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	<title>benedetto croce Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>benedetto croce Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Lo statista ed il filosofo in dialogo: un confronto tra Luigi Einaudi e Benedetto Croce intorno al problema del liberismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simone Santamato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 09:42:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Luigi Einaudi e Benedetto Croce sono, rinomatamente, due dei più influenti intellettuali del secolo scorso per quanto concerne il panorama politico – e non solo, Italiano: il pensiero e l’attività politica del primo, e le dottrine filosofico-politiche del secondo, hanno accompagnato l’andamento dell’Italia in modo ponderato, ed intellettualmente effervescente. Non stupisce minimamente, pertanto, come tra i due intellettuali si fosse creata un’apertura al dialogo che, per quanto spesse volte li ponesse in posizioni discordanti, portasse a conclusioni incredibilmente prolifiche per quello che fosse l’orizzonte politico italico: audaci sostenitori del valore della libertà nel contesto socio-individuale, ambedue riflettono alacremente, pervenendo a conclusioni dal grande acume, intorno alla fondatezza della libertà in quanto tale. Più specificatamente, le analisi ruotavano intorno alle modalità con le quali avrebbe dovuto esplicitarsi la libertà e, ancora aprioristicamente, se vi fossero delle modalità – dato che già pensarle avrebbe poi limitato la stessa significazione e potenza del valore. Le due posizioni, dalle premesse accostabili, ma dagli sviluppi incredibilmente repellentesi, si sviluppano attraverso vari scritti sempre inerenti il modo dell’umano nella libertà: dov’è, dapprima, la libertà, dove debba scovarsi – ed infine come debba socialmente strutturarsi affinché, pur mantenendo la sua potenza semantica, non porti a regolamentazioni di fatto coercitive.</p>
<p>Se volessimo sintetizzare brevemente quella che sia la più grande differenza intercorrente tra il pensiero di Croce ed Einaudi in poche parole, bisognerebbe, in realtà, dapprima contestualizzare adeguatamente una particolarità lessicologica tutta Italiana: nel nostro linguaggio concettuale, abbiamo due termini che, della libertà in senso assoluto, identificano due aspetti particolari e dall’equivoca co-implicazione – “liberalismo” e “liberismo”. Convenzionalmente, i due termini vengono utilizzati quando, rispettivamente, si vuole o intendere la libertà come valore meramente coscienziale, individuale, morale, oppure come avente più a che vedere con un’economia che possa fondarsi su un mercato, un commercio completamente libero dalle regolamentazioni imposte al mercato dallo stato di appartenenza. Quanto risulta più interessante, è che la differenziazione lessicale presente nella lingua Italiana sia inaspettatamente assente in tutte le altre lingue: può sicuramente parlarsi di libertà di mercato in Francia ed Inghilterra, così come in qualsiasi altra parte del mondo linguistico, eppure, si faticherà a rinvenirsi un correlativo duale simile a quello prettamente Italiano. Di fatto un’anomalia, è ciononostante quanto sostanzia gli asti intellettuali intercorrenti tra le figure di Einaudi e Croce: laddove per quest’ultimo il binarismo lessicale tra liberalismo e liberismo permette di ben separare i contesti morali da quelli freddamente economici, per il primo, nella pur riconoscenza del valore della separazione, si tenta un avvicinamento essenziale delle due parti nella misura in cui non può prospettarsi alcuna forma di libertà economica senza una visione moralmente importante. Nonostante, infatti, i presupposti concettuali dello statista e del filosofo siano sostanzialmente adiacenti ed aderenti gli uni agli altri, la grande difficoltà nel loro avvicinamento completo si radica tutta intorno alla problematicità del dovere inerire o meno la moralità alla sfera dell’economia – e quindi il liberalismo al liberismo (o viceversa).</p>
<p>Affinché questa lontananza possa risultarci maggiormente chiara e contestuale soprattutto rispetto a quelle che fossero le infrastrutture culturali di Einaudi e Croce, è doveroso dire come l’apparente gerarchia tra economia e moralità individuale che viene a conseguirsi dalla dottrina di Croce è figlia di un’aderenza ed al contempo un rifiuto da parte di questi della matrice idealistica alla quale comunque va rifacendosi: l’hegelismo fortemente presente nella dottrina di Croce, induce lapalissianamente quest’ultimo a visionare la realtà attraverso le categorie tipiche dell’idealismo hegeliano. La considerazione per la quale il liberismo non sia necessario perché possa aversi un liberalismo completo deriva, pertanto, dal modo d’intendere tipicamente idealista, per il quale l’economia e la concretezza del commercio non avrebbero necessitato di avere, di per sé, una morale che dovesse auto-fondarli, in quanto avrebbero dovuto loro stessi rifarsi a precetti di per sé assolutamente sussistenti. Croce – ed in questo si struttura la più coriacea delle linee di demarcazione che avrebbero potuto separare l’idealismo hegeliano da quello crociano –, però, seppure riporti la storia ed il suo sviluppo ad uno spirito che ricerca sé, non ritiene che, diversamente da come hegelianamente era ritenuto essere astuto, si serva degli uomini e della loro apparente libertà per trovarsi e realizzarsi in-sé; egli, viceversa, ritiene che sia proprio dello spirito il fatto di essere libero – e quindi che sia congenito alla storia il fatto di svilupparsi attraverso una narrazione assolutamente libera. La storia, pertanto, nel senso crociano, non sarà il campo di posizionamento, estrinsecazione e ritorno in sé di uno spirito antagonista e burattinaio; sarà, invece, il luogo di costruzione dinamico, vivo, vitale, diveniente, rigoglioso della libertà assoluta. La spirito è storia della Libertà.</p>
<p>Stando così le cose, non ci appare difficile comprendere come, nella realizzazione dello spirito, e nel concepire la Libertà come una forma di religione dell’assoluto, Croce aborrisca quelle che siano le istanze economicistiche nel loro prospetto morale: queste, devono sottostare a dei più aulici princìpi morali dettati loro da figure più coincidenti con la speculazione dell’assoluto. Consequenzialmente, ad una forma politica di liberalismo non dovrà necessariamente corrispondere una economia di tipo liberista: può ipoteticamente corrispondere, al liberalismo, una regolamentazione economica paradossalmente protezionistica, fintantoché è la moralità individuale a corrispondere con la Libertà dell’assoluto.</p>
<p>Un economista come Einaudi mai avrebbe potuto condividere le posizioni di Croce nella misura in cui, dall’alto comunque anche del suo ruolo politico e di sovrintendente di una nazione, era necessario che, nell’ordinamento socio-politico, si creasse un’armonizzazione tra la sfera più puramente morale dell’individualità, e quella più economicamente interessante il liberismo: un’economia libera passa attraverso una moralità che si conferma nell’economia stessa e che, aulica nel suo concetto di sé stessa, si rifletta nella sfera dell’individualità inscriventesi nel campo del socialmente collettivo. L’economia, per Einaudi, non è solamente il campo della mercanzia, della compravendita, del guadagno e della perdita del profitto, della scommessa: l’uomo è, per Luigi Einaudi, esplicitante la sua umanità libera anche nella dimensione economica e, proprio per questo, un uomo buono – un uomo libero – è necessariamente un uomo economicamente posizionato. L’economia, rispetto all’umano, dunque, non si pone né a-priori – come il marxismo ha sommessamente tentato, facendo di quella la struttura portante questa o quella possibilità dell’umano – e né a-posteriori: l’umano è umano anche nell’economia e questa, al pari della poesia, della filosofia, della letteratura, parla il linguaggio dell’umanità. L’uomo libero è, nel pensiero economico-liberale di Einaudi, economico. In questo modo, come Sergio Romano scrive nella sua prefazione ad un testo pubblicato dal Corriere della Sera per conto di RCS Quotidiani S.p.A. (Milano, 2011), <em>Liberismo e liberalismo</em>, raccogliente alcuni scritti di Croce ed Einaudi, quest’ultimo «ha avuto il merito di ricordare che nella libertà economica vi sono princìpi e virtù morali: il coraggio d’intraprendere, la voglia di un meritato successo, l’assunzione di responsabilità pubbliche, il desiderio di battere il concorrente in un campo da gioco in cui una delle due squadre non debba giocare in salita o avere il sole negli occhi, la necessità di riconoscere il merito là dove si manifesta, indipendentemente dai collegamenti sociali, dalle protezioni politiche o dal colore della pelle» (p.9). Attraverso la riflessione di Einaudi, l’uomo, affrancato dall’economia e dalle leggi non necessariamente morali del mercato in Croce, e frammentato nelle sue possibilità per questo, riacquista una sua interezza armoniosa e si ricontestualizza nel mondo con una consapevolezza di sé che massimamente possa esprimere la libertà poiché adeguatamente concepita, e non fideisticamente, estaticamente contemplata nel suo assoluto, evanescente ed idealista prospetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Bibliografia essenziale di riferimento </em></p>
<p>Croce, <em>La religione della libertà. Antologia degli scritti politici</em>, a cura di G. Cotroneo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002<br />
B. Croce, <em>Filosofia, poesia, storia</em>, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, 1996<br />
B. Croce, <em>La mia filosofia</em>, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, 1993<br />
L. Einaudi, <em>Il buongoverno. Saggi di economia e politica</em>, a cura di E. Rossi, Laterza, Bari, 2012<br />
L. Einaudi, <em>Scritti economici, storici e civili</em>, a cura di R. Romano, Mondadori, Milano, 1983</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Simone Santamato" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/simone-santamato.jpeg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/simone-santamato/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Simone Santamato</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nato nel 2001, attualmente studente presso la facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”; si è occupato già di Filosofia presso numerose riviste e blog. Spiccano, tra le varie, le collaborazioni con “Gazzetta Filosofica”, “Filosofia in Movimento”, “Ereticamente — Sapienza” e “Pensiero Filosofico”. È stato membro della redazione della rivista “Intellettuale Dissidente”; ivi, si è occupato dell’etichetta “Filosofia”. Ha anche pubblicato per il blog “Sentieri della Ragione” e, sulla sua pagina Facebook (“Sentieri della Filosofia”), è stato relatore, con la direttrice, di due webinar aventi riscosso soddisfacente successo. Saltuariamente, pubblica i suoi contributi sulla piattaforma accademica “Academia.edu”; qui, questi hanno ricevuto — in totale — quasi una decina di migliaia di letture. Ha collaborato con l’editorial board di “Pillole di Ottimismo”, dando, della complessa e poliedrica questione pandemica, una contestualizzazione filosofica. Ha tenuto convegni di Filosofia locali presso la sua città d’origine, Bitonto — in collaborazione con la testata giornalistica del luogo, dal titolo “La Persistenza Filosofica”. Occasionalmente, pubblica anche per il blog di psicologia Italiano, “Psiche.org”. È stato membro della redazione, occupato nell’etichetta “Filosofia”, della rivista — ormai inattiva, “nuovoumanesimo.eu”. Infine, è stato chiamato a presentare un lavoro sul testo “Mobilitazione Totale” di M. Ferraris in occasione dell’evento “Summer School di Filosofia Teoretica” (2019) intitolantesi “Pensare il Futuro/Pensare al Futuro” tenutosi in Bitonto — al quale dibattito (oltre alla presenza dell’autore) ha partecipato il filosofo B. Stiegler.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/profile.php?id=100014940584565" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Twitter" target="_self" href="https://twitter.com/SimoneSantamat1" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-twitter" id="Layer_1" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 24 24">
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		<title>Economia di mercato e giustizia sociale nel liberalismo di Luigi Einaudi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 15:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Ludwig Erhard]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le osservazioni di Luigi Einaudi, durante i lavori dell’Assemblea costituente, sul secondo e sul terzo comma del futuro art. 41 della Costituzione, esprimono pienamente la sua visione del rapporto tra economia e società. Il testo, poi approvato, del secondo comma, definisce i confini dell’iniziativa privata, che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le osservazioni di Luigi Einaudi, durante i lavori dell’Assemblea costituente, sul secondo e sul terzo comma del futuro art. 41 della Costituzione, esprimono pienamente la sua visione del rapporto tra economia e società. Il testo, poi approvato, del secondo comma, definisce i confini dell’iniziativa privata, che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Il terzo comma dello stesso articolo affida alla legge il compito di determinare “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica, privata e pubblica, possa essere indirizzata a fini sociali”. Se risultava del tutto evidente che l’attività economica non dovesse in alcun modo compromettere la sicurezza, la libertà e la dignità delle persone, non appariva affatto chiaro a Einaudi cosa dovesse esattamente intendersi con “utilità sociale” e “fini sociali”, trattandosi di concetti che avrebbero potuto essere declinati in maniera diversa a seconda degli orientamenti politici prevalenti. Alla luce di quanto è poi accaduto, il suo timore che tutto ciò potesse dare   all’economia un’impronta dirigistica era assolutamente comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A tal proposito, in una delle sue <em>Prediche della domenica</em>, scriveva che la decisione dello stato di divenire imprenditore dovrebbe presupporre che gli uomini politici possiedano una “capacità inventiva economica” tale da consentir loro di privilegiare gli investimenti efficaci sulle scelte sterili o clientelari. A questo punto si chiedeva se fosse più capace di “inventare”, il privato, che rischia personalmente, o l’uomo pubblico, “che investe il denaro dei contribuenti”. Riteneva allora necessario distinguere il ruolo della politica, cui attribuiva il compito “di costruire la cornice” dell’azione economica, dal concreto operare di agricoltori, industriali e commercianti, che garantiscono lo sviluppo della società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In ambito economico, scriveva, il primo comandamento è lo stesso che si impone sul piano spirituale. Se dunque non si può limitare la predicazione di una fede religiosa che rispetti i principi costituzionali, non si può, d’altra parte, riconoscere alcun privilegio economico “a danno della uguale libertà di tutti di lavorare, di intraprendere, di risparmiare”. E’ una “grossolana fola” considerare i liberali come i fautori dello stato assente e Adam Smith come il teorico del <em>lasciar fare</em> e del <em>lasciar passare</em>, o sostenere che il socialismo, in tutte le sue espressioni, voglia affidare allo stato la piena gestione dei mezzi di produzione. Liberali e socialisti, scrive Einaudi, sono concordi nel promuovere l’intervento dello stato, ma se “l’uomo liberale vuole porre le norme, osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possono liberamente operare […] l’uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo”. Se il liberale traccia i limiti, il socialista indica e ordina le maniere dell’agire economico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Einaudi precisa, al tempo stesso, che la distinzione non è poi così categorica, potendo anche accadere che “il liberale in certi casi ordini e diriga ed il socialista consenta a chi operi di muoversi liberamente a suo talento”. Avversava il socialismo scientifico e il collettivismo russo, “in quanto schemi di organizzazione” rigida della società e apprezzava invece quel che chiamava il socialismo sentimento, “che ha fatto alzare la testa agli operai del Biellese e del porto di Genova”. Il suo “scetticismo invincibile” verso ogni soluzione paternalistica calata dall’alto, lo avvicinava a questa forma di socialismo, in cui coglieva “gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé e in questo sforzo, lottano, cadono, si rialzano, imparando a proprie spese a vincere e a perfezionarsi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ noto che Benedetto Croce aveva sostenuto, coerentemente con la sua distinzione tra l’etico liberalismo e l’economico liberismo, che “l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie”. Nel difendere la libertà in ogni sua declinazione, Einaudi non mancò di rilevare come, per lo stesso Croce, l’affermazione morale della libertà non avrebbe potuto attuarsi pienamente in mancanza dei mezzi idonei e, tra tali mezzi, la libertà economica non poteva passare in secondo piano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando il filosofo dice che la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, “dice il vero per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti”, scrive Einaudi. Il modello potrà allora essere rappresentato da Spinoza, che “sfaccettando brillanti, crea in se stesso un mondo spirituale e liberamente pensa e lega il mondo al suo pensiero”. Questa affermazione diviene però “una sentenza terribile per un’umanità composta di poveri esseri”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un pensatore può sentirsi libero anche in condizioni di schiavitù. Un operaio comunista può  considerarsi libero perché ha contribuito a dar vita ad un modello politico nel quale pienamente si riconosce, “ma pensatore ed operaio comunista diventano tiranni quando, dopo aver conquistata per sé la libertà, vogliono impedire ad altri, che non sente la gioia del pensare e del lavorare allo stesso modo, di seguire la propria via”.</p>
<p>Secondo Einaudi, le minacce alla piena espressione della libertà non sono però rappresentate solo dal bolscevismo, in quanto comunismo e capitalismo monopolistico tendono, in maniera diversa, a omologare le azioni umane e a “distruggere la gioia di vivere, che è gioia di creare”. La libertà di cui parla Einaudi non vuole essere quella che troviamo anche nelle galere, nei campi di concentramento o “fra gli eroi e i martiri; ma è la libertà pratica dell’uomo comune”. Vi sono due estremi, scrive, nei quali risulta difficile che la libertà possa esprimersi, e sono rappresentati dal monopolio privato e dal collettivismo. Entrambi, a suo avviso, “sono fatali alla libertà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco perché, per Einaudi, dall’ipotesi astratta del liberismo si può passare alla “formulazione precettistica” solo quando ci si trovi dinnanzi a un problema concreto, rispetto al quale un economista ”non può essere mai né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo”. Un fautore dell’economia di mercato può allora proibire il lavoro notturno, o proporre il controllo delle ferrovie da parte dello stato, ritenendo dannoso il monopolio privato dei mezzi di trasporto. E’ però un imperativo morale, prima che economico, <em>non creare lavoro inutile</em>, per citare il titolo di una sua<em> Predica della domenica</em>. Che cosa produssero, si chiedeva, “le buche fatte scavare e subito fatte colmare durante la Rivoluzione francese del 1848 allo scopo di dar lavoro ai disoccupati parigini?”. Creare lavoro è dunque un puro mezzo, che diviene degno di lode solo “se lo strumento è conforme al fine vero dell’elevazione morale e materiale dell’uomo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel citare il celebre passo smithiano de <em>La ricchezza delle nazioni</em>, in cui il filosofo ed economista scozzese scrive che, perseguendo il proprio interesse, l’individuo è condotto, da una <em>mano invisibile</em>, verso un beneficio collettivo in modo del tutto inintenzionale, commenta che non mancano, nello stesso testo, i punti in cui si insiste sui contrasti che insorgono fra le classi come fra i singoli. La <em>mano invisibile</em>, scrive Einaudi, è una metafora, ricorda la “divina provvidenza” o la “natura”. Ha dunque un valore storico e la scienza economica, che è derivata da Adam Smith, “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. Il liberalismo tradizionale “classico, liberista”, precisava Einaudi, può esser considerato come una “invenzione” di dirigisti e socialisti, perché nessuno dei grandi classici è mai stato liberista “nel significato caricaturale dei denigratori”. Lo dimostra il fatto, sottolinea, che Smith fu favorevole alla protezione della marina mercantile, Ricardo propose la banca di emissione di stato e Mill, per la sua attenzione alla giustizia sociale, fu considerato socialista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questo riguardo, Einaudi avvertiva l’esigenza di chiarire il concetto di “economia sociale di mercato”, utilizzato da Ludwig Erhard per definire la politica economica adottata in Germania dal governo Adenauer. Quanti avevano in odio il termine “liberale”, scriveva, si appigliavano al “sociale” per dimostrare che in Germania ci si stava orientando verso un superamento del liberalismo, in direzione socialista. Non era affatto così, secondo Einaudi, dal momento che la politica di mercato diviene sociale solo grazie alla concorrenza e alla limitazione dei monopoli. Si favorisce, in questo modo, “una socializzazione del progresso e del guadagno”, stimolando, al tempo stesso, lo spirito di iniziativa individuale. Siccome i politici si contentano dell’aggettivo “sociale”, commentava ironicamente, Erhard “volentieri indulge all’innocuo vezzo linguistico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Einaudi i singoli non sono mai concepiti in termini monadici e lo stato “non è una mera società per azioni”. Non si può concepire, egli scrive, che l’uomo, nello stato, resti “una astrazione”. Non sappiamo cosa siano, scriveva, i “Robinson Crusoe viventi in un’isola deserta”, in quanto “la <em>società </em>o <em>collettività</em> non è un che di distinto dagli uomini che la compongono”, i quali, associandosi, divengono “uomini veri”. Non deriva da ciò una condizione irenica. I rapporti sociali sono infatti costitutivamente conflittuali, perché, scrive Einaudi, “solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso vittorie e insuccessi, una società, una nazione prospera”. Quanti, in questo confronto continuo, dicono “Io so”, “Questa è la verità”, ritenendosi depositari di un sapere superiore, non comprendono che noi non conosciamo, ma cerchiamo la verità, “non siamo mai sicuri di possederla e torneremo ogni giorno a ricercarla, sempre insoddisfatti e sempre curiosi”.</p>
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<p>A questa concezione della società si oppone l’ideologia, che ha assunto varie forme, dal nazifascismo allo stalinismo, e può ripresentarsi nell’aspetto più rassicurante dello stato-balia. In un mondo retto dall’ideologia, “il tiranno conosce e, conoscendola, afferma la verità, la verità vera, quella verità a cui tutti devono rendere omaggio”. Il tiranno potrà anche garantire sicurezza e limitare le diseguaglianze, sostituire gli imprenditori con i burocrati, trasformare gli artisti in edificanti “ingegneri delle anime”, per usare un’espressione attribuita a Stalin, ma “la sua non può non essere se non una tirannia, livida e lurida tirannia, destinata -commenta Einaudi- alla lunga alla morte del pensiero ed alla rovina della società intera”.</p>
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<p>Nel 1923 Piero Gobetti gli chiese di raccogliere gli scritti che aveva pubblicato dal 1897 sui problemi del lavoro. In <em>La bellezza della lotta</em>, che apre Le<em> lotte del lavoro</em>, del 1924, Einaudi prende radicalmente le distanze rispetto al collettivismo socialista e al corporativismo fascista. L’equilibrio ottenuto attraverso discussioni e lotte è preferibile, scrive, “a quello imposto da una forza esteriore”. Per conservarlo è infatti necessario che “sia minacciato ad ogni istante di non durare”. Einaudi avrebbe potuto condividere con Karl Popper la tensione utopica verso una “libertà uguale”, ma, con il suo “scetticismo invincibile”, avrebbe anche ammesso, con lui, che tutto ciò non è nient’altro che un sogno meraviglioso, perché la libertà è più importante dell’uguaglianza. Quando infatti si perde la libertà, ha scritto Popper, con parole che potrebbero essere dello stesso Einaudi, “tra non liberi, non c’è neppure l’uguaglianza”.</p>
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<p>Testi citati</p>
<p>Einaudi, <em>Questo terzo titolo</em>, in Id., <em>In lode del profitto e altri scritti</em>, a cura di A. Giordano, IBL Libri, Torino, 2011.</p>
<p>Id., <em>Lo stato “imprenditore” e il Mezzogiorno</em>, in <em>Prediche della domenica</em>, Einaudi, Torino, 1987.</p>
<p>Id., <em>Liberalismo e socialismo</em>, in <em>Prediche inutili</em>, Einaudi, Torino, 1962.</p>
<p>Id., <em>Dell’anacoretismo economico</em>, in B. Croce-L. Einaudi, <em>Liberalismo e liberismo</em>, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 1957.</p>
<p>Id., <em>Chi vuole la libertà</em>, in <em>Il Buongoverno</em>, Laterza, Bari, 1955.</p>
<p>Id., <em>Non creare lavoro inutile</em>, in <em>Prediche</em> <em>della domenica</em> &#8230;</p>
<p>Id., <em>Concludendo</em>, in <em>Prediche inutili </em>&#8230;</p>
<p>Id., <em>Ipotesi astratte e ipotesi storiche e dei giudizi di valore nelle scienze economiche</em>, in <em>Scritti economici, storici e civili</em>, a cura di R. Romano, Mondadori, Milano, 1996.</p>
<p>Id., <em>È un semplice riempitivo</em>, in <em>Prediche inutili</em> &#8230;</p>
<p>Id., <em>Il compito degli universitari</em>, in <em>Prediche inutili</em>…</p>
<p>Id., <em>In lode del profitto</em>, in <em>Prediche</em> <em>inutili</em>…</p>
<p>Id., <em>La bellezza della lotta</em>, in <em>Le lotte del lavoro</em>, Einaudi, Torino,1972.</p>
<p>Popper, <em>La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale</em>, Armando Editore, Roma, 2002.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/economia-di-mercato-e-giustizia-sociale-nel-liberalismo-di-luigi-einaudi/">Economia di mercato e giustizia sociale nel liberalismo di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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