La selezione? È importante anche per i carabinieri

È una storia dai contorni sempre più chiari e sempre più triste quella che emerge dalle indagini sullo stupro consumato a Firenze da due carabinieri ai danni di due studentesse americane. È un episodio che, alla gravità estrema che è propria di ogni violenza sessuale, unisce una dimensione pubblica che non è irrilevante.

E anzi ha un valore che simbolicamente può trascendere il singolo episodio, minando la stessa credibilità e autorevolezza dello Stato e delle sue forze dell’ordine.

E ciò succede proprio nel momento in cui queste ultime sono sotto il tiro del “cretino collettino di sinistra”, per parafrasare Sergio Ricossa. Costui ultimamente, ad esempio in seguito ad episodi come quello dello sgombero forzato di uno stabile illegalmente occupato a Roma, non ha esitato a rispolverare tutto l’armamentario classico del sessantottismo d’antan.

A cominciare dallo slogan: “poliziotti fascisti”.

D’altro canto, lo stesso Gino Strada, per manifestare la sua opposizione alla recente politica del governo sull’immigrazione, non aveva trovato di meglio, nei giorni scorsi, che definire, con intento spregiativo, uno “sbirro” il ministro dell’interno Marco Minniti.

Quasi che non fossero proprio gli “sbirri” a darci sicurezza, a proteggere la nostra vita e a garantire in ultima istanza le nostre stesse libertà. Ma tant’ è!

Questo è il mainstream culturale italiano, l’ideologia politica ancora dominante. Proprio per questo, proprio cioè per non dare adito a revanscismi essi si “fascisti”, è necessario che ora i vertici dell’Arma dei carabinieri procedano con la massima fermezza alla condanna e radiazione dal loro corpo dei due rei.

Mai come in questo momento, in cui alle forze dell’ordine è richiesto un surplus di sforzi per difendere la nostra sicurezza, quei vertici possono mostrare la minima debolezza.

Se critichiamo il “doppiopesismo” con cui alcuni giornali e intellettuali à la page affrontano gli episodi di violenza di cui sono vittime le donne a seconda dell’origine, autoctona o meno, dello stupratore, tendendo a minimizzare per un malinteso “buonismo” le malefatte dei non italiani, a maggior ragione non dobbiamo mostrare titubanze o timidezza nel condannare un episodio come questo di Firenze.

Casomai perché crediamo in questo modo di salvaguardare l’immagine spesso calpestata delle forze dell’ordine.

Questa immagine la si salvaguardia invece nel modo opposto. Anche le forze dell’ordine devono oggi lavorare sulla comunicazione, ma ciò significa che devono essere consapevoli del fatto che a esse non è dato commettere anche un solo errore perché nulla è perdonato.

Certo, questo non deve significare accondiscendere o strizzare l’occhio al senso comune, come pure è successo in alcune interviste concesse recentemente dai loro vertici, i quali a mio avviso dovrebbero difendere i propri sottoposti con più decisione quando sono ataccati in modo demagogico e velleitario.

Ad esempio, certe “durezze verbali” usate nelle manifestazioni di piazza sono chiaramente contestuali e vanno lette nell’ottica di una pressione provocata ad arte dei “professionisti della contestazione”.

Non è il caso dei fatti di Firenze, che richiamano non solo la responsabilità morale di chi indossa una divisa ma anche, più in generale, la questione delle modalità di selezione e reclutamento in seno alle forze armate. A queste modalità va prestata la massima attenzione e una cura ancora maggiore, se possibile, di quella pure alta attuale.

Vanno immessi nei ruoli solo individui che, oltre ad avere le qualità specifiche, abbiano un’alta senso etico e dello Stato. Nessuno come chi indossa la divisa deve avere queste qualità.

Bisogna che i vertici abbiano il coraggio di dire a chiare lettere che, nel caso di Firenze, la selezione non ha funzionato: i due carabinieri si sono dimostrati indegni e clamorosamente non all’altezza del lor ruolo e della loro funzione.

E ciò non solo in virtù del grave reato consumato, e non solo perché quel reato è stato addirittura consumato in servizio, ma anche per la scandalosa “giustificazione” che uno di loro, reo confesso, ha addotto. Come si può infatti parlare di rapporto “consenziente” se le studentesse americane erano in stato di ebbrezza da alcol e forse anche sotto effetto di droghe?

Compiti sempre più delicati e gravosi attendono le forze dell’ordine nel nostro tempo. Esse potranno essere affrontate solo agendo in modo di far restare questo episodio una odiosa eccezione nella normalità di un corpo complessivamente sano.

La credibilità e autorevolezza delle forze armate non riguarda solo loro, ma il bene di tutti noi.

Francesca Marino e Corrado Ocone

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