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	<title>giovani Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>giovani Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Future generazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 21:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando leggo che a fronte di un debito dello Stato, per spese correnti o investimenti, si vanno a gravare le future generazioni, trovo difficoltà a comprendere. La spesa pubblica sottrae possibilità di consumo o investimento alla spesa privata con la quale entra in concorrenza. Lascio ai keynesiani più o meno ortodossi di sviscerare sulle diverse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Quando leggo che a fronte di un debito dello Stato, per spese correnti o investimenti, si vanno a gravare le future generazioni, trovo difficoltà a comprendere.</div>
<div>La spesa pubblica sottrae possibilità di consumo o investimento alla spesa privata con la quale entra in concorrenza. Lascio ai keynesiani più o meno ortodossi di sviscerare sulle diverse conseguenze sul reddito della spesa corrente o dell’investimento. Resta il fatto che all’atto della spesa pubblica si sottraggono al privato possibilità di consumo o investimento. Ma si sottraggono al privato contemporaneo, non alle future generazioni, e il privato contemporaneo riceverà n contropartita dei titoli di credito.</div>
<div>Che cosa accadrà alle future generazioni? Queste erediteranno i titoli di credito, dai quali riceveranno interessi a meno che vogliano farsi rimborsare a scadenza. Lo stato pagherà con le tasse gli interessi o i rimborsi: vi sarà, a cura dello stato, un passaggio di ricchezza o di reddito dai contribuenti ai detentori dei titoli, in sostanza una redistribuzione, come di redistribuzione si è trattato al momento dell’accensione del debito. A parità di ricchezza e reddito generali non vi è stata nessuna spoliazione intergenerazionale; se poi, keynesianamente, il debito ha portato a una crescita del reddito, le future generazioni trarranno da tutto quanto descritto un notevole beneficio.</div>
<div>Il debito consente di destinare a esigenze pubbliche il prodotto contemporaneo, al quale rinunciano altri contemporanei. La rinuncia può avvenire attraverso l’imposta o, come detto, col debito. Se avviene col debito essa consente a eredi detentori del credito delle future generazioni di ottenere una redistribuzione a proprio vantaggio, che potrà essere a carico di loro contemporanei pagatori di imposte, in una condizione di reddito, si spera, cresciuto.</div>
<div>Sono comunque redistribuzioni infragenerazionali, non intergenerazionali.</div>
<div></div>
<div>
<div>Semmai vale la pena di approfondire l’aspetto della nazionalità di chi rinuncia a proprie scelte di consumo o investimento per sottoscrivere i titoli emessi all’accensione del debito. Se i titoli vengono collocati in parte all’estero, si ha la possibilità di trasferire all’emittente risorse estere per spese correnti o investimenti, ne’ più ne’ meno di quando una società emette azioni o obbligazioni collocate all’estero. Il risultato dipende da come vengono utilizzate queste risorse.</div>
<div>Per le generazioni future si porrà il problema degli interessi e dei rimborsi, da corrispondere nei confronti di creditori interni o esterni analogamente a quanto avviene per le società private con i detentori di azioni e obbligazioni. Si tratta, come già detto, di trasferimenti infragenerazionali, che vengono temuti se effettuati verso detentori esteri. Però, se le risorse a suo tempo ricevute sono state ben impiegate non c’è un particolare fardello, anzi i benefici degli investimenti fatti compenseranno ampiamente le risorse per interessi e rimborsi. Il debito di un paese che funziona è appetito da tutti: i cinesi si tengono il debito americano.</div>
<div>Per concludere, le generazioni future si possono lamentare solo se il debito è sprecato in consumi senza generare moltiplicatore del reddito e se il debito è stato finanziato da creditori esterni, sempre che l’inflazione non se lo sia mangiato.</div>
</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
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		<title>Giovani e impresa: e se l’Italia imparasse dall’Irlanda?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Adile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Feb 2020 21:08:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[irlanda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù, ti annega di verde e ti copre di blu”. Così cantava Fiorella Mannoia nel 1991, un poetico omaggio al paese della Guiness, divenuto uno dei brani più celebri della cantante romana. Eppure, la Tigre Celtica non è soltanto il paese delle pinte di birra e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù, ti annega di verde e ti copre di blu”.</em> Così cantava Fiorella Mannoia nel 1991, un poetico omaggio al paese della Guiness, divenuto uno dei brani più celebri della cantante romana.</p>
<p>Eppure, la Tigre Celtica non è soltanto il paese delle pinte di birra e della musica folk, del <em>dubliner </em>James Joyce e dei sempiterni nuvoloni plumbei che vigilano sulle praterie sconfinate. L’Irlanda è ormai da anni l’El Dorado verde di imprese e multinazionali, meta di pellegrinaggio di startupper da tutta Europa.<span id="more-2070"></span></p>
<p>Colpita nel 2009 da una forte recessione economica come conseguenza dello scoppio della bolla immobiliare, l’Irlanda ha attraversato tre anni di forti sacrifici imposti dal programma d’austerità della Troika (il connubio Commissione UE, BCE e FMI occupatosi dei piani di salvataggio dei paesi dell’area euro a rischio insolvenza), delle cui catene si è liberata nel 2013, dopo essere stata inserita nell’infamante gruppo dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), la cinquina dei paesi europei che più hanno risentito delle conseguenze della crisi economica globale.</p>
<p>Oggi, l’Irlanda è uno dei paesi al mondo con la più bassa tassazione d’impresa e uno dei più favorevoli allo sviluppo di business,  grazie a un’aliquota del 12,5%  sui profitti delle società, un credito d’imposta fino al 30% sulle attività di ricerca e sviluppo e una deduzione fiscale, al 12,5%, per spese in ricerca e sviluppo. Inoltre, è prevista un’esenzione fiscale di tre anni per le imprese di nuova fondazione.</p>
<p>Nel 2018, Enterprise Ireland, braccio operativo del governo irlandese, ha messo in palio 500.000 euro per le imprese intenzionate a stabilire il proprio business nel paese del trifoglio. Due anni prima, la stessa agenzia di sviluppo economico aveva investito 32 milioni di euro in startup. Grazie al lavoro di Enterprise Ireland, il governo irlandese è capace di generare ritorni economici di circa 60 milioni di euro l’anno, proprio per via degli investimenti in startup, rendendo l’Irlanda il sesto paese al mondo per investimenti esteri, una nazione che, oltretutto, vanta la popolazione più giovane d’europa (l’età media dei cittadini irlandesi è di 36 anni).</p>
<p>E l’Italia? Il Bel Paese, sfortunatamente, si colloca in una situazione diametralmente opposta rispetto al partner anglosassone. Secondo uno studio della CGIA di Mestre (Associazione Artigiani e Piccole Imprese), l’Italia è il penultimo paese in Europa per capacità di attrarre investimenti stranieri (peggio di noi, soltanto la Grecia). Secondo il rapporto “Paying Taxes 2020” realizzato da Banca Mondiale e PWC, la pressione fiscale sulle imprese in Italia si attesta al 59,1% ( a fronte di una media europea del 38,9%), mentre le ore impiegate per gli adempimenti fiscali risultano pari a 238 (a fronte di una media europea di 161). Basti solo pensare che l’IRES, ovvero l’Imposta sul Reddito delle Società, prevede un’aliquota del 24%, quasi il doppio dell’aliquota sui profitti d’impresa pagata dalle aziende irlandesi. Inoltre, l’Italia è il paese più “anziano” d’Europa (un cittadino su quattro ha più di 65 anni).</p>
<p>Ma non mancano duri attacchi al sistema fiscale irlandese. Secondo Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), il dumping fiscale generato da partner UE come Regno Unito, Malta, Lussemburgo, Paesi Bassi e la stessa Irlanda causerebbe al nostro paese una perdita economica fino a 8 miliardi di dollari l’anno. Alla luce di ciò, resta da capire come sia possibile che un paese come la Francia il quale, pur non presentando particolari regimi fiscali caratterizzati da esenzioni e timide aliquote, esattamente come l’Italia, riesca, diversamente da noi, a far leva su un’economia domestica di grande scala, collocandosi al settimo posto al mondo (subito dopo l’Irlanda) per investimenti esteri.</p>
<p>Eppure, nonostante gravi problemi strutturali legati a una burocrazia scellerata, una tassazione da stato sovietico nonchè una generalizzata cultura anti-impresa, il nostro paese non è esattamente un deserto imprenditoriale. Al contrario, secondo la Coldiretti, nel 2018 sono state lanciate 300 imprese giovanili al giorno, un dato impressionante che rende i giovani italiani i più intraprendenti d’Europa. Allo stato attuale, le startup iscritte al Registro delle Imprese equivalgono alle 10.630 unità, per un valore della produzione di circa 1,2 miliardi di euro.</p>
<p>Insomma, i dati parlano chiaro: il tessuto imprenditoriale italiano è ancora vivo e vegeto, e il nostro paese può ancora contare su estro, creatività, innovazione e intraprendenza, qualità che lo hanno reso una delle nazioni più ricche del mondo.</p>
<p>Ma è il momento di costruire un ponte di comunicazione tra politica e impresa, una finestra di dialogo e confronto tra realtà partitiche di ispirazione liberale e social-liberale e giovani imprenditori e startupper, per fare in modo che questi ultimi vengano messi nelle migliori condizioni per lavorare e fare business in Italia, senza essere costretti a emigrare altrove per ricercare ricchezza e riconoscimenti.</p>
<p>E’ il momento di ridurre una pressione fiscale che fa scappare capitali all’estero e scoraggia la libera iniziativa economica, diritto fondamentale di qualunque democrazia liberale. In questo, il modello irlandese, forte di numeri incoraggianti che ne attestano l’estrema l’efficacia, può sicuramente insegnarci qualcosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Adile" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/02/francesco-adile-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-adile/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Adile</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/giovani-e-impresa-e-se-litalia-imparasse-dallirlanda/">Giovani e impresa: e se l’Italia imparasse dall’Irlanda?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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