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	<title>Storia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Storia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Le relazioni pericolose tra teologia e politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 20:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, il formalismo giuspositivista dovette necessariamente confrontarsi con questioni legate al giusnaturalismo e ciò avvenne anche nell’ambito dello storicismo. Il libro del crociano Carlo Antoni, <em>La restaurazione del diritto di natura</em>, rappresentò pienamente il clima di quel momento. Le Costituzioni nate dopo il 1945 accolsero così quelle invocazioni che, come scrisse Piero Calamandrei su “Il Ponte”, a proposito del processo di Norimberga, rinviavano idealmente alle antiche leggi di Antigone. Questo processo comportò una positivizzazione di tali principi, nel quadro di una sacralità laica di cui le Corti divennero garanti.</p>
<p>La vigilanza delle Corti sulla costituzionalità delle leggi ha talora prodotto dei conflitti con il potere politico, che ha avvertito un eccessivo ampliamento della sfera di influenza della giurisdizione. Ciò è accaduto di recente in vari paesi in cui si è verificata una svolta autoritaria, come in Polonia, in Ungheria, in Israele o negli Stati Uniti, dove Donald Trump ha attaccato la Corte Suprema quando si è pronunciata sulla incostituzionalità di alcune leggi della sua amministrazione.</p>
<p>Tornano attuali le tesi di Carl Schmitt, il quale, nel delineare il ruolo del custode della costituzione, non aveva in mente i giudici costituzionali, ma il Presidente del Reich, in quanto riteneva che il potere politico non dovesse sottostare al controllo della giurisdizione. Per Schmitt il sovrano è tale in quanto “decide sullo stato di eccezione”. Il liberalismo risulterebbe dunque limitato nelle sue funzioni a causa della lentezza delle procedure costituzionali. La concezione schmittiana secondo cui l’essenza del <em>Politico</em> risiede nella radicale contrapposizione amico/nemico è certamente affine ai regimi autoritari, ma consente oggi di analizzare molti aspetti della crisi delle democrazie e delle relazioni internazionali.</p>
<p>Il dibattito intorno allo stato di emergenza e al decisionismo si è animato dopo l’11 settembre ed è ripreso nel corso della recente pandemia. Le democrazie liberali non possono eludere la questione, ma non possono, al tempo stesso, cedere alle suggestioni della teologia politica di Schmitt. Nella convinzione che nelle istituzioni politiche della modernità rivivono concetti teologici secolarizzati, il giurista tedesco identificava la decisione sovrana con il verificarsi di un miracolo. La sospensione delle leggi naturali, operata da un miracolo, diverrebbe, così, assimilabile alla dichiarazione dello stato di emergenza, che segna una netta discontinuità rispetto all’ordinamento giuridico vigente. Il sovrano, scrive Schmitt in <em>Teologia politica</em>, “decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta fuori dell’ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso, poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione <em>in toto</em> possa essere sospesa”.</p>
<p>Nel suo saggio su <em>La costituzione di emergenza</em>, Bruce Ackerman ha scritto che, nelle particolari condizioni di incertezza in cui viviamo, non possiamo non confrontarci con questo tema, ma dobbiamo “sottrarlo a pensatori fascisti come Carl Schmitt, che lo usò come un randello contro la democrazia liberale”. Ackerman ritiene che il governo, in particolari circostanze, sia legittimato a limitare alcune garanzie costituzionali per un breve periodo di tempo. Eventuali proroghe dovranno richiedere però il voto del Parlamento, prevedendo “una serie crescente di maggioranze qualificate”, dal sessanta all’ottanta per cento.</p>
<p>Tali procedure dovrebbero costituire un argine contro il pericolo di una normalizzazione dello stato di emergenza e contro le derive illiberali di governi autoritari. L’aura teologica svanisce nel modello procedurale di Ackerman, un modello in cui Schmitt coglierebbe una dimensione astratta e prosaica. In <em>Teologia politica</em>, Schmitt citava Juan Donoso Cortés, secondo il quale le incongruenze del liberalismo affioravano proprio nel momento della decisione. Riguardo alla domanda su Cristo o Barabba, un liberale avrebbe quindi scelto di procedere “con una proposta di aggiornamento o con l’istituzione di una commissione di inchiesta”. Per il filosofo spagnolo, proseguiva Schmitt, il liberalismo vive nell’indecisione perenne, in quanto la borghesia, di cui è espressione, è solo una “una clasa discutidora”. Nel riprendere un’immagine di Louis de Bonald, Schmitt scriveva inoltre che la borghesia lascia sul trono il re, ma ne limita la sovranità. Riflette così l’incongruenza del deismo, che non nega l’esistenza di Dio, ma lo esclude dal mondo. Schmitt sottolineava però, ironicamente, che non erano solo i reazionari a rilevare tali contraddizioni ma anche due rivoluzionari, come Karl Marx e Friedrich Engels.</p>
<p>Risultava evidente, in queste parole, l’ostilità verso Hans Kelsen, il quale, in<em> Democrazia e filosofia</em>, scriveva che la democrazia “non è un terreno favorevole al principio di autorità in generale e all’idea di Führer in particolare”. Ciò implicava la netta contrapposizione tra l’assolutismo e il relativismo, connaturato, quest’ultimo, al confronto democratico tra opinioni e alla ricerca del compromesso. La distanza di Kelsen dalla teologia politica si manifesta con estrema chiarezza in <em>Assolutismo e relativismo nella filosofia e nella politica</em>, quando commenta il XVIII capitolo del <em>Vangelo</em> di San Giovanni. Dinnanzi a Gesù, che dichiarava di rendere testimonianza alla verità, Pilato chiese cosa fosse la verità e, nell’incapacità di trovare una risposta, da scettico quale era, “si affidò, in perfetta coerenza alla procedura democratica, rimettendo la decisione al voto popolare”. La scelta di rilasciare Barabba piuttosto che Gesù, prosegue Kelsen, “è certo un forte argomento contro la democrazia, ma va accettato soltanto a una condizione: di essere così sicuri della nostra verità politica da imporla, se necessario, con il sangue e con le lacrime, di essere così sicuri della nostra verità, come lo era, dalla sua, il Figlio di Dio”. Questa sicurezza hanno tragicamente dimostrato i totalitarismi di destra e di sinistra, che perseguitavano i “nemici del popolo”, in quanto ostacolavano la realizzazione della città ideale.</p>
<p>Nel 1986, in <em>Profilo ideologico del Novecento</em>, Norberto Bobbio, descriveva il nazionalismo e il massimalismo come i due estremi che, accomunati dall’odio per la democrazia, si erano convertiti l’uno nell’altro “dando vita al fascismo di sinistra”.  In anni non lontani dalla caduta del Muro di Berlino, Bobbio evidenziava lo “scambio di padri” tra una estrema destra, che evocava l’egemonia gramsciana, e una estrema sinistra, che guardava con interesse a Friedrich Nietzsche, a Martin Heidegger e a Carl Schmitt. La convergenza tra i due radicalismi, commentava, si fondava sull’insofferenza per la “mediocrità” della democrazia, “per l’inconcludenza dei dibattiti parlamentari, per le virtù non eroiche del cittadino e per le azioni non esaltanti del buongoverno”.</p>
<p>Tali considerazioni fanno luce sullo “schmittismo di sinistra”, in cui Mark Lilla ha individuato “uno dei più curiosi fenomeni della storia recente del pensiero europeo”. Tramontato il marxismo-leninismo, gli eredi di quel patrimonio ideologico hanno fatto propri, in molti casi, miti e strumenti già adottati dall’estrema destra nella lotta contro le democrazie liberali e il capitalismo, come è accaduto in seno all’operaismo italiano (si pensi all’incidenza di Schmitt sul pensiero di Mario Tronti e Antonio Negri).</p>
<p>Tratti di “schmittismo” sono presenti nella Russia di Vladimir Putin, in cui l’emergenza è divenuta normalità e, in forme diverse, connotano alcune scelte autocratiche di Trump, per il quale ogni avversario si trasforma in un nemico da combattere. Un nemico che, di volta in volta, può essere rappresentato dall’ immigrato, da uno stato, da un giudice, o anche dal presidente della FED. Non stupisce che Schmitt trovi il suo spazio nelle teorie di un ideologo di Putin, come Aleksandr Dugin, o nei saggi di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, grande sostenitore di Trump e di James D. Vance. E non stupisce neanche il fatto che Dugin, in <em>La quarta teoria politica</em>, attinga a tradizioni di pensiero fra loro lontane per edificare un <em>Pantheon</em> ideologico confuso e contraddittorio, in cui possiamo incontrare Julius Evola e Martin Heidegger, Michel Foucault e la teologia ortodossa. Dugin, che nel 1992 fondò, insieme a Eduard Limonov, il Fronte Nazional Bolscevico, poi abbandonato per dar vita, nel 2002, al movimento eurasiatico, dichiara inoltre di avvertire una consonanza tra la sua <em>Quarta teoria </em>e quello che definisce il “Logos italiano”.</p>
<p>Tra i suoi improbabili compagni di strada, pone infatti in primo piano Costanzo Preve, perché, scrive, “capì la necessità di un fronte comune della destra-sinistra per contrastare l’egemonia americana e la globalizzazione”. Manifesta poi la sua stima verso Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, perché “non lasciano posizioni ai liberali”. Secondo Agamben, prosegue Dugin, le democrazie europee sarebbero delle velate dittature, che ricordano quelle “autorità sovrane descritte nel <em>Leviatano</em> di Hobbes o nella teologia politica di Carl Schmitt”. Solo “un’alternativa rivoluzionaria”, potrebbe allora liberarci dalla prigione globalista, commenta Dugin, citando il saggio di Agamben <em>La comunità che viene</em>.</p>
<p>L’interesse per Schmitt, nell’ambito del radicalismo di destra, di sinistra o anche rosso-bruno, è connesso all’esigenza, consolidata in questi movimenti, di elaborare efficaci strategie rivoluzionarie nell’età della globalizzazione neoliberale. Tali posizioni sono viste con interesse nel mondo post-sovietico, da chi rimpiange le glorie dell’URSS e dai nostalgici della Grande Madre Russia. Gli uni e gli altri attribuiscono infatti all’Occidente la responsabilità della fine dell’Impero.</p>
<p>Ecco allora che gli attacchi del Patriarca Kirill all’Occidente corrotto possono, nel confuso <em>Pantheon</em> di Dugin, trovare posto accanto ai movimenti antagonisti e ai pensatori che, da Parigi a New York, denunciano i mali della Società Aperta. Negli USA, per altro verso, i Teocon declinano il fondamentalismo religioso in funzione conservatrice, offrendo, insieme ai tecnocrati neocon della Silicon Valley, un significativo sostegno alla svolta autocratica di Trump. Rileggere Schmitt, senza lasciarsene sedurre, consente di orientarsi in questo terreno incerto e  di comprendere quanto sia insidioso intrecciare credenze religiose e tentazioni metafisiche con le complesse dinamiche della politica.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza &#8211; Rivoluzione Restaurazione Utopia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 13:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[dichiarazione di indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Hannah Arendt, nel suo saggio <em>Sulla rivoluzione</em>, metteva in luce come nel pensiero comune, ma anche presso tanti intellettuali, la rivoluzione americana venisse considerata una anticipazione, in tono minore, dell’ ’89 francese. La “triste verità”, scriveva, stava nel fatto che la rivoluzione francese, conclusasi in un disastro, era divenuta “storia del mondo”, mentre la rivoluzione americana, “che terminò col più trionfante successo, è rimasta un evento di importanza poco più che locale”.</p>
<p>La rivoluzione, intesa nel suo significato astronomico, ha indicato, tradizionalmente, il moto dei corpi celesti, il cui riflesso gli uomini potevano cogliere nell’avvicendarsi dei corsi storici. Il concetto contemporaneo di rivoluzione, che implica la distruzione di un ordine esistente e la rifondazione della società, si contrappone dunque all’ anaciclosi di Polibio, in cui le classiche forme di governo si alternavano ciclicamente. Le rivoluzioni, in America come in Francia, scrive ancora Arendt, furono inizialmente gestite da uomini convinti “che il loro compito fosse solo quello di restaurare un antico ordine di cose, sconvolto e violato dal dispotismo della monarchia assoluta o dai soprusi del governo coloniale”. Un movimento nato come un tentativo di restaurazione assunse così, “involontariamente”, una portata rivoluzionaria. La rivoluzione americana, diversamente da quanto accadde in Francia e, successivamente in Russia, non divorò però i suoi figli. George Washington fu il primo Presidente e Thomas Jefferson, l’autore della Dichiarazione di Indipendenza, il terzo. Gli autori dei <em>Federalist Papers</em> ricoprirono un ruolo fondamentale, in quanto James Madison fu eletto due volte alla Presidenza, Alexander Hamilton divenne Segretario al Tesoro e John Jay fu Presidente della corte Suprema.</p>
<p>Nell’Inghilterra del XVII secolo, il termine rivoluzione non si applicò alla dittatura di Oliver Cromwell, ma alla restaurazione monarchica del 1660 e, poi, alla gloriosa rivoluzione del 1688, quando, destituito Giacomo II, Guglielmo e Maria restituirono legittimità alla corona. Ecco perché molti movimenti politici definiti <em>a posteriori</em> rivoluzionari, sono stati considerati, nel loro tempo, come la restaurazione di una tradizione che era stata calpestata.</p>
<p>Lo stesso Thomas Paine, aspramente critico verso gli orientamenti conservatori, nella introduzione alla seconda parte de <em>I diritti dell’uomo</em>, scriveva che le rivoluzioni precedenti si erano limitate a un “cambiamento di persone e di procedure, ma non di princìpi”. L’ ’89 poteva definirsi allora una “controrivoluzione”, perché, se la conquista e la tirannide avevano derubato l’uomo dei suoi diritti, “egli oggi li recupera”.</p>
<p>Nel marzo del 1775, un anno prima della Dichiarazione di Indipendenza, Edmund Burke presentò nel Parlamento inglese una mozione di conciliazione, sostenendo che nei coloni americani l&#8217;amore per la libertà, radicato nella tradizione britannica, era più forte “che in ogni altro popolo del mondo&#8221;. Le più grandi battaglie per la libertà, che in astratto non esiste, proseguiva Burke, erano state combattute in Inghilterra “intorno a questioni di tassazione&#8221;. Impedire ai coloni di essere rappresentati, nel momento in cui si decideva sui provvedimenti fiscali a loro carico, avrebbe rappresentato dunque un misconoscimento di quei principi che gli inglesi avevano sempre difeso strenuamente. Condivideva pertanto la loro protesta, che non mostrava l’ “eccitamento di una rivoluzione” e non prevedeva le “noiose formalità di un’elezione”. La controversia avrebbe potuto risolversi in modo pacifico, concludeva, estendendo in America le procedure della <em>common law </em>inglese.</p>
<p>Quattordici anni dopo, nel novembre del 1789, Richard Price<strong>,</strong> un pastore dissidente, indicò nell’ ’89 la conclusione di un percorso che aveva avuto inizio nel 1688 in Inghilterra, suscitando l’indignazione di Burke. La rivoluzione francese rappresentava infatti, ai suoi occhi, “uno strano caso di leggerezza e ferocia”, in cui si alternava “lo sdegno all’orrore”. Non poteva quindi essere accostata alla gloriosa rivoluzione, in cui era prevalso il rispetto della continuità.</p>
<p>Se il <em>Bill of Rights</em> del 1689 stabiliva le regole della monarchia costituzionale, i nuovi ordinamenti giuridici francesi erano, per Burke, il frutto della violenza rivoluzionaria e di una concezione astratta della libertà. Una costituzione, per Burke, non può essere imposta, in quanto deriva da un lento processo storico. In questo quadro, i diritti universali rappresentavano per lui una pura astrazione, perché, come avrebbe poi scritto Arendt in <em>Origini del totalitarismo</em>, esprimevano l’ &#8220;astratta nudità dell&#8217;essere-nient&#8217;altro-che-uomo&#8221;, ignorando la specificità dei singoli contesti sociali.</p>
<p>Alla luce della sua interpretazione della rivoluzione americana, associata alla<em> Bloodless Revolution</em>, e non a Cromwell o al 1789, Burke si sarebbe sicuramente riconosciuto in molte pagine de <em>La democrazia in America</em>. La lotta di un popolo per conquistare l’indipendenza, scriveva infatti Alexis de Tocqueville, costituisce una esperienza diffusa nella storia, ma ciò che è assolutamente inconsueto è vedere un popolo che riesce a dar vita ad una nuova formazione politica, senza che ciò costi all’umanità “né una lacrima, né una goccia di sangue”.</p>
<p>Paine mostrò tutto il suo disappunto di fronte alle<em> Riflessioni sulla rivoluzione francese </em>(1790) di Burke, la cui posizione sulle vicende americane aveva già apprezzato e condiviso. Nel suo <em>I diritti dell’uomo</em> (1791), rifiutava il rispetto burkiano verso il passato, sostenendo che la creazione di istituzioni democratiche esigeva un taglio netto. Giudicava “terrificanti” le considerazioni di Burke sull’ ’89, e, nonostante fosse stato perseguitato durante il Terrore e conoscesse le violenze giacobine, riteneva che, rispetto ad altre rivoluzioni, quella francese aveva mietuto “poche vittime”.</p>
<p>L’opera di Burke si colloca nell’ambito dell’illuminismo scozzese, in seno al quale tanto Adam Smith, quanto David Hume, hanno dimostrato che i limiti della ragione umana e la dispersione delle conoscenze impediscono che un Leviatano possa esercitare un potere assoluto sugli individui e sulla società, come accadde negli esiti totalitari dell’ ‘89.  L’influenza dei <em>Philosophes</em>, evidente in Paine, ma anche in George Washington o in Benjamin Franklin, ha assunto un rilievo talmente ampio da porre in secondo piano il contributo della scuola scozzese. Secondo un prevalente orientamento storiografico, il 1776 avrebbe posto le premesse del 1789, e da questi eventi avrebbe avuto inizio<em> L’era delle rivoluzioni democratiche</em>, per citare il titolo del celebre studio di Robert R. Palmer del 1959.</p>
<p>Su un altro versante, Russell Kirk aveva scritto nel 1953, in <em>The conservative Mind</em>,  che la rivoluzione americana non nacque come un “trambusto innovatore”, ma come “un ripristino conservatore”, sostenuto dai coloni per difendere il loro autogoverno. Un tema, questo, affrontato anche da Robert E. Brown, che nel1963 evidenziava come, diversamente dalle rivoluzioni che scoppiano perché gli uomini sono insoddisfatti del loro <em>status quo</em>, in America i coloni si ribellarono per mantenere quello <em>status quo</em> che gli inglesi volevano cambiare. In questo progetto “conservatore” prendevano corpo, però, innovative esperienze di autogoverno e di decentramento amministrativo che il centralismo francese non avrebbe mai potuto tollerare.</p>
<p>Il proliferare dei corpi intermedi colpì Tocqueville, che rimaneva stupito nel constatare come molte funzioni svolte in Francia da istituzioni statali erano affidate in America alle associazioni. Grazie al governo federale, gli americani riuscivano, inoltre, a coniugare il potere centrale con ampie autonomie, superando il dogma secondo cui i grandi stati necessitano di regimi autoritari.</p>
<p>Nicola Matteucci ha sottolineato che Tocqueville non ricorre al termine “stato” quando descrive la “politica dell’Unione”, ma spiega come il complesso funzionamento della società americana si articoli attraverso le associazioni, la stampa e le diverse confessioni religiose. Tali dinamiche si sviluppavano in modo del tutto indipendente rispetto al potere centrale e ciò era dimostrato dal fatto, commentava Tocqueville, che quando “alla testa di una nuova iniziativa, trovate in Francia il governo e in Inghilterra un gran signore, state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione”. Pensava che queste esperienze associative avrebbero potuto costituire un modello anche per gli operai europei, consentendo loro “di fronteggiare con più forza il potere del padronato”.</p>
<p>Alexander Hamilton, scriveva nei <em>Federalist Papers </em>(n.9) che una salda unione politica avrebbe costituito una barriera contro l’instabilità, tipica nelle relazioni tra modeste entità politiche, come era accaduto in passato tra le <em>poleis</em> greche, i comuni e i principati italiani, sempre in bilico tra la tirannide e l’anarchia. Ponendosi criticamente rispetto a Montesquieu, secondo cui la repubblica non era un sistema applicabile a grandi estensioni territoriali, Hamilton delineò una costituzione che, senza abolire i singoli stati, li rendesse parti di un governo repubblicano e federale.</p>
<p>Le due guerre mondiali e i totalitarismi che hanno funestato il XX secolo hanno posto in primo piano la questione della sovranità. Il 5 gennaio del 1918 Luigi Einaudi si chiedeva, in un articolo pubblicato sul “Corriere della sera”, se la Società delle nazioni potesse rappresentare un ideale possibile, constatando come tale istituzione non sarebbe stata in grado di evitare i conflitti senza mettere in discussione la sovranità degli stati aderenti. Indicava dunque il modello americano, ricordando come, dal 1781 al 1787, la “società” delle tredici nazioni non era riuscita a realizzare quell’assetto unitario che solo il governo federale portò a compimento.</p>
<p>Einaudi tornò più volte sull’argomento negli anni seguenti e il 29 luglio del 1947 pronunciò all’Assemblea Costituente il celebre discorso <em>La guerra e l’unità europea</em>. Trent’anni dopo il fallimento della Società delle nazioni, e dopo gli orrori dei totalitarismi, sosteneva, bisognava ammettere che “il nemico numero uno” della civiltà e della prosperità era “il mito della sovranità assoluta degli stati”, perché fomentava le guerre di conquista, imponeva barriere doganali, e pronunciava “la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri”. Parole, queste, che sembrano descrivere molti inquietanti aspetti dei nostri giorni. Era vano, proseguiva, predicare pace quando “tornano a fiammeggiare le passioni nazionalistiche”, e indicava la via degli Stati Uniti d’Europa, nella consapevolezza che ormai la scelta “era fra l’Utopia e la legge della giungla”.</p>
<p>Il Manifesto di Ventotene del 1941, frutto della collaborazione tra Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, risentì molto dell’influenza einaudiana, dei <em>Federalist Papers</em> e delle tesi dell’economista inglese Lionel Robbins. Spinelli, attirandosi la scomunica del PCI, condivise con Einaudi l’idea che non era l’economia capitalistica, ma la sovranità nazionale, a causare conflitti. Solo una federazione avrebbe potuto dunque garantire la pace tra le nazioni.  La scelta di Einaudi e di Spinelli per l’Utopia possibile di una Europa federale risulta oggi drammaticamente attuale, in un momento in cui, anche tra gli eredi dei <em>Federalist Papers</em>, la legge della giungla prevale sul principio <em>Peace Through Law</em>.e</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/a-duecentocinquantanni-dalla-dichiarazione-di-indipendenza-rivoluzione-restaurazione-utopia/">A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza &#8211; Rivoluzione Restaurazione Utopia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Liberalismo e rivoluzione a cento anni dalla morte di Piero Gobetti</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/liberalismo-e-rivoluzione-a-cento-anni-dalla-morte-di-piero-gobetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 09:37:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[piero gobetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo per ogni inezia tutto l’Arsenale dello Spirito”.<br />
Gobetti guardava in realtà con vivo interesse a quanto stava accadendo in Russia e pensava che Lenin e Trotzki non fossero solo dei bolscevichi, ma “uomini d’azione che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un’anima”.<br />
La loro opera incarnava un “paradosso dello spirito russo”, da cui derivava “la negazione del socialismo e un’esaltazione di liberalismo”. “Energie Nove” concluse la sua breve vita nel 1920 e nel 1922 Gobetti fondò “La Rivoluzione liberale”, che assunse subito una posizione antifascista. La reazione di Mussolini giunse nel giugno del 1924, quando scrisse al prefetto di Torino, chiedendogli di rendere la vita difficile a “questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Nel settembre del 1925, dopo aver subito una violenta aggressione squadristica, Gobetti si rifugiò a Parigi, dove, anche a causa dei traumi riportati, morì il 16 febbraio del 1926.<br />
Gobetti riconobbe nei consigli di fabbrica torinesi i caratteri liberali che aveva individuato nella rivoluzione russa, pur considerando utopiche, come ha scritto Lelio Basso, le finalità collettivistiche. La rivoluzione, a suo avviso, sarebbe fallita, ma sarebbe riuscita a formare una matura classe dirigente.<br />
Basso riscontra, nelle analisi gobettiane, temi presenti nel “Socialismo liberale”, che Carlo Rosselli delineò proprio sulle pagine de “La Rivoluzione liberale”. Togliatti, che nel 1919 aveva attaccato Gobetti, ne difese poi la memoria, nel momento in cui scagliava i suoi anatemi contro Carlo Rosselli, assassinato in Francia nel 1937 insieme al fratello Nello da membri del gruppo fascista Cagoule. Nel 1931, scrisse, su “Stato operaio”, che Gobetti era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.<br />
Rosselli, come emerge dalla sua Risposta a Giorgio Amendola, pubblicata nel gennaio 1932 sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”, riteneva infondato il tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Precisava infatti che aveva ammirato in Marx “lo storico e l’apostolo del movimento operaio”, ritenendo però che l’economista fosse “morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo”. Chiedeva poi ad Amendola se potesse mai credere che Gobetti avrebbe accolto con disinvoltura “il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi, e tutto l’armamentario che distingue in Europa il comunismo ufficiale”. Citava infine Gramsci, secondo il quale Gobetti non sarebbe mai diventato comunista. Le vicende storiche italiane non avevano favorito, scriveva Gobetti, la formazione di una classe politica liberale e fu “gran ventura” che a guidare il Risorgimento fosse stato Cavour, protagonista di una “rivoluzione liberale”, rimasta incompiuta a causa delle politiche conservatrici e protezionistiche dei suoi successori. La lotta di classe è per Gobetti, l’experimentum crucis del liberalismo, perché “promuove nel cittadino la coscienza di produttore, come capitalista, come tecnico, come operaio”. Diversamente da Antonio Gramsci, cui era legato da un rapporto di profonda stima e amicizia, pensava che il sistema borghese sarebbe stato “ravvivato” proprio “dai becchini della borghesia”. La volontà di contenere il conflitto, che<br />
attribuiva a Turati e a Giolitti, riduceva al silenzio le dinamiche sociali, con la conseguenza che, in Italia, il vero contrasto non era tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità. Ecco perché Mussolini era divenuto “l’eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione al riposo”. Gobetti pensò che nei soviet gli operai potessero sentirsi eredi dello spirito borghese, ma, se avesse avuto il tempo di osservare gli sviluppi della rivoluzione, avrebbe preso atto che Lenin, dopo aver sostenuto che tutto il potere apparteneva ai soviet, aveva imposto il primato assoluto<br />
del partito. Avrebbe sicuramente condiviso l’opinione di Rosa Luxemburg, che descriveva il dominio del partito come “un governo di cricca”, in cui la convocazione saltuaria di una élite operaia si concludeva votando all’unanimità le risoluzioni proposte. Il nome “Unione Sovietica”, per la Russia post-rivoluzionaria, era dunque “una menzogna”, come ha scritto Hannah Arendt, in quanto riconosceva, ingannevolmente, quegli organismi di democrazia spontanea che il partito bolscevico aveva svuotato di senso.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Porzûs. Una tragica storia di frontiera</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/porzus-una-tragica-storia-di-frontiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 20:48:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[eccidio di Porzûs]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Piffer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle aree di confine tra il Friuli e la Slovenia, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 e l’occupazione nazista, il contrasto tra le diverse anime della Resistenza emerse in modo drammatico, come dimostra l’eccidio di Porzûs. Tommaso Piffer, in Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs, Mondadori, 2025, si è accostato a questa tragica “storia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle aree di confine tra il Friuli e la Slovenia, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 e l’occupazione nazista, il contrasto tra le diverse anime della Resistenza emerse in modo drammatico, come dimostra l’eccidio di Porzûs. Tommaso Piffer, in Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs, Mondadori, 2025, si è accostato a questa tragica “storia di frontiera”, descrivendo come, in quel luogo, si intrecciarono, scontrandosi, passioni ideologiche e rivendicazioni nazionali. Nella sua indagine vengono messe in luce le ambiguità che fecero da sfondo alla vicenda, impedendo di giungere a una chiara identificazione dei responsabili.<br />
Porzûs si colloca nell’ambito di una netta contrapposizione tra la divisione Garibaldi Natisone, che faceva capo al PCI, e i partigiani della brigata Osoppo, prevalentemente democristiani e liberali. Nel 1944, gli sloveni miravano al controllo delle zone di confine e premevano perché i loro compagni italiani riconoscessero il comando del IX corpo jugoslavo. Se la Garibaldi Natisone accettò di collaborare, la Osoppo rivendicò la sua autonomia, ritenendo che quella alleanza avrebbe implicato l’adesione a una ideologia che non condivideva e l’accettazione dei progetti annessionistici sloveni. Questa decisione provocò una dura reazione, tanto fra gli sloveni, quanto fra i partigiani della Garibaldi Natisone, che accusarono ingiustamente la Osoppo di collusione con i nazifascisti. Il 7 febbraio del 1945, il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori, il delegato politico, Alfredo Berzanti, e una ragazza che collaborava con loro, Elda Turchetti, furono assassinati. Fra i quattordici partigiani della Osoppo, prelevati e poi uccisi, vi era anche il fratello di Pierpaolo Pasolini, Guido.<br />
Dopo la guerra, dall’inchiesta della magistratura emersero gravi responsabilità a carico di dirigenti del PCI e della Garibaldi Natisone e vennero condannate 43 persone, alcune delle quali fuggirono in Jugoslavia e in Cecoslovacchia. Rimase tuttavia senza risposte la domanda su chi avesse ordinato di compiere la strage a Mario Toffanin, riconosciuto come il principale responsabile, in quanto comandante della I Brigata GAP (Gruppi di azione patriottica legati del PCI). Non era chiaro se l’ordine provenisse dalla federazione comunista di Udine o dalla Garibaldi Natisone, che, collaborando con gli sloveni, non poteva avallare la linea di De Gregori. Piffer sottolinea come nel PCI prevalse la tesi secondo cui Toffanin avesse agito autonomamente.  Un coinvolgimento del partito avrebbe infatti fornito argomenti a quanti accusavano i comunisti di subordinare gli interessi nazionali all’internazionalismo proletario, ed era necessario dimostrare, invece, che, per loro, la difesa del Paese era sempre stata prioritaria. Il percorso giudiziario, che si avviò nel 1945, in seguito a una denuncia della Osoppo, si concluse nel 1960 e fu molto travagliato, coinvolgendo i tribunali di Brescia, Lucca, Firenze, per giungere alla Cassazione e concludersi infine a Perugia, con un’amnistia. Piffer pone in evidenza la testimonianza di Giovanni Padoan (già condannato dalla Corte d’Appello di Firenze a trenta anni di reclusione come mandante dell’eccidio), commissario della Garibaldi Natisone, che, in sintonia con il PCI, attribuì inizialmente l’intera responsabilità a Toffanin. In seguito, contraddicendosi, additò come mandante il segretario della federazione comunista di Udine, e accusò poi, negli anni Ottanta, il IX Corpo jugoslavo. Quest’ultima versione, confermata nel 2001, divenne la spiegazione comunemente accettata e fu accolta con favore, commenta Piffer, tanto dagli eredi del PCI, che ritenevano fosse stata fatta giustizia, escludendo le responsabilità del partito, quanto dagli eredi della Democrazia Cristiana, che vedevano riconosciuto il sacrificio della Osoppo nella difesa dei confini italiani.<br />
L’obbiettivo jugoslavo era duplice, scrive Piffer: “uno nazionale, la riunificazione di tutti gli sloveni in un unico stato, e uno politico, l’espansione della rivoluzione socialista che il movimento guidato da Tito stava realizzando con la forza in tutto il paese”. Nel clima dei nuovi equilibri internazionali che si stavano delineando, Tito fu poi costretto dagli Alleati e anche da Stalin, a fare un passo indietro, ma di questo né la Osoppo né la Garibaldi Natisone erano a conoscenza. Per i comunisti sloveni, fa notare Piffer, le zone annesse alla Jugoslavia avrebbero beneficiato di un sistema politico sicuramente più avanzato rispetto a quello che si sarebbe instaurato in Italia e, a tal proposito, il commissario politico del IX Corpo, Viktor Avbelj, cercò di convincere Padoan, sostenendo che in quei territori si combatteva una lotta “contro la reazione mondiale”, nella quale i compagni italiani non avrebbero potuto essere che loro alleati. La prospettiva rivoluzionaria dei partigiani jugoslavi rappresentava un grande richiamo, ma rischiava di esporre il partito all’accusa di tradimento verso l’Italia, in un momento in cui il PCI non voleva mostrarsi come una forza antisistema. Palmiro Togliatti, precisa Piffer, non intendeva, al tempo stesso, deludere Tito, e sei mesi dopo la Svolta di Salerno (concordata con Stalin), decise ambiguamente, nell’ottobre del 1944, di appoggiare l’occupazione della Venezia Giulia da parte degli jugoslavi. Provocò in tal modo la rottura di quel fronte comune in cui, nello spirito del CLN, si erano riconosciuti tanto i partigiani della Osoppo, quanto quelli della Garibaldi Natisone, che, facendo poi causa comune con gli sloveni, lasciarono prevalere la fedeltà ideologica sull’alleanza con le altre componenti del fronte antifascista. L’eccidio di Porzûs, scrive Piffer, non può allora ricondursi solo alla situazione del fronte orientale, ma è connesso alla stessa storia del PCI “e della sua lunga e difficile transizione dalla prospettiva insurrezionale a quella democratica”. Piffer individua, in Porzûs, un crocevia, in cui si manifestano tre fratture fondamentali della storia del Novecento. La prima è rappresentata dalla lotta contro il fascismo, in cui affiora la distanza tra la componente liberale e quella comunista, ostile tanto al fascismo quanto alla liberaldemocrazia. La seconda riguarda i nazionalismi, in quanto italiani e sloveni combattevano per il controllo dello stesso territorio. La terza si identifica con il conflitto fra opposte ideologie e con le tensioni interne allo stesso movimento comunista. Per i comunisti jugoslavi che, come gli italiani, erano una sezione dell’Internazionale comunista, vi era infatti una coincidenza tra le motivazioni nazionali e quelle ideologiche, coincidenza che non poteva più essere accettata dal PCI.<br />
Riprendendo la prima delle fratture descritte da Piffer e il suo riferimento alla lunga transizione verso la democrazia intrapresa dal PCI, si deve riconoscere che il percorso è stato decisamente travagliato. La condanna togliattiana dei liberali e dei socialisti che si dichiaravano antifascisti, prendendo però le distanze dal comunismo, si è infatti sempre espressa con toni di particolare livore, non solo nella lotta politica, ma anche sul fronte culturale. Nel giugno del 1944, su “Rinascita”, il Migliore, così accogliente verso i “Redenti”, che dopo la militanza fascista si erano convertiti al comunismo, accusò Croce di essere stato un “campione della lotta contro il marxismo […] all’ombra del littorio”, e di avere solo scagliato “ogni tanto una timida frecciatina contro il regime”. Il ritorno dei comunisti perseguitati, proseguiva, avrebbe finalmente impedito che le sue “merci avariate” circolassero ancora. Quando, nel 1950, “Il Mondo” pubblicò, a puntate, 1984 di George Orwell, Togliatti accusò la rivista di raccogliere “sedicenti liberali”, descrisse l’azionista Carlo Ludovico Ragghianti come “un pigmeo della guerra fredda” e il socialista Gaetano Salvemini, come “una persona poco seria”. Questi echi risuoneranno anche in anni a noi più vicini. Il filosofo Salvatore Veca scriveva di essersi illuso che il PCI, pur non ammettendolo, fosse diventato un partito socialdemocratico. Si accorse però che così non era, perché, nonostante molti militanti riconoscessero il fallimento del socialismo reale, era considerato ancora un tradimento abbandonare il sogno della sconfitta del capitalismo. Ecco perché la sua adesione alla prospettiva liberal di John Rawls gli attirò, poco prima del 1989, l’accusa di “traditore” della classe operaia, la stessa che gli sarebbe stata mossa, decenni prima, da un tribunale sovietico o da Togliatti. </p>
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		<title>Complottismo e antintellettualismo negli Stati Uniti nell’analisi di Richard Hofstadter</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/complottismo-e-antintellettualismo-negli-stati-uniti-nellanalisi-di-richard-hofstadter/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 21:26:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Krugman]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 aprile Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia nel 2008, ha tenuto, su invito del Consiglio Nazionale degli architetti, una lectio magistralis presso l’Aula Magna dell’Università di Padova sul rapporto tra architettura, economia urbana e benessere. La città ha sempre rappresentato uno spazio libero di confronto e la scelta isolazionista dell’attuale amministrazione americana, ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 aprile Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia nel 2008, ha tenuto, su invito del Consiglio Nazionale degli architetti, una <em>lectio magistralis</em> presso l’Aula Magna dell’Università di Padova sul rapporto tra architettura, economia urbana e benessere. La città ha sempre rappresentato uno spazio libero di confronto e la scelta isolazionista dell’attuale amministrazione americana, ha sottolineato Krugman con lo sguardo rivolto al presente, nega le ragioni della società aperta e lo spirito della Polis. L’attacco di Donald Trump al mondo della cultura, ha aggiunto Krugman durante l’intervista alla piattaforma multimediale dell’Università di Padova, fa pensare che, in altri tempi, gli attuali governanti americani avrebbero consegnato Galilei alla Santa Inquisizione.</p>
<p>Queste considerazioni sollevano una questione emersa in varie forme nel corso della storia americana, come è stato ampiamente documentato da Richard Hofstadter nel 1962 in <em>Anti-intellectualism in American life</em>, (tradotto in italiano da Einaudi nel 1968). Il testo (Premio Pulitzer nel 1964) torna adesso in libreria con una prefazione di Tom Nichols e una introduzione di Sergio Fabbrini (R. Hofstadter, <em>L’odio per gli intellettuali in America</em>, Luiss University Press, 2025).</p>
<p>L’origine degli Stati Uniti, scriveva Hofstadter, rinvia a una <em>élite </em>in cui convergevano potere economico e qualità intellettuali, come dimostrano le figure di John Adams, Benjamin Franklin,  Alexander Hamilton, Thomas Jefferson. In seno alla stessa é<em>lite </em>emersero però delle contraddizioni ancor prima che si consolidasse il movimento democratico. La generazione che stilò la Dichiarazione d’indipendenza e la Costituzione, precisa infatti Hofstadter, redasse anche gli <em>Alien and Sedition Acts</em>, leggi, approvate nel 1798 e sostenute dall’allora Segretario di Stato Timothy Pickering. Queste leggi, che l’attuale governo americano considererebbe esemplari, prevedevano una limitazione delle richieste di cittadinanza, classificavano come nemico qualunque cittadino di una nazione in conflitto con gli Stati Uniti e contemplavano l’espulsione di quanti avessero mosso critiche al Congresso o all’esecutivo. Jefferson si oppose a queste norme e, durante la sua presidenza, riuscì ad abrogarle parzialmente.</p>
<p>Le riserve sugli intellettuali erano diffuse mentre i Padri Fondatori erano ancora in vita, come confermano gli attacchi subiti persino da George Washington e da Jefferson. Il delegato della Carolina del Sud, William Loughton Smith, lo accusò infatti, nel 1796, di essere un astruso dottrinario, del tutto inadatto a reggere lo stato. In Jefferson Smith riconosceva quel che per lui era il tratto tipico del filosofo : la “tendenza a ragionare partendo da determinati principi anziché dalla natura vera dell’uomo”. La politica richiedeva, a suo avviso, un forte carattere, non un raffinato intelletto. Lo aveva dimostrato Washington, che “non era un filosofo. Se lo fosse stato, noi non avremmo mai visto le sue grandi imprese militari”. Argomenti analoghi furono in seguito utilizzati contro John Quincy Adams, che, in una fase storica segnata dal “declino del gentleman” descritto da Hofstadter, appariva, in molti ambienti popolari, più debole rispetto all’energico Andrew Jackson.</p>
<p>Nella common school, come nelle università e nei colleges, si privilegiava l’aspetto morale e pratico su quello cognitivo. Hofstadter rileva come questo sentire fosse in qualche modo condiviso da tanti uomini colti e dallo stesso Jefferson, il quale, in una lettera del 1787 al nipote Peter Carr, scriveva  che, se discutessimo di una questione morale con un contadino e un professore, il primo potrebbe offrici la soluzione più saggia, proprio perché “non è stato fuorviato da norme artificiali”.</p>
<p>I movimenti populisti trovavano alleati tra i fondamentalisti delle diverse confessioni religiose, che scorgevano nella formazione laica e nel pensiero scientifico delle insidiose minacce nei confronti delle credenze tradizionali. La popolazione comune, che  fino al Novecento accedeva raramente alle high schools, si dimostrò ostile verso contenuti e metodi che riteneva nocivi per l’educazione dei giovani. Nonostante l’avversione dei conservatori per la teoria darwiniana, nel 1909 l’evoluzionismo fu inserito nei programmi scolastici. Dieci anni dopo, però, nel Tennessee e in altri stati, il darwinismo fu messo sotto accusa e un docente, John Scopes, fu processato per averne parlato agli studenti. La caccia alle streghe, commenta Hofstadter, avrebbe  individuato, in seguito, nemici altrettanto pericolosi nel marxismo, in Freud e in Keynes.</p>
<p>Durante la campagna elettorale del 1952, che vide contrapposti il democratico Adlai Stevenson e il repubblicano Dwight D. Eisenhower, fece la sua comparsa il termine “teste d’uovo” (<em>eggheads</em>), che il romanziere Louis Bromfield attribuì a “individui con pretese intellettuali”, a suo parere superficiali, nonostante fossero generalmente professori. Muovendo da queste premesse,  Bromfield delineava il profilo psicologico di una “testa d’uovo”, che per lui coincideva con un intellettuale <em>liberal</em>,  un soggetto “iperemotivo e femmineo nelle sue reazioni di fronte a qualsiasi problema”. Tutto ciò portava a concludere che Stevenson e i democratici non erano in grado di comprendere le esigenze delle persone comuni.</p>
<p>Per la destra la stessa ricerca scientifica poteva trasformarsi in un ostacolo in seno al Dipartimento della Difesa, dal momento che gli scienziati tendevano a sfuggire al controllo dei  militari. L’ostilità  si rivolgeva in modo indiscriminato  tanto ai professori di Harvard, quanto, agli gli intellettuali ”dalle idee contorte” che frequentavano il Dipartimento di Stato. Nella stampa conservatrice degli anni Cinquanta i <em>liberal</em> della <em>East Coast</em> erano descritti come degli snob, insofferenti verso  “la gente del grande Midwest, cioè del cuore  dell’America”.</p>
<p>La politica culturale aggressiva nei confronti delle grandi università, attuata da Trump, da J. D.Vance e dai loro collaboratori, attinge dunque a piene mani da questo arsenale complottistico-paranoico, in cui il senatore Joseph McCarthy svolse un ruolo essenziale, dichiarando, nel 1951, che  una “cospirazione di scala immensa” minacciava gli Stati Uniti. Riviveva così, scrive Hofstadter in <em>Lo stile paranoide nella politica americana </em>(1964), il tono di un manifesto del partito populista del 1895, che metteva in guardia da “una cospirazione in corso”. Sempre  nel 1951, McCarthy accusava il segretario di stato George C. Marshall di “servire la politica del Cremlino” e di aver contribuito, con il suo Piano, al declino della potenza americana. Il continuatore della crociata maccartista fu poi, commenta Hofstadter, un fabbricante di dolciumi, R. H.W.Welch Jr., che non si limitò ad accusare Marshall o  Roosevelt, ma  coinvolse lo stesso Eisenhower, definito “un agente scrupoloso e consapevole della cospirazione comunista”.</p>
<p>Il tema della cospirazione europea contro l’America non è dunque nuovo, come sottolinea Hofstadter, che, nel saggio sopra citato, riporta un articolo, pubblicato su un giornale texano nel 1855, in cui le monarchie europee e la Chiesa di Roma erano accusate di ordire una congiura antiamericana. Quando Trump dichiara che l’Europa vuole “fregare” gli Stati Uniti, ripropone,  in forma lievemente diversa, vecchie immagini della propaganda populista. Dopo la fine della guerra fredda  gli strenui sostenitori del complotto hanno dovuto individuare nuovi nemici, che hanno assunto il volto dell’Unione Europea, degli scienziati che studiano la crisi climatica o delle case farmaceutiche che producono i vaccini, contro cui si scaglia il ministro No-vax della sanità Robert Kennedy Jr. La voce critica degli intellettuali risulta allora dissonante e viene messa a tacere, per lasciare spazio al ruolo strumentale degli esperti, chiamati a dar parvenza di legittimità alle decisioni dell’istituzione che li ha nominati.</p>
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</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/complottismo-e-antintellettualismo-negli-stati-uniti-nellanalisi-di-richard-hofstadter/">Complottismo e antintellettualismo negli Stati Uniti nell’analisi di Richard Hofstadter</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Elena Kostioukovitch. La fortezza Kyiv</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/elena-kostioukovitch-la-fortezza-kyiv/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 08:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Kostioukovitch]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elena Kostioukovitch aveva smascherato nel 2022, in Nella mente di Putin, i miti e le falsificazioni storiche che alimentano i progetti dell’imperialismo postsovietico. A tre anni dell’invasione russa, torna nella sua città e in Kyiv. Una fortezza sull’abisso (La nave di Teseo, 2025), ci guida lungo le strade, le piazze, i monumenti, che divengono lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Elena Kostioukovitch aveva smascherato nel 2022, in Nella mente di Putin, i miti e le falsificazioni storiche che alimentano i progetti dell’imperialismo postsovietico. A tre anni dell’invasione russa, torna nella sua città e in Kyiv. Una fortezza sull’abisso (La nave di Teseo, 2025), ci guida lungo le strade, le piazze, i monumenti, che divengono lo sfondo di un’intensa trama narrativa. Le vicende personali si intrecciano allora con i drammi vissuti da un popolo intero, come dimostra la storia della sua famiglia, segnata dalla violenza nazista e staliniana.<br />
Grazie al suo impegno nell’associazione Memorial (Premio Nobel per la Pace nel 2022), Kostioukovitch è riuscita a ricostruire, insieme a tante oscure vicende degli anni del Grande terrore, la tragica fine del suo bisnonno, l’ingegnere ferroviario Hersh Kostantinovsky, fucilato nel febbraio del 1938 e poi riabilitato nel 1957. Memorial, fondata nel 1989 per far luce sui crimini commessi in età sovietica e per la difesa dei diritti umani, si era opposta nel 2014 all’annessione della Crimea. Non giunse dunque inaspettata la decisione della Corte Suprema Russa, che il 28 febbraio del 2024, quattro giorni dopo l’intervento in Ucraina, decretò il suo scioglimento. Fu infatti considerata dalla Corte “agente straniero”, e si temeva che le sue attività potessero compromettere la “verità storica” che la Federazione russa, secondo la nuova Costituzione, si impegna a proteggere.<br />
Leonid Volynsky, il nonno di Kostioukovitch, un Monument Man russo, collaborò al recupero delle opere d’arte della Pinacoteca di Dresda e fu responsabile del convoglio in cui furono trasportate a Mosca tele di Tiziano, Rubens, Velàzquez, insieme alla Madonna Sistina di Raffaello. I suoi meriti non lo sottrassero però alla persecuzione antisemita staliniana. L’avventuroso recupero di quelle opere ispirò il film Cinque giorni, cinque notti (1961), del regista ucraino Leo Arnshtam, la cui colonna sonora fu composta da Dmitry Shostakovich. A Dresda, nel luglio del 1960, il musicista russo compose il Quartetto per archi n. 8, ispirato a Babyn Yar, il fossato in cui i nazisti, nel 1941, giustiziarono circa 100.000 ebrei e dove furono uccisi anche i genitori di Volynsky, bisnonni di Elena Kostioukovitch. I motivi ebraici, presenti nel quartetto, vennero poi ripresi da Shostakovich nella Tredicesima sinfonia, in cui furono inseriti i versi dedicati da Evgenij Evtushenko a Babyn Yar. Nel dopoguerra, prevalendo ancora l’antisemitismo, non si fece cenno a quel massacro rievocato nel 1961 da Evtushenko, che si attirò le ire della censura, particolarmente sensibile su questi temi, anche dopo Stalin.<br />
Le motivazioni dell’invasione russa dell’Ucraina, rileva Kostioukovitch,  si fondano sulla manipolazione della storia e delle parole, come appare evidente quando Putin invoca la denazificazione di quei territori per legittimare l’ “Operazione militare speciale”. L’invasione costituisce, in realtà, una variante postzarista e postsovietica dell’imperialismo russo, che trova, ancora oggi, una sponda ideologica nel mito  del Russkij Mir (l’Universo russo), in cui tutti gli slavi dovrebbero riconoscersi. In base a questo mito fondativo panslavista, riproposto cinicamente da Putin per nobilitare le sue mire espansionistiche, le pretese di indipendenza dell’Ucraina sarebbero in radicale contrasto con l’unità organica dell’identità russa, oltre che inaccettabili sul piano politico.<br />
Nel processo di radicalizzazione identitaria, già ampiamente indagato da Kostioukovitch in Nella mente di Putin, si colloca anche l’eurasiatismo, teorizzato da Nikolaj Trubeckoj, che considera fondamentale l’influenza dei popoli mongoli e ugro-finnici. In questo clima ideologico e propagandistico prevalgono sempre orientamenti antimoderni, ostili all’individualismo liberale. Temi, questi, che, attraverso l’ambigua figura di Alexandr Dugin, hanno avuto ampia risonanza nei movimenti di estrema destra europei, radicalmente avversi alle istituzioni liberaldemocratiche. Dugin, che ha avuto grande influenza su Putin, fondò con Eduard Limonov, nel 1993, il Partito Nazional Bolscevico, una formazione rosso-bruna, sensibile a simboli e slogan nazisti, ma anche all’uso politico della religione, in particolare della Chiesa ortodossa, vista come una alleata contro il “corrotto” Occidente. Dal 2014, in diversi discorsi, Putin, si è in qualche modo identificato nella figura del Principe Vladimir, artefice dell’unificazione dei russi, degli ucraini e dei bielorussi, in seguito alla conversione di questi popoli all’ortodossia. La vicinanza al Santo Principe Vladimir non impedisce però a Putin, come ha sottolineato Kostiukovitch, di sentirsi, allo stesso tempo, erede di Ivan il Terribile, di Pietro il Grande o di Stalin. Si presenta così nella veste di un eroe nazionale, in grado di ridar vita al Russkij Mir, come dimostrerebbero i suoi successi, l’annessione dei territori georgiani nel 2008, l’occupazione della Crimea e l’ “Operazione militare speciale” in seguito.<br />
Scrivere Kyiv piuttosto che Kiev significa rivendicare l’identità ucraina sul russo, che per Kostioukovitch, come per Zelensky e i loro compatrioti, ha costituito la prima lingua. Zelensky ha cominciato a padroneggiare l’ucraino proprio in questi anni, promuovendone al massimo la diffusione. Kostioukovitch cita il corrispondente di guerra americano Edward R. Murrow, che nel 1945 attribuì a Churchill l’abilità di mobilitare la lingua inglese mandandola in prima linea. Zelensky, a suo avviso, si sarebbe dimostrato capace di un’impresa ben più ardua. Non aveva infatti a sua disposizione una lingua universalmente diffusa, come l’inglese, ma, per difendere una giusta causa, ha saputo mobilitare l’ucraino, che né lui, né gran parte del suo popolo, conoscevano ancora bene.<br />
Il suo abito, che durante il recente incontro alla Casa Bianca è stato fatto oggetto di derisione da parte di un giornalista dell’establishment di Trump, non era diverso da quello che aveva indossato recandosi al Congresso nel dicembre del 2022 e poi a Buckingham Palace, nel febbraio dell’anno successivo, quando fu ricevuto da Carlo III. Questo “abito della fratellanza” esprime, scrive Kostioukovitch, la tenacia e l’orgoglio di un popolo in armi. Quando, il 26 febbraio 2022, la propaganda russa diffuse la notizia della sua fuga da Kyiv, Zelensky, in un giorno in cui la città subiva il fuoco russo, registrò un video dinnanzi al palazzo presidenziale per dichiarare: “Tutti noi siamo qui a difendere la nostra indipendenza, il nostro paese”. Il suo motto, “insieme e qui”, riflette un modello di relazioni che privilegia la dimensione del “noi”. Alla coralità di Zelensky, Kostioukovitch contrappone la solitudine che circonda Putin, anche in situazioni che richiederebbero un’ampia partecipazione popolare, come è accaduto il 7 novembre del 2022, quando, dinnanzi al coro che sulla Piazza Rossa intonava La Guerra Sacra, il leader russo scelse di essere l’unico spettatore. La situazione si è ripetuta durante vigilia di Natale dello stesso anno, quando ha assistito alla messa in una chiesa vuota.<br />
Nei comportamenti di Zelensky, scrive Kostioukovitch, si può cogliere come il leader ucraino indichi al suo popolo un esempio che possa allontanare il ricordo dell’abdicazione di Nicola II nel 1917 e della fuga dell’etmano Pavlo Skoropadsky nel 1919, eventi che causarono la fine dell’indipendenza ucraina. Bernard-Henri Lévy ha ricordato che, quando Biden gli offrì la possibilità di lasciare il paese, Zelensky rispose di aver bisogno non di un taxi, ma di munizioni. L’abito-divisa e molti atteggiamenti, che vengono ricondotti con ironia alla sua esperienza di attore e ritenuti talora inopportuni e inadeguati, indicano in realtà la volontà di utilizzare al massimo le abilità performative per testimoniare il valore di un popolo che resiste all’invasione. Ciò è emerso in particolare nella Sala Ovale dinnanzi a Trump e a Vance, che hanno dato prova, dal canto loro, di indubbie “virtù” performative, poste però al servizio della volgarità e dell’arroganza. Modi diversi di essere Commander in chief .<br />
La complicità fra Trump e Putin, che si sta delineando in questi giorni, potrebbe condurre, come ha dichiarato recentemente Michael Walzer, a una nuova Conferenza di Jalta. Nel 1945, sul Mar Nero, si definirono le aree di influenza delle grandi potenze, consentendo all’URSS di estendere il suo dominio sull’Europa orientale.  Kyiv diviene allora, come scrive Elena Kostioukovitch, una fortezza per l’Europa, che non può assistere inerme alla ridefinizione dei suoi confini e alla ratifica di una pace ingiusta, in nome del realismo politico e del mantenimento degli equilibri fra le grandi potenze.    </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>L’Europa e la sua decostruzione</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/leuropa-e-la-sua-decostruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 15:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo specchio infranto della sua Storia e gli assassini ideologici I risultati delle recenti consultazioni elettorali tese al rinnovo del Parlamento Europeo hanno visto sì la consistente affermazione di correnti che si rifanno al pensiero politico della Destra così come espressa nei vari Stati dell’Unione, ancorché nella sua variegata composizione anche ideologica; purtuttavia un ribaltamento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo specchio infranto della sua Storia e gli assassini ideologici</em></p>
<p>I risultati delle recenti consultazioni elettorali tese al rinnovo del Parlamento Europeo hanno visto sì la consistente affermazione di correnti che si rifanno al pensiero politico della Destra così come espressa nei vari Stati dell’Unione, ancorché nella sua variegata composizione anche ideologica; purtuttavia un ribaltamento liberal-nazional-conservatore non è stato sufficiente a scardinare l’ordine precostituito volto al potenziamento di una specie di Superstato &#8211; o meglio di una surrettizia Supernazione così come avevo appunto delineato nello scritto  “EUROPA SUPERNAZIONE O EUROPA DELLE NAZIONI?” di due anni addietro &#8211; sostanziatosi soprattutto nella rielezione della Von der Leyen alla guida della Commissione Europea per il prossimo quinquennio, un assetto basato sostanzialmente su un velleitario programma interventista, in un crescendo di sottomissione ai fabbisogni fiscali dell’autocrazia europea, il che è tipico di una economia dirigista smodatamente socialisteggiante. Tutto questo è atto ad introdurre pesantemente effetti distorsivi sui meccanismi di mercato &#8211; dall’agricoltura all’industria, dal digitale al lavoro, dalla sicurezza al Grean deal europeo e via dicendo &#8211; ciò che ben potrebbe definirsi, così come del resto è stato fatto, “il comunismo del ventunesimo secolo”; il tutto in accompagnamento ad una ormai consolidata, torbida deriva terzo/quarto-mondista, ciò che simboleggia la pietra tombale del pensiero identitario europeo.<br />
Questo fosco incipit abbisogna però, soprattutto su quest’ultimo versante, di ben più esaustive, raffinate e coinvolgenti analisi che valgano a delineare più compiutamente il tragico, prevedibile percorso di una non lontana dissoluzione del continente europeo, un caos identitario che ha i suoi truci padroni, i suoi assassini ideologici, cerberi assetati di odio e di vendetta verso se stessi, verso la nazione, anzi verso l’idea stessa di nazione, intesa come coscienza comune di costituire una formazione storica collettiva, nella consapevolezza di nutrirsi di un passato di tragica grandezza. Con ciò essi hanno per sempre rinunciato, non inconsciamente, a coniugare la coscienza cristiana, culturale e politica dell’Europa, cioè il suo spirito identitario come spazio di libertà e di razionalità riveniente da connotati storico-politici di elevatissimo profilo, con la riscoperta dei valori nazionali.<br />
Ma questa spirale ideologica auto-repellente e suicidaria, che sta minando le stesse fondamenta della civiltà europea con l’intento di scardinarla del tutto per mezzo della rimozione di ciò che ha rappresentato lo Stato nazionale spezzando con ciò la sua catena base, non è affatto acausale e, a ben vedere, viene da lontano, dalla stessa irrazionalità del pensiero post-sessantottino, così come ampiamente delineato in un ultimo lavoro sul sinistrismo rivoluzionario per il versante italiano. Questo affiancava &#8211; e alla fine la sostituiva avendo imboccato la strada perdente del terrorismo &#8211; alla dottrina della lotta rivoluzionaria anticapitalistica, antioccidentalista e antimperialista, qualcosa di altrettanto virulento e destabilizzante come processo di definitiva de-occidentalizzazione, un monstrum ideologico ora tornato più che mai in auge ad opera dell’imperante repressiva dittatura del pensiero unico imperante in una Europa, ma non meno che in un Occidente nel suo complesso, annaspante in una crisi epocale di valori e di leadership che ne aggrava i fattori di declino.<br />
Proprio l’irrazionalismo del pensiero sessantottino incominciava a trovare nella teoria filosofica del decostruzionismo, partorito da alcuni filosofi francesi &#8211; Derrida, Foucault, Deleuze, Lacan ed altri minori &#8211; in quegli anni, la sua base teoretica, un lemma completamente nuovo anche nell’ambito del riformismo filosofico allora in atto, inteso come un disassemblaggio di parole in una frase o delle parti componenti una macchina, ciò che si avvicinava parecchio alla Destruktion heidggeriana: insomma, un incolmabile iato all’interno di una struttura che non si limitava più ad effettuare un mero cambiamento nel modello strutturante e che in fondo finiva forse per rendere inconciliabili anche progetti di riforma pur a seguito di azioni sovversive. Una forza rivoluzionaria, dunque, a quell’epoca assolutamente estranea a tutti i modelli politici in atto, che, assumendo la fisionomia di un sostanziale rifiuto di ogni politica progressista, puntava ad una vera e propria destabilizzazione dell’”Essere”, una disperata e apocalittica rimessa in discussione dello stesso senso dell’”Essere”.<br />
Si trattava quindi di un folgorante cortocircuito che, scuotendo dalle fondamenta l’intero pensiero metafisico così come costruito e consolidatosi attraverso i secoli e travolgendo tutto il mondo delle idee, che pertanto finiva per perdere la sua validità e la sua verità, trascinava nella polvere tutte le certezze identitarie della civiltà occidentale, su cui calava dunque una vindice scure.<br />
Insomma, una insanabile frattura, una faglia apocalittica proprio nell’ambito della relazione con il sé, operata da inediti “sicari di satana” in nome di una ideologia volta a superare l’uomo “classico”, in politica il liberal-conservatore che ha forgiato l’Occidente e la stessa l’Europa, ispirata alla affermazione dello Stato nazionale, lo Stato moderno per eccellenza fondato sul principio della nazionalità e sovrano nei propri confini, liberale e laico ancorché fuso con la tradizione ebraico-cristiana, cioè la teologia trinaria e cristica: quello Stato che nasce appunto con la fine delle guerre di religione e la pace di Westafalia del 1648, in seguito affinatosi con la Rivoluzione Atlantica, con la forza dirompente del liberalismo ottocentesco e, dal 900, con la forma di Stato di democrazia classica occidentale, evolutasi poi, dal secondo dopoguerra, nella così detta Democrazia sociale. Un’Europa quindi che, coniugando l’amore per la libertà con la scoperta dei valori nazionali, sarebbe via via diventata protagonista di quella rivoluzione delle nazionalità in tutto il continente.<br />
Era proprio questo il sessantottino o il post-sessantottino &#8211; riprodottosi ora metastaticamente &#8211; a cui il Derrida aveva somministrato una ulteriore robusta base ideologica, l’”uomo del domani”, il quale, anziché operare tra devastazione morale e rinascita etica con impresso lo stigma di una missione, scardinato invece il rapporto con il sé e interiorizzato il convincimento che la filosofia ha costruito il nulla, si muoveva in una realtà ideale totalmente decostruita, vale a dire solo quella che si mantiene come base reale, la “traccia” denudata, la quale è sempre differita e che si perde nel tempo: un “uomo nuovo”, dunque, non più alimentato dalla tradizione umanistica occidentale, ma forgiato su anti-umanesimo sfociante in un chimerico umanitarismo d’accatto che si nutre, trovando in ciò la sua unica ragion d’essere, solo di diritti umani, oggi assurti ad un nuovo totalitarismo. Una indeclinabile soteriologia, un nuovo allucinato teorema diagnostico-terapeutico che manda “al patibolo” chi non intende rassegnarsi al definitivo disancoramento dal principio liberal-conservatore che si concreta nella libertà dell’individuo. Una sorta di inedito “biopotere”, dunque, forgiato dai suoi lugubri luogotenenti, fondato su “processi biologici” collettivi, che raggiunge il suo parossismo in un’avvolgente biopolitica che si traduce in un irrevocabile giudizio di amoralità e che, in nome di un nuovo e assolutistico totem, copre tutto con un manto di menzogne. Abbiamo, sì, combattuto il totalitarismo, ma solo per ritrovarcelo ora in casa sotto mentite e perverse spoglie!<br />
Acclarata pertanto la stretta interconnessione tra le teorie filosofiche dei decostruzionisti e il caposaldo culturale che presiede all’odierna politica europeistica, intesa dai suoi cinici e saccenti “malfattori ideologici” come espressione della post-modernità, va da sé che oggi l’Unione Europea si presenta come lo strumento principe di demolizione  della plurisecolare cultura europea e dei suoi valori, così come, a livello globale, le Nazioni Unite, che sono divenute un’organizzazione quasi  inutile e incapace di reggere l’ordine mondiale, nonché un “covo di serpenti” terzomondisti.<br />
Insomma, qui emerge in tutta la sua tragica effettività e centralità il fattore identitario europeo, che il Sessantotto, adeguatamente sorretto dalla filosofia della decostruzione nonché dai cardini del pensiero leninista-marxista con cui questa finiva per integrarsi, ha travolto, per mezzo di un efferato grimaldello ideologico, demolendoli tutti, i valori fondanti della civiltà europea, intesi non solo in senso strettamente materiale ma anche e soprattutto di carattere morale, psicologico e culturale, ciò che costituiva la struttura portante, l’armamentario plurisecolare dell’intera civiltà dell’Europa, che ora rischia di diventare solo un monumentale cippo funerario in odore di muffa tra farisei eccitati.<br />
Eppure doveva e deve esserci una ratio alla base di siffatto processo dissolutorio, un quid che, agganciando direttamente la decostruzione, ancorché fittiziamente a guisa di “polo negoziale”, ne diventi, sul piano pratico, l’elemento causale efficiente e necessario &#8211; attesa la sua indefettibilità per ogni fatto non solo della vita fisica ma anche di quella morale e politica &#8211; inteso non già come mero motivo occasionale, bensì come tipico scopo immanente, cioè la ragione intima dell’umano agire: nel caso specifico in direzione dello start al processo di decomposizione strutturale endogeno di tale civiltà, del suo spirito come cardine filosofico e religioso cristiano che da secoli aveva animato e sorretto la centralità del continente europeo nella edificazione dell’intero Occidente.<br />
E qui subentra come fattore causale la consapevolezza della sua gravissima colpa, il senso di una indelebile vergogna per tutte le ingiustizie che la cultura occidentale, con i suoi frutti avvelenati &#8211; capitalismo, colonialismo, imperialismo &#8211; aveva propagato nel mondo. E’ qui che avviene la fusione tra la filosofia della decostruzione e l’impianto strutturale e sovrastrutturale marxiano, il cui frutto venefico deve penetrare in profondità nelle coscienze, divenendo il leitmotiv del politically correct.<br />
Cosicché per l’uomo europeo, per l’intero Occidente, diventa assolutamente imprescindibile espiare peccati inauditi: deve farsi perdonare la vittoria di Carlo Martello a Poitiers, le Crociate, la vittoria di Lepanto nel 1571, la definitiva sconfitta degli Ottomani, nel luglio del 1683, sotto le mura di Vienna da parte di una coalizione di Stati cristiani, quegli stessi sorti con la pace di Westfalia, e da ultimo, il placet alla nascita dello Stato di Israele nel cuore del Medioriente. Ma questo perdono, che non può essere un’assoluzione tout court atta ad una purificazione che abbia solo una valenza assiologica, deve passare necessariamente per qualcosa che abbia a che fare con la propria cancellazione identitaria, con la completa negazione del sé, sostituito da un sé del tutto nuovo che diventa, per una sorta di positiva e folgorante pseudomorfosi, “l’altro”, un “sé-l’altro” destinato a rinvigorirsi in un “campo” ora vergine e totalmente destrutturato, liberato dalle brutture precedenti.<br />
Ma se il tutto si risolvesse solo su un piano meramente filosofico, vale a dire quello del decostruzionismo derridiano, sarebbe ben poca cosa e lascerebbe il “pianto” dell’uomo occidentale a prosciugarsi in una inane realtà, che, pur decostruita e ripulita, non muterebbe la sua effettività esistenziale: ciò rappresenterebbe comunque un pericolo costante dato che la constatazione della propria dissoluzione etica e culturale potrebbe in ogni momento tradursi in una forte ripresa di coscienza del proprio sé e in una suprema volontà di raffermazione dei suoi valori identitari.<br />
In conseguenza, occorre un “boia” materiale che “decapiti” preventivamente e definitivamente ogni possibile rigurgito del “sé” &#8211; non più “l’altro” &#8211; come orgogliosa riconferma della propria identità, quindi un decostruttore in carne ed ossa: questi è oggi l’immigrato mussulmano, l’esecutore materiale del “delitto” &#8211; al quale fornisce le armi ideologiche una noumenica sinistra nel suo complesso, con i suoi scarafaggi, ancora racchiusa in una macabra identità irrisolta &#8211; il vero protagonista della sottomissione. Una ripugnante sudditanza questa a cui la civiltà europea soggiace dopo la sua ripulitura, in attesa di essere una volta per tutte sdradicata al fine di emendarsi dai suoi passati crimini. Cosicché l’accoglienza si erge ad imperativo assoluto &#8211; il Verbo &#8211; e a strumento cardine della sua sottomissione e della sua espiazione, lo “spazzino” della sua torbida coscienza.<br />
Ed ecco dunque irrompere sulla scena del gran teatro d’Europa un nuovo sinistro “personaggio”, metafisico e concreto allo stesso tempo, il sostituzionismo, una rivoluzionaria teologia della sostituzione dopo quella cristica, come ineluttabile processo di avvicendamento di una civiltà ad un’altra, che ora si presenta con tutti i suoi spettri dissolutori in un’Europa asfittica che, giunta alla sua ripugnante decomposizione, non inconsciamente sta rinunciando alla sua stessa esistenza.<br />
Certo, è vero che anche la civiltà della Roma antica dovette soggiacere, nel V secolo, al suo epilogo poiché sostituita da quella di popoli invasori; ma la differenza sostanziale con quella in atto risiede nel fatto che le invasioni barbariche, a partire dalla fine del IV secolo, non portarono alla scomparsa dell’Impero romano d’Occidente, in quanto proprio la “cristianizzazione” e la “romanizzazione”, vale a dire la completa integrazione dell’elemento barbarico nel tessuto culturale romano, ne prolungarono l’esistenza, sfociando poi nell’Europa carolingia: nella notte di Natale dell’800, infatti, Carlo Magno veniva incoronato imperatore di un’Europa cristiana, il Sacro Romano Impero, che delineava un’immagine non certo dissolutoria ma poderosa e coerente, tale da imporsi per secoli come valore identitario nella coscienza collettiva di noi europei, valore che né il Medioevo né l’Umanesimo né l’Illuminismo e neppure il Romanticismo rivoluzionario liberale, con cui si affermava l’idea di nazione, minimamente scalfivano. Ed è appunto a questa indiscussa identità di altissimo valore umano e cristiano, che fa riferimento il “progetto europeo” ideato nel 1950 da Jean Monnet e accolto dai Padri fondatori &#8211; Shumann, De Gasperi e Adenauer &#8211; un’idea “rivoluzionaria” quanto il pensiero di Copernico e di Einstein. Tale monumentale struttura ideologica, che si presenta ora come un continente sfibrato, superficiale ed impotente e che si vergogna persino delle proprie radici cristiane, è ora chiamata alla funzione di becchino di se stessa!<br />
Nell’Europa attuale invece, il così detto multiculturalismo, come già operante, rappresenta soltanto una stramba mescolanza, un “affollamento” culturale, produttivo non di processi di integrazione e di assimilazione, bensì di un sentimento di “odio di sé”, pronubo della propria de-identificazione e della fine di ogni libertà pratica a favore di più vigorosi ed insistenti principi culturali.<br />
Né varrebbe opporsi al “nuovo” che inesorabilmente avanza, in quanto ciò verrebbe bollato sic et simpliciter come razzismo tout court: insomma, sarebbe questa solo una battaglia di retroguardia, anti-progressista, antiliberale, retrograda, oscurantista e in modo intrinseco sadicamente razzista.<br />
Ma un contributo non trascurabile in siffatta attività di demolizione ad opera della Governance dell’Unione Europea, ma non meno che di quella delle Nazioni Unite, viene dalla Chiesa Cattolica bergogliana, sostanzialmente di estrazione latino-americana, data la formazione di Papa Bergoglio &#8211; così come si è inteso ampiamente evidenziare nello scritto “TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E MITOLOGIA RESISTENZIALE” dello scorso anno &#8211; nel ramo ortodosso della Teologia della Liberazione, con la sua anima d’impronta peronista pur avendo egli cercato di depurarla del “riduzionismo socialista”, cooperando in tal modo alla svalutazione dei valori europei, a cui vanno contrapposti i pseudo-valori della de-identificazione. Insomma, una conturbante affinità con la deriva decompositiva delle strutture portanti della civiltà europea e l’innesto di un processo esterno di sostituzione di essa avvalendosi di un decostruttore materiale, ben identificato, ben motivato e sommamente incoraggiato nell’attuazione della sua missione, un “boia” della Storia e nella Storia.<br />
Di certo, da Papa Ratzinger a Papa Bergoglio si è verificato nella Chiesa Cattolica un incolmabile iato, una svolta storica che non potrà non produrre anche e soprattutto una de-identificazione della stessa Chiesa e con essa di tutta la tradizione culturale dell’Occidente, di stampo liberale e cristiana.<br />
Ratzinger, affermando che “…Il declino di una coscienza morale basata su valori inviolabili è ancora il nostro problema e può condurre all’autodistruzione della coscienza europea&#8230;”, ha lottato per recuperare all’Europa &#8211; giunta alle soglie del crollo per l’abbandono del senso religioso per abbracciare in toto la profanità &#8211; la sua unità spirituale, culturale e politica. Cosicché Egli, con i suoi richiami alla coscienza europea e al dramma del relativismo morale che caratterizza il nostro tempo, ci appare oggi davvero come l’unico, ma ahimè anche l’ultimo, grande statista europeo.<br />
Ciò a differenza di Bergoglio che, con la sua Teologia del Popolo, derivata proprio da quella della Liberazione, ha finito per rivalutarne uomini e temi, che avevano tutti in comune tesi di fondo quali il canone del mistero della povertà, il cui principio ermeneutico era costituito dall’analisi socio-economica di stampo marxista, come mezzo per produrre la liberazione dell’oppresso. Com’è noto, peraltro, proprio siffatti principi, amplificati soprattutto dalla morte del prete colombiano Camillo Torres, caduto in un’azione di guerriglia, avrebbero costituito la base ideologica della sinistra extraparlamentare italiana e della contestazione studentesca del ’68, che finirà per comporre un passo fondamentale per il movimento generale della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo e che agli inizi degli anni Settanta sfocerà poi nel terrorismo brigatista. Proprio Papa Bergoglio, dunque, con i suoi richiami agli ideali pauperistici come liberazione dell’umanità dalle proprie brutture, con il loro sostanziale adattamento ai principi marxisti, sta chiudendo un loop tragico e grottesco di quasi un sessantennio di un’infranta Storia europea. In questo si avvale anche di un ulteriore elemento dissacratore, “massacratore”, assolutamente funzionale oggidì alla riesumata Teologia della Liberazione, rappresentandone anzi l’elemento costitutivo per eccellenza, cioè l’accoglienza, non già come mero atto di carità, bensì incaricata della suprema e vindice missione di sovvertirne l’impianto culturale dell’Europa, quindi la sua stessa identità e tradizione: tutto ciò in una macabra sintonia con le istituzioni dell’Unione. Il migrante islamico, portatore di una religione e di cultura assorbenti, è dunque l’Eletto, il predestinato ad un immane compito di definitivo sdradicamento di vecchie radici religiose, storiche e culturali, in una parola identitarie, e tutto ciò con la più piena accondiscendenza del decadente “uomo europeo”, votato così ad un nuovo, “radioso”, destino. Ma un destino di morte verso cui s’inoltra, non inconsciamente e incoscientemente, a passo di danza!<br />
E’ proprio la consapevolezza di essere depositari di un’identità poderosa costruita nei secoli che dovrebbe indurci ad una reazione forte, tesa a restaurare appieno il modello liberal-conservatore, che non è una contraddizione in termini, ma costituisce un’alleanza strategica tra il liberalismo e il conservatorismo come sintesi suprema tra i valori della tradizione e quelli della liberaldemocrazia modellata sulla base di nuove e ineludibili esigenze sociali e di nuove prospettive ideali.<br />
Un sano reazionarismo dunque la cui base è, deve essere, il popolo, che riscopra e rivaluti la propria eredità filosofica e religiosa, capace di avversare la deriva terzomondista della Chiesa cattolica e di opporsi con efficacia, con ogni mezzo possibile, ad una repressiva dittatura del pensiero unico diffuso da onniscienti esseri, con l’obiettivo di ricostruire in toto il pensiero identitario europeo.<br />
Non sarebbe questa una posa snobistica a fronte del pensiero dominante propagato dai paladini di questa Europa, bensì la giusta risposta da parte di un continente altrimenti destinato a soccombere.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
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		<title>Enrico Berlinguer tra ambizioni e illusioni</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/enrico-berlinguer-tra-ambizioni-e-illusioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 14:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[berlinguer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Miriam Mafai scriveva nel 1996, in Dimenticare Berlinguer, che il leader comunista intese la politica come abnegazione e sacrificio, in un momento in cui i cittadini avevano perso fiducia nei partiti. In quel clima, Enrico Berlinguer incarnò un esempio di eccezionalità, ma proprio “perché è entrato nel mito”, proseguiva Mafai, è così difficile fare i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Miriam Mafai scriveva nel 1996, in Dimenticare Berlinguer, che il leader comunista intese la politica come abnegazione e sacrificio, in un momento in cui i cittadini avevano perso fiducia nei partiti. In quel clima, Enrico Berlinguer incarnò un esempio di eccezionalità, ma proprio “perché è entrato nel mito”, proseguiva Mafai, è così difficile fare i conti con la sua eredità e parlarne oggi, “senza apparire quasi blasfemi”.<br />
Questi temi riaffiorano nel film di Andrea Segre, Berlinguer. La grande ambizione, che, come dice lo stesso regista, non ha un intento ideologico o agiografico. Vuole proporsi piuttosto come un’occasione di confronto fra quanti, come lui ed Elio Germano (che interpreta Berlinguer), guardano a distanza quella stagione politica e quanti hanno concretamente vissuto quei momenti. Il film consente di accostarsi alla figura di Berlinguer con un atteggiamento critico e con un occhio rivolto al presente, in cui il regista rileva forme di disuguaglianza sempre più diffuse, a causa di orientamenti politici condizionati esclusivamente da ragioni economiche.<br />
Gli avvenimenti si svolgono in un arco di tempo che, dal golpe cileno del 1973, giunge al 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Gli anni Settanta segnarono il declino dei “trenta gloriosi”, in cui, dopo la II guerra mondiale, lo stato sociale di mercato aveva coniugato capitalismo e giustizia sociale. La crisi economica successiva portò con sé l’erosione del compromesso socialdemocratico e del welfare.<br />
In quella stagione di instabilità politica, il Pci si trovò a dover rivedere le proprie strategie. L’esperienza cilena dimostrava ampiamente come non sarebbe stato possibile tradurre il consenso elettorale, che nel 1976 andò al di là del 33%, in responsabilità di governo, anche unendo tutte le forze progressiste. Nonostante le regioni e le città amministrate dalla sinistra fossero spesso additate come esempio di buongoverno, permaneva sempre quel “fattore K”, indicato da Alberto Ronchey in un   articolo sul Corriere della sera del 30 marzo 1979, che impediva l’accesso al governo a un partito di ispirazione marxista-leninista. Nella formula di Ronchey riecheggiava la tesi di Giovanni Sartori, che, come ha sottolineato Gianfranco Pasquino in La libertà inutile, aveva definito il Pci partito antisistema, in quanto, con la sua impostazione ideologica, si contrapponeva ai principi della liberaldemocrazia e del libero mercato.<br />
Il comunismo, che il Berlinguer di Segre vede sempre schierato a difesa di tutte le libertà e contro ogni forma di sfruttamento, aveva in realtà preso forma in regimi autocratici, in cui le libertà erano tutt’altro che tutelate. Questa contraddizione attraversa tutto il film, tratteggiando la drammaticità delle scelte di Berlinguer, nell’ambito della politica italiana e dei rapporti con l’Unione Sovietica.<br />
 Berlinguer rifiutò sempre la “conversione” socialdemocratica e immaginò di aggirare il “fattore K” cercando un punto di incontro con la DC di Aldo Moro, al fine di realizzare un’alleanza fra le forze popolari più rappresentative del paese che consentisse al Pci di assumere responsabilità di governo.<br />
La vicenda politica ed esistenziale di Berlinguer esprime la difficoltà di mantenere la specificità del Pci entro una linea politica, il compromesso storico, che doveva fare i conti con la DC, rappresentata da Aldo Moro ma anche da Giulio Andreotti. Bisognava inoltre tener conto dei contrasti interni al partito, in cui la destra migliorista era vicina alla socialdemocrazia, mentre la sinistra ingraiana mostrava un’ispirazione operaista. Quando la lotta politica divenne cruenta, la statura morale di Berlinguer emerse con chiarezza. Condannò infatti gli estremisti e prese decisamente le distanze da chi assunse un atteggiamento ambiguo verso il partito armato.<br />
La decisione di elaborare una linea autonoma, senza spezzare del tutto il legame con Mosca, non poteva che portare con sé dilemmi e lacerazioni, e non solo nelle dinamiche interne. Berlinguer, che aveva dimostrato la sua rigorosa ortodossia comunista anche dinnanzi alla feroce repressione della rivoluzione ungherese del 1956, attirava adesso dei sospetti presso il rigido apparato sovietico. L’attentato del 3 ottobre del 1973 in Bulgaria gli fece comprendere drammaticamente che le sue prese di posizione apparivano al Cremlino pericolosamente eretiche. Questa consapevolezza acuì un senso di solitudine, che si percepisce in molte situazioni rappresentate nel film, in cui la dimensione umana e la tensione etica di Berlinguer assumono particolare rilievo.<br />
Il compromesso storico rappresentava, sotto molti aspetti, la prosecuzione di un percorso di avvicinamento del Pci alle istituzioni democratiche, un percorso che si era interrotto nel 1947 e poteva adesso giungere a conclusione. La proposta berlingueriana metteva però in luce la totale incapacità del Pci di costruire una reale alternativa alla DC. L’urgenza di uscire da una situazione di stallo prevaleva infatti sull’esigenza di accettare una dialettica dell’alternanza e la proposta del compromesso storico, con il suo spirito assembleare, allontanava la possibilità di una Bad Godesberg italiana. Nel 1972, eletto segretario del Pci, Berlinguer affermava, nella sua relazione, che le forze popolari e antifasciste, in un momento di crisi generale del capitalismo, avrebbero dovuto dar vita a un governo che andasse al di là del centro-sinistra, per condurre il paese “verso una società socialista”. Erano qui poste le premesse, e le contraddizioni, del compromesso storico che, trovò poi una più ampia esposizione nell’autunno del 1973 sulle pagine di Rinascita. L’impraticabilità dei disegni di Berlinguer, difficilmente condivisibili dalla DC, e l’inevitabile rottura con i socialisti, trasformò poi la grande ambizione del Pci in una altrettanto grande illusione, nel momento in cui il partito sostenne i governi di solidarietà nazionale, dal 1976 al 1979. Le ambiguità dell’eurocomunismo, che avrebbe dovuto ambiziosamente rappresentare una “terza via” non solo tra USA e URSS, ma anche tra socialismo reale e socialdemocrazia, emersero quando all’accettazione dell’appartenenza dell’Italia alla Nato non seguì la decisione di dichiararsi apertamente autonomi da Mosca.<br />
Il 28 luglio del 1981, in una intervista rilasciata a Eugenio Scalfari su Repubblica, Berlinguer dichiarava in realtà di rifiutare i modelli del socialismo reale e la rigidità della pianificazione economica. Non si mostrava ostile verso l’economia di mercato, ma precisava che l’iniziativa individuale e l’impresa privata non potevano funzionare “sotto la cappa di piombo” della DC e “dentro le forme capitalistiche”. Bisognava allora discutere “in qual modo superare il capitalismo”, a cui attribuiva la responsabilità non solo della crescente disoccupazione, ma anche “di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione”. Come l’iniziativa individuale dovesse configurarsi al di fuori del capitalismo, considerato peraltro responsabile di ogni male, tanto sul piano individuale quanto sul piano sociale, risultava decisamente poco chiaro. Già dopo il referendum sul divorzio, Berlinguer aveva mostrato la sua preoccupazione per la diffusione della spinta libertaria, che “rischiava di portare la nostra società al decadimento morale e sociale”. Il tono antimoderno di queste dichiarazioni esprime una condanna morale prima che una valutazione politica. A quelli che considerava i disvalori delle democrazie liberali, Berlinguer contrapponeva “il clima morale superiore” dei paesi socialisti, additati come esempio per le forze progressiste che intendevano superare le ingiustizie del capitalismo. La sua analisi, che aveva sicuramente il valore di un’alta testimonianza politica ed esistenziale, non coglieva come la crisi fosse in atto proprio nei paesi socialisti, che da lì a poco sarebbero implosi, mentre il capitalismo avrebbe conosciuto una delle sue tante rinascite, venendo adottato, spesso maldestramente, da molti suoi antichi nemici.     </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Bruno Leoni, un pensatore dissonante nel liberalismo italiano</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/bruno-leoni-un-pensatore-dissonante-nel-liberalismo-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 09:47:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[bruno leoni]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Bruno Leoni pubblicò Freedom and the Law nel 1961 negli Stati Uniti, dove il libro venne ristampato undici anni dopo. La traduzione italiana, La libertà e la legge, vide la luce solo nel 1995, grazie ad Aldo Canovari, fondatore della casa editrice liberilibri di Macerata, una figura essenziale per la diffusione e il rinnovamento del pensiero liberale nel nostro Paese. Sempre presso liberilibri appare oggi una nuova traduzione dell’opera, curata da Carlo Lottieri, La libertà e il diritto, con un’ampia introduzione di Raimondo Cubeddu. In Freedom and the Law sono raccolti i testi delle conferenze tenute da Leoni in California, insieme a Milton Friedman e a Friedrich von Hayek, fondatore della Mont Pèlerin Society, di cui lo stesso Leoni fu Presidente.<br />
Leoni introdusse, nell’ambito del liberalismo italiano, autori estranei a una tradizione fortemente influenzata dall’idealismo. La religione crociana della libertà, non indicando i mezzi necessari per dar vita alle istituzioni che avrebbero dovuto realizzarla, attribuiva al liberalismo la dimensione metapolitica di un  “prepartito”, in cui ogni forza antitotalitaria poteva genericamente riconoscersi. Tale impostazione non ha facilitato il confronto con quelle filosofie che, dall’empirismo all’utilitarismo, dal pragmatismo al falsificazionismo, hanno contribuito concretamente allo sviluppo delle liberaldemocrazie.<br />
Freedom and the Law si colloca tra La società libera di Hayek, del 1960, e Capitalismo e libertà  di  Friedman del 1962, autori poco conosciuti e poco amati in quegli anni in Italia, dove apparivano dissonanti per le loro posizioni liberiste. L’individualismo radicale di Leoni, che riprendeva la lezione della Scuola austriaca, si poneva fuori dai confini che delimitavano la ricerca accademica italiana nell’ambito delle scienze economiche, della storia del pensiero politico e della filosofia del diritto, la disciplina che lo stesso Leoni insegnava all’Università di Pavia. E’indicativo che Nicola Matteucci, nel suo Il liberalismo in un mondo in trasformazione, del 1972, non citi affatto l’opera di Leoni.<br />
  Il principio maggioritario costituisce per Leoni una minaccia costante nei confronti delle libertà individuali e delle minoranze. Individua così, nel diritto romano e nella common law, le tradizioni giuridiche in cui la legge, che nelle democrazie rappresentative è un’espressione di leadership contingenti, si definisce attraverso un lento sviluppo storico. Leoni, allo stesso modo di Hayek, distingue legge da legislazione. Se la legge, come il linguaggio, le convenzioni sociali o il commercio, è il frutto di una graduale evoluzione, la legislazione è legata alle scelte dei governi che, attraverso  la pianificazione, potranno realizzare i loro programmi elettorali.<br />
Nel quadro della common law, sottolinea Leoni, l’intervento dello stato si limita a regolare l’azione dei diversi attori presenti nella società civile. Tutto questo si riflette nella certezza del diritto, che Leoni intende in due modi: può infatti indicare la correttezza di un testo legislativo, ma anche la garanzia che i cittadini possano elaborare piani a lungo termine, in base a “regole adottate spontaneamente in comune dalla gente e infine accertate dai giudici per secoli e generazioni”.  Il concetto di legittimità elaborato dalla giurisprudenza romana può riconoscersi, secondo Leoni, nella rule of law, come già sosteneva il giurista inglese Albert Venn Dicey. Le corti di giustizia, in Inghilterra, non decretavano infatti norme nel modo imperativo adottato dai legislatori continentali, per i quali la legge coincideva con la volontà sovrana. Sarebbe dunque inopportuno accostare lo stato di diritto europeo con la rule of law, che rinvia allo specifico processo legislativo della common law.<br />
Per evidenziare le analogie tra la common law e il diritto romano, Leoni ricorre a un passo del De Republica,  in cui  Cicerone cita Catone il Censore, che vantava le virtù giuridiche romane rispetto agli ordinamenti greci. A Creta, a Sparta o ad Atene, sosteneva Catone, le leggi erano emanate da individui singoli, come Minosse, Licurgo o Teseo, mentre a Roma il diritto non era stato fondato nell’arco della vita di un solo uomo, ma nel corso  di generazioni, perché “non c’è mai stato al mondo un uomo così intelligente da prevedere tutto”.<br />
Tali considerazioni, in cui si avverte l’influenza di Hayek e di Ludwig von Mises, consentono di misurare la distanza che separa Leoni dal positivismo giuridico, e da Hans Kelsen in particolare. Per Leoni, alla base del diritto, che in Kelsen si identifica con lo stato, vi è uno scambio di pretese individuali e “la richiesta di un comportamento altrui rispondente al nostro interesse”. In questo gioco di pretese, simile all’incrociarsi di domanda e offerta in economia, egli coglie l’essenza del diritto che, nel contesto di comportamenti prevedibili, deve garantire un equilibrio, non imporlo. Un equilibrio che si rivela tuttavia problematico, in quanto i soggetti che si confrontano non dispongono spesso degli stessi mezzi. Se, infatti, sul mercato, gli oligopoli possono sconvolgere le regole della concorrenza, in politica, in forme differenti, si fronteggiano forze di diverso potere contrattuale. L’idea di privilegiare il diritto dei giuristi e delle corti rispetto al diritto elaborato dal potere politico è sicuramente una sfida nei confronti del centralismo, ma non risulta chiaro come sia superabile la logica maggioritaria, dal momento che, anche nell’ambito giurisprudenziale, gli orientamenti prevalenti si affermerebbero su quelli minoritari. Leoni ammetteva quanto fosse difficile delimitare i confini tra gli ambiti da assegnare rispettivamente alla legislazione e alla common law. Riteneva in proposito, seguendo anche una proposta di James M. Buchanan, che si potesse introdurre una clausola costituzionale che impedisse ai parlamenti di legiferare su certe materie o prescrivere l’unanimità e\o la maggioranza qualificata riguardo a determinate leggi.<br />
In Leoni emergono delle assonanze con un pensiero liberale che da di Edmund Burke giunge ad Hayek.  Nel 1775 Burke sostenne le rivendicazioni dei coloni americani, ritenendole coerenti con le battaglie per la libertà combattute in Inghilterra. Considerava positivamente il governo dei coloni, in quanto frutto dei principi consuetudinari della common law, e non di una rivoluzione o degli “ordinari mezzi artificiali di cui si avvale una costituzione formale&#8221;. Ecco perché si rifiutava di considerare l’89 come uno sviluppo della Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688.  In Inghilterra, infatti, lo spirito della continuità era prevalso sulla presunzione giacobina di rifondare la società.<br />
 Erede di questo pensiero, Hayek scriveva nel 1960, in Perché non sono un conservatore, di sentirsi orgogliosamente liberale, pensando a Burke, ad Alexis de Tocqueville, a Lord Acton. Riteneva però che, nel liberalismo europeo, il desiderio imporre astratti modelli razionali prevalesse sulla tendenza a favorire il libero sviluppo delle forze sociali. Dichiarandosi estraneo all’abuso della ragione, che, a suo avviso, i liberals esercitavano promuovendo interventi statali talora incompatibili col rispetto delle libertà individuali, preferiva allora definirsi “un impenitente old whig – con l’accento su old”, senza che ciò implicasse un ritorno al passato. Bruno Leoni ha fatto propri questi temi, nella consapevolezza che il suo liberalismo integrale, in cui diritto ed economia si integrano, potesse tradursi, pur con le sue contraddizioni, in un metodo per difendere le libertà individuali nelle liberaldemocrazie. </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/bruno-leoni-un-pensatore-dissonante-nel-liberalismo-italiano/">Bruno Leoni, un pensatore dissonante nel liberalismo italiano</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La traiettoria nefasta della sinistra rivoluzionaria italiana</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-traiettoria-nefasta-della-sinistra-rivoluzionaria-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 21:14:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal sinistrismo degli anni Sessanta al nuovo giovanilismo anarco-sovversivo Delineare una esaustiva analisi storica del rivoluzionarismo giovanile della sinistra italiana nel suo complesso, come radicale contestazione globale della società e dei suoi valori, non è un’operazione che possa esaurirsi nell’arco di uno succinto scritto destinato ad una divulgazione opinionistico- giornalistica; in conseguenza, si cercherà di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal sinistrismo degli anni Sessanta al nuovo giovanilismo anarco-sovversivo</em></p>
<p>Delineare una esaustiva analisi storica del rivoluzionarismo giovanile della sinistra italiana nel suo complesso, come radicale contestazione globale della società e dei suoi valori, non è un’operazione che possa esaurirsi nell’arco di uno succinto scritto destinato ad una divulgazione opinionistico-  giornalistica; in conseguenza, si cercherà di inquadrare sotto un profilo storico-critico un fenomeno così complesso e articolato, intriso di suggestioni radicali, utopistiche ed anarcoidi, comunque tutte riconducibili ad un riesumato rivoluzionarismo sinistroide, ben interpretato oggidì da forze politiche presenti nel panorama istituzionale del Paese, che, come una metastatica  riapparizione dagli anfratti più tetri della storia nazionale, sono riapprodate ad una risoluzione giacobina e settaria nei confronti di un’Autorità governante, di stampo liberal-democratico, legittimamente eletta dal popolo.<br />
Tutto questo, allo stato, trova il suo consolidamento in episodi di violenza nelle Università &#8211; e non soltanto &#8211; traducentisi in occupazioni, tentativi di sfondamento dei cordoni predisposti dalle forze dell’ordine e di ferimenti di agenti, assalti a presidi di Polizia e violenze varie, da parte di studenti, incoraggiati dai nostri partiti di sinistra e “scarafaggi” al proprio servizio, a trasformarsi in agitatori rivoluzionari: ciò in nome soprattutto del fondamentalismo islamico e della liberazione delle terre palestinesi oggetto di aggressione, a loro dire, di stampo nazista da parte dello Stato israeliano, ma non meno che di intransigenti posizioni ambientaliste estreme nonché di altre tematiche ribaltate su presunte violazioni di svariati diritti civili &#8211; fluidità di genere, maternità “globalizzata”, rivoluzione alimentare e via dicendo &#8211; poste in atto da un governo reazionario e sostanzialmente filofascista. Insomma, trattasi di una sorta di risveglio marxista-leninista, la cui tattica è sì quella leninista ma l’ideologia che la sorregge è tornata ad essere &#8211; così come già si è ben evidenziato in “RITORNO AL FUTURO PASSATO” dello scorso anno, che descrive il tragico itinerario, pressoché senza soluzione di continuità anche dopo la perdita dei suoi riferimenti dottrinari, del comunismo in Italia da Togliatti alla Schlein &#8211; quella maoista e cheguevariana: una specie di “prova d’orchestra” per l’inizio di nuove stagioni terroristiche, volte a destabilizzare e a sovvertire la governance in atto.<br />
Una contestazione cieca, proveniente da confusione mentale e che si avvale di un linguaggio spesso demenziale, che si svolge, purtroppo, in un ambiente spesso affetto da vigliaccheria se non proprio da succube accondiscendenza, ciò che peraltro non è nuovo nel panorama accademico italiano sin dai primordi del sovversivismo irregolare di sinistra negli anni Sessanta.<br />
Ma anche su questo versante, vale a dire sul perché le Università siano egemonizzate dalla sinistra, s’impone un serio tentativo di analisi critica che valga altresì a fornire un adeguato diagramma interpretativo in ordine al ruolo degli intellettuali, portatori di una dogmatica “neoilluministica” ideologia progressista nella società attuale, costituita per lo più, a loro vedere, da uomini mediocri.<br />
In siffatta ottica, non v’è dubbio che, nonostante siano trascorsi tanti decenni di esperimenti da incubo nel mondo reale, la costruzione teorica del socialcomunismo non ha mai allentato del tutto la presa sull’intellighenzia, talché l’attuale classe degli intellettuali, nella sua stragrande maggioranza, si autorappresenta come una sorta di classe sacerdotale, la cui religione è il sinistrismo.<br />
Varie sono le teorie in proposito elaborate dalla folta schiera di studiosi &#8211; solo per citarne alcuni, Raymond Aron di “L’oppio degli intellettuali”, Gallimard di “Sociologie de la révolution”,  il cattolico Edward Feser, docente di filosofia del Pasadena City College, storico delle idee, assai attento al pensiero liberale e conservatore &#8211; i quali hanno affrontato, sotto varie angolazioni, il problema della responsabilità dell’intellettuale progressista nel cedimento della cultura universitaria, in modo particolare della conoscenza umanistica, a quella che è stata definita la “truffa intellettuale del marxismo”. Senza volerci addentrare nella descrizione analitica di siffatte idee, si mostrano particolarmente interessanti, la Teoria del “filosofo re”, che parte dall’idea della superiorità dell’intelligenza dell’intellettuale, il quale pertanto dovrebbe dirigere tutto, ciò che sarebbe favorito dall’incremento del potere statale così come avviene nei regimi socialisti, e la “Teoria dell’interesse di classe”, per cui la classe dei professori, occultata dietro l’ipocrisia del noblesse oblige, si presenta appunto come un nuovo ceto sacerdotale con la sua religione socialista che fornisce allo Stato-moloch la giustificazione metafisica della sua esistenza in cambio di un’occupazione stabile nelle fabbriche statali della propaganda: è la classe dei cortigiani di Stato!<br />
Questo superficiale excursus di teorie &#8211; tutte sostanzialmente prendono avvio dalla concezione della superiorità della classe degli intellettuali, sempreché di sinistra (l’”intellettuale organico”)  e ben si sposano con la “teoria dell’egemonia” di gramsciana memoria, come cardine della predominanza culturale marxista-leninista, che poneva a centro non tanto la conquista dello Stato bensì quello dell’intera società civile &#8211; fornisce un efficiente quadro di lettura di ciò che accade oggi non solo nelle Università, in cui l’orientamento di sinistra diventa quindi soltanto un mero corollario della sua propensione alla sovversione, bensì anche nel restante mondo della scuola, come pure in quello dell’informazione, del cinema, delle case editrici e dei premi letterari.<br />
Un’inclinazione questa che continua a risentire delle passate suggestioni rivoluzionarie provenienti dai movimenti di liberazione del Terzo Mondo, frutto di un mai del tutto sopito influsso del pensiero marxista, vero motore della “lotta rivoluzionaria”, di cui il movimento studentesco, ora come allora, costituisce un momento fondamentale di attuazione.<br />
Insomma, una sorta di riesumata “Teologia della Liberazione”, quel movimento cattolico che prese avvio nell’America latina negli anni Sessanta e che aveva finito per assimilare l’analisi sociale marxista, i cui principali interpreti furono Helder Camara, vescovo di Recife, e soprattutto il prete colombiano Camillo Torres, morto combattendo in un’azione di guerriglia: questi, divenuto un’icona del movimento, avrebbe influenzato profondamente la coscienza della sinistra extraparlamentare italiana con la pubblicazione, nell’anno 1967, del suo “Appello” alla violenza rivoluzionaria come l’unica via possibile per i poveri per ottenere giustizia nel mondo. Più tardi altri autori di spicco si sarebbero aggiunti, da Gutierrez ad Assmann, da Boff a Jon Sobrino.<br />
Ma quello era anche l’anno in cui don Lorenzo Milani, prete cattolico radicale nato a Firenze, pubblicava il libro “Lettera ad una Professoressa”, che, connettendo il cristianesimo alla causa rivoluzionaria, finiva per connotare di una dimensione cattolica la “lotta di classe”; il libro sarebbe divenuto un testo sacro, di pari dignità dei “Dannati della Terra” di Frantz Fanon.<br />
Ed è proprio in quell’anno che, per un assieme di motivazioni, tra cui la rivoluzione culturale in Cina, avevano a verificarsi parecchi trambusti in ambito accademico, cosicché i giovani, similmente a quanto avviene oggi, incominciarono a dare “l’assalto” alle Università italiane; infatti, nel mese di novembre verranno occupati gli Atenei di Trento, Milano e Torino.</p>
<p>Solo come breve parentesi, v’è che il mito del giovanilismo non era affatto nuovo nella storia d’Italia, un mito che ha percorso tutto il Novecento: basti pensare alle riviste &#8211; dal “Leonardo” al “Il Regno” e a “La Voce” di Prezzolini &#8211; tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, tutte espressioni di un mondo giovanile dotato di una grande vivacità intellettuale, sostanzialmente traducentesi in opzioni individualistiche. Le idee di George Sorel &#8211; i cui antefatti ideologici possono farsi risalire al superomismo di Nietzsche, all’individualismo assoluto di Steiner, al vitalismo di Bergson, alla filosofia dell’azione di Blondel &#8211; innescavano il mito della violenza creatrice, come vero e proprio strumento di lotta politica. Proprio il Futurismo, i cui principi erano enunciati nel manifesto di Marinetti nel 1909, finirà per coagulare tutti gli aspetti di una contestazione globale della società tradizionale e dei suoi valori, esprimendo da un lato posizioni attigue agli anarco-sindacalisti e dall’altro ingredienti patriottici, ideali di forza e di coraggio, amore di avventura e virilità militari che glorificavano la conquista e la guerra, tutti elementi che, incanalandosi nel nazionalismo più spinto, si risolveranno\ nella creazione del mito di un Uomo nuovo: un mito che, finendo per confluire in quello dello Stato nuovo, diverrà la base del nascente fascismo, il fascismo rivoluzionario, il fascismo movimento, che poi sarà destinato a soccombere di fronte alla logica del fascismo-regime. In ogni caso, in siffatta articolata mitologia era prevalente anche una pars costruens, vale a dire una progettualità politico-sociale che, rifacendosi direttamente a virtù eroiche, patriottiche e nazionali, esprimeva &#8211; a differenza di quanto avverrà invece dopo il secondo conflitto mondiale &#8211; un coacervo di valori positivi pur senza sacrificare i contenuti etici del movimento.<br />
Di certo, la caduta nella polvere del fascismo avrebbe trascinato con sé il patriottismo della nazione, anzi il concetto stesso di nazione, per cui i giovani faticheranno non poco a riemergere nella scena politica, una politica che non era facile ripensare ex novo “oltre il fascismo”, talché prendeva piede il culto dell’antifascismo e soprattutto la politica giovanile del Partito comunista, in primis attraverso la sua principale organizzazione, la Federazione giovanile dei comunisti italiani (Fgci).<br />
Ma tornando alla questione dei sommovimenti degli studenti scoppiati nel 1967, la contestazione studentesca vera e propria prenderà avvio l’anno successivo, anche a causa del forte impatto dei moti studenteschi che nel ’68 si stavano verificando in Francia, non meno che per l’avversione nei confronti della guerra del Vietnam, ciò che consolidò nel movimento l’orientamento a scorgere nell’inefficienza del sistema universitario un altro segnale della subordinazione dell’Italia agli USA.<br />
Certamente, l’Università si stava rivelando inadeguata a fronte delle nuove sfide della società di quegli anni, e non soltanto in Italia ma in tutto il mondo occidentale e industrializzato; però &#8211; com’è stato anche acutamente osservato &#8211; la contestazione studentesca esprimeva il “malessere” esistenziale dei “figli del benessere”, talché essa finirà per costituire un passo fondamentale per il movimento generale della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo. Insomma, non era più una questione di riforma universitaria, bensì la creazione di uno strumento umano al fine di attuare la rivoluzione sociale finalizzata al definitivo superamento del sistema occidentale del dopoguerra, così come formatosi in alternativa al comunismo. Modelli di riferimento diventavano la Cina contadina della rivoluzione culturale o il rivoluzionarismo romantico di Che Guevara, piuttosto che il terzomondismo di Fanon o la condanna dell’impegno militare statunitense in Vietnam.<br />
Comunisti &#8211; ed è allarmante il parallelo con quello che in parte avviene anche oggi &#8211; erano i professori che nelle Università si piegavano alle imposizioni più ridicole, come la farsa degli esami con “voto collettivo”, cosicché erano proprio i docenti a mostrarsi ideologicamente servili, avendo preso a prestito la massima cinese “Il dovere delle università è di formare intellettuali ligi al socialismo”. Insomma, sia la Scuola che l’Università, un ambiente complessivo ormai disperatamente vigliacco, si ridussero a luoghi di sopraffazione fisica e di miseria intellettuale.<br />
In siffatta situazione, il nostro Paese si affacciava nel baratro degli anni Settanta, allorquando le frange più estreme e politicizzate si inducevano ad unirsi alla protesta operaia e a confluire in una “nuova Sinistra”, che si poneva come alternativa allo stesso partito comunista, composta da svariati movimenti extraparlamentari, tra cui il più importanti sarà “Lotta continua”, fondata nel 1969, che porterà alle più estreme conseguenze il dialogo teorico tra cattolici e marxisti in Italia; cosicché, una vasta componente di cattolici si univa ad Adriano Sofri nel lanciare il movimento. Infatti, in successione, arriveranno a Lotta continua, da lunga esperienza di leader cattolici nel movimento studentesco, Marco Boato, Paolo Sorbi, Luciano Pero, Francesco Schianchi e Luigi Manconi. Il pensiero comune di costoro era che “Lotta continua” avrebbe offerto loro l’opportunità di attivare il verbo rivoluzionario che don Milani e Camillo Torres ritenevano essere implicito nel cristianesimo.<br />
Nel 1970 nasceva a Milano anche quel gruppo rivoluzionario con il nome tristemente noto di “Brigate Rosse”, cosicché alle bombe dello stragismo nero &#8211; strage di piazza della Loggia e quella del treno Italicus &#8211; fecero presto da contraltare i primi morti frutto della violenza di tale gruppo.<br />
Gli articoli di “Lotta continua” sul terrorismo affermavano sostanzialmente la legittimità del diritto fondamentale del proletariato di esercitare la propria giustizia contro i nemici di classe, così come tutta la stampa di sinistra &#8211; similmente a quanto avviene oggi sebbene in forme e toni diversi &#8211; si rifiutò di vedere il problema del terrorismo come un problema della sinistra. Come ebbe a scrivere Pansa, fu l’epoca del camuffamento, in quanto, per non confessare che il terrorismo proveniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di “sedicenti” Brigate rosse, di fascisti travestiti, di agenti di servizi segreti addetti alla strategia della tensione e via dicendo. Solo più tardi il camuffamento fu più aderente alla realtà, per cui i terroristi diventavano soltanto compagni che stavano sbagliando.<br />
Lotta continua si sciolse nel 1976; purtuttavia molti dei suoi membri più estremisti trovarono casa in “Prima linea”, il gruppo terroristico più importante dopo le Brigate Rosse, mentre altri si unirono ad un altro importante gruppo terroristico, i “Nuclei armati proletari” (Nap).<br />
Soltanto a partire dal 1976, a seguito dell’omicidio del magistrato Francesco Coco e soprattutto dopo l’uccisione del presidente della DC Aldo Moro nel 1978, iniziò una reale presa di coscienza circa la vera matrice politica e culturale delle Br, sebbene Rossana Rossanda scrivesse su “Il Manifesto” che le Br apparteneva all’album di famiglia del Pci: un album che forse sta tetramente per riaprirsi ora con nuovi adepti, dato che l’attuale sinistra, nelle sue componenti più estreme, ma non solo, resta ancora legata ad una certa “suggestione rivoluzionaria”, punto irriducibile delle sua elaborazione teorico-ideologica e della sua proposta politica. È questa la sua odierna “zona grigia”!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-traiettoria-nefasta-della-sinistra-rivoluzionaria-italiana/">La traiettoria nefasta della sinistra rivoluzionaria italiana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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