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	<title>posto fisso Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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		<title>Posto fisso e statalismo, la lezione di Zalone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2017 16:21:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa rimane di Quo vado, il film di Checco Zalone? A parte il record d’incassi e qualche strascico polemico sul politicamente scorretto dell’autore, temo poco. L’impressione, infatti, è che in pochi, tra critica e pubblico, abbiano colto (e condiviso) la feroce critica allo statalismo che ha impoverito economicamente e culturalmente l’Italia. Un’occasione persa visto che Quo vado rappresenta efficacemente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa rimane di <em>Quo vado</em>, il film di <strong>Checco Zalone</strong>? A parte il record d’incassi e qualche strascico polemico sul politicamente scorretto dell’autore, temo poco. L’impressione, infatti, è che in pochi, tra critica e pubblico, abbiano colto (e condiviso) la feroce critica allo statalismo che ha impoverito economicamente e culturalmente l’Italia.</p>
<p>Un’occasione persa visto che <strong><em>Quo vado</em></strong> rappresenta efficacemente gli effetti di un paese intriso di socialismo e pauperismo cattolico: il lavoro inteso come posto e non come servizio che arricchisce la comunità e soddisfa l’ambizione dell’individuo; la ricchezza demonizzata e sottratta alla parte produttiva del paese per essere ridistribuita in attività improduttive, assistenziali o fallimentari; il parassitismo e la furbizia a scapito del merito e dell’intraprendenza ecc.</p>
<p>Le conseguenze, del resto, le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: come ha giustamente fatto notare <strong>Nicola Porro</strong> qualche giorno fa, negli USA nascono Google, Facebook, Apple e altre imprese simili, mentre in Italia funzionari bravi a trovare il modo (magari anche legittimamente) per tassarli.</p>
<p>Tornando al film, viene da chiedersi <strong>cosa avranno pensato i dipendenti statali</strong> nel vedersi rappresentati come incapaci e parassiti. Fare la fila e pagare per essere derisi li avrà scossi dal loro torpore? Difficile. Nel loro modo di pensare il fannullone è sempre il collega.</p>
<p><strong>E poi in fondo l’importante è avere il posto fisso</strong>. Un totem, una ragione di vita che vale più di ogni altra cosa. Conosco l’obiezione: a fronte di cialtroni e incapaci, ci sono tanti dipendenti onesti e produttivi. Vero, verissimo! Aggiungo solo che la prima categoria è più diffusa di quanto si pensi, come dimostrano i casi di Sanremo e Messina.</p>
<p><strong>Senza dimenticare un fattore difficilmente contestabile</strong>: l’impiego pubblico anestetizza, corrompe, spegne energie e inventiva. Anche il dipendente più competente e solerte (e ce ne sono) alla fine si ritrova fagocitato da un sistema e un modus procedendi che non riconosce il merito, ma premia opportunismo e cinismo.</p>
<p><strong>L’aspetto più inquietante che emerge dal film</strong>, però, è che, più o meno consapevolmente <strong>siamo tutti figli dello statalismo</strong>: alzi la mano chi non ha mai aspirato al posto fisso o avuto un genitore che lo ha spinto a cercarlo tramite concorso o raccomandazione? O chi in famiglia o tra i parenti non abbia almeno un beneficiario di pensioni d’invalidità generose, di una babypensione o di un favore del politico di turno?</p>
<p><strong>Con questa cultura alle spalle</strong> non stupisce la convinzione generale secondo cui l’attuale crisi sia addebitabile al capitalismo (ormai un colpevole per tutte le stagioni) e che la soluzione passi dall’interventismo e dalla regolamentazione statale.</p>
<p><strong>Corollario di questa cultura</strong>, inoltre, è il diffuso rimpianto per la classe politica della prima repubblica e la lira. Altra opinione diffusa, infatti, è che i problemi dell’Italia nascano dal ventennio berlusconiano (metà dei quali, in realtà, governati dal centrosinistra) e dall’entrata nell’euro invece che da scellerate politiche di spesa pubblica (e clientelari) espanse dagli anni Settanta.</p>
<p><strong>Zalone ha intercettato bene questo sentimento in</strong> <strong><em>Prima Repubblica</em></strong>, canzone ironicamente nostalgica con cui si chiude il film: «Tu cosa ne sai dei quarantenni pensionati /che danzavano sui prati /dopo dieci anni volati all’aeronautica. /E gli uscieri paraplegici saltavano /e i bidelli sordo-muti cantavano /e per un raffreddore gli davano /quattro mesi alle terme di Abano»<em>. </em>Un piccolo trattato socio-economico dell’Italia!</p>
<p>Insomma, la descrizione di un Paese che, affetto dalla sindrome di Stoccolma, sembra non volere cambiare pagina. Ecco perché, dopo tante risate, la sensazione che rimane alla fine del film è amara.  Anzi di rabbia.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Fondazione Luigi Einaudi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/09/logo-fle-tondo-png-bianco-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/itadmin/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Fondazione Luigi Einaudi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Per Studi di Politica, Economia e Storia</p>
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