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	<title>piero gobetti Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>piero gobetti Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Liberalismo e rivoluzione a cento anni dalla morte di Piero Gobetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 09:37:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[carlo rosselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo per ogni inezia tutto l’Arsenale dello Spirito”.<br />
Gobetti guardava in realtà con vivo interesse a quanto stava accadendo in Russia e pensava che Lenin e Trotzki non fossero solo dei bolscevichi, ma “uomini d’azione che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un’anima”.<br />
La loro opera incarnava un “paradosso dello spirito russo”, da cui derivava “la negazione del socialismo e un’esaltazione di liberalismo”. “Energie Nove” concluse la sua breve vita nel 1920 e nel 1922 Gobetti fondò “La Rivoluzione liberale”, che assunse subito una posizione antifascista. La reazione di Mussolini giunse nel giugno del 1924, quando scrisse al prefetto di Torino, chiedendogli di rendere la vita difficile a “questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Nel settembre del 1925, dopo aver subito una violenta aggressione squadristica, Gobetti si rifugiò a Parigi, dove, anche a causa dei traumi riportati, morì il 16 febbraio del 1926.<br />
Gobetti riconobbe nei consigli di fabbrica torinesi i caratteri liberali che aveva individuato nella rivoluzione russa, pur considerando utopiche, come ha scritto Lelio Basso, le finalità collettivistiche. La rivoluzione, a suo avviso, sarebbe fallita, ma sarebbe riuscita a formare una matura classe dirigente.<br />
Basso riscontra, nelle analisi gobettiane, temi presenti nel “Socialismo liberale”, che Carlo Rosselli delineò proprio sulle pagine de “La Rivoluzione liberale”. Togliatti, che nel 1919 aveva attaccato Gobetti, ne difese poi la memoria, nel momento in cui scagliava i suoi anatemi contro Carlo Rosselli, assassinato in Francia nel 1937 insieme al fratello Nello da membri del gruppo fascista Cagoule. Nel 1931, scrisse, su “Stato operaio”, che Gobetti era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.<br />
Rosselli, come emerge dalla sua Risposta a Giorgio Amendola, pubblicata nel gennaio 1932 sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”, riteneva infondato il tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Precisava infatti che aveva ammirato in Marx “lo storico e l’apostolo del movimento operaio”, ritenendo però che l’economista fosse “morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo”. Chiedeva poi ad Amendola se potesse mai credere che Gobetti avrebbe accolto con disinvoltura “il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi, e tutto l’armamentario che distingue in Europa il comunismo ufficiale”. Citava infine Gramsci, secondo il quale Gobetti non sarebbe mai diventato comunista. Le vicende storiche italiane non avevano favorito, scriveva Gobetti, la formazione di una classe politica liberale e fu “gran ventura” che a guidare il Risorgimento fosse stato Cavour, protagonista di una “rivoluzione liberale”, rimasta incompiuta a causa delle politiche conservatrici e protezionistiche dei suoi successori. La lotta di classe è per Gobetti, l’experimentum crucis del liberalismo, perché “promuove nel cittadino la coscienza di produttore, come capitalista, come tecnico, come operaio”. Diversamente da Antonio Gramsci, cui era legato da un rapporto di profonda stima e amicizia, pensava che il sistema borghese sarebbe stato “ravvivato” proprio “dai becchini della borghesia”. La volontà di contenere il conflitto, che<br />
attribuiva a Turati e a Giolitti, riduceva al silenzio le dinamiche sociali, con la conseguenza che, in Italia, il vero contrasto non era tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità. Ecco perché Mussolini era divenuto “l’eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione al riposo”. Gobetti pensò che nei soviet gli operai potessero sentirsi eredi dello spirito borghese, ma, se avesse avuto il tempo di osservare gli sviluppi della rivoluzione, avrebbe preso atto che Lenin, dopo aver sostenuto che tutto il potere apparteneva ai soviet, aveva imposto il primato assoluto<br />
del partito. Avrebbe sicuramente condiviso l’opinione di Rosa Luxemburg, che descriveva il dominio del partito come “un governo di cricca”, in cui la convocazione saltuaria di una élite operaia si concludeva votando all’unanimità le risoluzioni proposte. Il nome “Unione Sovietica”, per la Russia post-rivoluzionaria, era dunque “una menzogna”, come ha scritto Hannah Arendt, in quanto riconosceva, ingannevolmente, quegli organismi di democrazia spontanea che il partito bolscevico aveva svuotato di senso.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Socialismo liberale e Riformismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2021 11:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giugno del 1932 (due mesi dopo l’attacco di Togliatti al &#8220;socialtraditore&#8221; Turati su<em> Lo Stato operaio</em>), Carlo Rosselli scriveva sui <em>Quaderni di Giustizia e Libertà</em>, che Turati aveva avuto il coraggio di battersi non per una antistorica Italia socialista, “per la quale mancavano tutti i presupposti”, ma per un’Italia “moderna, liberale, che liquidasse gli avanzi feudali” e favorisse lo sviluppo di una borghesia industriale e di un proletariato organizzato. Aveva così trasformato un problema di classe in un problema nazionale, ottenendo un diffuso consenso. Nel chiedersi fino a che punto Turati fosse marxista, scriveva che quella fede si era in lui gradualmente dileguata, “secondo una esperienza che fu comune a tutti i grandi socialisti del suo tempo”.</p>
<p>Tutto ciò lo distingueva dai “teologi massimal-comunisti&#8221; chiusi nella torre d&#8217;avorio dell&#8217;ideologia, che, pur ritenendo passata l’ora della rivoluzione, continuavano “a far pompa di frasi incendiarie&#8221;, accusando i riformisti di sabotare quella rivoluzione che essi stessi non avevano mai seriamente voluto.</p>
<p>Quando, nel 1922, lo sciopero generale consentirà ai fascisti di presentarsi come i custodi dell’ordine borghese, Turati &#8211; scrive Rosselli &#8211; “ancora una volta assumerà su di sé il peso degli errori altrui e difenderà questo sciopero, da Don Chisciotte del proletariato”. Rosselli vede in lui il ponte tra il 1848 e il nuovo Risorgimento morale: “Cattaneo, Mazzini, Garibaldi, Pisacane, i grandi vinti del Risorgimento politico danno la mano a Turati, questo grande, ma provvisorio, vinto del Risorgimento sociale, per annunciare, indissolubilmente uniti, la nuova storia italiana”.</p>
<p>L’intensità di questi richiami fa pensare all’ambiente familiare di Rosselli, in cui la tradizione risorgimentale era coltivata religiosamente. Nella sua prefazione a <em>Socialismo liberale, </em>Aldo Garosci ricorda che i Rosselli erano una famiglia di ebrei livornesi che viveva a Londra. Sin dal 1841 intrattenevano un intenso rapporto d’amicizia con Mazzini, che il 10 marzo del 1872 morì proprio in casa Rosselli, a Pisa, dove la famiglia si era stabilita nel 1859. Fra i quattordici che firmarono l’atto di morte, sottolinea Garosci, figuravano ben sette fra Rosselli e Nathan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra il 1928 e il 1929, confinato a Lipari, per aver organizzato, insieme a Oxilia, Parri e Pertini la fuga di Turati in Corsica, Rosselli scrive <em>Socialismo liberale</em>, che verrà pubblicato a Parigi nel 1930, dopo la sua fuga dall’isola nel 1929. Il liberalismo, sostiene, è divenuto, nel corso del tempo, sempre più sensibile al problema sociale e il socialismo si sta liberando “sia pure faticosamente, del suo utopismo”, mostrando una sensibilità nuova verso le libertà individuali: “E’ il liberalismo che si fa socialista o è il socialismo che si fa liberale? Le due cose assieme. Sono due visioni altissime ma unilaterali della vita che tendono a compenetrarsi e a completarsi. Il razionalismo greco e il messianismo d’Israele”. Il liberalismo non si identificava più con l’economia di mercato, il socialismo, a suo avviso, stava gradualmente prendendo le distanze dal messianismo della scolastica marxista-leninista. Queste convinzioni si consolidarono dopo la laurea, quando si recò in Inghilterra e frequentò la <em>London School of Economics</em> e la <em>Società Fabiana.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>In una lettera a Claudio Treves, che, recensendo <em>Socialismo liberale</em>, aveva definito il suo autore “né socialista né liberale”, Rosselli avverte l’esigenza di chiarire i punti fondamentali del suo libro: 1) il sistema marxista implica una posizione deterministica; 2) il revisionismo ha eroso alla base la dimostrazione di Marx della necessità dell’avvento socialista; 3) la tesi socialista, abbandonata come conclusione di un teorema scientifico, è stata reintrodotta come premessa di fede; 4) si è verificata una progressiva rottura fra marxismo e moderni movimenti socialisti; 5) si assiste a un ritorno, pur col decisivo apporto dell’esperienza marxista, a posizioni illuministiche.</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni, intende così dimostrare che il revisionismo può condurre ad una posizione “socialista liberale”, che nel liberalismo vede “la forza ideale ispiratrice, nel moto operaio la forza pratica realizzatrice”. Ritiene poi che, in questo processo, Croce abbia giocato un ruolo fondamentale, smascherando la “scientificità” del marxismo, in cui dirà di aver trovato, al di là delle costruzioni metafisiche, solo “un buon paio di occhiali”, un buon metodo per accostarsi alle cause economiche dei fatti storici. Nella <em>Storia d’Italia</em> esprimerà poi una valutazione positiva del socialismo che, grazie ai riformisti, “da rivoltoso era diventato parlamentare”, sviluppando “i motivi liberali della tradizione italiana sopra quelli illiberali del marxismo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riprendendo temi cari a Cattaneo e alla tradizione repubblicana, Rosselli guarda con estremo interesse al federalismo, che in un testo del 1937 considera un’espressione di autonomia per i singoli e per le comunità. Definisce così le linee di “una società socialista federativa liberale”. Come era prevedibile, <em>Socialismo liberale</em> fu fortemente criticato in casa comunista. Togliatti scrisse su <em>Lo Stato operaio</em>, nel 1931, che il libro si collegava “in modo diretto alla letteratura politica fascista” e lo contrappose alla <em>Rivoluzione liberale</em> di Gobetti. Gobetti, aggiunse, era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli era “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Gobetti era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1932, rispondendo a Giorgio Amendola, Rosselli manifesta tutto il suo dissenso nei confronti del tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Gobetti, diceva che in Marx lo seduceva lo storico e l’apostolo del movimento operaio, non l’economista, che “è morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo […] Credete voi -chiede Rosselli ad Amendola- che Gobetti avrebbe accolto con altrettanta disinvoltura il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi?”. Secondo Gramsci, proseguiva Rosselli, “Gobetti non sarebbe mai diventato comunista” [&#8230;] e “perché lo dovremmo diventare noi, che non abbiamo neppure gli <em>attaches</em> sentimentali per l’ambiente dell’<em>Ordine Nuovo</em>? “.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amendola, commentando il programma di <em>Giustizia e Libertà</em>, poneva polemicamente la domanda: <em>Con il proletariato o contro il proletariato</em>? e Rosselli replica scrivendo che ci sono vari modi di servire il proletariato: “Il comunismo serve il proletariato riducendolo a gregge […] togliendogli sino da ora ogni autonomia […] <em>Giustizia e Libertà</em> intende servire il proletariato sviluppando in esso il senso della dignità, della autonomia”. Appare evidente che l’eretico socialista-liberale, come era accaduto prima al riformista-socialtraditore Turati, aveva ampiamente meritato, con onore, la sua scomunica, ma anche l’ammirazione di quanti, contro l’ortodossia ideologica, hanno scelto di stare dalla parte degli eretici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber hanno scritto, nella prefazione a <em>Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione</em>, che il socialismo liberale è forse l’unico ideale radicato nella tradizione politica e morale europea ad avere un “respiro universalista”. Il messaggio di Carlo Rosselli, con il suo costante richiamo alla “libertà eguale”, si colloca dunque al centro di ogni confronto politico che affronti il tema della diseguaglianza e lo testimonia l’interesse che ha suscitato negli Stati Uniti la traduzione di <em>Socialismo liberale</em>, curata proprio da Nadia Urbinati e pubblicata nel 1994 dalla <em>Princeton University Press</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi consultati</p>
<ol>
<li>Rosselli,<em> Scritti dell’esilio</em>, Einaudi, Torino, 1988, 2 Voll., vol. I.</li>
<li>Garosci, Prefazione a C.Rosselli,<em> Socialismo liberale</em>, Einaudi, Torino, 1973.</li>
<li>Rosselli, <em>Socialismo liberale, </em>Einaudi, Torino, 1973<em>.</em></li>
<li>Croce, <em>Storia d’Italia dal 1871 al 1915</em>, Laterza, Bari, 1943.</li>
<li>Togliatti, <em>Opere</em>, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. III, T. II.</li>
<li>Urbinati-M.Canto Spreber, <em>Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione,</em> Marsilio, Venezia. <em> Se la Sinistra mette l’accento sulla libertà</em>, Incontro di <em>Reset</em> con Giuliano Amato e Nadia Urbinati<em>, Reset</em>, marzo-aprile 2004.</li>
</ol>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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