Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona

In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile?

Le tasse sono aumentate, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più.

La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato?

No, non ha funzionato. Ha provocato più poveri, meno imprese, più disoccupazione, più debito pubblico, per oltre 400 miliardi.

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; strutturale, cioè stabile, non una tantum, che permette una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro.

 

Ridurre la spesa pubblica corrente e nel contempo riqualificarla, per indirizzarla verso la spesa per infrastrutture e ricerca.

La spesa investimenti in infrastrutture di base (reti stradali, ferroviarie, digitali, di telecomunicazioni, oleodotti, ponti, dighe, centrali energetiche) necessarie all’esercizio delle attività imprenditoriali e dei cittadini è in grado do produrre PIL.

Gran parte degli studi in materia riportano una relazione positiva e statisticamente significativa fra infrastrutture e crescita economica. In Giappone è proprio la spesa pubblica dedicata in gran parte agli investimenti per infrastrutture e ricerca che permette di avere il terzo PIL del mondo.

L’Italia è ultima per produttività del lavoro negli ultimi 20 anni, la produttività totale dal 1995 al 2015, è diminuita ad un tasso medio annuo dello 0,1%:  la produttività rappresenta il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione, tipicamente capitale e lavoro. quindi a parità di ore lavorate e di loro costo (input) o si aumenta la quantità di beni o servizi (output) oppure a parità di produzione (output) si diminuisce il costo del lavoro, sia come ore lavorate che come costo delle stesse (input).

È questo il grande problema italiano: cosa fare per aumentare la produttività?

Attraverso l’innovazione di processo, ottenuto attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che permette di fare di più con lo stesso numero di ore, è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l’innovazione di prodotto, generando per l’impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l’impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione.

L’insufficiente investimento italiano in R&S è dimostrato dalla modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8% circa contro il 45% circa della Germania, il 18% della Francia, il 14% del Regno Unito.

Nel lungo periodo è la produttività del lavoro: ogni individuo può acquistare tanti più beni e servizi quanto più è grande la sua capacità di essere produttivo.”

 

 

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