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	<title>Ulderico Di Giancamillo, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Ulderico Di Giancamillo, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>Renminbi, debito e circuiti paralleli: la politica estera letta dai flussi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 20:41:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Tooze]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è una lettura geopolitica in senso classico, né pretende di esserlo. È piuttosto il criterio che Adam Tooze ha reso familiare: quando il linguaggio politico si irrigidisce e le dichiarazioni si moltiplicano, conviene guardare altrove. Non a ciò che viene detto, ma a ciò che continua a funzionare. Ai flussi di denaro, di credito, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è una lettura geopolitica in senso classico, né pretende di esserlo. È piuttosto il criterio che Adam Tooze ha reso familiare: quando il linguaggio politico si irrigidisce e le dichiarazioni si moltiplicano, conviene guardare altrove. Non a ciò che viene detto, ma a ciò che continua a funzionare. Ai flussi di denaro, di credito, di energia. Alle infrastrutture che tengono in piedi il sistema anche quando la politica sembra bloccata.</p>
<p>La politica estera contemporanea, letta da qui, non è una sequenza di gesti simbolici ma un problema di accesso. Accesso ai mercati, alle valute, ai sistemi di pagamento, alle catene logistiche. Le decisioni che fanno titolo durano poco. Quelle che determinano chi può pagare, incassare, compensare durano molto più a lungo. Ed è per questo che, quando una scelta appare opaca o contraddittoria, osservare dove continuano a muoversi i capitali è spesso più istruttivo che ascoltare le dichiarazioni.</p>
<p>Il renminbi è un buon esempio di questa logica, a patto di considerarlo per quello che è. La valuta cinese resta fortemente controllata nella sua versione domestica e non è pienamente convertibile. Proprio questo vincolo ha spinto Pechino a sviluppare, a partire dagli anni Duemila, un mercato offshore del renminbi, inizialmente a Hong Kong e poi in piazze come Londra, Singapore e Lussemburgo. Oggi il renminbi rappresenta circa il 3 per cento dei pagamenti internazionali secondo i dati SWIFT: una quota lontana da quella del dollaro, ma stabile. Non segnala egemonia. Segnala funzione.</p>
<p>Il suo ruolo non è sostituire il dollaro, ma ridurne la centralità in ambiti specifici: scambi bilaterali, prestiti governativi, finanziamenti infrastrutturali. In particolare, consente di regolare operazioni fuori dai circuiti più esposti al rischio sanzionatorio. È una scelta tecnica, non ideologica. Ed è proprio per questo che produce effetti che resistono più a lungo del ciclo politico.</p>
<p>Il Venezuela, osservato attraverso questa lente, smette di essere solo un caso politico e diventa un caso operativo. Il suo debito sovrano è quasi interamente denominato in dollari e resta intrappolato nel regime sanzionatorio occidentale. I bond continuano a essere scambiati sui mercati secondari a prezzi molto bassi, incorporando aspettative di lungo periodo: una futura ristrutturazione, il valore delle riserve petrolifere, un eventuale rientro nei mercati. Non orientano la politica estera. Ne registrano gli effetti. Segnalano dove il flusso si è interrotto.</p>
<p>Parallelamente, però, altri flussi non si sono fermati. Il rapporto tra Venezuela e Iran ne è un esempio concreto: forniture di carburante, assistenza tecnica, scambi compensativi, rotte logistiche schermate. Non è una convergenza ideologica nel senso tradizionale. È la cooperazione tra economie che condividono la stessa condizione: l’esclusione dai canali principali. Quando l’accesso viene negato, la sopravvivenza passa per percorsi laterali.</p>
<p>La Cina opera su un piano diverso, ma coerente con la stessa logica. Tra il 2007 e il 2016 ha erogato al Venezuela oltre 60 miliardi di dollari in prestiti bilaterali, in gran parte garantiti da forniture petrolifere. Questi flussi non transitano dai mercati obbligazionari globali e non dipendono dalla normalizzazione del debito sovrano. Si inseriscono in un’architettura parallela fatta di credito politico e compensazione diretta, in cui il renminbi offshore è uno degli strumenti disponibili. Non perché sostituisca il dollaro, ma perché consente di non dipenderne in modo esclusivo.</p>
<p>I bond raccontano il blocco del circuito occidentale. Le relazioni con Iran e Cina raccontano ciò che continua a muoversi anche quando la politica si irrigidisce. Letti insieme, mostrano una cosa semplice: la geopolitica non si interrompe quando finisce il dialogo, cambia canale.</p>
<p>L’Europa, letta attraverso lo stesso criterio, resta marginale non per mancanza di valori, ma per mancanza di architettura. L’euro è una grande valuta, ma non è sostenuto da un’unione politica e fiscale capace di trasformarlo in leva geopolitica coerente. È una moneta rilevante, ma non decisiva. Non apre canali. Li subisce.</p>
<p>La politica estera, vista da questa prospettiva, assomiglia sempre meno a una sequenza di eventi spettacolari e sempre più a una mappa di condutture. Le prese di posizione contano nel breve periodo. Nel medio e lungo periodo, a pesare sono le infrastrutture che sopravvivono al rumore. Per questo, quando qualcosa non torna, la domanda che orienta davvero l’analisi non è chi ha parlato più forte, ma dove continuano a passare i soldi, il credito, l’energia. È lì che il potere prende forma. Tutto il resto è superficie.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/renminbi-debito-e-circuiti-paralleli-la-politica-estera-letta-dai-flussi/">Renminbi, debito e circuiti paralleli: la politica estera letta dai flussi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Perché la Procura di Milano sbaglia e perché l’operazione MPS–Mediobanca è tutto tranne che opaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 15:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediobanca]]></category>
		<category><![CDATA[MPS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La reazione alla scalata MPS–Mediobanca è la fotografia fedele di un Paese che non è ancora adulto sul piano finanziario. Un Paese che interpreta ogni operazione ambiziosa come un complotto, ogni strategia come una trappola, ogni movimento di mercato come una minaccia. E infatti l’apertura del fascicolo da parte della Procura di Milano è il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La reazione alla scalata MPS–Mediobanca è la fotografia fedele di un Paese che non è ancora adulto sul piano finanziario. Un Paese che interpreta ogni operazione ambiziosa come un complotto, ogni strategia come una trappola, ogni movimento di mercato come una minaccia. E infatti l’apertura del fascicolo da parte della Procura di Milano è il punto esatto dove si vede questa immaturità trasformarsi in azione istituzionale. Un’azione che, per impostazione e per parametri giuridici, sta colpendo il bersaglio sbagliato.</p>
<p>L’accusa parla di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Due reati che per esistere richiedono una prova rigorosa della volontà dolosa di manipolare il mercato o di nascondere informazioni alle autorità. Non basta che ci siano stati contatti, non basta che ci sia stata una visione condivisa tra soci, non basta che l’operazione sia stata preparata con attenzione. Serve provare l’occultamento consapevole. Serve un documento, una mail, una conversazione che dimostri che BCE, BI o Consob siano state scientemente ingannate. Ad oggi non esiste nulla di tutto questo. E questo è un fatto, non un’opinione politica.</p>
<p>Tutte le comunicazioni obbligatorie sono state effettuate. Gli organi di vigilanza erano consapevoli della trasformazione in corso. Nei dossier dell’Ops non c’è nulla che assomigli a una trama clandestina. La Procura, invece di attenersi ai requisiti della fattispecie, sta leggendo ciò che è fisiologico come se fosse patologico. Sta interpretando la normale preparazione di un’operazione industriale come un movimento occulto. Sta confondendo la strategia con il dolo. È un errore metodologico prima ancora che giuridico.</p>
<p>Per capire il quadro bisogna inserire un fattore che nessuno vuole ammettere: MPS non è una banca neutra. È una banca politica. È stata salvata dallo Stato, commissariata, ricapitalizzata, protetta e lentamente riportata alla normalità. Porta sulle spalle il peso del referendum del 2016, dei dirigismi senesi, del decennio più imbarazzante della storia bancaria italiana. Che il Governo non abbia attivato la golden power non è una svista. È il risultato di una valutazione politica e strutturale. MPS è ancora percepita come un’emanazione dello Stato. Bloccarla avrebbe significato contraddire il percorso di uscita dal perimetro pubblico costruito dal 2017 a oggi.</p>
<p>Poi, se vogliamo parlare di Golden Power, possiamo dire senza esitazioni che il governo l’ha applicata in maniera arbitraria. Possiamo rimproverare che, mentre su Unicredit è intervenuto in modo rigido, su Iveco non l’ha neanche sfiorata. E questo non è un dettaglio: dimostra che le scelte non seguono una logica industriale coerente, ma sembrano dettate da centri di interesse.</p>
<p>Non si tratta di divieti o blocchi. Il problema è il metodo: davanti a operazioni complesse e di respiro sistemico, lo Stato dovrebbe essere chiaro, prevedibile, leggibile dagli investitori. Invece la Golden Power si accende e si spegne senza criterio, mandando segnali confusi e indebolendo la credibilità dello Stato come attore strategico.</p>
<p>E a dimostrazione che non c’era nessuna emergenza strategica basti un fatto: i soci di Mediobanca, gli unici titolati a decidere, hanno valutato bene il da farsi e hanno scelto autonomamente come reagire all’operazione. Non serviva certo un intervento pubblico per spiegare a un azionariato sofisticato come tutelare i propri interessi.</p>
<p>Invece di leggere la realtà, il dibattito si è perso nel sospetto. E la Procura ha finito per alimentare una narrazione tossica, dove ogni mossa viene vista come un abuso. È la stessa cultura che da anni ci condanna al nanismo economico. L’Italia continua a ragionare come una domenica pomeriggio paesana. Una comunità chiusa, diffidente, che guarda con sospetto chiunque osi alzare la testa. È un atteggiamento che nella vita sociale può persino avere una sua poesia, ma nel mercato finanziario è letale. Le economie moderne vivono di aggregazioni, di fusioni, di riassetti. Vivono di velocità, non di processi inquisitori.</p>
<p>L’operazione MPS–Mediobanca appartiene alla fisiologia dei mercati maturi. È aggressiva, certo, ma non clandestina. È ambiziosa, ma non criminale. È industrialmente logica, perché ricompone un sistema bancario italiano che ha bisogno disperato di scale più grandi e di strutture ibride tra credito commerciale e merchant banking. Il Paese però continua a trattare ogni innovazione come una minaccia. E continua a delegare alla magistratura ciò che dovrebbe essere governato da politica industriale, vigilanza tecnica e capacità manageriale.</p>
<p>La Procura ha il diritto di indagare. Ma l’errore è trasformare un’operazione legittima in un teorema penalistico. È l’ennesima prova che l’Italia non sa più distinguere il rischio dai reati, il mercato dal complotto, la strategia dall’occultamento. Se continuiamo così, l’unica cosa che riusciremo a proteggere è il nostro provincialismo. Non le nostre banche. Non i nostri investitori. Non la nostra credibilità internazionale.</p>
<p>Questa operazione non era opaca. Non era impropria. Non era eversiva. Era un passo avanti possibile, forse necessario. E il vero scandalo non è ciò che è stato fatto, ma ciò che il Paese non riesce ancora a fare: guardare una grande operazione per ciò che è, invece che per ciò che le nostre paure ci fanno immaginare.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-la-procura-di-milano-sbaglia-e-perche-loperazione-mps-mediobanca-e-tutto-tranne-che-opaca/">Perché la Procura di Milano sbaglia e perché l’operazione MPS–Mediobanca è tutto tranne che opaca</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La distruzione che crea: Aghion, Mamdani e il cuore inquieto del nuovo capitalismo</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-distruzione-che-crea-aghion-mamdani-e-il-cuore-inquieto-del-nuovo-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 10:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Aghion]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
		<category><![CDATA[Zohran Mamdani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un filo che unisce l’aula di Stoccolma e le strade di New York. Da un lato, Philippe Aghion, l’economista che ha ricevuto il Nobel per aver spiegato come la crescita nasca dal conflitto, non dall’armonia. Dall’altro, Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di una città che è da sempre un laboratorio del capitalismo mondiale. Due [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-distruzione-che-crea-aghion-mamdani-e-il-cuore-inquieto-del-nuovo-capitalismo/">La distruzione che crea: Aghion, Mamdani e il cuore inquieto del nuovo capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un filo che unisce l’aula di Stoccolma e le strade di New York.<br />
Da un lato, Philippe Aghion, l’economista che ha ricevuto il Nobel per aver spiegato come la crescita nasca dal conflitto, non dall’armonia. Dall’altro, Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di una città che è da sempre un laboratorio del capitalismo mondiale. Due mondi lontani che raccontano la stessa storia: quella di un sistema che sopravvive solo distruggendo se stesso, rigenerandosi a ogni collasso.</p>
<p>Negli anni Novanta, quando il mondo credeva ancora nella pace perpetua dei mercati, Aghion elaborava la teoria che avrebbe cambiato il modo di leggere la crescita economica. Insieme a Peter Howitt costruiva il modello della “crescita endogena schumpeteriana”, dove il progresso non è un dono esterno ma una spinta interna del sistema, generata da innovazione, concorrenza e rischio.<br />
È la distruzione creatrice di Schumpeter resa scienza: un meccanismo in cui ogni nuova idea cancella quella precedente, in cui l’equilibrio è un miraggio e la sopravvivenza passa per la capacità di cambiare forma.</p>
<p>Aghion non parla solo di numeri, ma di civiltà. La sua teoria è un racconto sul destino dell’Occidente: crescere significa accettare di perdere qualcosa, di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo. La modernità, nella sua visione, non è un pranzo di gala: è un terremoto che si ripete, un ciclo di rinascite e fallimenti.<br />
E in questo, New York è il suo specchio più fedele.</p>
<p>Da sempre la città vive come l’economia di Aghion: nella frizione costante tra creazione e rovina. Ogni epoca ha la sua skyline, ogni generazione la sua Manhattan. Quando Mamdani conquista il municipio, porta con sé l’eco di quella teoria. Non è un tecnocrate, ma un politico che ha capito che il potere non si eredita, si reinventa.<br />
La sua vittoria non è solo una svolta progressista: è un atto di distruzione creatrice nel senso più pieno. Spezza il vecchio equilibrio, ribalta le rendite politiche, apre il gioco a nuovi attori.</p>
<p>New York cambia ogni volta che qualcuno osa toccarla.<br />
Le amministrazioni passano come cicli economici, ognuna promettendo stabilità e finendo per alimentare il caos vitale che tiene in piedi la città. Mamdani governa un organismo che non smette di rigenerarsi, un sistema in cui la disuguaglianza è strutturale e la competizione culturale, finanziaria e sociale è l’unica forma di movimento.<br />
Eppure, come Aghion insegnava, l’innovazione senza inclusione è sterile. La crescita ha senso solo se riesce a trasformarsi in opportunità diffusa.</p>
<p>Ma forse il punto più radicale del pensiero di Aghion, e il più attuale per chi governa oggi, è che la distruzione creatrice non è solo un fatto economico, ma un fatto antropologico. È la forma che prende l’adattamento umano nell’era della complessità: il modo in cui una società prova a restare viva dentro un sistema che cambia più in fretta della sua cultura. In fondo, ciò che chiamiamo innovazione non è altro che la nostra lotta contro l’entropia.<br />
Chi governa, in questo contesto, non può più affidarsi solo al buon senso o all’intuito politico. Servono teorie, serve una comprensione profonda dei meccanismi economici che regolano il cambiamento. Perché, come dimostra Aghion, anche le decisioni più pragmatiche hanno radici teoriche, e ignorarle significa governare a occhi chiusi.</p>
<p>Bloomberg, da questo punto di vista, fu l’eccezione che conferma la regola: un amministratore che portò nel municipio la razionalità dei mercati. Usò i dati come altri usano le ideologie, trasformò la gestione urbana in un laboratorio di efficienza e pianificazione. Non tutto funzionò, ma la sua intuizione rimane cruciale: senza una visione economica, la politica diventa solo manutenzione dell’esistente. Mamdani sembra partire proprio da lì, provando a rimettere insieme il rigore del calcolo con la spinta del cambiamento sociale.<br />
In questo senso, non amministra una città: orchestra una transizione evolutiva, tentando di dare un ordine politico al disordine creativo che tiene in piedi New York.</p>
<p>E poi c’è un aspetto più oscuro, quello che Aghion lascia tra le righe: la distruzione creatrice non è un processo incruento.<br />
Ogni innovazione genera perdenti. Ogni rinascita ha un costo umano.<br />
New York lo sa. I suoi cicli di prosperità sono sempre stati accompagnati da ondate di espulsione, gentrificazione, fallimenti. La città vive sul bordo del sistema, alimentata da una continua selezione naturale. È la sua forza e la sua condanna.</p>
<p>Forse, allora, il vero significato del Nobel ad Aghion sta nel ricordarci che il capitalismo non è mai davvero in equilibrio, e che ogni tentativo di stabilizzarlo è illusione.<br />
L’unica vera costante è il cambiamento.<br />
E in questo, Mamdani e Aghion parlano la stessa lingua: quella del rischio.<br />
Uno lo teorizza, l’altro lo governa. Entrambi sanno che fermare la trasformazione equivale a morire.</p>
<p>New York non ha paura di cambiare perché ha imparato che solo cambiando resta viva.<br />
Aghion lo ha scritto con la precisione dell’economista, Mamdani lo sta vivendo con la fragilità del politico.<br />
E in mezzo, tra la teoria e la città, resta la stessa verità inquieta:il futuro non si costruisce, si distrugge e si ricrea, ogni volta da capo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-distruzione-che-crea-aghion-mamdani-e-il-cuore-inquieto-del-nuovo-capitalismo/">La distruzione che crea: Aghion, Mamdani e il cuore inquieto del nuovo capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/giustizia-e-capitalela-separazione-come-fondamento-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 22:14:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[separazione delle carriere]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. La giustizia non è solo un insieme di norme o di procedure; è una componente del capitale istituzionale, la forma concreta della fiducia. Un sistema giuridico efficiente riduce il rischio, abbassa i costi di transazione, attrae investimenti, incentiva l’innovazione. Quando invece la giustizia è lenta, ambigua o autoreferenziale, diventa una tassa occulta sul capitale produttivo. Le imprese non innovano, gli investitori non rischiano, il credito si contrae. Il risultato non è solo stagnazione economica, ma una forma più profonda di paralisi: quella che erode la fiducia nei meccanismi stessi della crescita. La separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica non è una questione corporativa o di potere, ma una riforma di ingegneria istituzionale. Serve a eliminare ambiguità, conflitti d’interesse e zone grigie che, in ogni sistema complesso, si traducono in inefficienza. È lo stesso principio economico che regola la separazione tra politica monetaria e politica fiscale, tra auditing e management, tra chi prende rischio e chi lo regola. Le economie più solide non sono quelle dove i poteri collaborano di più, ma quelle dove i poteri si controllano meglio. Nessuno può essere al tempo stesso arbitro e giocatore. Le opposizioni hanno ragione a leggerla come un fatto politico; la maggioranza ha ragione a rivendicarne il valore simbolico. Ma la vera posta in gioco è più profonda: la credibilità istituzionale come capitale nazionale. La fiducia non è un sentimento, è un asset. E nel mondo globale, la fiducia ha un tasso di rendimento misurabile: nei tassi d’interesse, nei flussi di capitale, nella propensione al rischio degli operatori economici. Dove la giustizia è prevedibile, i mercati scontano meno rischio; dove è arbitraria, il capitale pretende una rendita di sicurezza. È in questo senso che la giustizia è già economia. Le civiltà non crollano quando finiscono le risorse, ma quando si consuma la fiducia nei meccanismi che le distribuiscono. Roma non è caduta per mancanza d’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. È lo stesso limite che oggi attraversa le democrazie mature: la difficoltà di garantire che la legge resti più credibile del potere. Nell’epoca in cui la blockchain promette di rendere la fiducia automatica, la giustizia è l’ultima architettura umana che difende l’idea di equità come scelta, non come algoritmo. Separare le carriere, in fondo, significa proteggere questa possibilità: che la fiducia resti umana, e quindi reale. Ogni volta che il sistema giudiziario perde credibilità, il Paese paga un differenziale di sfiducia, come uno spread istituzionale. Un giudice che non decide o un processo che dura vent’anni non danneggiano solo l’imputato o la vittima: danneggiano il valore del tempo in un’economia. E il tempo, oggi, è la moneta più preziosa. Il tempo di una decisione giusta è il tempo della crescita. La politica deve giocare il proprio gioco, perché ogni riforma passa per il consenso e ogni consenso per il conflitto.<br />
Ma la posta in gioco, questa volta, è più alta della politica. Riguarda la capacità del Paese di allinearsi ai principi che regolano il mondo: chiarezza dei ruoli, responsabilità individuale, trasparenza dei processi. Le grandi economie non funzionano perché sono più morali, ma perché hanno istituzioni che trasformano la fiducia in produttività. E questo è, in fondo, ciò che la separazione delle carriere promette: restituire alla giustizia la sua funzione economica, quella di rendere prevedibile l’imprevedibile. La riforma non risolverà tutto, ma può essere un punto di discontinuità. Un segnale al mondo che l’Italia non accetta più di vivere nel limbo dell’ambiguità, dove la giustizia non giudica e il capitale non investe. In un’epoca in cui la competizione tra Stati è competizione di fiducia, la giustizia non è un valore astratto: è un’infrastruttura della crescita. E come ogni infrastruttura, va progettata con ingegneria, non con ideologia. La politica può permettersi di essere<br />
partigiana. L’economia, no. Perché i mercati non votano: misurano. E ciò che oggi misurano, silenziosamente, è se il Paese ha ancora la forza di distinguere i ruoli, e quindi di meritare fiducia.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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		<title>Il silenzio dopo la tempesta, il vuoto che negli anni ha portato il capitalismo a vincere</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/il-silenzio-dopo-la-tempesta-il-vuoto-che-negli-anni-ha-portato-il-capitalismo-a-vincere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 07:49:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[sistema economico]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo attraversato la pandemia, ma non abbiamo imparato nulla. La politica è diventata un algoritmo che cerca consenso, mentre il mercato &#8211; cinico ma coerente &#8211; continua a scrivere la trama del mondo. C’è stato un momento, tra il marzo e l’aprile del 2020, in cui il mondo si è fermato. Le strade vuote, le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo attraversato la pandemia, ma non abbiamo imparato nulla. La politica è diventata un algoritmo che cerca consenso, mentre il mercato &#8211; cinico ma coerente &#8211; continua a scrivere la trama del mondo.</p>
<p>C’è stato un momento, tra il marzo e l’aprile del 2020, in cui il mondo si è fermato. Le strade vuote, le città immobili, il silenzio al posto del traffico. Per un istante, abbiamo creduto che la Storia ci stesse offrendo una seconda possibilità. Parlava di “nuova umanità”, di “solidarietà ritrovata”, di “ripartenza consapevole”. È durata meno di una connessione su Zoom.</p>
<p>Forse non era la storia giusta, quella che sognavamo di scrivere. Ma era comunque una storia da cui avremmo potuto imparare qualcosa.</p>
<p>Cinque anni dopo, i numeri raccontano un’altra verità. Il debito pubblico globale è cresciuto del 40%, le emissioni di CO₂ hanno superato i livelli del 2019 già nel 2022, e l’1% più ricco del pianeta controlla oggi il 45% della ricchezza mondiale. Le Borse, intanto, continuano a toccare nuovi record. È la prova che abbiamo imparato tutto, tranne la lezione.</p>
<p>La pandemia doveva insegnarci fragilità. Ci ha addestrati, invece, all’oblio. Abbiamo ripreso a correre come prima, forse più di prima, ma senza una meta. Il treno dell’economia globale è tornato a sfrecciare, solo che ora sembra senza macchinista.</p>
<p>Politica: il fantasma dell’agire</p>
<p>Un tempo era la politica a guidare i processi, a fissare gli orizzonti. Oggi è ridotta a un servizio clienti del sistema economico: gestisce emergenze, commenta le decisioni altrui, rincorre i sondaggi.<br />
Quando le Borse scendono, i governi tremano. Quando le piattaforme tech spostano capitali più grandi del PIL di molti Stati, i ministri cercano rifugio nei social network.</p>
<p>In Europa, i veri arbitri del gioco sono i rating e le banche centrali. Negli Stati Uniti, le campagne elettorali costano miliardi e sono finanziate dalle stesse corporation che dovrebbero essere regolate. La politica non decide più: reagisce. E la reazione, per definizione, arriva sempre in ritardo.</p>
<p>Il mercato, almeno, non mente</p>
<p>Non è un complimento, è una constatazione. Il mercato ha un solo obiettivo: il profitto. È brutale, ma coerente. È spietato, ma razionale.<br />
La politica, invece, che cosa insegue davvero? La crescita? Non sa come generarla. L’equità? Non sa misurarla. Il consenso? Forse sì, ed è proprio questo il problema.<br />
Oggi la sopravvivenza elettorale è l’unico progetto di lungo periodo che la politica conosca. È diventata gestione dell’immediato, un eterno presente senza direzione.</p>
<p>E allora, la domanda è scomoda ma inevitabile: se il mercato è almeno un sistema coerente di incentivi, e la politica non lo è più, chi dei due ha davvero torto?<br />
Forse il capitalismo ha vinto non per forza, ma per vuoto. Non perché sia giusto, ma perché è rimasto l’unico linguaggio che ancora capiamo: quello del rendimento.</p>
<p>La resa del pensiero pubblico</p>
<p>Durante la pandemia abbiamo affidato alla politica il compito più alto, proteggerci. Ma il potere reale si è spostato altrove: nei dati, nelle piattaforme, nei fondi che investono dove gli Stati non arrivano più.<br />
La politica si è trasformata in storytelling, in intrattenimento civile.<br />
Il mercato, invece, non racconta: calcola. E vince.</p>
<p>Non so se sia un bene o un male. Forse è solo inevitabile.<br />
Abbiamo attraversato la tempesta e ne siamo usciti come prima, solo più stanchi e più dipendenti dai numeri.<br />
La verità è che il mondo non è guarito: ha solo imparato a convivere meglio con la propria malattia.</p>
<p>Una via d’uscita (forse)</p>
<p>Ogni malattia, anche quella del mondo, comincia a guarire quando smettiamo di negarla.<br />
Il capitalismo globale, la politica impotente, la società distratta: non sono entità esterne, ma il riflesso di ciò che siamo diventati.<br />
La cura non verrà dall’alto, non da un governo, né da una banca centrale, né da un algoritmo che promette efficienza.</p>
<p>La cura, se esiste, è nella micro-politica del quotidiano: nell’economia reale che torna a produrre valore, non solo denaro; nelle comunità che scelgono di cooperare invece di competere; nel ricominciare a parlare di giustizia come di una parola viva, non di un hashtag.</p>
<p>Forse serve un’economia della misura, una politica che torni a dire “non tutto è mercato”, un’educazione che ci renda meno influencer e più cittadini.</p>
<p>Non cambieremo il mondo con un decreto né con un tweet, ma possiamo cambiare il modo in cui lo abitiamo. È poco, sì, ma è già un inizio.</p>
<p>Ogni organismo intelligente sa che la febbre non è solo un sintomo: è anche una difesa.<br />
Forse questo tempo di confusione è la nostra febbre, il corpo del pianeta che cerca di curarsi da solo, mentre noi lo scambiamo per rumore.</p>
<p>Guarire non significa tornare come prima, ma riscrivere il patto: tra capitale e lavoro, individuo e comunità, tecnologia e libertà.<br />
La ricchezza, senza dignità, è un deserto. Il futuro non va previsto: va progettato.</p>
<p>Frans de Waal (etologo e primatologo olandese, ha dedicato la vita a mostrare quanto l’empatia e la cooperazione siano radici profonde della natura animale e umana) ci ha insegnato che la cooperazione non è un lusso morale, ma una condizione naturale.<br />
Le sue osservazioni sui bonobo e sugli scimpanzé mostrano che l’empatia precede la legge: prima di sapere cosa sia “giusto”, gli esseri sociali sentono il bisogno di equilibrio e reciprocità.<br />
L’uomo, come diceva de Waal, è “moralmente inclinato”: dimenticarlo è l’origine di ogni cinismo economico.</p>
<p>Una società liberale degna deve ripartire da qui: dalla fiducia nella capacità dell’individuo di scegliere il bene non per imposizione, ma per convinzione.<br />
Serve un’economia che premi l’iniziativa senza esaltare la predazione; un mercato regolato non dal sospetto, ma dalla trasparenza; una politica che crei le condizioni perché talento e responsabilità possano emergere.</p>
<p>La libertà, se vuole sopravvivere, deve riconoscere il suo fondamento morale: nessuno prospera da solo.<br />
Come nelle colonie di primati studiate da de Waal, anche le società umane più efficienti sono quelle in cui la competizione è temperata dalla cura, e il successo individuale rafforza, invece di indebolire, il gruppo.</p>
<p>Guarire, allora, significa rimettere in equilibrio libertà ed empatia: una libertà che crea, non che consuma; un mercato che unisce, non che scarta; una politica che ispira fiducia, non che la compra.</p>
<p>Il futuro non sarà scritto da chi grida più forte, ma da chi saprà riconoscere l’altro come parte della propria stessa sopravvivenza.<br />
Perché, come ricorda de Waal, “la moralità non è un’invenzione umana: è la nostra eredità evolutiva”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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		<title>L’Italia tra vincoli e opportunità: un imperativo di crescita strutturale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/litalia-tra-vincoli-e-opportunita-un-imperativo-di-crescita-strutturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 09:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[legge di bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un momento in cui i mercati guardano con sospetto ogni rallentamento dell’economia, l’Italia si trova di fronte a sfide che non sono solo temporanee, ma strutturali. È necessario che la politica economica – oggi più che mai – guardi al lungo periodo, mettendo al centro la crescita e il lavoro. ⸻ Disoccupazione: il “6 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un momento in cui i mercati guardano con sospetto ogni rallentamento dell’economia, l’Italia si trova di fronte a sfide che non sono solo temporanee, ma strutturali. È necessario che la politica economica – oggi più che mai – guardi al lungo periodo, mettendo al centro la crescita e il lavoro.</p>
<p>⸻</p>
<p>Disoccupazione: il “6 % fisiologico” non è più sostenibile</p>
<p>Negli anni scolastici universitari, nel dibattito accademico si citava un tasso di disoccupazione del 6 % come livello “fisiologico”, ispirandosi spesso all’esperienza statunitense. Tuttavia, per l’Italia di oggi un 6 % non è affatto fisiologico: è già un segnale di allarme.</p>
<p>Secondo i dati provvisori dell’ISTAT, ad aprile 2025 il tasso di disoccupazione è sceso al 5,9 % (–0,2 punti rispetto al periodo precedente) e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è attestato al 19,2 % (–1,2 punti) .<br />
Nel secondo trimestre 2025, il tasso di disoccupazione resta stabile al 6,3 %, con un tasso di attività (persone in cerca + occupati) del 33,0 % .</p>
<p>Questi dati mostrano una leggera tendenza al miglioramento, ma non trasformano la situazione: restano zone di fragilità, specialmente quanto a disoccupazione giovanile e aree geografiche con livelli di disoccupazione strutturalmente più alti.</p>
<p>Il tema demografico aggrava il problema: la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è in riduzione — nel decennio 2013-2023 si è ridotta di circa 1,6 milioni di unità — con conseguenze sulla capacità del mercato del lavoro di “rigenerarsi” .</p>
<p>In questo contesto, portare il tasso di disoccupazione a livelli molto bassi non è soltanto un esercizio retorico: è un’urgenza. Senza un mercato del lavoro pienamente dinamico, l’Italia rischia di restare intrappolata in una stagnazione di basso livello.</p>
<p>⸻</p>
<p>Crescita e debito: vincoli incalzanti</p>
<p>Gli ultimi anni hanno mostrato una crescita tenue. Il PIL italiano in volume è cresciuto dello 0,7 % nel 2024, lo stesso incremento registrato nel 2023 .<br />
Secondo i dati di finanza pubblica, il deficit pubblico è passato dal valore drammatico del 9,4 % del PIL nel 2020 al 3,4 % nel 2024 . Nel Documento di Economia e Finanza (DEF) di aprile 2025 si prevede che già nel 2026 il deficit scenda sotto la soglia del 3 % stabilita dal Patto di Stabilità europeo .</p>
<p>Sul fronte del debito pubblico, la dimensione del vincolo è ben nota. A fine 2024 il debito delle Amministrazioni Pubbliche italiane era pari a 3 miliardi di euro, con un rapporto debito/PIL che nel 2024 è stato stimato attorno al 135,3 %.<br />
Nel primo trimestre del 2025 il rapporto è salito fino al 137,9 % del PIL, segnalando una dinamica che non può essere ignorata.</p>
<p>La prospettiva è chiara: se la crescita non si rafforza, il rapporto debito/PIL continuerà a peggiorare, aumentando il peso degli interessi e comprimendo lo spazio di manovra del bilancio pubblico.</p>
<p>⸻</p>
<p>Manovra economica: tra tecnicismi e visione politica</p>
<p>La manovra presentata dal Governo Meloni è essenzialmente una manovra tecnica, orientata al consolidamento fiscale piuttosto che alla redistribuzione politica o elettorale. In questo senso, l’obiettivo non è massimizzare il consenso nell’immediato, ma dare stabilità ai conti nel medio termine.<br />
Il dossier banche rappresenta, infatti, uno dei maggiori nodi: serve uno sforzo di equilibrio tra risanamento, tutela del risparmio e gestione dei crediti deteriorati.</p>
<p>La speranza implicita sembra essere che, nei prossimi anni, questa stessa stabilità politica – basata su una prospettiva sovrapponibile alla durata di una legislatura – possa dare il tempo necessario per realizzare riforme strutturali che promuovano crescita, produttività e occupazione.</p>
<p>⸻</p>
<p>Il risveglio dello Stato sociale e la centralità del welfare reale</p>
<p>Se il Covid ha sancito un parziale ritorno dell’economia keynesiana — cioè del ruolo attivo dello Stato come stabilizzatore — l’esperienza post-pandemica ha rafforzato una consapevolezza: non possiamo fare a meno del welfare reale.</p>
<p>In Italia, la sanità pubblica è il pilastro più concreto del welfare. Senza un sistema sanitario forte, non c’è protezione sociale credibile. Ma esiste anche un welfare “invisibile”, incarnato soprattutto dalle donne: la cura della famiglia, il supporto generazionale, la gestione quotidiana. Quel doppio ruolo di lavoratrici e custodi dei legami sociali è una risorsa del Paese — spesso negletta nei piani economici.</p>
<p>⸻</p>
<p>Politica e orizzonte temporale: oltre l’“hype” delle urne</p>
<p>La vera sfida è culturale. Troppe volte la politica è pensata a scadenza elettorale: proclami, slogan, visibilità. Ma l’Italia oggi ha bisogno di visione a 10-15 anni, non di promesse per i prossimi mesi.</p>
<p>Un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile alto, con un debito/PIL nell’ordine di quasi 140 %, con una crescita sotto l’1 % non può permettersi il lusso della tattica a breve.<br />
Serve un patto sociale che metta al centro lavoro, infrastrutture (materiali e immateriali), istruzione e parità di genere. Solamente così potremo davvero dare concretezza all’idea che “non guardo quest’anno, ma l’Italia dei prossimi decenni”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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