Postumano? Umano troppo umano

Da qualche tempo uno dei nuovi e più interessanti argomenti del dibattito filosofico, direi soprattutto di quello specialistico, concerne il tema del “postumano”. Si tratta ovviamente di una tematica ampia che include, in maniera più o meno controversa, una galassia di correnti di pensiero, idee, autori, di diversa qualità scientifica e spessore teoretico.

Fare un po’ di ordine e ridurre tutto, come si sarebbe detto un tempo, a concetto, diventa sempre più ineludibile. E averci provato è il merito principale di un volume recente di Antonio Allegra, che insegna Storia della filosofia presso l’Università per stranieri di Perugia, e che ci farà da traccia in questa rapida escursione: Visioni transumane. Tecnica, salvezza, ideologia, Orthotes, Napoli-Salerno 2017, pagine 156, euro 17.

Il transumanismo

In verità, Allegra si occupa di una specifica variante del postumanesimo, la più radicale: il transumanismo. Ma per farlo, in un terreno i cui confini sono labili, non può non occuparsi dell’intero movimento di pensiero (e anche di azione, visto che i transumanisti soprattutto sono organizzati a livello mondiale in club e associazioni che hanno il preciso compito di diffondere e praticare le loro idee).

“Mentre postumanesimo (e postumanistico) in senso ampio include tutte le divergenze e le differenti impostazioni, postumanismo (e postumanista) indica la visione di un uomo destinato ad ibridarsi e trasformarsi. Nessun confine, tantomeno nessun annuncio di superiorità o normatività, è legittimo, né quello interno alla biologia, tra uomini e altri animali, né quello con l’ampio mondo delle macchine che sempre più innestiamo nei nostri corpi. Transumanesimo dal canto suo, individua invece una prospettiva di superamento e trascendimento del limite, un congedarsi dall’uomo più verso un ‘altro’ che un ‘dopo’.

Grazie ai mezzi di una tecnologia che starebbe per compiere esponenzialmente accelerati, siamo in grado di realizzare alcuni sogni inveterati dell’umanità: potenziamento sensoriale e mentale, serenità o beatitudine più o meno indotta, perfetta salute, prolungamento dell’esistenza -infine e, riassuntivamente, immortalità”.

Ora, che questo accenno ad una ulteriorità sia un fatto del tutto nuovo nella storia del pensiero umano è tutto da dimostrare, così come è da vedere se la pretesa di superare l’umano sia effettivamente tale. Ma di questi problemi, Allegra è ben consapevole.

È indubbio tuttavia che solo oggi, grazie alle scoperte scientifico-tecniche, immaginare un universo non più umano non è solo e semplicemente un’utopia: interventi neuronali sullo stato della coscienza, programmazione della riproduzione, “miglioramento” della specie attraverso la “selezione” genetica, interventi riparatori persino delle cellule interne attraverso le cosiddette nanotecnologie, aumento della vita media, interazione con protesi fra uomo e macchine  e con dati informatici fra mente e computer, sono tutti risultati a portata di mano,  punti di approdo di un percorso che sembra già largamente intrapreso.

 

Dove fermarci? Ed è possibile farlo? Ed è giusto?

Sono le domande etiche che ci si pone, ma che i transumanisti si evitano quasi di considerare. O, meglio, danno per scontata la loro risoluzione in senso positivo. Le considerano infatti domande legate proprio ad una condizione, quella umana, che in questo caso si vuole semplicemente oltrepassare. Già questo elemento dovrebbe però porci in guardia sulle criticità del postumano da un punto di vista filosofico (di solito la filosofia vuole comprendere, non giudicare).

Qui il momento teoretico, quello assiologico, il prescrittivo, e persino il pratico diretto, sono intrecciati in maniera così stretta che il postumano è sempre sul punto di diventare un’ideologia.

Questa linea in verità lo oltrepassa spesso, e, di conseguenza, altrettanto spesso, non si preoccupa di essere scientificamente rigoroso, unendo in un sinolo inestricabile concettualità e fantasia, ragionamento e “narrazione” anche fantascientifica (e vero è che la fantascienza, in alcune sue punte, si pone oggi, quanto meno, problemi che la filosofia quasi più non si pone).

Di quale ideologia poi si tratti, fatta la tara delle avveniristiche visioni, non è difficile  immaginare: nientemeno che quella del Progresso. La quale ci catapulta di un colpo in piena modernità, nell’illuminismo.

L’umanismo, scacciato dalla finestra, sembra rientrare per la porta. Molto interessante del libro di Allegra è, perciò, non solo il primo capitolo, in cui vengono passate al vaglio le idee dei transumanisti (in primo luogo quelle del filosofo svedese Nick Bostrom), ma anche il secondo in cui ci viene dato un abbozzo di genesi storico-ideale.

In primo luogo, troviamo il progetto tecnocratico di Francesco Bacone, che della modernità è sicuramente uno dei padri riconosciuti, il quale nella Nuova Atlantide, dà già una misura, seppur costruendo un’utopia, di cosa il progetto prometeico moderno di conquista e soggiogamento della natura finisce per comportare.

Ma l’utopia più immaginifica è quella delineata, in piena Rivoluzione francese, dal marchese di Condorcet, il quale in qualche modo già immagina un uomo che si è liberato da ogni vincolo e “superstizione” e, con libertà assoluta, governa se stesso e il mondo in una dimensione di paradisiaca felicità e uguaglianza coi suoi simili.

Il filone dell’utopia, che accompagna la modernità, non ne è una derivazione spuria, bensì il piano che permette di vederne in controluce le direttrici essenziali. Nei fatti, il processo subisce un rallentamento nell’Ottocento col romanticismo, col suo culto del passato e della tradizione, e con il riprendere fiato, poi anche nel Novecento, delle correnti “spiritualistiche” e in vario senso umanistiche.

Ma in verità, esso non si interrompe mai, né ovviamente da un punto di vista pratico, né da quello teorico.

Sempre più il progetto di dominio e controllo della natura e del limite, in cui consiste la modernità, si propone di soggiogare non solo e non tanto la natura in genere, ma nello specifico la natura umana: sia nel senso biologico, ad esempio con il trionfo del darwinismo e di una certa lettura delle opere di Nietzsche (teorizzatore come è noto di un “oltreuomo” a cui l’umanità come corda tesa tenderebbe); sia, soprattutto, nel senso politico-sociale, con il mito dell’Uomo Nuovo che ha accompagnato le ideologie politiche otto-novecentesche e che è sfociato come è noto in immani tragedie (le quali non hanno origine tanto nel “romanticismo politico” come si crede ma in primo luogo nella mentalità illuministico-radicale).

Lo stesso tema dell’immortalità, come ci mostra in pagine suggestive il libro di Allegra, è stato coltivato da ristrettissimi ma non ininfluenti circoli scientifico-politici che hanno operato nel cuore stesso, ad esempio, della rivoluzione sovietica (con l’avallo fra l’altro dello stesso Lenin che creò addirittura una “commissione sull’immortalità”, delle cui vicende ci ha parlato qualche anno fa il filosofo John Gray in un libro inglese mai pubblicato in italiano).

D’altronde, se la natura, con i limiti che ci impone, va soggiogata, perché il limite non sopprimerlo proprio? Anche se poi un pensiero criticamente avvertito dovrebbe porsi la domanda se con il limite non scomparirebbe la stessa libertà umana. In sostanza, autonomia e autodeterminazione dell’uomo sono gli assi portanti di questa ideologia.

Ma, guarda caso, lo sono della stessa modernità.

Oggi, dopo la caduta dei mitologemi politici, con i progressi e l’integrazione delle scienza (dall’informatica alla biologia alla nanomeccatronica), è chiaro che il progetto razionalistico si reindirizzi sulla vita stessa.

Ma sempre del razionalismo si tratta. Ciò che è in predicato è non la trasformazione e il potenziamento di ciò che è umano, ma la trasformazione dell’essenza stessa della natura umana, come fu evidente nella polemica sulla cosiddetta “eugenetica liberale” fra i filosofi tedeschi Jurgen Habermas e Peter Sloterdijk, che scoppiò nel 1999 e di cui pure Allegra ampiamente tratta. Il fatto è che la natura umana viene pensata, concepita, valutata, quasi inconsapevolmente, anche da chi vorrebbe oltrepassarla, con categorie e in un ordine di discorso ancora “umani, troppo umani”.

D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Si può trascendere un sistema concettuale e vitale di cui si è parte? Si puà argomentare di ciò che è oltre il limite stando nel limite? Una dose di buono e sano idealismo, una filosofia non di moda purtroppo, non farebbe male!

Se si coglie questo punto speculativo cruciale, certamente in un’ottica non ingenua, tutte le questioni etico-filosofiche classiche ricompaiono: la libertà e i suoi limiti, la responsabilità, l’eterogenesi dei fini, la non predeterminabilità e controllabilità di tutte le nostre azioni, la necessità di preservare l’umano nella sua impurità e imperfezione, la consustanzialità ontologica della morte alla dimensione umana (anche se conquistassimo l’immortalità non ne potrremmo mai godere, almeno non in senso umano, perché il godere la vita si dà solo a partire dalla possibilità della morte).

A me sembra, in sostanza, che ciò che più radicalmente entri in gioco in queste utopie scientifico-filosofiche sia l’incapacità di fare fino in fondo i conti con la conflittualità: l’uomo è sì una corda tesa, ma nel senso che esistiamo nella condizione della tragicità, dell’inconciliabilità degli opposti che ci definiscono.

A partire dalla diade vita-morte. La sola vita, così come la sola morte, è il “nulla assoluto” della tradizione mistica (che giustamente Allegra richiama nella sua ricostruzione genetica del transumanismo).

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