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	<title>Antonio Longo, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Antonio Longo, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>Ecco il Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 09:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[antonio longo]]></category>
		<category><![CDATA[competività]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa</em></p>
<p>Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato solo il 9 settembre. Esso consta di circa 400 pagine e indica circa 170 obiettivi (qui sotto una nostra sintesi). È strutturato intorno a cinque punti chiave.</p>
<p>&#8211; Colmare il divario di innovazione;</p>
<p>&#8211; Combinare decarbonizzazione e competitività;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la sicurezza e ridurre la dipendenza;</p>
<p>&#8211; Finanziamento degli investimenti;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la governance.</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il Rapporto delinea subito, con rapide pennellate, il quadro della situazione.</p>
<p>L’Europa ha un problema di rallentamento della crescita dall’inizio di questo secolo. Si è aperto un ampio divario nel PIL tra l’UE e gli Stati Uniti. La produttività in Europa si è ridotta. Dal 2000 il reddito disponibile reale, su base pro-capite, è cresciuto quasi il doppio negli USA rispetto all’UE. L’era della rapida crescita del commercio mondiale sembra passata, le aziende dell’UE si trovano ad affrontare sia una maggiore concorrenza sia un minore accesso ai mercati esteri. L’Europa ha perso bruscamente il suo più importante fornitore di energia, la Russia. Ed è emerso il problema della sicurezza, finora garantita dagli USA. Per la prima volta la crescita europea non sarà sostenuta dall’aumento della popolazione. Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori all’anno. Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita.<br />
Per garantire la crescita, la decarbonizzazione e la sicurezza occorrono investimenti fino a circa 800 miliardi per anno. L’alternativa – drammatica – è dover scegliere tra una di queste opzioni: esser leader nelle nuove tecnologie oppure un faro della responsabilità climatica oppure un attore indipendente sulla scena mondiale. E non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Si tratta, dunque, di una sfida esistenziale. I valori fondamentali dell’Europa sono la prosperità, l’equità, la libertà, la pace e la democrazia in un ambiente sostenibile. L’UE esiste per garantire che gli europei possano sempre beneficiare di questi diritti fondamentali. Se l’Europa non è più in grado di fornirli ai suoi cittadini – o se deve scambiare l’uno con l’altro – avrà perso la sua ragione d’essere. L’unico modo per affrontare questa sfida è crescere e diventare più produttivi, preservando i nostri valori di equità e inclusione sociale. E l’unico modo per diventare più produttivi è che l’Europa cambi radicalmente.</p>
<p><strong>Tre aree d’intervento</strong></p>
<p><strong>Crescita e innovazione</strong>: l’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina. Non c’è nessuna azienda UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni, mentre tutte le sei aziende USA con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create in questo periodo. L’Europa spende meno in ricerca e innovazione (270 miliardi di euro in meno rispetto agli USA nel 2021). Solo quattro delle 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo sono europee. In Europa non mancano idee o ambizione. L’innovazione è bloccata nella fase successiva, quella della commercializzazione. Le aziende innovative sono ostacolate in ogni fase da normative incoerenti e restrittive. Molti imprenditori europei preferiscono cercare finanziamenti sul mercato americano. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30% delle startup con più di 1 miliardo di dollari hanno trasferito la loro sede all’estero, la maggior parte negli USA. Tecnologia e inclusione sociale devono andare di pari passo. L’Europa dovrebbe puntare a eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dall’altro potremmo superarli nella formazione, offrendo buoni posti di lavoro per tutti, per tutta la durata della vita.</p>
<p><strong>Decarbonizzazione e competitività</strong>: se gli ambiziosi obiettivi climatici dell’Europa saranno accompagnati da un piano coerente per raggiungerli, la decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita. Nel medio termine, la decarbonizzazione aiuterà a spostare la produzione di energia verso fonti energetiche pulite sicure e a basso costo. Ma i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo centrale nella determinazione dei prezzi dell’energia, almeno per il resto di questo decennio. Senza un piano per trasferire i benefici della decarbonizzazione agli utenti finali, i prezzi dell’energia continueranno a pesare sulla crescita. L’UE deve affrontare un possibile compromesso. Una maggiore dipendenza dalla Cina può offrire il percorso più economico ed efficiente per raggiungere i nostri obiettivi di decarbonizzazione. Ma la concorrenza statale cinese rappresenta anche una minaccia per le nostre industrie produttive di tecnologia pulita e automobilistica. La decarbonizzazione deve avvenire per il bene del nostro pianeta. Ma affinché diventi anche una fonte di crescita per l’Europa, avremo bisogno di un piano congiunto che abbracci le industrie che producono tecnologia pulita e l’industria automobilistica.</p>
<p><strong>Sicurezza e riduzione delle dipendenze</strong>: la sicurezza è un prerequisito per la crescita sostenibile. L’aumento dei rischi geopolitici aumenta l’incertezza e frena gli investimenti: questo è un rischio per la crescita e la libertà. L’Europa è particolarmente esposta. Ci affidiamo a una manciata di fornitori per le materie prime critiche, soprattutto la Cina. Dipendiamo enormemente dalle importazioni di tecnologia digitale. Se l’UE non agisce, rischiamo di essere vulnerabili. Abbiamo bisogno di una vera e propria “politica economica estera” per mantenere la nostra libertà. L’UE dovrà coordinare gli accordi commerciali preferenziali e gli investimenti diretti con le nazioni ricche di risorse, creare scorte in aree critiche selezionate e creare partnership industriali per garantire la catena di approvvigionamento di tecnologie chiave. Solo insieme possiamo creare la leva di mercato necessaria per fare tutto questo.<br />
La pace è il primo e principale obiettivo dell’Europa. Le minacce alla sicurezza sono in aumento e dobbiamo prepararci. L’UE è collettivamente il secondo Paese al mondo per spesa militare, ma questo non si riflette nella forza della nostra capacità industriale di difesa, che è troppo frammentata e che ostacola la sua capacità di produrre su scala; soffre di una mancanza di standardizzazione e interoperabilità delle attrezzature, che indebolisce la capacità dell’Europa di agire come una potenza coesa. Ad esempio, in Europa vengono prodotti dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno.</p>
<p><strong>Che cosa ostacola?</strong></p>
<p>A) All’Europa manca la concentrazione. Definiamo obiettivi comuni, ma non li sosteniamo indicando priorità chiare o dando seguito ad azioni politiche congiunte. Il nostro Mercato Unico è frammentato, con oneri normativi alle aziende. Senza un mercato dei capitali che finanzi gli investimenti, gli europei perdono l’opportunità di diventare più ricchi. Anche se le famiglie dell’UE risparmiano di più rispetto a quelle americane, la loro ricchezza è cresciuta solo di un terzo dal 2009.<br />
B) L’Europa sta sprecando le sue risorse comuni. Abbiamo una grande capacità di spesa collettiva, ma la diluiamo in molteplici strumenti nazionali e comunitari. Non favoriamo le aziende europee competitive nel settore della difesa. Tra la metà del 2022 e la metà del 2023, il 78% della spesa totale per gli acquisti è stata destinata a fornitori extra-UE, di cui il 63% negli USA. ll settore pubblico dell’UE spende in R&#038;I circa quanto gli Stati Uniti come quota del PIL, ma solo un decimo di questa spesa avviene a livello europeo.<br />
C) L’Europa non si coordina dove è importante. Le strategie industriali oggi combinano molteplici politiche (fiscali, commerciali ed economiche estere) per garantire le catene di approvvigionamento. Collegarle richiede un alto grado di coordinamento tra sforzi nazionali e comunitari. A causa del suo processo decisionale lento e disaggregato, l’UE non è in grado di produrre una risposta di questo tipo. Le decisioni vengono prese questione per questione, con molteplici veti lungo il percorso. Il risultato è un processo legislativo con un tempo medio di 19 mesi per approvare nuove leggi, dalla proposta della Commissione alla firma dell’atto adottato, senza contare la fase attuativa negli Stati membri.</p>
<p><strong>Prime considerazioni</strong>. Le proposte non sono delle aspirazioni: la maggior parte di esse sono pensate per essere attuate rapidamente. In molte aree, l’UE può ottenere molto compiendo un gran numero di passi più piccoli, ma in modo coordinato. In altre aree, è necessario un piccolo numero di passi più grandi – delegando a livello europeo compiti che possono essere svolti solo lì. In altre aree ancora, l’UE dovrebbe fare un passo indietro, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e riducendo l’onere normativo che impone alle aziende europee.</p>
<p>La domanda chiave che si pone è come l’UE dovrebbe finanziare i massicci investimenti che la trasformazione dell’economia comporterà. Anche con un mercato europeo dei capitali, il settore privato avrà bisogno, per gli investimenti, del sostegno del settore pubblico. Inoltre, quanto più l’UE è disposta a riformarsi per generare un aumento della produttività, tanto più aumenterà lo spazio fiscale e sarà più facile per il settore pubblico fornire questo sostegno.<br />
Dovremmo infine abbandonare l’illusione che procrastinando le scelte si possa preservare il consenso. In realtà, procrastinare ha prodotto solo una crescita più lenta, e di certo non ha ottenuto più consenso. Siamo arrivati al punto in cui, senza un’azione, dovremo compromettere il nostro benessere, il nostro ambiente o la nostra libertà.</p>
<p>1) ll punto di partenza: un nuovo paesaggio per l’Europa</p>
<p>Sono venute meno tre condizioni esterne – nel commercio, nell’energia e nella difesa – che avevano sostenuto la crescita in Europa dopo la fine della Guerra Fredda. È finita la fase della crescita ininterrotta del commercio mondiale che la globalizzazione garantiva. È finita la fase del gas naturale a buon mercato (dipendenza russa). È finita sicurezza politica, militare ed economica che un tempo l’egemonia americana garantiva.<br />
Aumentare la competitività dell’UE è dunque necessario per rilanciare la produttività e sostenere la crescita in questo mondo in continua evoluzione. La competitività non si identifica con la difesa dei “campioni nazionali” che possono soffocare la concorrenza e l’innovazione, o con l’uso della repressione salariale per abbassare i costi relativi. La competitività oggi è meno legata al costo relativo del lavoro e più all’innovazione.</p>
<p>Verso una risposta europea</p>
<p>L’Europa deve porre rimedio al rallentamento della crescita della produttività colmando il divario di innovazione (tecnologica e scientifica). In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività. Questo piano dovrà garantire che all’ambiziosa domanda di decarbonizzazione corrisponda una leadership sulle tecnologie che la forniranno. Dovrà abbracciare le industrie che producono energia, quelle che aprono la strada alla decarbonizzazione (tecnologia pulita e industria automobilistica) e le industrie che utilizzano intensamente l’energia e che difficilmente ne potrebbero diminuire il consumo. In terzo luogo, l’Europa deve aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze. l’UE dovrà sviluppare una vera e propria “politica economica estera” che coordini accordi commerciali preferenziali e investimenti diretti con i Paesi ricchi di risorse, costituzione di scorte in aree critiche selezionate e creazione di partenariati industriali per garantire la catena di approvvigionamento delle tecnologie chiave.<br />
Per far ciò occorre: a) piena attuazione del Mercato unico; b) politiche industriali, commerciali e di concorrenza, che si intersecano profondamente e devono essere allineate come parte di una strategia globale; c) finanziamento delle principali aree di intervento (fabbisogno di investimenti pari a € 800 mld l’anno); d) riformare la governance dell’UE, aumentando il coordinamento e riducendo gli oneri normativi.</p>
<p>In molti settori, l’UE può ottenere importanti risultati compiendo un gran numero di piccoli passi, allineando tutte le politiche all’obiettivo comune. In altre aree, è necessario un numero ridotto di passi più ampi, delegando all’UE compiti che possono essere svolti solo a questo livello; in altri settori l’UE dovrebbe fare di meno, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e mostrando un maggiore “autocontrollo”. Per cominciare, si dovrebbe apportare un piccolo numero di cambiamenti istituzionali mirati e generali, senza la necessità di modificare il Trattato.</p>
<p>Salvaguardare l’inclusione sociale</p>
<p>Se l’UE deve avvicinarsi all’esempio americano in termini di crescita della produttività e di innovazione, dall’altro deve salvaguardare il suo modello di coesione sociale. Siamo in presenza della diminuzione della popolazione in età lavorativa. Lo Stato sociale europeo sarà quindi fondamentale per fornire servizi pubblici solidi, protezione sociale, alloggi, trasporti e assistenza all’infanzia durante questa transizione</p>
<p>L’UE deve garantire che un maggior numero di città e regioni possa partecipare ai settori che guideranno la crescita futura, basandosi su iniziative esistenti come Innovation Valleys Net, Zero Acceleration Valleys e Hydrogen Valleys. Ciò richiederà nuovi tipi di investimenti nella coesione e nelle riforme a livello subnazionale. In particolare, le politiche di coesione dovranno essere riorientate su settori quali l’istruzione, i trasporti, gli alloggi, la connettività digitale e la pianificazione, che possono aumentare l’attrattiva di una serie di città e regioni diverse.<br />
L’Europa dovrebbe imparare dagli errori commessi nella fase di “iperglobalizzazione” e prepararsi a un futuro in rapida evoluzione. L’idea che la globalizzazione abbia esacerbato le disuguaglianze si è infiltrata nella percezione pubblica, mentre i governi sono stati visti come indifferenti. I responsabili politici dovrebbero imparare da questa esperienza per riflettere su come la società cambierà in futuro e su come garantire che lo Stato sia percepito dalla parte dei cittadini e attento alle loro preoccupazioni. Una parte fondamentale di questo processo sarà l’emancipazione delle persone.</p>
<p>2) Colmare il divario d’innovazione</p>
<p>La sfida della produttività in Europa</p>
<p>L’Europa ha bisogno di una crescita più rapida della produttività per mantenere tassi di crescita sostenibili a fronte di una situazione demografica sfavorevole. La produttività del lavoro nell’UE era nel 1995 il 95% di quella americana, ora è sotto l’80%.<br />
Il fattore chiave dell’aumento del divario è stata la tecnologia digitale, attualmente l’Europa sembra destinata a rimanere ancora più indietro. Mentre per alcuni settori digitali probabilmente si è già “persa l’occasione”, l’Europa ha ancora l’opportunità di capitalizzare le future ondate di innovazione digitale. L’IA – e in particolare l’IA generativa – è una tecnologia in evoluzione in cui le aziende dell’UE hanno ancora l’opportunità di ritagliarsi una posizione di leadership in segmenti selezionati. L’integrazione dell’IA “verticale” nell’industria europea sarà un fattore critico per sbloccare una maggiore produttività</p>
<p>Principali ostacoli all’innovazione in Europa</p>
<p>Alla radice della posizione debole dell’Europa nella tecnologia digitale c’è una struttura industriale statica che produce un circolo vizioso di scarsi investimenti e scarsa innovazione. Non ci sono abbastanza istituzioni accademiche che raggiungono i massimi livelli di eccellenza e il percorso dall’innovazione alla commercializzazione è debole. La spesa pubblica per la ricerca e l’innovazione in Europa è carente e non è sufficientemente focalizzata sull’innovazione pionieristica. La frammentazione del mercato unico impedisce alle imprese innovative che raggiungono la fase di crescita di espandersi nell’UE, il che a sua volta riduce la domanda di finanziamenti. Le barriere normative all’espansione sono particolarmente onerose nel settore tecnologico, soprattutto per le aziende giovani la mancanza di un vero mercato unico impedisce inoltre ad un numero sufficiente di aziende nell’economia più ampia di raggiungere dimensioni sufficienti per accelerare l’adozione di tecnologie avanzate. La posizione dell’UE in altri settori innovativi come quello farmaceutico sta diminuendo a causa delle stesse sfide legate ai bassi investimenti in ricerca e innovazione e alla frammentazione normativa.</p>
<p>Un programma per affrontare il deficit di innovazione</p>
<p>a) Affrontare le debolezze dei programmi comuni di ricerca e innovazione; b) Migliore coordinamento della ricerca e innovazione pubblica tra gli Stati membri; c) Istituire e consolidare le istituzioni accademiche europee in prima linea nella ricerca globale; d) Rendere più semplice per gli “inventori diventare investitori” e facilitare l’espansione delle iniziative di successo; e) Promuovere un contesto finanziario migliore per l’innovazione dirompente, le start-up e le scale-up ; f) Ridurre i costi di diffusione dell’IA aumentando la capacità computazionale e mettendo a disposizione la sua rete di computer ad alte prestazioni; g) Promuovere il coordinamento intersettoriale e la condivisione dei dati per accelerare l’integrazione dell’IA nell’industria europea.</p>
<p>Colmare le lacune di competenze</p>
<p>L’Europa soffre di divari di competenze in tutta l’economia, rafforzati da una forza lavoro in calo.</p>
<p>Poichè l’istruzione e la formazione sono di competenza nazionale, gli investimenti dell’UE hanno prodotto risultati relativamente scarsi. L’UE dovrebbe rivedere il proprio approccio alle competenze, rendendolo più strategico, orientato al futuro e focalizzato sulle carenze emergenti di competenze.</p>
<p>3. Un piano congiunto di decarbonizzazione e competitività</p>
<p>Gli obiettivi di decarbonizzazione dell’UE sono anche più ambiziosi di quelli dei suoi concorrenti, creando costi aggiuntivi a breve termine per l’industria europea. L’Europa deve confrontarsi con alcune scelte fondamentali su come perseguire il suo percorso di decarbonizzazione, preservando al tempo stesso la posizione competitiva della sua industria. È improbabile che le soluzioni in bianco e nero abbiano successo nel contesto europeo. Emulare l’approccio statunitense di escludere sistematicamente la tecnologia cinese probabilmente ostacolerebbe la transizione energetica e quindi imporrebbe costi più elevati sull’economia dell’UE. Sarebbe anche più costoso per l’Europa attivare tariffe reciproche: più di un terzo del PIL manifatturiero dell’UE viene assorbito al di fuori dell’UE, rispetto a solo circa un quinto per gli Stati Uniti. Tuttavia, è improbabile che un approccio laissez-faire abbia successo in Europa data la minaccia che potrebbe rappresentare per l’occupazione, la produttività e la sicurezza economica.</p>
<p>L’Europa dovrà adottare una strategia mista che combini diversi strumenti politici e approcci per diversi settori. Sebbene l’Europa sia leader mondiale nell’innovazione delle tecnologie pulite, sta sprecando i vantaggi ottenuti nella fase iniziale a causa delle debolezze del suo ecosistema di innovazione. I trasporti possono svolgere un ruolo fondamentale nella decarbonizzazione dell’economia dell’UE, ma se si riveleranno un’opportunità per l’Europa dipenderà dalla pianificazione. Il settore automobilistico è un esempio chiave della mancanza di pianificazione dell’UE, dell’applicazione di una politica climatica senza una politica industriale.</p>
<p>Un piano congiunto per la decarbonizzazione e la competitività</p>
<p>Il primo obiettivo chiave per il settore energetico è abbassare il costo dell’energia per gli utenti finali trasferendo i benefici della decarbonizzazione. Ciò è possibile con politiche volte a dissociare meglio il prezzo del gas naturale dall’energia pulita. Il secondo obiettivo chiave è accelerare la decarbonizzazione in modo efficiente in termini di costi, sfruttando tutte le soluzioni disponibili attraverso un approccio tecnologicamente neutro. Parallelamente, l’UE dovrebbe sviluppare la governance necessaria per una vera Unione dell’energia in modo che le decisioni e le funzioni di mercato di rilevanza transfrontaliera siano prese a livello centrale. Mentre le industrie “difficili da abbattere” trarranno beneficio dalla riduzione dei prezzi dell’energia, l’UE dovrebbe adottare un approccio pragmatico alla decarbonizzazione per mitigare i potenziali compromessi. L’Europa dovrebbe riorientare il proprio sostegno alla produzione di tecnologie pulite, focalizzando l’attenzione sulla politica commerciale per combinare decarbonizzazione e competitività, proteggere le catene di approvvigionamento, far crescere nuovi mercati. Nell’ambito della sua strategia di decarbonizzazione, l’UE dovrebbe sviluppare un piano d’azione industriale per il settore automobilistico. La strategia più ampia dell’UE verso l’integrazione transfrontaliera e modale e il trasporto sostenibile deve pianificare la competitività e non solo la coesione.</p>
<p>4. Aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze</p>
<p>L’Europa è vulnerabile sia alla coercizione sia alla frammentazione geo-economica. Il deterioramento delle relazioni geopolitiche crea anche nuove esigenze di spesa per la difesa e la sua industria. Diventare più indipendenti crea un “costo assicurativo” per l’Europa, ma questi costi possono essere mitigati dalla cooperazione.</p>
<p>Ridurre le vulnerabilità esterne</p>
<p>L’Europa è in ritardo nella corsa globale per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Le dipendenze strategiche si estendono anche alle tecnologie cruciali per la digitalizzazione dell’economia europea. Per ridurre le sue vulnerabilità, l’UE deve sviluppare una vera “politica economica estera” basata sulla garanzia di risorse critiche. L’UE deve anche sfruttare il potenziale delle risorse nazionali attraverso l’estrazione mineraria, il riciclaggio e l’innovazione nelle fonti di materiali alternativi.</p>
<p>Per le industrie strategiche, l’UE dovrebbe perseguire una strategia coordinata per rafforzare la capacità produttiva nazionale e proteggere le principali infrastrutture di rete.</p>
<p>Rafforzare la capacità industriale per la difesa e lo spazio</p>
<p>L&#8217;industria europea della difesa è frammentata, il che ne limita le dimensioni e ostacola l&#8217;efficacia operativa sul campo; soffre anche di una mancanza di attenzione allo sviluppo tecnologico. Sia per l’industria della difesa che per quella spaziale, l’insufficiente aggregazione e coordinamento della spesa pubblica aggrava la frammentazione industriale. In assenza di una spesa comune europea, le azioni politiche per il settore della difesa devono concentrarsi sull’aggregazione della domanda e sull’integrazione delle risorse industriali di difesa. Occorre rafforzare la cooperazione e la condivisione delle risorse per la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa a livello dell’UE.</p>
<p>5. Finanziamento degli investimenti</p>
<p>Il fabbisogno finanziario necessario affinché l’UE raggiunga i suoi obiettivi è enorme. L’UE può soddisfare queste esigenze di investimento senza sovraccaricare le risorse dell’economia europea, ma il settore privato avrà bisogno del sostegno pubblico per finanziare il piano. Una delle ragioni principali della minore efficienza dell’intermediazione finanziaria in Europa è che i mercati dei capitali rimangono frammentati e i flussi di risparmio verso i mercati dei capitali sono inferiori. L’immagine speculare è che l’UE fa eccessivo affidamento sui finanziamenti bancari, che sono meno adatti a finanziare progetti innovativi e devono affrontare numerosi vincoli. Allo stesso tempo, il sostegno dell’UE agli investimenti sia pubblici che privati è limitato dalle dimensioni del bilancio dell’UE, dalla sua mancanza di concentrazione e da un atteggiamento troppo conservatore nei confronti del rischio. Un finanziamento congiunto degli investimenti a livello UE è necessario per massimizzare la crescita della produttività, nonché per finanziare altri beni pubblici europei</p>
<p>Per sbloccare il capitale privato, l’UE deve costruire un’autentica Unione dei mercati dei capitali (CMU).</p>
<p>Per aumentare la capacità di finanziamento del settore bancario, l’UE dovrebbe mirare a rilanciare la cartolarizzazione e completare l’Unione bancaria.</p>
<p>Il bilancio dell’UE dovrebbe essere riformato per aumentarne la focalizzazione e l’efficienza, oltre ad essere meglio sfruttato per sostenere gli investimenti privati. Infine, l’UE dovrebbe procedere verso l’emissione regolare di safe asset per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri e per contribuire a integrare i mercati dei capitali.</p>
<p>6- Rafforzare la governance</p>
<p>Una nuova strategia industriale per l’Europa non avrà successo senza cambiamenti paralleli all’assetto istituzionale e al funzionamento dell’UE. Il rapporto raccomanda di istituire un nuovo “quadro di coordinamento della competitività” per promuovere il coordinamento a livello dell’UE nei settori prioritari, sostituendo altri strumenti di coordinamento sovrapposti. Il consolidamento dei vari meccanismi di coordinamento dell’UE dovrebbe essere accompagnato dal consolidamento delle sue priorità strategiche in termini di risorse di bilancio, con obiettivi, governance e finanziamenti ben definiti.</p>
<p>Le votazioni del Consiglio (dei Ministri) soggette a voto a maggioranza qualificata (MQ) dovrebbero essere estese a più settori, ad es. utilizzando la clausola passerelle” (con la quale il Consiglio europeo autorizza il Consiglio a votare a votare a maggioranza qualificata) oppure ricorrendo al sistema delle cooperazioni rafforzate.</p>
<p><strong>Articolo pubblicato su <a href="https://www.prealpina.it/pages/ecco-il-rapporto-draghi-352573.html">La Prealpina.it</a></strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Longo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2024/04/antonio-longo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-longo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Longo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Manager nella ex Banca Commerciale Italiana (Milano &#8211; Servizio Organizzazione e Divisione Banca d’Affari), sin dal Liceo (Genova), membro del Movimento Federalista Europeo (MFE), con vari ruoli a livello nazionale ed europeo: Segretario nazionale della sua rete giovanile (Gioventù Federalista Europea), Direttore del Circolo di cultura politica “Altiero Spinelli” di Milano (2007/2011), Direttore de L’Unità Europea, organo del MFE (2015/2019). Nel 2020 ha fondato la rivista online in lingua inglese The Ventotene Lighthouse, A Federalist Journal for World Citizenship www.theventotenelighthouse.eu. È co-fondatore della rivista (2023) Territori del federalismo – www.territoridelfederalismo.eu<br />
Autore di diversi saggi e articoli sul processo di unificazione europea, sotto l’aspetto politico ed economico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’unificazione europea alla prova di un’elezione decisiva</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lunificazione-europea-alla-prova-di-unelezione-decisiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Apr 2024 20:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antonio longo]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo europea]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un passo in avanti su fatti, principi e valori. Premessa L’elezione del Parlamento europeo è ormai un fatto politico di rilevanza assoluta. Un tempo erroneamente considerato come una prova (o verifica) di quella nazionale, con le ultime tornate ha assunto, via via, una rilevanza sempre crescente. L’esito elettorale di giugno 2024 avrà un impatto mondiale, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un passo in avanti su fatti, principi e valori.</em></p>
<p><em>Premessa</em></p>
<p>L’elezione del Parlamento europeo è ormai un fatto politico di rilevanza assoluta. Un tempo erroneamente considerato come una prova (o verifica) di quella nazionale, con le ultime tornate ha assunto, via via, una rilevanza sempre crescente. L’esito elettorale di giugno 2024 avrà un impatto mondiale, per la molteplicità di crisi internazionali in corso, tutte precipitate addosso all’Europa: dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente (misurazione di capacità politica), alla questione climatica e alla rivoluzione digitale (misurazione di leadership sull’innovazione) fino ai rapporti con gli altri global players (misurazione del proprio ruolo nel Mondo). Un esito con un impatto, nel bene e nel male, anche su quella americana del prossimo novembre.</p>
<p><strong><em>L’Unione Europea, una questione aperta</em></strong></p>
<p>Cosa sia oggi l’Unione Europea è domanda che presenta molteplicità di risposte. Per definirla, sono utilizzati criteri interpretativi diversi, da parte della politica e dell’accademia, come pure degli stessi movimenti europeisti e federalisti.  Generalmente e sinteticamente, sono formulate definizioni attorno a due principali ordini di problemi.</p>
<p>Il primo ruota attorno alla differenza tra federazione e confederazione. Non ci addentriamo nelle infinite disquisizioni dottrinarie al riguardo, anche tenuto conto che nel mondo esistono diversi modelli federali , peraltro diversi tra di loro <a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>.  Si può, empiricamente, osservare che l’Unione Europea funziona come una federazione quando c’è la co-decisione legislativa tra il Parlamento e il Consiglio, cioè quando quest’ultimo vota a maggioranza qualificata nelle materie di competenza esclusiva o concorrente dell’Unione, come indicate nei Trattati. Funziona, invece, come una confederazione nei casi in cui non si applica questo metodo (politica estera, difesa e diversi aspetti della fiscalità).</p>
<p>Il secondo criterio interpretativo ruota attorno alla differenza tra “Europa del mercato” e<em> “</em>Europa politica”. Appare, in verità, difficile stabilire là dove finisca il mercato e dove cominci l’unione politica. Brexit docet: non volendo sottostare a vincoli politici di qualsiasi natura e temendo di andare verso un’entità politica europea che le avrebbe sottratto il controllo su molte altre materie (<em>let’s take back the control,</em> dicevano i brexiteers), il Regno Unito ha dovuto abbandonare anche il mercato unico. È risultato, alla fine, che non si poteva andar via dall’Unione e restare dentro il mercato europeo. Queste due cose non sono divisibili perché il mercato è già parte dello “stato”, è già cosa politica, è il risultato di regole e leggi, votate, emanate e garantite da istituzioni che sono politiche (il Parlamento, la Commissione, il Consiglio UE). E come fatto politico, il mercato agisce, chiudendosi o aprendosi al mondo. Basti vedere il recente dibattito sul neo-protezionismo americano ed europeo attorno alla questione degli “aiuti di stato” sulla transizione energetica. Le scelte strategiche sul “mercato” sono, dunque, politiche, fatte da attori politici, nella loro veste politica, istituzionale ed europea.</p>
<p>Appare, allora, più utile esaminare l’Unione Europea sul terreno del suo concreto <strong>divenire </strong>storico, politico e istituzionale, cercando di individuare i caratteri peculiari di questo svolgimento. E allora si vedrà che siamo di fronte ad un “<strong>processo di unificazione</strong>”, in corso di svolgimento politico, istituzionale, economico e sociale dal lontano 9 maggio 1950 (Dichiarazione Schuman).<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a></p>
<p>Processo è parola-chiave, coglie l’elemento dinamico della storia dell’unificazione europea. Significa svolgimento continuo, non ripetitivo, di una realtà politica, istituzionale, economica, sociale e culturale che si modifica in base alle risposte (o non risposte) che le politiche dell’Unione hanno dato (e continuano a dare) alle sfide e alle crisi ricorrenti<strong>. </strong> La famosa espressione di Jean Monnet “<em>L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi<strong>” </strong></em>significa, appunto, questo: <strong>l’Europa è il risultato di un processo</strong>.</p>
<p>Questo processo si è sviluppato come una continua risposta alle “crisi” degli stati nazionali, posti sempre di fronte all’alternativa tra risolvere assieme un problema comune, con politiche e istituzioni comuni, o non risolverlo affatto. Queste risposte hanno dato luogo a <strong><em>fatti</em></strong> concreti: la politica agricola, commerciale, la libera circolazione delle persone, delle merci, servizi e capitali, l’elezione diretta del Parlamento europeo, la moneta unica, l’allargamento dell’Unione, i piani di sviluppo dell’economia. Da questi fatti sono emersi <strong><em>principi</em></strong> di natura costituzionale: il primato del diritto europeo, l’economia sociale di mercato, la cittadinanza europea, l’indipendenza della moneta dalla politica, il controllo del debito pubblico e dell’inflazione, la solidarietà  legata al controllo europeo sulle risorse. Infine, dalla correlazione tra i fatti e i principi sono emersi i <strong>valori</strong> sui quali si basa oggi la nostra Unione: la pace (come valore fondante su cui nasce il processo di unificazione, esplicitamente indicata nella Dichiarazione Schuman), la democrazia sovrannazionale<strong>, </strong>la sostenibilità nelle sue diverse forme (ambientale, economica, sociale e territoriale).</p>
<p>Il processo di unificazione ha, dunque, prodotto  fatti, sviluppato principi e affermato valori, concatenandoli coerentemente in politiche e istituzioni via via diverse.   Si può, allora, formulare un principio generale, che può essere espresso nel modo seguente: nella politica finora considerata normale (quella nazionale) ciò che resta fisso sono le istituzioni e ciò che cambia continuamente è il processo politico (come lotta per il controllo del potere nazionale). Con l’unificazione europea vale il contrario: ciò che è costante è il processo e ciò che cambiano sono le istituzioni<strong>. </strong></p>
<p>È questa la logica che sta alla base del processo di unificazione, che si manifesta come “gradualismo costituzionale” <a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>, vale a dire come la costruzione, nel tempo, delle architravi costituzionali  della “cattedrale-Europa”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>  e che da vita a un potere statuale  sovrannazionale  e democratico.   È nata, così, una <em>statualità</em> europea<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>, assai diversa da quella giacobina-napoleonica che ha segnato la vita dello stato-nazione. Essa è fatta d’istituzioni sovrannazionali e di regole comuni, mutevoli, ma nella costanza del processo e che si sono consolidate nel tempo, accrescendo la logica federale iniziale, già presente nelle prime istituzioni comunitarie. L’Unione europea si basa su un sistema bicamerale di rappresentanza dei Popoli (Parlamento) e degli Stati (Consiglio), su un esecutivo (Commissione), una presidenza collegiale (Consiglio europeo), una Corte europea di Giustizia, una moneta propria e una Banca centrale (BCE),  una Corte dei Conti, propri organi consultivi (Comitato economico-sociale e comitato delle regioni), una propria banca per gli investimenti (BEI). E con una strutturazione precisa dei poteri e delle competenze tra l’Unione e gli Stati, come pure dei meccanismi decisionali; con un proprio sistema d’intervento, di coordinamento e di controllo da parte dell’esecutivo sui governi nazionali; con un proprio bilancio e con proprie risorse, sia pur ancora limitate. <a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a> E tutto ciò, pur in <em>assenza </em>di <em>principi comuni </em>che possano determinare una politica estera e di difesa europea.  È questa la debolezza dell’Unione nell’attuale fase del processo. Cui occorre porre rimedio. Il momento è questo.</p>
<p><strong><em>L’Europa di oggi e il Mondo</em></strong></p>
<p>Quale politica estera dovrebbe fare oggi l’Unione Europea? Generalmente si risponde a questa domanda evocando le immagini, alternative, di Europa come “hard power” (o Europa-potenza) oppure di “soft power” (Europa, come faro di principi e valori). Gli slogan non servono. Anche in tal caso è necessario procedere individuando fatti, principi e valori.</p>
<p>I fronti sui quali è necessario un ruolo più attivo dell’UE sono diversi e crescenti. A titolo esemplificativo: questione ambientale, guerre e tensioni internazionali, migrazioni, sanità, disparità economico-sociali tra le diverse aree del Mondo e altri ancora. I <strong>valori</strong> che possono ispirare l’azione dell’UE nel Mondo sono quelli insiti nel proprio DNA: la <strong>pace</strong> come risultato di un sistema normativo sovrannazionale (la <em>res publica universalis)</em>, la <strong>sostenibilità</strong> come modello economico-sociale, la <strong>democrazia sovrannazionale </strong>come sviluppo della cittadinanza, con l’impronta delle lotte storiche di progresso per la libertà, la democrazia e l’uguaglianza.  Sono questi i valori che differenziano l’Unione Europea rispetto agli altri grandi attori politici nel Mondo.</p>
<p>Su quali <strong>principi</strong> va fondata la politica estera dell’Unione Europea? Questi principi, per essere efficaci, devono, valere non più solo per l’Europa, ma anche per il Mondo. Questo è già un <strong><em>nuovo principio</em></strong> che rivoluziona il tradizionale approccio nella politica estera degli Stati, che è determinato, ancor oggi, dal principio della ‘ragion di stato’<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>.  Il federalismo, nella sua prospettiva mondiale, consente di superare questa ‘ragione’ (nazionale) che troverebbe, invece, nel diritto sovrannazionale le regole della propria sicurezza.</p>
<p>Si possono, dunque, formulare, in via generale, i seguenti principi per una politica estera europea, in assenza dei quali sarà difficile formulare politiche comuni, come pure modifiche ai Trattati esistenti.</p>
<ul>
<li>La ricerca della “<strong><u>sicurezza internazionale</u></strong>”. Si basa sul principio che, in un mondo globalizzato, uno Stato è veramente sicuro se anche gli altri lo sono, se la sicurezza dell’uno è anche quella dell’altro. L’opposto degli attuali principi (io sono più sicuro se tu sei più debole). Ciò si traduce nella capacità di regolare &#8211; partendo da alcuni beni pubblici globali<strong> (</strong>ambiente, sanità, commercio internazionale, moneta, digitale, migrazioni e altro<strong>) &#8211; </strong>i rapporti tra gli stati sulla base di regole garantite da istituzioni sovrannazionali, non più dalla forza o dalla violenza (Kant)<strong>. L</strong>a guerra in Ucraina, ad esempio, ci mostra che si fronteggiano due principi radicalmente opposti. Il primo è quello rappresentato dalla Russia: si può attaccare un altro Stato perché siamo tutti Stati a sovranità assoluta, ci riconosciamo come tali (principio di Westfalia), dunque possiamo usare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. All’opposto, i Paesi UE sono Stati a “sovranità relativa” perché la loro azione è condizionata dalle istituzioni sovrannazionali alle quali si sono sottoposti, dunque, i loro rapporti sono ormai basati sul diritto e non più sulla violenza. Questa differenza è radicale. Uno dei due principi finirà per imporsi, <em>tertium non datur. <a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup><strong>[8]</strong></sup></a></em>L’Ucraina ha deciso di aderire all’UE, dunque di rinunciare alla sovranità assoluta che deriva da questa scelta. Tocca ora alla Russia effettuare un’analoga rinuncia, se l’UE sarà chiara nell’affermare il principio (alla base del suo progetto)  secondo il quale “<strong><em>la sicurezza  di uno Stato non può essere data da un ampliamento – operato con la forza &#8211; dei suoi confini, perché questo vuol dire meno sicurezza per gli altri”. </em></strong>Occorre invece creare assieme le strutture istituzionali di una sicurezza in Europa.  Si tratterà, in tal caso, con la fine della guerra, di avviare accordi tra una “nuova” Russia e UE sulle politiche concrete: transizione energetica, regole sul commercio, la libera circolazione (persone, merci, servizi e capitali) e l’interfaccia tra i nostri due mercati, con un’Ucraina europea, ma anche “ponte” con le realtà politiche e culturali che compongono la federazione russa.   Questo esempio del rapporto UE-Russia ci mostra che la “sicurezza internazionale” regolata da istituzioni comuni e sovrannazionali, può diventare il primo principio regolatore della politica estera dell’UE.</li>
<li><strong>Il concetto di sovranità<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a> va sostituito con quello d’<em><u>interdipendenza</u></em> tra gli Stati</strong>. Con la sovranità l<em>’</em>indipendenza di ciascuno Stato è assicurata dalla sua forza, con la quale si misura il rapporto con tutti gli altri Stati. Con l’interdipendenza s’individua, invece<strong>, il punto</strong> capace di garantire una capacità autonoma, per ciascuno stato, nel concorrere al raggiungimento di un risultato comune, che s’intende condividere. Con la CECA, ad esempio, l’interdipendenza tra Francia, Germania e gli altri Stati, fu ottenuta con la creazione di un’Alta Autorità che organizzava e gestiva in comune la produzione e la distribuzione del carbone e dell’acciaio. Essa era il punto sul quale convergeva l’interesse e la sicurezza di tutti<strong>. </strong>Una soluzione analoga dovrà essere perseguita, sul piano globale, nel governo di beni pubblici mondiali. Si tratta di beni rispetto ai quali nessun Stato può essere del tutto sovrano, ma tutti sono costretti a essere interdipendenti se vogliono conseguire un risultato, controllandone l’esito</li>
<li><strong>Il <u>multilateralismo</u> è il naturale sviluppo, sul piano globale, di ciò che l’allargamento ha rappresentato per la politica estera UE nel continente europeo. </strong>I “confini” dell’Europa non sono mai stati definiti, né possono essere tali una volta per tutte.  Il processo di unificazione non punta a creare uno Stato “delimitato”, bensì ad allargare i propri confini ogni qual volta la “ragione di stato” dell’UE esprime il bisogno di una maggiore sicurezza, condividendola con gli stati vicini che cercano, anch’essi, la stessa sicurezza, attraverso istituzioni sovrannazionali comuni.  Nel processo di unificazione europea ciò che noi chiamiamo “confine” (<em>limes</em>) é in realtà la “soglia” (<em>limen</em>)<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>, che consente di immaginare le relazioni tra le diverse aree federali del mondo come <strong><em>open federation, </em></strong>cioè come strutture federali diverse, ma interagenti attraverso politiche d’interesse comune.</li>
</ul>
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<p>A differenza dell’esperienza storica della federazione americana, nata in un contesto storico-geografico marginale rispetto al problema del “governo del mondo” del tempo (allora rappresentato dalla sola Europa), <strong><em>l’unificazione europea s’incrocia, nello spazio e nel tempo, con il problema dell’unificazione mondiale</em></strong>.  Si pone perciò il problema di come l’unità federale (raggiunta in pratica la dimensione continentale in Europa) possa interfacciarsi con le altre grandi realtà del Mondo, per le quali vige ancora il concetto della sovranità assoluta dello Stato, cioè dello stato-potenza. L’UE deve differenziarsi da questo modello, diversamente entrerà in una logica di scontro di potere tra Stati sovrani, che ne snaturerebbe il ruolo. La sua reale forza sta nel costruire un sistema “multilaterale di stati”, volto alla creazione di “comunità globali” per perseguire le politiche comuni nei vari campi in cui solo una soluzione globale può essere efficace, cioè sotto controllo comune. Queste comunità globali, nei vari settori – collegate all’ONU &#8211; rappresenteranno la transizione verso un’Unione mondiale di Stati o Federazione Mondiale.</p>
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<ul>
<li><strong>L’Unione Europea come “<u>potenza normativa</u>”, unita a una capacità di difesa secondo il principio della  <em>dual army</em>. </strong>L’avvio del multilateralismo nella politica estera europea può passare attraverso l’arma più forte di cui l’UE dispone: la capacità di produrre regole. È ciò che fa da settant’anni al proprio interno, avendo unificato, con l’arma del diritto, i cittadini dei suoi stati: nel consumo, nel commercio, nei trasporti, nella tutela dell’ambiente, nella gestione della moneta, nella tutela e nello sviluppo dei diritti umani, di cittadinanza e altro ancora. Sono le regole comuni che hanno creato, passo dopo passo, il cemento della nostra Unione, dunque l’unità politica. Su questo l’UE è “potenza” perché in nessun altro Paese del mondo si è sviluppato un processo simile di unificazione. Questo suo DNA, può essere utile (e vincente) per costruire l’unità mondiale. Perché con la costruzione di regole comuni dovranno fare i conti anche gli altri grandi player (USA, Cina, Russia, India …) che hanno lo svantaggio di non aver mai (o quasi mai) “giocato” a costruire regole comuni, bensì a imporle con la propria forza. Ora, se la pura forza militare non servirà più a risolvere i problemi del mondo, allora servirà <em>l’Europa delle regole</em>. La recente sentenza del Tribunale Penale Internazionale, fortemente voluto dall’UE (mandato d’arresto per Putin) ci mostra  questa “potenza” dell’Europa.</li>
</ul>
<p>Anche sulla questione militare la soluzione europea del “dual army” (eserciti nazionali territoriali, a difesa dei singoli stati, più forza militare federale di rapido intervento) può rappresentare un modello per un mondo in marcia verso la sua unità. L’arma nucleare deve essere bandita, ciascun stato deve mantenere una propria difesa territoriale (come avvenne nell’esperienza americana), mentre ci deve essere una forza globale (al servizio dell’ONU) di intervento in caso di crisi regionali. L’UE dovrebbe dichiarare che la sua forza militare “federale” di rapido intervento sarà posta al servizio dell’ONU, come primo nucleo di una polizia mondiale.</p>
<p>Con questi principi sarà così possibile:</p>
<ul>
<li>procedere alla trasformazione della Nato in una <em>equal partnership</em>, una condizione che, peraltro, costituirebbe la garanzia (per la Russia) che la fine della guerra in Ucraina non determinerà un rafforzamento del potere americano in Europa, bensì la nascita di una vera autonomia europea, condizione per costruire una effettiva “casa comune europea” tra UE e Russia. Questo è un passaggio cruciale perché mostrerà che l’UE non è più junior partner nel campo Occidentale, evitando così anche la pericolosa deriva della Russia verso la condizione di junior partner della Cina. C’è invece la necessità che il “nuovo ordine mondiale” si basi su un sistema multilaterale in cui, oltre a USA, UE, Cina e Russia, ci siano altri pilastri, di sostanziale simile forza politica, quali India, America Latina e Unione Africana.</li>
<li>costituire <em>agenzie o comunità mondiali</em> (di natura federale, come fu la CECA) per ambiente, sanità, commercio, controllo nucleare, digital frame, migrazioni etc. dotate di istituzioni e poteri d’intervento reali. Saranno proprio queste comunità specifiche a creare il primato del diritto universale su quello dei singoli Stati, da una parte; e quell’unità di fatto tra interessi globali che è necessaria per porre le basi di una democrazia universale, dall’altra. Anche sotto quest’aspetto il processo di unificazione europea costituisce un modello importante di riferimento.</li>
<li>avviare una riforma dell’ONU, con un Consiglio di sicurezza aperto alle grandi aree del mondo, il superamento del potere di veto e la nascita di un Parlamento mondiale.</li>
</ul>
<p>La <strong>sicurezza reciproca</strong> <strong>multilaterale</strong>, basata sul principio d’interdipendenza, è il nuovo obiettivo che dovrà ispirare la politica dell’UE, per essere leader nella realizzazione della pace come valore globale. <strong>L’interdipendenza </strong>tra diverse entità politiche statuali è, allora, il reale fondamento del federalismo nel suo aspetto istituzionale, sia sul piano globale, sia nel rapporto tra il governo federale e i singoli governi nazionali in Europa (e, un domani, nelle altre aree del mondo), sia ancora a livello sub-statale, nel rapporto tra i diversi livelli di governo delle comunità locali (federalismo territoriale).</p>
<p><strong>Fatti,</strong> come risultati dell’azione politica, <strong>principi</strong>, come guide che rendono possibili le politiche, <strong>valori, </strong>come portato di fatti e di principi, hanno dato corpo allo sviluppo del processo di unificazione europea. Non si può escludere che sarà così anche per il processo di unificazione mondiale, se si avvierà sul principio del diritto e non della violenza.</p>
<p><em>Conclusioni.</em></p>
<p>L’elezione europea del giugno 2024 può rappresentare una tappa importante nel cammino dell’Unione verso una più netta configurazione politica, se quest’elezione si manifesterà come una netta “scelta di campo” tra due opzioni fondamentali: o un’Unione più solida, più forte politicamente e istituzionalmente, dunque capace di agire, oppure un aumento del disordine mondiale. Ciò dipenderà essenzialmente dalla lotta delle forze politiche in campo, a condizione che: a) sappiano configurarsi come “partiti europei” di fatto; b) lottino come tali per conquistare la presidenza della Commissione europea, promuovendola come il “governo federale” dell’Unione. Perché è la lotta per il potere europeo che determinerà, in ultima istanza, la nascita di un potere europeo capace di agire ed autonomo rispetto a quello dei singoli Stati membri.</p>
<p>Occorrono, allora, programmi chiari e differenziati, sui temi della sicurezza e dello sviluppo, i due beni pubblici principali che determinano la fisionomia fondamentale di uno Stato. E occorrono leader che li sappiano interpretare e rappresentare. Sarà il sale di una democrazia europea compiuta, da cui far nascere un governo europeo reale, capace di avviare un nuovo corso per un Mondo in marcia verso la propria unità.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Kenneth C.Wheare, <em>Del Governo Federale, </em>Il Mulino, Biblioteca federalista, 1997, prende in considerazione e analizza le differenze tra Stati uniti d’America, Svizzera, Canada e Australia e un modello “quasi-federale”, la Repubblica federale tedesca.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Dal punto di vista teorico e d’idealità politica il processo di unificazione europea affonda le proprie radici in diversi documenti nati nel corso della Resistenza al nazi-fascismo. Tra questi, il più famoso è il “Manifesto per un’Europa libera e unita”, passato alla storia come il Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, con il contributo di Eugenio Colorni. S’indicava nella federazione europea l’alternativa alla secolare guerra tra gli stati, al suo modello (lo stato-nazione) e all’ideologia del nazionalismo. Analoghe indicazioni venivano già, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, dallo stesso Luigi Einaudi (che criticava, sul Corriere della Sera, l’impotenza della Società delle Nazioni) e dagli intellettuali inglesi di <em>Federal Union</em> (Lord Lothian, William Beveridge, Lionel Robbins, Barbara Wootton e altri).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Per un’analisi del concetto cfr. “Il gradualismo costituzionale” (Antonio Longo)  in Il Federalista, 2011, nr. 3 <a href="https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/interventi/857-il-gradualismo-costituzionale">https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/interventi/857-il-gradualismo-costituzionale</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> A. Padoa-Schioppa – Perché l’Europa. dialogo con un giovane lettore – Ledizioni, 2018</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> In tal senso cfr. M. Albertini – <em>L’ago della bilancia è la moneta – </em>1990 – in “Tutti gli scritti” – vol. IX – Il Mulino. Detto diversamente, l’unità europea assomiglia più al processo rivoluzionario che, nel corso di ottant’anni, plasmò il costituzionalismo inglese nel XVII secolo, piuttosto che al singolo atto ‘rivoluzionario’ della Pallacorda, da cui nacque lo Stato-nazione. È scritto anche nella Dichiarazione Schuman: “<em>L&#8217;Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto</em><em>”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Malgrado i difetti, siamo in presenza di <em>uno Stato di Stati</em> (<em>Ein Staat der Staaten), </em>secondo la mirabile espressione con la quale i ragazzi della “Rosa Bianca” definirono, nel quarto volantino (1942), la loro idea dell’unità europea: non gerarchica (secondo la propaganda del tempo), bensì federale, come poi scrissero nel quinto volantino (cfr. <em>La Rosa Bianca quarant’anni dopo </em>(A. Longo) <em>–</em>in Il Federalista<em>, </em>Anno XXVIII, 1986, Numero 2-3,</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Il concetto impiegato fa riferimento ai teorici del “sistema europeo degli Stati” quali Friedrich Meinecke e Ludwig Dehio. L’Unione europea, in un Mondo ancora diviso in Stati sovrani, è anch’essa soggetta al principio della “ragion di stato”. L’aggressione russa all’Ucraina, ad esempio, ha minacciato la sua sicurezza, spingendola a sostenere attivamente la resistenza ucraina. Sempre la ragion di stato spinge gli USA a sostenere l’Ucraina, per evitare un vuoto di potere in Europa che finirebbe per rafforzare la ripresa dell’espansionismo russo.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a>  L’esito del conflitto ucraino vedrà, da un punto di vista meramente teorico, due possibili conclusioni alternative: 1) un negoziato sulla spartizione dei territori occupati e di confine: in tal caso, sarà chiaro che l’aggressione russa, alla fine, avrà pagato; 2) l’implosione/sconfitta dell’attuale regime di Mosca e l’accettazione, da parte di una nuova Russia, di entrare a far parte di un sistema di sicurezza in Europa, governato da istituzioni comuni. Così come la sconfitta di tutti gli Stati europei (vincitori e vinti) fu la condizione necessaria per avviare il processo di unificazione europea (è questa una precisa indicazione contenuta nel Manifesto di Ventotene), allo stesso modo la sconfitta politica di questa Russia costituisce la condizione per l’avvio di una fase nuova nel sistema dei rapporti internazionali.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Il termine ‘sovranità’ non sta più in relazione con il nuovo mondo basato sull’interdipendenza tra gli Stati. È  termine assai antico che rimanda al potere del monarca assoluto e del sistema westfaliano degli Stati che postulava il riconoscimento reciproco degli Stati sulla base della loro indipendenza da ogni vincolo superiore (imperatore o Chiesa). È il modello che si è affermato con lo Stato-nazione, burocratico e accentrato. Il federalismo si basa sul principio opposto: il potere politico non è unico e indivisibile, ma si articola su diversi livelli di governo, ciascuno con le proprie prerogative di poteri e di competenze. In un mondo globalizzato nessuno Stato, neanche il più potente, è “sovrano”, nessuno può risolvere i problemi da solo, tutti sono “interdipendenti”, costretti a cooperare. La stessa “capacità di agire” degli stati (altra vecchia definizione della sovranità) non sta più solo nel potere di fare le leggi, di prendere iniziative o effettuare scelte politiche, bensì richiede anche la “<em>capacità di controllare l’esito di ciò che si è deciso</em>” (Mario Draghi). Se, infatti, non si è in grado di controllare gli esiti delle scelte politiche effettuate, in realtà non si è “sovrani”. Di fronte alle grandi sfide cui l’umanità si trova, questa “capacità di controllare l’esito delle scelte effettuate coincide con il livello in cui l’interdipendenza istituzionalizzata tra gli Stati è massima, cioè con la federazione mondiale.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> Sulla sostanziale differenza cfr. <strong>Mediterraneo: limes o limen? </strong> (Annamaria Campanale) &#8211;  <a href="https://www.juragentium.org/forum/horchani/it/campanal.htm">https://www.juragentium.org/forum/horchani/it/campanal.htm</a></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Longo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2024/04/antonio-longo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-longo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Longo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Manager nella ex Banca Commerciale Italiana (Milano &#8211; Servizio Organizzazione e Divisione Banca d’Affari), sin dal Liceo (Genova), membro del Movimento Federalista Europeo (MFE), con vari ruoli a livello nazionale ed europeo: Segretario nazionale della sua rete giovanile (Gioventù Federalista Europea), Direttore del Circolo di cultura politica “Altiero Spinelli” di Milano (2007/2011), Direttore de L’Unità Europea, organo del MFE (2015/2019). Nel 2020 ha fondato la rivista online in lingua inglese The Ventotene Lighthouse, A Federalist Journal for World Citizenship www.theventotenelighthouse.eu. È co-fondatore della rivista (2023) Territori del federalismo – www.territoridelfederalismo.eu<br />
Autore di diversi saggi e articoli sul processo di unificazione europea, sotto l’aspetto politico ed economico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lunificazione-europea-alla-prova-di-unelezione-decisiva/">L’unificazione europea alla prova di un’elezione decisiva</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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