Turchia, la deriva autoritaria

La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti – 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di intelligence, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.

La Turchia non è l’unica a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco Doğan Akhanli, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il PKK, temono la longa manus di Erdoğan.

Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’Islam e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’establishment, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un soft power.

Nei Balcani e in Asia centrale, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle élite di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.

Dai primi anni del duemila, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdoğan, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di Erdoğan, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di Barack Obama.

L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  La Germania ha avviato discussioni riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.

Il referendum che ha modificato la costituzione, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” – nelle parole di Erdoğan all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.

Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di Erdoğan, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un impasse politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.

L’occupazione di Afrin, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei foreign fighters in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.

Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi de facto nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.

Intanto ad Ankara prevale la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.

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