Migranti, la posta in gioco

La vicenda delle polemiche sul decreto Salvini riferito ai migranti, va al di la degli aspetti contingenti (seppur rilevanti) ed entra nel terreno delle grandi impostazioni di come convivere meglio.

Tanto rumore per nulla. Su tale terreno, non mi riferisco alle questioni giuridiche. Prima di tutto perché vengono dopo l’aver stabilito come stare insieme. E inoltre perché, a parte l’irresponsabilità dei soggetti istituzionali che non vogliono rispettare una norma vigente, le polemiche in corso – come dicono i costituzionalisti – sono tanto rumore per nulla. Infatti, anche dopo il decreto Salvini, un Sindaco ha facoltà di erogare, sulla base dei passaporti, i servizi previsti dalla legge a chi è domiciliato nel comune (pur senza residenza). Di conseguenza neppure la Regione ha impedimenti nello svolgere le sue funzioni (tanto che perfino il costituzionalista PD Ceccanti definisce ardita la motivazione della Toscana per ricorrere alla Corte Costituzionale).

Ciò precisato, mi soffermo sulla reale posta in gioco nella polemica. Chi polemizza accusa il decreto di violare il principio di umanità connaturato ad ogni cittadino libero. Vergognatevi ha urlato in TV il filosofo Cacciari e la filosofa Di Cesare ha scritto che la democrazia tracolla se non difende i diritti umani. Però la loro è un’indignazione passatista. Contrasta in pieno con le risultanze degli avvenimenti degli ultimi secoli. L’applicare i principi di libertà all’epoca praticabili ha fatto sì che nel mondo, seppure in misura ancora limitata ma crescente, sia aumentata a dismisura la libertà reale dell’individuo e insieme le sue condizioni materiali di vita. I sostenitori della tesi dell’attentato umanitario, sono visionari senza vista. In un colpo solo rifiutano, per istinto e per formazione, tre dati cardine dell’esperienza storica.

Il boom dell’immigrazione in Italia. Adottando l’ordine in cui i cittadini percepiscono le questioni, inizio dalle condizioni materiali del territorio italiano investite da un aumento consistente (e soprattutto con ritmi serrati) del numero di immigrati. Ciò induce molte preoccupazioni (di certo superiori al disporre di mano d’opera a basso costo) e crea gravi problemi sociali. L’immediatezza del problema è andata riducendosi con gli ultimi due ministri dell’Interno. Da rilevare che il primo, Minniti, con gli accordi con i capi tribù africani, ha ottenuto una riduzione più consistente ma senza far emergere gli aspetti di principio della questione, mentre il secondo, Salvini, ha ottenuto una riduzione quantitativamente inferiore ma, parlando alla pancia degli italiani, ha fatto emergere con più chiarezza l’aspetto di principio. In sintesi l’accoglienza di massa non può essere indiscriminata: sia per il dato delle risorse necessarie al territorio per sostenerla, sia per il dato del tempo di maturazione necessario per renderla accettabile dai cittadini. E sono i cittadini ¬– spesso i gruppi dirigenti ideologizzati lo dimenticano – che decidono in una democrazia liberale.

La libertà non è un precetto. Un altro dato dell’esperienza storica rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è che la libertà umana sia il prodotto di un tenace lavoro di costruzione plurisecolare (mentre secondo loro sarebbe un fatto di natura). Da tale rifiuto deriva che il problema della libertà viene celebrato trascurando parecchio la questione essenziale dei meccanismi adatti a promuoverla e a mantenerla. Omissione ancor più negativa poiché quei meccanismi, si è constatato, richiedono cura continua per adeguarsi in base ai risultati. Invece i fautori umanitari riducono la libertà ad un criterio emotivo da sbandierare come precetto morale a prescindere dalle condizioni sperimentate per viverla. Un esempio istruttivo del peso dei meccanismi di libertà sono state le vicende del Piano Marshall, nel 1947. Un massiccio investimento economico per quattro anni (da restituire per il 14%) venne offerto dagli USA a tutti gli europei ma l’URSS, in opposizione al capitalismo, rifiutò di far parte del programma e lo impedì a tutti i paesi satelliti. Così il piano sostenne solo i paesi al qua della cortina di ferro, e, al passare dei decenni, i fatti dimostrarono il divario tra i due sistemi politici. Mentre i paesi dell’Europa occidentale trassero beneficio dal sostegno e crebbero nella condizione economica e civile attraverso progressive aperture nelle libere relazioni, quelli orientali privi di aiuti restarono statici nelle mani delle gerarchie comuniste e in quattro decenni furono condotti al crollo da un sistema incapace di consentire un’economia viva oltre che illiberale sotto il profilo civile. Insomma, la libertà non è un precetto ma un meccanismo in movimento da mantenere sempre oliato e in funzione.

La libertà imperniata sulle regole e sull’individuo. Un ulteriore dato dell’esperienza rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è il constatare che la libertà vive dell’apporto di tutti i cittadini, attraverso il metodo individuale delle iniziative, dei conflitti democratici, delle scelte in base ai fatti realizzati. Ne consegue che nel mondo reale il procedimento di costruzione della libertà ogni giorno presuppone l’avvenuto formarsi di ambiti territoriali nei quali valgono le medesime norme, nel cui quadro i cittadini possono vivere e decidere di cambiare. Al di fuori, la libertà è precaria e i diritti vacui. Non si sa sciogliere questo nodo senza mettere in moto il processo di maturazione civile. Invece i fautori umanitari svalutano il concetto di cittadino in un territorio statale e profetizzano che ciascuno è cittadino del mondo e deve seguirne la naturale umanità. Questa idea non amplia i diritti enunciati ma toglie a chi già li ha qualsiasi controllo sui governanti e consegna il potere a elites senza volto che usano i termini mondialisti per vantare diritti religiosi od ideologici. Il mondialismo vuol far credere di puntare ad uno stato mondiale, ma nella realtà divarica a dismisura (iniziando a livello nazionale con l’interporre i corpi intermedi) la connessione tra il cittadino e l’ambito normativo statale in cui l’individuo vive e sceglie (appunto perché non lo reputa adatto a decidere sulla convivenza, e vorrebbe affidare le decisioni ai competenti amici). In chiave mondialista la libertà del cittadino è una pura parola priva di concreto contenuto e volutamente scollegata dall’individuo cittadino. Si evoca l’esser cittadini del mondo, per meglio rompere il legame con il territorio di appartenenza e rendere impossibile l’esercizio della sovranità. Si teorizza l’andare oltre i limiti dell’ambito territoriale normato, per meglio negare il valore dell’individuo quale fonte primaria del convivere nel tempo che passa. Il mondialismo riporta indietro di secoli la conoscenza e la libertà.

Il mondialismo favorisce la destra. Questa è la posta in gioco nella polemica sui migranti. Una posta enorme per chi vuol essere oggi liberale in politica, in nome dell’esperienza e dello sperimentare progetti nuovi per risolvere i problemi sul tappeto. L’aspetto più grave è che il dissennato agire di chi non condivide il decreto sui migranti predicando la disobbedienza, lo fa con la logica del mondialismo antiindividualista. Una logica in cui il rispetto dei diritti umani precede la libertà del cittadino, non deriva dall’applicarla. E quindi attribuisce lo stabilire se c’è il rispetto dei diritti, non all‘insieme dei cittadini ma alla comunità religiosa o ideologica.

Quanti compiono una siffatta distorsione dell’esperienza, commettono due errori perniciosi. Uno, trascurano il sentire quotidiano di tantissimi cittadini che avvertono la minaccia del persistente destinare a stranieri risorse necessarie agli italiani. Due, forniscono tutte le mattine a Salvini un’occasione per sostenere criteri avversi al mondialismo, permettendogli di mascherarsi da liberale e di trovare molti consensi nell’opinione pubblica. Qui sta il pericolo da esorcizzare. Salvini non deve passare per il liberale che non è. Dunque i liberali stiano in prima linea nel sostenere il primato della libertà civile contro il mondialismo.