

Il liberalismo, che è poi la lotta continua dell’uomo per conquistare sempre nuovi spazi di libertà, non può invece essere utopico: deve essere storicista e realista. Di libertà assoluta, infondata, può anche parlarsi, ma ad un livello metaempirico e metapolitico. Tuttavia non è su questo terreno che la più parte degli anarchici, e anche dei liberali “militanti”, vuole collocare le proprie riflessioni.

Il fascino dell’anarchia, così come quello dell’azione e del pensiero di Errico Malatesta, è il fascino dell’utopia piuttosto che quello del buon senso. Ammesso, e non concesso, che il buon senso possa avere un fascino.

Dal Dubbio del 20 marzo 2018

 

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