Ugo Spirito, Augusto Del Noce e la dissoluzione dei valori tradizionali

Non è dubbio che Augusto Del Noce e Ugo Spirito siano stati due fra i più profondi e originali pensatori italiani del Novecento. I loro percorsi, di pensiero e di vita, si incrociarono sul finire degli anni Sessanta, allorché si ritrovarono a Roma e iniziarono a frequentarsi con assiduità. Li legava un’amicizia fatta di stima intellettuale reciproca, tanto più vera quanto tutto, dal lato del pensiero, sembrava allontanarli: origini intellettuali e esiti delle loro riflessioni erano infatti quanto di più diverso si potesse immaginare.

Spirito, nato ad Arezzo nel 1896, si era formato alla scuola attualista di Giovanni Gentile e ne aveva svolto con coerenza i presupposti logici fino ad abbracciare una posizione positivistica radicale, meglio sarebbe dire comtiana, che solo a prima vista può sembrare quanto di più lontano impossibile dalle idee del maestro di Castelvetrano.

Molti ancora oggi infatti non colgono la radicalità del pensiero di Gentile, che non a caso aveva affascinato marxisti come Lenin e come Gramsci e che certo non può essere ridotta non dico alle sue posizioni politiche ma nemmeno all’esaltazione da lui compiuta (su basi mistiche più che razionali) dell’idea di nazione. In verità, in Gentile giunge a termini in qualche modo la filosofia dell’io e, come aveva argomentato anche Guido Calogero, la gnoseologia dell’età moderna: l’io si faceva tanto forte da implodere e la critica al platonismo, che è il leit motiv della modernità, dissolveva anche l’ultimo elemento di “trascendenza” presente nelle categorie crociane.

Come ha scritto Vittorio Mathieu, con indubbia efficacia, è uno strano idealismo quello di colui che pure viene ascritto alla corrente del “neoidealismo”: in esso scompaiono proprio le idee! L’esito, inutile dirlo, è quello del nichilismo o, elemento che ne rappresenta l’altra faccia, quello dello scientismo, della dissoluzione dei valori tradizionali nella mentalità scientistica, cioè nell’ideologia che fa della scienza moderna con la sua presunta “neutralità” il termine di valutazione e risposta ultima ai problemi umani.

In verità, a quest’ultimo stadio Spirito non arrivò mai, come non arrivò Comte, il cui positivismo ha poco da spartire con le filosofie analitiche e i neopositivismi attuali, che lo considerano ancora intriso di venature metafisiche (e in verità Comte una nuova metafisica voleva proprio creare). Soprattutto Comte non si pone mai contro i valori tradizionali, che anzi vuole in qualche modo “inverare” nel nuovo culto della scienza.

Lo stesso fa Spirito, che parla di “tramonto” e non di “eclissi” dei valori di un tempo: la scienza non è contro la conoscenza ma ne dà una visione più compiuta rispetto alla filosofia; le ideologie politiche al suo cospetto mostrano tutte la loro parzialità; non è contro la morale, ma la rende più universalistica e meno legata alle contingenze storico-geografiche; non nega lo spirito religioso, ma lo depura dai “miti” in cui si è incarnato nelle religioni positive; ecc. I vecchi valori per lui “tramontano” proprio perché si realizzano definitivamente nella mentalità scientifica.

Queste tesi, Spirito le sintetizza magistralmente, con la chiarezza e l’efficacia che è propria dei grandi, in un breve saggio che esce nel 1969, prima sul periodico “I futuribili” e poi, in due parti, sulla rivista “L’Europa”, di cui Del Noce era collaboratore. Proprio perché le idee del saggio erano specularmente antitetiche alle sue, il filosofo cattolico, che era nato a Pistoia nel 1910, ritenne di intervenire mettendo per iscritto le sue obiezioni, più che alle singole idee, però, direi all’impostazione generale di pensiero di Spirito, articolando a sua volta le mille pieghe del suo pensiero che proprio come un’interpretazione filosofica della modernità si presenta.

Per Del Noce, i valori tradizionali si sono “eclissati”, cioè sono scomparsi dall’orizzonte umano, ma non sono “tramontati”, nel senso che non sono sati “superati”, seppur nel senso hegeliano, da valori superiori. Chi solo pensa che questo potesse avvenire è nel torto: i valori tradizionali sono immortali, eterni, necessari: se tali non fossero, semplicemente non sarebbero valori. Nel loro eclissarsi essi hanno dato spazio alla scienza, ma non è stato il pensiero scientifico che li ha messi da parte, li ha fatti “tramontare”, come vorrebbe l’interlocutore.

Anche se il testo di Del Noce è molto più lungo di quello di Spirito, e si slarga fino a toccare argomenti che sembrano (a torto) laterali rispetto al nucleo centrale del ragionamento di Spirito, l’editore Rusconi decise nel 1971 di pubblicarli a doppia firma in un volumetto che fu, anche per il tema trattato, un vero e proprio successo editoriale, con più edizioni in pochi mesi.

A distanza di quasi cinquant’anni, l’opera viene ora ripubblicata dall’editore torinese Nino Aragno, il quale sta offrendo in questi anni alle lettere italiane testi di vero spessore e di non effimera cultura: Augusto Del Noce – Ugo Spirito, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, prefazione di Francesco Perfetti, pagine 264, euro 20.

Il primo elemento da considerare è che i saggi sono stati scritti nel pieno della contestazione studentesca, che Spirito considerava un momento di passaggio non ancora del tutto consapevole ai valori più maturi della nuova società unificata dalla scienza e che Del Noce (pur con qualche ambiguità) riconduceva alla radicalizzazione delle linee di fondo della modernità da lui contestata.

Per Spirito, infatti, la scienza realizzava proprio quel processo di unificazione del mondo a cui invano l’umanità aveva precedentemente teso attraverso le religioni e quelle religioni secolari che erano le ideologie politiche. Essa ponendosi su un terreno di neutralità, esaltava i valori e gli ideali comuni a tutti gli uomini e rendeva uno il mondo attraverso uno sfondo culturale prima ancora che con le sue realizzazioni pratiche (quelle che si sarebbero poi ascritte alla cosiddetta “globalizzazione”). La scienza, proprio per questa sua capacità unificante, era perciò una metafisica, l’ultima e definitiva. Nonché l’approdo della modernità.

Metafisica la modernità, insieme alla mentalità scientifica come una delle sue conseguenze, era anche per Del Noce, ma in un senso più profondo e radicale. Con esso anche chi non condivide la pars construens di “restaurazione cattolica” del suo pensiero non può non fare i conti se non vuole consegnarsi a un pensiero inessenziale.

L’epoca moderna, che lo studioso cattolico concepisce come l’epoca dell’ateismo trionfante, cioè proprio della messa a parte dei valori tradizionali e del Dio della tradizione cattolica, parte infatti da presupposti di pensiero infondati, assunti fideisticamente, e per giunta nemmeno riconosciuti come tali. Essa, in nome di un’evidenza che non è tale, non contesta i valori tradizionali ma semplicemente se ne infischia, li considera irrilevanti e nutre verso di essi indifferenza. In nome della tolleranza e della “vita come ricerca”, per ricalcare un’espressione che connota il “problematicismo” di Ugo Spirito, determina a priori un campo di gioco che taglia alla radice ogni possibilità di critica o messa in discussione.

In verità, questo processo si è realizzato attraverso vari passaggi, tutti volti ad eliminare ogni possibile trascendenza dall’orizzonte umano. Il tutto è stato visto alla luce, più o meno consapevole, dell’idea di Progresso, cioè dalla liberazione da ogni sorta di vincolo. È in effetti la mentalità progressista, sconosciuta agli antichi, che è alla base del pensare dei moderni: essa si è andata sempre più allargando fino a diventare il senso comune, un’idea irriflessa che compromette alla base, senza appunto che se ne abbia necessariamente coscienza, la possibilità di comprensione e ragionamento.

Il moderno non può perciò non vivere che sull’idea della novità sempre e ad ogni costo, dell’oltrepassamento di sempre nuove frontiere, di sempre nuove conquiste e di una costante eliminazione di ogni possibile trascendenza. Essa però dimentica che la prima trascendenza è proprio questa assunzione. Il marxismo, da due secoli a questa parte, ha rappresentato il termine di paragone con cui si sono misurate tutte le altre concezioni e tutte le prassi.

Esso ha infatti realizzato quell’unione di teoria e prassi che è il fine vero della modernità ed ha semplicemente secolarizzato la trascendenza divina. Al filosofo, all’uomo di contemplazione, si è sostituito il rivoluzionario. Ma il fine a cui tendeva la modernità era anche quello di eliminare la trascendenza immanente: la figura dello scienziato che, unifica teoria e prassi in nome di una indiscutibile (e perciò presunta) “oggettività”, che tutto appiattisce sui valori della quantità, è l’ultimo stadio del processo. Uno stadio che si è dispiegato soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale: “la mia idea è che il passaggio dalla rivoluzione politica alla rivoluzione scientifica segna l’ultimo momento obbligato e dissolutivo dell’epoca dell’homo progressivus, che per stessa è, data l’eterogenesi dei fini, dissolutiva”.

L’Occidente, da questo punto di vista, ha vinto la “guerra fredda” perché è stato più radicale dell’Oriente marxista nel corrispondere all’essenza dissolutiva della modernità: l’ateismo di massa e l’edonismo asociale e utilitaristico che spezza le catene della tradizione (la “rivoluzione sessuale” e “libertina” è più radicale per Del Noce di quella “classe”). Memorabili, fra gli altri, gli strali lanciati dal pensatore cattolico contro il “modernismo” e la Chiesa del Concilio: “la prima condizione perché l’eclissi abbia termine è che che la Chiesa riprenda la sua funzione che non è di adeguarsi al mondo, ma di contestarlo”.

I valori tradizionali si sono dissolti sia per Spirito sia per Del Noce, ma l’ “eclissi”, al contrario del “tramonto”, lascia una speranza a che possano ritornare. La concezione della storia di Del Noce è, al contrario delle apparenze, più aperta al nuovo e al possibile di quella di Spirito.

Una curiosità destinata a restare tale è capire cosa questi due giganti della filosofia nazionale (morti a Roma a dieci anni di distanza; Spirito nel 1979 e Del Noce nel 1989) avrebbero oggi pensato, ognuno dal suo punto di vista, della nuova situazione del mondo, ove la capacità unificante della scienza è messa in discussione, seppure in modo rozzo, e ove i nazionalismi si sono presi una rivincita contro l’universalismo cosmopolita. Una ragione in più per pensare con la nostra testa, sulla scia dei grandi.

 

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