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	<title>ezechia paolo reale Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>ezechia paolo reale Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Diritti umani: quali pericoli le democrazie occidentali stanno sottovalutando?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2023 23:20:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni a margine della Giornata Mondiale della Pace 2023 e del discorso di fine anno 2022 del Presidente della Repubblica Italiana. &#160; Giustizia, Pace e Libertà sono termini che, per quanto possa apparire sorprendente, non hanno significato e valore univoco, universale, come noi pensiamo e pretendiamo, ma assumono accezioni e significati diversi in base ai [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/diritti-umani-quali-pericoli-le-democrazie-occidentali-stanno-sottovalutando/">Diritti umani: quali pericoli le democrazie occidentali stanno sottovalutando?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Riflessioni a margine della Giornata Mondiale della Pace 2023 e del discorso di fine anno 2022 del Presidente della Repubblica Italiana.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giustizia, Pace e Libertà sono termini che, per quanto possa apparire sorprendente, non hanno significato e valore univoco, universale, come noi pensiamo e pretendiamo, ma assumono accezioni e significati diversi in base ai contesti culturali e politici nell’ambito dei quali vengono utilizzate.</p>
<p>Il 21 dicembre 2022 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è occupato per la prima volta della situazione creatasi in Myanmar (in precedenza Birmania) dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, adottando una risoluzione, <a href="about:blank">la n. 2669 del 2022</a>, nella quale esprime profonda preoccupazione, tra l’altro, per le violenze contro la popolazione civile, il significativo numero di deportazioni di popolazioni civili, in particolare appartenenti alla minoranza Rohingya, e la detenzione illegale di molti prigionieri politici, compreso il premio Nobel Aung San Suu Kyi.</p>
<p>Il 24 novembre 2022 il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha istituito, <a href="http://a.hrc.res.s-35.1.pdf">con la risoluzione S-35/1</a>, una missione internazionale d’inchiesta, che sarà presieduta  da Ms. Sarah Ossain (Bangla Desh) e composta da Ms. Shaheen Sardar Ali (Pakistan) e Ms. Viviana Krsticevic (Argentina), per accertare le violazioni dei diritti umani in Iran correlate alle manifestazioni di protesta che hanno avuto inizio il 16 settembre 2022.</p>
<p>A prescindere dall’efficacia di questi strumenti nel reprimere violenze e discriminazioni odiose, spesso perpetrate nella plateale indifferenza della maggioranza degli “occidentali”, vi è un dato comune ai due provvedimenti, che balza agli occhi come significativo di una politica perseguita da alcune grandi potenze, alla quale l’occidente non ha voluto, erroneamente, sino ad oggi prestare alcuna attenzione.</p>
<p>Entrambi i provvedimenti, nonostante intervengano su questioni che a noi sembrano prive di poter essere viste o giudicate da angolazioni diverse da quella della più ferma condanna, non hanno avuto l’adesione di Cina, India e Russia che si sono astenute in Consiglio di Sicurezza mentre nel Consiglio dei Diritti Umani, con l’India ancora astenuta, la Cina ha votato contro l’adozione della Risoluzione. La Russia non ha potuto partecipare al voto essendo stata sospesa, in seguito alla guerra di aggressione portata all’Ucraina, dalle funzioni di componente del Consiglio dei Diritti Umani il 07/04/2022 con una decisione dell’Assemblea Generale <a href="http://a_res_es-11_3-en.pdf">(A/RES/ES-11/3)</a> delle Nazioni Unite adottata a maggioranza con 93 voti favorevoli, 58 astensioni, tra le quali l’India, e 24 voti contrari, tra i quali, oltre la stessa Russia, anche la Cina.</p>
<p>Non è certo una novità. Un’analisi estesa delle Risoluzioni delle Nazioni Unite in materia di diritti umani e di giustizia internazionale evidenzia e conferma che l’approccio di queste tre potenze, che ovviamente non aderiscono allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, su tali terreni ha profonda diversità da quello occidentale.</p>
<p>Analoghe diversità, ma su basi motivazionali differenti, possono riscontrasi nelle posizioni delle nazioni arabe, il cui peso politico sul piano internazionale oramai va ben oltre la tradizionale influenza fondata sulle proprie risorge energetiche.</p>
<p>La Risoluzione sul Myanmar è stata votata dagli Emirati Arabi Uniti, unico paese arabo attualmente presente tra il 15 componenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma la Risoluzione sull’Iran ha registrato, tra gli altri, l’astensione degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar e nessun voto favorevole dei paesi arabi attualmente presenti tra i 47 componenti del Consiglio dei Diritti Umani e nella decisione di sospendere la Russia da tale organismo Iran e Siria hanno espresso voto contrario mentre, tra i 197 paesi che compongono, con diritto di voto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si sono astenuti, tra gli altri, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Kuwait e Iraq.</p>
<p>Tale dato non è privo di significato: più volte, soprattutto Cina e Russia, hanno detto esplicitamente di non essere soddisfatte di quello che definiscono “ordine mondiale” fondato su valori, i diritti umani fondamentali di matrice occidentale, che favoriscono la preminenza politica degli Stati Uniti e più volte hanno fatto cenno al loro interesse ad instaurare un “nuovo ordine mondiale”, fondato su gerarchie diverse dei valori, senza che questi avvertimenti abbiano suscitato il minimo interesse o la minima reazione nel mondo occidentale, convinto che la supremazia morale delle proprie posizioni sia ragione sufficiente per considerare le posizioni delle potenze asiatiche mere rivendicazioni di potere, destinate ad infrangersi contro la solida roccia delle libertà politiche ed economiche che caratterizzano il mondo democratico e liberale e che ne garantiscono il benessere sociale ed economico.</p>
<p>Solo di recente, divenuta evidente l’importanza politica della presenza economica cinese nelle economie occidentali e, forse resi più consapevoli anche dalla crisi del gas russo, il pericolo di una dipendenza nei settori strategici da produzioni controllate da nazioni non culturalmente affini, si è prestata maggiore attenzione a questa contrapposizione latente, ma sempre catalogandola alla voce “voglia di conquista” o “imperialismo” e rifiutando di comprendere se, alla base, vi sono motivazioni e ragioni, anche sbagliate se si vuole, sulle quali è indispensabile confrontarsi, per evitare che il fossato tra culture si allarghi pericolosamente sempre di più.</p>
<p>Due mi sembrano i temi di sistema nei quali il solco è più evidente, ove valori che noi riteniamo fondanti altrove vengono rifiutati come negativi.</p>
<p>E per entrambi credo che abbiamo più di una ragione per riflettere sopra la nostra attuale capacità di affermare e difendere quei valori.</p>
<p>Il primo, ovviamente, è il tema della democrazia rappresentativa la cui crisi, nel mondo occidentale, è oramai un dato di fatto che non sappiamo bene dove ci porterà continuando a disinteressarcene.</p>
<p>Le democrazie rappresentative appaiono sempre più come oligarchie politiche e burocratiche non legittimate dal merito; le forze politiche sono interscambiabili, le alleanze variabili ed improbabili; anche il momento elettorale ha perso la sua atmosfera di sacralità, per diventare stanco adempimento burocratico, facilmente aggredibile da brogli e irregolarità, e terreno di scontro non tra idee, ma tra capacità mediatiche, peraltro falsate dall’incontrollabile ruolo, anche illecito, che può essere svolto sui social media da chiunque abbia interesse a influire sul risultato elettorale.</p>
<p>Il secondo campo di frizione, che è quello che desidero approfondire perché più interessante e meno visibile, è quello dei diritti umani.</p>
<p>Questo modello, che per anni abbiamo anche creduto che fosse giusto e importante “esportare”, imponendolo in altre realtà, mostra crepe e pericoli che possono convincere altri a ritenere che su di esso non possa basarsi un “ordine mondiale”.</p>
<p>Il mondo occidentale, e in parte tutto il mondo che esce dalla seconda guerra mondiale, poggia i suoi pilastri su una base comune: la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, quali riconosciuti da strumenti internazionali universalmente, a quel tempo, condivisi quali la <a href="about:blank">Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo</a> adottata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite senza alcun voto contrario, sebbene con la significativa astensione, oltre che del Sud Africa, la cui società era allora fondata sull’apartheid razziale, della Russia, allora Unione Sovietica, e di quasi tutti i paesi dell’allora blocco comunista sovietico (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Bielorussia e Ucraina), da un parte, e dell’Arabia Saudita, nazione leader, ancor di più nel 1948, del blocco dei paesi arabi, dall’altra.</p>
<p>Tali scelte non dovrebbero stupire, atteso che gli elementi di fondo della Dichiarazione Universale sono tratti dalla dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776, dal Bill of Rights del Parlamento Inglese del 1689 e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, nata durante la Rivoluzione Francese, documenti al cui interno innegabili erano i contrasti con la nuova Costituzione dell’Unione Sovietica ( in particolare in materia di libertà di espressione e di culto) e con l’impostazione teocratica delle nazioni musulmane ( in particolare in materia di diritto di uguaglianza e, ancora, libertà di culto).</p>
<p>Credit to: The Siracusa Internationa Institute for Criminal Justice and Human Rights</p>
<p>Anche in nazioni che aderirono alla Dichiarazione Universale non mancarono perplessità e dibattiti interni anche aspri ed importanti, come certamente in Cina, ma anche in molti paesi europei nei quali più forte era l’influenza dell’ideologia comunista, dubbi in realtà mai sopiti e che, pur se non sotto i riflettori, hanno continuato ad essere presenti sino ad oggi nel dibattito accademico e in molti ambienti intellettuali (per l’Italia, ad esempio, possono esaminarsi le posizioni assunte da filosofi di livello come Giacomo Marramao o Costanzo Preve o, a un minor livello di approfondimento, il pensiero espresso dall’allora Ministro della Salute, on. Speranza, nel suo recentissimo saggio sulla pandemia, mai venuto alla luce, come è noto, perché ritirato poco prima della distribuzione).</p>
<p>Se lo Stato, secondo l’idea contenuta nella Dichiarazione Universale, e sviluppatasi  sino ad oggi soprattutto nei paesi occidentali, non può arbitrariamente aggredire la libertà personale, la libera manifestazione del pensiero, la libertà di movimento e di associazione, la vita e la salute dei suoi cittadini, si avrà certezza, secondo la nostra cultura e la nostra sensibilità, che quello Stato, con tutti i difetti che potrà avere, resterà democratico e liberale.</p>
<p>Il disegno, giustificato dalla storia del XX secolo, è, quindi, stato sempre, e continua ad essere, quello di far progredire al massimo la tutela del diritto individuale rispetto all’aggressione o all’interferenza dello Stato e questo è stato lo sviluppo al quale tutti abbiamo assistito e partecipato: la tutela “passiva” del diritto individuale fondamentale dall’ingerenza dello Stato, non l’attuazione “proattiva” di tale diritto.</p>
<p>I benefici goduti dalle nazioni e dai popoli che hanno saputo coltivare con intransigenza il versante di tutela dei diritti umani fondamentali è talmente evidente, in termini di progresso civile, sociale ed economico, che sarebbe sciocco, più che superfluo, richiamarli.</p>
<p>La domanda da porsi, piuttosto, è perché nazioni e popoli che non hanno raggiunto quei livelli di progresso, soprattutto sotto i versanti sociali e civili, non hanno perseguito una linea d’azione che a noi sembra tanto evidente e naturale da non essere capaci di pensare che possano esisterne altre ?</p>
<p>La risposta può cercarsi nell’importante prolusione svolta il 25/02/2022 dal presidente della Cina Xi Jinping durante i lavori della trentesettesima sessione di Studio Collettivo dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e pubblicato, successivamente, nel giugno 2022, nel periodico ideologico ufficiale dello stesso Partito, il “Quishi”.</p>
<p>In tale discorso il presidente cinese, ribadendo una posizione non nuova sulla necessità che ogni popolo definisca il concetto di diritti umani nel modo più confacente alla propria cultura e alle proprie aspirazioni, non necessariamente facendosi imporre la “nozione borghese” di tali diritti proposta dall’occidente, ha rivendicato che i diritti umani prioritari, per l’idea che di tale nozione fa propria il Partito Comunista Cinese, sono quelli al sostentamento e allo sviluppo per perseguire i quali i diritti umani, così come intesi nel “modello borghese”, possono essere posti tra parentesi o sospesi, se le circostanze lo rendono necessario.</p>
<p>L’esempio, poco felice alla luce dei successivi sviluppi, proposto dal presidente cinese per evidenziare la superiorità del modello di diritti umani socialista rispetto a quello liberale è il contrasto alla pandemia, riuscito in Cina con la politica c.d. “ZERO COVID”, impossibile da attuare in occidente a causa della prevalenza delle libertà individuali sulle esigenze sociali.</p>
<p>La novità contenuta nel discorso del presidente cinese è quella della ricerca delle radici profonde che, a suo dire, legittimano la diversa nozione di diritti umani privilegiata dal Partito Comunista Cinese e che vanno identificate in una catena intellettuale ininterrotta che parte dalle posizioni di Confucio, passa attraverso le idee di importanti filosofi cinesi e giunge sino a Marx ed Engels.</p>
<p>La posizione del presidente cinese riprende il dibattito interno sviluppatosi al tempo dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e, in particolare, il pensiero del filosofo Chiun-Shu Lo che sosteneva un approccio ai diritti dell’uomo conforme al confucianesimo e alla dottrina comunista e, quindi, basato sulla consapevolezza che le relazioni sociali e politiche si fondavano in Cina sul dovere nei confronti del prossimo anziché, come nel modello occidentale, sulla rivendicazione dei diritti individuali, approccio che rende incompatibile per la Cina la completa condivisione dei principi enunciati nella Dichiarazione Universale.</p>
<p>La rivendicazione della natura antica e profonda della nozione di diritti umani privilegiata consente, così, di affermare che la stessa non è una semplice opzione politica, ma il frutto dell’eccellente tradizione culturale cinese adattata alla realtà concreta della nazione e combinata con i concetti marxisti che costituiscono la linfa ideologica del Partito Comunista Cinese.</p>
<p>In occidente questi sviluppi non sono adeguatamente considerati, né si è avuta la capacità di valutarli unitamente all’appoggio della Chiesa Ortodossa russa alla politica militare di aggressione del presidente Putin che, sullo sfondo, ha lo stesso significato di ricerca di legittimazione per azioni che il “vecchio ordine mondiale” considera riprovevoli, e alle posizioni assunte dai paesi musulmani con la <a href="https://d1.islamhouse.com/data/fr/ih_articles/fr-Islamhouse-DHL16-DeclarationDroitdeLHomme-Cheha.pdf">Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo</a> adottata a Parigi nel 1981, preceduta da un intervento alle Nazioni Unite del delegato iraniano che definiva la Dichiarazione Universale un’interpretazione laica della tradizione giudaico cristiana che non avrebbe potuto essere attuata dai musulmani senza violare la legge dell’Islam, la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell’Islam del 1990 e <a href="http://hrlibrary.umn.edu/instree/loas2005.html">la Carta Araba dei Diritti dell’Uomo</a> del 1994, poi emendata nel 2004, oggetto nel 2008 di puntuali critiche dell’allora Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che ne evidenziò l’incompatibilità con il principio di uguaglianza in relazione agli aspetti attinenti ai diritti delle donne, alla quale ha fatto seguito l’adozione nel 2014 dello <a href="https://acihl.org/texts.htm?article_id=44&amp;lang=ar-SA">Statuto della Corte Araba per i Diritti del’Uomo</a>, la cui istituzione sottolinea la piena autonomia della nozione islamica di diritti umani.</p>
<p>E questa carenza di attenzione continua a registrarsi nel mondo occidentale nonostante tali posizioni si riflettano, anche, in ben precise scelte politiche adottate nello scenario dei rapporti internazionali.</p>
<p>Basti pensare che il <a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/international-covenant-civil-and-political-rights">Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici</a>, uno dei più noti trattati delle Nazioni Unite, adottato nel 1966 e nato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, vede l’adesione di ben 173 Stati, ma annovera tra i 24 Stati che non vi hanno aderito la Cina, Cuba, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.</p>
<p>Per converso, d’altra parte, l’altro strumento nato dalla Dichiarazione Universale e adottato contestualmente al primo il 16/12/1966, e cioè il trattato delle Nazioni Unite noto come <a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/international-covenant-economic-social-and-cultural-rights">Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali</a> vede l’adesione di ben 171 Stati, compresa la Cina, ma tra i 26 che non vi hanno aderito ci sono gli Stati Uniti.</p>
<p>Le posizioni opposte delle due grandi potenze, Cina ed America, restituiscono plasticamente, volendo porre a parte le scelte del diritto islamico, l’esistenza di due diverse nozioni di diritti umani, o meglio di due diverse scale di priorità tra i due gruppi di diritti umani, da una parte quelli civili e politici e, dall’altra, quelli economici e sociali.</p>
<p>Superficiale sarebbe, quindi, liquidare come ideologica la nozione socialista di diritti umani e rifiutare un confronto culturale e politico sui temi che la stessa oggi pone.</p>
<p>La pretesa superiorità della nozione liberale, alla quale fermamente credo, non può essere un dogma di fede, ma un percorso, favorito da quel confronto, di crescita culturale e sociale al quale non può sottrarsi il mondo occidentale, che deve rimettere in discussione la concreta evoluzione che nel mondo delle democrazie liberali ha avuto l’idea di diritti umani fondamentali per verificare se e quanto ci si è allontanati dal loro vero significato; se e quanto questo allontanamento ha significato maggior sacrificio, minore tutela o minore attenzione per i diritti sociali ed economici; se e quanto un’eventuale deriva individualista del tema della tutela dei diritti umani fondamentali sta ponendo in crisi quel modello dall’interno, esponendolo così al pericoloso ritorno del modello socialista che con la prevalenza delle esigenze collettive sulle libertà individuali privilegia, e legittima, i regimi autoritari e totalitari rispetto ai modelli di democrazia liberale.</p>
<p>Esiste da sempre, infatti, nel modello liberale una crepa, che oggi però si è allargata a dismisura e il cui risanamento è reso ancor più problematico dalla crisi della democrazia rappresentativa: è quello che, con felice espressione evocativa, alcuni hanno definito “il lato oscuro dei diritti umani” e che, in estrema sintesi, si può rendere come la necessità che uno Stato non si occupi solo di evitare la propria ingerenza sull’esercizio dei diritti individuali fondamentali, ma si occupi anche di garantirne il concreto godimento da parte dei singoli cittadini, non solo attraverso sempre controvertibili politiche economiche e sociali, ma ancor prima garantendo un ambiente sicuro dove esercitare quei diritti.</p>
<p>Sin da quando l’idea dei diritti fondamentali cominciava ad essere sistematizzata sul piano internazionale e nelle varie Costituzioni, pochi giuristi, ai quali non venne prestato ascolto, evidenziarono, infatti, che la tutela dei diritti umani non passa solo dal difenderli dall’aggressione dello Stato, ma anche dalla protezione che lo Stato deve assicurare sia a chi è molestato da altri privati, singoli o associati, nell’esercizio concreto di quei diritti, che, altrimenti, divengono illusori, sia, più in generale, alla concreta osservanza da parte di tutti i consociati delle norme che ne regolano la convivenza.</p>
<p>E’ il grande tema dell’obbligazione da parte dello Stato non solo negativa, astenersi dall’interferire sui diritti individuali, ma anche positiva, proteggere quei diritti dalle aggressioni non statuali: trascurato come estraneo al tema dei diritti umani, quindi, l’aspetto della sicurezza che ne garantisca l’esercizio è rimasto sempre nell’ombra, come un parente povero del quale vergognarsi, producendo un ambiente nel quale le libertà individuali sono rimaste a rischio, il loro concreto esercizio non è sicuro.</p>
<p>Deboli riflessi di tale <em>duty to take action</em> possono di recente rinvenirsi nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in materia di violenza sulle donne e obblighi positivi dello Stato di predisporre adeguate e tempestive misure che impediscano la lesione dei diritti fondamentali dell’individuo da parte di soggetti terzi privati, in particolare, nel caso <a href="https://www.womenslinkworldwide.org/en/files/2886/gjo-echr-xy-en-pdf.pdf">X e Y c. Paesi Bassi</a> (n. 8978/80), deciso il 26/03/85 in base a un principio poi seguito in numerose altre decisioni, compresa, su altro e più impegnativo versante, la nota sentenza <a href="about:blank">Craxi c. Italia</a>, emessa il 17/07/2003 (case n. 25337/1994), con l’attribuzione allo Stato, pur se indiretta, della responsabilità per una violazione commessa da un privato, ma resa possibile o probabile attraverso la negligenza o la benevola tolleranza dello Stato, compresa l’omessa adozione della cornice giudiziaria e normativa idonea a garantire i diritti convenzionali.</p>
<p>L’attenzione al solo versante della tutela dall’interferenza statuale, e non a quello della protezione dall’aggressione individuale o di gruppi organizzati, ha, infine, portato ad esasperare lo stesso concetto di diritto fondamentale, trasformandolo in una sorta di diritto alla felicità individuale per perseguire il quale spesso si dimentica che il soddisfacimento di un proprio diritto ha una soglia insuperabile, quella dell’invasione e della compressione del diritto altrui.</p>
<p>Si urla, quindi, a gran voce che lo Stato non può interferire e non può penalizzare determinati status o determinate scelte personali; non si riflette adeguatamente, anche, se quegli status rivendicati o quelle scelte personali adottate possano incidere negativamente su status e scelte da altri, altrettanto legittimamente, rivendicate e adottate.</p>
<p>Non si tratta più, in tali casi, di tutela di diritti fondamentali inalienabili, comuni a tutti, ma di scelte etiche e politiche su cosa preferire tra due diverse rivendicazioni.</p>
<p>L’incapacità di modernizzare il concetto di diritti umani fondamentali, adattandolo a una realtà diversa da quella nella quale hanno avuto origine, e la scelta di non limitarsi a tutelare e proteggere il nucleo duro, comune a tutti, del diritti umani fondamentali, sciogliendoli, poco alla volta, in casistiche minute che appaiono più scelte politiche di soddisfazione di esigenze individuali che principi fondanti la vita di una collettività, in uno all’equivoco di ritenere che esistano diritti senza doveri, che ad essere rivendicato possa essere il proprio diritto alla felicità, e cioè il proprio “capriccio individuale”, non solo non vengono compresi nelle realtà che hanno seguito un percorso culturale, politico e istituzionale diverso da quello occidentale, ma vengono da esse rifiutati e combattuti come elementi di possibile disgregazione della società e dei contratti sociali che ne stanno alle basi.</p>
<p>E in assenza di una pronta correzione della “rotta occidentale”, non tutte le critiche e i timori che provengono sia dall’esterno che dall’interno, possono dirsi manifestamente infondati.</p>
<p>Noi continuiamo a non tenere in considerazione che la politica internazionale sui diritti umani e sulla giustizia internazionale va avanti da moltissimo tempo senza il voto favorevole di Cina, India, Russia e, spesso, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, come se la circostanza fosse indifferente per le magnifiche e progressive sorti dell’occidente liberale e, con esso e dietro di esso, del mondo intero.</p>
<p>Ma non è così, e forse dovremmo provare a svegliarci da quest’illusione riprendendo nei luoghi del pensiero e in quelli dell’azione politica, alla luce delle sfide che pone la modernità, l’elaborazione del tema dei diritti individuali fondamentali e della democrazia rappresentativa per giungere preparati all’inevitabile confronto, o scontro, con modelli diversi di governo e di affermazione dei diritti umani che si stanno rafforzando, complice l’inerzia intellettuale e politica del mondo occidentale, in genere, e di quello europeo, in particolare.</p>
<p>Non possiamo più fare a meno di riportare la declinazione del tema dei diritti umani all’interno dello schema dei diritti condivisi dall’intera comunità e fondanti un sistema di valori comuni e il suo modello di governo democratico.</p>
<p>Non possiamo fare a meno di riconoscere l’importanza della sicurezza per la concreta fruizione da parte di tutti dei propri diritti fondamentali.</p>
<p>Non possiamo consentire che la giusta scelta di porre i diritti umani fondamentali al vertice della gerarchia dei valori comuni abbia come necessario corollario il sacrificio dei diritti economici e sociali.</p>
<p>Non possiamo più permetterci un modello di democrazia rappresentativo viziato dalla cesura sempre più netta tra rappresentanti e rappresentati e dalla distanza sempre maggiore delle comunità dalle decisioni che ne regolano la vita.</p>
<p>I forti richiami del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, contenuti nel suo <a href="https://www.quirinale.it/elementi/75663">discorso di fine anno 2022</a>, a non contrastare il futuro, ma a governarlo; a difendere ad ogni prezzo la libertà; a garantire la più vasta partecipazione, soprattutto dei giovani, ai processi decisionali interni propri dei modelli di democrazia liberale e, in genere, a tutelare e rispettare il valore della democrazia rappresentativa, che risiede nel potere popolare diffuso; e ad investire sulla conoscenza e sulla competenza, possono e devono agevolmente essere declinati anche all’interno della difesa, promozione e sviluppo dei modelli di democrazia liberale e dei valori che li fondano, a partire dalla tutela e dalla protezione dei diritti umani fondamentali individuali.</p>
<p>E’ un quadro che richiama con immediatezza la battaglia iniziata da Marco Pannella e Cherif Bassiouni, oggi proseguita con convinzione da tanti altri protagonisti, illustri ed oscuri, per l’affermazione del Diritto alla Conoscenza come diritto umano di nuova generazione, essenziale per creare nel mondo tecnologico e globale di oggi quella rete di protezione per i diritti individuali e per la democrazia liberale che è posta in serio pericolo non solo dal ritorno prepotente di minacce esterne che si sperava fossero state superate dalla storia, ma anche, al suo interno, dall’approccio mercantile e ludico ai meccanismi che garantiscono la rappresentanza elettorale e dal mancato ammodernamento di un sistema di tutela dei diritti individuali nato in un mondo radicalmente diverso.</p>
<p>Credit to: La Stampa</p>
<p>Una battaglia che non è più isolata e che ha portato anche all’adozione da parte dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europea di una <a href="about:blank">Risoluzione (2382/2021)</a> e una <a href="about:blank">Raccomandazione (2204/2021)</a> che contengono gli elementi da innestare nel nostro sistema di valori per consentire di modernizzarlo e attualizzarlo e le cui attuazione e implementazione, su tutti i versanti e in tutte le declinazioni che rendono il Diritto alla Conoscenza capace di realizzare un più moderno, solido ed efficace modello di democrazia liberale, restando fortemente ancorato al valore fondante e primario della libertà, dovrebbe costituire impegno di ciascuno di noi, ai diversi livelli di responsabilità politica, sociale, culturale e d economica nei quali operiamo.</p>
<p>E’ il tempo, infatti, di evadere il <em>duty to take action</em> o, se si preferisce, la <em>responsability to protect</em>; il tempo di affermare e promuovere, in tutte le sue declinazioni, il diritto alla conoscenza capace di disegnare, attraverso la trasparenza, la partecipazione dei corpi sociali, il dibattito pubblico animato da soggetti qualificati dalla formazione culturale diffusa,  un modello moderno di democrazia liberale che non si discosti, ma anzi riaffermi con forza la prevalenza del valore della libertà sugli altri valori sociali offrendo un modello decisionale capace di creare nella società coesione e non divisione, di restituire in concreto al popolo il potere che in democrazia gli appartiene; è il tempo di una transizione che non sia solo tecnologica, energetica ed economica, ma che sia anche valoriale, sia anche riaffermazione in chiave contemporanea di valori e modelli di governo che hanno garantito una qualità della vita alla quale altri popoli, anche se non i loro governanti,  aspirano e per la quale molti, giovani e meno giovani, non esitano ad esporre al pericolo anche la propria vita.</p>
<p>E’ il tempo, in estrema sintesi, se non vogliamo che diventino semplici ricordi del passato, di traghettare le nostre nozioni di diritti umani fondamentali e di democrazia liberale verso un futuro che è già alle porte.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>Aggiornamenti dalla Corte Penale Internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 21:51:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[corte penale internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sull’attività della Corte Penale Internazionale in Ucraina, numerosi sono gli sviluppi sulle altre, numerose, situazioni – per usare il termine tecnico che si ritrova nello Statuto di Roma, istitutivo della Corte, per dipingere gli scenari concreti all’interno dei quali la Corte stessa è chiamata ad esercitare la sua giurisdizione – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="entry-content">
<p>Mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sull’attività della Corte Penale Internazionale in Ucraina, numerosi sono gli sviluppi sulle altre, numerose, situazioni – per usare il termine tecnico che si ritrova nello Statuto di Roma, istitutivo della Corte, per dipingere gli scenari concreti all’interno dei quali la Corte stessa è chiamata ad esercitare la sua giurisdizione – nelle quali dall’organo della giustizia internazionale sono già state aperte indagini, sia preliminari che formali, o è stato dato inizio ai procedimenti a carico dei responsabili.</p>
<p>Il 31 ottobre, infatti, la Camera Preliminare ha autorizzato la riapertura delle indagini sulla situazione in Afghanistan, accogliendo la richiesta del Procuratore che lamentava l’ineffettività dei procedimenti in corso avanti le autorità giudiziari locali per i crimini internazionali che erano stati loro devoluti sulla base del principio di complementarietà che regola l’azione della Corte Internazionale, chiamata a intervenire solo quando le autorità giudiziarie dello Stato ordinariamente competente non hanno capacità o volontà di perseguire i crimini internazionali.</p>
<p>Analoga richiesta il Procuratore ha indirizzato alla Camera Preliminare per riaprire le indagini sulla situazione in Venezuela, dopo che le stesse erano state provvisoriamente archiviate in seguito alla richiesta di tale Stato di condurle direttamente, attraverso le proprie autorità giudiziarie nazionali, senza giungere, però, a risultati sufficienti nell’ottica della persecuzione penale dei responsabili dei crimini internazionali commessi in tale contesto.</p>
<p>Anche in questo caso il Procuratore ha lamentato, infatti, come le azioni intraprese a livello nazionale non abbiano, allo stato, il necessario carattere di effettività ed ha, pertanto, richiesto di riavviare le indagini in sede internazionale.</p>
<p>Del 26 ottobre è, poi, il rapporto periodico delle attività svolte nel biennio 2021/2022 che la Corte Penale Internazionale, per mezzo del suo presidente Piotr Hofmanski, ha sottoposto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante i lavori della 77ma sessione, tuttora in corso, in ottemperanza all’Accordo di Collaborazione stipulato nel 2004 tra la Corte stessa e le Nazioni Unite e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il Presidente della Corte ha, tra l’altro, sottolineato, nel presentare il rapporto, che solo in tale periodo sono state circa 13.000 le vittime di crimini internazionali che hanno partecipato, in varie forme, ai procedimenti pendenti, nelle diverse fasi, avanti la Corte e riguardanti le situazioni in Congo, Uganda, Repubblica Centro Africana,Darfur, Kenia, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Georgia, Burundi, Afghanistan, Bangladesh e Myanmar, Palestina, Filippine, Venezuela e Ucraina e alle indagini preliminari in Nigeria e Guinea.</p>
<p>Poco prima era stato il Procuratore della Corte a sottoporre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il suo 35mo rapporto sulle attività svolte nella situazione in Darfur, che è stata deferita alla Corte nel 2005 proprio dal Consiglio di Sicurezza, confermando, tra l’altro, che nell’aprile del 2022 ha avuto inizio il primo dibattimento a carico di uno dei soggetti incolpati di crimini internazionali commessi in tale scenario.</p>
<p>Dati molto interessanti si ricavano dagli analoghi rapporti presentati dal Procuratore al Consiglio di Sicurezza in ordine alla situazione in Libia, rispettivamente il 23mo, del 28/04/2022, e il 24mo, molto recente, del 09/11/2022.</p>
<p>Il Procuratore ha evidenziato non solo un rinnovato impegno a perseguire i crimini internazionali commessi nello scenario libico e una modifica della strategia di indagine e di persecuzione penale, ma ha con chiarezza evidenziato come sia emersa una linea di indagine che collega chiaramente l’azione dei responsabili della tratta di migranti a crimini contro l’umanità di competenza della Corte per i quali sono stati identificati, in relazione alle violenze subite dalle vittime nei centri di detenzione, i presunti responsabili nei confronti dei quali sono già stati emessi alcuni ordini di custodia che potrebbero essere resi noti a breve, unitamente ad altri ordini emessi sulla base di successive richieste.</p>
<p>E’ probabile che gli elementi emergenti dai procedimenti in corso obbligheranno a nuove valutazioni politiche e giuridiche delle azioni che oggi caratterizzano la condotta degli Stati in uno scenario mediterraneo di migrazioni, destinato a ricevere una descrizione diversa da quella sino ad oggi prevalente, con una probabile rivalutazione degli strumenti normativi predisposti dalla Convenzione di Palermo contro il Crimine Organizzato e dai suoi Protocolli Aggiuntivi in materia di contrasto alla tratta e allo sfruttamento dei migranti che, in un’ottica coerente con quella dello Statuto di Roma, pone in evidenza un aspetto spesso trascurato della tutela dei diritti umani, quello della sicurezza delle persone e degli obblighi dello Stato di assicurarla, che il prof. Cherif Bassiouni, uno dei fondatori del diritto penale internazionale, tratteggiò dal punto di vista sistematico già nel 1982, in un intervento rimasto forse famoso solo per essere stato rilanciato, in quell’occasione, il brocardo “Aut Dedere aut Judicare” che, con il tempo, avrebbe sostituito in chiave garantista il noto ”Aut Dedere aut Punire” coniato da Grozio nel 1624 nel suo De Jure Belli ac Pacis, ma il cui contenuto, in realtà, ha consentito di porre le basi per comprendere sia l’importanza del ruolo delle vittime nei meccanismi, giudiziari e non, di protezione dei diritti umani, che la difficoltà della posizione degli Stati, chiamati a non ingerirsi nell’esercizio dei diritti umani individuali fondamentali e, nello stesso tempo, a proteggere la sicurezza di ciascun individuo affinché quei diritti possano essere effettivamente goduti in modo libero da interferenze di altri individui.</p>
<p>Il Procuratore, infine, ha sottolineato l’importanza del lavoro della squadra investigativa comune che indaga in Libia, composta da Europol e dalla polizia giudiziaria di Italia, Olanda, Inghilterra e Spagna, cui di recente ha formalmente aderito anche la squadra investigativa della Corte stessa, e ha lanciato un appello agli Stati per essere pronti ad esercitare la propria giurisdizione universale sui crimini internazionali, ricordando le recenti estradizioni ottenute, nell’ottobre 2022, in Olanda e in Italia a carico di due trafficanti somali di migranti etiopi.</p>
<p>Analogo appello era stato lanciato dal Presidente della Corte Penale Internazionale nel discorso di presentazione del rapporto delle attività della Corte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel quale il Presidente Hofmanski ha sottolineato come senza un significativo progresso dell’applicazione del principio di complementarietà – compreso l’esercizio in concreto della propria giurisdizione universale sui crimini internazionali e la formazione specifica di magistrati, avvocati e ufficiali di polizia giudiziaria – lo sforzo dell’organo giudiziario internazionale per la persecuzione penale e la repressione di crimini internazionali odiosi come il genocidio,i crimini contro l’umanità, il crimine di aggressione e i crimini di guerra è destinato a non raggiungere il proprio scopo di giusta punizione dei responsabili e di indispensabile deterrenza verso coloro che, confidando sull’impunità, avessero in programma l’esecuzione di analoghi crimini.</p>
<p>Un preciso monito che, tra gli altri, è certamente indirizzato anche all’Italia che, dopo oltre venti anni dall’entrata in vigore dello Statuto di Roma, non si è ancora dotata di un codice dei crimini internazionali, strumento indispensabile per il corretto e fluido esercizio della giurisdizione universale sui crimini internazionali da parte di ogni Stato.</p>
<p>Raccomandazione che l’Assemblea Generale ha prontamente recepito reiterando, nella risoluzione con la quale ha approvato il rapporto della Corte, l’invito agli Stati Parte dello Statuto di Roma ancora in ritardo a dotarsi al più presto di una normativa di esecuzione delle obbligazioni positive contenute nello strumento internazionale.</p>
<p>L’auspicio è, pertanto, che i lavori di redazione del codice dei crimini internazionali, commissionati dal Ministro della Giustizia in occasione dell’esplodere della guerra in Ucraina e consegnati dalla Commissione Ministeriale nel giugno 2022, possano quanto prima, dopo lo stop imposto dal termine anticipato della legislatura, essere portati dal nuovo Governo all’attenzione del Parlamento, mettendo la parola fine ad un lungo e imbarazzante ritardo nella completa esecuzione di uno strumento internazionale che non solo porta il nome di Statuto di Roma, città nella quale ha visto la luce, ma che la cronaca oggi porta all’attenzione del mondo in relazione a uno scenario mediterraneo del quale l’Italia ha profonda e interessata familiarità.</p>
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<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>La sottile linea rossa tra propaganda e crimine internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 16:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 3 maggio è la giornata internazionale della libertà di stampa. L’informazione indipendente e libera è una risorsa irrinunciabile per ogni democrazia e ai giornalisti, soprattutto a quelli impegnati sui fronti delle guerre, della lotta alle criminalità organizzate e dell’opposizione alle dittature va tributato da chiunque un omaggio e un ringraziamento sincero, mentre il rispetto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 3 maggio è la giornata internazionale della libertà di stampa.</p>
<p>L’informazione indipendente e libera è una risorsa irrinunciabile per ogni democrazia e ai giornalisti, soprattutto a quelli impegnati sui fronti delle guerre, della lotta alle criminalità organizzate e dell’opposizione alle dittature va tributato da chiunque un omaggio e un ringraziamento sincero, mentre il rispetto e il ricordo vanno ai giornalisti che sui quei fronti hanno perso la vita.</p>
<p>Agli amici giornalisti, un tempo solo cani da guardia della democrazia ma oggi più che mai cani da guardia della verità e della libertà in tutti gli scenari più controversi, voglio fare un piccolo regalo per la giornata loro dedicata.</p>
<p>In tanti, giustamente, ricorderanno oggi esempi fulgidi e luminosi di giornalisti caduti nell’adempimento del proprio dovere, a volte per il concretizzarsi del rischio insito negli scenari nei quali operano ma più spesso uccisi da mani potenti per la loro capacità di cercare caparbiamente e far conoscere verità scomode.</p>
<p>Io, invece, voglio attingere alle mie letture scientifiche per ricordare oggi alcuni esempi negativi.</p>
<p>Ricordarli non solo per fare in modo che possano risaltare ancor di più le gesta positive delle donne e degli uomini che sono simbolo della vera libertà di stampa ma soprattutto perché non si perda la memoria di errori che, se dimenticati, saremo costretti a ripetere.</p>
<p>Il mio regalo è una brevissima sintesi, priva di commenti, dei processi internazionali svolti, o in corso di svolgimento, a carico di giornalisti, o meglio di propagandisti, che hanno supportato dittature, incitato e giustificato guerre, violenze e genocidi senza che la tessera “press” abbia garantito loro alcuna immunità perché, per usare le parole del Pubblico Ministero di uno di tali processi “ <em>la responsabilità del genocidio non è limitata a coloro che materialmente commettono gli omicidi. Coloro che diffondono il messaggio d’odio attraverso i mezzi di comunicazione e convincono le persone normali ad uccidere sono molto peggio di coloro che mettono in esecuzione le loro parole</em>”.</p>
<p>La promozione e l’esecuzione di vaste e ripetute campagne di odio e disinformazione, indirizzate contro uno specifico gruppo nazionale, religioso, etnico, politico o sessuale, infatti, non è solamente moralmente o deontologicamente censurabile ma può, a determinate condizioni, costituire un potente incentivo o una consistente agevolazione alla realizzazione di crimini internazionali e, quindi, integrare un’ipotesi di concorso dei responsabili dell’informazione distorta e violenta nella realizzazione di tali crimini.</p>
<p>E’ una scelta che ha radici lontane, tanto che già il 3/11/1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua risoluzione A/428, condannò “ogni forma di <strong>propaganda</strong>, <strong>in  qualsiasi paese condotta</strong>, indirizzata o comunque <strong>idonea a provocare  o incoraggiare</strong> ogni minaccia alla pace, ogni violazione della pace <strong>o qualsiasi atto di aggressione</strong>”.</p>
<p>Il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966 sottolinea, poi, al suo articolo 20 che “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge – e – qualsiasi appello all’odio <strong>nazionale</strong>, razziale o religioso che costituisce <strong>incitamento </strong>alla discriminazione, <strong>all’ostilità o alla violenza </strong>deve essere vietato dalla legge”.</p>
<p>La giurisprudenza internazionale conosce rilevanti esempi, di giornalisti, editori e conduttori di trasmissione radiofoniche riconosciuti colpevoli di crimini internazionali per le parole di odio e di disinformazione veicolate al pubblico attraverso i mezzi di comunicazione.</p>
<p>Il giornalista <strong>Julius Strejcher</strong>, fondatore ed editore della rivista settimanale “Der Sturmer”, fu condannato a morte, eseguita mediante impiccagione, dal Tribunale di Norimberga per crimini contro l’umanità perché le falsità con le quali aveva descritto gli ebrei e le loro azioni si erano rivelate un formidabile incentivo per attivare la persecuzione contro gli ebrei e giustificare omicidi e stermini.</p>
<p><strong>Hans Fritzsche</strong> era conduttore di un programma radiofonico di successo e poi sottosegretario, con delega al settore radiofonico, del Ministero della Propaganda del regime nazista, diretto da Paul Joseph Goebbels, il quale non poté, invece, essere processato per essersi suicidato dopo aver ucciso i sei figli e la moglie</p>
<p>Il conduttore fu giudicato da un tribunale tedesco, nell’ambito dei processi ai criminali di guerra dei quali il Tribunale di Norimberga non si era occupato per la minor importanza dei soggetti che se ne erano resi responsabili, e condannato a nove anni di lavori forzati per aver agevolato, attraverso i suoi discorsi di odio e disinformazione trasmessi via radio, la creazione nel popolo tedesco di un diffuso sentimento favorevole alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei che rese successivamente possibile, o comunque agevolò, la realizzazione dei crimini perpetrati dai nazisti e dalle truppe tedesche.</p>
<p><strong>Otto Dietrich</strong>, capo ufficio stampa del Reich e sottosegretario allo stesso Ministero della Propaganda, subì analogo processo con analoghe imputazioni e una condanna a sette anni di reclusione.</p>
<p>Ma il caso più recente e più significativo, conosciuto come “media case” o “hate media trial”, è quello esaminato dal Tribunale Internazionale per il Ruanda che portò già nel 2003 alla condanna all’ergastolo di <strong>Ferdinand Nahjmana</strong> e a 35 anni di reclusione a <strong>Jean-Bosco Barayagwiza</strong>, fondatori della “Radio Televisione Libera delle Mille Colline”, conosciuta come Radio Machete” e “Radio Odio” e alla condanna all’ergastolo per  <strong>Hassan Ngeze</strong>, giornalista fondatore ed editore del settimanale Kangura, per la campagna di odio e di disinformazione diretta verso l’opinione pubblica che portò al genocidio dei Tutsi, una delle etnie presenti nel paese, mentre un altro giornalista di nazionalità belga, attivo in Radio Machete, Georges Ruggiu, si era già riconosciuto colpevole ed era stato condannato a 12 anni di reclusione.</p>
<p>La condanna fu allora salutata con favore, tra gli altri, da &#8220;Freedom House&#8221; e &#8220;Reporter senza Frontiere&#8221;.</p>
<p>Nel motivare l’entità della pena inflitta a Nahjmana il Presidente del Tribunale Internazionale evidenziò che lo stesso “<em>era pienamente consapevole del potere delle parole e usò la radio – un mezzo di comunicazione che raggiunge un vasto pubblico – per disseminare odio e violenza. Senza un’arma da fuoco, un machete o qualsiasi arma fisica causò la morte di migliaia di civili innocenti</em>”.</p>
<p>Ancora oggi è in corso, avanti il Meccanismo Residuale Internazionale per i Tribunali Penali, una Corte che si occupa dal 2010 dei casi residui che sarebbero stati di competenza dei Tribunali Internazionali per il Ruanda e per la ex Jugoslavia, oramai disciolti, il processo a carico di uno degli editori di Radio Machete, <strong>Felicien Kabuga</strong>, sfuggito precedentemente all’arresto ma poi catturato a Parigi nel maggio del 2020 ed ora in carcere all’Aja in attesa della celebrazione del processo.</p>
<p>Buona celebrazione a tutti noi della giornata di oggi, dedicata alla <strong>vera</strong> libertà di stampa, con un pensiero particolare a tutti i giornalisti indipendenti che hanno perso la vita o sono impegnati negli scenari di guerra o nei paesi oppressi dalle dittature per documentare l’assurdità di atrocità e violenze che avrebbero dovuto restare sepolte nel passato e che invece si affacciano minacciose sul nostro futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Il diritto alla conoscenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Nov 2021 21:20:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[diritti dell'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto penale]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicazione scritta per la Tavola Rotonda organizzata da UNESCO, Ossigeno per l’Informazione e The Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights sul tema “Giustizia e libertà di stampa: come fermare l’impunità per i reati contro i giornalisti” in occasione della giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i reati in danno dei giornalisti. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-diritto-alla-conoscenza/">Il diritto alla conoscenza</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Comunicazione scritta per la Tavola Rotonda organizzata da UNESCO, Ossigeno per l’Informazione e The Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights sul tema “Giustizia e libertà di stampa: come fermare l’impunità per i reati contro i giornalisti” in occasione della giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i reati in danno dei giornalisti.</em></p>
<p><em>Siracusa, 03/11/2021</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa n. 2382 (2021) del 22/06/2021, “Media Freedom, Public Trust and the People’s Right to Know” (<a href="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/11/resolution-2382-all.-1.pdf">all. 1</a>), segna, unitamente alla coeva e omonima Raccomandazione n. 2204 (2021) (<a href="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/11/recommendation-2204-all.-2.pdf">all. 2</a>), un passo significativo verso il riconoscimento di un diritto umano fondamentale di nuova generazione la cui emersione è cruciale, nel nuovo mondo tecnologico e globale, per la tutela della libertà e della democrazia, intesa questa come potere popolare diffuso del quale è titolare ciascun soggetto di una comunità.</p>
<p>Sono per noi oramai familiari, e quasi scontati, i diritti alla vita, alla libertà personale, al processo equo e le libertà di stampa, di opinione, di religione, di associazione; i divieti di discriminazione e di tortura.</p>
<p>Li troviamo nelle Carte Costituzionali, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, nella Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali ed in molti altri strumenti normativi internazionali e nazionali.</p>
<p>Il problema è che nascono e sono disegnati come garanzia di un mondo, così come era conosciuto nel secondo Novecento, epoca nella quale si affermano; con le frontiere nazionali e il potere statuale, da un lato, e con la tecnologia della macchina da scrivere e del telefono fisso, dall’altro.</p>
<p>In un mondo in cui i poteri pubblici tradizionali hanno sempre meno rilievo rispetto all’effettiva capacità di adottare autonomamente le decisioni rilevanti ed emergono nuovi e potenti influencer legali ed illegali, spesso occulti e comunque sempre distanti dal cittadino &#8211; multinazionali, organismi sovranazionali e internazionali, paesi stranieri, grandi gruppi finanziari, associazioni terroristiche, associazioni criminali transnazionali &#8211; le regole di tutela dei diritti fondamentali sono rimaste quelle sorte dopo la seconda guerra mondiale, inadatte a difenderci dalle nuove minacce.</p>
<p>Oggi il pericolo per la democrazia, almeno così come la intendiamo in quello che veniva un tempo chiamato il mondo occidentale, non è solo fisico ma prevalentemente immateriale. E non proviene solo dai poteri pubblici, ma anche da organizzazioni private.</p>
<p>Ad essere in pericolo è sempre lo stesso bene, la partecipazione democratica ai processi decisionali di interesse pubblico, ma non più attraverso la repressione del dissenso, il controllo fisico e violento dei cittadini, ma sottraendo loro, spesso con modalità “leggere”, tali da apparire legittime e ragionevoli, tutte le informazioni rilevanti in modo che essi non possano controllare e valutare la correttezza e la legittimità delle decisioni adottate dai governanti e a volte elaborate in sedi anche meno trasparenti di quelle propriamente istituzionali.</p>
<p>D’altronde il rapporto tra conoscenza e potere non è certo una novità o una scoperta recente.</p>
<p>Il disegno di una nuova forma di democrazia partecipata a fronte del mondo globalizzato e tecnologico avanzato è quello che il Diritto alla Conoscenza, per la cui affermazione da molti anni si batte anche il <em>The Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights</em>,  si propone di affrontare, partendo dalla semplice riflessione che se la conoscenza è potere, quel potere, in democrazia, spetta al popolo.</p>
<p>I versanti sui quali si articola l’attuazione del Diritto alla Conoscenza &#8211; definito come <em>“a citizen’s civil and political right to be actively informed of all aspects regarding the administration of all public goods during the entire political process, in order to allow for the full and democratic participation in public debate regarding such goods and hold public goods administrators accountable according to the standards of human rights and the rule of law.”</em> <a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> &#8211; sono, fondamentalmente, quattro:</p>
<ul>
<li>Il dovere dei governanti, e più in generale i decisori, di porre a disposizione del dibattito pubblico le informazioni da loro possedute prima di adottare le proprie decisioni.</li>
<li>La valorizzazione del ruolo delle Università, degli Istituti di Ricerca, delle Associazioni non generaliste, all’interno del dibattito pubblico in modo da poter acquisire quanti più pareri competenti e informati non solo sulla decisione da adottare, ma ancor prima sulla completezza e la correttezza delle informazioni utilizzate per giungere a tale decisione;</li>
<li>La “traduzione” e la trasmissione del contributo tecnico fornito al dibattito pubblico da chi possiede il sapere tecnico attraverso media autorevoli, affidabili, liberi e indipendenti;</li>
<li>Il rafforzamento delle istituzioni scolastiche per consentire la crescita culturale e la partecipazione al dibattito pubblico di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro condizioni economiche o sociali o da altri ostacoli che normalmente si frappongono alla loro partecipazione alla vita pubblica.</li>
</ul>
<p>Sul versante rilevante ai fini della presente comunicazione, indirizzata ai partecipanti all’incontro <em>“Giustizia e libertà di stampa: come fermare l’impunità per i reati contro i giornalisti”</em> emerge, tra gli altri, un tema non rinviabile, quello della libertà morale dei giornalisti che va declinato anche in direzione della loro protezione da ogni pressione, comprese quelle esercitate con mezzi apparentemente legali quali le azioni giudiziarie, minaccia o violenze.</p>
<p>In questo è esplicito il paragrafo 9 della Risoluzione che testualmente recita:</p>
<p><em>“The media play a key role in agenda setting and providing timely, pluralist and reliable information. They must be free from any pressure, including direct verbal and physical attacks, but also from legal harassment in the form of strategic lawsuits against public participation (SLAPP). Assaults against journalists and intimidation of the media are major threats to the people’s right to know. It is therefore crucial that Council of Europe standards on media freedom, pluralism and editorial independence; the protection of journalists; funding benchmarks and guarantees; and the transparency of media ownership are fully implemented and adequately monitored”. </em></p>
<p>L’importante riconoscimento assegnato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa al Diritto alla Conoscenza &#8211; che fa seguito all’approvazione da parte della competente Commissione dell’Assemblea (<em>“Culture, Science, Education and Media”</em>) dell’accurato report del 07/06/2021, doc. 15308, (<a href="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/11/doc.-15308-Report-all.-3.pdf">all. 3</a>) predisposto dal relatore, il sen. Rampi &#8211; non costituisce un approdo ma una sfida per tutti i soggetti chiamati ad assumere un ruolo attivo nel complesso scenario che il presente, e ancor più il futuro, ci riservano.</p>
<p>In tale contesto si inseriscono perfettamente le Linee Guida per i Pubblici Ministeri nei Procedimenti per Reati contri i Giornalisti elaborate dall’UNESCO e dall’Associazione Internazionale dei Pubblici Ministeri, che saranno presentate ed illustrate nel corso dei lavori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>“Il diritto civile e politico dei cittadini ad essere informati attivamente sugli aspetti che riguardano tutte nel corso dell’intero processo politico di tutti gli aspetti relativi all’amministrazione dei beni pubblici, così da permettere loro una piena partecipazione democratica al dibattito pubblico e assicurare la responsabilità nei confronti degli stessi degli amministratori dei beni pubblici, conformemente alle norme sui diritti umani e allo stato di diritto”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-diritto-alla-conoscenza/">Il diritto alla conoscenza</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Decreto legge “Natale senza i tuoi&#8221;: istruzioni per l&#8217;uso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 20:58:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[decreto natale]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il decreto legge che regolerà i nostri comportamenti durante le “vacanze” di Natale è rimasto orfano di un nickname (niente ristoro, rilancio, salvaitalia, curaitalia  e altre amenità) e allora ho deciso di proporre io come chiamarlo: decreto “Natale senza i tuoi”. A leggerlo si capisce bene perché i governanti che tanto hanno coccolato i suoi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il decreto legge che regolerà i nostri comportamenti durante le “vacanze” di Natale è rimasto orfano di un nickname (niente ristoro, rilancio, salvaitalia, curaitalia  e altre amenità) e allora ho deciso di proporre io come chiamarlo: decreto “<strong><em>Natale senza i tuoi</em></strong>”.</p>
<p>A leggerlo si capisce bene perché i governanti che tanto hanno coccolato i suoi “fratelli maggiori” abbiano ripudiato quest’ultimo, rifiutando anche di assegnargli un nome.</p>
<p>O meglio, a leggerlo non si capisce niente: hai bisogno di un avvocato per sapere quali sono le “regole di Natale” per l’emergenza COVID. Oppure devi fidarti acriticamente della sintesi che ti viene fatta da giornali, televisioni, siti istituzionali pubblici e conferenze stampa autorevoli.</p>
<p>Ma non è detto che tali sintesi siano corrette e, anzi, almeno in un punto eclatante non sono certamente corrette.</p>
<p>Se non mi credete, leggete, o meglio scorrete velocemente, <a href="c:\Users\user\Desktop\MIEI INTERVENTI\Natale senza i tuoi">il vero testo del decreto legge 18/12/2020 </a>che detta le “<em>Misure urgenti per le festività natalizie e di inizio anno nuovo</em>” così come pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e fatemi sapere cosa avete capito:</p>
<p><em>“1. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 1, comma 2, del decreto-legge 2 dicembre 2020, n. 158, nei giorni festivi e prefestivi compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 sull’intero territorio nazionale si applicano le misure di cui all’articolo 3 <a href="c:\Users\user\Desktop\MIEI INTERVENTI\Natale senza i tuoi">del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020</a>; nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021 si applicano le misure di cui all’articolo 2 del medesimo <a href="c:\Users\user\Desktop\MIEI INTERVENTI\Natale senza i tuoi">decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020</a>, ma sono altresì consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia. Durante i giorni compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 è altresì consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi.</em></p>
<p><em>2. Durante l’intero periodo di cui al comma 1 restano ferme, per quanto non previsto nel presente decreto, le misure adottate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2020, n. 35. 3. La violazione delle disposizioni del presente decreto e di quelle del decreto-legge 2 dicembre 2020, n. 158, è sanzionata ai sensi dell’articolo 4 del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2020, n. 35.”</em></p>
<p><strong>Il cittadino che volesse adeguare la propria condotta non a quello che gli viene detto in una conferenza stampa o che legge sui giornali o ascolta in televisione ma, come dovrebbe,al testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non saprebbe da dove iniziare</strong>.</p>
<p>E anche un operatore tecnico, a partire dalle forze dell’ordine, si troverà in gravi difficoltà nel mettere in esecuzione un testo normativo siffatto.</p>
<p>Ad essere generosi non si capisce niente. Ad essere obiettivi è sconcertante che le misure di contrasto a un fenomeno grave come quello pandemico siano contenute in una sorta di scioglilingua crittografato completo di “caccia al tesoro” per la ricerca dei testi normativi dai quali estrarre le regole applicabili.</p>
<p>Siamo ben lontani, insomma, da quella “qualità della legge” richiesta dalla Corte Europea per considerare valida e legittima una norma sanzionatoria che deve <em>“essere accessibile al cittadino e prevedibile per quanto riguarda i suoi effetti. Affinché la legge soddisfi le condizioni di prevedibilità essa deve enunciare con sufficiente precisione le condizioni nelle quali una misura può essere applicata, permettendo così alle persone interessate di regolare la loro condotta”</em>.</p>
<p>Un cittadino che legge questo provvedimento normativo non ha, invece, senza sua colpa, la più pallida idea di cosa il legislatore gli richieda di fare o di non fare.</p>
<p>Con buona approssimazione, e senza alcuna certezza, un giurista attento e paziente proverebbe a tradurre la sciarada in questi termini essenziali:</p>
<p>Dal 21 al 23 dicembre 2020 è vietato, nell’ambito del territorio nazionale, ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome, anche se è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione.</p>
<p>Resta obbligatorio l’uso della mascherina nei luoghi chiusi diversi dalle abitazioni, e anche all’aperto quando non può essere rispettato l’obbligo di isolamento da persone non conviventi, e permangono l’obbligo di mantenere la distanza interpersonale di un metro e il divieto di spostamento tra le ore 22.00 e le ore 05.00 del giorno successivo (c.d. coprifuoco) se non per esigenze lavorative, per motivi di salute o per necessità.</p>
<p>Nei giorni 28, 29, 30 dicembre e 4 gennaio è vietato <strong>anche</strong> ogni spostamento, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un Comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione, (ad eccezione dei Comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti per gli spostamenti verso altri Comuni nel raggio di 30 km che non siano capoluoghi di provincia) salvo che per comprovate esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi e non disponibili in tale Comune e sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie). Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio, nonché’ fino alle ore 22,00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze.</p>
<p>Nei giorni24, 25, 26, 27 e 31 dicembre 2020, 1, 2, 3, 5 e 6 gennaio 2021, infine, è vietato <strong>anche</strong> ogni spostamento, compresi quelli all’interno dello stesso Comune, salvi gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute, e lo spostamento, una sola volta al giorno, in compagnia di non più di una persona o dei figli minori di 14 anni, verso una sola abitazione privata ubicata nella stessa Regione .</p>
<p>In tali giornate <strong>non</strong> sono sospese le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità, le edicole, i tabaccai, le farmacie e le parafarmacie, le lavanderie, i barbieri e i parrucchieri e  tutte le altre attività indicate negli <a href="c:\Users\user\Desktop\MIEI INTERVENTI\Natale senza i tuoi">allegati 23 e 24 del DPCM 3/12/2020</a>;</p>
<p>E’ consentito svolgere individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione e attività sportiva all’aperto e in forma individuale;</p>
<p>La violazione di una qualsiasi di tali regole sarà punita con una sanzione amministrativa da 400 a 1.000 euro.</p>
<p>La scelta di fondo, quindi, è stata quella di utilizzare su larga scala l’arma dei divieti e delle sanzioni.</p>
<p>Le motivazioni che hanno indotto il Governo a scegliere questa soluzione e a comprimere in modo così netto le libertà individuali, anche rispetto alla propria più recente decisione (mi riferisco al decreto legge emanato pochi giorni prima, e precisamente il 2 dicembre), che aveva già fornito “regole di Natale” meno restrittive,  non sono state rese note.</p>
<p>Quale sia l’effettivo scenario di rischio e se e come lo stesso sia mutato dal 2 al 18 dicembre, al punto da richiedere una modifica drastica delle regole già adottate, rimangono informazioni riservate ai pochi privilegiati che hanno accesso alle stanze del potere esecutivo.</p>
<p>I dati e i documenti in possesso del Comitato Tecnico Scientifico, così come le sue valutazioni, continuano, infatti, a non essere rese note tempestivamente dal Governo.</p>
<p>Dopo che <a href="c:\Users\user\Desktop\AUDIZIONE CONSIGLIO D'EUROPA">l’Autorità Giudiziaria ha imposto di rendere pubblici </a>i verbali del Comitato Tecnico Scientifico per consentire alla generalità dei cittadini di comprendere e valutare la legittimità e la razionalità delle misure adottate, il Governo, che prima di tale decisione teneva segreti tali documenti, procede alla pubblicazione dei verbali , peraltro privi dei dati e dei documenti di supporto, solo dopo, in media, 45 giorni (<a href="http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-sanitario/emergenze/coronavirus/verbali-comitato-tecnico-scientifico-coronavirus">a oggi, 26 dicembre, sono pubblicati solo i verbali sino al 9 novembre</a>), quando, cioè, non hanno più alcuna attualità e sia lo scenario epidemiologico che i provvedimenti di contrasto alla diffusione del virus sono completamente mutati.</p>
<p>Non è possibile, quindi, comprendere e valutare l’azione del Governo, ma solo obbedire e conformarsi acriticamente alle sue prescrizioni.</p>
<p>A molti piace, a me no. E certamente non perché io sia un ribelle o un antigovernativo, Semplicemente perché resto convinto che la differenza tra cittadino e suddito è la stessa che intercorre tra democrazia e regimi autoritari. Più il cittadino si trasforma in suddito e più la democrazia lascia spazio all’autoritarismo.</p>
<p>Non conosciamo, quindi, le reali motivazioni delle misure scelte, ma sappiamo che per assicurare la loro concreta esecuzione è stata adottata la strada dei divieti e delle sanzioni.</p>
<p>Tale strada in ogni democrazia, ma in fondo anche nei regimi autoritari, ha, tra le altre, una regola inderogabile: i divieti, massimamente quelli che limitano la libertà personale, devono essere funzionali a ottenere un risultato coerente con la finalità perseguita.</p>
<p>In questo caso la finalità perseguita è, ovviamente, il contrasto alla diffusione dell’epidemia e il risultato a tal fine ritenuto necessario e funzionale è quello di evitare, o quantomeno limitare, i contatti diretti tra le persone.</p>
<p>Se, quindi, fosse stato vietato di uscire di casa con un indumento di colore rosso, certamente avremmo pensato che il Governo tutto fosse impazzito e che la compressione della nostra libertà determinata da questa regola non fosse accettabile perché indossare un indumento rosso non può in alcun modo favorire la diffusione del virus, né evitare o limitare i contatti diretti interpersonali.</p>
<p>E avremmo, ovviamente, ragione e nessun giudice avrebbe confermato mai la sanzione per la violazione di quel divieto e, forse, nessun agente delle forze dell’ordine l’avrebbe proposta.</p>
<p>Lascio al lettore l’analisi, in questa prospettiva, dei singoli “divieti”per verificare se e quante limitazioni di libertà inutili rispetto alla finalità perseguita e al risultato sperato sono contenute nel decreto “Natale senza i tuoi”. Suggerisco senz’altro di iniziare la ricerca dalla regola che vieta di fare visite in abitazioni private in compagnia di più di una persona, ma anche quella di non poter acquistare un capo di abbigliamento il giorno prima e poterlo fare il giorno dopo non è male.</p>
<p>E se, per evitare i morti e le lesioni che quotidianamente si verificano sulle strade a causa della violazione delle regole della circolazione, venisse vietato a tutti di circolare con auto o moto cosa ne penseremmo?</p>
<p>Risponderemmo probabilmente che tale ragionamento è inaccettabile perché una guida prudente e responsabile non può mai essere un pericolo potenziale e non può esserci tolta la nostra libertà personale e individuale di circolare liberamente perché altri guidano in modo irresponsabile; aggiungeremmo che sappiamo bene che circolando per le strade, come svolgendo molte altre attività, siamo esposti a rischio, compresi i comportamenti irresponsabili di altri, ma che accettiamo consapevolmente questo rischio anche perché saremmo liberi, se non vogliamo accettarlo, di camminare a piedi; concluderemmo sostenendo, con ragione, che il divieto resterebbe ingiusto anche se attraverso tale misura si volesse salvaguardare la nostra stessa persona perché la soglia accettata di rischio consentito, a condizione che non vengano lesi, o esposti concretamente a un pericolo, diritti altrui fa parte della sfera di libertà individuale di ciascuno di noi.</p>
<p>Diremmo, insomma, qualcosa di ovvio: non puoi limitare la nostra libertà senza che tu abbia qualche elemento per sostenere che la nostra specifica condotta che intendi vietare danneggi o metta in pericolo altri.</p>
<p>Nel nostro caso, vietare gli spostamenti di tutti per il timore che alcuni non rispettino o eludano l’obbligo di distanziamento interpersonale, creando i tanto temuti “assembramenti”,o di indossare la mascherina sembra violare ingiustificatamente il diritto dei tanti soggetti che rispettano e continuerebbero a rispettare gli obblighi di distanziamento e le cautele opportune per la gestione dei contatti interpersonali.</p>
<p>Vorrei, su questo versante, provare a sfatare la leggenda secondo la quale chi ritiene illegittimi i divieti generalizzati di spostamento (vere e proprie misure di prevenzione detentive di massa) è un negazionista o, al meglio, una persona egoista, insensibile e non rispettosa dei diritti altrui.</p>
<p>Anche il Presidente della Repubblica ha ricordato che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri, sottintendendo che non esiste la libertà di andare in giro a contagiare agli altri una malattia o, comunque, a esporli a tale rischio.</p>
<p>Tale affermazione è condivisibile, e per certi aspetti ovvia, ma solo se riferita ai soggetti portatori del virus e a coloro che, a causa di sintomi specifici o di incontri avuti con soggetti positivi al virus, sono nelle condizioni, attuali o potenziali, di estendere il contagio, e non certo a chi sicuramente non è  stato contagiato o non vi è alcun elemento per credere che lo sia stato o, ancora, è stato contagiato in precedenza ed è perfettamente guarito e, quindi, non è, neppure potenzialmente, pericoloso per la salute altrui.</p>
<p>Per questi soggetti gli arresti domiciliari non sono una corretta prevenzione del rischio ma semplicemente un abuso perché, non costituendo essi un pericolo neppure potenziale per la salute pubblica, non vi è alcuna plausibile giustificazione che possa condurre a comprimere i loro diritti fondamentali.</p>
<p>Né si può dire che le persone sane o senza sintomi mettono a rischio la salute altrui circolando liberamente perché, potendo in futuro contrarre la malattia e quindi consentirne ulteriore diffusione, calpestano il diritto altrui di non essere esposti al contagio.</p>
<p>Basta riflettere senza la pressione della paura per comprenderlo.</p>
<p>Se un soggetto sano decide di non chiudersi in casa durante un’epidemia egli non è pericoloso per nessuno di coloro che chiedono per la propria persona la massima protezione dal contagio. E’ vero che tale soggetto, uscendo di casa, accetta il rischio di essere contagiato e di ammalarsi, ma è vero anche che tutte le persone che incontrerà avranno certamente fatto la sua stessa libera scelta: sono uscite di casa e hanno accettato il rischio del contagio. Tutti loro, sani, privi di sintomi e senza precedenti contatti con soggetti positivi, usando le mascherine di protezione e rispettando le distanze interpersonali e le prescrizioni igieniche, ritengono accettabile il rischio di compromettere la propria salute nel caso di contatto con chi sia portatore inconsapevole del virus, dovendo ragionevolmente escludersi, in una comunità ordinata e governata, che gli ammalati e coloro che devono essere assoggettati alla quarantena possano circolare liberamente.</p>
<p>Egli, quindi, non aumenta in alcuna misura il rischio per coloro che chiedono e, sotto certi aspetti giustamente, pretendono di non avere contatti con soggetti terzi per timore del contagio. Nessuno obbliga chi non intende accettare tale rischio a uscire di casa o a ricevere nella propria casa chi ha fatto una scelta diversa: la loro libera scelta di isolarsi li protegge dal contagio a prescindere dalla condotta posta in essere da chi circola liberamente.</p>
<p>A meno che non si voglia tornare a sostenere che è lo Stato, anche in ragione dei costi che sarebbe costretto a affrontare per curarlo, a dover assicurare anche coattivamente le migliori condizioni di salute del singolo cittadino e stabilire i rischi che lo stesso può o non può assumersi in rapporto alle probabilità di contrarre una malattia.</p>
<p>C’è anche chi lo afferma, e non sono pochi né privi di un certo grado di istruzione (non uso volontariamente il termine cultura in questo contesto), senza rendersi conto che questa è la base logica, il “rationale”, degli esercizi fisici obbligatori del ventennio fascista, dei trattamenti terapeutici coatti per i dissidenti e i dissonanti su sino alla selezione della razza, dal monte Taigeto di Sparta dal quale venivano gettati i neonati deboli o disabili, alla ricerca a Berlino del perfetto modello ariano e alla “soluzione finale” per gli appartenenti a razze ritenute inferiori.</p>
<p>Ci saremmo tutti indignati se quando imperversava l’AIDS fossero stati vietati e sanzionati i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso o con soggetti che facevano uso di droga o l’uso personale delle sostanze stupefacenti iniettabili: però le evidenze scientifiche erano chiare sul punto.</p>
<p>La propagazione e la corsa del virus partiva da quelle categorie di soggetti e coinvolgeva anche altre fasce di cittadinanza, prime tra tutte quelle bisognose di trasfusioni e i medici e i soccorritori che venivano a contatto con il sangue infetto, che, a loro volta, divenivano veicolo di trasmissione del virus per il quale per lungo tempo non vi è stata cura e ancor oggi non esiste vaccino.</p>
<p>Eppure, giustamente, in epoche più felici della ragione, a nessuno è venuto in testa di vietare per motivi epidemiologici alla generalità dei cittadini, e finanche a chi apparteneva alle fasce di popolazione più direttamente coinvolte, condotte attinenti alla sfera della loro libertà personale, nella specie quella sessuale.</p>
<p>A ben guardare, insomma, è esattamente il contrario di quanto comunemente si afferma: chi vuole isolarsi in casa è libero di farlo e quando pretende o ordina che lo facciano anche gli altri lede i loro diritti e non viceversa.</p>
<p>Da questa riflessione consegue l’opportunità o la necessità di negare l’esistenza dell’epidemia o di rifiutare l’applicazione delle regole di contenimento della sua diffusione imposte dal Governo?</p>
<p>Certamente no.</p>
<p>Personalmente sono convinto che adottare ogni precauzione, compresa quella di spostarsi il meno possibile e avere meno contatti sociali possibili sia una scelta giusta e da perseguire con convinzione perché utile alla propria salute e a quella dei propri cari, a prescindere dal fatto che sia imposta o meno. Ho seguito e continuerò a seguire tutte le precauzioni, anche in considerazione delle mie fragilità personali, ma avrei certamente preferito farlo in base alla mia libera scelta e sulla base delle informazioni complete sull’effettivo scenario di rischio, non perché qualcuno me lo ha imposto.</p>
<p>Nel contempo trovo insopportabili e pericolosi coloro che pretendono di sopprimere ogni regola di diritto e di civiltà al fine di preservare la propria vita e la propria salute. L’epidemia passerà, lasciando la sua scia di dolore e di vittime, e non possiamo accettare che porti via con sé l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali di libertà sui quali si regge ogni democrazia.</p>
<p>Non bisogna avere timore di opporsi alle misure illiberali e irragionevoli, anche se finalizzate a un miglior contrasto dell’epidemia e, addirittura, anche se utili a tal fine. E’ il solo modo di combattere un virus ancora più pericoloso per la vita sociale di domani, quello dell’autoritarismo, dello Stato etico che sostituisce, per giungere a ciò che reputa essere il bene comune, la sua volontà alla libertà del singolo e punisce chi non vuole adeguarsi alle scelte, anche sbagliate o capricciose, di chi governa.</p>
<p>In fondo, se coloro che si sono opposti alle feroci dittature del secolo scorso avessero anteposto, anziché sacrificarlo, il valore della propria vita e del proprio stato di salute a quello della libertà di tutti saremmo ancora oggi sotto Hitler, Stalin e Mussolini.</p>
<p>E se pensate che il ritorno al passato sia impossibile mettete il naso, protetto dalla mascherina, fuori dai confini nazionali e provate a guardare, ad esempio, cosa accade oggi in Cina e quale sia il ruolo giocato da questa potenza illiberale sul piano internazionale.</p>
<p>Ecco perché è necessario continuare a chiedere senza paura che continuino ad applicarsi le regole del diritto anche nell’emergenza; ecco perché è vile non evidenziare il pericolo di misure repressive ingiustificate o addirittura ingiuste. E una misura repressiva è ingiustificata quando la sanzione è indirizzata a reprimere senza motivo ragionevole l’esercizio di una libertà inviolabile del singolo ed è anche ingiusta quando reprime quella libertà indiscriminatamente vietando a tutti ciò che è il normale esercizio di tale libertà allo scopo di evitare che alcuni ne facciano uso indebito.</p>
<p>In questa prospettiva ho elaborato, solo per me stesso, un manuale di condotta “resistente” ad alcune delle imposizioni che regoleranno i nostri prossimi 15 giorni, anche per contrastare, nel mio piccolissimo, la disinformazione imperante.</p>
<p>Non prendetelo troppo sul serio, perché la disobbedienza civile non è mai gratis e non è per tutti,  ma neppure troppo sul faceto.</p>
<p>Anzitutto è utile ricordare quali sono <strong>i motivi per i quali è possibile uscire dalla propria abitazione anche nei giorni festivi e prefestivi</strong>.</p>
<p>Ecco, a uso di controllati e controllori, l’elenco dei più comuni.</p>
<p>Possiamo andare, in base al decreto “Natale senza i tuoi”:</p>
<p>a) a comprare le sigarette b) in farmacia c) a comprare generi alimentari in un esercizio commerciale o al mercato d) a comprare cibo da asporto al bar o al ristorante e) in lavanderia f) a partecipare alle funzioni religiose g) in edicola h) a pagare una bolletta di un servizio essenziale (acqua, luce, gas); i) dal medico; l) dal veterinario m) a visitare un parente o un amico (in questo caso se non siete più di due) n) dal barbiere o dal parrucchiere; o) dal ferramenta; p) a comprare indumenti intimi; q) a comprare prodotti per l’igiene della persona o della casa; r) a comprare prodotti o ricambi per computer o cellulari; s) in un distributore automatico di qualsiasi cosa; t) a comprare le lampadine per l’illuminazione della casa; u) a comprare un libro; u) in cartoleria; v) in profumeria; z) a comprare il cibo per il cane o il gatto.</p>
<p>Questo è, infatti, l’elenco (non completo perché ci sono <a href="c:\Users\user\Desktop\MIEI INTERVENTI\Natale senza i tuoi">anche altri esercizi commerciali dei quali è consentita l’apertura</a>) delle attività commerciali per le quali non è stata disposta la sospensione: anche se non lo troviamo espressamente scritto e pochi lo stanno evidenziando, è chiaro che se lasci aperte tali attività e perché le ritieni, per qualche ragione, essenziali e, quindi, ritieni che i cittadini abbiano necessità di quei beni o quei servizi: non li lasci certo aperte mentre vieti ai cittadini di andarci.</p>
<p>Con grande enfasi telegiornali, conferenze stampa e siti degli enti pubblici hanno ricordato a tutti noi che per andare a svolgere queste banalissime attività dobbiamo rendere una dichiarazione giurata con la quale comunichiamo la ragione per la quale siamo usciti dalla nostra abitazione: <strong>la famigerata autocertificazione</strong>.</p>
<p>Ci stupirà certamente sapere che nessuna norma oggi in vigore obbliga a compilare un’autocertificazione sui motivi dei propri spostamenti e nessuna sanzione è prevista per la mancata compilazione di tale autocertificazione.</p>
<p>A prescindere dal fatto che la giurisprudenza ha già chiarito che non è astrattamente e logicamente possibile autocertificare, ma eventualmente solo esporre, le proprie intenzioni, essendo riservata la certificazione a fatti storici già verificatisi, o a condizioni personali, e l’autocertificazione a notizie certificabili già in possesso della pubblica amministrazione, non intendo sottostare a questo assurdo “obbligo” inventato e strampalato in base al quale per uscire di casa dovrei consegnare all’autorità una dichiarazione nella quale giuro che è mia intenzione andare a comprare il dentifricio o la carta igienica.</p>
<p>Almeno il limite del ridicolo non va oltrepassato, e non mi sento di farlo.</p>
<p>So che questo comporterà che le povere forze dell’ordine, forse vergognandosi per quello che sono costrette a fare e pur non trovando – dopo il mio invito a mostrarmela – la norma che impone di compilare l’autocertificazione – mi proporranno per la sanzione prevista per lo spostamento immotivato dalla propria  abitazione. Conserverò lo scontrino dell’acquisto del dentifricio o della carta igienica e mi farò un selfie con data e ora mentre lo acquisto; forse, per sicurezza, acquisterò anche le sigarette e  un pacco di cerotti in farmacia e mi farò sistemare il look dal barbiere: poi un giorno porterò tutti gli scontrini e le ricevute al giudice avanti il quale impugnerò la sanzione.</p>
<p>E’ un rischio e una seccatura, ma consentire di calpestare gratuitamente i miei diritti e la mia dignità non è una delle mie prerogative.</p>
<p>Se l’autorità ha motivo di ritenere che io sia uscito immotivatamente di casa svolga pure i suoi controlli, mi segua durante i miei spostamenti e adotti le decisioni che riterrà opportune ma “dimmi cosa vuoi fare o ti punisco”, anche no.</p>
<p>Sono un cittadino che rispetta la legge e anche oggi la sto rispettando: se hai motivo di dubitarne, indaga; se hai un motivo ragionevole per ritenere che la stia violando, applica la sanzione.</p>
<p><strong>Natale senza i tuoi</strong>: se la polizia dovesse bussare alla porta della mia casa e chiedesse di entrare sostenendo che sospetta che all’interno dell’abitazione vi sia un numero troppo elevato di persone, chiederò il mandato di perquisizione senza il quale rifiuterò l’ingresso. Non possono certo buttare giù la porta per procedere alla perquisizione per l’accertamento di una violazione amministrativa, e se anche dovessero farlo la loro condotta dovrà poi essere sottoposta alla convalida prima di un pubblico ministero, poi di un giudice e poi, se avrò tempo e voglia, di un tribunale e della Corte di Cassazione.</p>
<p>In tutto questo percorso le probabilità di incontrare un magistrato con la mente non annebbiata dai proclami di regime è ragionevolmente alta. E’ possibile, quindi, e anzi probabile che a finire sotto processo non sarò io ma chi ha fatto irruzione in casa mia per accertare quanti eravamo a mangiare il panettone e per ordinare lo scioglimento di questa “adunata sediziosa” di pericolosi bimbi, mamme e nonni che a casa loro osano mettano a rischio la propria salute per fruire di cosette così piccole e insignificanti come l’affetto e la libertà.</p>
<p><strong>Coprifuoco</strong>: Mi sembra evidente che in nessun testo normativo sia imposto l’obbligo di rientrare a casa propria entro le 22.00; è solo vietato, dopo tale ora, spostarsi, se non per necessità. E tornare a casa propria la notte, anziché dormire sotto i ponti è una indiscutibile necessità. Se, quindi, mi troverò a cena da mio padre per la sera di Natale o in altre giornate, non mi ingozzerò per terminare il pasto in tempo utile per rientrare a casa prima del coprifuoco. Non mi sposterò dall’abitazione di mio padre, e con questo rispetterò la norma. Quando avrò finito, con calma, rientrerò a casa perché è un mio diritto e una mia necessità. Se sarò multato farò opposizione al giudice e se troverò un giudice che ritiene ragionevole sanzionare chi sta tornando a casa propria dopo aver cenato con il padre solo perché non ha fatto in tempo a finire il pasto entro le 22.00 avrò contezza dello stato di degrado e di ridicolo nel quale è caduta la mia terra.</p>
<p>Io resto ottimista: credo che la grande parte delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine siano più che imbarazzati a svolgere queste insolite attività repressive e che il loro buon senso, che corrisponde in questo caso al criterio di giustizia, impedirà che avvengano episodi dei quali domani potremmo vergognarci come Paese.</p>
<p>Ma se così non fosse, io non sono comunque disposto ad aprire la porta all’autoritarismo e a rinunciare ai miei diritti fondamentali per la paura – che pure provo – della malattia epidemica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>L’italiano non è l&#8217;italiano: è il ragionare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 08:53:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[dpcm]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
		<category><![CDATA[italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inizio a provare vergogna nell’essere italiano. Non mi era mai capitato, neanche nei tempi più bui della nostra Repubblica. Non riesco a credere, però, che un provvedimento così delicato e controverso come un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, emesso per contrastare una grave epidemia limitando diritti costituzionali e incidendo profondamente sulla vita attuale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/litaliano-non-e-litaliano-e-il-ragionare/">L’italiano non è l&#8217;italiano: è il ragionare</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Inizio a provare vergogna nell’essere italiano. Non mi era mai capitato, neanche nei tempi più bui della nostra Repubblica.</p>
<p>Non riesco a credere, però, che un provvedimento così delicato e controverso come un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, emesso per contrastare una grave epidemia limitando diritti costituzionali e incidendo profondamente sulla vita attuale e sul futuro di tanti italiani, possa contenere parole in libertà, concetti giuridici che non utilizzerebbe neanche uno studente della ragioneria con voto insufficiente in diritto.</p>
<blockquote><p>4. È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi.</p></blockquote>
<p>Questo, tratto dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 265 del 25/10/2020 è il testo dell’artt. 1, comma 4 del DPCM 24/10/2020, ultimo, sino a oggi, dell’era Conte.</p>
<p>Tralascio la “forte raccomandazione” che in un testo normativo, che dovrebbe contenere solo regole la cui violazione trovi sanzione diretta o indiretta, non dovrebbe mai trovare spazio.</p>
<p>Ma qualcuno ha notato a chi è indirizzata questa “forte raccomandazione” a non spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati se non per alcune, ben specificate esigenze ?</p>
<p>Prendetevi un attimo e leggete bene.</p>
<p>E’ indirizzata a tutte le “persone fisiche”.</p>
<p>Ma quanti tipi di persone “non fisiche” conoscete che possono spostarsi su mezzi pubblici o privati ? Forse che le “persone giuridiche” hanno questa capacità ? Una società per azioni, una società a responsabilità limitata, una Fondazione possono spostarsi con mezzi pubblici o privati ?</p>
<p>Cosa vuol dirci il prof. Conte, accademico di diritto, raccomandando alle persone fisiche di non spostarsi ? Che possono farlo persone giuridiche, fantasmi ed ectoplasmi ?</p>
<p>Va bene il continuo elogio dell’ignoranza, ma forse ora si raggiungono abissi inesplorati.</p>
<p>Proseguo con facezie minori.</p>
<p>E se mi volessi spostare a piedi, quindi non “con mezzi di trasporto pubblici o privati” (essendo ben noto che i propri piedi non rientrano nella definizione di mezzo di trasporto) sarebbe ancora fortemente raccomandato di non farlo ? O invece non lo è ? E perché non posso andare in macchina o in bicicletta dove posso andare a piedi ? Capisco non usare i mezzi pubblici, ove posso contribuire a creare assembramento o rischiare di venire a contatto con un soggetto positivo al virus, ma quale logica regge la scelta di raccomandare fortemente di non usare i propri mezzi privati per spostarsi, ma di non raccomandare neanche “blandamente” di non spostarsi a piedi ?</p>
<p>Il nostro studente di ragioneria con scarso profitto in diritto, pur vergognandosi un pochino di inserire una raccomandazione all’interno di un testo normativo, avrebbe scritto più semplicemente e più correttamente così: “<em>E’ fortemente raccomandato di non spostarsi salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi</em>“.</p>
<p>Ha ragione Sciascia quando, al Pubblico Ministero di “Una Storia Semplice” che si vantava di aver raggiunto la sua posizione nonostante lo scarso rendimento in italiano, fa rispondere il suo professore, che di lì a poco sarebbe stato interrogato dal suo ex allievo, <a href="https://www.google.com/imgres?imgurl=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2F_pqTu9Np_gE%2Fhqdefault.jpg&amp;imgrefurl=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D_pqTu9Np_gE&amp;tbnid=aqgRyqsR5xE2YM&amp;vet=10CAMQxiAoAGoXChMIyNqizfXQ7AIVAAAAAB0AAAAAEAc..i&amp;docid=K5CNIE6qAKHpuM&amp;w=480&amp;h=360&amp;itg=1&amp;q=sciascia.%20l%27italiano%20non%20%C3%A8%20ragionare&amp;authuser=1&amp;ved=0CAMQxiAoAGoXChMIyNqizfXQ7AIVAAAAAB0AAAAAEAc">“l’italiano non è l’italiano: è il ragionare. Con meno italiano lei sarebbe forse ancora più in alto”</a>.</p>
<p>Ed è per questo che queste improprietà mi spaventano. Quali pensatori e governanti si stanno occupando di noi in un momento così drammatico ? Che preparazione tecnica e competenza hanno e dimostrano ?</p>
<p>Un altro giorno, se volete, parleremo dell’obbligo delle mascherine per i bambini superiori a 6 anni. Anche quei bambini sanno che in Italia ai minori di 14 anni non possono essere applicate sanzioni neanche se commettono reati, figuriamoci “violazione di DPCM”. Vuoi ottenere davvero quel risultato ? Devi imporre l’obbligo ai genitori di far utilizzare le mascherine ai propri figli minori, non imporre l’obbligo direttamente ai bambini. Ma non perché un bambino di sette o dieci anni non legge la Gazzetta Ufficiale, ma perché quel bambino, come tutti sanno, non ha capacità giuridica che, a determinate condizioni, acquista solo a 14 anni per quanto attiene la possibilità di essere assoggettato a sanzioni.</p>
<p>A chi non mi conosce e può pensare che si tratti di pregiudizio politico offro, per par condicio, l’analogo testo delle ordinanze del Presidente della Regione Siciliana, fermo restando che a me sembra non solo disordine, ma follia che il primo che passa emetta ordinanze limitative della libertà personale che poi si inseguono e si accavallano, si sommano e si sottraggono, ingenerando nei cittadini che dovrebbero rispettare quelle disposizioni la più grande confusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-2552 aligncenter" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/articolo-6-300x251.png" alt="" width="476" height="398" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/articolo-6-300x251.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/articolo-6-600x502.png 600w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/articolo-6.png 623w" sizes="auto, (max-width: 476px) 100vw, 476px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Articolo 6 dell’ordinanza 19/10/2020 n. 48 in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana 23/10/2020 n.37. E’ possibile notare, anche con maggiore evidenza, l’assurda pretesa di imporre obblighi sanzionati direttamente ai bambini maggiori di 6 anni che, nonostante le tante stranezze e amenità della normativa consentita dallo Statuto Speciale, anche in Sicilia non hanno capacità giuridica.</p>
<p>Articolo 3 dell’ordinanza 24/10/2020 n. 51 in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana: <em>“dalle ore 23 alle ore 5 del giorno successivo sono limitati gli spostamenti con ogni mezzo, ad eccezione degli spostamenti per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o d’urgenza, per motivi di salute, ovvero per il rientro presso il proprio domicilio, dimora o residenza”</em>. E’ possibile notare che non sono limitati gli spostamenti a piedi, ma solo quelli “con ogni mezzo”, definizione non applicabile logicamente e giuridicamente ai propri piedi.</p>
<p>Da Siracusa è tutto, a voi la linea.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>Juve – Napoli va giocata? Questo lo dice lei. Riflessioni semiserie sullo Stato di Diritto ai tempi del Coronavirus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2020 19:26:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[de luca]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vediamo se parlando di calcio quelle che appaiono noiose preoccupazioni di giuristi privilegiati possono diventare punti di domanda più diffusamente condivisi. La questione è nota. La Lega Calcio ha stabilito cosa fare nel caso in cui in uno o più calciatori  dovessero risultare positivi al COVID: quella squadra deve giocare, a meno che i positivi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vediamo se parlando di calcio quelle che appaiono noiose preoccupazioni di giuristi privilegiati possono diventare punti di domanda più diffusamente condivisi.</p>
<p>La questione è nota. La Lega Calcio ha stabilito cosa fare nel caso in cui in uno o più calciatori  dovessero risultare positivi al COVID: quella squadra deve giocare, a meno che i positivi ai test non siano oltre un certo numero, o accettare di perdere la partita “a tavolino”; l’Azienda Sanitaria di Napoli ha vietato ai calciatori del Napoli di raggiungere Torino per giocare la partita in quanto pochi di loro erano risultati positivi al test, ma gli altri, per evitare ulteriori contagi, dovevano essere isolati in attesa delle ordinarie procedure di verifica per essere stati a contato con i primi.</p>
<p>I tifosi di vario genere si sono schierati, si attende la decisione del giudice sportivo per osannarla o criticarla.</p>
<p>E’ l’esempio più chiaro ed evidente del livello di incompetenza con il quale è governata l’emergenza sanitaria, con l’attenzione focalizzata esclusivamente alle cose che si vorrebbero fare e non anche al modo di farle.</p>
<p>E’ l’euforia da DPCM, l’ebbrezza di un potere apparentemente non limitato che si disinteressa del contesto istituzionale nel quale interviene.</p>
<p>Eppure sin dall’esordio dei DPCM i giuristi che non avevano perso la parola per timore del contagio o reverenza del potere (compresi, <a href="http://www.ezechiapaoloreale.it/riflessioni-sulla-tutela-dei-diritti-fondamentali-ai-tempi-del-coronavirus/">sin dal 03/04/2020</a>, modesti giuristi di provincia come chi scrive) avevano evidenziato che le disposizioni sanitarie indirizzate a limitare la libertà di movimento dovevano essere chiaramente inserite all’interno di un contesto procedimentale, per di più rispettoso dei principi costituzionali.</p>
<p>In altre parole, pienamente legittimo disporre in linea generale l’isolamento temporaneo dei contagiati, ma poi avrebbe dovuto essere attribuita la competenza a decidere quale autorità fosse dotata del potere di dare tale ordine, direttamente incidente sulla libertà personale, e quale controllo giurisdizionale, costituzionalmente necessario, avrebbe dovuto o potuto essere attivato su tale provvedimento. Per essere certi di non essere fraintesi si era fatto l’esempio del trattamento sanitario obbligatorio che certamente è previsto e correttamente può e deve essere disposto a prescindere dalla volontà dell’interessato, ma il cui procedimento di adozione è chiaramente disciplinato in termini di competenza e prevede l’intervento automatico di controllo dell’autorità giudiziaria.</p>
<p>Non era così difficile. Se non fosse che la pletora di esperti e sedicenti competenti che affolla i corridoi e le stanze dei ministeri e del parlamento appare oramai a propria volta colpita dal terribile virus che provoca l’effetto Dunning Kruger, la nota distorsione cognitiva a causa della quale individui poco o per nulla esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti; effetto il cui paradigma è apparso in tutta la sua nitidezza nell’oramai celebre “Questo lo dice lei ! ” offerto con sicurezza in risposta a un rilievo sollevato da un docente universitario della materia su temi economici da un vice ministro all’economia il cui curriculum riporta alla voce istruzione il diploma di ragioneria e la laurea triennale in economia aziendale e alla voce esperienza lavorativa tre anni come addetta alla sicurezza in uno stadio di calcio e 4 anni come titolare di un centro di assistenza fiscale (CAF).</p>
<p>Se tra le centinaia di norme emergenziali piovute addosso agli italiani qualcuno, ancora immune dall’effetto Dunning Kruger, avesse avuto “l’abilità” di pensare che bisognava anche regolamentare il procedimento di applicazione delle misure sanitarie privative della libertà personale, come suggerisce la logica e impone la Costituzione, oggi il povero giudice sportivo di Juventus – Napoli non sarebbe in croce (qualunque soluzione inventerà, infatti, sarà ritenuta sbagliata o non accettata dall’altra parte), Agnelli e De Laurentis non avrebbero materia di reciproco bullismo e le opposte tifoserie sarebbero ampiamente rasserenate.</p>
<p>D’altra parte è a questo che servono le regole: ne cives ad arma ruant.</p>
<p>Se ti dimentichi di farle, le regole, in quel vuoto nascono i conflitti.</p>
<p>E dall’Italia dei DPCM per oggi è tutto.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/juve-napoli-va-giocata-questo-lo-dice-lei-riflessioni-semiserie-sullo-stato-di-diritto-ai-tempi-del-coronavirus/">Juve – Napoli va giocata? Questo lo dice lei. Riflessioni semiserie sullo Stato di Diritto ai tempi del Coronavirus</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<item>
		<title>Referendum costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;no&#8221; e ho vinto</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 07:40:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[analisi]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia. L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia. Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell&#8217;oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/">Referendum costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;no&#8221; e ho vinto</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia.</p>
<p>L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia.<br />
Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell&#8217;oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani e in condizioni diverse, diventare a sua volta prevalente.<br />
A perdere, piuttosto, e nettamente sono stati tutti i partiti politici e tutti i parlamentari che hanno registrato il 100% di mancato gradimento.<br />
Se è facile leggere nella motivazione del 70% degli elettori, quelli che hanno votato SI, una netta e sonora condanna e la piena delegittimazione degli attuali parlamentari ritenuti per le loro qualità personali del tutto inidonei al ruolo loro assegnato, più complessa e più interessante è la lettura della motivazione dell’altro 30% di elettori, quelli che hanno votato NO.<br />
Personalmente mi sono battuto con impegno e passione per il No a una riforma costituzionale priva di un disegno organico e tecnicamente poco approfondita sul versante della rappresentatività dei vari territori con una significativa penalizzazione per i territori del sud, e in particolare della Sicilia, ma la motivazione “politica” di una scelta che sapevo essere certamente non popolare va al di là di ragioni puramente tecniche e giuridiche.</p>
<p>Della scelta degli elettori che hanno votato SI condivido ovviamente il giudizio negativo su buona parte degli attuali parlamentari, ma, da un lato, lo riservo a loro e non lo estendo all’istituzione che essi temporaneamente oggi rappresentano, e, dall’altro, a mio avviso, sarebbe stato necessario andare oltre questo primo approccio critico, certamente fondato ma forse troppo superficiale.</p>
<p>Il NO, come ho detto quando ho accettato di coordinare il Comitato dei Giuristi Siciliani per il NO, è stata per me una scelta dal significato rivoluzionario, non già la semplice condanna dell’incapacità dei singoli parlamentari o del loro agire immorale, ma la ferma disapprovazione della attuale linea dei partiti politici, inidonea a fronteggiare la complessità del momento storico, prigioniera della ricerca di un consenso a ogni costo che ha fatto perdere dignità e coerenza alle radici ideali di ognuna di queste forze che continuano ad alimentarsi dell’insoddisfazione della gente con la finalità di gestire il potere senza sostanziali differenze di idee e di valori.<br />
Un “NO” contro chi oggi comanda davvero, e cioè i partiti, e quindi rivoluzionario, anziché un SI che, assecondando i desideri e le scelte di quei partiti, tutti ugualmente responsabili dell’attuale situazione negativa del nostro paese, mi è apparso subito come conservazione dell’esistente, idoneo solo a ottenere un “sacrificio umano” di 345 soggetti sull&#8217;altare della piazza, a distribuire, in puro “Maria Antonietta Style”, qualche brioches a chi non ha il pane quotidiano.<br />
E non vi è dubbio che nelle urne i partiti a sostegno del “SI”, che in Parlamento rappresentano il 97,5% dell’elettorato, hanno perso il 30% dei consensi dei loro elettori che, in una scelta fondamentale come quella di modificare la Costituzione, non si sono sentiti rappresentati da nessuno.</p>
<p>Presi giustamente a schiaffi i parlamentari, quindi, da chi ha votato “SI”, anche i partiti politici hanno nettamente perso la sfida referendaria, colpiti e affondati da chi ha votato “NO”.<br />
L’esistenza, certificata nelle urne elettorali, di una minoranza robusta e non rappresentata in Parlamento costituisce il primo dato molto positivo del risultato referendario, idoneo a far riflettere i partiti che vorranno farlo sul rischio di inseguire ad ogni costo onde qualunquiste e desideri della piazza, immemori del fatto, da un lato, che le richieste della piazza rumorosa sono spesso irragionevoli e non sempre corrispondono all&#8217;interesse collettivo, come ha insegnato definitivamente la scelta della folla tra Barabba e Gesù e, dall’altro, che nella piazza troverai sempre, prima o poi, qualcuno che è capace di urlare più forte di te e contro di te, come imparò a suo spese un transitorio idolo delle folle come Robespierre, mentre sono il ragionare pacato e l’agire competente che consolidano il consenso di chi non urla e non pretende, ma sa ascoltare e valutare.<br />
Questo aspetto merita certamente di essere approfondito con una breve analisi sulla distribuzione territoriale delle scelte di voto e sulla loro provenienza da elettori dei vari partiti presenti nella contemporanea competizione elettorale per la Presidenza di alcune Regioni.<br />
In questo i dati sono molto chiari.<br />
Le ragioni del SI hanno avuto una più netta condivisione nelle regioni del sud (79,89 % in Molise, 77,53% in Calabria, 77,41 % in Campania, tra il 75 e il 76 % i Basilicata, Puglia e Sicilia) piuttosto che in quelle del nord (tutte sotto il 70% – con l’ovvia eccezione del Trentino Alto Adige che la riforma ha gratificato di una straordinaria rappresentanza territoriale – con punte del 62,44 % in Veneto, del 63,78 in Liguria e del 65,96 in Toscana) e del centro (sotto il 70% in Lazio, Umbria, Marche e Sardegna).<br />
Le prime analisi puntuali del voto, come riportate dalla stampa, <a href="https://www.ilmessaggero.it/politica/referendum_roma_voto_si_no_come_hanno_votato-5476651.html">hanno poi evidenziato una sensibile differenza nella scelta del voto degli elettori delle grandi città rispetto agli elettori dei Comuni più piccoli e, soprattutto, una straordinaria differenza tra la scelta degli elettori residenti nelle periferie rispetto a quelli residenti nelle zone centrali delle città più numerose</a>.<br />
Più si sale verso il nord, più si va nei grandi centri e più ci si allontana dalla periferia e maggiore è la percentuale di elettori che ha votato NO sino a raggiungere una misura anche superiore al 50% ( è il caso delle aree centrali di Roma, Milano e Torino dove il NO ha superato il 55%).<br />
Nelle aree dove l’economia e la cultura danno più respiro agli elettori sembra quindi evidente che sia stato possibile elaborare una risposta al quesito referendario che andasse oltre la protesta contro i “privilegi” dei parlamentari e non si accontentasse di un taglio lineare punitivo per i singoli ma premiante per le politiche dei loro partiti di riferimento.<br />
Nelle aree dove prevale la sofferenza, la disperazione e dove la diffusione della cultura rimane un optional che spesso non ci si può permettere, la scelta degli elettori è stata quella, attraverso il SI, di inviare il messaggio più diretto e immediato possibile a coloro che sono ritenuti responsabili del loro difficilissimo stato esistenziale per manifestare la propria profonda insoddisfazione .<br />
Vi è, quindi, una legittima reazione al disagio, che per comodità e semplicità chiameremo populista, immaginando un’accezione neutra del termine, indirizzata contro i singoli parlamentari quantificabile in un 70% dell’elettorato, principalmente nel sud, nelle periferie e nei piccoli centri, che costituisce, e probabilmente continuerà a costituire, il bacino di pesca dei partiti politici che hanno scelto di cavalcare la protesta prima votando la riforma e poi schierandosi per il SI nella consultazione referendaria. Certamente il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, ma anche il Partito Democratico e Forza Italia che, nonostante tradizioni culturali diverse, hanno virato verso il maggior bacino di voti nel timore di perdere forza elettorale e/o incarichi di governo.<br />
Per converso vi è un’Italia profondamente insoddisfatta non solo dei parlamentari ma soprattutto delle scelte di fondo operate dai partiti politici, oramai chiaramente indirizzate alla mera ricerca del consenso e incapaci di programmare un futuro basato su valori e ideali, della quale il 30% di elettori ha voluto offrire testimonianza attraverso il NO a una riforma che, in base allo schieramento dei partiti, avrebbe dovuto ricevere un consenso unanime.<br />
E sono in gran parte gli italiani del nord e del centro, delle grandi città, delle zone centrali; gli italiani che muovono l’economia e la cultura e che assicurano i diritti di tutti con l’esercizio delle loro professioni, come è reso evidente dall’analisi del voto per fasce di reddito e titoli di studio che evidenzia come il NO è stato votato dal 45,8% degli elettori laureati e dal 41,4% degli elettori appartenenti ai ceti medio-alti mentre il SI ha visto una netta prevalenza nei ceti medi (73,8%) e tra gli operai (79%).<br />
Il 30% di italiani che hanno votato NO, forse anche perché possono permettersi, favoriti dalla sorte o premiati dall’impegno, di guardare a un futuro più lontano senza annaspare nelle esigenze indifferibili del presente, ha chiarito di non essere interessato alle scelte populiste dei partiti politici, di non sentirsi da loro rappresentato, di cercare un livello di analisi delle riforme più complesso e più adeguato alla necessità di trovare una stabile soluzione alle enormi problematiche poste da un mondo in velocissimo cambiamento dal quale l’Italia si sta facendo trascinare senza orientamento e senza bussola, dimenandosi tra improbabili governi di “amici/nemici” e riforme sensazionalistiche negli annunci, esteticamente molto presentabili in termini pubblicitari ma, in concreto, del tutto irrilevanti, quando non dannose.<br />
Ed è estremamente confortante che il NO sia stato preferito dal 49,6 % degli elettori giovani, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, segnale importante che chi non subisce ancora in modo troppo stringente la pressione della quotidianità e ha una prospettiva di benessere che guarda al lungo periodo non è attratto dagli slogan pubblicitari e non è disposto ad abbandonare la prospettiva valoriale per seguire la moda del momento.</p>
<p>Senza dire che il dato percentuale andrebbe anche rivalutato in relazione alle particolari circostanze (tra tutte le misure di contenimento dell’epidemia e la coincidenza di data delle elezioni amministrative solo in alcune parti del territorio) che hanno caratterizzato una consultazione che si annunciava plebiscitaria dopo il voto unanime del Parlamento e che il fronte del NO ha affrontato senza i mezzi economici e gli accessi ai media che sono garantiti ai partiti politici, schierati tutti sul fronte opposto.</p>
<p>La riprova che quel 30% di NO corrisponde, anche, a un preciso avvertimento ai partiti politici lo si ritrova nell’analisi dei risultati elettorali nelle regioni chiamate al voto.<br />
L’emorragia di voti subita dai partiti politici schierati in favore del SI è troppo evidente per non essere significativa:<br />
Il M5S, alfiere della riforma costituzionale, ha perso due terzi dei propri elettori attestandosi rovinosamente sotto la soglia del 10% dei consensi e scomparendo, addirittura, nel Veneto.<br />
La Lega ha subito un’evidentissima battuta d’arresto rispetto alla marcia trionfale che sembrava aver intrapreso. Nonostante i risultati elettorali possano ritenersi premianti rispetto alle elezioni precedenti, certamente essi sono fortemente penalizzanti rispetto al trend esplosivo di crescita degli ultimi due anni e il risultato ottenuto ha, con ogni probabilità, interrotto, probabilmente definitivamente, il tentativo della Lega di “sbarco al sud” che costituiva in prospettiva il suo maggiore fattore di crescita.</p>
<p>Forza Italia è oramai un ricordo e la sua perdita costante di consenso sembra inarrestabile tanto che la soglia del 5% è stata raggiunta con grande difficoltà in quasi tutte le regioni mentre in Veneto un triste 3,6% ne ha certificato la perdita di ogni rappresentanza.</p>
<p>Fratelli d’Italia ha consolidato la propria importante crescita, grazie anche a un elettorato fortemente ideologizzato, ma non ha fatto il salto di qualità che molti al suo interno speravano e, in parte, davano per certo. E ciò principalmente perché non ha saputo rispondere agli sguardi interessati di un mondo che ne condivide molte posizioni, ma non si riconosce nella rigidità ideologica di altre, in particolare in tema di diritti e di garanzie latu sensu liberali.</p>
<p>Solo il PD, pur perdendo voti rispetto alle precedenti elezioni, ha avuto la capacità di interrompere il trend negativo di consensi nel quale liti, scissioni e opinabili scelte di governo lo avevano imprigionato, stabilizzando una propria posizione rilevante nel panorama politico.</p>
<p>Ma anche in questo caso la chiave di lettura del voto non muta.</p>
<p>Il PD, che è forse l’unico partito realmente strutturato e organizzato oggi in Italia, ha un elettorato tradizionale e maturo che, anche nei momenti nei quali non si riconosce nelle scelte del partito, continua a valutarlo, non senza ragione, come argine a scelte ideologiche delle quali ha effettivo e vero timore e tale caratteristica del suo elettorato – già emersa con chiarezza nelle precedenti elezioni regionali in Emilia Romagna – in assenza di offerte politiche diverse e credibili (non sono evidentemente state ritenute tali né quella di Renzi né quella di + Europa o di Azione), ha evitato al PD la temuta emorragia di voti contenendo significativamente le perdite già pronosticate.</p>
<p>Per una larga fetta del suo elettorato moderato che ha continuato a votare il partito pur battendosi per il NO al referendum, la posizione antiparlamentare estranea alle proprie tradizioni culturali assunta dal PD resta però una ferita aperta che potrebbe riprendere a sanguinare in assenza di quello stato di necessità determinato dall’esigenza di impedire il prevalere della destra populista che i vertici del partito invocano costantemente come giustificazione delle loro scelte, certamente stravaganti rispetto alla tradizione culturale dei loro elettori.</p>
<p>L’esistenza di una barriera trasversale, numericamente significativa e socialmente qualificata, a quella che appariva come inarrestabile valanga populista obbligherà, quindi, i partiti che ne hanno la possibilità ad adattare le proprie scelte politiche all’esigenza di rappresentare anche quell’elettorato che da quelle scelte si è smarcato: il bacino di voti populista è oramai troppo affollato di rappresentanti e la pesca di ulteriori consensi inizia a essere difficile, se non impossibile.</p>
<p>E questa prospettiva, che è una bella vittoria del manipolo di “resistenti” del NO, offre concrete speranze a una nuova politica fondata sulla competenza, sulla coerenza e sulle scelte valoriali non negoziabili.</p>
<p>Il secondo risultato positivo che mi sembra giusto riconoscere a chi ha votato NO è che il fronte istituzionale del SI, che conta in Parlamento il 97,5 % (a questo punto solo apparente) dei consensi, troverà certamente, dalla presenza nella società civile di una significativa massa critica nei confronti della riforma, un forte stimolo ad apportare prima possibile i correttivi che gli stessi sostenitori del SI hanno sempre detto essere necessari, a partire da una legge elettorale che restituisca maggiore equilibrio alla distribuzione territoriale della rappresentanza politica e riporti la scelta dei parlamentari dalle segreterie dei partiti all’elettore.</p>
<p>L’esistenza di una forte e qualificata opposizione alla riforma ha, infatti, obbligato i suoi sostenitori a prendere degli impegni ben precisi con il proprio elettorato, a considerare il taglio lineare dei parlamentari come un semplice primo passo di una riforma complessivamente migliore da realizzare in breve tempo con una nuova legge elettorale, con regolamenti parlamentari più efficienti e con un riequilibrio complessivo dei poteri oggi sbilanciati dalla semplice riduzione numerica di deputati e senatori.</p>
<p>Il dato negativo che leggo nelle urne è invece quello che i pericoli evidenziati dai sostenitori del NO, in tema di prospettiva insidiosa per la tenuta della democrazia rappresentativa dell’ideologia che ha spinto la riforma costituzionale, pur non essendo fortunatamente attuali, non possono certo dirsi scongiurati perché il 70% dei consensi è una percentuale molto elevata, all’interno della quale evidentemente forte, ma credo e spero non maggioritaria, è la posizione di chi aspira a un modello di governo diverso, non a caso immediatamente evocato dall’anima del M5S Beppe Grillo, che pone il totem dell’efficienza, della governabilità e della tecnocrazia al di sopra di quei valori e di quei diritti che non appaiono immediatamente monetizzabili, e che, pertanto, nel mondo del consumo veloce e globale, non sono appetibili, ma che sono le fondamenta della nostra libertà senza la quale nessun benessere economico e nessun avanzamento sociale può mai essere auspicabile.</p>
<p>Il risultato elettorale, letto in tale prospettiva, è, infatti, funzionale alla riduzione del potere parlamentare e alla tentazione di spostare le sedi decisionali effettive in territori controllati da tecnologie gestite in modo non trasparente e in mano di comitati tecnici di varia natura privi di qualsiasi legittimazione democratica.</p>
<p>Se questa riforma, voluta dagli italiani, costituirà solo un primo passo verso un miglioramento effettivo della democrazia rappresentativa e non un primo passo verso la sua soppressione una parte di merito andrà certamente a chi ha alzato e difeso la bandiera del NO, che è anche un NO a essere domani disponibili, consenzienti o anche solo silenti rispetto a tentativi di imporre schemi di potere autoritario che promettono efficienza e moralità in cambio di spazi di libertà e di democrazia.<br />
La battaglia delle Termopili è ricordata per l’eroismo dei 300 spartani sconfitti che con la loro resistenza contro gli oltre 100.000 persiani, compreso il contingente di soldati scelti conosciuti sino ad allora come “Immortali”, consentirono ai greci la successiva vittoria finale a Salamina.<br />
Fu una battaglia persa in partenza ma combatterla senza risparmiarsi consentì di vincere la guerra.<br />
Rimane scolpita nella Storia la risposta di Leonida a Serse che gli ingiungeva di consegnare le armi: “Vieni a prenderle!”.<br />
E forse non è un caso che in quella seconda guerra persiana i greci stessero lottando per difendere le loro libertà dalle mire espansioniste di un sovrano assoluto, Serse, il “Grande Re”.</p>
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<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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