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	<title>capitalismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>capitalismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dario Berti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2017 09:09:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[von mises]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggendo certi articoli sulla situazione in Venezuela ho capito che il socialismo è un po’ come il tennista italiano con le spallucce vittimiste di cui parla Nanni Moretti: fallisce sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa sua. La verità è che il socialismo è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-capitalismo-meglio-del-socialismo-lo-spiega-calcolo-economico-mises/">Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo certi articoli sulla situazione in Venezuela ho capito che <strong>il socialismo è un po’ come il tennista italiano</strong> con le spallucce vittimiste di cui parla Nanni Moretti: fallisce sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa sua.</p>
<p><strong>La verità è che il socialismo è fallisce</strong> per ragioni strutturali, cioè economiche, ragioni che sono state comprese da molto tempo, ma che i socialisti continuano testardamente a ignorare.</p>
<p>In questo articolo mi limiterò a indicare una di queste ragioni, e lo farò nel modo più semplice e schematico possibile. <strong>Si tratta del problema del calcolo economico</strong>.</p>
<p>Il primo a scrivere su questo tema è stato <strong>Ludwig von Mises</strong>, in un articolo del 1920 intitolato “Il calcolo economico negli Stati socialisti” (se vi interessa, potete leggere una traduzione in inglese dell’articolo <a href="https://mises.org/library/economic-calculation-socialist-commonwealth">qui</a>).</p>
<h3>Il calcolo economico  in un sistema capitalistico</h3>
<p>Cerchiamo innanzitutto di capire come funziona il calcolo economico in un sistema capitalistico.</p>
<p>Il capitalismo è un sistema nel quale, <strong>come insegna Marx</strong>, un imprenditore privato investe una certa somma di denaro D, per comprare una merce M, che poi rivende sul mercato a un valore D’ superiore alla somma investita.</p>
<p>Supponete allora di essere quell’imprenditore privato e di voler investire i vostri soldi per costruire una casa. Avete a disposizione tre tipi di materiale: <strong>A, B, C</strong>. Supponiamo, per semplicità, che i materiali siano egualmente resistenti, ma che differiscano soltanto per il prezzo al metro cubo. I prezzi sono questi:</p>
<p><strong>A</strong> = € 10 mq</p>
<p><strong>B</strong> = € 20 mq</p>
<p><strong>C</strong> = € 30 mq</p>
<p><strong>Quale materiale scegliereste?</strong> Ovviamente A perché, a parità di altre condizioni, è quello che costa meno. Allora costruite la casa usando il materiale A. Alla fine spendete € 10.000. Poi mettete la casa sul mercato e la vendete a € 15.000, guadagnando così € 5000.</p>
<p>Notate come, in questo caso, siete in grado di calcolare il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa. <strong>Scegliendo il materiale A</strong>, avete ridotto gli sprechi del vostro denaro e anche di quello dell’acquirente. Se, infatti, <strong>aveste scelto il materiale C</strong>, la casa vi sarebbe costata € 30.000 e l’acquirente l’avrebbe dovuto sborsare € 35.000 per averla (supponendo che vogliate mantenere invariato il vostro profitto).</p>
<h3>Il calcolo economico  in un sistema socialista</h3>
<p><strong>Adesso vediamo come funziona lo stesso processo in un sistema socialista</strong>. La differenza rispetto al capitalismo è che qui non ci sono imprenditori privati. L’unico imprenditore è lo Stato, il quale vuole costruire la casa, e deve scegliere se costruirla con A, B o C. Siccome però lo Stato socialista possiede anche le materie prime, non ha bisogno di comprarle da terzi. Questo significa che i materiali A, B e C non hanno un prezzo per lo Stato.</p>
<p><strong>Tutto questo sembra molto comodo, ma non lo è affatto</strong>, perché lo Stato, a differenza dell’imprenditore privato, non è in grado di calcolare qual è il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa.</p>
<p><strong>A un pianificatore socialista non verrebbe mai in mente</strong>, ad esempio, che il modo più efficiente di costruire una casa è di farsi spedire i materiali di costruzione da una regione che si trova a 10.000 Km di distanza.</p>
<p><strong>Mancando di questa informazione</strong>, che nel sistema capitalistico è data dal prezzo, lo Stato brancola nel buio, e costruisce la casa scegliendo un materiale a caso. Poi la vende (nel socialismo ci sono i prezzi al consumatore), supponiamo a € 20.000.</p>
<h3>L&#8217;informazione dietro i prezzi</h3>
<p><strong>Come facciamo a sapere</strong> se lo Stato ha impiegato bene le proprie risorse? <strong>Come facciamo a sapere</strong> se l’acquirente ha speso più di quanto era necessario? Non è possibile saperlo. La morale della storia è che, laddove mancano i prezzi, non è possibile calcolare il modo più razionale di allocare le risorse. Lo Stato tenderà a fare quindi delle scelte distruttive.</p>
<p><strong>Nel sistema capitalistico, invece, gli individui sono spinti</strong> dai prezzi a fare le scelte più razionali. Questo, in sostanza, l’argomento di Mises, che concludeva il suo articolo con queste parole profetiche: “Chi si aspetta un sistema economico razionale dal socialismo sarà costretto a riesaminare le proprie idee.”</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Dario Berti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/20170101123622_dario-berti-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/dario-berti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Dario Berti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-capitalismo-meglio-del-socialismo-lo-spiega-calcolo-economico-mises/">Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L&#8217;invenzione del capitalismo cattivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dario Berti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 13:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi. I viveri sono cari? La colpa è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luigi Einaudi scriveva che il capitalismo è un po’ come il diavolo nel medioevo</strong>: “una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi.</p>
<p>I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali.” (<strong>La colpa è del capitalismo</strong>, <em>Corriere della sera</em>, 28 luglio 1919)</p>
<p>Da allora sono passati quasi cent’anni, ma la situazione non è molto cambiata. <strong>Il capitalismo continua a essere visto come la causa</strong> di tutte le piaghe della terra, in particolare della povertà, delle diseguaglianze, delle guerre, della violazione dei diritti umani.</p>
<p><strong>Pochi però si prendono la briga di verificare l’esattezza di queste affermazioni</strong>. Se lo facessero, scoprirebbero che le cose non stanno esattamente così. Non secondo quanto emerge dai rapporti annuali del Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW).</p>
<h1 class="western">Che cos’è l’EFW?</h1>
<p>È un documento nato da un ciclo di sei conferenze che si sono tenute tra il 1986 e il 1994 presso il Fraser Institute, a Vancouver. Lo scopo degli incontri era quello di elaborare un indice che misurasse il grado di libertà economica nel mondo, così da spostare la discussione dal piano meramente emotivo a quello della ricerca accademica.</p>
<p><strong>Cosa si intende per “libertà economica”?</strong> Semplificando molto, è una condizione nella quale gli scambi avvengono volontariamente, in un mercato aperto dove i diritti di proprietà sono difesi e l’incolumità delle persone è tutelata. La libertà economica serve a capire quanto le istituzioni e le politiche di un paese corrispondono all’ideale di un governo limitato, nel quale lo Stato protegge i diritti di proprietà e fornisce una serie limitata di servizi come la difesa e la possibilità di accesso a una moneta solida.</p>
<p><strong>L’indice dell’EFW</strong> utilizza utilizza 42 indicatori raggruppati in cinque ampi settori:</p>
<p><strong>1)</strong> <i>La dimensione del governo:</i> spese, tasse e imprese (quanto spende il governo rispetto a individui, famiglie e imprese? In che misura il processo decisionale in campo economico sostituisce la scelta individuale?, ecc.)</p>
<p><strong>2)</strong> <i>La struttura giuridica e la sicurezza dei diritti di proprietà</i> (in che misura i diritti di proprietà sono tutelati? Il sistema giudiziario è indipendente? ecc.)</p>
<p><strong>3)</strong> <i>La possibilità di accesso a una moneta solida</i> (i tassi di interesse sono stabili? Il governo aumenta le proprie spese stampando denaro? ecc.)</p>
<p><strong>4)</strong> <i>La libertà degli scambi internazionali</i> (qual è l’entità delle misure protezioniste adottate? Il passaggio delle merci attraverso le dogane è oneroso e richiede tempo? ecc.)</p>
<p><strong>5)</strong> <i>La regolazione del credito, del lavoro e dell’attività commerciale</i> (in che misura le banche forniscono credito al settore privato? in che misura i salari sono centralizzati? le norme burocratiche frenano l’ingresso sul mercato e la concorrenza? ecc.)</p>
<h1 class="western">La classifica generale</h1>
<p>Sulla base dell’indice dell’EFW viene poi stilata una <strong>classifica della libertà economica dei 159 Paesi</strong> che sono oggetto dello studio. Il rapporto del 2016 utilizza i dati del 2014, l’anno più recente per il quale sono disponibili dati completi. Al primo posto troviamo <strong>Hong Kong</strong>, con un punteggio di 9,03 su un massimo di 10. Poi <strong>Singapore</strong>, la Nuova Zelanda, la Svizzera e il Canada. <strong>L’Inghilterra si trova al 10° posto</strong>, a pari merito con l’Australia, con un punteggio di 7,93. <strong>Gli Stati Uniti</strong>, che nell’immaginario collettivo sono la patria del neoliberismo selvaggio, sono al 16° posto (7,75), dietro a paesi come il Cile (13°) e la Lituania (15°).</p>
<p><strong>Per trovare l’Italia bisogna andare</strong> al secondo quartile, e precisamente al 69° posto, con un punteggio di 7,17. Davanti a noi, nello stesso quartile, ci sono paesi come la Cambogia (68°), l’Uganda (54°), il Ruanda (49°), la Bulgaria (45°), l’Albania (42°) e la Polonia (40°).</p>
<p><strong>Nell’ultimo quartile della classifica</strong> troviamo paesi come l’Egitto (129°), l’Iran (150°), l’Argentina (156°) e, all’ultimo posto, il 159°, il Venezuela, con un punteggio di 3,29.</p>
<h1 class="western">La situazione italiana</h1>
<p>Il rapporto dà anche la possibilità di osservare più da vicino i punteggi ottenuti dai singoli paesi nelle cinque aree prima indicate. Nel caso dell’Italia, abbiamo questa tabella:</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-668 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-1.png" alt="" width="847" height="289" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-1.png 847w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-1-300x102.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-1-768x262.png 768w" sizes="(max-width: 847px) 100vw, 847px" /></a></p>
<p>Come si vede, le aree nelle quali abbiamo un punteggio piuttosto basso sono quelle relative alla dimensione del governo (dove siamo al <strong>133° posto</strong>), il sistema legale e la tutela dei diritti di proprietà (<strong>70°</strong>) e la regolazione del mercato del lavoro e delle attività commerciali (<strong>78° e 148° posto</strong>).</p>
<p>In pratica abbiamo un governo pachidermico, un sistema legale mal funzionante e un mercato del lavoro paralizzato da norme e regolamenti.</p>
<h1 class="western">Cosa emerge dall’EFW?</h1>
<p>Questi dati, di per sé, non dicono molto, finché non li mettiamo in relazione con altri aspetti rilevanti come la crescita economica o i tassi di povertà. A questo proposito, il rapporto del 2016 afferma:</p>
<p><span style="background-color: #d5d5d5;">d</span>alla nostra prima pubblicazione nel 1996, numerosi studi hanno utilizzato i dati pubblicati in Economic Freedom of the World per <strong>esaminare l’impatto della libertà economica sugli investimenti, sulla crescita economica, sui redditi e sui tassi di povertà</strong>.</p>
<p>Praticamente senza eccezioni, questi studi hanno trovato che i paesi con istituzioni e politiche più in armonia con la libertà economica hanno tassi di investimento più alti, una crescita economica più rapida, livelli di reddito più elevati e una più rapida riduzione dei tassi di povertà.</p>
<h1 class="western" lang="it-IT">La povertà sta aumentando?</h1>
<p lang="it-IT">Prendiamo il caso della povertà. È vero o no che una maggiore libertà economica ha, come effetto collaterale, un’aumento della povertà? Se osserviamo il trend degli ultimi tre decenni delle 89 economie in via di sviluppo la risposta è: <strong>no</strong>.</p>
<p lang="it-IT">Il tasso di povertà estrema nei paesi in via di sviluppo – cioè nei paesi che si allineano sempre di più con l’indice EFW – è sceso<strong> dal 56,9% </strong>nel 1980<strong> al 15,6% </strong>nel 2014. Questo vuol dire che, nel 1980, 6 persone su 10 vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno; oggi meno di 2 su 10 vivono con quella cifra.</p>
<p lang="it-IT"><strong>Lo stesso vale per il tasso di povertà moderata</strong>, cioè per le persone che vivono con meno di 3,10 dollari al giorno. Queste sono scese dal 73,9% al 34,3%.</p>
<p lang="it-IT"><strong>Come si legge nel rapporto</strong>: “I paesi in via di sviluppo che si sono mossi maggiormente verso la libertà economica hanno raggiunto una forte crescita economica e una sostanziale riduzione della povertà.”</p>
<p lang="it-IT"><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-2.png"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-669 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-2.png" alt="" width="694" height="551" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-2.png 694w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-2-300x238.png 300w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></a></p>
<p><strong>Il divario del reddito pro-capite tra paesi ricchi e poveri è aumentato?</strong></p>
<p>Anche in questo caso, la risposta è: n<strong>o</strong>. Non negli ultimi trent’anni, almeno. Su questo punto, il Rapporto fa un discorso più articolato.</p>
<p><strong>Nel 1820</strong>, le nazioni ricche del mondo avevano un reddito pro-capite pari a 6 o 7 volte quello dei paesi poveri. I teorici della <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Production_function">funzione di produzione</a> prevedevano che questo gap sarebbe spontaneamente diminuito negli anni.</p>
<p><strong>Ragionavano in questo modo</strong>: i<span lang="it-IT">l capitale è destinato a migrare verso le economie a basso reddito dove la produttività è più alta. Questo ridurrà il divario tra i paesi ad alto e basso reddito. Nulla di tutto questo, però, è accaduto prima del 1980. </span></p>
<p><span lang="it-IT"><strong>Per quale ragione?</strong> Perché le istituzioni e le politiche che sostenevano la libertà economica erano in gran parte assenti. I paesi meno sviluppati continuavano a stagnare. </span>Tuttavia, se i paesi a basso reddito adottano politiche più coerenti con la libertà economica, la differenza di reddito diminuisce.</p>
<p><strong>La tabella sotto mostra proprio questa inversione di tendenza</strong>. In tutto il mondo, la disuguaglianza dei redditi sta diminuendo. “<span lang="it-IT">È interessante”, si legge nel Rapporto, “notare che questa tendenza verso l’uguaglianza del reddito è stata quasi completamente trascurata dagli intellettuali, dai media e dalla popolazione in generale.”</span></p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-3.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-670 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/07/imm-3.png" alt="" width="725" height="512" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-3.png 725w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/07/imm-3-300x212.png 300w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a></p>
<h1 class="western" lang="it-IT">Conclusione</h1>
<p lang="it-IT">Che cosa prova tutto questo? Se non altro, che bisognerebbe <strong>essere più cauti nell’esprimere giudizi catastrofici sulla situazione attuale</strong>. Come si legge nel Rapporto: “Noi non sosteniamo che esista necessariamente una relazione causale diretta tra la libertà economica e le variabili considerate di seguito. Ciononostante, riteniamo che i grafici forniscano alcuni spunti per riflettere sul contrasto tra le economie orientate al mercato e quelle dominate dalla regolamentazione e dalla pianificazione del governo.”</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Dario Berti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/20170101123622_dario-berti-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/dario-berti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Dario Berti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/linvenzione-del-capitalismo-cattivo/">L&#8217;invenzione del capitalismo cattivo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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