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	<title>geopolitica Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>geopolitica Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>La sicurezza come argomento ultimo</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-sicurezza-come-argomento-ultimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 21:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi che entrano nella storia non tanto per ciò che accade al loro interno, quanto per le domande che costringono a porsi. La Groenlandia è uno di questi. Per lungo tempo percepita come uno spazio remoto, quasi fuori dal tempo politico, oggi emerge come una soglia concettuale: un punto in cui si concentrano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono luoghi che entrano nella storia non tanto per ciò che accade al loro interno, quanto per le domande che costringono a porsi. La Groenlandia è uno di questi. Per lungo tempo percepita come uno spazio remoto, quasi fuori dal tempo politico, oggi emerge come una soglia concettuale: un punto in cui si concentrano tensioni che riguardano l’intero ordine internazionale contemporaneo. Il mutamento non riguarda soltanto l’Artico. Riguarda il linguaggio e le categorie attraverso cui l’Occidente interpreta sé stesso. Quando un territorio alleato viene definito una “necessità” in nome della sicurezza, quando la protezione diventa argomento conclusivo, ciò che entra in crisi non è solo un equilibrio geopolitico, ma un’idea di limite che per decenni ha strutturato le relazioni tra Stati. La Groenlandia, in questo senso, non è semplicemente un oggetto strategico. È un caso-limite. Territorio autonomo, inserito in una rete di alleanze consolidate, viene improvvisamente ricondotto a una funzione: posizione, risorsa, avamposto. In questo slittamento, da soggetto politico a variabile di sicurezza, si manifesta una trasformazione più profonda: la tendenza a trattare la sovranità non come principio, ma come ostacolo negoziabile. L’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra aveva tentato di contenere proprio questa deriva. Aveva posto un argine all’idea che la forza, anche quando esercitata in nome di una causa ritenuta superiore, potesse ridefinire unilateralmente ciò che è legittimo. La sovranità territoriale non era intesa come valore assoluto, ma come soglia: un limite necessario all’espansione illimitata del potere. Ciò che rende il caso groenlandese particolarmente significativo è che questa tensione non nasce da uno scontro tra blocchi contrapposti, ma all’interno di un sistema di alleanze. Quando la pressione non arriva dall’esterno, ma da uno dei suoi centri, l’ordine liberale mostra una fragilità strutturale: la difficoltà di distinguere tra protezione e dominio, tra sicurezza condivisa e pretesa unilaterale. Le reazioni europee, spesso misurate e prive di enfasi, non vanno lette solo come risposte contingenti. Esprimono un’idea diversa di spazio politico: l’Artico non come vuoto da occupare, ma come territorio regolato, attraversato da responsabilità comuni. Non è un rifiuto della competizione internazionale, ma il tentativo di mantenerla entro un perimetro normativo che ne contenga gli effetti disgreganti. In questo quadro, il linguaggio assume un ruolo decisivo. Parole come “controllo”, “necessità”, “interesse strategico” non si limitano a descrivere la realtà: la producono. Trasformano territori in funzioni, alleati in strumenti, regole in eccezioni temporanee. È qui che la questione smette di essere regionale e diventa sistemica. Perché ogni volta che la sicurezza viene invocata come argomento ultimo, qualcosa dell’ordine politico viene sospeso. La Groenlandia diventa allora una soglia simbolica. Non perché determinerà da sola il futuro dell’Artico, ma perché mette alla prova una convinzione centrale: che le democrazie liberali siano vincolate non solo da interessi, ma da limiti autoimposti. Se questi limiti vengono erosi dall’interno, non serve un avversario esterno per indebolire l’ordine che ne deriva. Forse è questo il punto più rilevante del dibattito. Non stabilire chi abbia più forza o più diritto, ma interrogarsi su quale tipo di ordine si intenda preservare quando la pressione aumenta. Se le alleanze sono qualcosa di più di strumenti contingenti, allora devono resistere anche alla tentazione dell’argomento definitivo. Nel silenzio dei suoi ghiacci, la Groenlandia non chiede di essere conquistata né difesa. Chiede di essere pensata. Come spazio politico, come limite, come domanda aperta sul rapporto tra potere e regole. E forse è proprio questa la sua funzione più importante: ricordare che la stabilità non nasce dall’assenza di conflitti, ma dalla capacità di riconoscere dove la forza deve fermarsi.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
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		<title>Mar Baltico: nuove acque contese?</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/mar-baltico-nuove-acque-contese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Pennisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 14:42:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[laura pennisi]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Il Mar Baltico è stato da diversi anni teatro di tensioni geopolitiche dovute alla presenza di numerosi cavi sottomarini che collegano Svezia, Finlandia, Lettonia e Lituania. Negli ultimi mesi, tuttavia, le preoccupazioni per questi stati, e per l’Unione Europea in generale, sono state ulteriormente alimentate dal sospetto sabotaggio di alcuni di questi cavi. Tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong><br />
Il Mar Baltico è stato da diversi anni teatro di tensioni geopolitiche dovute alla presenza di numerosi cavi sottomarini che collegano Svezia, Finlandia, Lettonia e Lituania. Negli ultimi mesi, tuttavia, le preoccupazioni per questi stati, e per l’Unione Europea in generale, sono state ulteriormente alimentate dal sospetto sabotaggio di alcuni di questi cavi. Tra novembre 2024 e gennaio 2025, una serie di incidenti ha sollevato allarmi sulla sicurezza di queste infrastrutture critiche. Maggiore sospettata è la cosiddetta flotta &#8220;fantasma&#8221; di Mosca, un insieme di unità navali non ufficiali utilizzate per operazioni clandestine.<br />
Questo scenario riflette l&#8217;intensificazione delle rivalità strategiche nella regione baltica, dove il controllo delle telecomunicazioni e delle risorse energetiche è cruciale per l&#8217;equilibrio geopolitico. Questi recenti eventi evidenziano non solo il rischio di escalation militare, ma anche il potenziale impatto sulle economie regionali nonché sulla sicurezza delle telecomunicazioni globali.<br />
Questa analisi intende esplorare le cause di questa recente escalation, le dinamiche strategiche in gioco e le possibili ripercussioni per l&#8217;Europa e la comunità internazionale.<br />
<strong>Retroscena: gli incidenti</strong></p>
<p>Di seguito una breve cronologia degli incidenti:</p>
<p>1. Incidente del 17-18 novembre 2024. Il 17 novembre, Telia Lietuva ha segnalato un guasto al cavo BCS Est-Ovest tra la Lituania e l&#8217;isola svedese di Gotland, registrato intorno alle 10 del mattino. Nelle prime ore del 18 novembre, anche il cavo C-Lion1 che collega Finlandia e Germania è stato danneggiato, secondo l&#8217;operatore finlandese Cinia. Telia Lietuva ha inoltre osservato che entrambi i cavi si intersecano in un&#8217;area ristretta, suggerendo una causa non accidentale. A tal proposito, il direttore tecnico di Telia Lietuva, Andrius Šemeškevičius, ha chiarito: &#8220;Possiamo vedere che i cavi si incrociano in un&#8217;area di soli 10 metri quadrati; si intersecano. [&#8230;] Poiché entrambi sono danneggiati, è chiaro che non si è trattato di una caduta accidentale di una delle ancore della nave, ma potrebbe esserci qualcosa di più serio in corso.&#8221;<br />
È importante notare che una nave cinese, la Yi Peng Three, sia ritenuta la principale responsabile dell’incidente poiché si trovava in zona e che da allora abbia gettato l&#8217;ancora in acque internazionali al largo della Danimarca.</p>
<p>2. Incidente del 25 dicembre 2024. Il 25 dicembre 2024, tre cavi in fibra ottica tra Finlandia ed Estonia sono stati danneggiati: due di proprietà dell&#8217;operatore finlandese Elisa e uno dell&#8217;operatore cinese Citic. Il 26 dicembre, le autorità finlandesi hanno assunto il controllo della petroliera Eagle S registrata nelle Isole Cook. Il servizio doganale finlandese ha attribuito la nave alla flotta fantasma russa, composta da vecchie petroliere non assicurate usate per aggirare le sanzioni occidentali. Questo incidente ha anche sollevato preoccupazioni circa il rischio ambientale associato alla condizione delle navi.<br />
3. Incidente del 26 gennaio 2025. Un cavo in fibra ottica tra Lettonia e Svezia è stato danneggiato, probabilmente a causa di interferenze esterne, secondo le autorità lettoni. In risposta, la NATO ha inviato navi di pattuglia nella zona e la Svezia ha avviato un&#8217;indagine per sabotaggio. Il servizio di sicurezza svedese ha fermato una nave di proprietà bulgara in rotta dalla Russia. La società bulgara BMF, proprietaria della nave battente bandiera maltese, ha finora negato qualsiasi sabotaggio al cavo.<br />
4. Incidente del 21 febbraio 2025. Le autorità finlandesi e svedesi hanno riferito circa il possibile danneggiamento di un cavo sottomarino nel Mar Baltico, in acque svedesi, vicino all&#8217;isola di Gotland. Il cavo interessato è il C-Lion 1, che collega Finlandia e Germania, un cavo già soggetto a danni in passato. La società finlandese di telecomunicazioni Cinia ha segnalato che non vi è stato alcun impatto sulla funzionalità del cavo.</p>
<p><strong>Reazioni</strong><br />
In seguito agli incidenti, diverse sono state le reazioni da parte della Commissione Europea e della NATO, esprimendo come preoccupazione principale le operazioni della flotta fantasma. In particolare, l&#8217;incidente del 25 dicembre ha scatenato le forti reazioni della Commissione Europea, a cui hanno fatto seguito nuove sanzioni contro la suddetta flotta.</p>
<p>All&#8217;indomani dell&#8217;incidente del 25 dicembre, la Commissione Europea ha rilasciato una dichiarazione in cui ha applaudito le autorità finlandesi per il loro tempestivo intervento esprimendo, inoltre, piena solidarietà a Finlandia, Estonia e Germania.</p>
<p>Nella dichiarazione , la Commissione Europea ha anche condannato il danneggiamento delle infrastrutture europee di telecomunicazione operando un chiaro collegamento tra la nave sospetta e la flotta fantasma, il cui scopo principale sarebbe minacciare la sicurezza internazionale e finanziare la guerra. A tal fine, la Commissione Europea ha affermato che ci saranno ulteriori sanzioni per la Russia come risposta a questi danneggiamenti. L&#8217;UE, ha aggiunto la Commissione Europea, sta inoltre rafforzando la protezione dei cavi sottomarini con nuove tecnologie, scambio di informazioni e cooperazione internazionale, chiarendo che attualmente non vi è alcun rischio per l&#8217;approvvigionamento elettrico nella regione.<br />
Anche la NATO ha reagito all&#8217;incidente. Il 26 dicembre, il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha affermato che l&#8217;alleanza è pronta a supportare Finlandia ed Estonia nelle loro indagini su un possibile atto di sabotaggio. Rutte ha pubblicato su un post sul social media X di aver discusso del presunto sabotaggio dei cavi nel Mar Baltico con il Primo Ministro estone Kristen Michal, ribadendo la posizione della NATO di piena solidarietà con gli alleati. Ha anche sottolineato che l&#8217;alleanza condanna fermamente qualsiasi attacco alle infrastrutture critiche e monitorerà attentamente le indagini in corso e fornirà il supporto necessario.<br />
Già in precedenza, nell&#8217;aprile 2024, il vicecomandante del Comando marittimo alleato della NATO, viceammiraglio Didier Maleterre, ha osservato che la rete di cavi sottomarini, cruciale per l&#8217;energia e le comunicazioni in Europa, non è stata progettata per affrontare la &#8220;guerra ibrida&#8221; condotta dalla Russia e da altri avversari della NATO. Ha anche sottolineato che la Russia ha sviluppato strategie di guerra ibrida sottomarina, mirando a destabilizzare l&#8217;economia europea attraverso attacchi a cavi Internet e oleodotti, mettendo a repentaglio l&#8217;intera infrastruttura sottomarina. Questo commento faceva riferimento a due incidenti precedenti, quelli sul Nord Stream 1 e 2, verificatisi nel settembre 2022, e in seguito sul Balticconnector nel 2023.<br />
Più di recente, il 21 febbraio, il vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Henna Virkkunen ha presentato la Comunicazione congiunta della Commissione, che include una serie di misure volte a migliorare la protezione delle infrastrutture sottomarine critiche. Tali misure ruotano attorno a quattro pilastri fondamentali: prevenzione, rilevamento, risposta e recupero e deterrenza.</p>
<p><strong>Il fattore Cina</strong><br />
Come accennato in precedenza, i sospetti sulla Cina inerenti alla nave Yi Peng Three sono stati accantonati in seguito alla conferma da parte del Ministero degli Esteri cinese che l’allontanamento dall’area era stato eseguito per il benessere dell&#8217;equipaggio, aggiungendo che il paese rimane aperto alla cooperazione sugli ulteriori sviluppi riguardanti l&#8217;incidente. Tuttavia, il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard ha espresso delusione per il fatto che ai procuratori svedesi sia stato negato il permesso di condurre un&#8217;indagine a bordo. Di conseguenza, alla polizia svedese è stato concesso il diritto di partecipare solo come osservatore durante l&#8217;indagine eseguita dalla Cina. Nonostante la richiesta formale della Svezia, che, secondo Stoccolma, non è stata ancora soddisfatta, la Cina afferma di avere condiviso informazioni sull&#8217;indagine, ma la Svezia accusa Pechino di mancanza di trasparenza.<br />
Sebbene le autorità di Svezia, Lituania, Finlandia e Germania non abbiano ufficialmente incolpato la nave, i suoi movimenti dal Mar Baltico verso l&#8217;Oceano Atlantico sono stati ritenuti sospetti. Si deve inoltre tenere in conto che la Cina non sarebbe nuova a tali operazioni, poiché nel 2023, la nave portacontainers Newnew Polar Bear è salpata al largo della zona dopo aver trascinato l&#8217;ancora agganciando un gasdotto e, forse, due cavi sottomarini , come riportato dalle autorità svedesi e finlandesi.<br />
Dopo 10 mesi dall&#8217;incidente, la Cina ha riconosciuto il suo coinvolgimento in esso, adducendo come giustificazione una generale mancanza di attenzione. Una versione non totalmente accettata dai paesi colpiti dal danno.</p>
<p><strong>Il fattore flotta fantasma</strong><br />
Come conseguenza dei numerosi pacchetti di sanzioni imposte alla Russia, il termine “flotta fantasma” ha guadagnato una certa popolarità.<br />
Una delle definizioni più diffuse è quella che sostiene che la flotta fantasma “comprende tutte le imbarcazioni prive di assicurazione occidentale e appartenenti a società non UE/G7+, applicando le diverse tattiche impiegate dalla Russia per aggirare le sanzioni e sottolineando i potenziali rischi associati a queste operazioni”.<br />
L’Organizzazione marittima internazionale, in una risoluzione del 2023, ha ulteriormente specificato quali criteri dovrebbero essere applicati a questa definizione:<br />
● Eseguire operazioni non sicure che non rispettano le normative internazionali, gli standard e le best practice del settore.<br />
● Evitare intenzionalmente le ispezioni di controllo dello Stato di bandiera e dello Stato di approdo.<br />
● Non mantenere un&#8217;adeguata assicurazione di responsabilità civile o altre garanzie finanziarie.<br />
● Evitare intenzionalmente controlli o ispezioni commerciali.<br />
● Non operare secondo una politica di governance aziendale trasparente che garantisca il benessere e la sicurezza delle persone a bordo e la protezione dell&#8217;ambiente marino.<br />
● Adottare intenzionalmente misure per evitare il rilevamento della nave, come lo spegnimento delle trasmissioni AIS o LRIT o nascondere l&#8217;identità effettiva della nave quando non vi è alcuna preoccupazione legittima per la sicurezza o protezione sufficiente a giustificare tale azione;<br />
Sebbene il numero esatto delle navi che compongo la flotta fantasma russa non possa essere definito con assoluta precisione, la Kyiv School of Economics Institute ha calcolato che tale numero dovrebbe ammontare a circa 400 navi che solitamente trasportano merci quali petrolio, gasolio e benzina.</p>
<p><strong>La risposta della NATO: il Baltic Sentry</strong><br />
Dopo l&#8217;incidente di dicembre, il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che la NATO intensificherà il pattugliamento nel Mar Baltico. Ciò aiuterebbe le autorità finlandesi che, nel frattempo, hanno bloccato una nave russa, la Eagle S. La nave, ufficialmente registrata nelle Isole Cook, si ritiene faccia parte della flotta fantasma.<br />
Nel gennaio 2025, Rutte, insieme al Presidente finlandese Alexander Stubb e al Primo Ministro estone Kristen Michal, hanno organizzato un vertice degli alleati del Mar Baltico a Helsinki il 14 gennaio 2025. Durante l’evento, Rutte ha annunciato il lancio del progetto &#8220;Baltic Sentry&#8221;, una nuova iniziativa militare della NATO per rafforzare la protezione delle infrastrutture critiche nel Mar Baltico.<br />
L&#8217;iniziativa rafforzerà la presenza della NATO con fregate, velivoli da pattugliamento marittimo e droni navali, integrando al contempo risorse di sorveglianza nazionale per migliorare la sicurezza delle infrastrutture sottomarine.<br />
Rutte ha inoltre sottolineato l&#8217;importanza della cooperazione per garantire la sicurezza delle infrastrutture. La NATO collaborerà anche con la Critical Undersea Infrastructure Network, compresi i partner del settore, per migliorare la resilienza ed esplorare ulteriori misure di protezione.</p>
<p><strong>Conclusione</strong><br />
Indubbiamente, questa sequenza di incidenti evidenzia la vulnerabilità delle infrastrutture strategiche nel Mar Baltico e il crescente rischio di escalation geopolitica nella regione. Inoltre, i quattro incidenti elencati rappresentano solo la punta dell&#8217;iceberg, poiché seguono un’altra serie di incidenti avvenuti nel 2022 e nel 2023. Non sorprende che, in questo contesto, Estonia, Lettonia e Lituania abbiano annunciato l&#8217;8 febbraio 2025 la completa disconnessione dalla rete elettrica russa. Il 9 febbraio, i tre stati baltici hanno avviato il processo di sincronizzazione con l&#8217;area di frequenza europea. Questa mossa ha segnato la fine della dipendenza dei tre stati dalla rete elettrica Brell (Bielorussia, Russia, Estonia, Lettonia e Lituania), il cui controllo era affidato a Mosca.<br />
Nella migliore delle ipotesi, i prossimi negoziati avviati dal presidente degli Stati Uniti Trump per porre fine alla guerra in Ucraina potrebbero allentare in una certa misura la tensione della guerra ibrida nel Mar Baltico. Tuttavia, la situazione non è così semplice. Altri fattori devono essere considerati in questa equazione. Uno di questi è sicuramente la possibilità che l&#8217;Ucraina aderisca alla NATO e/o all&#8217;UE in futuro, anche se questa soluzione non appare fattibile secondo le recenti richieste russe al fine di avviare il negoziato di pace. In caso contrario, questa mossa potrebbe contribuire a un&#8217;ulteriore escalation in queste acque contese, come silente risposta di Mosca.<br />
Dal momento che le telecomunicazioni nonché lo scambio di dati tra paesi hanno assunto in questa epoca storica un’importanza strategica primaria, questi eventi evidenziano le modalità in cui il crescente utilizzo di infrastrutture sottomarine come obiettivi di guerra ibrida possa facilmente trasformarsi in strumenti di pressione geopolitica. Alla luce di tali considerazioni, e data la posizione strategica, la regione baltica si conferma quindi un punto focale nello scontro di interessi, con gravi implicazioni per l&#8217;energia europea e la sicurezza digitale. Le decisioni di politica internazionale attualmente in corso chiariranno la direzione che questa regione intraprenderà nonché la sicurezza degli stati interessati (e non solo).</p>
<hr />
<p>European Subsea Cables Association, 21 November 2024. https://www.escaeu.org/news/?newsid=119<br />
LRT, 18 November 2024. “Undersea cable between Lithuania and Sweden damaged—Telia.” https://www.lrt.lt/en/news-in-english/19/2416006/undersea-cable-between-lithuania-and-sweden-damaged-telia.<br />
BBC, 29 November 2024, “Sweden asks China to co-operate over severed cables.” https://www.bbc.com/news/articles/c748210k82wo</p>
<p>Radio Free Europe, 26 December 2024, “Ship Suspected Of Damaging Cables Off Finland Part Of Russia&#8217;s &#8216;Shadow Fleet,&#8217; EU Says.” https://www.rferl.org/a/russia-shadow-fleet-finland-estonia-cable-eu-nato/33254120.html</p>
<p>Radio Free Europe, 29 January 2025, “Baltic Sea Incidents Put Spotlight On Russia&#8217;s &#8216;Shadow&#8217; Fleet.” https://www.rferl.org/a/baltic-sea-sabotage-undersea-cables-russian-shadow-fleet/33290689.html</p>
<p>Yle, 21 February 2025, “New disruption of Finland-Germany cable reported in Baltic Sea.” https://yle.fi/a/74-20145195</p>
<p>DW, 21 February 2025, “Sweden investigating new reports of Baltic Sea cable damage.” https://www.dw.com/en/sweden-investigating-new-reports-of-baltic-sea-cable-damage/a-71695105</p>
<p>European Union External Service, 26 December 2024, Joint Statement by the European Commission and the High Representative on the Investigation into Damaged Electricity and Data Cables in the Baltic Sea. https://www.eeas.europa.eu/eeas/joint-statement-european-commission-and-high-representative-investigation-damaged-electricity-and_en</p>
<p>Radio Free Europe, 26 December 2024. Ibid.<br />
The Guardian, 16 April 2024, “Undersea ‘hybrid warfare’ threatens the security of 1bn, NATO commander warns.” https://www.theguardian.com/world/2024/apr/16/undersea-hybrid-warfare-threatens-security-of-1bn-nato-commander-warns<br />
European Commission, 21 February 2025, Commission and the High Representative present strong actions to enhance security of submarine cables. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_580</p>
<p>France 24, 23 December 2024, “Sweden says China blocked prosecutors&#8217; probe of ship linked to cut cables.” https://www.france24.com/en/live-news/20241223-china-vows-cooperation-over-ship-linked-to-severed-baltic-sea-cables</p>
<p>Al Jazeera, 23 December 2024, “China claims cooperation in Baltic Sea cable probe, Sweden says otherwise.” https://www.aljazeera.com/news/2024/12/23/china-says-cooperated-with-baltic-sea-cable-probe-sweden-claims-otherwise</p>
<p>Elisabeth Braw, 2024, Suspected sabotage by a Chinese vessel in the Baltic Sea. Atlantic Council. https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/suspected-sabotage-by-a-chinese-vessel-in-the-baltic-sea-speaks-to-a-wider-threat/ speaks to a wider threat<br />
Finland Police, 24 October 2023, National Bureau of Investigation has clarified the cause of gas pipeline damage. https://poliisi.fi/en/-/national-bureau-of-investigation-has-clarified-technically-the-cause-of-gas-pipeline-damage</p>
<p>Government Offices of Sweden, 19 October 2023, Damaged telecommunications cable between Sweden and Estonia. https://government.se/articles/2023/10/damaged-telecommunications-cable-between-sweden-and-estonia/</p>
<p>South China Morning Post, 12 August 2024, “Beijing admits Hong Kong-flagged ship destroyed key Baltic gas pipeline ‘by accident’.” https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3274120/china-admits-hong-hong-flagged-ship-destroyed-key-baltic-gas-pipeline-accident</p>
<p>VOA, 17 August 2024, “China’s ‘accidental’ damage to Baltic pipeline viewed with suspicion.” 569.html</p>
<p>Anna Caprile and Gabija Leclerc, November 2024, Russia&#8217;s &#8216;shadow fleet&#8217;: Bringing the threat to light. EPRS | European Parliamentary Research Service. https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2024/766242/EPRS_BRI(2024)766242_EN.pdf<br />
International Maritime Organization, 2023, URGING MEMBER STATES AND ALL RELEVANT STAKEHOLDERS TO PROMOTE ACTIONS TO PREVENT ILLEGAL OPERATIONS IN THE MARITIME SECTOR BY THE &#8220;DARK FLEET&#8221; OR &#8220;SHADOW FLEET.&#8221; https://wwwcdn.imo.org/localresources/en/KnowledgeCentre/IndexofIMOResolutions/AssemblyDocuments/A.1192(33).pdf<br />
Euronews, 28 December 2024, “NATO to step up Baltic Sea patrols after Finland-Estonia power cable damage.” https://www.euronews.com/my-europe/2024/12/28/nato-to-step-up-baltic-sea-patrols-after-finland-estonia-power-cable-damage</p>
<p>NATO, 14 January 2025, NATO launches &#8216;Baltic Sentry&#8217; to increase critical infrastructure security. https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_232122.htm</p>
<p>EU Neighbours East, 10 February 2025, “Baltic States fully disconnect from Russian and Belarussian electricity networks.” https://euneighbourseast.eu/news/latest-news/baltic-states-fully-disconnect-from-russian-and-belarussian-electricity-networks/</p>
<p>BBC, 8 February 2025, “Baltic states begin historic switch away from Russian power grid.” https://www.bbc.com/news/articles/c627d55v07go</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Laura Pennisi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/08/laura-pennisi.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/laura-pennisi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Laura Pennisi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista specializzata in studi sulla Russia, sul Caucaso, sull’Asia Centrale e sulla Grecia Moderna. Attualmente, svolge ricerche sulla propaganda russa attraverso i media. Vive a Malmö, in Svezia.</p>
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		<title>Società civile e mediazioni internazionali</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/societa-civile-e-mediazioni-internazionali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 21:43:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ambito della nuova <a href="https://www.iltoroelabambina.it/2023/06/21/larchitettura-della-pace/">architettura per la pace</a> si sono fatte strada apprezzabili organizzazioni non governamentali, fra le quali, il <em>Carter Center</em> di Atlanta, la <em>Comunità di Sant’Egidio</em> di Roma, l’<em>International Crisis Group</em> di Bruxelles, il <em>Centre for Humanitarian Dialogue</em> di Ginevra, la <em>Crisis Management Initiative</em> di Helsinki, il <em>Conflict Prevention and Peace Forum</em> di New York, e la <em>Nonviolent Peaceforce</em> di Ginevra. La loro storia e operato riflettono un approccio alternativo al confronto armato che, spesso, trova poco margine nel dibattitto pubblico, e il consolidarsi delle posizioni degli stati, a fronte delle sfide per la stabilità di scenari eterogenei, dall’Europa orientale, al Sahel, e la Palestina, per citarne alcune. Malgrado ciò, sono la dimostrazione di quanto l’applicazione del diritto internazionale, predisposto sulla scorta delle lezioni apprese dalle grandi conflagrazioni belliche del secolo scorso &#8211; che hanno condotto alla creazione delle Nazioni Unite e l’Unione Europea -, apporti risultati concreti nella direzione dell’idea di pace duratura, a partire dalla comprensione e il superamento delle cause soggiacenti ad asimmetrie, tensioni e violenze, mentre la scelta della guerra, come strumento di imposizione, punizione o vendetta, acuisce e incancrenisce le problematiche esistenti.</p>
<p>Il <em>Carter Center</em> (1982), neutrale e non profit, fondato da Jimmy e Rosalynn Carter, in associazione con la Emory University, dove quell’anno l’ex presidente era diventato professore emerito, si impernia a un’aderenza fondamentale ai diritti umani, e cerca di prevenire e appianare i conflitti e far progredire la libertà e la democrazia. Durante il suo mandato, dal 1977 al 1981, Carter aveva raggiunto sostanziosi traguardi in politica estera, che includono i trattati sul canale di Panama, gli accordi di Camp David, il trattato di pace fra Egitto e Israele, il trattato Salt II con l’Unione Sovietica, e l’inaugurazione di relazioni fra gli Stati Uniti e la Repubblica Democratica di Cina. Jimmy Carter e il Centro, dal 1989 al 2020, sono stati involucrati in mediazioni in 14 paesi e due vaste aree geografiche, la regione dei Grandi Laghi in Africa e il Medio Oriente, e hanno coadiuvato 14 missioni di osservazione elettorale. Nel 2002, Carter è stato insignito con il premio Nobel, in riconoscimento della sua abnegazione nell’individuare varchi pacifici nei dissidi internazionali e stimolare lo sviluppo economico e sociale.</p>
<p>È conosciuto a coloro che si prodigano nel campo della pace, l’apporto della <em>Comunità di Sant’Egidio</em> e, in special modo, la trattativa sull’annosa guerra in Mozambico, dove le diplomazie ufficiali avevano più volte fatto un buco nell’acqua. Nel 1990, infatti, rappresentanti della Comunità aprono i negoziati tra i contendenti dello scontro civile e, due anni più tardi, vengono siglati gli accordi di Roma. La Comunità, detta “l’Onu di Trastevere”, ha favorito l&#8217;accordo di pace in Guatemala nel 1996, l&#8217;accordo di garanzia con il quale i <em>leader</em> albanesi si compromettevano a rispettare il risultato delle elezioni che nel 1997 posero fine all&#8217;anarchia politica, la liberazione dell’intellettuale e pacifista kosovaro Ibrahim Rugova, in seguito presidente delle istituzioni provvisorie di autogoverno, e il patto per la democrazia in Guinea nel 2010. Altre esperienze, nonostante l’esito negativo, come quelle in Algeria, tra il 1994 e il 1999, in concomitanza con un colpo di stato e l’insediamento di una giunta militare, o il tentativo di chiudere un accordo di pace nel nord dell&#8217;Uganda, abortito per il rifiuto all&#8217;ultimo momento dei guerriglieri, sono comunque una chiara testimonianza del pari rilievo e funzionalità reciproca delle diverse piste.</p>
<p>L’<em>International Crisis Group </em>(1995), impegnato nel fornire un contributo al disegno di politiche che possano costruire un mondo incruento, è stato fondato come un’organizzazione indipendente, in risposta agli orrori avvenuti in Somalia, Ruanda e Bosnia. Gli esperti realizzano ricerche sul terreno, con la partecipazione di tutti gli attori, condividono le differenti prospettive e suggeriscono opzioni pratiche. Pubblica indagini comprensive e fornisce informazioni in tempo reale a coloro che sono incaricati di prendere decisioni, per evitare o, quantomeno, limitare minacce alla sicurezza. In aggiunta, vengono patrocinati colloqui con capi di governo, politici, mezzi di comunicazione, società civile per porre l’accento su emergenze, prossime o potenziali, prima che la spirale vada fuori controllo, e per aprire opportunità di intesa. La combinazione di presenza fisica, continua e costante, in teatri afflitti dalla violenza, accesso a sfere di alto livello e impatto, e competenza nell’elaborazione di raccomandazioni mirate e viabili, ha preso le sembianze di un <em>intelligence</em> per la pace che ha permesso un ridimensionamento delle crisi in Afghanistan, Etiopia, Mali, Nagorno-Karabakh.</p>
<p>Il <em>Centre for Humanitarian Dialogue</em> (1999) è un organismo senza fini di lucro, che si poggia sui principi di umanità e imparzialità, valendosi della diplomazia privata con la meta della pace. Aggiorna e assiste la comunità internazionale per sormontare dispute bilaterali e multilaterali, con un’influente rete globale, e nel disegno di accordi, inclusi cessate il fuoco e corridoi umanitari, dal terrorismo dell’Eta in Spagna alla crisi ucraina del grano, a teatri complessi in Etiopia, Darfur, Filippine, Myanmar, e Somalia. Allo stesso tempo, offre supporto locale a settori emarginati, affinché abbiano gli strumenti per affrontare contingenze che ripercuotono sulle loro vite. Il Centro è vincolato all’80 per cento dei conflitti odierni e nel 2022 è stato insignito con il Canergie Wateler Peace Prize. Quest’anno ha celebrato il ventesimo anniversario del prestigioso Forum di Oslo, convocato con la cancelleria norvegese, nella cornice del Chatham House Rule, che disciplina la confidenzialità in quanto alla fonte &#8211; ma non al contenuto -, di discussioni a porte chiuse, fra esperti, politici, e attivisti, incoraggiando una comunicazione franca per il miglioramento delle relazioni internazionali.</p>
<p>La <em>Crisis Management Initiative</em> (2000), altrimenti conosciuta come la fondazione per la pace di Martti Ahtisaari, ex presidente della Finlandia e Premio Nobel per la pace nel 2008, si occupa di anticipare e risolvere i conflitti violenti attraverso il dialogo informale, la creazione di capacità e l’accompagnamento della comunità globale verso il rafforzamento della pace. L’Ue e singoli paesi europei, tra cui la Finlandia per il 55 per cento, sono finanziatori significativi. Ha svolto ruoli di mediazione, e organizzato consultazioni fra stati e gruppi armati, in Indonesia, Iraq, Sud Sudan, Ucraina, Transnistria, Burundi, Yemen, Palestina. La Fondazione si muove lontano dai riflettori, non rilascia commenti sulle negoziazioni in corso e, spesso, i successi ottenuti non vengono divulgati. A chiusura del mandato presidenziale, Ahtisaari declinò l’offerta di assumere la carica di Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, dichiarando che era impellente dedicarsi alle determinanti strutturali delle guerre, invece che dei loro effetti. Come parte di questa visione, Ahtisaari creò, quindi, la Fondazione e accettò di presiedere l’<em>International Crisis Group</em>.</p>
<p>Valido è il lavoro del <em>Conflict Prevention and Peace Forum</em> (2000) e, in particolare, la sua abilità nel collegare i governi occidentali con compagini del fondamentalismo islamico, a esempio Hamas e Hezbollah, nella doppia convinzione che l’isolamento esacerba l’estremismo e i nessi dialettici possono disinnescare fattori di rischio, sebbene l’iniziativa, peraltro perseguita con le medesime ripercussioni dalla <em>Crisis Management Initiative</em>, sia stata criticata da quanti pensano non si debba interloquire con gruppi terroristi. Il Forum fornisce all’Onu un accesso rapido e incondizionato a conoscenze e competenze analitiche, colmando la lacuna tra ricerca empirica e spazi decisionali nella gestione dei conflitti. Vi sono poi organizzazioni &#8211; dai Balcani al Caucaso, dal Sud America all’Asia -, specializzate nel <em>peacebuilding </em>e nel <em>peacekeeping </em>civile che, grazie alla loro dedizione nella tessitura dal basso di fiducia e zone di dialogo, hanno mediato situazioni in potenza esplosive. Si veda la traiettoria ricca di intuizioni di <em>Nonviolent Peaceforce</em> (2002), la cui missione è di proteggere i civili e interrompere le aggressioni con strategie che non prevedono l’uso delle armi. I valori che la guidano sono la non violenza, come forza morale di cambio sociale; il primato dell’azione <em>civilian-to-civilian</em>, per preservare la vita, ridurre le ostilità, e mettere a punto dinamiche che ne sovvertano il contesto; e il rispetto per la “pluriversalità”, ovvero quel conglomerato di identità, rappresentazioni e narrative, di eguale dignità che la pace deve saper tenere insieme.</p>
<p>I singoli stati, e le organizzazioni formali multilaterali, pur con obiettivi espliciti relativi alla prevenzione dei conflitti armati, il mantenimento della sicurezza, e il conseguimento della pace, hanno raccolto molti fallimenti in congiunture drammatiche della storia contemporanea, per non essere riusciti a intervenire olisticamente, agire in maniera precauzionale o, ancora, rapida ed elastica, alle prime avvisaglie di una crisi. La loro inefficacia è stata spesso dettata dall’essere portatori di interessi politici ed economici e di presunte legittimità morali, rivelatisi un ostacolo alla rimozione delle cause, o dall’essere collocati in seno ad alleanze strumentali con realtà di maggior peso che, in forma diretta o indiretta, dettano l’agenda e influenzano la comunicazione. Soprattutto, le modalità di reazione rispondono a una mentalità retriva che vede la corsa agli armamenti come deterrente, e l’impiego di operazioni militari come espediente predominante per rinstaurare l’ordine, applicare un modello democratico o detenere la violenza, nell’equivoco sostanziale, smentito dai fatti, secondo il quale esistano “guerre buone” e queste possano garantire la pace. Le guerre, invece, per lo più si perdono, e la devastazione sociale, psicologica, e culturale, provocata ha sequele complesse di lungo termine, che pregiudicano intere generazioni, e di cui si finisce per accudire solo agli effetti più immediati.</p>
<p>I soggetti non istituzionali, che hanno portato a conclusione processi fruttiferi di facilitazione multilivello, meritano, oltre che di attenzione, di studi specifici per distillare lezioni apprese replicabili in futuro. Purtroppo, questo è un campo in cui esiste poca letteratura scientifica e che ha avuto scarso riconoscimento. Sebbene la peculiarità dei contesti e la singolarità dei rapporti creati renda impossibile l’universalità di uno schema, alcuni capisaldi hanno una valenza trasversale, nella fattispecie, l’importanza di coinvolgere attori locali, operare tenendo presente che le parti in lotta sono i veri protagonisti della mediazione e solo da esse può arrivare una soluzione sostenibile, assicurare la complementarietà dei canali preposti e il loro coordinamento. Va, altresì, tenuto in considerazione che i conflitti possono trascinarsi per anni e trasformare il negoziato in un susseguirsi di tattiche di logoramento. Ciò è tuttavia utile, perché miscela un amalgama di vincoli di avvicinamento e conoscenza speculare.</p>
<p>Viviamo in un mondo sempre più polarizzato, frammentato e pericoloso. Hanno assunto preminenza espressioni armate dell’estremismo religioso, pesante eredità del tracollo di guerre precedenti, alimentate da antagonismi regionali e internazionali, così come reti criminali legate al narcotraffico, fomentate dalla crescente povertà e l’aumento dell’esclusione. È anche in atto una feroce ricomposizione dei poteri nella geopolitica globale che si avvale del ricorso alla forza e la disinformazione. Conflitti nuovi e cronici sorgono e perdurano a motivo di questi fattori, con alti costi umanitari ed economici. La diplomazia multilivello di soggetti non statali ha aiutato ad affrontare e governare circostanze che sembravano fuori controllo, dove le fazioni non accettavano nemmeno l’intercessione delle Nazioni Unite. Limitare la violenza su ampia scala, ed edificare percorsi autentici di riconciliazione, necessita di una diplomazia svecchiata, dinamica e creativa, e una classe politica responsabile e non ideologica, con profondità di ragionamento storico, rigorosa sul piano del diritto internazionale, senza eccezioni facinorose, e alfabetizzata al linguaggio della pace.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/societa-civile-e-mediazioni-internazionali/">Società civile e mediazioni internazionali</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L&#8217;architettura della pace</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/larchitettura-della-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 21:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[maddalena pezzotti]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La diplomazia multilivello, e il pensiero di specialisti come Lederach, hanno permeato la logica del peacebuilding, entrando a far parte del linguaggio dell&#8217;Onu, dell&#8217;Unione Europea (Ue), di importanti organismi regionali e di singoli governi nazionali.  Questa metodica plurisettoriale e interdisciplinaria, attraverso il ricorso a binari eterogenei, o track, in chiave di rete dinamica, contribuisce a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="https://www.iltoroelabambina.it/2023/04/17/la-diplomazia-multilivello/">diplomazia multilivello</a>, e il pensiero di specialisti come Lederach, hanno permeato la logica del <em>peacebuilding</em>, entrando a far parte del linguaggio <span style="color: #333333;">dell&#8217;Onu, dell&#8217;Unione Europea (Ue), di importanti organismi regionali e di singoli governi nazionali. </span></p>
<p>Questa metodica plurisettoriale e interdisciplinaria, attraverso il ricorso a binari eterogenei, o <em>track</em>, in chiave di rete dinamica, contribuisce a promuovere la pace nel mondo in &#8220;una maniera olistica e inclusiva&#8221; (Dudouet, Eshaq et al., 2018), in negoziazioni formali che vanno oltre il tradizionale intervento esclusivo di parti armate ed <em>élite</em> politiche. La compresenza dell&#8217;attivismo di base, la comunicazione, l&#8217;accademia, l&#8217;impresa, le autorità religiose, favorisce, inoltre, una maggiore interconnessione di intenti (Paffenholz, 2013). Soprattutto, garantisce una più ampia rappresentatività di interessi per la definizione di soluzioni solide e durature e, in molti frangenti, ha generato piattaforme che si sono rivelate fondamentali per sollevare questioni neglette, o sbloccare <em>impasse</em> scaturiti da posizioni e alleanze determinate da affari economici o blocchi geopolitici, a scapito della sicurezza e la vita delle persone.</p>
<p>In tempi recenti, la riflessione sulla diplomazia multilivello ha indotto a una revisione strategica su larga scala dei processi governati dalle Nazioni Unite. La <em>Sustaining peace policy,</em> redatta a partire da un&#8217;investigazione trasversale del 2015, incaricata a una commissione di esperti, sull&#8217;impatto delle missioni politiche e le operazioni di mantenimento della pace, le seguenti risoluzioni del 2016, approvate dal consiglio di sicurezza (S/Res/2282), e dall&#8217;assemblea generale (A/Res/70/262), e il rapporto del 2017 sulle attività a supporto della mediazione del segretario-generale, fra altri elementi di cambio, elevano il ruolo giocato dal pacifismo strutturato &#8211; con accento sulle donne e i giovani -, il settore privato e le organizzazioni regionali, a quello del <em>peacemaking</em> e il <em>peacekeeping</em> canonici, auspicando opportune <em>partnership</em> a diversi livelli. Gli stessi rimarcano la necessità di finanziamenti per appoggiarne nel lungo termine le attività di prevenzione, mediazione e ricostruzione del tessuto democratico. Riconoscendo e facilitando l&#8217;apporto paritario di tali figure, la nuova architettura della pace rappresenta una svolta concettuale e pragmatica di spessore. Pone, infatti, a disposizione della società civile strumenti per potenziarne azione e incidenza, in un contesto integrato e coerente per la gestione dei conflitti globali.</p>
<p>Sulla stessa linea, si trova <em>Pathways for peace</em>, pubblicato nel 2018, dalle Nazioni Unite e la Banca Mondiale. Lo studio muove dall&#8217;enorme costo sociale ed economico degli scontri bellici contemporanei, la cui complessità vede il coinvolgimento di gruppi non statali, attori regionali e internazionali, sfide globali come quella climatica e, ancora, la criminalità organizzata transnazionale, e analizza alcuni casi di successo nella loro risoluzione. Le raccomandazioni che ne derivano sono imperniate nell&#8217;imprescindibilità della dialettica fattiva tra stato e società, alla quale si attribuisce rilevanza nell&#8217;identificazione tempestiva e la circoscrizione efficace, attraverso un lavoro di diplomazia vera e propria, di quei fenomeni di esclusione dall&#8217;accesso a beni e opportunità, dalla partecipazione e il potere decisionale, che potrebbero sfociare in tensioni, antagonismi militanti e prolungate contrapposizioni violente. In questo modo, la società civile assume centralità nel nesso fra le aree dello sviluppo e la sicurezza delle comunità e i paesi.</p>
<p>Numerosi esperti hanno suggerito all&#8217;Ue, in forma esplicita e ripetuta, di &#8220;rendere operativo un approccio <em>multi-track</em>&#8221; (<span style="color: #333333;">Herrberg, Gündüz et al. 2009). In risposta, nella <em>Global Strategy</em> del 2016, questa si è impegnata ad assumerlo a livello locale, nazionale, regionale e globale. Dal canto suo, la Comunità economica degli stati dell&#8217;Africa Occidentale (Ecowas per la sigla in inglese), in linee guida operative del 2017, ha evidenziato l&#8217;urgenza di &#8220;forgiare alleanze e coordinamento fra <em>track</em>&#8220;. Ed è proprio in questo continente che si rendono evidenti i vincoli intrinseci fra <em>peacekeeping</em> e sviluppo e l&#8217;importanza delle dimensioni sociali ed economiche che acuiscono e perdurano le situazioni conflittuali. L&#8217;Ecowas e l&#8217;Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad per la sigla in inglese), formata dai paesi del Corno d&#8217;Africa, in origine istituite con l&#8217;obiettivo di promuovere l&#8217;integrazione economica, hanno visto espandere il proprio mandato a funzioni di sicurezza regionale, con alterni successi e fallimenti. Malgrado all&#8217;inizio si sia privilegiato un criterio in prevalenza militare, che si è rivelato un rischio per le economie nazionali e i programmi di integrazione, le iniziative successive sono state progressivamente orientate nella direzione del <em>soft power</em> e del <em>peacebuilding</em>. </span></p>
<p>Anche gli stati hanno adottato i concetti e i dettami della diplomazia multilivello in politica estera. Per esempio, la politica per la pace della Svezia enfatizza il pregio e il peso dell&#8217;inquadramento della società civile negli ambiti del <em>peacebuilding</em> e lo <em>statebuilding</em>. Nella <em>Strategy for Sustainable Peace</em>, il governo sottolinea il proprio sostegno a &#8220;stadi critici di <em>peacebuiding</em> che devono includere la partecipazione locale&#8221;. Il Ministero degli affari esteri tedesco, nel documento marco sulla mediazione per la pace, del 2019, asserisce che &#8220;gli approcci multilivello o i dialoghi nazionali incrementano la fattibilità di raggiungere soluzioni comprensive e durature&#8221;. La Svizzera proietta una visione in cui si valorizza la prassi <em>bottom-up</em> nei processi di pace, per la quale afferma di trovarsi in una posizione privilegiata in merito a competenze acquisite.</p>
<p>Ciò nondimeno, <span style="color: #333333;">la poliedricità dei conflitti e la loro frammentazione richie</span>dono ulteriore ponderazione sull&#8217;uso effettivo di questa infrastruttura per la pace (Preston MacGhie, 2019) e lo scarto fra il discorso e la pratica degli stati e le organizzazioni internazionali. Mentre già esiste dal lato dell&#8217;accademia un corpo di ricerca teorica ed empirica che punta a un adeguamento critico del <em>peacebuilding </em>mirato a spostarne l&#8217;asta più in alto (<span style="color: #333333;">Lidén, Mac Ginty et al., 2009; Hellmüller, 2018 e 2019), la sua applicazione e riuscita sulla trasformazione dei conflitti restano insoddisfacenti, complici mentalità retrive sulle condizioni per la sicurezza, che priorizzano l&#8217;opposizione militare, alla cooperazione, l&#8217;integrazione e lo sviluppo; la rendita della manipolazione del mercato, e delle economie di guerra, per i paesi con maggiore potere finanziario, tecnologico e industriale; e i vantaggi legati all&#8217;allargamento delle sfere di influenza di quelle nazioni con ambizioni egemoniche nell&#8217;ordine mondiale.</span></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/larchitettura-della-pace/">L&#8217;architettura della pace</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Guerra in Ucraina e nuovo ordine mondiale:  Asia Centrale, Cina e il ruolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-asia-centrale-cina-e-il-ruolo-dellorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shanghai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Pennisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 20:12:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[asia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[laura pennisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Com’è ormai noto ai molti da quell’infausto 24 febbraio 2022, nel momento in cui la Russia innescò la miccia a seguito della sua “operazione speciale”, l’ordine mondiale ha iniziato a mostrare tangibili segni di cambiamento. Un’occasione più unica che rara per quelle potenze emergenti che da qualche tempo ormai cercavano un posto al sole.  A [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è ormai noto ai molti da quell’infausto 24 febbraio 2022, nel momento in cui la Russia innescò la miccia a seguito della sua “operazione speciale”, l’ordine mondiale ha iniziato a mostrare tangibili segni di cambiamento. Un’occasione più unica che rara per quelle potenze emergenti che da qualche tempo ormai cercavano un posto al sole.  A cominciare dalla Turchia, con la sua strategica opera di mediazione per la questione dello sblocco del grano ucraino, passando per il Brasile, il cui il neo-rieletto presidente Lula si sta ultimamente adoperando nella ricerca di una risoluzione, fino ad arrivare al gigante cinese, il reale protagonista della scena mondiale attuale. La necessaria uscita di scena della Russia dagli affari economici europei, con conseguenza più evidente il blocco delle importazioni di gas e l’impegno militare dell’Unione Europea in Ucraina, anche soprattutto a seguito delle pressioni USA, ha determinato un necessario riorientamento delle politiche estere di quest’ultima evidenziandone le già esistenti e profonde spaccature interne.</p>
<p>Con l’improvvisa uscita di scena di Mosca, le sempre più stringenti politiche climatiche adottate dall’Unione e il riconoscimento che la Cina è uno dei maggiori partner commerciali della stessa, se non il maggiore in assoluto soprattutto in ambito di transizione energetica, hanno spinto l’UE a delle risposte subitanee che hanno evidenziato la necessità di dare priorità alla cooperazione economica ponendo in secondo piano le divergenze ideologiche. Ecco quindi la visita improvvisa del Presidente francese Macron accompagnato dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in Cina per rinsaldare i rapporti, con le conseguenti dichiarazioni del primo che hanno a dir poco indispettito gli USA. L’Unione sa bene che la forza manifatturiera interna della Cina è rilevante, il che può contribuire a ridurre i tempi e i costi necessari per far avanzare la transizione energetica tanto caldeggiata dall&#8217;Europa. Pechino, di fatto, mantiene una posizione di rilievo nelle catene industriali di componenti e attrezzature per la produzione di energia solare ed eolica e nelle esportazioni verso l’UE di moduli fotovoltaici. L’Europa necessita dunque della Cina, e la Cina lo sa.</p>
<p>Tuttavia, non è soltanto l’Europa il maggiore focus commerciale di Pechino. Già da tempo, e più precisamente dal 2013, l’Asia Centrale è stata investita dall’uragano One Belt One Road (OBOR), altrimenti detta Nuova Via della Seta, con innumerevoli progetti che hanno contribuito al rafforzamento della presenza cinese sul posto. Anche per l’Asia Centrale, tuttavia, la presenza cinese ha rappresentato una ghiotta occasione per svincolarsi, almeno in parte, dall’onnipresente presenza russa. In tal senso, la guerra in Ucraina è stata un catalizzatore di situazioni preesistenti. Nessuna delle cinque nazioni dell&#8217;Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan) ha, infatti, sostenuto l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina e ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. Un’indiretta dichiarazione di allontanamento dal gigante russo, anche se, secondo i dati ufficiali, i rapporti economici con Mosca sembrerebbero essere ancora più fiorenti. <a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> Ma non solo l’Asia Centrale, anche paesi con l’Iran e il Pakistan possono trarre enorme beneficio dalla trasformazione dell’ordine mondiale con una Cina in posizione più egemonica che sembrerebbe tendere una mano d’aiuto a questi paesi tradizionalmente bistrattati dall’occidente a causa delle loro violazioni in svariati ambiti cui Pechino sarebbe più disposta a fare orecchio da mercante.</p>
<p>Ed è qui che entra in gioco l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.</p>
<p>Fondata nel 1996 come “Gruppo dei cinque” (Kazakistan, Cina, Russia, Tagikistan, Kirghizistan), l’organizzazione aveva come scopo principale il rafforzamento militare nelle aree interessate soprattutto a seguito della caduta dell’URSS. Nel 2001, dopo un incontro tenutosi a Shanghai, aderì anche l’Uzbekistan e fu firmato il trattato che modificò l’organizzazione, transformandola nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). I sei paesi aderenti espressero la volontà di ampliare gli ambiti operativi ben oltre quello militare, includendo maggiore cooperazione a livello economico. Tale idea fu rafforzata dalla proposta dell’allora primo ministro cinese Wen Jiabao di formare un’area di libero scambio economica, una mossa astuta necessaria per gettare le basi del futuro ambizioso progetto dell’OBOR.</p>
<p>Anche l’ambito energetico fu ampiamente considerato dall’organizzazione in virtù delle ingenti risorse energetiche dei paesi dell’Asia Centrale, oltre che della Russia. Non a caso, il quadro multilaterale SCO ha mirato e mira essenzialmente a un triplice scopo: ottenere l&#8217;accesso (per la Cina) a una regione di vitale importanza strategica per la Russia senza tuttavia inimicarsi l&#8217;egemone regionale, accrescere le relazioni economiche e creare una piattaforma di cooperazione regionale che vada oltre le più ristrette relazioni sino-russe per controbilanciare il lavoro di organizzazioni come l&#8217;Unione Europea, la NATO e potenze egemoniche come gli Stati Uniti.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a> Il rafforzamento dei legami con l’Asia Centrale è stato poi incrementato con interventi di carattere culturale di cosiddetto soft power cinese, grazie ai numerosi istituti Confucio sparsi per la regione allo scopo di diffondere la lingua e la cultura del paese.</p>
<p>Da sottolineare, inoltre, che alcuni paesi, e tra loro alcuni con evidente importanza strategica, si sono visti assegnare lo status di osservatore. Si tratta di Mongolia, Afghanistan, Bielorussia, Pakistan, India e Iran. Anche gli Stati Uniti richiesero nel 2006 l’assegnazione del suddetto status, richiesta rigettata, ufficialmente, sulla base del principio di non contiguità territoriale e, sostanzialmente, per diminuire la già pesante presenza manifestata attraverso numerose basi militari sparse in Asia Centrale per contrastare il terrorismo islamico in Afghanistan. Dati i precedenti negativi tra alcuni di questi paesi e l’ordine mondiale basato sulla tradizionale supremazia occidentale (vedi tribolate relazioni Iran e USA), la SCO rappresenta chiaramente un’ottima occasione per i paesi “tartassati” dall’occidente per potersi alleare e rinsaldare le loro relazioni contro il blocco occidentale.</p>
<p>Con la Russia impegnata nella guerra in Ucraina e sempre più bisognosa di alleati non occidentali, la SCO si sta aprendo strada. Prova lampante, l’ultimo meeting tenutosi a Goa in India il 4 e 5 maggio. Il ministro degli Esteri cinese Qin Gang ha inviato dei segnali (forse volutamente) ambigui sulla crescente rivalità geopolitica della Cina con gli Stati Uniti. Secondo le sue dichiarazioni riportate dal servizio stampa del ministero degli Esteri, il ministro ha detto che &#8220;la guerra fredda è in ripresa&#8221; ma anche che &#8220;l&#8217;egemonismo e la politica di potere sono in aumento&#8221;. Riferendosi chiaramente agli Stati Uniti, ha continuato esortando i suoi colleghi della SCO a “sostenersi risolutamente a vicenda nella difesa degli interessi di sovranità, sicurezza e sviluppo, e contrastare l&#8217;interferenza di forze esterne negli affari regionali e l&#8217;istigazione delle rivoluzioni colorate”. Tuttavia, la dichiarazione più interessante riguarda il nuovo ruolo che la SCO deve assumere per “contribuire allo sviluppo dell&#8217;ordine internazionale in una direzione più giusta e ragionevole”. <a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a> In tal senso, l’annuncio di accelerate procedure d’inclusione di Iran e Bielorussia nell’organizzazione assume una rilevanza non certamente di esclusivo carattere economico. Del resto, le travagliate relazioni tra gli USA e l’Iran sono ben note così come il rapporto di totale dipendenza della Bielorussia da Mosca. Non è una coincidenza che il 25 maggio Mosca e Minsk abbiano firmato un accordo per formalizzare il dispiegamento di missili nucleari tattici russi sul territorio bielorusso suscitando le ire dell’Ucraina e successive tensioni con l’occidente.</p>
<p>Inoltre, le spaccature in seno ai singoli stati membri dell’Unione Europea riguardo alla gestione della guerra in Ucraina, alle sanzioni imposte alla Russia e ai rapporti economici da tenere con la Cina stessa sono ben chiare a una Pechino sempre più a capo della SCO. Il caso del primo ministro ungherese Orbán ne è un buon esempio. Durante il Forum Economico tenutosi a Doha, il premier ungherese ha affermato esplicitamente che «l&#8217;Ucraina non ha alcuna possibilità di vincere la guerra».<a href="#_edn4" name="_ednref4">[iv]</a> Del resto, Budapest è l’unico paese dell’unione che continua apertamente ad avere rapporti commerciali con la Russia per il rifornimento di gas e petrolio, a non avere aderito alle sanzioni e a non aver fornito aiuti militari a Kiev. Un bel cavallo di troia dunque per l’Europa (e gli USA) e un’occasione per la Cina anche per allontanare ulteriormente gli USA dall’Asia Centrale, già interessata, come detto in precedenza, dalla presenza di basi militari impegnate nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.</p>
<p>Per quanto riguarda poi le relazioni con la Russia, la Cina non ha mai nascosto la sua posizione ambigua. Se da una parte ha sempre sostenuto il concetto d’integrità territoriale dell’Ucraina, dall’altro ha supportato l’occupazione russa sostenendo che il carattere provocativo dei movimenti espansionisti della NATO verso est, nonostante non abbia mai inviato attrezzature militari a Mosca e non abbia mai riconosciuto l’annessione della Crimea nel 2014. Del resto, se è vero che l’Europa ha bisogno della Cina è anche vero il contrario. <em>Do ut des. </em>Ma in questo momento, la partita più interessante per Pechino sembra si stia giocando in Asia Centrale. Quest’ultima, tuttavia, non sembra disposta ad accettare le ingerenze in parte evidenti di Pechino in maniera passiva. Se l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), la risposta della Russia e dell’Asia Centrale alla NATO, non ha mostrato negli anni l’efficienza che avrebbe dovuto, l’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) sembra essere ultimamente più presente.</p>
<p>La cosa più interessante è che il Kazakistan sta puntando a un rilancio sostanziale dell’organizzazione e dei rapporti tra i paesi coinvolti. Durante una riunione del Consiglio economico eurasiatico del 25 maggio a Mosca, il presidente kazaco Kassym-Jomart Tokayev ha invitato gli Stati membri dell&#8217;Unione Economica Eurasiatica a rendere più efficace la traiettoria di sviluppo dell&#8217;unione.<a href="#_edn5" name="_ednref5">[v]</a> Un possibile doppia lettura per questa dichiarazione. La prima, un desiderio di disciplinare maggiormente le relazioni economiche con una Russia che se sembra essere più bisognosa dei vicini dell’Asia Centrale (dove si potrebbe leggere anche un possibile ribaltamento dei ruoli da predatore a preda, se vogliamo), ma anche la volontà di non dare troppa mano libera alla Cina nei propri territori. In effetti, Tokayev ha dichiarato che nelle attuali condizioni geoeconomiche, l&#8217;unione dovrebbe raggiungere il suo pieno potenziale in modo più efficiente formando un mercato unico senza barriere, fornendo un transito senza ostacoli di merci verso paesi terzi. Quasi un contraltare alle dichiarazioni di qualche giorno prima del ministro degli Esteri cinese Qin Gang sul ruolo della SCO.</p>
<p>Del resto, la posizione geografica centrale di questi cinque stati rende centrale anche il loro ruolo all’interno della SCO, inizialmente programmata come uno spazio per gestire le differenze tra Cina e Russia nell’ambito di un quadro istituzionalizzato. Tale quadro fornisce ai cinque paesi sia maggiori rassicurazioni sulla loro sostanziale presenza nell’organizzazione sia uno spazio politico più ampio per coordinare i propri interessi nei confronti delle grandi potenze fornendo loro, almeno formalmente, la possibilità di partecipare alla cooperazione con le maggiori potenze regionali. In tal senso, i cinque stati potrebbero adempiere la funzione di bilanciatori tra Oriente e Occidente, sfidando l&#8217;interpretazione della SCO come blocco antioccidentale<a href="#_edn6" name="_ednref6">[vi]</a>.</p>
<p>SCO sì, dunque, ma con una certa misura. Ed è sempre Tokayev a sottolinearlo durante il meeting quando ha invitato i partecipanti non solo a rafforzare l&#8217;interazione economica e commerciale con la SCO, ma anche con l&#8217;Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), il Mercato comune meridionale (Mercosur) in America Latina e altre alleanze internazionali e regionali. È fondamentale, inoltre, secondo il presidente kazaco, concludere gli accordi di zona di libero scambio con Egitto, India, Indonesia, Israele ed Emirati Arabi Uniti (EAU).</p>
<p>La Cina è dunque benvenuta in Asia Centrale dal cui petrolio, unitamente a quello russo, dipende in larga parte, ma è necessario porre dei paletti. Un messaggio che Pechino ha diligentemente recepito formulando in chiave più ideologica che economica l’obiettivo del rafforzamento della SCO per non alimentari timori presso i suoi vicini. Almeno per il momento, infatti, l’enfasi della Cina è posta sul totale fallimento degli USA e delle ideologie occidentali sia economiche sia politiche, e sull’opportunità, se non necessità, di assumere il ruolo di protettore della pace in un ordine mondiale al momento in via di sfaldamento. Del resto, perché preoccuparsi? Il dragone ha ormai i piedi ben saldi in Asia Centrale grazie al massiccio progetto dell’OBOR e agli altrettanto massicci (e discutibili) sistemi di prestiti che hanno già incatenato i cinque paesi, e non solo quelli, al sempre sorridente vicino. Senza dubbio, la maniera più sottile per prendere parte al Grande Gioco per l’Asia Centrale</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a>Umarov, T. 2022. Russia and Central Asia: Never Closer, or Drifting Apart? Carnegie Endowment for International Peace. Disponibile su <a href="https://carnegieendowment.org/politika/88698">https://carnegieendowment.org/politika/88698</a> Ultimo accesso 30\05\2023.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a>Prantl, J. 2013. The Shanghai Cooperation Organization: Legitimacy through (Self-) Legitimation? Oxford Academic. Disponibile su <a href="https://academic.oup.com/book/6559/chapter/150512900">https://academic.oup.com/book/6559/chapter/150512900</a> accesso 29\05\2023.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a>China-Central Asia bulletin. 2023. Central Asia: Beijing bracing for summit-o-rama. Eurasianet. Disponibile su <a href="https://eurasianet.org/central-asia-beijing-bracing-for-summit-o-rama">https://eurasianet.org/central-asia-beijing-bracing-for-summit-o-rama</a> Ultimo accesso 30\05\2023.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[iv]</a>Corriere del Ticino. 2023. Perché Viktor Orbán ha detto che l&#8217;Ucraina non può vincere la guerra? Disponibile su <a href="https://www.cdt.ch/news/mondo/perche-viktor-orban-ha-detto-che-lucraina-non-puo-vincere-la-guerra-318024">https://www.cdt.ch/news/mondo/perche-viktor-orban-ha-detto-che-lucraina-non-puo-vincere-la-guerra-318024</a> Ultimo accesso 30\05\2023.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[v]</a> Omirgazy, D. 2023. President Tokayev Urges EAEU Member States to Unlock Union’s Economic Potential. The Astana Times. Disponibile su <a href="https://astanatimes.com/2023/05/president-tokayev-urges-eaeu-member-states-to-unlock-unions-economic-potential/">https://astanatimes.com/2023/05/president-tokayev-urges-eaeu-member-states-to-unlock-unions-economic-potential/</a> Ultimo accesso 31\05\2023.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[vi]</a> Maksutov, R. 2006.  The Shanghai Cooperation Organization: A Central Asian Perspective. SIPRI Project Paper.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Laura Pennisi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/08/laura-pennisi.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/laura-pennisi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Laura Pennisi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista specializzata in studi sulla Russia, sul Caucaso, sull’Asia Centrale e sulla Grecia Moderna. Attualmente, svolge ricerche sulla propaganda russa attraverso i media. Vive a Malmö, in Svezia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-asia-centrale-cina-e-il-ruolo-dellorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shanghai/">Guerra in Ucraina e nuovo ordine mondiale:  Asia Centrale, Cina e il ruolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La diplomazia multilivello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Apr 2023 14:42:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I negoziati di alto profilo, mirati a stabilire accordi tra parti coinvolte in conflagrazioni belliche, sono di norma oggetto dell&#8217;operato delle cancellerie, e corrispondono all&#8217;attività anche conosciuta di peacemaking. Esistono, tuttavia, altre realtà che, sul piano locale, nazionale e mondiale, e a diversi livelli di approfondimento e interlocuzione, concorrono alla sostanza dei colloqui di pace [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I negoziati di alto profilo, mirati a stabilire accordi tra parti coinvolte in conflagrazioni belliche, sono di norma oggetto dell&#8217;operato delle cancellerie, e corrispondono all&#8217;attività anche conosciuta di peacemaking. Esistono, tuttavia, altre realtà che, sul piano locale, nazionale e mondiale, e a diversi livelli di approfondimento e interlocuzione, concorrono alla sostanza dei colloqui di pace e il loro successo.<br />
Il panorama attuale è, infatti, caratterizzato da complessità senza precedenti, che sommano rimarchevoli fattori endogeni ed esogeni; transizioni tortuose, piagate dal protrarsi di violenza ed emergenze umanitarie; incoerenza della comunità internazionale, nella risposta in determinate circostanze; prerogative globali di matrice economica, commerciale ed energetica; e guerre per procura, nel contesto dell&#8217;incandescente creazione di un nuovo ordine mondiale. In queste situazioni è impossibile indirizzare in maniera disgiunta sviluppi che sono concatenati, nondimeno il procedimento richiede plurime competenze e forme di autorità riconosciuta, sia per sovrintendere la poliedricità dell&#8217;impatto sociale e la frammentazione degli stakeholders, sia per comprenderne gli stadi concomitanti nel quadro complessivo, eppure difformi in condizioni e risultati. Ciò è evidente, ad esempio, nei casi del Sud Sudan, il Mindanao nelle Filippine, la Libia, la Siria, lo Yemen e, in generale, dei paesi africani del Sahel, dove il micro e il macro si intersecano e complicano a vicenda.<br />
La diplomazia è stata, quindi, ripensata in base a due binari distinti e complementari. Il primo (track one) è quello ufficiale degli stati, con i loro apparati e procedure formali di mediazione, e il secondo (track two) è quello dell&#8217;interconnessione di attori non governativi, incarnati da organizzazioni, reti e collettività, portatori di interessi nella risoluzione dei conflitti. Il track two nasce dall&#8217;assunzione di responsabilità della società civile, a fronte dell&#8217;inadeguatezza della diplomazia formale in noti episodi storici contemporanei, e si caratterizza per essere più efficace in molti frangenti, tra i quali i confronti sorti all&#8217;interno di uno stesso stato che richiedono di battere nuove strade alla ricerca della pacificazione dei territori. L&#8217;esito di tale rivisitazione, avvenuta a mano di Montville (1981), Diamond e McDonald (1996) e Lederach (1997; 2000), è la multi-track diplomacy, tradotta in italiano con l’espressione diplomazia multilivello.<br />
La descrizione dei binari viene realizzata per la prima volta da Joseph V. Montville, al tempo funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d&#8217;America. Nell&#8217;articolo pubblicato su Foreign Policy, e cofirmato da W.D. Davidson, il track two è definito come diplomazia non ufficiale e non strutturata, di vedute aperte, altruista e dalla strategia ottimista, supportata nella sua funzione preventiva da intensi scambi intellettuali, scientifici, formativi, artistici e culturali.<br />
Avvalorata dall&#8217;analisi degli scenari favorevoli, si muove dal presupposto secondo il quale non esistono contese irresolubili e i dissidi in atto o in fieri possono sempre essere allentati, sciolti o anticipati, attraverso l&#8217;incontro e il dialogo, facendo ricorso a volontà, ragionevolezza e pragmatismo, innanzi alle catastrofi della guerra. Cruciale è il lavoro sull&#8217;opinione pubblica per evitare la tribalizzazione, ridurre il senso di vittimismo e riumanizzare il nemico. Per Montville e Davidson, il track one ha, invece, la sua ragion d&#8217;essere nel posizionamento geopolitico delle nazioni e nella minaccia sottintesa dell&#8217;uso della forza. Entrambi i binari hanno un peso psicologico specifico e si controbilanciano.<br />
Il termine multi-track diplomacy viene coniato dalla studiosa Louise Diamond, la quale ripulisce il campo del track two e ne mette in luce le possibilità. Nel 1992 a Washington, Diamond fonda, con l&#8217;ambasciatore John W. McDonald, l&#8217;Institute for multi-track diplomacy, la cui missione è quella di promuovere una metodologia sistemica per il peacebuilding. Il track two viene organizzato intorno a: esperti della mediazione (equiparati ai diplomatici del track one); cittadini individuali; imprenditori; professionisti dell&#8217;informazione e la comunicazione. Di seguito, viene ampliato, aggregando: capi religiosi e fedeli; attivisti sociali e politici; ricercatori, formatori ed educatori; filantropi e altri donatori. Inoltre, Diamond e McDonald ribadiscono la criticità dell’interazione fra mediazione ufficiale e non ufficiale. Nessuna è prevalente o autonoma dall&#8217;altra; compongono, piuttosto, un organismo vivo. Ognuna con le proprie peculiarità e risorse, rendono a pieno solo quando si riescono a coordinare.<br />
Allo stesso modo, John P. Lederach, dell&#8217;Università Notre Dame dell&#8217;Indiana, esplicita un modello logico in cui la diplomazia di stato non è al vertice di un nesso gerarchico, ma è in un legame di interdipendenza con la diplomazia espressa dall&#8217;esercizio della cittadinanza attiva, con tutte le sue piste articolate tra loro. Il nocciolo del ragionamento, e della proposta, è la trasformazione dei conflitti o la gestione di questi con strumenti non violenti. I processi di pace non sono più visti come transazioni nel campo degli affari internazionali, ma come arene etiche e programmatiche per un rinnovamento del tessuto sociale e culturale e delle dinamiche politiche ed economiche alla radice delle dispute. Secondo Lederach, il track two ha il potenziale maggiore per allestire architetture che, dove necessario, sostengano la pace nel lungo periodo, e rappresenta un capitale per azioni concrete e immediate. Nello stadio avanzato della sua riflessione, concettualizza un paradigma a rete in cui gli spazi sociali, e i luoghi dove i vincoli reciproci vengono tessuti e alimentati, sono al centro del cambiamento.<br />
La diplomazia multilivello è, dunque, pluridisciplinare e plurisettoriale, e ha il fine di abbordare le cause soggiacenti alle crisi e costruire soluzioni durature, grazie a una rigenerazione effettiva delle identità percepite, le relazioni e le leadership. Per la sua vocazione olistica, natura inclusiva, e orientamento prioritario alla concrezione della pace, accompagna, o addirittura precorre, sostentandola, la fase del peacebuilding. Soprattutto, rompe la rigidità di uno schema, improntato su cicli ripetuti di combattimenti e descalazione degli stessi, distruzione di assetti e ricostruzione infrastrutturale &#8211; a beneficio dei mercati dei paesi amici -, che permea la mentalità e il modus operandi di gran parte dei rapporti bilaterali e multilaterali, e in cui occupano il primo piano gli eserciti, gli armamenti e la pioggia di aiuti che spesso foraggiano la corruzione e subordinano economie già fragili. L&#8217;approccio potrebbe essere fonte di ispirazione contro la pericolosa genericità che dilaga intorno a concetti e pratiche anacronistiche della guerra.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-diplomazia-multilivello/">La diplomazia multilivello</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La mediazione turca in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 16:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da tempo, la Turchia nutre l’ambizione di affermarsi come un potere globale indipendente e ha identificato un’opportunità nella mediazione per il superamento del conflitto armato fra la Russia, gli Stati Uniti, e i paesi allineati con questi ultimi, che sta avendo luogo in Ucraina. La retorica, costruita a misura dell’opinione pubblica americana e i membri [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo, la Turchia nutre l’ambizione di affermarsi come un potere globale indipendente e ha identificato un’opportunità nella mediazione per il superamento del conflitto armato fra la Russia, gli Stati Uniti, e i paesi allineati con questi ultimi, che sta avendo luogo in Ucraina. La retorica, costruita a misura dell’opinione pubblica americana e i membri del congresso, secondo la quale sarebbe un baluardo per frenare Mosca, non risponde a verità. Ankara non ha alcuna intenzione di assumere le funzioni di sentinella del fianco sud orientale dell’alleanza atlantica e, a differenza di quanto avvenuto nel corso della guerra fredda del secolo passato, coltiva un’agenda autonoma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa intenzione prende le mosse dalla concezione del presidente Recep Tayyip Erdoğan e il suo partito del diritto sovrano della Turchia a difendersi da minacce, come il separatismo curdo sul territorio nazionale e in Siria, e perseguire interessi strategici, seppure in contrasto con i propri supposti principali alleati, Stati Uniti e Unione Europea (UE), nei confronti dei quali, peraltro, si è venuto accumulando un risentimento che ne ha inasprito i rapporti. La miscela di aspirazioni e frustrazioni, maturata negli anni, fra cui la fallita annessione all’UE, ha implicato un accostamento a Vladimir Putin, malgrado un percorso accidentato, riguardo a Siria, Libia, e Nagorno-Karabakh. L’intervento della Russia in Siria aveva, infatti, introdotto tensioni fra i due paesi. Nel novembre del 2015, la Turchia aveva abbattuto un caccia russo e l’episodio palesò il fantasma del primo confronto della storia tra un membro della Nato e il Cremlino. Si diede una riconciliazione, nel 2016, in seguito al deterioramento del vincolo fra la Turchia e gli Stati Uniti per il loro appoggio alle milizie curde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mosca fu, inoltre, la capitale straniera che Erdoğan visitò, in cerca di sostegno politico, all’indomani del fallito colpo di stato, contro il suo governo. In quell’occasione, si scusò per l’incidente e offrì compensazione alla famiglia del pilota che aveva perso la vita. La collaborazione che ne seguì condusse all’espansione degli scambi bilaterali e, nel 2017, all’acquisto, per 2.5 miliardi di dollari, dei missili terra-aria S-400, costato sanzioni da parte degli Stati Uniti, ricatti di espulsione dall’Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (Nato, per la sigla in inglese) &#8211; eventualità peraltro non prevista dallo statuto -, e un questionamento generalizzato in merito al suo orientamento negli affari esteri. Se nel 1952, dopo aver combattuto al fianco degli americani nella guerra di Corea, la Turchia si era unita alla Nato, per paura di interferenze del Cremlino nella gestione delle vie strategiche di comunicazione del Bosforo e dei Dardanelli, la prospettiva di sistemi russi integrati alla struttura di difesa della Nato venne percepita come un voltafaccia e una pesante sfida.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo qualche mese fa, Erdoğan era isolato sul piano internazionale. Negli ultimi due anni, aveva sfidato Cipro e la Grecia, ricattato l’Europa sui flussi dei rifugiati siriani, ed era entrato in collisione con la Francia sulla Libia. In Medio Oriente, aveva mantenuto relazioni difficili, persino ostili, con Arabia Saudita, Egitto e Israele, al punto da suscitare inedite coalizioni per tenerle testa. Nel 2021, nel mezzo del crollo monetario e un serio disagio sociale, il presidente annaspava per riparare i danni di un atteggiamento inutilmente aggressivo. Malgrado tutto, la Turchia ha sempre tratto beneficio da una Washington incline a soprassederne gli eccessi, in base a valutazioni geopolitiche. Joe Biden l’aveva per lo più ignorata, con qualche punta di occasionale criticismo, ma la crisi ucraina le ha offerto un trampolino per il rilancio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come ci ha abituati Erdoğan, si sono manifestati segni opposti. Da un lato, il riconoscimento dell’indipendenza di Kiev, e la chiusura dello stretto del Bosforo, erano stati la prova tangibile del fatto che la Turchia restasse un componente fondamentale della sicurezza occidentale. Una compagnia privata, di proprietà del figlio, nel 2019, aveva cominciato a vendere all’Ucraina i droni d’attacco, Bayraktar TB2, di fabbricazione turca, i più economici tra quelli disponibili sul mercato, la cui efficacia ha sorpreso gli analisti militari. Dall’altro lato, non sono state imposte sanzioni alla Russia e lo spazio aereo è rimasto aperto. Tuttavia, proprio l’ambivalenza di questa narrativa, non tutta pro Ucraina o anti Putin, offre margine alla possibilità di ritagliarsi un profilo. Sarà da vedere se riuscirà a replicare la scommessa vinta fra il 2005 e il 2011, quando sovrintese le negoziazioni fra Siria e Israele, dispiegò forze di <em>peacekeeping</em> in Libano, cercò di sbilanciare la presenza dell’Iran in Siria, e fece leva sul proprio peso economico per tessere buoni legami con i paesi della regione, con un ruolo costruttivo e senza generare timori negli alleati della Nato. Nel 2020, la Turchia ebbe anche una partecipazione negli accordi con i talebani in Afghanistan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I critici hanno etichettato l’iniziativa alla stregua di una rincorsa di nazioni come Germania, Francia e Regno Unito, o il tentativo di estromettere dal panorama Israele, propostosi nella stessa veste, o di celare la propria reale attitudine, tenendo in conto che la Turchia ha bisogno del Cremlino per condurre operazioni militari in Siria, considerate vitali. Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che Erdoğan è in grado di apportare al processo, ovvero la sua speciale interlocuzione con Putin. Pochi capi di stato, a eccezione di Benjamin Netanyahu, hanno trascorso con lui più tempo del presidente turco, e persino a fronte di profonde differenze hanno saputo concertare azioni complesse. Non solo ha una connessione positiva con Mosca e Kiev, ma può facilitare un canale sia con Washington sia con Bruxelles, un punto chiaro a Volodymyr Zelenskyy, il quale ha discusso le garanzie per l’Ucraina con Erdoğan prima della sua ultima visita a Mosca. Un avvicinamento era già avvenuto all’inizio dei combattimenti e un’importante riunione si è concretato ad Antalya. Il tavolo avviato a Istanbul, dopo l’insuccesso dell’esperimento in Bielorussia, ha senso da diversi punti di vista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Turchia si trova in una condizione unica e privilegiata: è rispettata per l’amministrazione delle infrastrutture geostrategiche nell’area del Mar Nero e l’esperienza acquisita in trattative delicate nel Caucaso e in Medio Oriente la rendono credibile come mediatrice. C’è molto in gioco per il paese rispetto al negoziato. In primo luogo, il miglioramento delle relazioni con l’Occidente che sembra ora aperto alla distensione. In secondo, l’eventualità di ricavarsi un posto di rilievo nella risoluzione di questioni nodali in altre zone di instabilità, fra cui Serbia, Bosnia e Herzegovina, e Afghanistan. Se la Turchia dovesse riuscire nell’intento, avrebbe un guadagno netto in <em>status</em>. Dopo la ronda di marzo, nonostante gli sforzi della Turchia, non è ancora stata identificata una data per un incontro fra Zelensky e Putin. Il ministro degli affari esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che alcune nazioni della Nato si stanno impegnando per prolungare il conflitto, invece di trovarne un’uscita, e che l’interesse apparentato per le sorti degli ucraini è solo cosmetico, quando in realtà si sta incrementando la violenza con il fine di debilitare la Russia nel lungo termine. Le recenti affermazioni pubbliche del segretario di stato americano, Antony Blinken, e del segretario della difesa, Lloyd Austin, nel merito, sembrerebbero confermare tale lettura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cavusoglu è dell’opinione che le sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea non favoriscano il clima necessario al dialogo, sebbene la Turchia continuerà i contatti diplomatici su entrambi i fronti, definendo il proprio lavoro imprescindibile, visto l’irrigidirsi di determinate posizioni. La <em>first lady</em>, Emine Erdoğan, dal canto suo, ha rilasciato interviste sottolineando l’importanza del <em>soft power</em> per garantire una pace permanente e sostenibile nel mondo, così come il coinvolgimento attivo di paesi che non facciano parte del gruppo dei vincitori della seconda guerra mondiale, criticando la struttura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’efficacia dell’organizzazione che, per ammissione dello stesso segretario generale, António Guterres, ha fallito nel prevenire lo scoppio delle ostilità. La Turchia pare procedere con determinazione e una certa libertà di pensiero, ma spesso ci ha sorpreso con cambi di scena imprevisti e decisioni temerarie. Passi quel che passi, il filo conduttore del suo azionare si snoderà all’interno del nazionalismo turco e la stabilità di Erdoğan.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
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		<title>Stati Uniti e Medio Oriente: si riparte dal via</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 11:08:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I temi che per lungo tempo hanno definito la politica americana in Medio Oriente hanno perso rilevanza. A dispetto di una maggiore complessità di fattori, Washington non ha saputo rifocalizzare e riorientare la propria presenza nella regione. Innanzitutto, il dibattito intorno alle opzioni <em>stay in</em> o <em>get out</em> non tiene conto di una realtà che è mutata dall’epoca in cui ogni cosa poteva essere giustificata in nome degli Stati Uniti. L’amministrazione entrante dovrà, quindi, provare a chiarire ciò che è strategico, in questo momento storico, e nell’odierna fase di profonda crisi economica, canalizzare quelle risorse che sono davvero necessarie per proteggere i nuovi interessi e affrontare le grandi sfide della sicurezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel corso della guerra fredda, e fino alla prima parte del secolo, le questioni che hanno determinato l’intervenzionismo nell’area sono state il mantenimento del flusso di greggio dal golfo Persico, che ha tutelato bassi prezzi al consumo, la prevenzione della proliferazione delle armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo, e la protezione di Israele. Tuttavia, nel contesto geopolitico, sociale e tecnologico attuale, e sulla base dell’insuccesso accumulato &#8211; già da prima dell’invasione dell’Iraq nel 2003 e nonostante le condizioni di supremazia -, queste non motivano, né dal punto di vista strumentale né da quello etico, le spese militari e la drammatica perdita di vite umane, che hanno comportato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da un lato, l’applicazione della fratturazione idrica su pozzi di petrolio e gas ha reso gli Stati Uniti quasi indipendenti sul versante delle fonti di energia, ponendo in dubbio la convenienza di seguire con investimenti massivi in Medio Oriente. Dall’altro, il controllo degli arsenali nucleari, si è dimostrato materia di diplomazia regionale e internazionale, che non richiede la pesante infrastruttura bellica sul territorio. Il terrorismo, dal canto suo, non solo ha subito duri colpi in Iraq e Siria, ma la sua persistenza in alcune aree ha provato essere dovuta alla stessa permanenza di truppe, ponento l’accento su una rivalutazione delle dinamiche di causa ed effetto. Oltre al resto, le inquietudini degli americani, nell’era Covid-19, sono perlopiù orientate alle prospettive del mercato del lavoro. Israele, poi, si è convertito in un’economia avanzata, con un Pil alla pari della Francia e del Regno Unito, ha normalizzato le relazioni con le nazioni arabe, e può detenere l’Iran e i suoi alleati grazie a sofisticati sistemi, non legittimando quel sostegno su cui ha potuto sinora fare affidamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fallimento della trasformazione delle società arabe, la detenzione dello sviluppo nucleare iraniano, o la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, suggeriscono un approccio distinto, fondato su obiettivi viabili, in antitesi al ridisegno utilitaristico del Medio Oriente. Preservarne, piuttosto, la stabilità, con un coinvolgimento mirato, calibrato sul consenso, potrebbe rivelarsi efficace. In Iran, una politica di contenimento, centrata su regole accettabili sul piano regionale, combinata con una riacquisita credibilità rispetto all’uso della forza, pagherebbe più dell’auspicato, e mai realizzato, rovesciamento di governo. Per tutto contrario, la mancata reazione all’attacco ai campi petroliferi in Arabia Saudita nel 2019, che i servizi occidentali concordano nell’attribuire all’Iran, ha messo in rilievo la distorsione fra mezzi disponibili e opportunità. In uno scenario confrontativo, la preoccupazione per le conseguenze della risposta han prevalso sugli stessi interessi americani, creando una situazione controproducente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Impiantarsi come garanti dell’ordine implica, però, rassicurare in merito a quello che ai principali attori è parso un disimpegno irrazionale e unilaterale, che ha destabilizzato la penisola arabica, rendendo difficile, per ironia, proprio la difesa energetica e l’opposizione al terrorismo. Lo Yemen ne è un esempio da manuale. La guerra venne iniziata, nel 2015, dai sauditi, dopo il ritiro degli americani dall’Iraq, che aveva permesso all’Iran di consolidare un ruolo nella politica interna di questo paese, e il ripiego dal conflitto siriano, che a sua volta aveva creato le premesse per una penetrazione capillare di Teheran, attraverso le milizie ideologiche sciite <em>pasdaran</em> e <em>hezbollah</em>. La presa di Sanaa a mano di <em>Ansar Allah</em>, nel 2014, con l’appoggio dell’Iran, e una percepita indifferenza degli Stati Uniti alla sua crescente influenza, mise in allarme Riyadh. Pure l’accordo sul nucleare aveva provocato tensioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele, malgrado la fornitura di armamenti a cambio di un beneplacito cosmetico e precario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questa stessa ottica, va riadattato l’assetto militare installato negli ultimi vent’anni, a salvaguardia delle rotte marittime del greggio, che risulta sproporzionato per lo scopo deputato. Inoltre, gli Stati Uniti devono superare la retorica della “guerra al terrorismo” e riorganizzarne le manovre di contrasto. In Iraq e altrove, la <em>jihad</em> si può ridurre a livelli gestibili con azioni di <em>intelligence</em>, polizia e cooperazione multilaterale. E ancora, è fondamentale ridimensionare gli aiuti a Israele in modo da riflettere la portata della sua forza relativa. La scelta non si pone fra il ritirarsi o il rimanere <em>tout court</em>, si tratta piuttosto di decidere dove, perchè e su quale scala.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
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		<title>Quali alleanze per gli Stati Uniti dopo Trump?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 10:00:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Donald Trump ha posto a dura prova l’ordine costituito dagli Stati Uniti nei settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Sebbene il dibattito si sia impantanato in una dicotomia fuorviante animata da antagonisti che spingono verso la sua dissoluzione e nostalgici che puntano alla sua ricomposizione, nessuna delle opzioni è viabile. La volatilità dei pesi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Donald Trump ha posto a dura prova l’ordine costituito dagli Stati Uniti nei settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Sebbene il dibattito si sia impantanato in una dicotomia fuorviante animata da antagonisti che spingono verso la sua dissoluzione e nostalgici che puntano alla sua ricomposizione, nessuna delle opzioni è viabile. La volatilità dei pesi politici nei contesti domestici, e la natura mutevole della competizione fra stati, rende impraticabile sia <em>leadership </em>unilaterali sia un ritorno a vecchi schemi. D’altro canto, la situazione ereditata da Joe Biden è tale da alimentare un dubbio palese intorno all’attuale possibilità americana di restaurare con credibilità un ruolo di garante della sicurezza globale.</p>
<p>Il bilanciamento di potere raggiunto nella fase preliminare della guerra fredda che, pure con enormi difficoltà, ha assicurato la pace fra le società industrializzate, oggi è a repentaglio. In seguito al collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano preservato questa conduzione, anche se era stata tarata su uno scenario in cui non avevano rivali, con un alleggerimento di intensità nella difesa e la deterrenza. Trump ha minato le fondamenta del rispetto reciproco, intimando l’abbandono dei teatri dei paesi inadempienti con la richiesta di un aumento delle quote belliche, mettendo persino in discussione il sodalizio granitico con Giappone e Corea del Sud. La contropartita è stata un’accelerazione di quelle propulsioni geopolitiche che si stanno adoperando per indebolire i patti esistenti e uno scarso appoggio internazionale nella campagna contro la Cina.</p>
<p>Invero, la coalizione atlantica ha provato di poter essere governata con costi contenuti ed efficacia. Il problema risiede nella polarizzazione all’interno del congresso e l’opinione pubblica, e rimarrà oggetto di controversia nel corso della prossima amministrazione. Ogni presidente americano ha spronato a investire nella cooperazione militare, ma l’apparente dislivello – gli Stati Uniti spendono oltre il 3 per cento del Pil, mentre la media degli integranti della Nato si colloca fra l’1.5 e il 2 – non può essere comparato con gli obiettivi perseguiti da Washington e il vantaggio acquisito in sfere di influenza. Del resto, in alcun caso, si è vista coinvolta in dispute che non coincidessero con i propri interessi, o sono accadute circostanze in cui non potesse decidere in autonomia, o rescindere da impegni.</p>
<p>Nel tempo intercorso fra la rivoluzione, che dal 1775 al 1783 oppose le tredici colonie nordamericane al Regno di Gran Bretagna, e l’intervento anti-nazista dal 1941 al 1945, gli Stati Uniti non avevano avuto alleati formali. Tra il 1949 e il 1955, sono state offerte garanzie a 23 nazioni in Asia ed Europa; alla conclusione del ventesimo secolo, il numero era salito a 37. La diffusione della tecnologia balistica e nucleare, con l’estensione della portata offensiva aerea, avevano rotto il loro relativo isolamento geografico. La fitta rete di basi all’estero ha svolto la funzione di ridurre l’esposizione ad azzardi, e divergere le crisi, prevenendole o risolvendole, lontano dal suolo patrio. In primo luogo, ha permesso il controllo dell’unica super potenza sopravvissuta all’indomani del conflitto mondiale, l’Unione Sovietica, e il congelamento di un confronto su larga scala in maniera indefinita.</p>
<p>Il sistema ha piuttosto diminuito il costo delle manovre americane. Dall’inizio degli anni cinquanta, gli alleati hanno aderito a qualsivoglia operazione degli Stati Uniti, non essendo obbligati dagli accordi, e hanno supportato la dottrina di Washington, come l’adesione a sanzioni, e la partecipazione in missioni di pace che hanno determinato il destino di paesi in transizione. Tali apporti hanno consentito un’ampia proiezione senza grandi sovraccarichi. Per dipiù, importanti economie, quali Germania, Taiwan e Corea del Sud, hanno rescisso dalla proliferazione nucleare, e altre ancora dal creare strutture militari sofisticate, affidandosi alla tutela americana, e accrescendone la supremazia tecnologica e politica.</p>
<p>Questa logica ha funzionato fino a quando il nemico sul quale era stata disegnata si è disintegrato. Esperti di orientamento realista la dichiararono obsoleta, chiamando a uno smantellamento, ma i politici statunitensi decisero piuttosto di riorientarla. Bill Clinton promosse l’ingresso nella Nato di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, e instaurò un programma affiancato alla Nato, per generare apertura negli stati dell’ex blocco sovietico, senza che questi dovessero aderire, così promuovendo stabilità, dopo lo disfacimento della Yugoslavia fra il 1991 e il 1992, e alzando una cortina che pretendeva infiacchire la Russia o indurla a transitare nella Nato.</p>
<p>Nella decade dei novanta, l’approccio dell’allargamento a est sembrò funzionare, ma con l’ampliamento a Estonia, Latvia e Lituania nel 2004, l’alleanza si fece difficile da patrocinare. Se la Russia aveva bisogno di  una zona cuscinetto che la mantenesse in sicurezza, gli Stati Uniti vedevano sul suo confine ovest la prima linea. Immerso nella recessione economica, il Cremlino dapprincipio non aveva ribattuto ai movimenti di espansione. La congiuntura virò quando, nel 2008, invase la Georgia e, nel 2014, l’Ucraina, per non lasciare che entrassero nella Nato, e come parte di una tattica mirata ad accertare l’inabilità degli Stati Uniti di soccorrere la regione balcanica.</p>
<p>In aggiunta, una Cina in progressiva ascesa è riuscita a corrodere le relazioni americane nel Pacifico. Non solo gli investimenti bellici hanno reso gravoso per Washington entrare in guerra, ma hanno attestato che la sua tenuta nel proteggere gli stati amici si sta dissipando. Pechino ha prodotto tecnologia avanzata, e costruito basi nel mar cinese meridionale, che rendono infattibile agire in prossimità delle sue coste, a Taiwan o nelle Filippine.</p>
<p>A un trentennio dalla caduta del muro di Berlino, Russia, Cina e Stati Uniti hanno sviluppato strategie non militari che spostano gli equilibri. Nel 1999, incursioni russe, durate quasi un anno e cominciate a bassa frequenza, ai <em>computer</em> del dipartimento di difesa, università e imprenditori, ottengono codici navali classificati e configurazioni di guida di missili. Nel 2003, un’azione coordinata cinese, tuttora sconosciuta nella sua precisa origine, si inserisce nei <em>pc </em>dell’America per ricavare dati su apparati informatici. Viene violato l’accesso di <em>Lockheed Martin</em>, <em>Sandia National Laboratories</em> , <em>Redstone Arsenal </em>e la Nasa. Nel 2006, un’ondata di assalti digitali statunitensi, in collaborazione con Israele, tenta il sabotaggio della centrale nucleare iraniana di Natanz, mediante un virus ingeniato per disabilitare le centrifughe. Nel 2007, un ciberattacco russo all’Estonia paralizza i settori bancario e governativo. Nel 2016, ingerenze imputate alla Russia interferiscono nelle elezioni presidenziali a stelle e strisce.</p>
<p>Vandalismo <em>web</em> per la sottrazione o l’eliminazione di dati, intralcio ad apparecchiature militari e satellitari per l’intercettazione e la sostituzione di ordini, raccolta di dati riservati, campagne di disinformazione, propaganda psicologica, sociale e politica, nonché attacchi a infrastrutture critiche identificate in servizi commerciali, energetici, idrici, logistici, e della comunicazione, richiedono <em>partnerships</em> rinnovate. Le modalità sono diverse, ma l’intenzione che le muove è la medesima: arrivare allo scopo senza violare le leggi sull’uso della forza e attivare l’articolo 5 della Nato. Servono a sminuire il credito dei trattati americani e suffragare che questi hanno perso vigore di coercizione.</p>
<p>Il sistema, dunque, deve essere rifondato a partire dalle intimidazioni non esclusivamente militari a cui far fronte e ricalibrato sullo <em>status</em> economico e sociale dei suoi membri, e le loro potenzialità, per rilanciare una responsabilità collettiva. Oltre i toni, Trump ha espresso un pezzo di verità. Quando venne istituita la Nato, gli alleati erano paesi che uscivano dalla distruzione della guerra con finanze al bordo del crollo; ora sono fiorenti democrazie in grado di contribuire in grado simmetrico. La resistenza della società civile all’aumento delle spese in armamenti potrebbe essere, inoltre, superata se, in Europa, le risorse venissero redirezionate a voci non tradizionali, relazionate alla guerra cibernetica e il controspionaggio ciberspaziale. La superiorità tecnologica degli Stati Uniti, comunque, gli preserverebbe l’incombenza principale degli aiuti sul territorio.</p>
<p>Due sfide rimangono aperte. Dimostrare alle nazioni balcaniche che Washington è in grado di provvedere una vigilanza attendibile sulla frontiera orientale della coalizione e contenere le ambizioni della Russia. Provare alle nazioni asiatiche che non vi  è alternativa agli Stati Uniti, nonostante l’evoluzione della Cina. Entrambe non possono essere vinte, a meno che gli alleati forti in Europa e Asia intraprendano ruoli di primo piano nella ricerca di soluzioni specifiche ai problemi, siano diplomatici, tecnologici od operativi, per contrarrestare la pressione di Russia e Cina sugli alleati deboli. Australia e Giappone, per esempio, sono imprescindibili affinché vengano attese le rivendicazioni degli alleati nel mare cinese.</p>
<p>Inanzitutto, gli Stati Uniti devono modificare il proprio punto di vista sulle alleanze e la loro gestione e, pur restando un asse centrale, assumere una funzione di accompagnamento a sforzi collegiali. Gli attori regionali devono esercitare un protagonismo inderogabile per identificare risposte adeguate alle provocazioni presenti nelle loro rispettive aree su questioni di deterrenza, ciberdifesa, e investimenti aggressivi di capitali stranieri in infrastrutture essenziali. Si deve anche comprendere che le minacce non vengono ponderate con la stessa misura da Washington e dagli alleati, o da alleati differenti, in quanto si danno ripercussioni sproporzionate nelle singole realtà, e gli Stati Uniti dovranno porsi nella condizione di accettare qualche incognita a beneficio degli alleati. Quello che deriva dal non favorire un cambiamento non è un rischio sostenibile.</p>
<p>L’agenda di riforma è vasta, ma il mondo non è lo stesso della post-guerra, e gli Stati Uniti hanno bisogno di più alleanze che nel passato e di nuove intese. Ridimensionare il <em>network</em> farebbe perdere capacità di reazione, dove altri hanno guadagnato terreno. Se il presidente entrante non agisce, Cina e Russia avanzeranno con rapidità nel progetto di demolizione della fiducia nel Pentagono. Allineare mezzi e fini, in un’ottica associativa, è il fulcro della strategia estera del futuro. Le alleanze, non coltivate, potrebbero diventare irrilevanti, nel momento in cui sono necessarie.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
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		<title>Trump &#8211; Biden: l’essenzialità della verità sul voto per il riconoscimento internazionale in chiave geopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 10:42:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Democrazia equivale a significare libertà? È una domanda che nasconde non poche insidie sia in termini filosofici che giuridici. Nel caso delle elezioni Usa 2020 la contesa tra i due concetti si fa più intensa che mai e questa è la premessa di un ragionamento che cerca una lettura geopolitica dei due elementi. Alla prima [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/trump-biden-lessenzialita-della-verita-sul-voto-per-il-riconoscimento-internazionale-in-chiave-geopolitica/">Trump &#8211; Biden: l’essenzialità della verità sul voto per il riconoscimento internazionale in chiave geopolitica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Democrazia equivale a significare libertà?</p>
<p>È una domanda che nasconde non poche insidie sia in termini filosofici che giuridici.</p>
<p>Nel caso delle elezioni Usa 2020 la contesa tra i due concetti si fa più intensa che mai e questa è la premessa di un ragionamento che cerca una lettura geopolitica dei due elementi.</p>
<p>Alla prima domanda, pertanto, ne segue un’altra.</p>
<p>È importante sapere chi sia effettivamente il candidato Presidente che, in base alle regole del paese statunitense, risulterà democraticamente suffragato nei singoli Stati affinché ne siano attribuiti (sempre per singolo Stato) i c.d. “grandi elettori”?</p>
<p>Il paragone che sorge spontaneo potrebbe essere, per certi versi, quello con il <em>falsus procurator </em>del sistema giuridico italiano.</p>
<p>Attenzione, però, ad una differenza che occorre precisare chiaramente: in Italia tale figura è disciplinata dal Codice Civile (tra l’altro, quest’ultimo, di periodo pre-repubblicano sicché, per deduzione, nato in epoca anteriore allo Stato democratico) il ché non sta a significare che medesimo inquadramento giuridico vi sia negli Stati Uniti (in cui esiste, risaputamente, un sistema di <em>common law </em>il quale diverge dai sistemi di <em>civil law</em>).</p>
<p>Questa nettezza si traduce oggettivamente, quantomeno sul piano giuridico prima che geopolitico, nel comprendere come sia essenziale chi effettivamente, tra Trump e Biden, risulti il candidato votato con le regole democraticamente date ed in vigore negli Usa.</p>
<p>È una questione di portata delicatissima: a seconda dell’elezione di uno o dell’altro gli effetti di geopolitica implicherebbero, per gli Stati del mondo che con gli Usa si interfacciano (e non solo), un diverso approccio in campo energetico, commerciale, diplomatico, monetario e via discorrendo.</p>
<p>Qui si innesta, quindi, la radice più importante dell’analisi: quanto l’effettività di un voto, delineandosi alla pubblica opinione come democratico, sia espressione di libertà di scelta del popolo statunitense.</p>
<p>Ad oggi i fatti raccontano che Trump chiede la verifica e la conta esatta dei voti prima di accettarsi sconfitto o meno; Biden, invece, ha già avviato la c.d. “<em>transition</em>” sino a gennaio 2021 ritenendo valido il risultato della tornata elettorale appena conclusa.</p>
<p>Sulla scorta di questa evoluzione dei fatti ne deriva che risulta necessario ed essenziale che, proprio in ragione delle regole democraticamente vigenti nel sistema statunitense, vi sia chiarezza elettorale.</p>
<p>Ne va della credibilità della più grande democrazia al mondo.</p>
<p>Ne va della credibilità di Biden e della forza maggiore che potrebbe esprimere sul piano politico.</p>
<p>Ne va, altrettanto, della credibilità di Trump sia in ipotesi di confermata sconfitta che di ribaltamento del risultato determinato in prima battuta.</p>
<p>Immaginiamo per un attimo l’ipotesi in cui Trump non avesse dichiarato di volere avviare la procedura di riconteggio, così accettando la sconfitta elettorale, sul presupposto che il voto derivatone dalla tornata di inizio novembre scorso si palesasse attendibile da subito.</p>
<p>Ecco, ragionando per ipotesi, l’effetto di quanto appena descritto sarebbe vedere Biden quale Presidente senza alcuna contestazione: il gioco democratico (si ribadisce, determinato da regole in quel dato sistema ordinamentale) avrebbe dato, così facendo, il via alla certezza elettiva del quarantaseiesimo Uomo “più potente al mondo”.</p>
<p>Il pregiudizio in termini di rappresentanza politica a cui avrebbe contribuito Trump (colpevolmente od incolpevolmente) sarebbe stato ben peggiore rispetto a quanto, oggi, sta avvenendo; ciò, soprattutto, laddove si scoprisse che, ad esito di riconteggio, Biden non avrebbe effettivamente la maggioranza dei c.d. grandi elettori per diventare prossimo Presidente Usa.</p>
<p>Perciò democrazia non equivale per forza di cose a libertà se le regole che disciplinano un sistema non si rendono vive nell’affrontare un determinato problema con metodo di riconoscimento.</p>
<p>È un diritto, quindi, il riconteggio dei voti per Trump così come è un atto di democrazia per Biden ritenersi il futuro quarantaseiesimo Presidente Usa (sino a conferma del voto appena effettuato dal popolo statunitense).</p>
<p>Avere certezza del voto, pur essendo la democrazia un processo lungo, faticoso, costoso, è essenziale affinché anche gli altri paesi del globo possano correttamente interagire con il paese statunitense.</p>
<p>Diversamente entrerebbe in crisi uno dei pilastri dei processi internazionali che punta al consolidamento dei rapporti di geopolitica: per l’appunto il reciproco riconoscimento.</p>
<p>Principio di riconoscimento che, proprio come una carta d’identità, è strumentale acchè ci si possa palesare all’esterno nonché a rendere attendibili le informazioni, i lineamenti, la struttura, lo stato occupazionale, ecc. di un determinato soggetto.</p>
<p>Cosa succederebbe, però, se la carta d’identità degli Usa non fosse esattamente corrispondente al vero dato elettoralmente determinato?</p>
<p>Eppure il voto di inizio novembre 2020 è non altro che l’esito di un processo democratico in cui si è stabilito che i voti per posta valgono tanto quanto quelli in presenza.</p>
<p>Il ruolo delle verità diventa imprescindibile a questo punto a meno che, a prescindere dalla Costituzione Americana, l’<em>establishment</em> non abbia decretato comunque la fine di Trump.</p>
<p>Anche questa è democrazia qualcuno potrebbe dire, ma non è certo libertà perché questa è effettiva solo se si rendono effettivi i diritti e si riconoscono le regole del gioco.</p>
<p>A prescindere quindi dalla vittoria di Trump o meno, la forza di una democrazia si pesa dal come essa stessa riesce a mettersi continuamente in discussione con la certezza del diritto.</p>
<p>Certezza, quest’ultima, che si può volere solo con coraggio (di tutti).</p>
<p>Perché se il coraggio rimane prerogativa solo di pochi, alla fine, si rimane solo democratici senza avere dentro alcun vero anticorpo per evitare che lo <em>stress</em> sistemico favorisca l’implosione lasciando spazio ai famosi “ismi”.</p>
<p>Uno dei mali peggiori della democrazia è, appunto, il democraticismo: ostentazione fanatica che porta solo alla negazione dello stesso principio da cui deriva.</p>
<p>Per questo è necessario che si faccia chiarezza sul voto americano: finché non ci sarà riconoscimento come le norme prescrivono, la democrazia non sarà mai volta alla libertà effettiva ed all’uguaglianza.</p>
<p>Vi fidereste di un paese che non ammette il suo auto-controllo e, quindi, la trasparenza del suo stesso andamento dall’esterno e per l’esterno?</p>
<p>Investireste in un rapporto (sia esso diplomatico, commerciale, ecc.) con qualcuno non attendibile per come si dichiara o mostra?</p>
<p>La linea sottile che congiunge principi fondamentali, valori e sviluppo complessivo dell’Umanità tra diversi continenti sta proprio nella reciproca legittimazione ad interloquire.</p>
<p>Biden potrebbe giurare a gennaio 2021 quale prossimo Presidente degli Usa democraticamente eletto, ma non potrà dirsi liberamente riconosciuto finché non si saranno espletate tutte le dinamiche del processo di legittimazione.</p>
<p>E su questo punto gli Usa dovranno fare i conti così come dovrebbe farli l’Europa e, in particolare, l’Italia.</p>
<p>Perché la democrazia dei <em>falsus procurator</em> è una insidia enorme (a Morotea memoria); tanto grande quanto perdere l’identità e non poterla più recuperare.</p>
<p>Dollaro isn’t it?</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/trump-biden-lessenzialita-della-verita-sul-voto-per-il-riconoscimento-internazionale-in-chiave-geopolitica/">Trump &#8211; Biden: l’essenzialità della verità sul voto per il riconoscimento internazionale in chiave geopolitica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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