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	<title>Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Einaudi Blog</title>
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	<item>
		<title>Lo stato del terrorismo globale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lo-stato-del-terrorismo-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 12:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto delle Nazioni Unite sul terrorismo globale, che in due decenni è venuto realizzando una sintesi di orientamenti e modelli, è giunto alla tredicesima edizione. Diffuso nella parte iniziale del 2026, indica un calo sostanziale del fenomeno, con una riduzione delle vittime del 28 per cento, e degli attacchi del 22 per cento. Il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto delle Nazioni Unite sul terrorismo globale, che in due decenni è venuto realizzando una sintesi di orientamenti e modelli, è giunto alla tredicesima edizione. Diffuso nella parte iniziale del 2026, indica un calo sostanziale del fenomeno, con una riduzione delle vittime del 28 per cento, e degli attacchi del 22 per cento. Il miglioramento è stato generalizzato, in quanto 81 paesi hanno manifestato evoluzioni positive. Tuttavia, 19 hanno subito un peggioramento e di questi, dato inedito, sette si trovano nella sfera occidentale.</p>
<p>Negli ultimi cinque anni, il 93 per cento delle aggressioni in Occidente è stato compiuto da persone che agivano da sole, ed erano tre volte più determinate a portarle a termine, rispetto a gruppi di due o più individui. Nel 2025, le morti per terrorismo sono esplose del 280 per cento, raggiungendo quota 57. Ciò è stato determinato da azioni con numerose perdite, fra cui l&#8217;attentato con un camion a New Orleans, negli Stati Uniti, a gennaio, e la sparatoria di Bondi Beach, in Australia, a dicembre. Altri avvenimenti di alto profilo hanno avuto motivazioni politiche, tra cui l&#8217;assassinio del propagandista conservatore statunitense, Charlie Kirk, e l&#8217;eliminazione di due membri dello<em> staff</em> dell&#8217;ambasciata israeliana, a Washington DC. Vale la pena sottolineare che, malgrado l&#8217;ampia copertura mediatica, solo l&#8217;1 per cento dei caduti per terrorismo nel mondo apparteneva a territori estranei a conflitti armati.</p>
<p>Un elemento affiora, nondimeno, per la sua importanza. I giovani e i minori interessano il 42 per cento delle indagini del 2025, relative al terrorismo in Europa e Nord America, un aumento di tre volte superiore rispetto al 2021. La tempistica media dell’indottrinamento si è assottigliata e il processo può verificarsi in alcune settimane, grazie alla propaganda <em>online</em>, l&#8217;amplificazione algoritmica e lo sfruttamento delle vulnerabilità. Si stima che l&#8217;87 per cento dei minori in questione abbia vissuto negligenza in famiglia o abusi psicologici, mentre il 77 per cento abbandono. Il 97 per cento dei crimini è stato intercettato dalle forze dell’ordine, tra il 2022 e il 2025, rispetto al 68 per cento dei complotti di adulti.</p>
<p>I fattori alla base del reclutamento giovanile variano a seconda dell’ubicazione geografica. Se in Occidente, emergono l&#8217;alienazione e l&#8217;isolamento sociale, in Africa, il 71 per cento indica come presupposto dominante l&#8217;adesione ideologica alle posizioni dei gruppi estremisti, e un quarto ha citato la mancanza di opportunità di lavoro. La radicalizzazione del sud del pianeta appare come una delle preoccupazioni urgenti dei cittadini occidentali. Sei dei dieci paesi più colpiti si trovano nell&#8217;Africa subsahariana, ormai epicentro internazionale. Il resto rimane concentrato in cinque, dove si è verificato circa il 70 per cento dei decessi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica democratica del Congo (Rdc).</p>
<p>Il sedicente Stato islamico (Is per la sigla in inglese), e i suoi affiliati, pur continuando a funzionare come una rete poco strutturata, e restando presenti in un numero inferiore di nazioni &#8211; da 22 a 15 in sei regioni -, sono stati deleteri nel 2025. Si è verificato un mutamento nella focalizzazione: le offensive nell&#8217;Africa subsahariana sono quasi raddoppiate nell&#8217;ultimo anno, passando da 111 a 221, mentre in Medio Oriente e Nord Africa si sono abbassate del 39 per cento. Is, Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (Jnim), Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp) e al-Shabaab, sono stati insieme responsabili di 3.869 uccisioni, ovvero il 70 per cento di quelle dovute al terrorismo. Tre dei quattro hanno mostrato un ridimensionamento del volume delle esecuzioni, mentre il Ttp è stato l&#8217;unico a cagionare un rialzo.</p>
<p>Nonostante i progressi dell&#8217;ultimo anno, questi stessi mascherano traguardi nocivi. I <em>jihadisti</em> hanno applicato una ponderata strategia di defalcazione degli assalti terroristici contro i civili. La scommessa si gioca intorno a una conquista graduale del consenso della popolazione locale, e una consolidazione delle giurisdizioni che, nel tempo, si sono acquisite con grande spargimento di sangue. In aggiunta, l’Is sta espandendo la propria attività e solidità economica, imponendo blocchi alle città preminenti, intesi a facilitare traffici illegali e monopoli di beni e risorse.</p>
<p>Per la prima volta, il Pakistan ha occupato il punteggio massimo nell&#8217;indice, a seguito di una netta recrudescenza terroristica, anche dovuta al ritorno al potere dei talebani in Afghanistan, nel 2021. Le tese relazioni i vicini, unite all’intensificazione della violenza del Ttp e dell&#8217;Esercito di liberazione del Balochistan (Bla), hanno creato significativi rischi per la sicurezza. Il numero di omicidi ha ottenuto un triste <em>record</em> dal 2013, con 1.139 vittime e 1.045 attentati, nel 2025.</p>
<p>Le morti nel Sahel, che include Burkina Faso e Niger, hanno rappresentato gli effetti di oltre la metà del terrorismo su scala globale. In Burkina Faso, il più bersagliato nel 2023 e il 2024, a dispetto di una diminuzione a livello totale nel 2025, ha avuto luogo una recrudescenza nella letalità delle aggressioni, a ragione dell’applicazione sistematica di un modello con episodi di minore frequenza, ma nella sostanza contraddistinti da una maggiore brutalità.</p>
<p>La Nigeria ha registrato un incremento cospicuo nel 2025, con un’impennata dei delitti del 46 per cento, toccando quota 750. Lo Stato islamico della provincia dell&#8217;Africa occidentale (Iswap) e Boko Haram sono stati rei di incursioni, passate da 20 nel 2024 a 92 nel 2025, e dell&#8217;80 per cento di tutti gli assassinii nazionali per terrorismo. Pure la Rdc ha visto un balzo sostanziale, guadagnando la peggiore posizione di sempre. I decessi sono lievitati del 28 per cento, arrivando a 467, a causa delle scorrerie perpetrate dalle Forze democratiche alleate (Adf), associata all’Is, che hanno preso di mira civili, chiese, ospedali e funerali.</p>
<p>In Somalia, sebbene le vittime siano decresciute per il terzo anno consecutivo, Al-Shabaab ha lanciato l&#8217;offensiva di Shabelle, a principio del 2025, assoggettando posizioni governative nella zona centrale. Entro la metà dell&#8217;anno, il gruppo era avanzato fino a 50 chilometri da Mogadiscio, sfruttando la transizione fra le missioni di pace dell&#8217;Unione africana, le fratture politiche tra il governo e gli stati federali, e un canale di approvvigionamento di armi dagli houthi yemeniti.</p>
<p>Il rapporto mette, inoltre, in luce che la vicinanza alle frontiere è una caratteristica distintiva del terrorismo contemporaneo. Nel 2025, il 41 per cento degli attacchi si è verificato entro cinquanta chilometri da un confine internazionale, e il 64 entro i cento, con una flessione del 23 superati i cento chilometri. I vuoti di autorità nelle fasce frontaliere, spazi in cui il controllo statale è più debole, e l&#8217;incapacità dei paesi di gestire con efficacia la controinsurrezione transnazionale, sono stati chiave nella diffusione e permanenza di focolai in diverse aree, fra cui si annoverano i confini tra Colombia e Venezuela, Afghanistan e Pakistan, l&#8217;area trifronte del Sahel centrale, e il bacino del lago Ciad.</p>
<p>Il deterioramento del quadro geopolitico apre prospettive incerte per il 2026 e gli anni a seguire. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran amplia il pericolo di futuri attacchi terroristici per procura, diretti ai responsabili e i loro alleati, e un’<em>escalation</em> nell’intera regione. Il crollo delle Forze democratiche siriane curde nel nord-est della Siria, e le evasioni di massa di ex combattenti dell&#8217;Is dai campi di detenzione, influenzeranno il contesto in Siria e Iraq, dove l’Is ha annunciato una nuova campagna predatoria.</p>
<p>E, ancora, non è destinato a sparire l’utilizzo di droni in Colombia, per mano delle forze armate dissidenti, ispirato alle infelici innovazioni belliche ucraine, con 77 attacchi di questa natura nel biennio 2024-2025, e un rincaro delle morti del 70 per cento. Come non si allenteranno la polarizzazione politica, e gli attentati a questa relazionati, espansi quasi del 20 per cento nel 2025, con il 75 per cento del totale in Sudamerica. Ed è improbabile che, in Occidente, le condizioni di fondo che hanno determinato l&#8217;accrescimento del terrorismo vengano rimosse, se pensiamo a quanto accaduto a Berlino pochi giorni fa, durante il Christopher Street Day, quando un terrorista di ventuno anni si è scagliato con un furgone sulla folla, provocando un morto e 29 feriti.</p>
<p>Il rapporto, quindi, conclude che un certo cambiamento nella lotta al terrorismo, osservato nel 2025, potrebbe rivelarsi una tregua temporanea. Nel loro insieme, queste crisi convergenti suggeriscono tutt’altro che l&#8217;avvio di una tendenza favorevole duratura.</p>
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		<title>L’inattualità della temperanza</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/linattualita-della-temperanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 21:40:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Carrillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La temperanza è la più inattuale delle virtù e la sua forza risiede nel suo “stridere con il tempo in cui stiamo vivendo”, scrive Gennaro Carillo nel suo ultimo saggio, Temperanza, il Mulino, 2025. Stride certamente con l’immagine di Donald Trump, che dichiara di odiare i suoi avversari, dando voce a una tendenza che oltrepassa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La temperanza è la più inattuale delle virtù e la sua forza risiede nel suo “stridere con il tempo in cui stiamo vivendo”, scrive Gennaro Carillo nel suo ultimo saggio, <em>Temperanza</em>, il Mulino, 2025. Stride certamente con l’immagine di Donald Trump, che dichiara di odiare i suoi avversari, dando voce a una tendenza che oltrepassa i confini del movimento MAGA e il mondo della politica, per irrompere anche nel discorso pubblico. L’emotività predomina così sulla ponderazione e la ricerca del consenso immediato tende a delegittimare le argomentazioni razionalmente motivate. Carillo attraversa i mondi dell’arte, della letteratura e della filosofia, consentendo al lettore di cogliere le rappresentazioni della temperanza in diversi momenti storici. Platone, che della democrazia e della sua scarsa attenzione verso questa virtù fu un critico severo, assume, sin dalle prime pagine del saggio, un ruolo centrale. Nella sua <em>Repubblica</em>, sottolinea Carillo, la giustizia consiste, per il cittadino, nell’eseguire il compito che gli è proprio, mentre, nella democrazia, il principio fondante è la <em>polypragmosyne</em>, una proliferazione di funzioni che non richiedono particolari vocazioni o qualità. La stessa <em>parrhesia</em>, la libertà di parola, che potrebbe sembrare una grande conquista civile, può allora divenire, per l’intemperanza del <em>demos</em>, un terreno di coltura per demagoghi e tiranni.</p>
<p>Carillo ricorre a Giotto e ad Ambrogio Lorenzetti, per descrivere come, nella città medioevale, fosse vivo il richiamo alla moderazione, che poteva trovare espressione artistica nei luoghi più significativi del potere spirituale e del potere politico. A Padova, nella parete meridionale della Cappella degli Scrovegni, Giotto dà un volto alle virtù, alle quali, nella parete nord, si contrappongono i vizi. Se l’ira è raffigurata come una donna che si strappa le vesti, la temperanza mostra un aspetto sereno, e tiene sulla bocca delle briglie, al fine di esercitare un controllo sulle parole. Il tema è presente, in altre forme, anche nel Palazzo pubblico di Siena, in cui Ambrogio Lorenzetti accosta al Bene Comune le virtù cardinali. Qui, alla temperanza è associata la clessidra, simbolo, commenta Carillo, della misura del tempo, della moderazione e, dunque, del buongoverno. La democrazia, secondo Platone, non si identifica col buongoverno, in quanto alimenta un desiderio sfrenato di possesso, che richiama il furore dionisiaco e l’ebbrezza di chi beve vino puro. Per i greci, solo i barbari bevevano vino non miscelato con l’acqua secondo una giusta proporzione. Proprio per questo, Ulisse riesce a ingannare Polifemo, il ciclope che incarna la dismisura e vive in una condizione selvatica, ignorando le leggi dell’ospitalità.</p>
<p>L’assenza di temperanza impedisce la formazione di una coscienza civile, lasciando che nella <em>polis </em>si affermino figure in cui l’arte della persuasione primeggia sulla competenza, come accade nel <em>Gorgia </em>platonico, in cui il sofista sostiene di essere più abile di un medico nel convincere un paziente ad assumere un farmaco. Quando Socrate obietterà che “fra coloro che sanno il retore non sarà mai più persuasivo del medico”, Gorgia dovrà però arrendersi e ammettere che le sue parole saranno efficaci solo per il volgo. Una società di uomini “che non sanno”, e diffidano di chi sa, rischia dunque, come accade anche nei nostri giorni, di cadere in balia di guaritori improvvisati e di ciarlatani di ogni genere.</p>
<p>Dopo il ’68 è prevalsa la tendenza a relegare la temperanza tra i “vizi passivi” e “borghesi”, sottovalutando il valore che questa virtù aveva rivestito in passato e negli anni bui dei totalitarismi. Thomas Mann, ricorda Carillo, fondò nel 1937 la rivista “Maß und Wert” (<em>Misura e Valore</em>) e contrappose, nell’editoriale del primo numero, la “misura” musicale alla barbarie che si stava diffondendo in Germania e in Europa. Questo ideale della misura, Mann riconosceva, come scrisse in seguito, nell’equilibrio e nella “operosità tenace sino all’estremo” di Wolfgang Goethe, il più autentico rappresentante di quella età borghese che aveva coltivato la virtù della temperanza. Una virtù presente, sul piano politico, nell’equilibrio di pesi e contrappesi tra i poteri, proprio del costituzionalismo “borghese” moderno e della liberaldemocrazia, che oggi non gode di buona salute. Carillo scrive che una riflessione sulla temperanza e sulle criticità della democrazia non poteva non partire da Platone. Emerge però, al tempo stesso, la necessità di “pensare la politica al di fuori dell’orizzonte che lui ha definito”. Il filosofo non può infatti limitarsi a diagnosticare i mali di cui soffre oggi la democrazia, negli Stati Uniti e in Europa. Deve invece, come il prigioniero liberato della <em>Repubblica</em>, “ridiscendere nella caverna” e impegnarsi a far comprendere che la libertà può esprimersi pienamente solo quando si è in grado di affrancarsi dalla fascinazione di immagini e parole che tendono ad anestetizzare la ragione critica.</p>
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		<title>Il Regno Unito dopo Starmer: Andy Burnham e la lunga ricerca di una nuova identità politica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/il-regno-unito-dopo-starmer-andy-burnham-e-la-lunga-ricerca-di-una-nuova-identita-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 21:35:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[Regno Unito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica britannica ha sempre avuto una capacità particolare: trasformare i cambiamenti di leadership in momenti altamente simbolici, quasi teatrali, nei quali la continuità delle istituzioni convive con la percezione di una frattura storica. La porta nera di Downing Street, il rito dell’incarico affidato dal sovrano, il passaggio di consegne tra primo ministro uscente e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s5"><span class="s6">La politica britannica ha sempre avuto una capacità particolare: trasformare i cambiamenti di leadership in momenti altamente simbolici, quasi teatrali, nei quali la continuità delle istituzioni convive con la percezione di una frattura storica. La porta nera di </span><span class="s6">Downing</span><span class="s6"> Street, il rito dell’incarico affidato dal sovrano, il passaggio di consegne tra primo ministro uscente e nuovo capo del governo appartengono a una tradizione secolare che comunica stabilità. Ma dietro la liturgia istituzionale, il Regno Unito che accoglie Andy </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> a </span><span class="s6">Downing</span><span class="s6">Street appare come un Paese profondamente inquieto, ancora alla ricerca di una nuova definizione di sé.</span> <span class="s6">Le dimissioni di </span><span class="s6">Keir</span> <span class="s6">Starmer</span><span class="s6"> non rappresentano soltanto la conclusione di una stagione politica personale, ma il limite di una precisa idea di governo del Labour. Una strategia che aveva riportato il partito al governo con la promessa di normalizzare la politica britannica dopo gli anni turbolenti seguiti al referendum sulla Brexit, ma che non è riuscita completamente a ricostruire quel rapporto emotivo tra partito e società che per decenni aveva rappresentato una delle caratteristiche fondamentali del movimento laburista.</span> <span class="s6">Starmer</span><span class="s6"> aveva ereditato un partito sconfitto, diviso e ancora segnato dalla controversa esperienza della leadership di Jeremy </span><span class="s6">Corbyn</span><span class="s6">. Il suo progetto politico era stato quello di restituire credibilità istituzionale al Labour, allontanandolo dalle posizioni considerate più radicali e riportandolo verso una dimensione di governo. La sua leadership era fondata sulla disciplina, sulla prudenza comunicativa e sulla promessa di una gestione competente dello Stato.</span> <span class="s6">Era, in molti aspetti, la risposta alla lunga crisi britannica iniziata con la Brexit: una crisi non soltanto economica, ma soprattutto identitaria. Dal referendum del 2016 il Regno Unito ha attraversato una stagione di profonde fratture politiche. La promessa di “riprendere il controllo” aveva intercettato un sentimento reale di disagio, ma si era poi confrontata con una realtà molto più complessa: un’economia sottoposta alle pressioni della globalizzazione, servizi pubblici in difficoltà e una distanza crescente tra cittadini e istituzioni.</span> <span class="s6">È dentro questa contraddizione che nasce la parabola di Andy </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6">.</span> <span class="s6">La sua ascesa rappresenta il ritorno al centro della scena nazionale di una figura che, per anni, ha incarnato un’idea diversa di Labour. Se </span><span class="s6">Starmer</span><span class="s6"> era il simbolo della ricostruzione dell’affidabilità del partito, </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> rappresenta il tentativo di ricostruire un legame più profondo con quei territori che per generazioni hanno costituito il cuore sociale del movimento laburista.</span> <span class="s6">La storia del Labour è attraversata da una tensione costante: quella tra la dimensione istituzionale del governo e il rapporto organico con le comunità che ne hanno rappresentato la base sociale. Da Clement Attlee, che nel secondo dopoguerra costruì il grande progetto dello Stato sociale britannico, fino a Harold Wilson, capace negli anni Sessanta di interpretare la trasformazione tecnologica e culturale del Paese, ogni stagione di successo del Labour è nata dalla capacità di leggere un cambiamento della società.</span> <span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> si colloca dentro questa tradizione, ma deve interpretarla in un contesto storico nel quale molte delle antiche certezze del Labour sono venute meno.</span> <span class="s6">La sua storia politica è profondamente legata al Nord dell’Inghilterra. Da sindaco della </span><span class="s6">Greater</span><span class="s6"> Manchester ha costruito un’immagine distante dall’establishment londinese, insistendo sul ruolo delle comunità locali, sulla necessità di riequilibrare il rapporto tra capitale e periferie e sulla convinzione che la politica nazionale debba partire dai luoghi concreti dove vivono i cittadini.</span> <span class="s6">Non è casuale che </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> sia stato spesso definito “King of the North”. Dietro questo soprannome non c’è soltanto un riferimento geografico, ma una precisa narrazione politica: quella di un Regno Unito nel quale Londra ha concentrato per decenni ricchezza, opportunità e influenza, lasciando molte aree industriali alle prese con il declino economico e con la perdita di identità.</span> <span class="s6">La sfida di </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> è quindi anche culturale. Deve dimostrare che il Labour può tornare a rappresentare una maggioranza sociale ampia senza limitarsi a essere il partito delle grandi città progressiste, dei giovani urbani e dei settori più istruiti della popolazione. Deve riconquistare quei lavoratori che un tempo consideravano il voto laburista quasi naturale e che negli ultimi anni hanno guardato verso alternative conservatrici o populiste.</span> <span class="s6">In questo senso la domanda che riguarda il nuovo premier britannico è una domanda che attraversa tutta la sinistra europea: come governare in un’epoca nella quale il rapporto storico tra partiti progressisti e classi popolari si è indebolito?</span> <span class="s6">Per gran parte del Novecento la socialdemocrazia europea si è fondata su un patto chiaro: crescita economica, protezione sociale, rappresentanza del lavoro e ampliamento dei diritti. Quel modello ha garantito decenni di consenso, ma ha iniziato a entrare in crisi con la globalizzazione, la trasformazione del mercato del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze territoriali.</span> <span class="s6">Il New Labour di Tony Blair fu una delle risposte più importanti a quella trasformazione. Negli anni Novanta Blair comprese che il Labour doveva superare la tradizionale contrapposizione tra Stato e mercato, accettando alcune dinamiche della globalizzazione e proponendo una terza via capace di combinare competitività economica e investimenti sociali.</span> <span class="s6">Quel progetto ebbe un enorme successo elettorale, ma lasciò anche una controversa eredità. Per molti cittadini britannici, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e gli anni dell’austerità, il </span><span class="s6">blairismo</span><span class="s6"> è diventato il simbolo di una sinistra percepita come troppo distante dalle proprie radici popolari.</span> <span class="s6">Burnham</span><span class="s6">arriva dopo quella stagione e dopo il tentativo di </span><span class="s6">Starmer</span><span class="s6"> di superarla attraverso una linea più istituzionale. La sua scommessa è diversa: non soltanto rendere il Labour più credibile agli occhi degli elettori, ma renderlo nuovamente riconoscibile.</span> <span class="s6">Ma la riconoscibilità politica, da sola, non basta.</span> <span class="s6">Un governo viene giudicato sulla capacità di migliorare la vita quotidiana dei cittadini. Ed è qui che iniziano le difficoltà più grandi.</span> <span class="s6">Il Regno Unito che </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> eredita è un Paese nel quale il sistema sanitario nazionale, simbolo della cultura pubblica britannica del dopoguerra, continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni degli elettori. L’emergenza abitativa, il costo della vita e la percezione di una mobilità sociale sempre più difficile alimentano una frustrazione che attraversa settori diversi della società.</span> <span class="s6">La parola “stabilità”, scelta da </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> come promessa politica centrale, assume quindi un significato molto più ampio della semplice assenza di crisi parlamentari. Stabilità significa avere un lavoro sicuro, poter accedere a una casa, ricevere servizi pubblici efficienti, vedere un futuro possibile per le nuove generazioni.</span> <span class="s6">Ed è proprio questa trasformazione del concetto di stabilità a spiegare perché la vicenda britannica interessa anche il resto dell’Europa.</span> <span class="s6">Dal referendum del 2016 il Regno Unito è diventato uno dei principali laboratori politici del continente. In esso si sono manifestate con particolare intensità alcune delle tensioni che attraversano tutte le democrazie occidentali: la crisi della rappresentanza, la sfiducia verso le élite, la difficoltà dei partiti tradizionali nel rispondere a società trasformate dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica.</span> <span class="s6">La Brexit avrebbe dovuto rappresentare, nelle intenzioni dei suoi promotori, l’inizio di una nuova fase di autonomia nazionale. Ma la realtà ha dimostrato che nessun Paese può sottrarsi completamente alla propria geografia, ai legami economici, alle sfide comuni sulla sicurezza, sull’energia e sulla tecnologia.</span> <span class="s6">Il nuovo governo britannico sarà quindi chiamato a ridefinire il rapporto con Bruxelles. Non attraverso una riapertura della questione Brexit, politicamente improbabile, ma attraverso un pragmatismo fondato sulla cooperazione.</span><span class="s6">La stagione degli slogan è terminata. La nuova fase richiede collaborazione concreta: ricerca scientifica, università, sicurezza, difesa, commercio, gestione delle grandi crisi internazionali.</span> <span class="s6">In un mondo segnato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra Stati Uniti e Cina e dalla crisi del multilateralismo, il Regno Unito rimane un attore strategico fondamentale. La sua influenza non deriva soltanto dall’economia, ma dalla capacità diplomatica, militare e culturale costruita nel corso dei secoli.</span> <span class="s6">La leadership di </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> sarà osservata con attenzione sia dalle capitali europee sia da Washington. Il rapporto speciale con gli Stati Uniti rimane un pilastro della politica estera britannica, ma anche quel rapporto deve confrontarsi con un ordine mondiale profondamente cambiato.</span> <span class="s6">Il mondo nel quale Londra cerca una nuova identità non è più quello degli anni Novanta, quando Blair immaginava una Gran Bretagna capace di essere ponte naturale tra Europa e America. Oggi il Regno Unito deve muoversi in uno scenario più instabile, nel quale la geopolitica è tornata al centro della storia.</span> <span class="s6">La sfida di </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> assume così un valore simbolico anche per la sinistra europea.</span> <span class="s6">Molti partiti socialdemocratici affrontano la stessa difficoltà: difendere i diritti sociali senza rinunciare alla competitività economica; parlare alle periferie senza perdere il consenso delle grandi città; contrastare il populismo senza limitarsi alla difesa dell’esistente.</span> <span class="s6">La risposta di </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> sembra partire da una convinzione precisa: la politica deve tornare a essere radicata nei territori.</span> <span class="s6">Non basta amministrare meglio. Occorre ricostruire un senso di appartenenza.</span> <span class="s6">La crisi delle democrazie occidentali, infatti, non nasce soltanto dalla mancanza di crescita economica, ma dalla percezione diffusa che le istituzioni siano diventate lontane dalla vita quotidiana delle persone. Quando questa distanza aumenta, cresce lo spazio per chi propone soluzioni semplici a problemi complessi.</span> <span class="s6">La crescita delle forze populiste britanniche nasce anche da questa frattura: dalla paura del declino, dal senso di abbandono di alcune comunità, dalla sfiducia verso una politica incapace di mantenere le proprie promesse.</span> <span class="s6">Per </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> la battaglia sarà dunque più ampia di quella contro l’opposizione parlamentare. Sarà una battaglia per dimostrare che la democrazia può ancora produrre cambiamenti concreti.</span> <span class="s6">La storia del Labour insegna che il partito ha vinto quando è riuscito a interpretare una trasformazione della società britannica. Oggi </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> tenta una nuova sintesi in un’epoca segnata dalla crisi del modello precedente e dalla ricerca di un nuovo equilibrio tra Stato, mercato e comunità.</span> <span class="s6">La sua difficoltà sarà evitare due rischi opposti: trasformare il richiamo ai territori in nostalgia per un passato industriale irripetibile oppure rinunciare alla modernizzazione economica in nome di una protezione sociale impossibile da sostenere senza crescita.</span> <span class="s6">La vera domanda alla quale dovrà rispondere non riguarda soltanto la durata del suo governo. Riguarda qualcosa di più profondo: può una forza progressista del XXI secolo difendere la sicurezza sociale senza chiudersi al cambiamento?</span> <span class="s6">Il Regno Unito, ancora una volta, diventa un osservatorio privilegiato di una questione che riguarda tutto l’Occidente.</span> <span class="s6">L’arrivo di Andy </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> a </span><span class="s6">Downing</span><span class="s6"> Street non è soltanto un nuovo capitolo della storia politica britannica. È il tentativo di riscrivere il rapporto tra cittadini e Stato in una fase storica nella quale molte certezze del Novecento sono venute meno.</span> <span class="s6">La promessa di restituire stabilità al Paese non riguarda soltanto i mercati o i conti pubblici. Riguarda qualcosa di più difficile da conquistare: la fiducia.</span> <span class="s6">Ed è forse proprio questa la risorsa politica più rara nelle democrazie contemporanee.</span> <span class="s6">Non basta vincere le elezioni. Non basta occupare i palazzi del potere. Non basta amministrare con competenza.</span> <span class="s6">Una leadership dura nel tempo soltanto quando riesce a convincere una società che il futuro può ancora essere migliore del presente.</span> <span class="s6">La sfida del nuovo premier britannico non sarà soltanto riconquistare il consenso perduto del Labour, ma dimostrare che la politica democratica può ancora offrire una promessa di futuro in un tempo dominato dalla paura del declino.</span> <span class="s6">Perché la vera partita di </span><span class="s6">Burnham</span><span class="s6"> non sarà soltanto governare il Regno Unito, ma dimostrare che, anche in un’epoca segnata dalla sfiducia, la politica può ancora costruire una direzione condivisa.</span> <span class="s6">E, in fondo, è la stessa sfida che riguarda l’Europa intera.</span></p>
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		<title>La Polis tra isonomia e dismisura</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-polis-tra-isonomia-e-dismisura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 20:54:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[john stuart mill]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>John Stuart Mill, recensendo la monumentale A History of Greece di George Grote, scriveva che la battaglia di Maratona del 490 a.C. era stata, anche per la storia inglese, più importante di quella di Hastings. La coincidenza fra la battaglia di Salamina e quella di Imera, dieci anni dopo, consentì di collocare questi due eventi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>John Stuart Mill, recensendo la monumentale A History of Greece di George Grote, scriveva che la battaglia di Maratona del 490 a.C. era stata, anche per la storia inglese, più importante di quella di Hastings. La coincidenza fra la battaglia di Salamina e quella di Imera, dieci anni dopo, consentì di collocare questi due eventi nel quadro di una vittoria della libertà greca sul dispotismo asiatico. Nello stesso giorno, leggiamo nelle Storie di Erodoto (VII, 166), “in Sicilia Gerone e Terone vinsero Amilcare Cartaginese e a Salamina i Greci vinsero il Persiano”.</p>
<p>Montesquieu considerava esemplare il trattato di pace stipulato tra il tiranno di Siracusa Gelone e i Cartaginesi nel 480 a.C., proprio dopo la battaglia di Imera. Lo giudicava infatti il “più bel trattato di pace del quale la storia abbia parlato”, perché Gelone aveva preteso che i Cartaginesi abolissero i sacrifici umani. Esigeva dunque una condizione utile proprio al nemico, al quale chiedeva di sottoscrivere “un trattato a favore del genere umano” (Lo spirito delle leggi, Libro X, capitoli IV e V).</p>
<p>La convinzione che il dispotismo fosse connaturato al mondo barbarico e all’Oriente era fortemente radicata nel pensiero greco. Aristotele sosteneva infatti che “avendo per natura i barbari un carattere più servile dei Greci, e gli Asiatici più degli Europei, sottostanno al dominio dispotico senza risentimento” (Politica III, 14). Questi toni richiamano un passo delle Storie (VII, 134-137), in cui Erodoto descrive il dialogo tra gli Spartani Spertia e Buli e il dignitario persiano Idarne. Il consigliere del Gran Re promise loro un grande avvenire se si fossero schierati a favore della Persia, ma, commentava Karl A. Wittfogel, essi, “a profitto della Grecia – e a profitto di tutti gli uomini liberi”, considerarono Idarne un consigliere unilaterale, in quanto aveva esperienza di mezza realtà soltanto e ignorava l’altra. Conosceva bene, infatti, il governo dispotico, ma non sapeva nulla della libertà politica.</p>
<p>Tale polarità è al centro de I Persiani, la tragedia di Eschilo rappresentata ad Atene nel 472 a. C., otto anni dopo la battaglia di Salamina. Il regista Alex Ollè, che ha messo in scena I Persiani in occasione del LXI ciclo degli spettacoli classici a Siracusa, ha collocato l’azione tragica in una sala operativa, nella quale si attendono le notizie sulla spedizione di Serse per coordinare le azioni militari. Un grande schermo consente agli spettatori di osservare ogni espressione dei singoli personaggi ed evidenzia, al tempo stesso, la distanza tra il potere e le persone comuni, che subiscono le tragiche conseguenze della guerra.<br />
L’araldo, che irrompe all’improvviso, racconta, dal punto di vista dei vinti, la terribile sconfitta persiana, mettendo in luce l’amore per la libertà dei Greci e, quando la regina Atossa gli chiede chi sia il loro capo, risponde che di nessuno sono servi o sudditi. Dario, che appare in forma di spettro, rivolge parole molto dure verso Serse, che si è macchiato di hybris. Il motto delfico Meden agan (nulla di troppo) viene dunque assunto dal Gran Re come criterio per giudicare l’operato irresponsabile del suo esercito e dei suoi comandanti, che Zeus ha punito per aver devastato la Grecia e profanato i templi.</p>
<p>Il tema del dispotismo asiatico ha rappresentato un topos della cultura occidentale. Wittfogel, che aveva conosciuto le diverse declinazioni del totalitarismo novecentesco, delineò in Il dispotismo orientale, delle analogie tra i grandi imperi, dalla Cina all’Egitto, e l’apparato burocratico sovietico. Wittfogel vedeva nell’URSS una forma di restaurazione del dispotismo asiatico e non l’assetto socialista teorizzato da Marx e dallo stesso Lenin prima del 1917. Sosteneva però che l’antico dispotismo agrario aveva una struttura semimanageriale, nel quadro di un potere politico totale e di un limitato controllo sociale. Il dispotismo industriale consolidatosi in Russia dopo la rivoluzione, aveva invece dato vita a una burocrazia pienamente manageriale, che combinava il potere politico totale con un controllo assoluto sulla società e sulla cultura. Marx, commentava ironicamente Wittfogel, aveva definito come un sistema di “schiavitù generale” le società orientali (fra le quali includeva la Russia zarista), ma avrebbe potuto adottare quella formula per indicare “la nuova società industriale di apparato” dell’URSS.</p>
<p>Tra gli esponenti dell’Intellighenzia che non si riconobbero nella rivoluzione russa, alcuni, come Nikolaj Sergeevic Trubeckoj o Georgij Florovskij, ripresero le teorie slavofile affermatesi in Russia in opposizione all’Illuminismo europeo. La tradizione ortodossa, il mito della Santa Madre Russia, come anche la figura di Gengis Khan, confluirono nell’ideologia eurasiatica, divenendo un sicuro riferimento identitario. Quanti pensarono di coniugare lo spirito della rivoluzione con questa ideologia furono considerati reazionari e subirono dure condanne. L&#8217;eurasiatismo ha poi conosciuto la sua rinascita, offrendo ad Alexsandr Dugin, uno fra i più influenti consiglieri di Vladimir Putin, efficaci argomenti contro la “corruzione” occidentale. In tale contesto è nato il progetto putiniano di “Unione Eurasiatica” del 2012, in cui emergono i tratti della mentalità dispotica descritta da Wittfogel.<br />
Alla fine del secolo scorso, l’idea di un superamento delle liberaldemocrazie era ben presente in alcune società orientali sviluppate. Si pensi, ad esempio, all’attenzione rivolta ai “valori asiatici” dall’ex primo ministro malese Mahathir Mohamad, fautore di un governo tecnocratico e di una subordinazione dell’individuo alla comunità, intesa come famiglia, come stato o come impresa. E si pensi anche al modello cinese, in cui, un capitalismo aggressivo coesiste con le strutture del partito comunista.<br />
Risulta difficile accettare che questi modelli autoritari vengano variamente declinati negli ambienti della Silicon Valley, noti non molto tempo fa per i loro progetti libertari. Un comune spirito verticistico ispira infatti le strategie di Peter Thiel, di Elon Musk o di Curtis Yarvin, in un confuso sincretismo che assembla la teologia politica, Palantir, il controllo planetario e la neomonarchia. In questo clima, la democrazia illiberale può divenire l’orizzonte comune per gli autocrati che vogliono affrancarsi dai pesi e dai contrappesi del costituzionalismo.<br />
Donal Kagan scriveva, nel suo saggio su Pericle, che gli ufficiali ammessi al prestigioso Naval War College di Newport, a Rhode Island, ricevono in dono La guerra del Peloponneso di Tucidide, che costituisce l’introduzione al corso di strategia e politica. Durante il recente incontro fra Donald Trump e Xi Jinping, il presidente cinese ha ripreso l’immagine della “trappola di Tucidide”, evocata da Graham T. Allison nel 2017. Il politologo di Harvard aveva infatti individuato nella tensione tra Cina e USA i motivi che contrapposero Sparta all’imperialismo ateniese, e diedero origine alla Guerra del Peloponneso.<br />
Gli scenari in cui si collocano oggi le relazioni internazionali e la prevalenza di leadership autoritarie sono difficilmente leggibili alla luce dell’Isonomia o della Sophrosyne, che ispiravano Erodoto, Tucidide o Eschilo, e non rinviano certamente al trattato di Gelone. Sarebbe quanto meno irrealistico pensare che un trattato di pace con l’Iran, predisposto da Donald Trump, possa oggi prevedere l’abolizione della pena di morte per i dissidenti o lo smantellamento della Polizia morale.<br />
La democrazia, scriveva Hans Kelsen in Essenza e valore della democrazia, dovrebbe implicare l’assenza di capi, ma la realtà dimostra che il suo funzionamento ne richiede la presenza. Si distingue dunque dall’autocrazia non per l’assenza, ma per il gran numero di capi, che sono selezionati dai cittadini e possono controllarsi a vicenda. In una democrazia sana, un cittadino, dinnanzi a una figura geniale e carismatica che ambisse a divenire un uomo del destino, dovrebbe allora comportarsi socraticamente. Dopo averne riconosciuto il valore, Socrate lo avrebbe infatti congedato (Repubblica III, 9), per dimostrargli che la polis non ha bisogno di sottomettersi necessariamente a un capo.</p>
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		<title>Magnifica humanitas. Leone XIV e il senso del limite nel mondo dell’IA</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/magnifica-humanitas-leone-xiv-e-il-senso-del-limite-nel-mondo-dellia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 21:03:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[enciclica]]></category>
		<category><![CDATA[Leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Papa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel descrive il nostro tempo, Papa Leone XIV ricorre a due immagini bibliche, la torre di Babele (Gen 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 2-6). Quando nella pianura di Sennaar fu edificata la torre, si pensò di unificare le lingue, realizzando però “un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel descrive il nostro tempo, Papa Leone XIV ricorre a due immagini bibliche, la torre di Babele (Gen 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 2-6). Quando nella pianura di Sennaar fu edificata la torre, si pensò di unificare le lingue, realizzando però “un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”. Dinnanzi alle rovine di Gerusalemme, Neemia decise di andare incontro a quelli che avevano scelto di tornare dopo l’esilio babilonese e affidò a ciascuna famiglia il compito di ricostruire un tratto delle mura della città, la cui rinascita non fu così legata a una decisione giunta dall’alto, ma alla comunità intera.</p>
<p>La tecnologia, sottolinea il Papa, non è neutrale, dal momento che assume, come accade con l’intelligenza artificiale, il volto di chi la progetta e la finanzia. Può fornire strumenti in grado di educare e di “custodire la casa comune”, ma può anche creare disuguaglianze e divisioni, cedendo agli interessi dei poteri che la sostengono. La “via di Neemia” può allora rappresentare l’alternativa alla “sindrome di Babele” e al rischio di disumanizzazione che questa nasconde.</p>
<p><em>Magnifica humanitas</em> si inserisce nel solco tracciato dalla <em>Rerum novarum </em>di Leone XIII, che si confrontava con le trasformazioni sociali del suo tempo. La linea di continuità tra le due encicliche, scrive Leone XIV, si può ravvisare nell’importanza attribuita al lavoro e nel “nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto”.  Leone XIII si accostò alle <em>cose nuove</em> del XIX secolo delineando, al di fuori dei canoni della lotta di classe, un programma sociale rivolto al presente, ma radicato in una tradizione teologica che dalla Sacra Scrittura giungeva alla modernità. Alla condanna del socialismo si associava, in lui, la condanna del pensiero laico, del capitalismo e del liberalismo. Le posizioni dei cattolici mutarono nel corso del tempo, e, dopo la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione fu resa possibile grazie all’economia sociale di mercato, frutto della collaborazione di cattolici, liberali e socialisti, come dimostra il fatto che Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, furono tra i testimoni più significativi di quel momento.</p>
<p>Il Papa prende in esame la posizione di alcuni pontefici che, tra il XIX il XX secolo, hanno affrontato la questione sociale. Nell’Enciclica <em>Mater et magistra</em>, del 1961, Giovanni XXIII mise in luce, ad esempio, come la collaborazione fra le diverse componenti della società e lo stato fosse necessaria per garantire la libertà e l’autonomia dei cittadini. Nell’ottantesimo anniversario della <em>Rerum novarum</em>, nel 1971, Paolo VI ribadì, con l’Enciclica <em>Octogesima adveniens</em>, l’attualità del messaggio evangelico, che permette di distinguere, in diverse situazioni storiche, ciò che rende l’uomo libero da ciò che lo opprime. Nel 1991, nell’Enciclica <em>Centesimus annus</em>, Giovanni Paolo II, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, valutò positivamente l’economia di mercato, pur ritenendo che necessitasse di una regolamentazione. Evidenziò, inoltre, l’importanza della partecipazione responsabile dei cittadini, essenziale per indirizzare le scelte politiche verso principi di solidarietà. In continuità con questo orientamento, Benedetto XVI, nella <em>Caritas in veritate</em>, nel 2009, osservò che il progresso deve coniugarsi con la custodia della casa comune e con l’inclusione. In questa ricostruzione dell’opera dei suoi predecessori, Leone XIV ricorda infine la proposta di “ecologia integrale” di Papa Francesco, il quale nella <em>Laudato si’</em>, nel 2015, sostenne con forza che bisognava dare una risposta tanto al “grido della terra”, quanto al “grido dei poveri”. <em> </em></p>
<p>Nel quadro di queste diverse modulazioni della Dottrina sociale della chiesa, Leone XIV scrive che è necessario tornare oggi a riflettere sul bene comune, sulla sussidiarietà e sulla giustizia sociale, per evitare che la dignità umana venga offesa da ideologie opprimenti. Tra queste indica, come particolarmente insidiosa, la tendenza efficientista, che considera le persone in rapporto alle loro prestazioni, riducendole a strumenti in funzione dei fini da raggiungere. Se non si rispetta la <em>Dignitas infinita</em>, che è coessenziale ontologicamente a ciascuno di noi, ricorda il Papa, viene meno anche il rispetto dei diritti umani, che si riducono a una enunciazione retorica e a un principio meramente formale.</p>
<p>Il bene comune, considerato il primo elemento della Dottrina sociale della chiesa, assume in sé “la dignità riconosciuta a ciascuno”, non si identifica con la somma dei vantaggi acquisiti dai singoli, ma è il frutto di una collaborazione spontanea che lo stato deve limitarsi a coordinare. Il principio di sussidiarietà non deve allora trasformarsi in un intervento assistenziale, ma consentire ai corpi intermedi di organizzarsi in maniera autonoma. Quando la sussidiarietà non si associa alla solidarietà, scrive il Papa, diviene una semplice tutela di interessi particolari e quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà “degenera in assistenzialismo che non promuove la responsabilità”. La giustizia sociale deve mirare alla protezione delle persone maggiormente vulnerabili, impedendo forme di emarginazione che possono nascere anche dall’impossibilità di accedere all’universo informatico. Lo sviluppo integrale della persona non può ridursi all’ambito economico, ma riguarda anche la dimensione relazionale e la crescita culturale, tutti aspetti che, nella realtà contemporanea, sono connessi in maniera crescente all’IA. Risulta dunque evidente quanto sia necessario vigilare su chi finanzia e su chi elabora i sistemi informatici. Un aspetto rilevante dell’Enciclica rinvia alla destinazione sociale dei beni, che implica il diritto universale di accesso alle tecnologie informatiche.</p>
<p>L’IA è utilizzata nell’economia come nel diritto, nella sanità o nella difesa e in tutti questi settori si assiste, infatti, al venir meno di ogni forma di empatia o di sentimento morale. Si pensi, ad esempio, sottolinea il Papa, agli algoritmi applicati alla guerra, al fine di “razionalizzare” la violenza da parte di chi vuole ignorare che “il giudizio morale non è riducibile a calcolo”. Le applicazioni dell’IA potranno certamente incrementare il PIL, ma se ciò non si tradurrà in un miglioramento della qualità della vita e non ridurrà i disagi di tanta parte della popolazione, non andremo verso un mondo liberato dalla fatica del lavoro, ma verso un futuro distopico. Chi controlla l’IA, scrive il Papa, potrà imporre i propri modelli etici, ma “non serve una IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. La distinzione gerarchica tra una élite dominante e una massa di esecutori rientra in modo evidente nei programmi di figure simbolo della Silicon Valley, da Peter Thiel a Elon Musk, da Nick Land a Curtis Yarvin, teorici, questi ultimi, di un inquietante <em>Illuminismo nero </em>e di un Impero neofeudale.</p>
<p>La rivoluzione digitale e l’IA nascondono un cuore di tenebra, il transumanesimo, che il Papa descrive come il sogno prometeico di superare i limiti della natura umana ibridandola tecnologicamente.  L’umano, scrive però il Papa, “non fiorisce <em>malgrado</em> il limite, ma spesso <em>attraverso</em> il limite”. Su questo terreno l’Enciclica dialoga con l’umanesimo laico e con la saggezza greca, che indicava nel “nulla di troppo”, la cifra della nostra esistenza. Solo questa consapevolezza potrà schiudere spazi di dialogo tra i singoli e tra gli stati, consentendo, scrive Leone XIV, il passaggio da una cultura della potenza a una cultura del negoziato, intesa come “un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza”. Dal momento che il mondo dell’IA è ormai un terreno di conflitti, e non solo confronto, ritiene necessario dar vita a una diplomazia che sia in grado di negoziare regole condivise.</p>
<p>Il supporto tecnologico è stato visto, durante le rivoluzioni industriali precedenti, in termini protesici rispetto alle funzioni umane. L’IA muta radicalmente tale prospettiva, nel momento in cui il lavoratore stesso si sente inadeguato di fronte alla macchina. L’estendersi dell’automazione dovrebbe quindi comportare un impegno per riqualificare quelle figure che rischiano, nella rincorsa verso prestazioni sempre più efficienti, di rimanere escluse dal mercato del lavoro. L’IA influisce in modo determinante anche nella vita politica delle democrazie, alimentando la disinformazione a favore di chi controlla il flusso dei dati. Il Papa cita in proposito, Hannah Arendt, che individuava, nell’ incapacità di distinguere il vero dal falso, il carattere distintivo del suddito ideale dei totalitarismi. Questi aspetti si ritrovano nell’infosfera in cui viviamo, dove, come ha scritto Luciano Floridi parafrasando Hegel, “ciò che è reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale”. Tornano qui a contrapporsi le immagini della Torre di Babele e delle mura di Gerusalemme, le due “icone bibliche” che incontriamo nelle prime pagine dell’Enciclica.</p>
<p>Dinnanzi al rischio di trasformarsi da fruitori della tecnologia a suoi docili strumenti, i cittadini, pur non possedendo, nella maggior parte dei casi, particolari cognizioni tecnico-scientifiche, dovranno dunque acquisire una capacità critica sufficiente per comprendere l’incidenza dell’IA sulle loro vite. Potrebbe essere d’aiuto ricordare allora Friedrich Dürrenmatt, che, con la sua commedia <em>I fisici</em>, ci ha consegnato un monito per i nostri giorni: “La fisica riguarda i fisici, i suoi effetti riguardano tutti gli uomini”.</p>
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		<title>Power of Siberia 2: il gasdotto che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici eurasiatici</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-potrebbe-ridisegnare-gli-equilibri-energetici-eurasiatici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Pennisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 20:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[federazione russa]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[laura pennisi]]></category>
		<category><![CDATA[putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2</strong></p>
<p>Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un imponente corridoio del gas che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale russa alla Cina settentrionale attraverso la Mongolia, il progetto va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Si trova al crocevia della competizione tra le grandi potenze, della strategia di sicurezza energetica a lungo termine della Cina, del riorientamento economico post‑europeo della Russia e del futuro geopolitico dell’Asia centrale.</p>
<p>Sebbene le discussioni sul gasdotto siano iniziate già nel 2006, PoS‑2 rimane incompiuto a quasi vent’anni di distanza. I negoziati su prezzi, finanziamenti, accordi di transito e influenza geopolitica hanno ripetutamente bloccato i progressi. Eppure, nonostante questi ritardi, il progetto continua a influenzare le dinamiche energetiche regionali ancora prima che sia stato posato un solo tubo.</p>
<p>La possibilità che la Cina possa importare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il PoS‑2 sta già ridefinendo il potere contrattuale in tutta l’Eurasia. Gli esportatori dell’Asia centrale stanno adattando le proprie strategie, la Mongolia è emersa inaspettatamente come un guardiano strategico e la Cina sta sfruttando l’incertezza che circonda il progetto per rafforzare simultaneamente la propria posizione negoziale con tutti i fornitori.</p>
<p>Allo stesso tempo, sviluppi geopolitici più ampi tra cui l’instabilità che coinvolge l’Iran, il crollo del mercato europeo del gas russo dopo la guerra in Ucraina e la spinta della Cina a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento per allontanarsi dalle vulnerabili rotte marittime, hanno conferito al gasdotto una rinnovata importanza strategica.</p>
<p>Qui di seguito si esaminerà la storia del progetto PoS‑2, gli attuali ostacoli politici ed economici che lo circondano e i possibili scenari geopolitici che potrebbero contribuire a creare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PoS-2: le origini </strong></p>
<p>L&#8217;idea di un corridoio del gas tra Russia e Cina attraverso la Mongolia risale al 2006, quando Gazprom e la China National Petroleum Corporation (CNPC), rispettivamente rappresentati dall&#8217;amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, e dall&#8217;amministratore delegato della CNPC, Chen Geng, durante la visita del presidente russo Vladimir Putin in Cina nel marzo dello stesso anno, firmarono un memorandum d&#8217;intesa per esplorare le esportazioni di gas dalla Siberia occidentale alla Cina. Il gasdotto proposto si sarebbe esteso per circa 6.700 chilometri in totale, di cui approssimativamente 2.700 km in Russia, oltre 950 km in Mongolia, e le restanti sezioni in Cina. Il percorso trasporterebbe fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all&#8217;anno dai giacimenti di gas della Siberia occidentale russa, in particolare risorse originariamente destinate all&#8217;Europa, verso la Cina nord‑orientale.</p>
<p>Tuttavia, il progetto ha incontrato sin dal principio delle difficoltà. Nel 2009 i negoziati si sono arenati a causa di disaccordi sui prezzi del gas, anche perché la Cina disponeva già di fonti di approvvigionamento alternative attraverso l&#8217;Asia centrale e si serviva di importazioni di gas naturale liquefatto (GNL). Nel 2013 Russia e Cina hanno spostato la loro attenzione su un percorso diverso: il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina, gasdotto entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. In seguito il progetto venne ripreso nel 2014, nuovamente rinviato nel 2015, riconsiderato in seguito al deterioramento delle relazioni tra Russia ed Europa, e formalmente studiato di nuovo in collaborazione con la Mongolia a partire dal 2021.</p>
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<p>Nel 2022 la Mongolia ha annunciato il completamento dello studio di fattibilità e ha ipotizzato l&#8217;inizio dei lavori di costruzione nel 2024, anno in cui il progetto entrò in una nuova fase di congelamento poiché il governo mongolo lo escluse dal suo piano di sviluppo nazionale fino al 2028, lasciando intendere chiaramente che i negoziati tra Mosca e Pechino non si erano conclusi. Il progresso più recente, tuttavia, è stato raggiunto nel settembre 2025 quando sia la Cina sia la Russia hanno firmato un memorandum legalmente vincolante per dare un impulso concreto alla costruzione del gasdotto, lasciando dunque intendere un allentamento della posizione mongola.</p>
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<p><strong>La riluttanza della Cina</strong></p>
<p>Alla base dei ritardi c’è una realtà fondamentale che si può formulare nel seguente modo: la Cina non ha un urgente bisogno del gasdotto, la Russia sì. Questa asimmetria caratterizza quasi ogni negoziazione relativa al PoS-2. Uno dei principali punti critici riguarda il prezzo del gas russo. Secondo diverse fonti, durante le negoziazioni la Cina ha spinto per prezzi particolarmente ridotti, fino a circa 60 dollari per 1.000 metri cubi, un prezzo nettamente inferiore a circa 260 dollari per 1.000 metri cubi previsto dal contratto del Power of Siberia 1.</p>
<p>Per Mosca, accettare tali condizioni comprometterebbe la redditività del reindirizzamento delle esportazioni di gas dall’Europa. Per Pechino, tuttavia, la pazienza rappresenta un vantaggio strategico. La Cina, infatti, possiede già un portafoglio energetico altamente diversificato che permette al paese il lusso di poter negoziare ed eventualmente rimandare la realizzazione del progetto. Tra le fonti di approvvigionamento si possono enumerare il gasdotto dell’Asia centrale, le importazioni di GNL da Qatar, Australia e, storicamente, dagli Stati Uniti, la produzione interna, l’espansione delle energie rinnovabili e la crescente capacità nucleare.</p>
<p>Tuttavia, anche sul fronte russo le esportazioni di gas attraverso il PoS-2 hanno continuato a crescere rapidamente. Questo riflette la più ampia strategia di Mosca di costruire un asse energetico eurasiatico incentrato su Russia, Cina, Asia centrale e infrastrutture di gasdotti continentali. Ma questo cambiamento di rotta comporta anche una debolezza strutturale: il fatto che la Russia abbia più bisogno del mercato cinese rispetto a quanto la Cina abbia bisogno del gas russo conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale.</p>
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<p><strong>Il fattore Iran: una nuova variabile geopolitica</strong></p>
<p>Uno degli sviluppi recenti più interessanti che riguardano il PoS-2 riguarda l&#8217;instabilità che circonda l&#8217;Iran e le rotte energetiche mediorientali. Il gasdotto si interseca sempre più con le preoccupazioni della Cina in merito alla vulnerabilità marittima. Le recenti tensioni con l&#8217;Iran hanno infatti acuito i problemi derivanti dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz, dai rischi di sanzioni, dai punti di strozzatura marittimi nonché da una più ampia instabilità che colpisce le esportazioni energetiche mediorientali. E non dimentichiamoci che la Cina dipende fortemente dall&#8217;energia importata, incluso il petrolio iraniano a prezzi scontati. Di conseguenza, l´instabilità delle rotte marittime, offrirebbe a Pechino maggiori incentivi a garantire corridoi energetici terrestri al riparo da eventuali interruzioni navali. Ciò andrebbe a diretto vantaggio di progetti come il PoS-2.</p>
<p>Una tale situazione produce tre possibili scenari geopolitici e un quarto meno evidente. Il primo scenario riguarda un potenziale blocco energetico continentale. Se l&#8217;instabilità intorno all&#8217;Iran persistesse o peggiorasse, la Cina potrebbe accelerare gli sforzi per costruire una rete energetica continentale attraverso l&#8217;Eurasia. In questo scenario il gasdotto russo acquisirebbe un valore strategico, la dipendenza dal trasporto marittimo diminuirebbe e i corridoi terrestri eurasiatici acquisirebbero importanza geopolitica. Il PoS-2 entrerebbe dunque a far parte di un sistema terrestre più ampio che collegherebbe: Russia, Asia Centrale, Mongolia, e Cina, allineandosi strettamente con la strategia cinese della Nuova Via della Seta.</p>
<p>Il secondo scenario riguarda la possibilità che il mercato cinese sia favorevole agli acquirenti. Tale scenario, probabilmente più realistico, prevede che la Cina continui a temporeggiare, sfruttando l&#8217;incertezza geopolitica per ottenere condizioni migliori da Mosca. In questo modello il gasdotto verrà infine costruito ma a prezzi cinesi estremamente favorevoli e con la Russia che diventerà sempre più dipendente dalla domanda cinese.</p>
<p>Il terzo scenario riguarderebbe la ripresa energetica iraniana. Ciò comporterebbe che l&#8217;Iran normalizzi le relazioni con l&#8217;Occidente e riemerga come uno dei principali esportatori di gas. Poiché l&#8217;Iran possiede alcune delle maggiori riserve di gas al mondo, la ripresa delle esportazioni iraniane potrebbe indebolire l&#8217;importanza strategica del gas russo. In tal caso, la Cina acquisirebbe un altro importante fornitore e potrebbe ritardare ulteriormente la costruzione del PoS-2, rinegoziarne i termini o ridurre i volumi previsti.</p>
<p>Infine, lo scenario nascosto riguarda un&#8217;incertezza strutturale spesso trascurata: la domanda di gas a lungo termine della Cina potrebbe indebolirsi. Massicci investimenti in energie rinnovabili, energia nucleare, elettrificazione e idrogeno potrebbero ridurre la necessità di nuovi giganteschi sistemi di gasdotti negli anni 2030. Se ciò si verificasse, le ambizioni di esportazione sia della Russia che dell&#8217;Iran potrebbero subire forti limitazioni.</p>
<p>Da quanto descritto sopra, si evince che il PoS-2 non è semplicemente un progetto infrastrutturale energetico ma rappresenta una possibile trasformazione della geopolitica eurasiatica. Infatti, se completato, il gasdotto rafforzerebbe l&#8217;interdipendenza strategica tra Russia e Cina, accelererebbe il riorientamento della Russia verso l&#8217;esterno, consoliderebbe i corridoi commerciali continentali eurasiatici, ridurrebbe la vulnerabilità della Cina ai punti di strozzatura marittimi e potenzialmente indebolirebbe l&#8217;influenza occidentale sui flussi energetici globali. Dal punto di vista occidentale, il progetto potrebbe anche ridurre la futura domanda cinese di GNL, con potenziali ripercussioni su esportatori come gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, tuttavia, il progetto evidenzia un&#8217;asimmetria più profonda poiché la Cina controlla i tempi e al momento gode di diverse opzioni come analizzato precedentemente.</p>
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<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>A quasi vent&#8217;anni dall&#8217;inizio delle prime discussioni, il PoS-2 rimane incompiuto, eppure ha già trasformato il panorama geopolitico. Il progetto ha ridefinito le dinamiche negoziali in tutta l&#8217;Eurasia ancor prima dell&#8217;inizio della costruzione, inducendo gli esportatori dell&#8217;Asia centrale ad adattarsi alla possibilità di una futura concorrenza russa, e la Russia a reindirizzare le sue esportazioni di gas dall&#8217; Europa verso l&#8217;Asia. Ma non solo, il gasdotto ridefinirebbe drasticamente anche il ruolo della Mongolia trasformandola in un attore di transito strategico, in equilibrio tra Russia, Cina e Occidente, Non si può dunque escludere che la Cina stia sfruttando l&#8217;incertezza per massimizzare la propria flessibilità strategica.</p>
<p>Del resto, il governo di Ulanbaator sa bene di occupare una delle posizioni geopolitiche più delicate al mondo: una democrazia vasta ma scarsamente popolata, incastonata tra due giganti storici, Russia e Cina. Da satellite dell&#8217;URSS, fortemente dipendente da Mosca a livello politico, militare ed economico a (forzato) partner commerciale della Cina, creando una nuova forma di dipendenza che molti mongoli guardano con diffidenza. Anche la memoria storica acuisce questo disagio: molti mongoli vivono nella regione cinese della Mongolia Interna, dove persistono preoccupazioni per l&#8217;assimilazione culturale, le restrizioni linguistiche e l&#8217;indebolimento dell&#8217;identità mongola acuite dalle politiche di Pechino attuate nel tempo. Di conseguenza, la Mongolia moderna si trova costantemente a dover bilanciare le necessità economiche con il timore di essere oscurata politicamente e culturalmente, perseguendo al contempo una politica di &#8220;terzo vicino&#8221; che mira a rafforzare i legami con paesi al di là dei suoi due potenti vicini.</p>
<p>Sembrerebbe dunque che il futuro del gasdotto dipenda in definitiva meno dall&#8217;ingegneria e più dalla geopolitica. L&#8217;instabilità iraniana, l&#8217;insicurezza marittima e l&#8217;evoluzione della transizione energetica cinese potrebbero influenzare la traiettoria del progetto. Ma la realtà centrale rimane invariata: la Russia ha bisogno del PoS-2 molto più della Cina e questa asimmetria spiega il motivo per cui il progetto continua a procedere lentamente nonostante la sua enorme importanza strategica. Il recentissimo incontro tra Putin e Xi avvenuto a Pechino il 20 Maggio, ha prolungato questo stallo in quanto nessuna decisione concreta è stata raggiunta al riguardo se non conclusioni generali. Pechino sembrerebbe infatti poco incline ad accettare determinate condizioni contrattuali riguardanti il prezzo del gas.</p>
<p>Per molti versi il PoS-2 simboleggia l&#8217;emergente ordine eurasiatico stesso: un continente sempre più connesso da infrastrutture e flussi energetici, ma anche plasmato da profonde asimmetrie di potere con il piatto della bilancia decisamente a favore della Cina.</p>
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<p>Tra le fonti consultate:</p>
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<p>Vostok Media (26.11.2019), «Сила Сибири» — сила прогресса и развития (Power of Siberia—forza del progresso e dello sviluppo). Disponibile al seguente link: <a href="https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980">https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (1.9.2014), Putin In Yakutsk To Inaugurate Construction Of Pipeline To China. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html">https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Diplomat (8.10.2025), China-Russia Asymmetry and the Power of Siberia 2 Agreement.</p>
<p>Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/">https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (21.8.2024), China In Eurasia Briefing: The Power of Siberia-2 Pipeline Hits A Snag In Mongolia. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html">https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Times of Central Asia (12.9.2025), The Power of Siberia 2 Project and Central Asia’s Gas Bargaining Power. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/">https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/</a></p>
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		<title>L’alleanza e il vincolo. Storia giuridica e metamorfosi della NATO</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lalleanza-e-il-vincolo-storia-giuridica-e-metamorfosi-della-nato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 21:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Alleanza atlantica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Fredda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non tutte le istituzioni nascono per durare, e quelle che lo fanno raramente conservano intatta la forma originaria. La NATO appartiene a una categoria più rara: quella delle costruzioni che sopravvivono proprio perché non coincidono mai del tutto con se stesse. Quando, nel 1949, viene firmato il Trattato di Washington, ciò che prende forma non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non tutte le istituzioni nascono per durare, e quelle che lo fanno raramente conservano intatta la forma originaria. La NATO appartiene a una categoria più rara: quella delle costruzioni che sopravvivono proprio perché non coincidono mai del tutto con se stesse. Quando, nel 1949, viene firmato il Trattato di Washington, ciò che prende forma non è soltanto un’alleanza militare, ma un dispositivo giuridico pensato per attraversare l’incertezza, più che per risolverla. Il contesto in cui l’Alleanza nasce non è semplicemente quello di un continente devastato dalla guerra, ma quello di uno spazio politico privo di un equilibrio stabile. In un’Europa che ha conosciuto fino in fondo la crisi dell’ordine internazionale novecentesco, la sicurezza non può più essere affidata ai meccanismi tradizionali dell’equilibrio tra Stati sovrani, già messi in discussione nella riflessione di Hans Kelsen sul rapporto tra diritto e forza. La progressiva strutturazione della Guerra fredda impone così una ridefinizione più radicale, in cui la difesa diventa inseparabile dalla cooperazione e la sovranità deve confrontarsi con forme nuove di vincolo reciproco. La soluzione adottata dai Paesi fondatori si colloca precisamente in questa zona intermedia. La NATO non è uno Stato, né una semplice alleanza difensiva nel senso classico. È una forma istituzionale che si regge su un impianto normativo essenziale, ma carico di implicazioni. Il principio della difesa collettiva, formulato nell’articolo 5 del trattato, ne rappresenta il centro, ma anche il punto di maggiore tensione. L’impegno a considerare un attacco contro uno come un attacco contro tutti non si traduce in un automatismo, bensì in una responsabilità condivisa che lascia agli Stati la possibilità di determinare le modalità della risposta. Questa ambivalenza è la condizione stessa della sua efficacia. Da un lato, l’Alleanza vincola; dall’altro, non annulla la capacità decisionale dei suoi membri. In questa tensione si riflette, in filigrana, quel problema della decisione che Carl Schmitt aveva posto al centro della teoria del politico, e che qui viene riformulato in una forma che tenta di sottrarre la decisione alla pura logica del conflitto. Il riferimento al diritto di autodifesa collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite consente di collocarla entro un quadro di legittimità internazionale, ma non esaurisce le questioni che essa solleva. Durante la Guerra fredda, questa struttura si consolida all’interno di una dinamica bipolare che ne rafforza la funzione originaria di deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica. Ma ridurre la NATO a un semplice strumento militare significherebbe trascurarne la dimensione più profonda. L’Alleanza diventa progressivamente uno spazio di coordinamento politico, un luogo in cui la sicurezza si intreccia con la stabilità istituzionale e con la costruzione di un orizzonte comune tra le democrazie occidentali. La fine del confronto bipolare non ne determina la dissoluzione. Al contrario, la sua architettura normativa si rivela sufficientemente aperta da consentire una trasformazione. La possibilità di ammettere nuovi membri si traduce in un processo di allargamento che ridefinisce la geografia politica europea. L’ingresso nell’Alleanza non è soltanto un fatto militare, ma implica l’adesione a un insieme di principi che riguardano la forma di governo, il controllo delle forze armate, la compatibilità istituzionale. In questo senso, l’espansione della NATO assume una valenza che eccede la dimensione strategica. Essa opera come un meccanismo di convergenza politica, producendo effetti che si manifestano all’interno degli ordinamenti degli Stati membri e candidati. Senza configurarsi come un’istituzione sovranazionale, l’Alleanza esercita una funzione di orientamento che incide sulle trasformazioni interne degli Stati. A questa apertura corrisponde, in modo speculare, la possibilità del recesso. Il trattato prevede che ogni Stato possa uscire dall’Alleanza mediante una procedura formalmente semplice. E tuttavia, proprio questa semplicità giuridica mette in evidenza la complessità politica della scelta. L’uscita resta una possibilità teorica più che una pratica effettiva, a conferma del fatto che l’appartenenza genera vincoli che non sono soltanto normativi, ma anche strategici e simbolici. Nel periodo successivo alla Guerra fredda, l’Alleanza amplia progressivamente il proprio raggio d’azione, intervenendo in contesti che non riguardano direttamente la difesa territoriale dei suoi membri. Le operazioni nei Balcani e in Afghanistan segnano un passaggio significativo, aprendo un dibattito sulla natura e sui limiti dell’organizzazione. Il rapporto tra legalità e legittimità emerge in tutta la sua complessità, soprattutto nei casi in cui l’azione non si accompagna a un mandato esplicito delle Nazioni Unite. Queste tensioni non si sono esaurite, ma si sono ridefinite nel contesto contemporaneo. Il ritorno della guerra ad alta intensità in Europa ha riportato al centro la funzione originaria di deterrenza e difesa collettiva, ma in un quadro profondamente mutato. La sicurezza si estende ormai a domini che non erano previsti al momento della fondazione, dalla dimensione cibernetica alla protezione delle infrastrutture critiche, fino alle forme di conflitto ibrido. In questo scenario, la NATO continua a operare senza una revisione sostanziale del proprio impianto giuridico originario. È proprio questa continuità, apparentemente paradossale, a costituire una delle ragioni della sua durata. Come ha osservato Norberto Bobbio, le istituzioni più resilienti non sono quelle immutabili, ma quelle capaci di trasformarsi restando riconoscibili. In un ordine globale sempre più frammentato, la NATO continua a occupare una posizione singolare. Non perché offra risposte definitive, ma perché istituzionalizza una domanda: come vincolare gli Stati senza annullarne la libertà, come costruire sicurezza senza trasformarla in automatismo. È in questa tensione, mai risolta e continuamente riattivata, che si gioca la sua durata. Più che una soluzione, l’Alleanza atlantica resta una forma di equilibrio instabile. E, come tutti gli equilibri che non possono essere dati per acquisiti, esiste soltanto finché viene continuamente rimessa in questione.</p>
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		<title>Le relazioni pericolose tra teologia e politica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/le-relazioni-pericolose-tra-teologia-e-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 20:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Norberto Bobbio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, il formalismo giuspositivista dovette necessariamente confrontarsi con questioni legate al giusnaturalismo e ciò avvenne anche nell’ambito dello storicismo. Il libro del crociano Carlo Antoni, La restaurazione del diritto di natura, rappresentò pienamente il clima di quel momento. Le Costituzioni nate dopo il 1945 accolsero così [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, il formalismo giuspositivista dovette necessariamente confrontarsi con questioni legate al giusnaturalismo e ciò avvenne anche nell’ambito dello storicismo. Il libro del crociano Carlo Antoni, <em>La restaurazione del diritto di natura</em>, rappresentò pienamente il clima di quel momento. Le Costituzioni nate dopo il 1945 accolsero così quelle invocazioni che, come scrisse Piero Calamandrei su “Il Ponte”, a proposito del processo di Norimberga, rinviavano idealmente alle antiche leggi di Antigone. Questo processo comportò una positivizzazione di tali principi, nel quadro di una sacralità laica di cui le Corti divennero garanti.</p>
<p>La vigilanza delle Corti sulla costituzionalità delle leggi ha talora prodotto dei conflitti con il potere politico, che ha avvertito un eccessivo ampliamento della sfera di influenza della giurisdizione. Ciò è accaduto di recente in vari paesi in cui si è verificata una svolta autoritaria, come in Polonia, in Ungheria, in Israele o negli Stati Uniti, dove Donald Trump ha attaccato la Corte Suprema quando si è pronunciata sulla incostituzionalità di alcune leggi della sua amministrazione.</p>
<p>Tornano attuali le tesi di Carl Schmitt, il quale, nel delineare il ruolo del custode della costituzione, non aveva in mente i giudici costituzionali, ma il Presidente del Reich, in quanto riteneva che il potere politico non dovesse sottostare al controllo della giurisdizione. Per Schmitt il sovrano è tale in quanto “decide sullo stato di eccezione”. Il liberalismo risulterebbe dunque limitato nelle sue funzioni a causa della lentezza delle procedure costituzionali. La concezione schmittiana secondo cui l’essenza del <em>Politico</em> risiede nella radicale contrapposizione amico/nemico è certamente affine ai regimi autoritari, ma consente oggi di analizzare molti aspetti della crisi delle democrazie e delle relazioni internazionali.</p>
<p>Il dibattito intorno allo stato di emergenza e al decisionismo si è animato dopo l’11 settembre ed è ripreso nel corso della recente pandemia. Le democrazie liberali non possono eludere la questione, ma non possono, al tempo stesso, cedere alle suggestioni della teologia politica di Schmitt. Nella convinzione che nelle istituzioni politiche della modernità rivivono concetti teologici secolarizzati, il giurista tedesco identificava la decisione sovrana con il verificarsi di un miracolo. La sospensione delle leggi naturali, operata da un miracolo, diverrebbe, così, assimilabile alla dichiarazione dello stato di emergenza, che segna una netta discontinuità rispetto all’ordinamento giuridico vigente. Il sovrano, scrive Schmitt in <em>Teologia politica</em>, “decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta fuori dell’ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso, poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione <em>in toto</em> possa essere sospesa”.</p>
<p>Nel suo saggio su <em>La costituzione di emergenza</em>, Bruce Ackerman ha scritto che, nelle particolari condizioni di incertezza in cui viviamo, non possiamo non confrontarci con questo tema, ma dobbiamo “sottrarlo a pensatori fascisti come Carl Schmitt, che lo usò come un randello contro la democrazia liberale”. Ackerman ritiene che il governo, in particolari circostanze, sia legittimato a limitare alcune garanzie costituzionali per un breve periodo di tempo. Eventuali proroghe dovranno richiedere però il voto del Parlamento, prevedendo “una serie crescente di maggioranze qualificate”, dal sessanta all’ottanta per cento.</p>
<p>Tali procedure dovrebbero costituire un argine contro il pericolo di una normalizzazione dello stato di emergenza e contro le derive illiberali di governi autoritari. L’aura teologica svanisce nel modello procedurale di Ackerman, un modello in cui Schmitt coglierebbe una dimensione astratta e prosaica. In <em>Teologia politica</em>, Schmitt citava Juan Donoso Cortés, secondo il quale le incongruenze del liberalismo affioravano proprio nel momento della decisione. Riguardo alla domanda su Cristo o Barabba, un liberale avrebbe quindi scelto di procedere “con una proposta di aggiornamento o con l’istituzione di una commissione di inchiesta”. Per il filosofo spagnolo, proseguiva Schmitt, il liberalismo vive nell’indecisione perenne, in quanto la borghesia, di cui è espressione, è solo una “una clasa discutidora”. Nel riprendere un’immagine di Louis de Bonald, Schmitt scriveva inoltre che la borghesia lascia sul trono il re, ma ne limita la sovranità. Riflette così l’incongruenza del deismo, che non nega l’esistenza di Dio, ma lo esclude dal mondo. Schmitt sottolineava però, ironicamente, che non erano solo i reazionari a rilevare tali contraddizioni ma anche due rivoluzionari, come Karl Marx e Friedrich Engels.</p>
<p>Risultava evidente, in queste parole, l’ostilità verso Hans Kelsen, il quale, in<em> Democrazia e filosofia</em>, scriveva che la democrazia “non è un terreno favorevole al principio di autorità in generale e all’idea di Führer in particolare”. Ciò implicava la netta contrapposizione tra l’assolutismo e il relativismo, connaturato, quest’ultimo, al confronto democratico tra opinioni e alla ricerca del compromesso. La distanza di Kelsen dalla teologia politica si manifesta con estrema chiarezza in <em>Assolutismo e relativismo nella filosofia e nella politica</em>, quando commenta il XVIII capitolo del <em>Vangelo</em> di San Giovanni. Dinnanzi a Gesù, che dichiarava di rendere testimonianza alla verità, Pilato chiese cosa fosse la verità e, nell’incapacità di trovare una risposta, da scettico quale era, “si affidò, in perfetta coerenza alla procedura democratica, rimettendo la decisione al voto popolare”. La scelta di rilasciare Barabba piuttosto che Gesù, prosegue Kelsen, “è certo un forte argomento contro la democrazia, ma va accettato soltanto a una condizione: di essere così sicuri della nostra verità politica da imporla, se necessario, con il sangue e con le lacrime, di essere così sicuri della nostra verità, come lo era, dalla sua, il Figlio di Dio”. Questa sicurezza hanno tragicamente dimostrato i totalitarismi di destra e di sinistra, che perseguitavano i “nemici del popolo”, in quanto ostacolavano la realizzazione della città ideale.</p>
<p>Nel 1986, in <em>Profilo ideologico del Novecento</em>, Norberto Bobbio, descriveva il nazionalismo e il massimalismo come i due estremi che, accomunati dall’odio per la democrazia, si erano convertiti l’uno nell’altro “dando vita al fascismo di sinistra”.  In anni non lontani dalla caduta del Muro di Berlino, Bobbio evidenziava lo “scambio di padri” tra una estrema destra, che evocava l’egemonia gramsciana, e una estrema sinistra, che guardava con interesse a Friedrich Nietzsche, a Martin Heidegger e a Carl Schmitt. La convergenza tra i due radicalismi, commentava, si fondava sull’insofferenza per la “mediocrità” della democrazia, “per l’inconcludenza dei dibattiti parlamentari, per le virtù non eroiche del cittadino e per le azioni non esaltanti del buongoverno”.</p>
<p>Tali considerazioni fanno luce sullo “schmittismo di sinistra”, in cui Mark Lilla ha individuato “uno dei più curiosi fenomeni della storia recente del pensiero europeo”. Tramontato il marxismo-leninismo, gli eredi di quel patrimonio ideologico hanno fatto propri, in molti casi, miti e strumenti già adottati dall’estrema destra nella lotta contro le democrazie liberali e il capitalismo, come è accaduto in seno all’operaismo italiano (si pensi all’incidenza di Schmitt sul pensiero di Mario Tronti e Antonio Negri).</p>
<p>Tratti di “schmittismo” sono presenti nella Russia di Vladimir Putin, in cui l’emergenza è divenuta normalità e, in forme diverse, connotano alcune scelte autocratiche di Trump, per il quale ogni avversario si trasforma in un nemico da combattere. Un nemico che, di volta in volta, può essere rappresentato dall’ immigrato, da uno stato, da un giudice, o anche dal presidente della FED. Non stupisce che Schmitt trovi il suo spazio nelle teorie di un ideologo di Putin, come Aleksandr Dugin, o nei saggi di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, grande sostenitore di Trump e di James D. Vance. E non stupisce neanche il fatto che Dugin, in <em>La quarta teoria politica</em>, attinga a tradizioni di pensiero fra loro lontane per edificare un <em>Pantheon</em> ideologico confuso e contraddittorio, in cui possiamo incontrare Julius Evola e Martin Heidegger, Michel Foucault e la teologia ortodossa. Dugin, che nel 1992 fondò, insieme a Eduard Limonov, il Fronte Nazional Bolscevico, poi abbandonato per dar vita, nel 2002, al movimento eurasiatico, dichiara inoltre di avvertire una consonanza tra la sua <em>Quarta teoria </em>e quello che definisce il “Logos italiano”.</p>
<p>Tra i suoi improbabili compagni di strada, pone infatti in primo piano Costanzo Preve, perché, scrive, “capì la necessità di un fronte comune della destra-sinistra per contrastare l’egemonia americana e la globalizzazione”. Manifesta poi la sua stima verso Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, perché “non lasciano posizioni ai liberali”. Secondo Agamben, prosegue Dugin, le democrazie europee sarebbero delle velate dittature, che ricordano quelle “autorità sovrane descritte nel <em>Leviatano</em> di Hobbes o nella teologia politica di Carl Schmitt”. Solo “un’alternativa rivoluzionaria”, potrebbe allora liberarci dalla prigione globalista, commenta Dugin, citando il saggio di Agamben <em>La comunità che viene</em>.</p>
<p>L’interesse per Schmitt, nell’ambito del radicalismo di destra, di sinistra o anche rosso-bruno, è connesso all’esigenza, consolidata in questi movimenti, di elaborare efficaci strategie rivoluzionarie nell’età della globalizzazione neoliberale. Tali posizioni sono viste con interesse nel mondo post-sovietico, da chi rimpiange le glorie dell’URSS e dai nostalgici della Grande Madre Russia. Gli uni e gli altri attribuiscono infatti all’Occidente la responsabilità della fine dell’Impero.</p>
<p>Ecco allora che gli attacchi del Patriarca Kirill all’Occidente corrotto possono, nel confuso <em>Pantheon</em> di Dugin, trovare posto accanto ai movimenti antagonisti e ai pensatori che, da Parigi a New York, denunciano i mali della Società Aperta. Negli USA, per altro verso, i Teocon declinano il fondamentalismo religioso in funzione conservatrice, offrendo, insieme ai tecnocrati neocon della Silicon Valley, un significativo sostegno alla svolta autocratica di Trump. Rileggere Schmitt, senza lasciarsene sedurre, consente di orientarsi in questo terreno incerto e  di comprendere quanto sia insidioso intrecciare credenze religiose e tentazioni metafisiche con le complesse dinamiche della politica.</p>
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		<title>A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza &#8211; Rivoluzione Restaurazione Utopia</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/a-duecentocinquantanni-dalla-dichiarazione-di-indipendenza-rivoluzione-restaurazione-utopia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 13:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[dichiarazione di indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hannah Arendt, nel suo saggio Sulla rivoluzione, metteva in luce come nel pensiero comune, ma anche presso tanti intellettuali, la rivoluzione americana venisse considerata una anticipazione, in tono minore, dell’ ’89 francese. La “triste verità”, scriveva, stava nel fatto che la rivoluzione francese, conclusasi in un disastro, era divenuta “storia del mondo”, mentre la rivoluzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Hannah Arendt, nel suo saggio <em>Sulla rivoluzione</em>, metteva in luce come nel pensiero comune, ma anche presso tanti intellettuali, la rivoluzione americana venisse considerata una anticipazione, in tono minore, dell’ ’89 francese. La “triste verità”, scriveva, stava nel fatto che la rivoluzione francese, conclusasi in un disastro, era divenuta “storia del mondo”, mentre la rivoluzione americana, “che terminò col più trionfante successo, è rimasta un evento di importanza poco più che locale”.</p>
<p>La rivoluzione, intesa nel suo significato astronomico, ha indicato, tradizionalmente, il moto dei corpi celesti, il cui riflesso gli uomini potevano cogliere nell’avvicendarsi dei corsi storici. Il concetto contemporaneo di rivoluzione, che implica la distruzione di un ordine esistente e la rifondazione della società, si contrappone dunque all’ anaciclosi di Polibio, in cui le classiche forme di governo si alternavano ciclicamente. Le rivoluzioni, in America come in Francia, scrive ancora Arendt, furono inizialmente gestite da uomini convinti “che il loro compito fosse solo quello di restaurare un antico ordine di cose, sconvolto e violato dal dispotismo della monarchia assoluta o dai soprusi del governo coloniale”. Un movimento nato come un tentativo di restaurazione assunse così, “involontariamente”, una portata rivoluzionaria. La rivoluzione americana, diversamente da quanto accadde in Francia e, successivamente in Russia, non divorò però i suoi figli. George Washington fu il primo Presidente e Thomas Jefferson, l’autore della Dichiarazione di Indipendenza, il terzo. Gli autori dei <em>Federalist Papers</em> ricoprirono un ruolo fondamentale, in quanto James Madison fu eletto due volte alla Presidenza, Alexander Hamilton divenne Segretario al Tesoro e John Jay fu Presidente della corte Suprema.</p>
<p>Nell’Inghilterra del XVII secolo, il termine rivoluzione non si applicò alla dittatura di Oliver Cromwell, ma alla restaurazione monarchica del 1660 e, poi, alla gloriosa rivoluzione del 1688, quando, destituito Giacomo II, Guglielmo e Maria restituirono legittimità alla corona. Ecco perché molti movimenti politici definiti <em>a posteriori</em> rivoluzionari, sono stati considerati, nel loro tempo, come la restaurazione di una tradizione che era stata calpestata.</p>
<p>Lo stesso Thomas Paine, aspramente critico verso gli orientamenti conservatori, nella introduzione alla seconda parte de <em>I diritti dell’uomo</em>, scriveva che le rivoluzioni precedenti si erano limitate a un “cambiamento di persone e di procedure, ma non di princìpi”. L’ ’89 poteva definirsi allora una “controrivoluzione”, perché, se la conquista e la tirannide avevano derubato l’uomo dei suoi diritti, “egli oggi li recupera”.</p>
<p>Nel marzo del 1775, un anno prima della Dichiarazione di Indipendenza, Edmund Burke presentò nel Parlamento inglese una mozione di conciliazione, sostenendo che nei coloni americani l&#8217;amore per la libertà, radicato nella tradizione britannica, era più forte “che in ogni altro popolo del mondo&#8221;. Le più grandi battaglie per la libertà, che in astratto non esiste, proseguiva Burke, erano state combattute in Inghilterra “intorno a questioni di tassazione&#8221;. Impedire ai coloni di essere rappresentati, nel momento in cui si decideva sui provvedimenti fiscali a loro carico, avrebbe rappresentato dunque un misconoscimento di quei principi che gli inglesi avevano sempre difeso strenuamente. Condivideva pertanto la loro protesta, che non mostrava l’ “eccitamento di una rivoluzione” e non prevedeva le “noiose formalità di un’elezione”. La controversia avrebbe potuto risolversi in modo pacifico, concludeva, estendendo in America le procedure della <em>common law </em>inglese.</p>
<p>Quattordici anni dopo, nel novembre del 1789, Richard Price<strong>,</strong> un pastore dissidente, indicò nell’ ’89 la conclusione di un percorso che aveva avuto inizio nel 1688 in Inghilterra, suscitando l’indignazione di Burke. La rivoluzione francese rappresentava infatti, ai suoi occhi, “uno strano caso di leggerezza e ferocia”, in cui si alternava “lo sdegno all’orrore”. Non poteva quindi essere accostata alla gloriosa rivoluzione, in cui era prevalso il rispetto della continuità.</p>
<p>Se il <em>Bill of Rights</em> del 1689 stabiliva le regole della monarchia costituzionale, i nuovi ordinamenti giuridici francesi erano, per Burke, il frutto della violenza rivoluzionaria e di una concezione astratta della libertà. Una costituzione, per Burke, non può essere imposta, in quanto deriva da un lento processo storico. In questo quadro, i diritti universali rappresentavano per lui una pura astrazione, perché, come avrebbe poi scritto Arendt in <em>Origini del totalitarismo</em>, esprimevano l’ &#8220;astratta nudità dell&#8217;essere-nient&#8217;altro-che-uomo&#8221;, ignorando la specificità dei singoli contesti sociali.</p>
<p>Alla luce della sua interpretazione della rivoluzione americana, associata alla<em> Bloodless Revolution</em>, e non a Cromwell o al 1789, Burke si sarebbe sicuramente riconosciuto in molte pagine de <em>La democrazia in America</em>. La lotta di un popolo per conquistare l’indipendenza, scriveva infatti Alexis de Tocqueville, costituisce una esperienza diffusa nella storia, ma ciò che è assolutamente inconsueto è vedere un popolo che riesce a dar vita ad una nuova formazione politica, senza che ciò costi all’umanità “né una lacrima, né una goccia di sangue”.</p>
<p>Paine mostrò tutto il suo disappunto di fronte alle<em> Riflessioni sulla rivoluzione francese </em>(1790) di Burke, la cui posizione sulle vicende americane aveva già apprezzato e condiviso. Nel suo <em>I diritti dell’uomo</em> (1791), rifiutava il rispetto burkiano verso il passato, sostenendo che la creazione di istituzioni democratiche esigeva un taglio netto. Giudicava “terrificanti” le considerazioni di Burke sull’ ’89, e, nonostante fosse stato perseguitato durante il Terrore e conoscesse le violenze giacobine, riteneva che, rispetto ad altre rivoluzioni, quella francese aveva mietuto “poche vittime”.</p>
<p>L’opera di Burke si colloca nell’ambito dell’illuminismo scozzese, in seno al quale tanto Adam Smith, quanto David Hume, hanno dimostrato che i limiti della ragione umana e la dispersione delle conoscenze impediscono che un Leviatano possa esercitare un potere assoluto sugli individui e sulla società, come accadde negli esiti totalitari dell’ ‘89.  L’influenza dei <em>Philosophes</em>, evidente in Paine, ma anche in George Washington o in Benjamin Franklin, ha assunto un rilievo talmente ampio da porre in secondo piano il contributo della scuola scozzese. Secondo un prevalente orientamento storiografico, il 1776 avrebbe posto le premesse del 1789, e da questi eventi avrebbe avuto inizio<em> L’era delle rivoluzioni democratiche</em>, per citare il titolo del celebre studio di Robert R. Palmer del 1959.</p>
<p>Su un altro versante, Russell Kirk aveva scritto nel 1953, in <em>The conservative Mind</em>,  che la rivoluzione americana non nacque come un “trambusto innovatore”, ma come “un ripristino conservatore”, sostenuto dai coloni per difendere il loro autogoverno. Un tema, questo, affrontato anche da Robert E. Brown, che nel1963 evidenziava come, diversamente dalle rivoluzioni che scoppiano perché gli uomini sono insoddisfatti del loro <em>status quo</em>, in America i coloni si ribellarono per mantenere quello <em>status quo</em> che gli inglesi volevano cambiare. In questo progetto “conservatore” prendevano corpo, però, innovative esperienze di autogoverno e di decentramento amministrativo che il centralismo francese non avrebbe mai potuto tollerare.</p>
<p>Il proliferare dei corpi intermedi colpì Tocqueville, che rimaneva stupito nel constatare come molte funzioni svolte in Francia da istituzioni statali erano affidate in America alle associazioni. Grazie al governo federale, gli americani riuscivano, inoltre, a coniugare il potere centrale con ampie autonomie, superando il dogma secondo cui i grandi stati necessitano di regimi autoritari.</p>
<p>Nicola Matteucci ha sottolineato che Tocqueville non ricorre al termine “stato” quando descrive la “politica dell’Unione”, ma spiega come il complesso funzionamento della società americana si articoli attraverso le associazioni, la stampa e le diverse confessioni religiose. Tali dinamiche si sviluppavano in modo del tutto indipendente rispetto al potere centrale e ciò era dimostrato dal fatto, commentava Tocqueville, che quando “alla testa di una nuova iniziativa, trovate in Francia il governo e in Inghilterra un gran signore, state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione”. Pensava che queste esperienze associative avrebbero potuto costituire un modello anche per gli operai europei, consentendo loro “di fronteggiare con più forza il potere del padronato”.</p>
<p>Alexander Hamilton, scriveva nei <em>Federalist Papers </em>(n.9) che una salda unione politica avrebbe costituito una barriera contro l’instabilità, tipica nelle relazioni tra modeste entità politiche, come era accaduto in passato tra le <em>poleis</em> greche, i comuni e i principati italiani, sempre in bilico tra la tirannide e l’anarchia. Ponendosi criticamente rispetto a Montesquieu, secondo cui la repubblica non era un sistema applicabile a grandi estensioni territoriali, Hamilton delineò una costituzione che, senza abolire i singoli stati, li rendesse parti di un governo repubblicano e federale.</p>
<p>Le due guerre mondiali e i totalitarismi che hanno funestato il XX secolo hanno posto in primo piano la questione della sovranità. Il 5 gennaio del 1918 Luigi Einaudi si chiedeva, in un articolo pubblicato sul “Corriere della sera”, se la Società delle nazioni potesse rappresentare un ideale possibile, constatando come tale istituzione non sarebbe stata in grado di evitare i conflitti senza mettere in discussione la sovranità degli stati aderenti. Indicava dunque il modello americano, ricordando come, dal 1781 al 1787, la “società” delle tredici nazioni non era riuscita a realizzare quell’assetto unitario che solo il governo federale portò a compimento.</p>
<p>Einaudi tornò più volte sull’argomento negli anni seguenti e il 29 luglio del 1947 pronunciò all’Assemblea Costituente il celebre discorso <em>La guerra e l’unità europea</em>. Trent’anni dopo il fallimento della Società delle nazioni, e dopo gli orrori dei totalitarismi, sosteneva, bisognava ammettere che “il nemico numero uno” della civiltà e della prosperità era “il mito della sovranità assoluta degli stati”, perché fomentava le guerre di conquista, imponeva barriere doganali, e pronunciava “la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri”. Parole, queste, che sembrano descrivere molti inquietanti aspetti dei nostri giorni. Era vano, proseguiva, predicare pace quando “tornano a fiammeggiare le passioni nazionalistiche”, e indicava la via degli Stati Uniti d’Europa, nella consapevolezza che ormai la scelta “era fra l’Utopia e la legge della giungla”.</p>
<p>Il Manifesto di Ventotene del 1941, frutto della collaborazione tra Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, risentì molto dell’influenza einaudiana, dei <em>Federalist Papers</em> e delle tesi dell’economista inglese Lionel Robbins. Spinelli, attirandosi la scomunica del PCI, condivise con Einaudi l’idea che non era l’economia capitalistica, ma la sovranità nazionale, a causare conflitti. Solo una federazione avrebbe potuto dunque garantire la pace tra le nazioni.  La scelta di Einaudi e di Spinelli per l’Utopia possibile di una Europa federale risulta oggi drammaticamente attuale, in un momento in cui, anche tra gli eredi dei <em>Federalist Papers</em>, la legge della giungla prevale sul principio <em>Peace Through Law</em>.e</p>
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		<title>Medio Oriente, fragili equilibri e sfide globali</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/medio-oriente-fragili-equilibri-e-sfide-globali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 19:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di equilibrio strategico: fragile, spesso violento, ma sufficiente a impedire che le molteplici linee di frattura regionali convergessero in un conflitto generalizzato tra Stati. L’attuale fase di crisi indica che tale equilibrio si sta progressivamente dissolvendo. Le tensioni non appaiono più come episodi isolati in una dinamica ormai familiare, ma come sintomo di una trasformazione più profonda dell’ordine geopolitico mediorientale. Comprendere ciò che accade significa interrogarsi sulle logiche che hanno regolato il sistema regionale per decenni e sui fattori che oggi ne accelerano la crisi. Dalla fine delle grandi guerre arabo-israeliane del Novecento fino ai primi decenni del XXI secolo, il Medio Oriente si è organizzato intorno a una particolare forma di deterrenza indiretta. Gli attori principali, pur impegnati in una competizione costante per influenza politica e strategica, hanno generalmente evitato scontri diretti su larga scala. Il costo di una guerra convenzionale tra Stati appariva troppo elevato per essere sostenuto senza conseguenze destabilizzanti. Si è affermata così una modalità di confronto fondata su strumenti indiretti: alleanze informali, sostegno a gruppi armati locali, operazioni clandestine, pressioni diplomatiche e interventi militari calibrati. Come suggerisce la tradizione realista delle relazioni internazionali, gli equilibri di potere non eliminano i conflitti; li regolano, circoscrivendoli entro limiti considerati accettabili dagli attori coinvolti. Il Medio Oriente degli ultimi decenni ha funzionato, in larga misura, secondo questa logica. Uno dei protagonisti centrali di questa architettura è stato l’Iran. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito una rete di relazioni politiche e militari che le ha consentito di proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali. Attraverso il sostegno a movimenti e milizie in diversi paesi, Teheran ha elaborato una strategia basata su una costellazione di attori alleati, estesa dal Libano all’Iraq, dalla Siria allo Yemen. Parallelamente, Israele ha sviluppato una dottrina di sicurezza fondata sulla superiorità tecnologica, sull’intelligence avanzata e sulla capacità di neutralizzare preventivamente minacce percepite come esistenziali. L’equilibrio derivato non era un ordine stabile nel senso tradizionale, ma una forma di stabilità imperfetta, fondata su calcoli strategici reciproci. Ogni attore era consapevole dei limiti entro i quali poteva muoversi senza provocare una risposta capace di trasformare la competizione in guerra aperta. Negli ultimi anni questo sistema ha iniziato a mostrare segni di logoramento. Il ridimensionamento della presenza statunitense, l’emergere di nuove rivalità regionali e il rafforzamento di attori non statali hanno reso il quadro geopolitico più complesso e meno controllabile. Il confronto tra Israele e Iran si è intensificato fino a diventare uno degli assi principali della geopolitica contemporanea, con operazioni clandestine, attacchi mirati e competizione per l’influenza in Siria, Libano e Iraq. Il Medio Oriente sembra così avviarsi verso una fase qualitativamente diversa. La logica delle guerre indirette, che per decenni aveva limitato il confronto tra Stati, appare sempre meno efficace nel contenere l’escalation. Il rischio non è soltanto quello di nuovi conflitti locali, ma la possibilità che diverse linee di frattura convergano in una crisi più ampia. La crescente regionalizzazione del conflitto, evidente in teatri come il Libano o nelle rotte marittime del Golfo Persico e del Mar Rosso, dimostra quanto gli eventi locali siano oggi interdipendenti e dalle implicazioni globali. La dimensione economica del conflitto aggiunge complessità. Il Medio Oriente resta centrale nell’economia globale, soprattutto per energia e commercio marittimo. Destabilizzazioni significative in questi snodi strategici possono avere effetti immediati sull’economia internazionale. Le monarchie del Golfo, tra relazioni strategiche consolidate con l’Occidente e legami economici con l’Asia, si trovano in una posizione particolarmente delicata, rendendo le loro scelte geopolitiche ancora più complesse. Il conflitto si inserisce poi in un contesto globale segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze. Sebbene la regione non sia più al centro della strategia globale come durante la Guerra Fredda, resta fondamentale nelle dinamiche dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti mantengono il ruolo dominante, seppur in maniera più selettiva, mentre altri attori globali cercano di espandere la propria influenza attraverso strumenti diplomatici, economici e tecnologici. L’Europa, pur vicina e coinvolta, resta spesso relegata a un ruolo marginale a causa delle divisioni interne e della dipendenza strategica dagli Stati Uniti. In un sistema internazionale sempre più attraversato dal ritorno delle rivalità tra potenze, la crisi mediorientale ricorda quanto fragile possa essere l’equilibrio su cui si regge l’ordine globale. La stabilità regionale non è soltanto una questione strategica o militare: essa costituisce una condizione essenziale affinché possano sopravvivere quelle forme di cooperazione politica ed economica che, nel secondo dopoguerra, hanno reso possibile lo sviluppo di un ordine internazionale relativamente aperto. Comprendere le dinamiche del Medio Oriente significa allora interrogarsi non soltanto sui conflitti del presente, ma anche sul futuro di quell’architettura internazionale che, nel solco della riflessione liberale di Luigi Einaudi, ha sempre riconosciuto nella stabilità degli equilibri tra gli Stati e nella cooperazione tra le nazioni una delle condizioni fondamentali per la libertà politica e per la prosperità delle società aperte.</p>
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