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	<title>aleksandr dugin Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>aleksandr dugin Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Putin e l’Ucraina. Imperialismo postsovietico ed Eurasiatismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 15:32:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia è sicuramente mancata la volontà di ridefinire i rapporti di forza in Europa da parte dei Paesi occidentali, nell’errata convinzione che le regole della democrazia liberale dovessero ormai essere universalmente riconosciute. L’allargamento della Nato verso i Paesi che facevano parte del Patto di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/putin-e-lucraina-imperialismo-postsovietico-ed-eurasiatismo/">Putin e l’Ucraina. Imperialismo postsovietico ed Eurasiatismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia è sicuramente mancata la volontà di ridefinire i rapporti di forza in Europa da parte dei Paesi occidentali, nell’errata convinzione che le regole della democrazia liberale dovessero ormai essere universalmente riconosciute. L’allargamento della Nato verso i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia è stato quindi considerato una manifestazione egemonica, che ha in qualche modo offeso la dignità di una grande potenza come la Russia. Lo dimostrano le vicende che hanno condotto alla situazione attuale. Vi erano probabilmente ragioni concrete per sperare che in Ucraina la diplomazia arrivasse prima delle armi, ma Putin ha scelto le maniere forti, intervenendo militarmente, secondo uno stile che ricorda i metodi seguiti nell’era sovietica, in cui si è formato. Metodi, questi, che sono lontani dal sistema di relazioni che governano i rapporti fra gli stati europei e che sembrano collocare la Russia in un contesto eurasiatico estraneo alle liberaldemocrazie.<br />
Le interferenze russe a sostegno dei movimenti populisti in Europa, di Trump negli Stati Uniti, del voto sulla Brexit in Gran Bretagna, hanno indicato chiaramente, in questi anni, l’intenzione di destabilizzare le democrazie occidentali, promuovendo modelli autoritari, quasi a voler controbilanciare l’influenza liberale che si stava affermando all’Est. L’ostilità verso l’Occidente è legata anche al rilievo che in Russia ha assunto oggi la corrente dell’eurasiatismo che, sviluppatasi nel corso dell’ ‘800, individuava nell’ortodossia e nell’eredità bizantina la specificità della Russia, contrapponendola all’universalismo illuministico europeo. Questi temi, al centro della riflessione del filosofo Konstantin Lenot’ev negli anni ’70 dell’800, sono stati ripresi nel corso dei primi decenni del ‘900. Intorno al 1970 lo storico Lev Gumilev, figlio della poetessa Anna Achmatova, rielaborò questa teoria, che, con una chiara declinazione geopolitica, rivive ai nostri giorni, come dimostra il libro del filosofo Aleksandr Dugin La quarta teoria politica.<br />
Nel 1992 Eduard Limonov, una figura controversa che si proponeva di far dialogare il nazionalismo col bolscevismo, fondò il Fronte Nazionale Bolscevico. Dugin, che inizialmente ne aveva condiviso il programma, scelse in seguito di dar vita a un movimento eurasiatico, con l’intenzione di coinvolgere anche le varie espressioni delle destre nazionaliste.<br />
In questo quadro si può collocare il progetto di Unione Eurasiatica, elaborato da Putin nell&#8217;ottobre del 2012, che si proponeva di coniugare i temi dell&amp;#39;eurasiatismo con la specificità geopolitica della Russia postsovietica. La crociata antimoderna di Dugin, accolta dai sovranisti, riesce a conciliare, in modo spregiudicato, le più diverse correnti di pensiero che si sono opposte al liberalismo. Incontriamo infatti il tradizionalismo di Guenon e di Evola accanto Gramsci, a Schmitt, ad Alain de Benoist. Dugin scrive inoltre di provare un grande interesse per &#8220;due filosofi italiani di sinistra, il cui pensiero non è appassito nei vecchi schemi e che non hanno lasciato posizioni ai liberali &#8211; e sono Massimo Cacciari e Giorgio Aganben&#8221;<br />
Questa chiamata alle armi degli avversari, veri o presunti, della democrazia liberale e della Società aperta evoca purtroppo i momenti più cupi del secolo scorso, in cui il nemico comune, per le destre come per le sinistre autoritarie, era rappresentato dal liberalismo, le cui garanzie procedurali apparivano come vuoti formalismi borghesi. La logica dell&#8217;emergenza, adottata dai regimi autoritari, può infatti consentire di reprimere senza ostacoli i nemici del popolo, come accadeva ieri nella Germania di Hitler e nell’URSS di Stalin e può accadere oggi in Russia, in Cina, in Turchia, in Egitto e in tante altre autarchie nelle quali Dugin certamente si riconoscerà. Sarebbe strano se in questi luoghi si coltivasse un particolare interesse per la concezione kelseniana della democrazia o per la Società aperta di Popper. L’esigenza di identificare, entro un perenne stato d’eccezione, i nemici del popolo, diviene infatti fondamentale in un regime autocratico, che proprio nell’opposizione amico-nemico, teorizzata da Schmitt, può trovare la sua legittimazione. Si avverte un certo disagio nel constatare con quanta timidezza, in diversi ambienti politici, venga<br />
affrontato il tema del controllo dell’informazione e delle limitazioni della libertà personale in Russia e come, fra gli slogan di questi giorni, siano diffuse le critiche agli Stai Uniti, mentre passano quasi in secondo piano i crimini che l’Ucraina sta subendo in seguito all’invasione russa. Troviamo poi, schierati a difesa, più o meno palese, di Putin, leghisti, aderenti alla galassia della sinistra, cinquestelle, ANPI. Destre e sinistre si trovano unite, così, nella retorica antiamericana e nell’indulgenza verso le forme postmoderne del dispotismo euroasiatico.<br />
Nell’ottobre del 2018 Dugin salutò con entusiasmo l’alleanza fra Salvini e Di Maio, considerandola il primo caso, nella politica moderna, in cui il populismo di destra e quello di sinistra avrebbero potuto collaborare per costruire un’alternativa ai sistemi politici prevalenti in Europa. Nel richiamarsi alla tradizione e al popolo, Dugin evoca l’immagine della comunità, intesa come un grande organismo, in cui il singolo si annulla. Avveniva così nella comunità di popolo (Volksgemeinschaft) del Terzo Reich, che trovava compimento nel Führerprinzip, il primato assoluto e carismatico del Führer. Questi temi riecheggiano, in qualche modo, nel discorso in cui Putin considera l’Ucraina, secondo una concezione organicistica e totalitaria, parte integrante della Grande Madre Russia. Risulta dunque paradossale che, accogliendo idee e metodi tipici del Terzo Reich, Putin chiami nazista chi rivendica la propria autonomia contro il suo dispotismo postsovietico ed eurasiatico.<br />
La crisi del carisma putiniano sembra tuttavia vicina. Il Pil russo è vicino a quello italiano e si fa fatica a pensare come, dinnanzi alle enormi spese militari e agli effetti delle sanzioni, Putin possa conservare il consenso di un popolo che sarà sempre più povero e che non riesce a vedere un nemico nell’Ucraina. In questo clima, il mondo dell’ economia prenderà le distanze da un leader che di fatto bloccherà le relazioni commerciali con l’occidente. Il conseguente spostamento della Russia nell’orbita cinese creerà inoltre contrasti anche nella cerchia più vicina allo stesso Putin, che non potrà mettere a tacere queste voci, con i metodi brutali finora adottati con gli oppositori e con la stampa. Pensando al nostro variegato paesaggio ideologico, stupisce che quanti, tra politici e intellettuali, hanno tuonato contro la dittatura sanitaria e gli attentati alla Costituzione, siano talora così concilianti nei confronti di un regime che calpesta le libertà fondamentali dei suoi cittadini e invade uno stato sovrano.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/putin-e-lucraina-imperialismo-postsovietico-ed-eurasiatismo/">Putin e l’Ucraina. Imperialismo postsovietico ed Eurasiatismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Eurasiatismo illiberale di Alexandr Dugin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 19:25:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[aleksandr dugin]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/leurasiatismo-illiberale-di-alexandr-dugin/">L&#8217;Eurasiatismo illiberale di Alexandr Dugin</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella prefazione all&#8217;edizione italiana de <em>La quarta teoria politica </em>Aleksandr Dugin esordisce scrivendo che sulla sua formazione ha assunto un&#8217;importanza decisiva la filosofia della tradizione, rappresentata dalle figure di René Guenon e di Julius Evola. Esprime poi la sua vicinanza a quel che chiama il <em>Logos</em> italiano, di cui Evola e i suoi allievi sarebbero espressione. Il ponte tra <em>La</em> <em>Quarta teoria</em> e la tradizione è riconducibile alla <em>Rivolta contro il mondo moderno</em>, che per Evola, come per Dugin, sarebbe necessaria per restaurare quei principi contro cui il Rinascimento, l&#8217;Illuminismo, il liberalismo, si sono battuti per difendere l’autonomia dell’individuo.</p>
<p>Ad Evola Dugin accosta, con una certa disinvoltura, Martin Heidegger. Pur evidenziando le ovvie differenze, ritrova nei due una comune avversione nei confronti della tecnica e della Rivoluzione scientifica. Scrive anche di provare un grande interesse per &#8220;due filosofi italiani di sinistra, il cui pensiero non è appassito nei vecchi schemi e che non hanno lasciato posizioni ai liberali- e sono Massimo Cacciari e Giorgio Aganben&#8221;. La critica radicale al liberalismo trae spunto, in Dugin, dalla sua adesione alla corrente eurasiatica, che si contrappone radicalmente all’individualismo e al materialismo, considerati i mali dell’Occidente. In questo quadro il liberalismo, come anche il fascismo o il socialismo, rappresenterebbero aspetti diversi di uno stesso sentire, in cui l’utilitarismo prevale su ogni esigenza spirituale. Dugin intende rivolgersi non all’individuo astratto, o all’<em>homo oeconomicus</em>, ma al popolo, inteso come comunità organica. <strong> </strong>Le ideologie del ‘900 avrebbero invece posto al centro il singolo in quanto tale (liberalismo), in quanto appartenente a una classe (socialismo), o in quanto elemento dello Stato (fascismo). Il progressivo affrancarsi dell’individuo moderno dalla sfera religiosa e dai vincoli comunitari, avrebbe poi condotto, dopo la caduta delle ideologie, a una disumanizzazione estrema, che la<em> Quarta teoria  </em>vuole combattere, auspicando una rinascita dei valori tradizionali premoderni.</p>
<p>Dugin riprende così la critica heideggeriana al sapere strumentale, evocando una sorta di ritorno al sacro. Se questo tema rinvia all&#8217;ultimo Heidegger, il concetto di <em>Dasein</em> é legato a <em>Essere e Tempo</em>, l&#8217;opera del 1927, in cui il filosofo tedesco descrive la condizione umana come essere- nel- mondo.  Ciascuno, infatti, è sempre collocato in una dimensione storica e non è concepibile al di fuori del mondo in cui dimora. Dugin legge il <em>Dasein</em> enfatizzandone la spazialità nel senso della territorializzazione e del<em> Nomos della terra</em> di Carl Schmitt. Il luogo e la tradizione in cui ciascuno vive rivendicano allora, per Dugin, la loro specificità contro l’individuo, considerato “astratto”, dell’Illuminismo e delle Dichiarazioni universali. Nel richiamarsi alla tradizione e al popolo, Dugin evoca immagini della comunità, intesa in termini organici, in cui il singolo si annulla. Viene subito in mente, allora, il concetto di <em>Volksgemeinschaft </em>(comunità di popolo), strettamente connesso al <em>Führerprinzip</em>, che nella pubblicistica nazista affermava il primato assoluto del <em>Führer</em> e della comunità sul cittadino, riducendolo a suddito. Le diverse forme di populismo, di destra e di sinistra, esprimono il disagio nei confronti del trionfo planetario del liberalismo, e Dugin si propone di smascherare quanti, dietro   lo schermo della <em>Società aperta</em>, sosterrebbero, a suo avviso, le ragioni della finanza internazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questa prospettiva, la libertà negativa, intesa, alla maniera di Isaiah Berlin, come libertà da coazione, che ciascuno declina in funzione delle proprie scelte, nel rispetto di regole condivise, diviene, per Dugin, “la più disgustosa forma di schiavitù, perché tenta l’uomo e lo spinge a ribellarsi a Dio e ai valori della tradizione”. E’ evidente come la libertà positiva, nell’accezione di Dugin, coincida con la “libertà” di agire in conformità ai vincoli comunitari di una tradizione  esoterica, di cui sarebbero depositari i sacri testi di Guenon, di Evola o di altri profeti. Il liberalismo si rivela così, come egli stesso scrive, il &#8220;nemico principale della <em>Quarta teoria politica</em>&#8220;. <em>La società aperta </em>di Karl Popper,  sostenendo la libertà individuale contro ogni concezione di carattere olistico, difenderebbe allora &#8220;non tanto i diritti dell&#8217;uomo, ma, piuttosto i diritti di un omuncolo&#8221;. Per Dugin, infatti, la libertà, deve coinvolgere l&#8217;uomo nel suo rapporto organico con la comunità in cui vive. La <em>Quarta Teoria</em> incarnerebbe così, nelle intenzioni dell’autore, l&#8217;autenticità dell&#8217;essere-nel-mondo (<em>Dasein</em>), espressa nell&#8217;<em>homo maximus</em>, che si proietta al di là dei confini angusti dell&#8217; &#8220;umanesimo minimalista&#8221;, difesi dall&#8217;individualismo liberale.</p>
<p>L&#8217;eurasiatismo, a cui Dugin fa costante riferimento, si contrappone alla pretesa universalità del <em>Logos</em> occidentale, considerandolo &#8220;un fenomeno locale temporaneo&#8221;. Viene così rifiutata l&#8217;idea di  un processo storico unico in cui, come in una scala evolutiva, vengono collocate le diverse culture, dal momento che l&#8217; &#8220;epistemologia eurasiatica&#8221; attribuisce alla civiltà russa (come alla cinese o all&#8217;islamica) una totale autonomia rispetto all’Occidente. Tutto ciò metterebbe in discussione, a suo avviso, i concetti stessi di modernità e di contemporaneità, considerati come esclusivamente occidentali, per porre in primo piano il concetto metastorico di tradizione. Nella critica alla modernità, accanto a Guenon, troviamo anche, nel variegato atlante ideologico di Dugin, Spengler, Toynbee e Lévi-Strauss, la cui critica all&#8217;eurocentrismo non conduce di certo a un ritorno mitico all&#8217;origine.</p>
<p>Nell’ambito dell’emigrazione che interessò parte dell’<em>Intellighenzia</em> russa in seguito alla Rivoluzione, Nikolaj Sergeevic Trubeckoj, Roman Jakobson, Georgij Florovskij, ripresero teorie che la corrente slavofila aveva elaborato in contrapposizione a quanti guardavano all’Illuminismo per modernizzare la Russia. Nella situazione particolarmente critica segnata dalla Rivoluzione, la tradizione ortodossa, il mito della <em>Santa Madre Russia</em>, la figura di Gengis Khan, divennero, in molti ambienti, dei punti di riferimento identitario rispetto ai modelli occidentali. Coloro i quali nutrirono la speranza che il nuovo assetto politico, nato dalla Rivoluzione, potesse rappresentare un’alternativa eurasiatica all’Europa, furono però guardati con sospetto e non riuscirono a sottrarsi alle persecuzioni. L&#8217;eurasiatismo conobbe poi una nuova fortuna grazie allo storico Lev Gumilev, che riprendendo, in chiave geopolitica alcuni temi del movimento degli Anni &#8217;20, offrì strumenti ideologici a Dugin, in funzione antioccidentale. Nel 1992 Eduard Limonov, privilegiando gli aspetti nazionalisti sull’internazionalismo comunista, fondò il Fronte Nazionale Bolscevico. Ne derivò uno strano sincretismo, in cui coesistevano, e non solo sul piano iconografico, simboli nazisti e bolscevichi. Dugin, inizialmente vicino a Limonov, ne prese successivamente le distanze e diede vita a una formazione eurasiatista, che intendeva gettare un ponte fra l’esperienza sovietica e la galassia della destra nazionalista. Il progetto di Unione Eurasiatica, elaborato da Putin già nell&#8217;ottobre del 2012, coniuga i temi dell&#8217;eurasiatismo con la specificità geopolitica della Russia postsovietica, senza accogliere però l&#8217;apparato ideologico dell&#8217;esoterismo di Dugin.</p>
<p>La crociata antimoderna di Dugin riesce a conciliare, in modo spregiudicato, le più diverse correnti di pensiero che si sono opposte al liberalismo. Incotriano infatti il tradizionalismo di Guenon e di Evola accanto Gramsci, a Schmitt e ad Alain de Benoist, gli eurasiatisti accanto a Levi-Strauss, e così via. Questa chiamata alle armi dei nemici della democrazia liberale e della <em>Società aperta</em> evoca purtroppo i momenti più cupi del secolo scorso.</p>
<p>Hitler criticava Franco, quando la Falange imprigionava gli oppositori comunisti e scriveva in proposito che i “I rossi&#8221; divennero nel tempo i &#8220;migliori sostenitori” della sua lotta allo Stato liberale. Nella sua biografia di Stalin, Robert Conquest ricorda che l’ambasciatore britannico a Berlino, nel 1934, osservò come gli ex comunisti, nelle parate, fossero “più prestanti delle unità dell’SA”. Hitler evidenziava che nel movimento nazista “gli estremi si toccano: i comunisti della sinistra e ufficiali e studenti della destra”. Erano dunque alleati contro il nemico comune, identificato nel liberalismo, le cui garanzie procedurali apparivano come vuoti formalismi dinnanzi al  decisionismo del <em>Führer</em>. Nel febbraio del 1938, dopo l’incendio del<em> Reichstag</em>, fu emanato un decreto d’emergenza liberticida, per la “protezione del popolo e dello Stato”, che rimase in vigore fino alla caduta del nazismo. La logica dell&#8217;emergenza, che consente di reprimere i <em>nemici del popolo</em>, può trovare oggi la sua applicazione in Egitto come in Cina, in Turchia come in Russia, o in tante altre autarchie nelle quali Dugin potrebbe riconoscersi.</p>
<p>Anche quando i totalitarismi, o i sistemi politici che ne derivano, si aprono al mercato, privilegiano forme autoritarie di capitalismo centralizzato, incompatibili con i principi di uno Stato di diritto. Sarebbe strano se in Cina si coltivasse un particolare interesse per la concezione kelseniana della democrazia o per la <em>Società aperta</em> di Popper. In un contesto in cui il potere assoluto del partito non può essere messo in discussione, le attenzioni sono infatti rivolte a Carl Schmitt, che peraltro considerava Mao un “nuovo Clausewitz”, un “partigiano tellurico”, rispetto al quale diveniva secondario discutere se la sua ideologia si avvicinasse a Lenin più che a Marx. L’esigenza di identificare, entro un perenne stato d’eccezione, i <em>nemici del popolo</em>, diviene fondamentale in uno regime autocratico, che proprio nella contrapposizione amico-nemico, teorizzata da Schmitt, può trovare la sua legittimazione.</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Dugin,<em> La quarta teoria politica</em>, trad. it. , Nuova Europa, Milano, 2017.</p>
<p>Conquest,<em> Stalin.</em> <em>La rivoluzione, il terrore, le guerra</em>, trad. it., Mondadori, Milano, 2014.</p>
<p>R.Popper, <em>La società aperta e i suoi nemici</em>, trad. it., Armando, Roma, 1977, 2 voll., vol. I.</p>
<p>Schmitt, <em>Teoria del partigiano</em>, trad. it., Adelphi, Milano, 2005.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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