L’alleanza e il vincolo. Storia giuridica e metamorfosi della NATO

Non tutte le istituzioni nascono per durare, e quelle che lo fanno raramente conservano intatta la forma originaria. La NATO appartiene a una categoria più rara: quella delle costruzioni che sopravvivono proprio perché non coincidono mai del tutto con se stesse. Quando, nel 1949, viene firmato il Trattato di Washington, ciò che prende forma non è soltanto un’alleanza militare, ma un dispositivo giuridico pensato per attraversare l’incertezza, più che per risolverla. Il contesto in cui l’Alleanza nasce non è semplicemente quello di un continente devastato dalla guerra, ma quello di uno spazio politico privo di un equilibrio stabile. In un’Europa che ha conosciuto fino in fondo la crisi dell’ordine internazionale novecentesco, la sicurezza non può più essere affidata ai meccanismi tradizionali dell’equilibrio tra Stati sovrani, già messi in discussione nella riflessione di Hans Kelsen sul rapporto tra diritto e forza. La progressiva strutturazione della Guerra fredda impone così una ridefinizione più radicale, in cui la difesa diventa inseparabile dalla cooperazione e la sovranità deve confrontarsi con forme nuove di vincolo reciproco. La soluzione adottata dai Paesi fondatori si colloca precisamente in questa zona intermedia. La NATO non è uno Stato, né una semplice alleanza difensiva nel senso classico. È una forma istituzionale che si regge su un impianto normativo essenziale, ma carico di implicazioni. Il principio della difesa collettiva, formulato nell’articolo 5 del trattato, ne rappresenta il centro, ma anche il punto di maggiore tensione. L’impegno a considerare un attacco contro uno come un attacco contro tutti non si traduce in un automatismo, bensì in una responsabilità condivisa che lascia agli Stati la possibilità di determinare le modalità della risposta. Questa ambivalenza è la condizione stessa della sua efficacia. Da un lato, l’Alleanza vincola; dall’altro, non annulla la capacità decisionale dei suoi membri. In questa tensione si riflette, in filigrana, quel problema della decisione che Carl Schmitt aveva posto al centro della teoria del politico, e che qui viene riformulato in una forma che tenta di sottrarre la decisione alla pura logica del conflitto. Il riferimento al diritto di autodifesa collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite consente di collocarla entro un quadro di legittimità internazionale, ma non esaurisce le questioni che essa solleva. Durante la Guerra fredda, questa struttura si consolida all’interno di una dinamica bipolare che ne rafforza la funzione originaria di deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica. Ma ridurre la NATO a un semplice strumento militare significherebbe trascurarne la dimensione più profonda. L’Alleanza diventa progressivamente uno spazio di coordinamento politico, un luogo in cui la sicurezza si intreccia con la stabilità istituzionale e con la costruzione di un orizzonte comune tra le democrazie occidentali. La fine del confronto bipolare non ne determina la dissoluzione. Al contrario, la sua architettura normativa si rivela sufficientemente aperta da consentire una trasformazione. La possibilità di ammettere nuovi membri si traduce in un processo di allargamento che ridefinisce la geografia politica europea. L’ingresso nell’Alleanza non è soltanto un fatto militare, ma implica l’adesione a un insieme di principi che riguardano la forma di governo, il controllo delle forze armate, la compatibilità istituzionale. In questo senso, l’espansione della NATO assume una valenza che eccede la dimensione strategica. Essa opera come un meccanismo di convergenza politica, producendo effetti che si manifestano all’interno degli ordinamenti degli Stati membri e candidati. Senza configurarsi come un’istituzione sovranazionale, l’Alleanza esercita una funzione di orientamento che incide sulle trasformazioni interne degli Stati. A questa apertura corrisponde, in modo speculare, la possibilità del recesso. Il trattato prevede che ogni Stato possa uscire dall’Alleanza mediante una procedura formalmente semplice. E tuttavia, proprio questa semplicità giuridica mette in evidenza la complessità politica della scelta. L’uscita resta una possibilità teorica più che una pratica effettiva, a conferma del fatto che l’appartenenza genera vincoli che non sono soltanto normativi, ma anche strategici e simbolici. Nel periodo successivo alla Guerra fredda, l’Alleanza amplia progressivamente il proprio raggio d’azione, intervenendo in contesti che non riguardano direttamente la difesa territoriale dei suoi membri. Le operazioni nei Balcani e in Afghanistan segnano un passaggio significativo, aprendo un dibattito sulla natura e sui limiti dell’organizzazione. Il rapporto tra legalità e legittimità emerge in tutta la sua complessità, soprattutto nei casi in cui l’azione non si accompagna a un mandato esplicito delle Nazioni Unite. Queste tensioni non si sono esaurite, ma si sono ridefinite nel contesto contemporaneo. Il ritorno della guerra ad alta intensità in Europa ha riportato al centro la funzione originaria di deterrenza e difesa collettiva, ma in un quadro profondamente mutato. La sicurezza si estende ormai a domini che non erano previsti al momento della fondazione, dalla dimensione cibernetica alla protezione delle infrastrutture critiche, fino alle forme di conflitto ibrido. In questo scenario, la NATO continua a operare senza una revisione sostanziale del proprio impianto giuridico originario. È proprio questa continuità, apparentemente paradossale, a costituire una delle ragioni della sua durata. Come ha osservato Norberto Bobbio, le istituzioni più resilienti non sono quelle immutabili, ma quelle capaci di trasformarsi restando riconoscibili. In un ordine globale sempre più frammentato, la NATO continua a occupare una posizione singolare. Non perché offra risposte definitive, ma perché istituzionalizza una domanda: come vincolare gli Stati senza annullarne la libertà, come costruire sicurezza senza trasformarla in automatismo. È in questa tensione, mai risolta e continuamente riattivata, che si gioca la sua durata. Più che una soluzione, l’Alleanza atlantica resta una forma di equilibrio instabile. E, come tutti gli equilibri che non possono essere dati per acquisiti, esiste soltanto finché viene continuamente rimessa in questione.

Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico - giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).

Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.

Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:

Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell'European Gulf of Guinea Investment Council,

Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA - Global Economic Development Fund Association - United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,

Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.

Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI

Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.

Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale

AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della

Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato

“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.

Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 - Agenzia Internazionale AISC News

la Stella Di San Domenico - Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale - Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) - Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,

Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e

della House of Lords

il Global B2B Diplomatic Excellence Award,

Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy & Malta, il Callas Tribute Prize NY,

Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.

È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.

Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.

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