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	<title>dichiarazione di indipendenza Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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		<title>A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza &#8211; Rivoluzione Restaurazione Utopia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 13:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hannah Arendt, nel suo saggio Sulla rivoluzione, metteva in luce come nel pensiero comune, ma anche presso tanti intellettuali, la rivoluzione americana venisse considerata una anticipazione, in tono minore, dell’ ’89 francese. La “triste verità”, scriveva, stava nel fatto che la rivoluzione francese, conclusasi in un disastro, era divenuta “storia del mondo”, mentre la rivoluzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/a-duecentocinquantanni-dalla-dichiarazione-di-indipendenza-rivoluzione-restaurazione-utopia/">A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza &#8211; Rivoluzione Restaurazione Utopia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Hannah Arendt, nel suo saggio <em>Sulla rivoluzione</em>, metteva in luce come nel pensiero comune, ma anche presso tanti intellettuali, la rivoluzione americana venisse considerata una anticipazione, in tono minore, dell’ ’89 francese. La “triste verità”, scriveva, stava nel fatto che la rivoluzione francese, conclusasi in un disastro, era divenuta “storia del mondo”, mentre la rivoluzione americana, “che terminò col più trionfante successo, è rimasta un evento di importanza poco più che locale”.</p>
<p>La rivoluzione, intesa nel suo significato astronomico, ha indicato, tradizionalmente, il moto dei corpi celesti, il cui riflesso gli uomini potevano cogliere nell’avvicendarsi dei corsi storici. Il concetto contemporaneo di rivoluzione, che implica la distruzione di un ordine esistente e la rifondazione della società, si contrappone dunque all’ anaciclosi di Polibio, in cui le classiche forme di governo si alternavano ciclicamente. Le rivoluzioni, in America come in Francia, scrive ancora Arendt, furono inizialmente gestite da uomini convinti “che il loro compito fosse solo quello di restaurare un antico ordine di cose, sconvolto e violato dal dispotismo della monarchia assoluta o dai soprusi del governo coloniale”. Un movimento nato come un tentativo di restaurazione assunse così, “involontariamente”, una portata rivoluzionaria. La rivoluzione americana, diversamente da quanto accadde in Francia e, successivamente in Russia, non divorò però i suoi figli. George Washington fu il primo Presidente e Thomas Jefferson, l’autore della Dichiarazione di Indipendenza, il terzo. Gli autori dei <em>Federalist Papers</em> ricoprirono un ruolo fondamentale, in quanto James Madison fu eletto due volte alla Presidenza, Alexander Hamilton divenne Segretario al Tesoro e John Jay fu Presidente della corte Suprema.</p>
<p>Nell’Inghilterra del XVII secolo, il termine rivoluzione non si applicò alla dittatura di Oliver Cromwell, ma alla restaurazione monarchica del 1660 e, poi, alla gloriosa rivoluzione del 1688, quando, destituito Giacomo II, Guglielmo e Maria restituirono legittimità alla corona. Ecco perché molti movimenti politici definiti <em>a posteriori</em> rivoluzionari, sono stati considerati, nel loro tempo, come la restaurazione di una tradizione che era stata calpestata.</p>
<p>Lo stesso Thomas Paine, aspramente critico verso gli orientamenti conservatori, nella introduzione alla seconda parte de <em>I diritti dell’uomo</em>, scriveva che le rivoluzioni precedenti si erano limitate a un “cambiamento di persone e di procedure, ma non di princìpi”. L’ ’89 poteva definirsi allora una “controrivoluzione”, perché, se la conquista e la tirannide avevano derubato l’uomo dei suoi diritti, “egli oggi li recupera”.</p>
<p>Nel marzo del 1775, un anno prima della Dichiarazione di Indipendenza, Edmund Burke presentò nel Parlamento inglese una mozione di conciliazione, sostenendo che nei coloni americani l&#8217;amore per la libertà, radicato nella tradizione britannica, era più forte “che in ogni altro popolo del mondo&#8221;. Le più grandi battaglie per la libertà, che in astratto non esiste, proseguiva Burke, erano state combattute in Inghilterra “intorno a questioni di tassazione&#8221;. Impedire ai coloni di essere rappresentati, nel momento in cui si decideva sui provvedimenti fiscali a loro carico, avrebbe rappresentato dunque un misconoscimento di quei principi che gli inglesi avevano sempre difeso strenuamente. Condivideva pertanto la loro protesta, che non mostrava l’ “eccitamento di una rivoluzione” e non prevedeva le “noiose formalità di un’elezione”. La controversia avrebbe potuto risolversi in modo pacifico, concludeva, estendendo in America le procedure della <em>common law </em>inglese.</p>
<p>Quattordici anni dopo, nel novembre del 1789, Richard Price<strong>,</strong> un pastore dissidente, indicò nell’ ’89 la conclusione di un percorso che aveva avuto inizio nel 1688 in Inghilterra, suscitando l’indignazione di Burke. La rivoluzione francese rappresentava infatti, ai suoi occhi, “uno strano caso di leggerezza e ferocia”, in cui si alternava “lo sdegno all’orrore”. Non poteva quindi essere accostata alla gloriosa rivoluzione, in cui era prevalso il rispetto della continuità.</p>
<p>Se il <em>Bill of Rights</em> del 1689 stabiliva le regole della monarchia costituzionale, i nuovi ordinamenti giuridici francesi erano, per Burke, il frutto della violenza rivoluzionaria e di una concezione astratta della libertà. Una costituzione, per Burke, non può essere imposta, in quanto deriva da un lento processo storico. In questo quadro, i diritti universali rappresentavano per lui una pura astrazione, perché, come avrebbe poi scritto Arendt in <em>Origini del totalitarismo</em>, esprimevano l’ &#8220;astratta nudità dell&#8217;essere-nient&#8217;altro-che-uomo&#8221;, ignorando la specificità dei singoli contesti sociali.</p>
<p>Alla luce della sua interpretazione della rivoluzione americana, associata alla<em> Bloodless Revolution</em>, e non a Cromwell o al 1789, Burke si sarebbe sicuramente riconosciuto in molte pagine de <em>La democrazia in America</em>. La lotta di un popolo per conquistare l’indipendenza, scriveva infatti Alexis de Tocqueville, costituisce una esperienza diffusa nella storia, ma ciò che è assolutamente inconsueto è vedere un popolo che riesce a dar vita ad una nuova formazione politica, senza che ciò costi all’umanità “né una lacrima, né una goccia di sangue”.</p>
<p>Paine mostrò tutto il suo disappunto di fronte alle<em> Riflessioni sulla rivoluzione francese </em>(1790) di Burke, la cui posizione sulle vicende americane aveva già apprezzato e condiviso. Nel suo <em>I diritti dell’uomo</em> (1791), rifiutava il rispetto burkiano verso il passato, sostenendo che la creazione di istituzioni democratiche esigeva un taglio netto. Giudicava “terrificanti” le considerazioni di Burke sull’ ’89, e, nonostante fosse stato perseguitato durante il Terrore e conoscesse le violenze giacobine, riteneva che, rispetto ad altre rivoluzioni, quella francese aveva mietuto “poche vittime”.</p>
<p>L’opera di Burke si colloca nell’ambito dell’illuminismo scozzese, in seno al quale tanto Adam Smith, quanto David Hume, hanno dimostrato che i limiti della ragione umana e la dispersione delle conoscenze impediscono che un Leviatano possa esercitare un potere assoluto sugli individui e sulla società, come accadde negli esiti totalitari dell’ ‘89.  L’influenza dei <em>Philosophes</em>, evidente in Paine, ma anche in George Washington o in Benjamin Franklin, ha assunto un rilievo talmente ampio da porre in secondo piano il contributo della scuola scozzese. Secondo un prevalente orientamento storiografico, il 1776 avrebbe posto le premesse del 1789, e da questi eventi avrebbe avuto inizio<em> L’era delle rivoluzioni democratiche</em>, per citare il titolo del celebre studio di Robert R. Palmer del 1959.</p>
<p>Su un altro versante, Russell Kirk aveva scritto nel 1953, in <em>The conservative Mind</em>,  che la rivoluzione americana non nacque come un “trambusto innovatore”, ma come “un ripristino conservatore”, sostenuto dai coloni per difendere il loro autogoverno. Un tema, questo, affrontato anche da Robert E. Brown, che nel1963 evidenziava come, diversamente dalle rivoluzioni che scoppiano perché gli uomini sono insoddisfatti del loro <em>status quo</em>, in America i coloni si ribellarono per mantenere quello <em>status quo</em> che gli inglesi volevano cambiare. In questo progetto “conservatore” prendevano corpo, però, innovative esperienze di autogoverno e di decentramento amministrativo che il centralismo francese non avrebbe mai potuto tollerare.</p>
<p>Il proliferare dei corpi intermedi colpì Tocqueville, che rimaneva stupito nel constatare come molte funzioni svolte in Francia da istituzioni statali erano affidate in America alle associazioni. Grazie al governo federale, gli americani riuscivano, inoltre, a coniugare il potere centrale con ampie autonomie, superando il dogma secondo cui i grandi stati necessitano di regimi autoritari.</p>
<p>Nicola Matteucci ha sottolineato che Tocqueville non ricorre al termine “stato” quando descrive la “politica dell’Unione”, ma spiega come il complesso funzionamento della società americana si articoli attraverso le associazioni, la stampa e le diverse confessioni religiose. Tali dinamiche si sviluppavano in modo del tutto indipendente rispetto al potere centrale e ciò era dimostrato dal fatto, commentava Tocqueville, che quando “alla testa di una nuova iniziativa, trovate in Francia il governo e in Inghilterra un gran signore, state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione”. Pensava che queste esperienze associative avrebbero potuto costituire un modello anche per gli operai europei, consentendo loro “di fronteggiare con più forza il potere del padronato”.</p>
<p>Alexander Hamilton, scriveva nei <em>Federalist Papers </em>(n.9) che una salda unione politica avrebbe costituito una barriera contro l’instabilità, tipica nelle relazioni tra modeste entità politiche, come era accaduto in passato tra le <em>poleis</em> greche, i comuni e i principati italiani, sempre in bilico tra la tirannide e l’anarchia. Ponendosi criticamente rispetto a Montesquieu, secondo cui la repubblica non era un sistema applicabile a grandi estensioni territoriali, Hamilton delineò una costituzione che, senza abolire i singoli stati, li rendesse parti di un governo repubblicano e federale.</p>
<p>Le due guerre mondiali e i totalitarismi che hanno funestato il XX secolo hanno posto in primo piano la questione della sovranità. Il 5 gennaio del 1918 Luigi Einaudi si chiedeva, in un articolo pubblicato sul “Corriere della sera”, se la Società delle nazioni potesse rappresentare un ideale possibile, constatando come tale istituzione non sarebbe stata in grado di evitare i conflitti senza mettere in discussione la sovranità degli stati aderenti. Indicava dunque il modello americano, ricordando come, dal 1781 al 1787, la “società” delle tredici nazioni non era riuscita a realizzare quell’assetto unitario che solo il governo federale portò a compimento.</p>
<p>Einaudi tornò più volte sull’argomento negli anni seguenti e il 29 luglio del 1947 pronunciò all’Assemblea Costituente il celebre discorso <em>La guerra e l’unità europea</em>. Trent’anni dopo il fallimento della Società delle nazioni, e dopo gli orrori dei totalitarismi, sosteneva, bisognava ammettere che “il nemico numero uno” della civiltà e della prosperità era “il mito della sovranità assoluta degli stati”, perché fomentava le guerre di conquista, imponeva barriere doganali, e pronunciava “la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri”. Parole, queste, che sembrano descrivere molti inquietanti aspetti dei nostri giorni. Era vano, proseguiva, predicare pace quando “tornano a fiammeggiare le passioni nazionalistiche”, e indicava la via degli Stati Uniti d’Europa, nella consapevolezza che ormai la scelta “era fra l’Utopia e la legge della giungla”.</p>
<p>Il Manifesto di Ventotene del 1941, frutto della collaborazione tra Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, risentì molto dell’influenza einaudiana, dei <em>Federalist Papers</em> e delle tesi dell’economista inglese Lionel Robbins. Spinelli, attirandosi la scomunica del PCI, condivise con Einaudi l’idea che non era l’economia capitalistica, ma la sovranità nazionale, a causare conflitti. Solo una federazione avrebbe potuto dunque garantire la pace tra le nazioni.  La scelta di Einaudi e di Spinelli per l’Utopia possibile di una Europa federale risulta oggi drammaticamente attuale, in un momento in cui, anche tra gli eredi dei <em>Federalist Papers</em>, la legge della giungla prevale sul principio <em>Peace Through Law</em>.e</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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