I want my money back

Con soli quattordici voti di differenza il nuovo gabinetto monocolore May ha ottenuto il via libera dalla Camera dei Comuni al Queen’s Speech, il tradizionale discorso d’apertura del parlamento britannico che ha il compito di tracciare il programma di governo di Sua Maestà per i prossimi anni.

Non certo un successo per la premier britannica costretta non solo a negoziare un onerosissimo negoziato con gli unionisti dell’Ulster dalla cifra monstre da un miliardo di sterline in cambio di una risicatissima maggioranza ma anche a smentire sostanzialmente tutta l’agenda di governo annunciata in campagna elettorale.

Nonostante la leader avesse imprudentemente riesumato per la campagna elettorale tutte le frasi di maggior successo del suo predecessore Margaret Thatcher, compreso quel “The lady’s not for turning” che fece la storia della comunicazione politica degli anni ’80, stavolta, il noto pragmatismo inglese ha dovuto, giocoforza, prendere il sopravvento rispetto alla volontà di andare avanti con la linea precdentemente auspicata della hard Brexit.

Non è un mistero come la stessa premier non scommetta un centesimo sulla sua permanenza a Downing street: troppo risicato il consenso, troppo diviso il partito conservatore per poter sperare in un accordo solido con gli unionisti, troppo forte il vento in poppa dello sconfitto ma, allo stesso tempo, vincente Corbyn ora corteggiato dalle decadenti sinistre europee in costante ricerca di una figura politica a cui ispirarsi per uscire fuori dall’angolo dell’irrilevanza nel quale, da tempo, sembrano cadute.

Cosa ne sarà di questa Brexit, in effetti, appare ancora un mistero. Finita in soffitta la strategia di un braccio di ferro con l’Europa, a Bruxelles, dopo il successo di Macron e l’arretramento progressivo delle forze politiche più marcatamente anticomunitarie, in poco meno di un anno dal referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, i rapporti di forza tra governo britannico e Commissione Europa sembrano essersi capovolti.

La riprova la recente apertura (con rassicurazione) della May sui diritti after-Brexit dei cittadini comunitari che vivono e lavorano sul suolo britannico un po’ a sorpresa giudicata “insufficiente” da Junker. Una risposta che ha gelato il governo conservatore, sicuro che con queste intenzioni si sarebbero ammorbidite le pretese di Bruxelles.

Niente da fare. A non tornare indietro, stavolta, è l’Europa che anzi sembra sbertucciare, essa stessa, gli storici aforismi thatcheriani: il nodo è, ancora una volta, quello economico e finanziario.

A distanza di circa trent’anni quel “I want my money back”, altro storico cavallo di battaglia della thatcher-economics, sembra fatalmente riecheggiare non più nella gotica Westminster ma nella moderna e baldanzosa sede delle istituzioni europee costrette, loro malgrado, ad occuparsi e a scongiurare un muro di Berlino 2.0 le cui conseguenze politiche ma soprattutto sociali sono ancora da valutare.

 

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