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	<title>Maria Concetta Tringali, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Maria Concetta Tringali, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>Sul conflitto russo-ucraino e sulla fine della pace in Europa. Intervista al filosofo Salvo Vasta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Concetta Tringali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A più di un mese dall’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, mentre Biden ripete che in gioco ci sono le democrazie del mondo, la risposta della nostra politica è pressoché allineata. Al netto di Sinistra Italiana e pochi altri fuori dal coro e di Conte che definisce “impensabile un riarmo”, l’Italia è tra i paesi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sul-conflitto-russo-ucraino-e-sulla-fine-della-pace-in-europa-intervista-al-filosofo-salvo-vasta/">Sul conflitto russo-ucraino e sulla fine della pace in Europa. Intervista al filosofo Salvo Vasta</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A più di un mese dall’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, mentre <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/03/25/ucraina-mosca-ai-soldati-fine-guerra-entro-il-9-maggio.-prioritario-il-controllo-del-donbass_757df95a-5bd1-4ddb-9356-e1654fe13fab.html"><strong>Biden</strong></a> ripete che in gioco ci sono le democrazie del mondo, la risposta della nostra politica è pressoché allineata. Al netto di Sinistra Italiana e pochi altri fuori dal coro e di Conte che definisce “impensabile un riarmo”, l’Italia è tra i paesi che hanno deliberato un aumento della spesa militare. Nella seduta scorsa la Camera ha approvato, infatti, il disegno di legge di conversione del d.l. 25 febbraio 2022, n. 14, noto come <a href="https://documenti.camera.it/apps/CommonServices/getDocumento.ashx?sezione=lavori&amp;idLegislatura=18&amp;tipoDoc=pdl&amp;idDocumento=3491-A"><strong>Decreto Ucraina</strong></a>. È ormai certo però che il Governo porrà la fiducia al Senato, per il provvedimento che preannuncia un incremento delle spese di Difesa intorno al 2% di PIL.</p>
<p>Intanto la resistenza degli ucraini continua. La notizia che lascia sperare arriva in queste ore da Istanbul e apre lo spiraglio ad una tregua che ancora non c’è. Malgrado i negoziati, Kiev resta sotto i raid.</p>
<p>La guerra sul terreno è un quadro fisso: devastazione, palazzi sventrati, file di sfollati. La narrazione poi è parte del conflitto.</p>
<p>Ma davvero alla guerra non c’è altra via che la guerra? La domanda è di quelle che risuonano in testa come tamburo battente in queste settimane, per questo giriamo l’interrogativo a Salvatore Vasta, professore associato di Storia della filosofia contemporanea all’Università degli Studi di Catania, autore di numerosissimi saggi e di una importante attività di ricerca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è il pensiero del filosofo su questo conflitto. Era davvero inevitabile? </strong></p>
<p><em>Non possiamo negare al conflitto una sua oggettività. Mettendo per un attimo da parte la questione che in una guerra ci sono sempre almeno due contendenti con qualcuno che sta dal lato “giusto” e qualcun altro da quello “sbagliato”, per quanto si possa essere refrattari all’idea, c’è da sempre chi sembra riservare all’aggressione programmata e allo scontro cruento una modalità prioritaria per affrontare e risolvere controversie con altri uomini. La guerra è una parte integrante della storia dell’umanità. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Vuol dire che dobbiamo arrenderci e riconoscere alla guerra un carattere di necessità ed ineluttabilità?</strong></p>
<p><em>No, questa consustanzialità non deve mai farci pensare che abbia le caratteristiche della necessità. </em><em>Non è assimilabile a una legge di natura. Una cosa è teorizzarla letterariamente, studiarla, comprenderne le ragioni, altra cosa è la sua giustificazione o la sua attuazione. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>La filosofia cosa ci dice in proposito?</strong></p>
<p><em>La filosofia, per sua costituzione epistemologica, non può accettare gli ultimi due punti di vista. La guerra la fanno e la vogliono gli uomini. È agita da qualcuno e in genere ogni aggressione è atto volontario, non riconducibile alla casualità. </em><em>Seguendo questo semplice ragionamento, nessun conflitto può essere considerato in linea di principio necessario e ineluttabile.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Secondo il filosofo ucraino Minakov, Putin che oggi sembra il vincitore in pochi anni trasformerà la Russia in un deserto. Di lui, appena tre anni fa, Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro “21 Lezioni per il XXI secolo” scriveva che “non è né Gengis Kahn né Stalin e sembra sapere meglio di chiunque altro che con quella forza militare non può andare lontano nel XXI secolo, perché per avere successo una guerra oggi deve restare un conflitto di impatto contenuto”. Diversamente, quello che sta accadendo oggi, ci mette di fronte al pericolo che questa guerra superi i confini e si trasformi nella terza guerra mondiale. </strong></p>
<p><strong>Professore, come leggiamo dunque l’invasione dell’Ucraina? </strong></p>
<p><em>Minakov è convinto che quella putiniana sia una strategia supportata da una componente orientata ai cascami di una certa tradizione di interpretare il potere. La carriera di Putin in tempi di post-comunismo ne è una carta di identità adamantina. </em></p>
<p><em>Il putinismo, se di questo </em><em>si tratta, da un lato è una modalità aggressiva e autocratica di gestire il potere economico-politico, creando non un capitalismo di stato, ma un capitalismo di cui lo stato rappresenta una semplice mediazione, una sorta di club esclusivo al quale si può appartenere per cooptazione. Dall’altro lato esso poggia sull’assunto che la Russia non è, né dovrà mai essere, parte di quell’idea illuministica di razionalità europea che, anche con qualche contraddizione, ha orientato l’Europa verso i traguardi della laicità (il “portmanteau” che ci ha permesso di guardare alla libertà e all’uguaglianza o ai diritti nel loro complesso come forme essenziali, attraverso le quali una collettività esprime il proprio desiderio ad autodeterminarsi). </em></p>
<p><em>A queste potranno aggiungersi poi molte altre considerazioni, di ordine certamente geopolitico ed economico, ma non vi è ragione alcuna per non credere che Putin voglia sottolineare questa diversità a tutti i costi, anche correndo il rischio “stupido” di iniziare qualcosa della quale non è possibile conoscere l’esito. Tutto si giocherà su quanto sapremo accettare e condividere questa nuova parentesi storica, temo abbastanza lunga, di riaccomodare il nostro stile di vita a una sobrietà che negli ultimi decenni abbiamo dimenticato. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Fuori da ogni previsione, può trattarsi &#8211; come sostiene lo storico israeliano &#8211; di un errore di valutazione? Siamo di fronte alla “stupidità umana” che Harari ritiene essere una delle forze decisive (e forse sottovalutate) della storia?</strong></p>
<p><em>Putin è l’ennesimo giocatore che si siede al tavolo della storia pensando di giocare da solo la partita. Non lo fa immaginando di prevedere le mosse dell’avversario rispettandolo, ma giocando con regole che sono soltanto le sue, fatte anche di imprevedibilità. In un contesto del genere, o si adeguerà alle regole condivise del gioco o verrà rimosso dal tavolo. In ciò potrebbe tradursi quella “stupidità” di cui parla Harari, perché il tallone di Achille della invincibilità e della sicurezza di Putin (come di chiunque abbia voglia di far guerra alla Putin), non risiede in ciò che l’avversario ha e tu non vedi, ma in ciò che ti rifiuti di attribuirgli, pur avendolo sotto gli occhi. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Tra le reazioni scomposte di molti, in queste che sono state settimane difficili, non possiamo tralasciare il tentativo dell’università Bicocca di Milano di cancellare il corso su Dostoevskij. </strong></p>
<p><em>Ciò che è accaduto all’Università di Bicocca, stando almeno a quanto sappiamo, lo annovero tra quelle forme di stimolo-risposta non ponderate: accade quando si vuol evitare che un probabile evento inneschi delle critiche e nel cercare di prevenirlo si procurano invece, dall’interno e in anticipo, conseguenze di più forte intensità. </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alla base cosa c’è?</strong></p>
<p><em>Il pregiudizio è quasi sempre alla base dell’errata valutazione della realtà. Del pari, l’idea massimalista secondo la quale un tema possa essere trattabile o meno, a seconda di una determinata situazione storica contingente, mi sembra assolutamente poco condivisibile, soprattutto se parliamo di un corso universitario. Ciò sposta il discorso su un altro livello e ci fa capire come ogni eventuale “raccomandazione” nel leggere la realtà sia meglio ascriverla ai dubbiosi, piuttosto che agli zelanti.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Preferire il dubbio piuttosto che le certezze incrollabili, insomma, è il suggerimento. La censura nella forma dell’epurazione &#8211; che è poi la massima espressione del divieto e infine del controllo &#8211; siamo abituati a riconoscerla e anche a respingerla. Ma siamo certi che in questo momento non ne serpeggi un’altra, più difficile da osteggiare? Sono le fake news, è la falsa informazione, la censura del nuovo ventennio?</strong></p>
<p><em>Sul rapporto tra censura e fake-news e sul ruolo che queste ultime stanno assumendo come forma più soft (ma sicuramente più pervasiva) nel dominare il campo dell’informazione, sono d’accordo. Anzi, dirò di più<strong>. </strong>Laddove la censura opera un vero e proprio blocco dei flussi di informazione a monte, sostituendoli con altri “di parte”, e il processo è facilmente scoperchiabile, nel caso della fabbrica della mistificazione, il livello è più sofisticato perché opera nel mezzo stesso dei canali e dei contenuti comunicativi. In questo maremagnum è semplice riorientare le credenze di chiunque, soprattutto se le poche che si posseggono non sono “vere e ben giustificate”.  </em></p>
<p><em>Siamo di fronte al modo con cui questa nuova forma, ormai non più sperimentale, che io definisco di “co-informazione latente” manifesta uno stato di nascondimento permanente nei regimi democratici. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Stiamo parlando di differenze tra democrazia e regime, insomma? </strong></p>
<p><em>Esatto, a differenza dei regimi autocratici o dittatoriali nei quali si preferisce da sempre (e soprattutto internamente) l’uso della censura perché di più semplice gestione anche economica, in quelli democratici non è desiderabile usare ciò che possiede le caratteristiche della contro-informazione o della dis-informazione. L’altro strumento è certamente più dispendioso e complesso da mantenere, ma è molto più efficace sotto il profilo della percezione che ne può avere un’opinione pubblica che non sia attenta e critica. Aggiungerei poi che il tema dell’informazione è il tema gemello di ogni conflitto sul campo. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Professore, come commenta i distinguo della destra italiana tra migranti economici e quanti scappano dalla guerra in Ucraina? Ci sono disperati di serie A e disperati si serie B?</strong></p>
<p><em>Si tratta di una distinzione puramente ideologica. Non solo nostrana. Anche nell’accoglienza da parte dei paesi confinanti con l’Ucraina, abbiamo visto che questo distinguo è stato applicato. </em></p>
<p><em>Sul tema del respingimento, non credo abbia inciso l’urgenza dell’accoglienza; insomma non è mutata la percezione del primo perché influenzato dalla seconda</em><em>.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Ci sono guerre “più guerre” di altre? </strong></p>
<p><em>Si rimane sempre dell’idea che l’identità e l’alterità (me stesso e il diverso da me) siano talvolta contrattabili nella categoria “mediana” della similarità. Far scorrere il regolo della similarità verso ciò che è più assimilabile a me, o collocarlo a una maggiore distanza (a seconda delle ideologie o delle politiche nazionali o internazionali), rimane purtroppo uno dei temi scottanti, con i quali anche Europa non ha fatto bene i conti. Su tutto ciò c’è ancora molto da rimuovere e da ricostruire.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La guerra è nel cuore dell’Europa, come se ne esce? La sola via per far cessare il conflitto e scongiurarne di altri può davvero essere una nuova corsa agli armamenti?</strong></p>
<p><em>Escludo per molte ragioni che quest’ultima opzione debba essere di principio la via percorribile. Perché si tratta di una scala con molti gradini, in cima alla quale dopo l’ultimo viene l’abisso.</em></p>
<p><em>Il riconoscimento della “ratio”, della misura, del rapporto, della mediazione che dovrebbe caratterizzare la specie animale umana ci dice che ci siamo affacciati più e più volte dalla finestra dell’apollineo. Vi abbiamo scorto giù l’abisso del dionisiaco, fatto di hybris, di follia, di bestialità cui noi stessi possiamo andare incontro, se ci sottraiamo volontariamente a perseguire con tenacia la prima strada.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>C’è un rischio, immediato?</strong></p>
<p><em>Dal momento che la soglia del dolore storico si alza sempre di più, il rischio al quale si va incontro alla lunga è intanto quello dell’assuefazione, v</em><em>estire il male dei panni della scontatezza o della normalità e, persino, come è stato detto, della “banalità”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Ci dice quale ruolo secondo lei ha oggi la diplomazia, è ancora uno strumento?  </strong></p>
<p><em>Un approccio razionale non può che perseguire sempre la via diplomatica, ascrivibile, credo, non a tendenze pacifiste o pacifiche generalmente concepite (le quali partono da punti di vista legate a visioni di principio), ma alla scelta di strade politiche di tipo “irenico”, differenti da quelle “polemiche”. L’etimologia ci suggerisce che sempre di politica si tratta, ma di una politica raffinata, non di urto, capace perciò di gestire grammatiche culturali, politiche, economiche, militari alla luce di posture che alla fine tendono a rendere possibile il desiderabile, per tutte le parti in causa. E nel contesto europeo di questo lavoro se ne dovrà fare tanto.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Questa è certamente una guerra molto raccontata, filmata, fotografata. La narrazione è al centro della scrittura e spesso della riscrittura della storia. Che tipo di narrazione vede coagularsi attorno a questi fatti?</strong></p>
<p><em>Sin dall’inizio del conflitto si è capito da subito che le narrazioni che stavano per radicarsi erano due e di segno opposto: quella dell’attaccante e quella del resistente. Intorno a esse si è cercato di negoziare tutta una serie di significati per rafforzare o indebolire sistemi valoriali e credenze dell’una o dell’altra parte. Fortunatamente, questa vicinanza anche geografica e continentale, certamente favorita dalla presenza dell’informazione costante a tutti i livelli sul campo, ha permesso da subito di rendersi conto di come stavano realmente le cose. In altri casi, dove conflitti e guerre a bassa intensità hanno scritto e continuano a scrivere pagine di storia con il sangue, il tempo e i fatti scorrono via senza turbarci.</em></p>
<p><strong>Perché oggi è diverso? </strong></p>
<p><em>Nel caso di una guerra in Europa, la corta distanza ha marcato il limite netto tra ciò che poteva interessarci e ciò che poteva anche non disturbarci. Ovviamente, questo ragionamento si inscrive in un perimetro ben definito e riguarda quella che comunemente chiamiamo “opinione pubblica”. </em></p>
<p><em>C’è però un dato che mi sembra rilevante: l’Europa è uno dei pezzi pregiati del mondo, per le tante ragioni che credo sia superfluo richiamare. Fino a ora il suo coinvolgimento attivo in una guerra è stato sempre limitato ai singoli stati e con varie gradazioni interventiste, anche non tanto dissimulate. La narrazione più pericolosa che si possa mettere in piedi in questo momento, giustificata e alimentata da questo conflitto, è una corsa al riarmo europeo, vista come una “necessità” globale e condivisa. Naturalmente, sto ponendo la questione da un punto di vista assai diverso da quello politico-militare o strategico. Ma mi chiedo se questa nuova narrazione, che purtroppo ha già gettato le sue fondamenta, non cambi volto all’Europa, facendole perdere d’un tratto la sua ideale vocazione di terra “franca”, circoscrivendola con una linea rossa e scrivendoci dentro di nuovo “Hic sunt leones”. Due guerre mondiali non sono bastate a dimostrarci che è proprio la rinuncia a questa “caratteristica” belligerante a rendere il nostro continente unico al mondo? </em></p>
<p><em>In Europa, aggiungo, questa tradizione del riarmo non è socialmente e politicamente accreditata. Dal momento, però, che assistiamo ad azioni di investimento e di programmazione sul medio-lungo periodo, è evidente che anche dal punto di vista mediatico se ne stia apparecchiando una narrazione, affinché si accrediti rapidamente. Un simile innesco farà perdere all’Europa la sua caratteristica peculiare, che è quella che l’ha resa attrattiva per tanti decenni. Alla sua potenziale disgregazione (che molti auspicano dall’esterno), non desidererei che aggiungessimo un elemento insufflato dall’interno, edificando un luogo di pace ma riarmato fino ai denti.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Chiudiamo prendendo in prestito ancora una riflessione di Yuval Noah Harari. Abbiamo assistito al fallimento delle narrazioni tradizionali: quella fascista prima, quella comunista poi, e infine anche quella liberale. </strong></p>
<p><em>Una delle caratteristiche principali delle narrazioni è che esse sono “paradigmatiche”. Saldano insieme le giustificazioni, il punto di vista su una realtà di riferimento e il modo in cui essa si desidera che venga percepita. Da molti anni si parla del “tradimento” delle grandi narrazioni. La questione del superamento della modernità a favore di una post-modernità o di una ipermodernità ormai si può considerare oggetto di storiografia. Tutto alla luce del paradigma della iperconnessione mediale si è sciolto come neve al sole ed è stato fagocitato e riplasmato.  </em></p>
<p><em>Dalla politica alla scienza, all’economia e il discorso potrebbe allargarsi ancora, si è parlato di promesse non mantenute e di futuro non realizzato. Ma tutte quelle forme di adesione razionale che avrebbero dovuto rassicurarci e spingerci verso traguardi della storia mediamente desiderabili (e che di volta in volta si sono annunciate come il modello migliore cui guardare), di fronte allo tsunami della medialità si sono dovute rassegnare al ruolo di una subalternità, cercando di riparare in mare aperto ciò che rimaneva della loro imbarcazione. </em></p>
<p><em>Nel caso di quelle tre forme, sappiamo che dell’ultima (di quella liberale), se ne scorge qui e lì qualche brandello. Ma in questo caso il suo illanguidimento (diversamente dal crollo ideologico delle prime due), è stato dettato dalla contingenza di aver accolto al suo interno una lettura principalmente economicistica degenerata e priva di ogni regola etica. Paradossalmente è servita più a movimenti conservatori esterni alla tradizione liberale, per giustificare la salvaguardia di una posizione capitalistica aggressiva, che a essa stessa.  </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Chiediamo in definitiva al filosofo: come si vive in un’epoca di disorientamento, con le vecchie narrazioni andate in frantumi e</strong> <strong>nessuna nuova narrazione ancora emersa per sostituirle? Usciremo da questo guado, e come?</strong></p>
<p><em>Allargando di molto la prospettiva, non dimentichiamo che “nell’oltre” di quelle tre forme, le narrazioni costruiscono qualcosa di più di una chiave di lettura “politica”. Esse sono l’acqua dove nuotiamo senza sapere che si tratti di acqua. In breve, perché tutto funzioni al livello più alto, nella narrazione non si deve dare un punto di vista esterno, di confronto. In fondo quelle tre narrazioni politiche hanno finito per coesistere e incrociarsi in un arco storico di contemporaneità. Si è quindi data la possibilità di leggerne una qualche messa a confronto e di conseguenza un attacco reciproco. Diversamente, le nuove narrazioni (e all’orizzonte se ne scorge già più di una) si sono adeguate ad assimilare categorie come quelle apparentemente ingenue di pop, ambient, confort-zone. Sono termini a prima vist</em><em>a neutri che prendo a prestito da altri contesti, per indicare il fatto che c’è bisogno ricreare innanzitutto perimetri nei quali la narrazione non venga percepita come afflittiva o pesante, perché collegata (come accadeva in passato) a stati di privazione, di libertà, di limite o addirittura di valori, ideali. Sono categorie, queste ultime in particolare, di tipo riflessivo e immediatamente non-disponibili. Oggi una narrazione desidera accreditarsi con i tratti dell’apertura immediata, della liberazione, della visione creativa, della meraviglia. </em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Come saranno, allora, le nuove narrazioni? </strong></p>
<p><em>Le nuove narrazioni sono soft, morbide, nel senso che tenderanno sempre più a essere astoriche, o meglio tenderanno a separare la componente spazio-temporale della storia da quella della vita dei soggetti. Saranno sistemi inerziali nei quali dall’interno sarà difficile comprendere se si stanno muovendo, e verso dove, o se siano in quiete. Il mondo intero sarà capace di raccontarsi e rappresentarsi in una dimensione nella quale la pluralità dei bisogni sarà isolata dal corpo vivo della storia. Ecco, questo tipo di narrazione che già si è affacciata prepotentemente all’orizzonte, di fatto la stiamo vivendo, ed è quella messa a punto dalla ipermedialità. Da questa sarà difficile uscire fuori. </em></p>
<p><em>Con tutta probabilità, sarà l’ultima che dal punto di vista categoriale riusciremo ad agganciare alle precedenti, perché la sua trasformazione sarà rapidissima e serviranno altre attrezzature per comprenderne fino in fondo la portata.</em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maria Concetta Tringali" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/mctringali-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maria-c-tringali/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maria Concetta Tringali</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sul-conflitto-russo-ucraino-e-sulla-fine-della-pace-in-europa-intervista-al-filosofo-salvo-vasta/">Sul conflitto russo-ucraino e sulla fine della pace in Europa. Intervista al filosofo Salvo Vasta</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Italiani, brava gente. Tra professione di fede e razzismo sfrenato. Sacrificio simbolico o fantasma sacrificale? Con Recalcati, alla ricerca di una chiave di lettura convincente.  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Concetta Tringali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Aug 2019 11:04:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[legge]]></category>
		<category><![CDATA[recalcati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sacrificio è una trappola fantasmatica quando si impone come una camicia di forza che costringe la vita alla propria umiliazione. Per Freud, più precisamente, quando diviene una meta della pulsione. Si deve allora tornare a distinguere con precisione il sacrificio simbolico e il fantasma sacrificale in senso stretto. &#160; Contro il sacrificio. Al di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/italiani-brava-gente-tra-professione-di-fede-e-razzismo-sfrenato-sacrificio-simbolico-o-fantasma-sacrificale-con-recalcati-alla-ricerca-di-una-chiave-di-lettura-convincente/">Italiani, brava gente. Tra professione di fede e razzismo sfrenato. Sacrificio simbolico o fantasma sacrificale? Con Recalcati, alla ricerca di una chiave di lettura convincente.  </a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Il sacrificio è una trappola fantasmatica quando si impone come una camicia di forza che costringe la vita alla propria umiliazione. Per Freud, più precisamente, quando diviene una meta della pulsione. Si deve allora tornare a distinguere con precisione il sacrificio simbolico e il fantasma sacrificale in senso stretto.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contro il sacrificio.</p>
<p>Al di là del fantasma sacrificale</p>
<p>Massimo Recalcati</p>
<p>Raffaello Cortina Editore, 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lettura dello psicanalista e filosofo è di quelle che incanta. Per capire come Recalcati abbia tenuto incollate masse di spettatori nelle sue incursioni notturne su RAI 3, lo scorso inverno, basta davvero leggerlo. L’esercizio funziona e avvinghia al testo se poi si cerchi, in quelle pagine, un conforto rispetto all’affanno di una realtà che pare sempre più liquida e incomprensibile.</p>
<p><span id="more-1884"></span></p>
<p>Negli ultimi anni accade che non ci si spieghi ad esempio l’assoluta schizofrenia di un popolo che mentre si professa spiccatamente cristiano, si ritrovi perfettamente a proprio agio pur in balìa di una evidente e dominante deriva razzista.</p>
<p>Seppure da un’ottica del tutto laica, bisogna allora provare a mettere in fila un paio di elementi: l’ostentazione di una <strong>fede</strong> che, almeno in teoria, predica il <strong>sacrifico</strong> e <strong>l’amore per il prossimo</strong> con la giornaliera, furibonda, <strong>battaglia</strong> dei penultimi contro gli <strong>ultimi</strong>.</p>
<p>E se questa è una guerra dai tratti talvolta oscuri, per capire forse basta fermarsi a guardare. In un giorno qualunque, c’è dapprima una notizia di cronaca, che può essere una qualsiasi. Nell’ultima settimana di luglio si è trattato ad esempio della terribile morte per accoltellamento, in un quartiere bene della capitale, di un giovane carabiniere in servizio.</p>
<p>Degli aggressori si è subito detto che fossero due nordafricani. Sul web come nei bar, sono partite  feroci le <strong>crociate</strong> contro i soliti <strong>migranti</strong>, presto abortite in un silenzio colpevole davanti alla realtà: le indagini degli inquirenti identificavano gli assassini in due giovani statunitensi, bianchi e persino benestanti.</p>
<p>Dietro l’<strong>odio</strong> che trasuda da certe reazioni &#8211; è fin troppo ovvio &#8211; c’è chi soffia sul fuoco di una crisi economica e sociale che dura ormai da troppo tempo, per non aver sfiancato e abbrutito  intere <strong>generazioni</strong>.</p>
<p>C’è la <strong>propaganda</strong> di governo che istiga ed aizza i disoccupati, i cassintegrati, gli esodati, i senza-casa e i senza-futuro contro i poveri del mondo che hanno già le loro personali tragedie, di dimensioni umanitarie, da cui fuggire. Quello che accade intorno a noi, rimbalzando su ogni possibile canale di comunicazione, è forse fenomeno sul quale dovremmo però ragionare. Gridare “alt al gioco”, per cercare di capire. Domandandoci perché, arriveremmo forse a trovare sollievo nello scoprire risposte antiche in grado di spiegarci i mali moderni.</p>
<p>Proprio in questa prospettiva, Recalcati passa in rassegna <strong>fondamentalismi</strong>, <strong>estremismi</strong>, <strong>terrorismi</strong>, <strong>autoritarismi</strong>; mischia il concetto del <strong>bene</strong> e del <strong>male</strong> e lo sposta dal piano della declinazione cui siamo abituati a quello di una nuova dizione, conducendo noi stessi al di là di quel bene e di quel male.</p>
<p>Su queste sollecitazioni si può anche tentare di rendere la distanza tracciata tra <strong>sacrificio simbolico</strong> e <strong>fantasma sacrificale</strong> quasi un grimaldello, per scardinare la fissità di certi meccanismi.</p>
<p>Per tornare all’ossimoro tra chi predica l’amore mentre si scaglia, violento, contro i più deboli, Recalcati, tra gli altri, scomoda Nietzsche. Cita la severità del suo giudizio sui preti che – a suo stesso dire &#8211;  non lascia scampo: &lt;&lt;<em>molti di loro hanno sofferto troppo: così vogliono far soffrire gli altri. (…) Si proposero di vivere come cadaveri, di panni neri vestirono il loro cadavere; anche i loro discorsi sanno per me dell’aroma cattivo dell’obitorio&gt;&gt;</em>.</p>
<p>La lettura nietzschiana del cristianesimo che quelle pagine ci suggeriscono è in grado di svelare un passaggio chiave. Al centro c’è ciò che l’autore chiama per l’appunto <em>fantasma sacrificale</em> &lt;&lt;si tratta di una “<strong>economia crudele</strong>”, di un “<strong>contratto di debito e credito</strong>, di <strong>sacrificio</strong> e di <strong>vendetta</strong>”(…) Sarebbe questo il “colpo di genio del cristianesimo”: trasformare Dio in un creditore che offre se stesso al suo debitore estinguendo ogni forma di debito&gt;&gt;.</p>
<p>Comprendiamo che, se fosse davvero così, l’ossimoro non ci sembrerebbe neanche più tale, muovendosi legittimamente anche i più ostentatamente cristiani sul piano della <strong>logica della convenienza</strong>. Una simile lettura del cristianesimo è tuttavia già stata definita <em>perversa</em>, perché indicativa di una forma di mercimonio: &lt;&lt; “Dio getta l’umanità nel peccato al fine di creare l’opportunità di salvarla per mezzo del sacrificio”&gt;&gt;.</p>
<p>Ma se questo è l’identikit dell’uomo religioso, quello nel quale finora non si capiva bene come convivessero <strong>fede</strong> e <strong>razzismi</strong>, dobbiamo stare attenti: la ricostruzione spiega il presente riportandoci agli abissi del passato. Il pensiero resta sul <strong>sacrificio</strong> ma corre al “Mein Kampf”, a quanto teorizzato da Hitler per giustificare e avallare la dimensione della razza ariana, la sua superiorità e la sua consacrazione alla <strong>Causa</strong>. Entra in scena la Storia con la S maiuscola, insomma, che qualcosa dovrebbe pur averci insegnato.</p>
<p>Ma, allora, come se ne esce? Se puntare sul <strong>sacrificio</strong> non funziona perché sottende una logica mercantilistica, bisogna forse cercare un’altra etica.</p>
<p>E se ce ne fosse una che Lacan – prontamente richiamato da Recalcati – ci dice slegata da quei lacci? Se ci fosse un’etica che ci invitasse a non cedere sul nostro <strong>desiderio</strong>?</p>
<p>Forse sarebbe un bene per tutti, credenti e non. È forse a quella che bisognerebbe indirizzare lo sguardo, fino a vedere là dove si compie la coincidenza della <strong>Legge</strong> col desiderio.</p>
<p>Potremmo suggerirlo allora anche ai fedeli, a quanti affollano le chiese di domenica mattina e appena sul sagrato sputano veleno contro i più deboli e i più disperati, dai quali si sentono invasi e chissà come persino minacciati.</p>
<p>A questi, se proprio volessero mettersi al pari con il Dio che dicono di ossequiare, il filosofo offre una bella versione della predicazione di Gesù che &lt;&lt;introduce al cuore della Legge l’esperienza della grazia e del perdono, cioè dell’eccezione alla regola&gt;&gt;.</p>
<p>E qui siamo allo snodo: la sovversione del <strong>fantasma sacrificale</strong> che svela una divinità differente, &lt;&lt;un Dio cristiano che non esige <strong>sacrificio</strong>, ma solo <strong>amore</strong>&gt;&gt;.</p>
<p>Le risposte che cerchiamo quando siamo confusi accade che possano essere ovunque. Spesso si annidano persino dentro a letture in cui può succedere di imbattersi per caso, in una mattina d’estate, mentre si cerca di ridare <strong>profondità</strong> a un <strong>presente</strong> di <strong>separatezza</strong> e di <strong>confini</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maria Concetta Tringali" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/mctringali-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maria-c-tringali/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maria Concetta Tringali</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/italiani-brava-gente-tra-professione-di-fede-e-razzismo-sfrenato-sacrificio-simbolico-o-fantasma-sacrificale-con-recalcati-alla-ricerca-di-una-chiave-di-lettura-convincente/">Italiani, brava gente. Tra professione di fede e razzismo sfrenato. Sacrificio simbolico o fantasma sacrificale? Con Recalcati, alla ricerca di una chiave di lettura convincente.  </a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La XVIII legislatura, dal ddl Pillon al Congresso mondiale delle famiglie. La parità e l’autodeterminazione. Cosa c’è dentro alle nostre istituzioni e dove stiamo andando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Concetta Tringali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2019 11:33:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mese di marzo si chiuderà con una tre giorni che in molti definiscono come di restaurazione. Si terrà a Verona infatti il tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, dal 29 al 31. Attorno a un tavolo a discutere di aborto, di divorzio, di omosessualità, il gotha delle frange più estreme di cattolici e di ultra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mese di marzo si chiuderà con una tre giorni che in molti definiscono come di restaurazione. Si terrà a Verona infatti il tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, dal 29 al 31. Attorno a un tavolo a discutere di aborto, di divorzio, di omosessualità, il gotha delle frange più estreme di cattolici e di ultra cattolici. E una destra che più a destra non si può.<br />
Per dirla con le parole di chi raccoglieva adesioni, a novembre scorso “Tra i temi del Congresso ci sono la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, la donna nella storia, la crescita e il calo demografico, la dignità e la salute delle donne, il divorzio: cause ed effetti. E poiché la maternità surrogata deve diventare un crimine universale il Presidente del Congresso Mondiale (WFC), Brian Brown, ha annunciato che anche questo tema verrà discusso in quella occasione con tutti i presenti”.</p>
<p><span id="more-1741"></span></p>
<p>Tra i relatori a spiccare è il ministro Salvini che va da vicepresidente del consiglio. A seguire, Giorgia Meloni che interviene nella sua qualità di presidente nazionale di Fratelli d’Italia; nel loro ruolo istituzionale anche il ministro Fontana e il governatore della regione Veneto, Luca Zaia. Tra gli altri, Elisabetta Gardini (FI), ma anche Nicola Legrottaglie. E se qualcuno si chiedesse che cosa ci faccia il difensore che fu del Chievo a un simile tavolo, basta una semplice ricerca su internet e lo si scopre tra i fondatori di Missione Paradiso, descritta sullo stesso sito web dell’associazione come “strumento attraverso cui ciascuno può avere un vero incontro con il Creatore, ovvero Dio”.</p>
<p>La scelta del luogo, nemmeno quella, pare casuale. È ottobre, infatti, quando Verona viene dichiarata “città a favore della vita”. La mozione leghista approvata dal consiglio comunale a larghissima maggioranza (conta 21 voti a favore e 6 voti contro) schiera di fatto un’intera comunità dalla parte diametralmente opposta a quella della parità e dei diritti delle donne.<br />
Ma se in autunno a fare da controcanto ci sono le solite femministe, oggi si muove persino il mondo accademico. In 160 tra docenti e ricercatori universitari in prossimità dell’evento hanno firmato e diramato un documento di denuncia delle “mistificazioni” del Congresso, definito per l’appunto &#8220;espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono convinzioni etiche e religiose come fossero dati scientifici&#8221;.</p>
<p>La politica intorno dà spettacolo, uno spettacolo che peraltro è il solito. E così, mentre in retromarcia la presidenza del consiglio dei ministri revoca il patrocinio al Congresso, il ministro dell’interno fa sapere che ci sarà comunque. Di Maio, dal canto suo, rompe le righe dichiarando che “ognuno è libero di andare agli eventi che vuole”.<br />
Ma, bisogna ammetterlo: diversamente dalle prese di posizione pubbliche di molti dei suoi esponenti a volte un po’ ondivaghe, l’orientamento di questo governo tuttavia resta chiaro.<br />
Gli echi che provengono dalle stanze dei bottoni sono quelli di una maggioranza parlamentare che ospita al proprio interno raggruppamenti quali Famiglia e Vita. L’intergruppo, costituitosi con l’obiettivo di riportare indietro le battaglie per i diritti, è capeggiato da quel Massimo Gandolfini che è noto per essere il portavoce del Family Day e di Difendiamo i Nostri Figli e che risulta tra gli organizzatori del Congresso.</p>
<p>E se questo è ciò che accade dentro alle nostre istituzioni, da che è iniziata la diciottesima legislatura, non può stupirci che la produzione normativa sia di un certo tipo.<br />
Perfettamente in linea si pone così il ddl Pillon, disegno di legge fermo in commissione giustizia al Senato, contestatissimo dai più, che prende il nome dal primo firmatario, il senatore leghista presente al meeting di fine mese quale vicepresidente della commissione infanzia e adolescenza. Il testo mira a riscrivere il diritto di famiglia nel nome di una bigenitorialità perfetta, sacrificando a dire di molti l’interesse del minore e quello delle donne (anche delle vittime di violenza) alle quali impone ad esempio la mediazione familiare obbligatoria, vietata dalla Convenzione di Istanbul.<br />
Non meno impegnativo il ddl Gasparri di modifica dell’art. 1 del codice civile che si preannuncia in grado di cancellare con un solo colpo di spugna la 194, una volta e per tutte.</p>
<p>Ma se è perlopiù della vita delle donne che stiamo ragionando, bisogna chiedersi intorno a loro cosa c’è.<br />
Intanto c’è la cronaca. E consegna numeri impietosi e inequivocabili, ogni giorno; racconta di quelle uccise o violate proprio all’interno delle mura domestiche. Quel nido che una certa destra e i pro-life difendono a spada tratta resta il luogo in cui maturano i delitti più efferati.<br />
“Nel corso della propria vita poco meno di 7 milioni di donne tra i sedici e i settant’anni (6.788.000), quasi una su tre (31,5 per cento), riferiscono di aver subito una qualche forma di violenza fisica (20,2 per cento) o sessuale (21 per cento); dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia, a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro (5,4 per cento). Gli autori delle violenze più importanti (violenza fisica o sessuale) sono prevalentemente i partner attuali o gli ex partner (62,7 per cento)”.<br />
Quello che salta agli occhi, anche a una primissima disamina dei dati, è perciò un’esigenza che è di tutela. Le donne pagano con la vita il prezzo altissimo che altri hanno dato alla loro autodeterminazione. Questo è quello che accade: gli attacchi alla libertà di scegliere, di abdicare al ruolo di madre piuttosto che di decidere della propria affettività, di cercare una realizzazione che passi dal lavoro, di abortire quando l’alternativa sarebbe lasciarsi morire, sono colpi inferti sul corpo delle donne con continuità e con precisione.<br />
Ma davanti ai dati raccolti, anche nelle rilevazioni più recenti, le manovre di palazzo non sembrano tuttavia ancora incrociare una direzione univoca.<br />
A chiedersi dove stiamo andando, la risposta non è certo ad arginare i massacri e a debellare le disparità.<br />
Quello delle battaglie delle donne rimane oggi un fronte quanto mai aperto.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maria Concetta Tringali" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/mctringali-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maria-c-tringali/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maria Concetta Tringali</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-xviii-legislatura-dal-ddl-pillon-al-congresso-mondiale-delle-famiglie-la-parita-e-lautodeterminazione-cosa-ce-dentro-alle-nostre-istituzioni-e-dove-stiamo-andando/">La XVIII legislatura, dal ddl Pillon al Congresso mondiale delle famiglie. La parità e l’autodeterminazione. Cosa c’è dentro alle nostre istituzioni e dove stiamo andando</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La cattura di Cesare Battisti e i muscoli del ministro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Concetta Tringali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 09:52:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che un condannato debba scontare la pena comminatagli dal suo giudice naturale, quando questa sia divenuta ormai definitiva e pertanto irrevocabile, è questione che attiene alla certezza del diritto. È indubbiamente anche una questione di civiltà.  La cattura di Cesare Battisti avvenuta per opera dell’Interpol nella giornata di domenica 13 gennaio in Bolivia da una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che un condannato debba scontare la pena comminatagli dal suo giudice naturale, quando questa sia divenuta ormai definitiva e pertanto irrevocabile, è questione che attiene alla <strong>certezza del diritto</strong>. È indubbiamente anche una questione di civiltà.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La <a href="https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/01/13/cesare-battisti-catturato-bolivia_cCCI17AhX0I95xCs5eHn3N.html">cattura</a> di <strong>Cesare Battisti</strong> avvenuta per opera dell’Interpol nella giornata di domenica 13 gennaio in Bolivia da una parte ha messo fine a una latitanza durata quarant’anni, dall’altra ha innescato sin dalle primissime <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/01/15/battisti-bonafede-posta-video-piovono-critiche-su-facebook-_8478c985-3afb-4bed-aeac-cbb5cfcf119b.html">agenzie</a> polemiche infuocate.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>Matteo Salvini</strong> ha aspettato a <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2019/01/14/foto/sbarco_battisti_ciampino-216529786/1/#1">Ciampino</a> l’aereo che riportava in Italia l’uomo appena estradato. Era in compagnia di <strong>Alfonso Bonafede</strong> che con lui divide l’esperienza di governo, al dicastero della Giustizia, e che non ha fatto mancare una diretta Facebook con tanto di immagini montate in musica. Un video-promo di una certa efficienza italica, in materia di sicurezza.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il vicepremier ha fatto il resto. “Il mio impegno è che questo maledetto delinquente sconti la sua pena. Ovviamente dovrà marcire in galera fino all&#8217;ultimo dei suoi giorni. Non deve uscire vivo dalla galera”. La platea era quella della scuola politica della Lega, a Milano. Parole di rabbia che se possiamo ritenere giustificate e in qualche maniera comprensibili in bocca ai parenti delle vittime, ai quali in fondo anche un sentimento di vendetta potrebbe addirsi, al contrario ci appaiono eccesso e nota stonata quando a pronunciarle è un ministro di questa Repubblica. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>Il condannato è chiamato a scontare la pena non a marcire in galera</strong>. E questo in un paese democratico e civile dovrebbe valere per Cesare Battisti, come per Totò Riina.</p>
<p>Evidente che l’idea di tenerla sotto controllo, quella dimensione emotiva così accesa, nelle esternazioni che sono la manifestazione pubblica e ufficiale della carica rivestita quale membro di questo governo, al ministro Salvini in queste ore non deve essere nemmeno passata per l’anticamera del cervello.</p>
<p>Ma il problema è reale. E non è di galateo, né unicamente di buon gusto, come dire. Continua a essere, per il leader leghista, ancora e sempre una questione di muscoli.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le ripercussioni sull’immagine delle istituzioni sono tuttavia evidentissime e brucianti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>Battisti è per la giustizia italiana un terrorista</strong>, condannato a due ergastoli per quattro omicidi compiuti sul finire degli anni Settanta. La cronaca, la militanza nei gruppi dei proletari Armati per il Comunismo, l’evasione, poi i lunghi anni all’estero da latitante, i panni del romanziere, accolto in Francia e in Brasile, una vita raccontata dall’ombra. Lo scontro, si direbbe, è quello che da sempre contrappone giustizialisti e garantisti. Ma forse non è solo questo, c’è anche di più.</p>
<p>A guardarla da giurista, ciò di cui dibattiamo è la sanzione penale. Essa implica una presa d’atto che pone il nostro sistema di fronte a una prospettiva che può atteggiarsi in molteplici maniere, ruotando<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>tra assi differenti: retribuzione, prevenzione generale e prevenzione speciale. Il punto di equilibrio dà di volta in volta il senso del contesto politico sociale, oltre che di una scelta meramente giuridica e normativa. È, di fatto, un’angolatura d’eccezione attraverso la quale leggere il paese.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Che la sanzione debba compensare il crimine compiuto e che pertanto abbia in sé una connotazione afflittiva è del resto tratto fisiologico. Il passaggio ulteriore, peraltro, non può sfuggire, ponendosi il concetto di proporzione come elemento imprescindibile e metro di misura a garanzia di equilibrio e, perché no, di giustizia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Considerata dunque la fattispecie, la questione è qui molto più sottile.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Va da sé che le volte in cui la chiarezza sembri far difetto, dalla nebbia si esce spostando il faro in modo da illuminare la Costituzione. Così facendo si squarcia un velo e si finisce per scoprire qualcosa che a Salvini per primo potrebbe tornare utile sapere, visto il ministero che al momento lo impegna.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La Carta ci dice chiaramente che <strong>“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e – ci dice di più &#8211; devono tendere alla rieducazione del condannato”</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>E ciò malgrado l’aspro <a href="http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/Assemblea/sed076/sed076nc.pdf">confronto</a> in sede di lavori preparatori tra quanti ritenevano, anche citando Benedetto Croce e il suo volume <i>Etica e Politica,</i> “<i>esser del tutto vano</i> discutere sul carattere utilitario e morale delle leggi e di questa o quella legge”.</p>
<p>C’è dunque, infine, un’idea di fondo recepita nella Costituzione. Ed è contro di essa che questo ministro dell’Interno inevitabilmente va a sbattere.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La pena, anche quella che dovrà scontare Cesare Battisti, non potrà dunque che tendere alla rieducazione del condannato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ed è precetto irrinunciabile, questo, che va letto all’interno del complesso di tutti i principi ispiratori del nostro sistema costituzionale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un’architettura di garanzia contro cui nemmeno i muscoli di un ministro, forse, potranno far molto.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maria Concetta Tringali" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/mctringali-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maria-c-tringali/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maria Concetta Tringali</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-cattura-di-cesare-battisti-e-i-muscoli-del-ministro/">La cattura di Cesare Battisti e i muscoli del ministro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Le donne, la parità e la torcia della libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Concetta Tringali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 13:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notizia è del primo giorno del nuovo anno. In migliaia le donne indiane hanno sfilato a formare una catena umana, per oltre 600 chilometri. È avvenuto nello Stato del Kerala e il gesto ha un sottotitolo che sa di resistenza: &#8220;a sostegno dell&#8217;uguaglianza di genere&#8220;.  Ma resistere a cosa? Si è trattato di un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="https://www.huffingtonpost.it/2019/01/01/un-muro-di-donne-una-protesta-lunga-620-km-in-india-per-laccesso-al-tempio_a_23631308/?ncid=NEWSSTAND0011">notizia</a> è del primo giorno del nuovo anno. In migliaia le <b>donne</b> indiane hanno sfilato a formare una catena umana, per oltre <b>600 chilometri</b>. È avvenuto nello Stato del <b>Kerala</b> e il gesto ha un sottotitolo che sa di <b>resistenza</b>: &#8220;a sostegno dell&#8217;<b>uguaglianza</b> di <b>genere</b>&#8220;.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma resistere a cosa? Si è trattato di un segnale tangibile, partito appena dopo una sentenza storica della Corte Suprema. I giudici hanno decretato la fine &#8211; per le donne tra i 10 e i 50 anni, considerate “impure” &#8211; di un <b>divieto</b> <b>antico</b> che impediva loro di entrare nel <b>tempio</b> Sabarimala, luogo sacro agli indù.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una decisione certamente rivoluzionaria, contro cui si sono subito schierati i religiosi, in un paese – l’India – che è tristemente noto per far registrare il più alto numero di <b>spose bambine</b>, con il 47% di ragazzine costrette a matrimoni forzati prima di avere compiuto i 18 anni e molte addirittura prima dei 10. I dati elaborati e resi noti da <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/every-last-girl">Save the children</a> sono agghiaccianti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La reazione degli integralisti è stata violenta, scontri e proteste hanno infuocato molte città della regione. L’accesso al tempio di due delle manifestanti è durato pochi minuti e ha indotto l’autorità religiosa a disporre la chiusura del luogo sacro, per un “rituale di purificazione”, immediatamente dopo aver preteso l’allontanamento delle fedeli.<span class="Apple-converted-space">   </span></p>
<p>Il <b>2019</b> inizia adesso, dunque. Davanti a noi mille <b>sfide</b>; per i <b>liberali</b>, come per chi si sente meglio rappresentato da ideologie che tradizione e cuore collocano altrove, in questi giorni la riflessione la detta l’agenda. Ci siamo chiesti cosa stessimo lasciando con l’anno che si è chiuso; da oggi dobbiamo chiederci cosa vogliamo da quello che è appena entrato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le <b>battaglie di civiltà</b> sono terreno aperto, sconfinato. I <b>diritti civili</b> e le <b>libertà</b> sono esigenze che si coniugano insieme, senza separazione. Il pensiero va in quella direzione. Non c’è solo l’India.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Per le donne non è stato facile pretendere <b>parità</b> e continua a non esserlo, anche in Italia. E se troppo spesso questo è terreno di scontro, in realtà è argine che ci rappresenta tutte, luogo che dovremmo sentirci chiamate a indagare e a cercare di seminare. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La sfida al momento è di <b>sopravvivenza</b>. La cronaca dice che bisogna che le donne combattano con <b>consapevolezza</b>, una guerra che le sta uccidendo. Il femminismo, in un’accezione che ai più fa storcere il naso, è ciò che evoca un discorso simile; l’eccezione è delle più prevedibili.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma i numeri sono dati e sono fatti. Una vittima ogni due giorni, uccisa dal partner o ex partner; sono oltre un centinaio i <a href="https://www.eures.it/il-femminicidio-in-italia-nellultimo-decennio/"><b>femminicidi</b></a> nel 2018. Il termine per molti è persino scelta linguistica stucchevole e inutile. Diversamente, è necessità di piegare le parole all’urgenza di raccontare un fatto, antico quanto il mondo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma allargando la lente, l’inquadratura è più ampia e include più scene. Basta però non perdere il fuoco e la nitidezza che è nettezza, certezza dei contorni. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il tema del contrasto alla violenza di genere passa ad esempio, come ogni altro, attraverso piani di lettura molteplici. Quello delle <b>parole</b> e del <b>linguaggio</b><i>,</i> innanzitutto, che è in fondo traduzione del <b>pensiero</b>. E allora si ritorna all’esempio di quel neologismo, scelto per descrivere più di un omicidio<span class="Apple-converted-space">  </span>quando la vittima è una donna; un termine in grado di dare conto tanto del sesso degli attori di quella scena del crimine, quanto del movente. Potrebbe citarsi, alla stessa stregua, l’antica querelle sull’uso non sessista della lingua, fronte tuttora assolutamente aperto.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Fermarsi a riflettere, allora, potrebbe essere necessario; serve oggi più che mai, in un mondo che è interconnesso, peraltro in maniera ossessiva e ininterrotta. È esercizio utile per allenare i sensi all’<b>ascolto critico </b>e arrivare a rintracciarlo, quel pensiero<i>,</i> finalmente al di là dell’espressione. Bisogna sperimentarsi, in un’operazione che strati di reale sedimentatisi negli anni e impastati ad altrettante verità che potremmo definire “usa e getta” hanno reso complessa e a tratti infruttuosa.</p>
<p>Ma <b>pensare</b> è attività del mondo di oggi?<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un passo più in là lo fa <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/psicologia/psicoanalisi/i-tabu-del-mondo-massimo-recalcati-9788806238964/">Massimo Recalcati</a>, quando interrogandosi sui limiti e sulla spinta al loro trascendimento, si chiede se il nostro tempo abbia davvero ridotto il pensiero a un mero <b>tabù</b>. Il ragionamento è interessante perché attuale, quando prova a spiegare la <b>violenza</b>. “Quello che più conta oggi non è tanto il pensare quanto l’agire – teorizza lo psicoanalista, in un interessante saggio per Einaudi &#8211; Sembra un’evidenza: non è il pensiero a essere la virtù più celebrata, quanto l’agire. Ma quando l’azione si stacca dal pensiero tende ad assumere la forma di un passaggio all’atto, ovvero di una scarica all’<b>esterno </b>di quelle <b>tensioni</b> <b>interne</b> che la vita non riesce a tollerare. Non è forse quello un modello che aiuta a comprendere la spirale di violenza che ci circonda?”.</p>
<p>La domanda aleggia attorno a noi, figli di un presente fatto di forti contrasti, spesso cruenti, e dai contorni sempre più liquidi. Ecco che, talvolta, la risposta può arrivare dall’analisi. Quando “anziché elaborare i <b>conflitti</b> che attraversano la nostra vita individuale e collettiva passiamo a evacuarli direttamente nella realtà attraverso l’<b>atto</b> <b>cruento</b>”, assistiamo alla via breve della <i>violenza<span class="Apple-converted-space"> </span></i> che tenta di sostituire la via lunga del <i>pensiero</i>. Quello esige <b>tempo</b>, l’azione no. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“Dovunque l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo”. Entra in gioco un fattore di stallo. Bisognerebbe creare ponti e non muri e, questo, è concetto inconfutabile. I conti si devono fare con la <b>paura</b>. L’ansia che l’altro travalichi i nostri confini completa il quadro, facendo di noi singoli uomini e singole donne, in perfetta solitudine davanti alle proprie battaglie. Soli e troppo spesso in preda a emozioni che non sappiamo penetrare, senza che degenerino in panico che, poi, nemmeno gli artifici della mente o quelli della materia sanno sedare.</p>
<p>Ma alla base del disagio cosa c’è? Se i tabù ci frenano, dovremmo chiederci qual è il nervo scoperto. Se ciascuno di noi provasse a dare una risposta, si potrebbe anche scoprire che il tasto dolente ha a che fare con la <b>libertà</b>. La libertà di <i>essere</i> che è poi, inevitabilmente, anche libertà di <i>dire</i> ciò che si è. Vale per le donne, da millenni certo, ma in fondo non vale solo per loro.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ecco che nel mio primo contributo alla Fondazione Luigi Einaudi, la riflessione su pensiero, azione e infine libertà segue un percorso che magari sorprende. E attraversa il tempo, finendo per far grumo attorno alla storia di <b>Jan Palach</b>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>È di questi giorni, infatti, l’annuncio che la FLE avvia un progetto che è commemorazione, 50 anni dopo. Al centro c’è il<span class="Apple-converted-space">  </span>giovane studente il cui sacrificio è simbolo di lotta a ogni forma di repressione. Lo strumento prescelto è quello di un tavolo di studio, il 18 e 19 gennaio, e &#8211; a chiudere i lavori &#8211; la deposizione di una corona in Piazza San Vencesla<b>, </b>nel giorno dell’anniversario che è quello del suicidio, avvenuto a Praga nel 1969.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Segnatamente, su quei fatti molto si è scritto. Molto si è elaborato, fino a una lettura estrema che ha persino reso il giovane praghese una delle icone dell’anticomunismo ceco. La traslazione, compiuta sugli altari dell’estrema destra europea, ha poi finito per snaturare quel gesto, del quale se un tratto rimane &#8211; al di là del colore e dell’ideologia – è il suo mostrarsi profondamente <b>umano</b>. Per dirla con Recalcati, è gesto che rompe ogni argine e ogni tabù, e insieme ogni senso umano del limite. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’intento della Fondazione è chiaro: bisogna riaccendere quella <b>torcia</b>. E allora decidiamoci a illuminare, ancora una volta, il concetto stesso di <b>libertà</b> nella declinazione di Jan Palach, in quella di Benedetto Croce, come in quella delle femministe.<span class="Apple-converted-space">   </span></p>
<p>Per ritornare alle <b>donne</b> di ogni continente, in Italia come in India, l’urgenza è che ci si impegni tutte (e tutti), in uno sforzo quotidiano. Perché l’ansia di essere libere è anelito a cui, proprio noi, non possiamo e non dobbiamo rinunciare.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maria Concetta Tringali" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/mctringali-150x150.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maria-c-tringali/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maria Concetta Tringali</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-donne-la-parita-e-la-torcia-della-liberta/">Le donne, la parità e la torcia della libertà</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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