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	<title>Afghanistan Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Afghanistan Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Aggiornamenti dalla Corte Penale Internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 21:51:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sull’attività della Corte Penale Internazionale in Ucraina, numerosi sono gli sviluppi sulle altre, numerose, situazioni – per usare il termine tecnico che si ritrova nello Statuto di Roma, istitutivo della Corte, per dipingere gli scenari concreti all’interno dei quali la Corte stessa è chiamata ad esercitare la sua giurisdizione – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="entry-content">
<p>Mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sull’attività della Corte Penale Internazionale in Ucraina, numerosi sono gli sviluppi sulle altre, numerose, situazioni – per usare il termine tecnico che si ritrova nello Statuto di Roma, istitutivo della Corte, per dipingere gli scenari concreti all’interno dei quali la Corte stessa è chiamata ad esercitare la sua giurisdizione – nelle quali dall’organo della giustizia internazionale sono già state aperte indagini, sia preliminari che formali, o è stato dato inizio ai procedimenti a carico dei responsabili.</p>
<p>Il 31 ottobre, infatti, la Camera Preliminare ha autorizzato la riapertura delle indagini sulla situazione in Afghanistan, accogliendo la richiesta del Procuratore che lamentava l’ineffettività dei procedimenti in corso avanti le autorità giudiziari locali per i crimini internazionali che erano stati loro devoluti sulla base del principio di complementarietà che regola l’azione della Corte Internazionale, chiamata a intervenire solo quando le autorità giudiziarie dello Stato ordinariamente competente non hanno capacità o volontà di perseguire i crimini internazionali.</p>
<p>Analoga richiesta il Procuratore ha indirizzato alla Camera Preliminare per riaprire le indagini sulla situazione in Venezuela, dopo che le stesse erano state provvisoriamente archiviate in seguito alla richiesta di tale Stato di condurle direttamente, attraverso le proprie autorità giudiziarie nazionali, senza giungere, però, a risultati sufficienti nell’ottica della persecuzione penale dei responsabili dei crimini internazionali commessi in tale contesto.</p>
<p>Anche in questo caso il Procuratore ha lamentato, infatti, come le azioni intraprese a livello nazionale non abbiano, allo stato, il necessario carattere di effettività ed ha, pertanto, richiesto di riavviare le indagini in sede internazionale.</p>
<p>Del 26 ottobre è, poi, il rapporto periodico delle attività svolte nel biennio 2021/2022 che la Corte Penale Internazionale, per mezzo del suo presidente Piotr Hofmanski, ha sottoposto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante i lavori della 77ma sessione, tuttora in corso, in ottemperanza all’Accordo di Collaborazione stipulato nel 2004 tra la Corte stessa e le Nazioni Unite e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il Presidente della Corte ha, tra l’altro, sottolineato, nel presentare il rapporto, che solo in tale periodo sono state circa 13.000 le vittime di crimini internazionali che hanno partecipato, in varie forme, ai procedimenti pendenti, nelle diverse fasi, avanti la Corte e riguardanti le situazioni in Congo, Uganda, Repubblica Centro Africana,Darfur, Kenia, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Georgia, Burundi, Afghanistan, Bangladesh e Myanmar, Palestina, Filippine, Venezuela e Ucraina e alle indagini preliminari in Nigeria e Guinea.</p>
<p>Poco prima era stato il Procuratore della Corte a sottoporre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il suo 35mo rapporto sulle attività svolte nella situazione in Darfur, che è stata deferita alla Corte nel 2005 proprio dal Consiglio di Sicurezza, confermando, tra l’altro, che nell’aprile del 2022 ha avuto inizio il primo dibattimento a carico di uno dei soggetti incolpati di crimini internazionali commessi in tale scenario.</p>
<p>Dati molto interessanti si ricavano dagli analoghi rapporti presentati dal Procuratore al Consiglio di Sicurezza in ordine alla situazione in Libia, rispettivamente il 23mo, del 28/04/2022, e il 24mo, molto recente, del 09/11/2022.</p>
<p>Il Procuratore ha evidenziato non solo un rinnovato impegno a perseguire i crimini internazionali commessi nello scenario libico e una modifica della strategia di indagine e di persecuzione penale, ma ha con chiarezza evidenziato come sia emersa una linea di indagine che collega chiaramente l’azione dei responsabili della tratta di migranti a crimini contro l’umanità di competenza della Corte per i quali sono stati identificati, in relazione alle violenze subite dalle vittime nei centri di detenzione, i presunti responsabili nei confronti dei quali sono già stati emessi alcuni ordini di custodia che potrebbero essere resi noti a breve, unitamente ad altri ordini emessi sulla base di successive richieste.</p>
<p>E’ probabile che gli elementi emergenti dai procedimenti in corso obbligheranno a nuove valutazioni politiche e giuridiche delle azioni che oggi caratterizzano la condotta degli Stati in uno scenario mediterraneo di migrazioni, destinato a ricevere una descrizione diversa da quella sino ad oggi prevalente, con una probabile rivalutazione degli strumenti normativi predisposti dalla Convenzione di Palermo contro il Crimine Organizzato e dai suoi Protocolli Aggiuntivi in materia di contrasto alla tratta e allo sfruttamento dei migranti che, in un’ottica coerente con quella dello Statuto di Roma, pone in evidenza un aspetto spesso trascurato della tutela dei diritti umani, quello della sicurezza delle persone e degli obblighi dello Stato di assicurarla, che il prof. Cherif Bassiouni, uno dei fondatori del diritto penale internazionale, tratteggiò dal punto di vista sistematico già nel 1982, in un intervento rimasto forse famoso solo per essere stato rilanciato, in quell’occasione, il brocardo “Aut Dedere aut Judicare” che, con il tempo, avrebbe sostituito in chiave garantista il noto ”Aut Dedere aut Punire” coniato da Grozio nel 1624 nel suo De Jure Belli ac Pacis, ma il cui contenuto, in realtà, ha consentito di porre le basi per comprendere sia l’importanza del ruolo delle vittime nei meccanismi, giudiziari e non, di protezione dei diritti umani, che la difficoltà della posizione degli Stati, chiamati a non ingerirsi nell’esercizio dei diritti umani individuali fondamentali e, nello stesso tempo, a proteggere la sicurezza di ciascun individuo affinché quei diritti possano essere effettivamente goduti in modo libero da interferenze di altri individui.</p>
<p>Il Procuratore, infine, ha sottolineato l’importanza del lavoro della squadra investigativa comune che indaga in Libia, composta da Europol e dalla polizia giudiziaria di Italia, Olanda, Inghilterra e Spagna, cui di recente ha formalmente aderito anche la squadra investigativa della Corte stessa, e ha lanciato un appello agli Stati per essere pronti ad esercitare la propria giurisdizione universale sui crimini internazionali, ricordando le recenti estradizioni ottenute, nell’ottobre 2022, in Olanda e in Italia a carico di due trafficanti somali di migranti etiopi.</p>
<p>Analogo appello era stato lanciato dal Presidente della Corte Penale Internazionale nel discorso di presentazione del rapporto delle attività della Corte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel quale il Presidente Hofmanski ha sottolineato come senza un significativo progresso dell’applicazione del principio di complementarietà – compreso l’esercizio in concreto della propria giurisdizione universale sui crimini internazionali e la formazione specifica di magistrati, avvocati e ufficiali di polizia giudiziaria – lo sforzo dell’organo giudiziario internazionale per la persecuzione penale e la repressione di crimini internazionali odiosi come il genocidio,i crimini contro l’umanità, il crimine di aggressione e i crimini di guerra è destinato a non raggiungere il proprio scopo di giusta punizione dei responsabili e di indispensabile deterrenza verso coloro che, confidando sull’impunità, avessero in programma l’esecuzione di analoghi crimini.</p>
<p>Un preciso monito che, tra gli altri, è certamente indirizzato anche all’Italia che, dopo oltre venti anni dall’entrata in vigore dello Statuto di Roma, non si è ancora dotata di un codice dei crimini internazionali, strumento indispensabile per il corretto e fluido esercizio della giurisdizione universale sui crimini internazionali da parte di ogni Stato.</p>
<p>Raccomandazione che l’Assemblea Generale ha prontamente recepito reiterando, nella risoluzione con la quale ha approvato il rapporto della Corte, l’invito agli Stati Parte dello Statuto di Roma ancora in ritardo a dotarsi al più presto di una normativa di esecuzione delle obbligazioni positive contenute nello strumento internazionale.</p>
<p>L’auspicio è, pertanto, che i lavori di redazione del codice dei crimini internazionali, commissionati dal Ministro della Giustizia in occasione dell’esplodere della guerra in Ucraina e consegnati dalla Commissione Ministeriale nel giugno 2022, possano quanto prima, dopo lo stop imposto dal termine anticipato della legislatura, essere portati dal nuovo Governo all’attenzione del Parlamento, mettendo la parola fine ad un lungo e imbarazzante ritardo nella completa esecuzione di uno strumento internazionale che non solo porta il nome di Statuto di Roma, città nella quale ha visto la luce, ma che la cronaca oggi porta all’attenzione del mondo in relazione a uno scenario mediterraneo del quale l’Italia ha profonda e interessata familiarità.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Europa: una sfida di leadership</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Aug 2021 13:53:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le vicende dell’Afghanistan rivelano l’inconsistenza del ruolo internazionale degli europei. Appare chiara la posizione parassitaria dell’Europa in ambito Nato, non venendo i singoli paesi nemmeno informati circa le decisioni strategiche degli Stati Uniti. In tale prospettiva risulta difficile anche definire gli obiettivi finali dell’alleanza atlantica: una comunità di difesa contro chi? Dopo la caduta dell’Unione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Le vicende dell’Afghanistan rivelano l’inconsistenza del ruolo internazionale degli europei. Appare chiara la posizione parassitaria dell’Europa in ambito Nato, non venendo i singoli paesi nemmeno informati circa le decisioni strategiche degli Stati Uniti. In tale prospettiva risulta difficile anche definire gli obiettivi finali dell’alleanza atlantica: una comunità di difesa contro chi? Dopo la caduta dell’Unione sovietica non si ravvisano potenziali aggressori; il fine dell’alleanza è forse quello di evitare che i suoi componenti, che vengono da secoli di guerre fratricide, si facciano guerra di nuovo tra di loro.</div>
<div>La crisi afghana deve essere l’occasione perché l’Europa trovi una propria identità sul piano della politica internazionale. È vero però che senza unità politica e difesa comune l’Europa non si può dare una politica estera; d’altronde portando l’Unione a 27 stati eterogenei, Prodi ha cancellato ogni futuro di unità politica che nasca dalla convergenza dei conseguenti contrastanti interessi. Sarebbe oggi di converso auspicabile un nocciolo duro di 4 o 5 stati che abdichino alla propria sovranità per creare un polo di attrazione attivo nel tempo per altre aggregazioni. Ci vorrebbero personaggi come Monnet, Adenauer e De Gasperi pronti a sacrificare gli interessi di partito per un progetto comune. Ma ci sono questi leader? Purtroppo la Germania perde la Merkel e Macron è in posizione precaria. Noi abbiamo Draghi, che ha avuto esitazioni nella gestione della pandemia, ma che ha un buon respiro internazionale. È personaggio ambizioso, capace di grandi disegni e potrebbe giocare un ruolo decisivo. Bisogna evitare che i nostri interessi di partito lo cristallizzino nella posizione di presidente della Repubblica e sperare che i nostri mediocri politici continuino ad avere necessità del suo apporto.</div>
<div>Fin da ora comunque, prospettando la necessità di discutere la situazione internazionale nell’ambito del G20 l’Italia ha dimostrato di comprendere come sia necessario trovare interlocutori nel mondo e non avversari. Senza uscire dalla Nato, già in quella sede una intesa politica italo-franco-tedesca potrebbe dialogare alla pari con l’alleato americano, proponendo soluzioni sulla via della pace, del rispetto delle autonomie dei diversi paesi e del contrasto al terrorismo che non siano di contrapposizione alle altre potenze mondiali, Cina, Russia e aggiungo India.</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
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		<title>Afghanistan: anche le &#8220;guerre buone&#8221; finiscono male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 15:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti i presidenti americani, dal 2001 a oggi, hanno inseguito il momento adatto per ritirarsi dall’Afghanistan, ossia quell’ineffabile punto di equilibrio fra l’intensità della guerra e la solidità del governo che permettesse un’evacuazione senza il rischio di un’ondata terroristica. Neppure uno è riuscito nell’intento e non per assenza di opportunità. Una miscela di fiducia sproporzionata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i presidenti americani, dal 2001 a oggi, hanno inseguito il momento adatto per ritirarsi dall’Afghanistan, ossia quell’ineffabile punto di equilibrio fra l’intensità della guerra e la solidità del governo che permettesse un’evacuazione senza il rischio di un’ondata terroristica. Neppure uno è riuscito nell’intento e non per assenza di opportunità.<br />
Una miscela di fiducia sproporzionata negli esiti militari, e una apprensione smisurata per eventuali ripercussioni in patria, non ha permesso di cogliere alcune occasioni che avrebbero potuto essere risolutive se non per la pace, almeno per un bilancio meno violento. Il conflitto in Afghanistan, con oltre diciotto anni, è il più lungo nella storia degli Stati Uniti. È costato mille miliardi di dollari, la vita di 2.300 soldati americani e lesioni di altri 20 mila. Almeno mezzo milione di agfhani, tra governativi, talebani e civili, sono morti o sono stati feriti. Malgrado il prezzo pagato, Kabul non è in grado di sopravvivere senza il sostegno di Washington.<br />
La “guerra buona”, in contrasto a quella in Iraq, venne sferrata da George W. Bush, in reazione all’attacco dell’11 settembre. Il regime talebano fu rovesciato, al Qaeda sparigliata, e venne istituito un esecutivo retto dal moderato Hamid Karzai. Per quattro anni, il paese si mantenne relativamente tranquillo. Nel 2004, venne approvata la costituzione, vennero indette elezioni democratiche e Karzai riuscì a catalizzare il consenso delle fazioni avverse. In piena narrativa del trionfo, Mullah Omar, lanciò dalla clandestinità un appello alla riorganizzazione e il rilancio dell’offensiva. Venne fondata la Shura di Quetta -città pachistana sede delle manovre talebane-, militanti vennero proscritti e addestrati, quadri si infiltrarono in Afghanistan. Gli Stati Uniti sottovalutarono il pericolo e non vennero presi sufficienti provvedimenti contro il Pakistan, da dove invece si riprofilava movimento.<br />
Per tre anni, dal 2006, i talebani avanzarono, sino a conquistare gran parte del sud e dell’est, e creare un governo parallelo. I terroristi si muovevano con libertà fra le basi in Afghanistan e quelle in Pakistan, ma in difesa di altri interessi geopolitici, quest’ultimo continuò a essere considerato un alleato. Gli Stati Uniti vennero assorbiti in scontri serrati, e nonostante la provata resilienza talebana, la strategia non cambiò e si continuò a puntare a una affermazione assoluta. Nel 2009, Barack Obama inviò rinforzi per quasi 100 mila soldati con un piano di ripiego entro il 2011. Durante il triennio successivo, fu ristabilito l’ordine nelle principali città, l’esercito regolare e la polizia vennero irrobustiti, e Osama bin Laden cadde in un’operativo speciale. Tuttavia, in questo periodo si registrarono le perdite maggiori in due decenni e gli Stati Uniti di Obama spesero per anno in Afghanistan oltre il 50 per cento dello stanziamento pubblico per l’educazione. In questa fase, Obama si concentrò sul controterrorismo, l’orientamento e la formazione delle milizie. Annunciò una nuova data per la smobilitazione totale entro il 2016, senza però fare i conti con la rilevanza degli aspetti psicologici della prolungata presenza americana, le sequele sociali del conflitto, e le frizioni fra le dimensioni tribali e di classe. Di fatto, nel 2015, l’esercito afghano, superiore in numeri e meglio preparato ed equipaggiato, perse una battaglia dietro l’altra. A Kunduz 500 talebani sconfissero 3 mila soldati, e a Helmand in 1.800 ne batterono 4.500. Nel 2016, il premier, Ashraf Ghani, era più debole del suo omologo di dieci anni addietro, e i talebani controllavano una porzione preponderante di territorio. Obama sospese le proprie decisioni.<br />
Quando Trump arriva alla Casa Bianca, nel 2017, l’Afghanistan si trova in pieno conflitto. Dapprincipio, approva un aumento di unità dell’esercito, ma alla ricerca di una via d’uscita, nel 2018, apre a negoziazioni con i talebani. Un tentativo realizzato fra il 2010 e il 2013 non prospera. Non si riescono a configurare i gruppi negoziatori, il Mullah Omar resta nascosto in Pakistan, e poi muore lasciando un vuoto nella controparte. Nel 2019, Trump giunge al punto più prossimo a un ritiro in vent’anni.<br />
Attraverso nove complicati colloqui, viene pattuito un cronogramma con i talebani e il cessate il fuoco, a cambio della loro partecipazione nelle negoziazioni con il governo afghano. L’annuncio del termine della guerra è previsto a Camp David nel mese di settembre, ma l’uccisione e il ferimento in Afghanistan di soldati americani fa sfumare l’unica vera possibilità di pace.<br />
All’insuccesso hanno contribuito tre fattori principali: la corruzione, l’influenza del Pakistan, e l’idea identitaria della resistenza. La mancata proattività americana nel rimuoverne i presupposti o contrarrestarne le conseguenze, e la loro evoluzione nel tempo, ha prodotto un accumulo di situazioni sfavorevoli.<br />
Il desvio di fondi pubblici, la confisca di terre di oppositori, l’assegnazione clientelare di posti statali, e l’abuso di azioni americane per eliminare nemici politici, hanno generato critiche e malcontento, e motivato l’insurgenza. Molte tribù, abbandonate a sé stesse, senza appoggio per risolvere problemi di ordine socioeconomico, o vessate da diatribe intertribali, che il governo ha nutrito invece di comporre, hanno finito per abbracciare la dottrina talebana, offrendo uomini e logistica. Gli effetti del ruolo del Pakistan, inoltre, sono stati sottostimati. Nel 2001, il presidente Pervez Musharraf aveva tagliato i ponti con i talebani, in risposta a un diktat dell’amministrazione Bush.<br />
Nondimeno, il timore che l’India stesse guadagnando terreno in Afghanistan, con i Tajiks – gruppo etnico reputato antipachistano – nella coalizione di Karzai, fece sì che, nel 2004, ritornasse alla condotta iniziale. Il Pakistan ha fornito ai talebani un porto franco, organizzato campi di esercitazioni e assistito la pianificazione bellica.<br />
La misura dell’onore nazionale e del valore individuale incarnati dai talebani, e radicati nella difesa della patria e della religione, hanno ispirato generazioni di combattenti volontari. Nel 2015, un’inchiesta tra funzionari di polizia di 11 province, condotta dall’Istituto Afghano di Studi Strategici, rivelò che l’11 per cento degli intervistati si fosse arruolato per fronteggiare i talebani. Il resto aspirava a un salario e non era motivato a morire per una causa. Questa asimmetria spiega il comportamento negativo delle forze di sicurezza afghane in determinate congiunture.<br />
Ci sono anche state disposizioni che avrebbero potuto essere diverse: il fiasco non era inevitabile.<br />
Circostanze vantaggiose si sono presentate fra il 2001 e il 2005, nel 2014 e nel 2011. Purtroppo, gli Stati Uniti non hanno intrapreso il cammino che avrebbe potuto evitare l’instabilità che è subentrata. L’esclusione dei talebani dall’accordo posteriore all’invasione è stato il primo errore a carico della squadra di Bush. Leader di rango tentarono di negoziare la pace nel dicembre del 2001, e si riavvicinarono fra il 2002 e il 2004, pronti ad abbandonare le armi, riconoscere Karzai come legittimo, a cambio di poter aderire al processo politico. In entrambi i casi, venne bandito qualsivoglia dialogo. Pur avendo precluso la conciliazione nazionale e lasciato ai talebani la lotta come sola opzione, la costruzione dell’esercito afghano fu lenta e insufficiente. La facilità con cui si diede l’occupazione nel 2001 aveva plasmato una percezione distorta di vittoria e gli Stati Uniti si concentrarono sull’Iraq. Nel 2006, erano stati approntati 26 mila soldati, e quando i talebani tornarono ad aggredire la disfatta fu inesorabile.<br />
La forma della repressione che ne è seguita è stato il secondo errore, riconducibile sia a Bush sia a Obama, in quanto ha catalizzato un aumento della resistenza. In retrospettiva, gli Stati Uniti avrebbero ottenuto migliori frutti se non avessero reagito con tanta durezza. Obama, in campagna elettorale, aveva promesso un aumento delle truppe per sconfiggere i talebani e i suoi provvedimenti hanno provocato una spirale catastrofica.<br />
Il terzo errore è stato porre restrizioni ai raid aerei. Obama deliberò che sarebbero stati utilizzati in extremis, quando una postazione afghana fosse in pericolo di un’imminente distruzione. Se il proposito era quello di ridurre il coinvolgimento americano, e il sacrificio umano, il risultato fu del tutto divergente. I talebani si rinvigorirono, precipitando gli americani nella sconfitta. Di fronte agli alti costi e gli scarsi benefici, per quale ragione gli Stati Uniti non hanno abbandonato l’impresa? La domanda trova risposta nelle tattiche elettorali interne. Dopo l’11 settembre i presidenti americani sono stati ostaggio dell’incognita terrorismo. Fino al 2002, i sondaggi Gallup mostravano che la maggioranza degli americani credeva che un nuovo attentato sul suolo nazionale fosse probabile. Per questa ragione, Obama, in realtà, non ha mai avuto una genuina intenzione riguardo al ripiegamento.  Solo dopo la soppressione di bin Laden, un sondaggio Gallup del maggio del 2011 indicò che il 59 per cento degli americani credeva che la missione in Afghanistan si fosse conclusa. Persisteva, comunque, una minaccia residuale, e la nascita dell’Isis nel 2014 in Iraq e Siria portò a optare per rimanere. Anche Trump, temendo di essere danneggiato sul versante politico, dopo le incursioni talebane del 2019, abbandona il tavolo negoziale.<br />
Ritirarsi dall’Afhanistan si è rivelato altrettanto difficile che vincere la guerra. La verità è che nessuno ha avuto il coraggio di rischiare il potere a cambio della pace. Con probabilità, è anche venuta meno una strategia aldilà di punti di vista unilaterali, belle speranze e grandi annunci.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/afghanistan-anche-le-guerre-buone-finiscono-male/">Afghanistan: anche le &#8220;guerre buone&#8221; finiscono male</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sos Afghanistan</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 09:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva. Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan</strong> e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.</p>
<p><strong>Il governo di unità nazionale</strong>, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.</p>
<p><strong>Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine</strong>. Mentre i soldati sono impiegati in <em>check-point</em> statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere <em>intelligence</em> essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.</p>
<p><strong>Dal canto suo, il sistema legale non riesce</strong> a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.</p>
<p><strong>Per alcune stime, i gruppi non statuali</strong>, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.</p>
<p><strong>L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò</strong> il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.</p>
<p><strong>Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza</strong>.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.</p>
<p><strong>La perdita di due importanti <em>leader</em></strong> non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali &#8211; Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.</p>
<p><strong>Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato</strong> che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.</p>
<p><strong>Di fatto, è stata scelta un’altra direzione</strong>.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.</p>
<p><strong>Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata</strong>, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi,<em> raid</em> in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati &#8211; a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.</p>
<p><strong>Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti</strong>: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.</p>
<p><strong>La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan</strong>, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore</strong>, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-1082 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg" alt="" width="828" height="315" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg 828w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-300x114.jpg 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-768x292.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 828px) 100vw, 828px" /></p>
<p><strong>Questa è una guerra che non può vincere nessuno</strong>, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.</p>
<p><strong>Se un incremento del livello di pressione militare</strong> potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.</p>
<p><strong>Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia</strong> a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.</p>
<p><strong>Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 <em>marines</em> </strong>e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate <em>vis-à-vis</em> con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.</p>
<p><strong>Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia</strong> sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.</p>
<p><strong>La collaborazione ha subito un raffreddamento</strong> dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 &#8211; sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, <strong>Zamir Kabulov</strong>, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.</p>
<p><strong>Il Cremlino ha un vantaggio comparativo</strong> che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.</p>
<p><strong>A novembre Mohammad Atmar</strong>, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.</p>
<p><strong>Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali</strong> con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.</p>
<p><strong>Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali</strong> con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca</strong> con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.</p>
<p><strong>Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare</strong> che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’<em>escalation</em> delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.</p>
<p><strong>La recrudescenza degli attacchi terroristici</strong> degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.</p>
<p><strong>Intanto circa 400 mila afghani</strong> hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.</p>
<p><strong>L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul</strong>, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.</p>
<p><strong>L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro</strong> per la dottrina del <em>non-refoulement</em> e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.</p>
<p><strong>Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere</strong>, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.</p>
<p><strong>Il governo di Mohammad Najibullah resistette</strong> tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.</p>
<p><strong>La democrazia, con le sue variegate espressioni formali</strong>, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere <em>leader</em> di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.</p>
<p><strong>Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq</strong>, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.</p>
<p>Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.</p>
<p><strong>Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare</strong> la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere <em>intelligence</em> per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/">Sos Afghanistan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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