Se l’Europa è afflitta da «un male spirituale»

Quanto spesso sentiamo dire che il nostro Continente e, in generale, l’Occidente, è in crisi? Quali sono i suoi fondamenti spirituali? E quali le cause di un siffatto pessimismo? Un agile ma godibilissimo volumetto è quello che fa al caso di chi vuole capire – o semplicemente riscoprire – i gangli (in disfacimento) dell’intelaiatura morale che caratterizza l’uomo europeo. Si tratta di L’anima greca e cristiana dell’Europa edito per i tipi de “La Scuola” di Brescia. L’autore, Dario Antiseri, è una di quelle guide a cui un giovane liberale, come chi scrive, deve moltissimo. L’epistemologo, attraverso copiosi riferimenti che spaziano da Croce a De Madariaga, da T.S Eliot a de Reynold, da Ortega y Gasset fino a Popper, per citarne solo alcuni, delinea in modo chiaro e inequivocabile la natura dell’uomo che nasce e si sviluppa in Europa, e i rischi che l’Europa sta correndo con lo smarrimento di tale figura.

È in questo spazio, infatti, che s’incontrano il messaggio cristiano e quello greco.

Il primo, per mezzo del quale «tutti gli individui sono dichiarati sacri» (De Madariaga), fa sì che per l’uomo non esistano assoluti terreni, giacché, come ricorda il Nostro, «per il Cristiano solo Dio è il Signore, l’Assoluto». In tal modo, il cristiano relativizza il potere politico, in quanto non può idolatrare alcuna creazione umana, e diventa padrone della propria coscienza. Con le parole di Croce, «il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto»; in modo analogo T.S Eliot, secondo cui «se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie» .

Il messaggio greco, che ci perviene in primis dai Presocratici, è quello della tradizione della discussione critica e, dunque, pluralistica. In altre parole, esso consente il passaggio da una società chiusa, impermeabile a caratterizzata da un pensiero magico-sacrale, ammantato di dogmatismo e manicheismo, a una società aperta in cui ciascuno è chiamato a «prendere decisioni personali» (Popper) attraverso l’utilizzo della propria ragione. Perché? Perché l’individuo da oggetto agito diventa soggetto agente, da strumento in balia di forze magiche e oscuramente superiori diviene sostanza prima non più considerata in senso quantitativo, bensì valorizzata in senso qualitativo.  Così, «cristiana nella sua volontà», poiché lascia libertà di azione a individui unici e irripetibili, posti su un piano di eguaglianza, essendo parimenti tutti figli di Dio, «l’Europa è socratica nella sua mente» (De Madariaga), ovvero si serve di una ragione, per dirla con Ortega y Gasset, che è «titubanza, vacillamento, dubbio, di fronte alla tastiera delle molteplici possibilità del pensiero».

Pertanto, i tratti di quella che, sempre con De Madariaga, possiamo definire «una scoperta europea – se non un’invenzione europea», cioè a dire l’homo liberalis, è una creatura tanto grandiosa, quanto delicata, la quale rischia di morire per stanchezza. Una stanchezza che è dovuta, soprattutto, all’insipienza di molti contemporanei avvezzi ad abbracciare un multiculturalismo anodino e senza volto, al quale ci si prostra senza sapere chi si è e da dove si viene. Tuttavia, come osserva Sergio Belardinelli, «non è facendoci “nessuno” che si favorisce l’incontro e il dialogo tra culture differenti e spesso ostili». In altre parole, non è coltivando, come dice Beck, «la virtù della mancanza di orientamento» che si può venir fuori dalle secche in cui al momento ci troviamo. Bensì, ancora con Belardinelli, è solo riscoprendo il fatto che «la forza della nostra cultura sta tutta nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è “altro”, senza perdere la consapevolezza di ciò che si è; nella capacità di tendersi il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione», è solo attraverso il rilancio dell’identità europea, quindi, che si può dissipare il brumoso presente in cui siamo immersi. Perché l’Europa è, come si è già detto, un patrimonio culturale straordinariamente prezioso che va preservato tanto dai tentativi di creare mostri burocratici e sempre più centralizzati in seno al Continente, quanto dalle tendenze sovraniste e stataliste oggi assai potenti, miranti, tra l’altro, alla chiusura dei commerci, «forse la causa più potente della dissoluzione della società chiusa» (Popper).

Afflitta da «un male spirituale», l’Europa sta perdendo, attraverso le derive di cui sopra, il suo tratto peculiare, ovvero «il contrasto, l’opposizione, la diversità, la complessità» (de Reynold). Per dirla con Popper, «l’unità dell’Occidente su un’unica idea, su un’unica fede, su un’unica religione, sarebbe la fine dell’Occidente, la nostra capitolazione, il nostro assoggettamento incondizionato all’idea totalitaria», giacché è sulle differenze che ha costruito il proprio essere. È dall’impasto dell’idea cristiana di individui ciascuno dotato di una propria unicità indisponibile alla coartazione di chicchessia e dall’idea greca di individui sviluppanti un proprio pensiero razionale che scaturisce la singolarità dell’uomo europeo.

Un uomo consapevole dei propri limiti, conscio quindi della propria e altrui fallibilità, che non sovraccarica la propria ragione di poteri di cui, non essendo un essere divino, è scevro. Un uomo, perciò, che sa di sapere poco e che rifugge la perfezione, poiché non è di questo mondo. Un uomo, infine, che, se da un lato, attraverso la discussione critica ispirata dai greci, ovvero mediante la filosofia, cerca di conoscere se stesso e migliorarsi, al fine di «operare alla luce del giorno e non, paurosamente, nell’ombra» (Berlin); dall’altro, ripone il senso della vita non in un assoluto creato dall’uomo – sia esso lo Stato o una dottrina politica, come può essere il marxismo: si ricordino le parole di Lenin, secondo cui «la dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta» (sic!) –, ma nell’unico Assoluto, ovvero Dio, che «è senso del mondo» (Wittgenstein), giacché il rischio, come disse Rosmini, è che «chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile».

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