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	<title>Giovanni Cagnoli, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Giovanni Cagnoli, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>Lo Stato siamo noi, non i segretari di partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Cagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2020 13:33:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>﻿L’osservazione delle scelte di politica economica e le dichiarazioni di vari esponenti del governo, o di esponenti dei partiti che sostengono il governo, prospettano un futuro populista e “venezuelano” con un marcato senso di sfiducia nel mercato, nelle imprese e nell’iniziativa dei privati. Alla base di tutto c’è una colossale inversione del rapporto tra stato, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>﻿L’osservazione delle scelte di politica economica e le dichiarazioni di vari esponenti del governo, o di esponenti dei partiti che sostengono il governo, prospettano un futuro populista e “venezuelano” con un marcato senso di sfiducia nel mercato, nelle imprese e nell’iniziativa dei privati.<br />
Alla base di tutto c’è una colossale inversione del rapporto tra stato, partiti politici e cittadini che rappresenta da sempre il “terzo segreto di Fatima” della politica italiana.<br />
Lo Stato è in realtà la collettività dei cittadini che regola i rapporti tra le persone attraverso le leggi, garantisce l’ordine pubblico e il rispetto delle leggi e opera una funzione redistributiva della ricchezza attraverso la tassazione garantendo servizi essenziali come la sanità e l’istruzione.<br />
Questa funzione viene esercitata attraverso una rappresentanza politica definita dalla costituzione che attraverso l’elezione definisce i rappresentanti della popolazione delegati alla difesa di queste funzioni essenziali.<br />
Si presuppone che questi rappresentanti agiscano nell’interesse di chi li ha votati, ma così in Italia non è da molti anni. Appena eletti i rappresentanti del popolo esprimono primariamente l’interesse a essere rieletti o a mantenere il loro potere personale, cercando consenso di breve e manipolando il potere legislativo ed economico di cui dispongono per l’esclusivo interesse della loro parte politica e personale.<br />
Il rapporto tra cittadini ed eletti diventa quindi una specie di voto di scambio con conseguenze drammatiche sul futuro della nostra comunità.</p>
<p><strong>IL VOTO 2018 E LE SUE IMPLICAZIONI</strong><br />
In Italia da molto tempo ormai c’è una assoluta inversione dei fini e dei mezzi di questo rapporto. I partiti politici si interpongono tra lo stato e i cittadini e utilizzano per i loro propri fini elettorali le risorse dello stato, pur nella evidenza che tali risorse non sono dei partiti ma dello stato e dei cittadini. Ovviamente la “scusa” è che lo fanno per il bene della popolazione che li ha eletti ma l’evidenza è assolutamente opposta. Il voto 2018 che ha premiato 5 Stelle e Lega, entrambi populisti e privi di competenze specifiche, per poi confluire in un governo che esprime oltre ai 5 Stelle la parte statalista e anti impresa del PD, ha già evidenziato questa inversione e porterà conseguenze molto pesanti sul futuro del paese. Purtroppo, il peggiore voto e il peggiore parlamento, nel peggiore momento (Covid) della nostra storia.<br />
Alcuni esempi<br />
· Il reddito di cittadinanza è un chiarissimo trasferimento di risorse in deficit dalle future generazioni, che dovranno pagarlo e non votano, ad alcuni che ne usufruiscono e votano. Al di là del merito della questione su cui personalmente penso che rubare risorse ai nostri figli sia deprecabile e quasi non etico, viene presentato come una “provvidenza” dello stato intermediata da un partito, i 5 Stelle in questo caso, come se lo stato fosse un buon padre di famiglia che pensa ai cittadini meno abbienti. Non è così ed è un chiaro trasferimento intergenerazionale che dovrebbe essere presentato come tale e discusso come tale, per di più in un contesto demografico che va a punire chi già dovrà sostenere un onere smisurato per le folli politiche di spesa degli ultimi 40 anni.<br />
· Quota 100 è lo stesso concetto. Premia un numero ridottissimo di cittadini a scapito dei giovani che dovranno pagare l’onere. Anche in questo caso la Lega ne fa una bandiera ideologica come se il costo non ci fosse, mentre invece esiste, è cospicuo ed è un secco trasferimento di risorse a scapito di chi non vota. Sia quota 100 che reddito di cittadinanza sono chiaramente provvedimenti populisti tendenti a raccogliere consenso e voti… pagati dai nostri figli. Prendo soldi da chi non vota (o non capisce…) e catturo consenso per il mio partito e implicitamente per me stesso. Spendere oggi a debito è sempre “giusto” e bello. Non dire chi e come pagherà il debito contratto è disonesto ed eticamente scorretto.<br />
· Le nomine pubbliche non riflettono la ricerca di persone che abbiano il massimo della competenza ma il massimo dell’appartenenza. Il manuale Cencelli a cui si è assistito anche questa primavera per nominare consiglieri di amministrazione delle aziende pubbliche, in cui essere nato a Pomigliano d’arco (concittadino di Di Maio) o avere legami storici con il Pd è titolo massimo di merito, è vergognoso quanto ormai una tradizione italiana che non fa più nemmeno notizia. Se sono al governo dovrei cercare i migliori per ogni cda e per ogni carica pubblica, indipendentemente dall’appartenenza e dalla fede politica. I migliori sono selezionati per curriculum, esperienza, realizzazioni. Invece si scelgono i migliori nel ristretto cerchio di chi è ritenuto fedele al partito, proprio nella convinzione che una nomina di vicinanza al partito possa essere ricompensata poi nella gestione della carica con la stratta osservanza delle tesi del partito stesso. Mi è evidente che difficilmente un partito possa scegliere nemici politici per le proprie nomine, ma è la misura e la diffusione della lottizzazione delle cariche che ha assunto in Italia vertici assoluti di inefficacia. Prova ne sia che la grande maggioranza dei “nominati” (non tutti per fortuna…) non riesce in caso di cambio di governo a trovare alcun incarico presso aziende o enti privati, a dimostrazione che il criterio di nomina è l’appartenenza e non la competenza. I casi in cui un manager che ha fatto gran parte della carriera in ambito pubblico viene assunto da privati si contano sulle dita di una mano, nonostante stipendi più elevati e il desiderio di ciascun privato di assicurarsi il miglior talento possibile. La spiegazione è ovvia e rende anche evidente lo scambio dopo la nomina. Poiché non ho alcun mercato fuori dal pubblico, mi attivo per essere nominato sempre e costantemente nel pubblico garantendo supporto e “riconoscenza” a chi mi nomina.<br />
· La presenza dello Stato nelle aziende private evocata da molti esponenti 5 Stelle e da qualche esponente PD (non tutti per fortuna, ma ad oggi la parte del partito che ne governa la linea politica) è un’altra linea di tendenza chiarissima. I casi Autostrade, Alitalia, a cui tra breve seguirà Ilva e poi anche (ahimè&#8230;) Tim/Open Fiber configurano una visione del mondo in cui nel supposto e proclamato interesse pubblico lo stato interviene nella gestione delle aziende. Gli strafalcioni logici sono incredibili. Basti pensare alla dichiarazione (Di Maio) “dopo la quotazione Autostrade dovremo lavorare perché non sia assoggettata alle logiche di mercato”. Ora ci si chiede come e perché un investitore voglia investire in un’azienda di cui dichiaratamente il partito di maggioranza dice che verrà assoggettata a logiche “NON DI MERCATO” deprimendo il valore dell’investimento. In realtà anche in questo caso la logica è chiarissima, ancorché contraria all’interesse generale dei cittadini. Più lo stato entra in settori strategici, o in generale in aziende che operano sul mercato visto che la vera funzione obiettivo è la conservazione del potere politico per una parte politica, più le azioni di queste aziende saranno orientate al beneficio di una parte politica, e le relative nomine saranno in tal senso orientate. Non ci si chiede se Alitalia ha una possibilità di sopravvivere (non ne ha nessuna), ma ci si chiede quali privilegi e potere (dal saltare la coda al nominare il management) possa il partito di governo ricavare da Alitalia. Costa 3 miliardi? Non importa, è debito a carico dei nostri figli che non votano. Non ci si chiede come regolare il conflitto di interessi tra manutenzioni delle autostrade e rendimento dell’investimento. Al momento opportuno se dovesse costare soldi saranno sempre soldi pagati da non votanti e invece un’eventuale provvedimento populista di calo delle tariffe sarà “venduto” al popolo come una lodevole iniziativa del partito al potere. Non ci si chiede se queste azioni molto garibaldine di ingerenza in aziende quotate (Enel, Tim, Atlantia) abbiano l’effetto ovvio ed evidente di scoraggiare e rendere pressoché impossibile la capacità di attrarre capitali stranieri in un paese dove il governo si permette di imporre nazionalizzazioni o “sinergie” tra aziende pubbliche (Mazzuccato, Il Sole 24 Ore 16 luglio) in un contesto dove avremmo disperato bisogno di credibilità presso investitori internazionali. Mettiamoci nei panni di Blackrock (il più grande asset manager del mondo) o del fondo statale norvegese (circa 1 trilione di investimenti in azioni). Dopo la sagra Autostrade, le dichiarazioni di Grillo e Mazzuccato su Tim, Alitalia e Ilva, onestamente nel comitato investimenti io credo che ogni e qualsiasi investimento in Italia debba richiedere almeno il 2% di rendimento in più per compensare il rischio di interferenza politica. Per chiarezza, se si chiede il 2% in più di rendimento l’ammontare del valore investito (il prezzo a cui investo) scende in modo uguale e contrario. Quindi queste dichiarazioni e queste scelte hanno di fatto fortemente ridotto il valore dei nostri assets e danneggiato in modo molto grande il patrimonio di tutti noi. Ma nessuno se ne rende conto. Dopo avere sconfitto la povertà, oggi ci affacciamo dal balcone e&#8230;  abbiamo le autostrade (che incidentalmente essendo in concessione erano sempre state dello stato).<br />
Questi esempi alla fine riconducono sempre a una visione univoca del mondo o meglio a un’ideologia. La convinzione di essere i migliori (legittima ci mancherebbe) rende quasi necessaria la ricerca del consenso per affermare la propria visione del mondo, anche se questa ricerca del consenso fosse costosa per chi sostiene lo stato, cioè i cittadini contribuenti. C’è quasi una giustificazione etica nel distruggere risorse pubbliche.<br />
Ugualmente manca completamente la consapevolezza che l’intera macchina dello stato dipende dalle tasse versate dai privati, e che in periodi difficili e complessi come questo la difesa della base imponibile, e cioè la capacità dei privati di creare ricchezza, è fondamentale per la sopravvivenza stessa dello stato<br />
Infine, esiste un evidente e pesantissimo bias anti impresa e anti privato. Per vasti strati della politica oggi le imprese e i privati sono nemici, evasori fiscali a prescindere, come se si volessero sottrarre al principio di sottomissione al superiore interesse pubblico, rappresentato dal… partito. Quindi vanno puniti, controllati, sospettati. Non invece aiutati, incentivati e liberati. La capacità di selezione dei rischi e la distruzione creativa tipica del capitalismo di mercato è punita. Meglio non prendere rischi di sorta e scaricare l’onere del declino inesorabile che ne segue sui… futuri contribuenti che come noto non votano. Chiederci perché da noi non esiste venture capital o innovazione è pleonastico. Perché mai dovrei rischiare, se esiste un’altra possibilità e cioè accodarsi alle mille provvidenza delle “stato” e gestire monopoli a basso rischio?  La consapevolezza che la vita stessa dello stato dipende dalle tasse versate dai privati produttivi viene accuratamente nascosta. Per riferimento il 40% dell’IRPEF versata dal 5% dei contribuenti e dal 1,5% della popolazione italiana. L’azione del governo è cercare di scoraggiare in tutti i modi questi contribuenti a produrre ricchezza e base imponibile.<br />
La prima repubblica aveva come modus operandi l’intermediazione anche economica delle risorse statali ed è stata spazzata via con azione giudiziaria. La seconda invece prosegue nello stesso canovaccio senza tangenti (o con meno tangenti) di certo, ma perpetuando la stessa logica di conservazione del potere attraverso intermediazione del denaro dei contribuenti, indipendentemente dalle implicazioni sul futuro del paese.</p>
<p><strong>IL FUTURO CHE VERRA’</strong><br />
Il futuro che verrà sarà inesorabilmente diverso e, ahimè, potrà prendere anche derive quasi estreme viste le premesse. Il Covid ha aumentato del 40% circa il rapporto debito/Pil che arriverà al 170%. Quindi quale che sia l’esito dei negoziati sul recovery fund, l’Italia dal 2021 non avrà più possibilità di indebitarsi liberamente. Dovrà sottostare a pesanti condizionalità e dal mio punto di vista è bene che sia cosi, per interrompere il ciclo indebitamento per comprare il consenso che ho descritto sopra. Chiunque conosca i mercati sa benissimo che la pretesa di non avere condizionalità con la moneta comune (che è imprescindibile) e con un siffatto debito è pura demagogia populista. La Germania, e probabilmente anche gli USA, hanno deciso che vogliono salvare l’Italia, per convenienza e per motivi geopolitici. Quindi sosterranno il nostro debito, ma non sosterranno ad evidenza lo scambio scellerato tra debito e potere dei partiti. Da qui la condizionalità.<br />
Tra l’altro nel 2021, la BCE che finora ha sostenuto con acquisti molto ampi le nostre emissioni di debito, inizierà ad applicare di nuovo la Capital key vale a dire l’acquisto di debito italiano solo in proporzione alla quota italiana (17%). Ciò significa che gli acquisti fatti nel 2020 impediranno azioni massive nel 2021 sul debito italiano con evidenti e immediate conseguenze sullo spread.<br />
Qualsiasi partito che si illude che ciò non accada sbaglia e i prossimi 12-18 mesi saranno facile dimostrazione. Spero che la dimostrazione non avvenga con l’ennesima crisi dello spread. Ma temo invece che sarà così. Come Paese non abbiamo molta capacità di affrontare in tempo i problemi, gestiamo piuttosto la crisi. In ogni caso una delle due affermazioni deve essere vera. O il governo (quello di oggi o quello di domani) inizia seriamente a riformare l’economia, la giustizia e ridurre la spesa improduttiva e a perseguire una politica di crescita e sviluppo quasi forzato, oppure la crisi di debito arriverà. Tertium non datur. Se i partiti non lo capiscono saranno spazzati via tanto quanto è successo ai partiti della prima repubblica. Sembrano peraltro non capirlo per nulla, ed è facile prevedere un ridimensionamento a 1/3 circa rispetto al 2018 dei 5 Stelle e quindi la sostanziale irrilevanza.<br />
Quanto al PD l’esito dipende da quale PD avremo. Orlando/Bettini/Franceschini a cui si aggiunge il nuovo responsabile economia Felice, oppure all’opposto Gori/Nannicini/Bonaccini. La questione di quale PD è irrisolta da 10 anni e il fenomeno Renzi (al di là degli errori commessi) dimostra come il PD strutturalmente non abbandoni posizioni stataliste.<br />
Lega e Fratelli d’Italia avranno facile gioco nell’evidenziare errori e incongruenze evidenti. Ma non portano avanti politiche riformiste e pro sviluppo di alcun tipo.<br />
Si aprirà uno spazio politico molto ampio che potrà essere occupato o da Lega e Fratelli d’Italia o da un nuovo partito/movimento europeista, riformista, a favore dello sviluppo e delle imprese e con un chiaro obiettivo di combattere evasione fiscale. Non si vede ad oggi questo spazio, anche se è mia convinzione che dopo il fallimento del voto 2018 una larga parte dell’elettorato percepisca in modo chiaro la necessità di trovare competenza e visione e non solo populismo contro un finto nemico (l’Europa, gli immigrati, le imprese, le banche, la casta&#8230;) in un contesto assai problematico come quello in cui ci troviamo.<br />
Voglio pensare che il voto 2018 sia stata una protesta, e che dopo 3 o 4 anni di esperienza ci si renda conto che bisogna governare nell’interesse dei cittadini e che la protesta… non ha pagato, anzi è stata molto costosa.<br />
Un primo e importantissimo test sarà il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi. La legge fortemente voluta dai 5 Stelle è l’ennesimo esempio di populismo a danno dei cittadini e a difesa dei privilegi dei 5 Stelle stessi. Se la riduzione dei parlamentari passasse e non fosse invece respinta dal voto NO, sarebbe praticamente impossibile votare prima del semestre bianco per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica a gennaio 2022, perpetuando per altri 18 mesi questo parlamento con cospicua rappresentanza dei 5 Stelle, visto che è a tutti chiaro che nel prossimo parlamento i 5 Stelle in parlamento saranno un quarto o anche meno rispetto a oggi. Ma al di là delle motivazioni contingenti di parte, la riduzione dei parlamentari spacciata per un risparmio (risibile e quasi irrilevante sul bilancio dello stato) porta enormi problemi in termini di rappresentanza territoriale e allontana ulteriormente il rapporto cittadino parlamentare perpetuando i problemi sopra descritti. Nel populismo generale solo la fondazione Einaudi ha avuto il merito e il coraggio di chiedere il referendum, che oggi nessun partito appoggia. I sondaggi parlano di una cospicua maggioranza contro il referendum e a favore della riduzione dei parlamentari. In realtà votare NO al referendum e non confermare la legge di riduzione dei parlamentari sarebbe una clamorosa occasione per un primo segnale di risveglio dopo il 2018 e per chiarire che la sbornia populista e incompetente dei 5 Stelle&#8230; sta passando. Speriamo che il NO vinca, o come minimo che la percentuale di NO sia elevata nonostante TUTTI o quasi i partiti siano per il sì.<br />
Indipendentemente da chi sarà premiato dalle elezioni, i vincoli del debito e l’”imperativo categorico” dello sviluppo saranno entrambi molto evidenti. Non abbiamo scelta (pena il drammatico default) e credo che i nostri partner geopolitici non ci lascino molto spazio di manovra come contropartita per l’aiuto che ci offrono.<br />
 Da 40 anni viviamo in questa bolla irreale di indebitamento crescente. La speranza e l’auspicio è che possiamo trovare una stagione di governo di “illuminati”, genuinamente poco interessati alla perpetuazione del proprio potere nel tempo, consapevoli dei vincoli e capaci di affrontare un difficilissimo percorso di riforme moderne, ostili ai partiti come intermediatori pretestuosi della spesa pubblica, e all’opposto strenui difensori della libertà di impresa e dei cittadini contribuenti che sostengono con il loro lavoro lo stato.<br />
Io penso che ci sarà una distruzione creativa anche nella politica e che le vittime siano i partiti cosi come li conosciamo. Non necessariamente questo è un bene perché la gestione della cosa pubblica è attività complessa e richiede competenze specifiche molto elevate. Ma se i partiti sono espressione di populismi vari e quindi incompetenti, o espressione di una ideologia assolutamente perdente e antistorica, inevitabilmente saranno spazzati via proprio perché incompatibili con il nuovo ordine post-Covid.<br />
Già nel 2018 è successo un assaggio di questa tendenza e purtroppo la deriva non è stata positiva per i motivi noti. Nelle prossime elezioni inevitabilmente assisteremo a un nuovo ordine e alternativamente si scivolerà nel populismo più bieco e nella inevitabile crisi che ne conseguirà, oppure auspicabilmente in una struttura politica più moderna di movimenti e non di partito, di idee e non di ideologie, di convergenza e collaborazione tra persone  e non all’opposto “partiti persona” (one man show), che potrebbe essere anche una stagione di incredibile riscossa del potenziale che l’Italia può esprimere.<br />
I prossimi mesi saranno decisivi e dipende alla fine da tutti noi, dal nostro voto, dalla capacità di mobilitare ed educare coscienze e sfuggire dal populismo, dalla consapevolezza della sfida che abbiamo di fronte per i nostri figli. Loro, i nostri figli, assistono in silenzio, e le nostre scelte ricadranno su di loro. Io credo che ogni volta che si sceglie per i nostri figli si sceglie bene, anche con sacrificio, ma bene. Questo è l’unico motivo di ottimismo perché la natura umana è più forte dell’ideologia come la storia ha sempre dimostrato in Europa nel 1945, in Cina nella rivoluzione culturale, a Berlino nel 1989, e spero anche in Italia nel 2020/21.  Viviamo tempi straordinari e straordinario sarà l’esito. Nel bene o nel male.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Cagnoli" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/07/giovanni-cagnoli-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-cagnoli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Cagnoli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Presidente di Carisma SpA, Holding che detiene 14 aziende con oltre 300 milioni di fatturato ed oltre 1.000 dipendenti. Le aziende della Holding operano in settori diversificati (food, moda, retail, marketing, leisure, &#8230;). Fondatore e CEO di Bain &amp; Company Italia dal 1989 fino al 2017. E’ stato consulente dei primari gruppi bancari e finanziari italiani ed è particolarmente attivo nello sviluppo e definizione di piani di turnaround e di creazione di valore per gli azionisti di grandi organizzazioni. Ha ottenuto un MBA alla Sloan School of Management, al M.I.T di Boston nel 1982 e si è laureato in Business Administration all’Università Bocconi di Milano nel 1981. </p>
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		<title>Quando cominciamo ad affrontare la realtà?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Cagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2020 20:08:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili. Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili.<br />
Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma velocemente si) verso il burrone a cui 40 anni di promesse non realistiche ci hanno portati.<br />
<span id="more-2426"></span></p>
<p>La realtà, appunto brutale e molto diversa da quel che sentiamo ogni giorno, è che i cittadini italiani nel loro complesso dovranno inevitabilmente ridurre il loro tenore di vita nei prossimi 20 anni dopo avere vissuto in un terribile inganno da debito negli ultimi 40 anni. Bisognerà decidere e anche alla svelta chi e come ridurrà il tenore di vita e la scelta sarà dolorosissima e socialmente deflagrante perché nessun partito o leader politico ne ha mai parlato. Ma saremo costretti a fare queste scelte e anche presto. Sarebbe bene iniziare a parlarne invece di fare chiacchiere inutili (dannose?) e spendere denaro pubblico come se non ci fosse limite al debito.<br />
Questo governo non ha né la capacità né la cultura per affrontare queste scelte dolorose e ci sta conducendo sull’orlo del burrone nascondendo la dura realtà che come comunità saremo tenuti ad affrontare.</p>
<p><strong>1. I dati</strong></p>
<p>Nel 1980 il PIL italiano espresso in euro 2020 era circa 1100 miliardi di euro. Il debito pubblico 700 miliardi era pari a poco più del 60% nei limiti dell’attuale trattato di Maastricht.</p>
<p>La popolazione era di 56 milioni di italiani, ma c’erano circa 18 milioni di ragazzi tra 0 e 20 anni che sarebbero poi entrati nel mondo del lavoro, mentre gli italiani tra 45 e 65, che nei successivi 20 anni sarebbero usciti dal mondo del lavoro, erano circa 12 milioni. Un saldo netto di 6 milioni di nuovi italiani potenzialmente al lavoro pari ad una crescita del bacino di lavoro da 27 a 33 milioni di italiani cioè un incremento del 22%.</p>
<p>Quindi il debito diviso per la popolazione tra 0 e 45 anni, cioè quella al lavoro nei successivi 20 anni, era pari a circa 20.000 euro di oggi. Una cifra più che sopportabile e soprattutto con una crescita NATURALE della forza lavoro dell’1% annuo circa più che gestibile in termini prospettici.</p>
<p>A fine 2021 il debito pubblico italiano sarà di circa 2800 miliardi di euro. I giovani da 0 a 20 anni sono non più 18 milioni ma 11 milioni circa e per contro le persone tra 45 e 65 che usciranno dal mondo del lavoro sono gli stessi 18 milioni che nel 1980 stavano per entrare. Saldo netto negativo -7 milioni cioè meno 1% annuo. Il debito di 2800 miliardi diviso per il numero di cittadini tra 0 e 45 anni di età che dovrà sostenerlo è pari a 100.000 euro a testa. 5 volte di più rispetto al 1980. Con una partecipazione al lavoro del 60% il debito a carico di ogni lavoratore sarà vicino a 200.000 euro a testa. Un numero fantasmagorico.</p>
<p>Cosa è successo in questi anni? Non una guerra, ne’ un disastro particolare a parte il Covid (su cui si discuterà poi tra 3 o 5 anni moltissimo in termini di scelte e relativi costi), ma semplicemente il fatto che nei 40 anni tra il 1980 e il 2020 ci siamo indebitati al ritmo di circa 50 miliardi l’anno, cioè banalmente abbiamo speso 50 miliardi all’anno (circa il 3% del PIL ogni anno) in più rispetto alle risorse generate. Quindi abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi al ritmo di 50 miliardi l’anno&#8230; per 40 anni.</p>
<p>E abbiamo accumulato debiti per oltre 2000 miliardi nel periodo, debiti che solo in minima parte sono stati come dati dalla crescita del PIL che è stata nei 40 anni passati (prendo il PIL 21 prospettico per non infierire&#8230;) in termini reali pari a un modestissimo 35%, in gran parte dovuto all’incremento demografico e in minima parte dovuto all’incremento di produttività.</p>
<p>Adesso a fine 2021 il debito/PIL sarà pari al 170% e ci sarà impedito di fare altro debito. Non è infatti economicamente sostenibile, salvo ipotizzare un default molto prossimo, salire in termini di indebitamento/PIL da questi livelli elevatissimi. Quindi l’incremento di debito che potremo permetterci sarà zero in termini reali e forse, ma con molti dubbi, pari all’1% in termini nominali ipotizzando che ci sia un po’ di inflazione è un po’ di crescita.</p>
<p>Uscire dall’euro è una follia pura accarezzata da populisti incompetenti e quindi &#8230; inevitabilmente dovremo ridurre il tenore di vita e cioè ridurre le spese dello stato a un importo molto simile alle entrate dello stato stesso, o solo marginalmente superiore diciamo 10-15 miliardi l’anno.</p>
<p>Questo è quello che ci aspetta dal 2022 in poi. Senza appello. Senza nessuna possibilità che non sia così. Senza se e senza ma. Quindi poiché è presumibile pensare che le entrate dello stato nel 2022 non siano nemmeno paragonabili a quelle del 2019 vista la crisi Covid, si dovranno ridurre le spese dello stato di almeno 30-40 miliardi l’anno.</p>
<p>Pensare di incrementare le entrate presuppone ipotesi non sostenibili e cioè un significativo aumento delle aliquote, che sono già elevatissime, o una crescita economica del 3-4 % all’anno che appare ugualmente infattibile.</p>
<p>Si noti che solo l’impatto della riduzione della forza lavoro comporta una decrescita media del PIL pari a meno 1% all’anno. Quindi la produttività italiana deve crescere per mantenere lo status quo delle entrate fiscali almeno dell’1% all’anno. Per riferimento negli ultimi 20 anni è cresciuta mediamente dello 0,1% all’anno. Una montagna da scalare.</p>
<p><strong>Questi sono i numeri e in sintesi ci dicono che:</strong></p>
<p>&#8211; non potremo più indebitarci come se non ci fosse un domani. Adesso il domani è qui con noi. La festa delle promesse elettorali pagate dai figli è completamente e definitivamente finita. I partiti non sanno o non vogliono sapere che è così, ma chiunque faccia 2 calcoli elementari lo può dimostrare. Per alcuni partiti la filosofia del “tassa e spendi” è endemica. Questa malattia sarà spazzata via dalla dura realtà. Non si può più. E se la malattia persiste saranno spazzati via i partiti che ne sono affetti.</p>
<p>&#8211; abbiamo non più una forte spinta demografica come nel 1980, ma un fortissimo freno demografico. Da +1% prima di cominciare a decidere cosa fare a -1%. Drammatico. Abbiamo sprecato negli anni buoni. Non ci siamo preparati all’inverno. E adesso l’inverno demografico è qui con noi. La demografia è un problema durissimo da affrontare perché le scelte di oggi daranno frutti nel 2040&#8230; nei prossimi 20 anni la demografia è già scritta. La nostra è drammatica e nessun partito ha mai capito nei passati 20 anni quanto drammatica fosse. Una responsabilità storica enorme. Ma adesso dobbiamo gestire il problema. Non possiamo fare nulla anche perché l’aspettativa di vita a 65 anni nel 1980 era di 15 anni&#8230; e adesso è di 20 (19,95 dopo il covid, ma risale a 20 tra 6 mesi&#8230;). Quindi oltre ad avere non più 11 milioni di italiani oltre 65 anni ma 17 milioni, gli anni in totale in cui devono essere supportati da chi lavora passano da 165 milioni a 340 milioni&#8230; quindi l’onore è doppio e grava su un numero di lavoratori inferiore del 20% rispetto al 1980. Questo prima ancora di affrontare il tema del costo sanitario che è esplosivo rispetto al 1980. Il costo del welfare con questa demografia è esplosivo.</p>
<p>&#8211; non abbiamo mai affrontato ne’ culturalmente ne’ politicamente il tema della produttività che è centrale ed è l’unica soluzione alternativa alla drastica riduzione del tenore di vita collettivo. Per aumentare la produttività bisogna investire pesantemente e soprattutto agire sulla produttività del settore pubblico e delle rendite di posizione “protette” in modo drastico. Le aziende che esportano per sopravvivere hanno dovuto e saputo migliorare la produttività pena la sparizione. Non c’è nulla che aguzzi l’ingegno più che lo spirito di sopravvivenza come noto.  Le aziende protette sul mercato interno e soprattutto la pubblica amministrazione sono state invece un freno potentissimo proprio perché &#8230; non esistevano incentivi di nessun tipo a migliorare. Non possiamo più permettercelo. Aumentare la produttività, per capirci, significa o produrre di più con le stesse persone o ridurre le persone a parità di output. Questo è quello che lo stato dovrà sapere fare nei prossimi 20 anni. Non ne vedo la consapevolezza, la cultura, il senso di urgenza. Ma dovrà arrivare perché &#8230; siamo costretti. Per fortuna il calo di occupazione non rende drammatico sotto il profilo del tasso di disoccupazione questa transizione. Però in Italia si dovranno necessariamente trasferire lavoro da settori pesantemente improduttivi nel confronto internazionale (pubblica amministrazione e settori protetti) a settori esportatori e necessariamente produttivi.</p>
<p>Questa necessità categorica è lontanissima dalla cultura dominante. Non c’è consapevolezza né volontà di affrontare il problema. Se fossimo in azienda privata si dovrebbe pesantemente ristrutturare (= tagli e investimenti fortissimi di miglioramento processo) la pubblica amministrazione e dedicare le risorse ai settori ad alta produttività.</p>
<p>L’enorme spesa pubblica da Covid va esattamente nella direzione opposta e onestamente la cultura dominante e le dichiarazioni pubbliche del 90% dei parlamentari sono assolutamente inconsapevoli, per non dire strenuamente opposte a questa necessità.</p>
<p>Mancano competenza, realismo e leadership. Per 40 anni hanno vinto le elezioni politici che promettevano cose ridicolmente infattibili e costose. Impossibile pensare che il consenso politico venga attribuito a chi dice che dobbiamo ridurre il tenore di vita, e quindi i politici in larghissima parte interessati solo ai sondaggi e al mantenimento della loro poltrona pubblica &#8230; ci portano al burrone come i lemmings.</p>
<p>&#8211; la nostra stratificazione sociale è drammaticamente spostata sugli anziani, sugli assistiti, sui garantiti, mentre i “produttivi non garantiti” (cioè quelli che sostengono tutto lo stato con le tasse) sono minoranza sia elettorale che culturale. A parte 11 milioni di giovani tra 0-20 anni (non votanti&#8230;) ci sono 18 milioni di pensionati assistiti, circa 8 milioni di persone che non lavorano (essenzialmente donne in forti percentuali al sud), circa 10 milioni di “garantiti” (pubblica amministrazione e altri settori protetti e senza concorrenza internazionale) e 13 milioni di produttivi non garantiti. Questi ultimi rappresentano quindi circa il 25% dei voti. Impensabile che la politica privilegi questi ultimi.</p>
<p>Esiste poi un tema territoriale, visto che assistiti e garantiti sono largamente più numerosi al sud, e inversamente i produttivi non garantiti sono concentrati al nord.</p>
<p>Esiste poi, drammaticamente, l’impatto Covid che è stato nullo per assistiti e garantiti ed enorme per produttivi non garantiti.</p>
<p>Queste asimmetrie sono destinate a generare fortissime spinte di disgregazione del tessuto sociale, di cui pare solo l’ottimo ministro Lamorgese sembra preoccuparsi.</p>
<p>Il consenso elettorale e sociale va verso le categorie assistite e garantite, nella illusione ottica che nulla possa mai scalfire assistenza e garanzie. Non è così, ma quando succedesse &#8230; è troppo tardi per tornare indietro. Quindi nessuno dice ad assistiti e garantiti che se i produttivi non garantiti vanno in crisi prima o poi la mannaia cadrà pesantissima su prestazioni sociali e garanzie&#8230;. è come dire al condannato che la pena si avvicina. Meglio rimandare.  Specie se il condannato vota per chi sta al potere. C’è sempre l’illusione che alla fine si risolva il problema è quindi si rimanda si rimanda fino a quando non sarà proprio più possibile rimandare.</p>
<p>Il governo Conte è la massima espressione storica del rimando. Una vera e propria eccellenza storica assoluta, nel momento in cui sarebbe assolutamente necessario l’opposto. Infatti è molto popolare. Nessuna sorpresa.</p>
<p>&#8211; infine, la categorizzazione sociale italiana e l’immigrazione degli ultimi 10 anni ha trasformato le classi economicamente più deboli (il proletariato degli anni 70-80) in una classe ferocemente difensiva nei confronti degli immigrati che vengono dipinti come coloro che intaccano privilegi e diritti acquisiti (pesantemente a debito come si è visto ma questo non viene MAI detto). Quindi il populismo anti-immigrati è fortissimo proprio perché la percezione degli strati più deboli e anche, ultimamente, del ceto medio è che siano gli immigrati (oltre il 10% della popolazione&#8230;) ad avere messo a rischio la prosperità acquisita.</p>
<p>Non è chiaramente così, la prosperità acquisita è finta e deriva solo dal debito, ma i cittadini hanno chiaramente la percezione che stia per finire e cercano il “colpevole”. I populisti sono stati abili ad offrire 2 menzogne e cioè che “abbiamo sconfitto la povertà” (5 stelle) oppure che “è tutta colpa degli immigrati e dell’Europa” (Lega). E’ sempre più difficile ammettere che invece è colpa di chi ci ha amministrato in modo totalmente miope negli ultimi 40 anni identificando sempre i “nemici” e non i problemi da risolvere, anche perché alla fine li abbiamo votati noi e perché l’antipolitica offre facile sponda dialettica in questo senso.</p>
<p>Anche questa malattia non è facilmente curabile perché le ricette semplici, le promesse elettorali, il “noi siamo nuovi e diversi” hanno facile presa, anche se il ciclo della promessa-delusione-accantonamento brutale è rapidissimo. I 5 stelle sono a fine ciclo e il loro dissolvimento è palese. Credo stia iniziando il dissolvimento anche della Lega, ma iniziamo nuovi cicli (Fratelli d’Italia) e altri ancora seguiranno.</p>
<p>Manca del tutto e bisogna ammettere per validi motivi, (mancanza di offerta&#8230;) la fiducia in una politica che affronti i problemi della collettività, anche perché come visto il medico non potrà essere pietoso e bisognerà prendere medicine molto amare.</p>
<p><strong>2. Cosa fare</strong></p>
<p>Non abbiamo alternative.</p>
<p>Dobbiamo cercare di mantenere unita la nostra comunità aumentando la produttività e aumentando la partecipazione al lavoro.</p>
<p>Bisogna che lavorino molte più donne, molte più persone al sud e che la produttività del lavoro salga moltissimo.</p>
<p>Non esiste altra soluzione economica sostenibile o logica.</p>
<p>Chi parla di patrimoniale dimentica che su 2800 miliardi di debito una patrimoniale anche brutale per 200 miliardi di euro ridurrebbe in modo pressoché irrilevante il debito (da 2800 a 2600) e molto probabilmente ridurrebbe investimenti, consumi e base imponibile per ammontare molto simile nei successivi 5 anni, oltre a generare un crollo dei consumi piuttosto duraturo. E’ come vendere le canne da pesca per comprare i pesci. Per pochi giorni o mesi può anche funzionare. Poi quando i pesci sono esauriti la fame diventa ancora peggiore&#8230;. e canne da pesca e pescatori sono nel frattempo tutti scappati&#8230;</p>
<p>La nostra comunità deve generare lavoro, produttività, base imponibile e tasse. Tutto ciò è inesorabilmente attività delle imprese private che assumono e pagano tasse e contributi. Le imprese private per fare ciò assumono rischi, che vanno remunerati e incentivati. Lo stato non può e non deve sostituirsi. Deve piuttosto arretrare e incentivare. Anche qui non c’è alternativa possibile.</p>
<p>L’imperativo del lavoro, della capacità di assumere rischi e della generazione di base imponibile e tasse, così come l’imperativo del lavoro femminile e del sud sono priorità assolute per la nostra comunità.</p>
<p>Bisogna superare la vecchia e antistorica divisione tra lavoro e capitale. Vanno creati meccanismi di compartecipazione della forza lavoro al plusvalore generato con produttività. Il nuovo sindacato è quello che aiuta il lavoro a scegliere gli imprenditori migliori, e i nuovi imprenditori sono quelli che coinvolgono anche da un punto di vista economico i lavoratori nella generazione di valore.</p>
<p>Bisogna capire che il sud è un immenso valore nel turismo e nell’esportazione di bellezza, cultura, cucina, clima e benessere. Il turismo al sud è una assoluta priorità nazionale</p>
<p>Bisogna capire che la formazione dei giovani deve essere selettiva. Il titolo di studio è un’opportunità, non un diritto. La riqualificazione della scuola, i test invalsi, il premio alla produttività anche nell’istruzione è il nostro migliore investimento. I nostri pochi, anzi pochissimi giovani, devono essere formati e avere produttività altissima. Non devono andare all’estero attirati da salari più alti e dobbiamo premiare sia economicamente che socialmente chi è più bravo a educarli, abilità facilmente misurabile e incentivabile &#8230;. se si vuole davvero farlo.</p>
<p>Bisogna risolvere definitivamente la piaga dell’evasione fiscale attraverso strumenti di verifica moderni o anche solo con la chiara dichiarazione che controlli a campione saranno possibili e reali avendo percezione di dove si annidano le maggiori sacche di evasione.</p>
<p>Bisogna capire che i salari sono intrinsecamente legati alla produttività. Pretendere di slegare le 2 variabili è condannarsi alla disoccupazione e al default. Non c’è scampo e va detto chiaramente. Tutti devono potere lavorare e il salario dipende dalla produttività.</p>
<p>Infine, bisogna capire che il tenore di vita di tutti o quasi tutti sarà minore. Se non troviamo la spinta ideale come collettività a creare opportunità di permanenza in Italia dei nostri giovani anche con molti sacrifici siamo condannati al futuro potenzialmente drammatico del default. Se non troviamo una spinta ideale come italiani, come cittadini, come elettori a questo programma 20ennale di rinascita ci condanniamo a un futuro terzomondista in cui saremo solo marginali in Europa e nel mondo.</p>
<p>Io sono bergamasco. Ho visto le bare in luoghi che per me hanno significato. Ma da bergamasco la canzone “rinascerò, rinascerai” ha valore, mi commuovo nel sentirla come mi sono commosso nel vedere il video con sui abbiamo promosso l’Italia per le Olimpiadi Invernali del 2026. Siamo un paese unico e noi “facciamo accadere l’impossibile”. La dignità del lavoro, lo spirito di sacrificio che ha costruito l’ospedale degli alpini in 15 giorni, la composta dignità nel lutto, la volontà di ripartire a testa bassa e ricostruire tutto da capo se necessario, l’assenza di polemiche tra noi bergamaschi anche dopo 6000 morti in provincia, il guardarsi tutti in faccia e capire che si può e si deve rinascere in silenzio con il lavoro di ogni giorno come hanno fatto tanti anni fa i nostri padri e i nostri nonni sono parte di me.</p>
<p>Questi valori di attaccamento e dignità del lavoro, collaborazione tra tutte le classi sociali, semplicità e volontà di migliorarsi devono secondo me essere alla base della rinascita di un paese che si è cullato in pericolose illusioni, offerte e promesse da molti che non hanno mai davvero lavorato e costruito qualcosa di concreto. </p>
<p>Affrontiamo la realtà per quanto sgradevole. Possiamo farcela se lavoriamo e smettiamo di promettere la luna facendo solo debiti per i nostri figli. “Rinascerò, rinascerai. Siamo nati per combattere la sorte, ma ogni volta abbiamo sempre vinto noi.”</p>
<p>Dimostriamo al mondo cosa sanno fare gli italiani. Con i fatti concreti, nello stile dei bergamaschi con poche parole e nessuna promessa, solo lavorando tutti i giorni, un mattone alla volta.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Cagnoli" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/07/giovanni-cagnoli-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-cagnoli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Cagnoli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Presidente di Carisma SpA, Holding che detiene 14 aziende con oltre 300 milioni di fatturato ed oltre 1.000 dipendenti. Le aziende della Holding operano in settori diversificati (food, moda, retail, marketing, leisure, &#8230;). Fondatore e CEO di Bain &amp; Company Italia dal 1989 fino al 2017. E’ stato consulente dei primari gruppi bancari e finanziari italiani ed è particolarmente attivo nello sviluppo e definizione di piani di turnaround e di creazione di valore per gli azionisti di grandi organizzazioni. Ha ottenuto un MBA alla Sloan School of Management, al M.I.T di Boston nel 1982 e si è laureato in Business Administration all’Università Bocconi di Milano nel 1981. </p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/quando-cominciamo-ad-affrontare-la-realta/">Quando cominciamo ad affrontare la realtà?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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