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	<title>Boris Eltsin Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<title>Boris Eltsin Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Le insidie del pacifismo neutralista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 08:17:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vasti settori della sinistra, del sindacalismo e del mondo cattolico, pur condannando con sfumature diverse il brutale intervento russo in Ucraina, si collocano in una posizione neutralista, nella convinzione che solo la diplomazia possa condurre a una cessazione delle ostilità. In tale quadro ogni aiuto militare all’Ucraina viene considerato un ostacolo alla causa della pace. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vasti settori della sinistra, del sindacalismo e del mondo cattolico, pur condannando con sfumature diverse il brutale intervento russo in Ucraina, si collocano in una posizione neutralista, nella convinzione che solo la diplomazia possa condurre a una cessazione delle ostilità. In tale quadro ogni aiuto militare all’Ucraina viene considerato un ostacolo alla causa della pace. Si rischia così, richiamandosi a un generico irenismo, di porre sullo stesso piano, pur di condannare la guerra, un esercito che invade e un esercito che dall’invasione si difende. L’invio di armi agli ucraini da parte dell’Italia non è in conflitto con la Costituzione, in quanto, come ha precisato il presidente della Consulta, Giuliano Amato, non si tratta in questo caso di una guerra offensiva. E’ quantomeno singolare che chi, come l’Anpi, pretende di rappresentare i valori della Resistenza, non senta la necessità di essere concretamente a fianco di un popolo che è vittima di una aggressione. La via diplomatica, da tutti auspicata, non sembra facilmente percorribile ed è necessario agire nell’immediato, avendo consapevolezza che il neutralismo condannerebbe gli ucraini a una resa senza condizioni. Non si possono non riconoscere, nelle diverse forme di neutralismo e di equidistanza, umori antiamericani, anti Nato, in senso lato antioccidentali, che serpeggiano tanto a sinistra quanto a destra. Si fa fatica poi a comprendere come i leghisti, fautori della legittima difesa in ogni sua forma, siano così restii ad aiutare militarmente un popolo che difende quei confini nazionali di cui il sovranismo esalta la sacralità.<br />
L’estensione verso Est della Nato, che avrebbe ignorato gli impegni americani riguardo al contenimento dell’influenza occidentale nell’Europa dell’Est dopo il 1989, viene spesso considerata come il fattore scatenante del conflitto in atto. L’adesione alla Nato da parte dell’Ucraina non era all’ordine del giorno, in quanto Francia e Germania temevano che la sua instabilità politica, legata alle vicende della Crimea e del Donbass, rappresentasse un serio problema per l’Alleanza e per l’UE. Tutto ciò era ben noto alla diplomazia russa. La lunghezza delle procedure e le cautele avanzate da Francia e Germania avrebbero dovuto costituire sufficienti garanzie per Putin e fugare i suoi timori.<br />
Se la comprensione delle “ragioni” di Putin può essere utile per una riflessione critica, non può tradursi, come alcuni sostengono, in una giustificazione della sua “operazione militare speciale”. E’ noto che John Maynard Keynes, che faceva parte della delegazione inglese alla Conferenza di Versailles, si dimise dall’incarico, manifestando tutto il suo dissenso nei confronti delle clausole punitive imposte alla Germania. Quella “pace” avrebbe infatti alimentato, a suo avviso, un forte risentimento, che si sarebbe poi tradotto in un populismo revanscista, come in realtà accadde. Queste considerazioni, presenti nel dibattito storiografico, non possono naturalmente giustificare le scelte del Terzo Reich.<br />
Nel 1939, ad essere messa sotto accusa fu infatti la politica di appeasement di Neville Chamberlain e Edouard Daladier, che aveva consentito a Hitler di esercitare indisturbato la sua politica aggressiva.<br />
Dopo la II Guerra l’URSS ha imposto nell’Europa orientale un modello politico che è stato difeso con un capillare apparato poliziesco e in alcuni casi, come a Berlino, a Budapest, a Praga, con duri interventi militari. La fine del comunismo ha lasciato emergere, all’Est, l’esigenza di tutelarsi dall’imperialismo russo nella sua declinazione postsovietica, come dimostra la scelta di Vàclav Havel, che nel 1999 chiese l’adesione della Repubblica Ceca alla Nato, ritenendo che ciò costituisse una garanzia per l’indipendenza del suo Paese. Da questo sentire non erano lontani i comunisti italiani, come dimostra la celebre intervista, pubblicata sul Corriere della sera del 15 giugno 1976, in cui Enrico Berlinguer dichiarava a Giampaolo Pansa di sentirsi più al sicuro nella Nato che nel Patto di Varsavia. Pensava infatti che, non appartenendo al Patto di Varsavia, l’Italia, pur in presenza di oggettive difficoltà, potesse procedere “lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento”. E’ comprensibile dunque che i Paesi dell’ex blocco socialista vedano oggi nell’UE e nella Nato una sicura tutela della loro sovranità.<br />
Se è probabilmente infondato il timore che in Ucraina potessero venire installati missili diretti verso il suolo russo, è certo che a Kalinigrad, la Königsberg di Kant (una enclave russa in Polonia), si trovano missili diretti verso la Polonia, le Repubbliche baltiche e la Scandinavia. In un suo recente discorso Putin ha sostenuto che l’Ucraina ha perso la sua sovranità, divenendo “serva dei padroni occidentali” e lasciandosi guidare da oligarchi intenti solo ai loro affari, interessati a separarsi dalla Russia. Ha poi affermato che “non è mai stata un vero Paese”, in quanto è parte integrante della Russia, da cui sarebbe stata allontanata da una “ondata di nazismo e nazionalismo”. La Russia, dovrebbe così reintegrare nella sua unità organica un Paese traviato dalle tentazioni dell’Occidente e da forme di nazionalismo dalle tinte nazifasciste. Tendenze, queste, ben presenti, in realtà, proprio nelle argomentazioni putiniane, che pretendono di indicare la retta via a uno stato sovrano che ha democraticamente eletto i suoi governanti e che autonomamente vuole definire le linee della sua politica estera. I massacri della popolazione civile divengono una forma di ricatto nei confronti del governo ucraino, come dire che solo una resa potrebbe farli cessare.<br />
Condannare Putin, senza rinunciare a soluzioni diplomatiche che rispettino la sovranità dell’Ucraina, può consentire anche di entrare in dialogo con le forme di dissenso che in Russia emergono nei settori più critici e sensibili della popolazione. L’inasprimento delle sanzioni comporterà certamente dei sacrifici economici non solo per i russi, ma anche per l’Occidente. Potrebbe contribuire però a far crescere l’opposizione popolare verso Putin.<br />
Le testimonianze di questi giorni lasciano pochi dubbi sulle atrocità che il popolo ucraino sta subendo e risulta difficile confrontarsi con chi non riesce a condannare chiaramente la barbarie delle truppe russe e, ancor più, con chi, come Carlo Freccero, pensa che siamo di fronte a una fiction, osservando gli orrori della guerra con le lenti deformanti della società dello spettacolo. La città martire di Bucha rientra in un’area fortemente segnata dalla guerra, come testimonia Katyn. Nell’aprile del 1940, 82 anni fa, nella foresta di Katyn, vennero fucilati dai sovietici circa 20.000 ufficiali polacchi, con la precisa intenzione di eliminare una parte significativa della classe dirigente del Paese. I tedeschi scoprirono in seguito le fosse comuni e attribuirono a Stalin la responsabilità del massacro. Nel 1943 istituirono una commissione d’inchiesta internazionale, presieduta dallo svizzero Francois Naville, di cui faceva parte Vincenzo Paolo Palmieri, docente di medicina legale all’Università di Napoli. La commissione giunse alla conclusione, all’unanimità, che la strage fosse stata compiuta dai russi. Nel corso del processo di Norimberga Roman Rudenko, procuratore generale sovietico, fece prevalere la tesi secondo cui gli ufficiali polacchi fossero stati giustiziati dai nazisti, approfittando anche del fatto che gli Alleati non intendevano indagare ulteriormente per non incrinare il rapporto con l’URSS, come ammise lo stesso Churchill. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato preferirono in seguito non riaprire la questione, anche se una commissione nominata dal Congresso aveva individuato nei sovietici i responsabili della strage.<br />
Dopo Norimberga, i partiti comunisti si attivarono per delegittimare, sia sul piano scientifico sia sul piano personale, gli scienziati che avevano sottoscritto all’unanimità la relazione del 1943. I comunisti svizzeri accusarono di collaborazionismo Naville, chiedendo, senza riuscirci, che fosse destituito dalla cattedra. In Italia si scatenò una campagna denigratoria nei confronti di Palmieri, animata in particolare da Mario Alicata. Palmieri fu posto sotto controllo, a tal punto che, come scrive Viktor Zaslavsky (a cui si deve una puntuale ricostruzione dell’intera vicenda), Eugenio Reale, nel gennaio del 1948, sentiva il dovere di informare l’ambasciata sovietica che il “servo della propaganda di Goebbels Palmieri” aveva tenuto una conferenza. I docenti dell’Università di Napoli proposero il suo allontanamento, che non fu accettato grazie al parere contrario del rettore Adolfo Omodeo. Palmieri decise infine di mettere al sicuro la sua relazione su Katyn che, conservata in una scatola di scarpe impermeabilizzata, venne sotterrata in un suo podere nei pressi di Cassino. Solo nel 1990 una commissione sovietica riconobbe che il massacro era stato compiuto dall’NKVD. La vicenda divenne ancora più chiara, nella sua atrocità, quando Elstin, nel 1992, rese pubblici i documenti, firmati da Stalin e da Berija, in cui era evidente come tutto fosse stato puntualmente pianificato.<br />
Si prova un grande disagio nell’apprendere che l’Anpi avverta l’esigenza di nominare una commissione d’inchiesta per individuare gli autori del massacro di Bucha. Ci troviamo dinnanzi a fosse comuni e a corpi dilaniati che non sono stati rinvenuti dopo anni, come è avvenuto a Katyn, dove si sono rese necessarie accurate indagini medico-legali per accertare la verità. Le responsabilità dell’esercito russo sono in questo caso immediatamente verificabili, anche se vengono negate da quanti, come il ministro degli esteri Sergej Lavrov, ritengono che si tratti di una messa in scena degli americani e della Nato.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>25 dicembre 1991. Bandiera russa sul Cremlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 09:21:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, nel Natale del 1991, la bandiera dell’Unione Sovietica cessò di sventolare sul Cremlino, per essere sostituita dalla bandiera della Russia, furono in molti a chiedersi se tutto ciò derivasse solo dal fallimento della <em>perestrojka</em> di Gorbacoiv, che si proponeva di riformare il primo stato socialista della storia. La caduta dell’URSS, che Putin avrebbe poi definito la più grande catastrofe del XX secolo, fu interpretata dal politologo Francis Fukuyama nel quadro di una <em>Fine della storia</em>. La sconfitta del totalitarismo comunista avrebbe infatti consentito il diffondersi, su scala planetaria, del modello liberale e la storia, intesa hegelianamente come progressiva affermazione della libertà, sarebbe giunta al suo compimento. Al di là della fondatezza di questa tesi, sulla quale lo stesso Fukuyama è tornato criticamente in diverse occasioni, risulta evidente che l’implosione dell’URSS  concluse drammaticamente il ciclo storico di un esperimento politico che ha profondamente inciso sul Novecento, “Quel secolo breve &#8211; ha scritto Eric J. Hobsbawn &#8211; che va dal 1914 alla fine dell’Unione Sovietica”.</p>
<p>L’elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, nel marzo del 1985, diede inizio a un rinnovamento degli apparati sovietici senza tuttavia metterne radicalmente in questione l’impianto leninista. La<em> perestrojka</em> e la <em>glasnost</em>, gli slogan che caratterizzarono il XXVII Congresso del Partito, nel 1986, rappresentavano, infatti, per Gorbaciov, le strategie più adeguate per rivitalizzare il progetto leninista, a partire dalla NEP.</p>
<p>La sua volontà di estendere la partecipazione democratica è testimoniata dalla riforma costituzionale, che consentirà, nel 1989, di eleggere un Congresso in cui il numero dei deputati riformisti avrebbe poi superato di gran lunga i tradizionali rappresentanti del Pcus. A Mosca, la società civile incideva però in minor misura rispetto a quanto avveniva nell’Europa socialista, dove si assisteva a mutamenti politici in senso democratico che, ad eccezione del caso romeno, non assumevano un carattere violento. Non vi era più, infatti, il timore di un intervento militare sovietico, come era accaduto nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest, nel 1968 a Praga.</p>
<p>Nel 1989 i paesi satellite avevano superato la tradizionale condizione di subalternità rispetto all’Unione Sovietica. Ralf Dahrendorf ricorda che il 25 ottobre di quell’anno, a chi gli chiedeva come si sarebbe comportata l’URSS rispetto agli alleati recalcitranti, il portavoce della politica estera sovietica, Gennadij Gerasimov, rispondeva contrapponendo alla dottrina Breznev, adottata fino ad allora, quella che chiamava, ironicamente, la “dottrina Sinatra”.  Gerasimov si riferiva alla canzone di Frank Sinatra <em>My way</em> (<em>A modo mio</em>), per dire che, da quel momento, ogni paese avrebbe potuto decidere autonomamente la strada da seguire.</p>
<p>L’abbandono della dottrina Breznev portava con sé un mutamento radicale nel rapporto tra i paesi del blocco socialista e l’URSS. Se la minaccia sovietica aveva prima frenato e represso ogni tentativo di cambiamento, adesso era la struttura stessa dello stato socialista ad esser messa in discussione, dalla DDR alla fedelissima Bulgaria. I nazionalismi che si affermarono dopo la caduta del Muro di Berlino, furono sostenuti, non solo da varie componenti della società civile, ma anche da rappresentanti dell’<em>élite</em> politica, consapevoli del fatto che l’esigenza di sganciarsi da Mosca era ormai largamente condivisa. Il passaggio, nei Paesi dell’Est, dal comunismo a forme di democrazia che guardavano all’Occidente capitalista, produsse inevitabilmente i suoi effetti sulla tenuta dell’Unione.</p>
<p>La decisione dei lettoni di abbandonare l’Unione, ratificata quasi all’unanimità dal Parlamento, nel 1990, fu presto condivisa da altre Repubbliche.  Le riforme di Gorbaciov, davano luogo, così, a conseguenze inattese. Elstin, oltrepassando le posizioni di Gorbaciov, si propose come fautore di una democrazia radicale, che i conservatori non potevano accettare. Le sue istanze si saldarono poi con le rivendicazioni nazionaliste, contro il centralismo sovietico. Il contrasto con Gorbaciov divenne sempre più evidente. Se l’URSS intendeva esercitare un ruolo di supremazia verso le Repubbliche, queste erano gelose custodi della loro indipendenza, come dimostra l’intesa tra Russia, Ucraina e Kazakistan e il loro reciproco riconoscimento. L’elezione di Elstin a presidente della Russia, con ampio consenso, legittimò ulteriormente l’incontro fra democratici e nazionalisti.  Gorbaciov, il cui moderato riformismo aveva deluso molte aspettative, si trovava ad essere il presidente di quell’Unione da cui la Russia di Elstin e le altre Repubbliche volevano rendersi indipendenti. Nello sviluppo di queste vicende giocò un ruolo decisivo l’unificazione tedesca e la fine della DDR. Gorbaciov, in un incontro con all’allora segretario di stato americano James Baker, dichiarò che la Germania unita, all’interno della NATO, avrebbe potuto causare la fine della <em>perestrojka</em>. Se non poté impedire l’unificazione tedesca e dunque la fine della DDR, riuscì però, ha scritto Tony Judt, a “estorcere, nel senso letterale della parola, un prezzo per le sue concessioni”. Rispetto ai venti miliardi di dollari, richiesti per non porre ostacoli ai negoziati, ne ottenne otto e altri due in crediti senza interesse.</p>
<p>La caduta del Muro di Berlino, i rapidi mutamenti di regime nell’Europa orientale e l’unificazione tedesca innescarono quel processo che condusse alla fine dell’URSS. La destalinizzazione, inaugurata da Krusciov in seguito al XX congresso, non aveva comportato un parallelo rinnovamento nell’ambito della politica economica, ancorata al collettivismo. Le timide aperture di Gorbaciov verso modelli economici competitivi, che deludevano i liberali e spaventavano i conservatori, non riuscivano a scalfire un sistema che, per essere riformato, avrebbe richiesto misure ben più incisive. Non sarebbe accaduto così in Cina, dove Den Xiaoping scelse di adottare una forma di capitalismo che coesisteva con la centralità del Partito, coniugando totalitarismo e mercato. Gorbaciov, cercando di democratizzare il Pcus, si scontrò con i conservatori, che difendevano i loro privilegi e con i liberali, che auspicavano una democrazia pluralista. La <em>perestrojka</em> si dimostrò inadeguata rispetto alle attese della società civile e al variegato mosaico delle nazionalità, che andò in frantumi nel momento in cui il centralismo del Pcus venne meno.</p>
<p>Il colpo di stato dell’agosto del 1991, finalizzato a fermare questo percorso, che veniva percepito dai conservatori come una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’URSS, ne segnò in realtà la fine. Gli otto componenti del <em>Comitato statale per lo stato di emergenza </em>erano figure apicali del sistema gorbacioviano, dal primo ministro ai ministri della difesa e dell’interno, dal capo del KGB a importanti rappresentanti del mondo della produzione industriale e agricola.  L’intervento di Eltsin, che riuscì a mobilitare vasti settori dell’opinione pubblica, fu fondamentale per fermare i golpisti, ma il colpo di stato fallì anche a causa dell’improvvisazione con cui era stato organizzato. In realtà, l’idea di decretare uno stato d’emergenza, per arginare il processo di frammentazione dell’URSS, era diffusa da qualche tempo in ambienti vicini allo stesso Gorbaciov.</p>
<p>Il <em>putsch</em> ebbe conseguenze che i congiurati non avevano assolutamente previsto. Apparve chiaro, infatti, che il ruolo del Pcus era ormai marginale e che la pubblica opinione si riconosceva in un orientamento riformista. L’immagine di Gorbaciov divenne sempre più evanescente, lasciando spazio al vigore del populismo autoritario di Eltsin, che volgendo le spalle al comunismo, adottò una spregiudicata politica di privatizzazione delle imprese statali. Ciò produsse un grande disagio sociale e una sorta di modernizzazione forzata della società russa.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, i leader sovietici, pur prendendo in forma diversa le distanze dal dittatore, erano rimasti legati all’economia pianificata. Nella Russia postsovietica, da Eltsin a Putin, l’<em>élite</em> dominante si è identificata con i rappresentanti dell’apparato, nonostante si dimostri aperta alle logiche del mercato. Putin è stato un funzionario del KGB e le figure di spicco della vita politica russa e delle altre Repubbliche sono, per lo più, ex dirigenti del Pcus o di altre istituzioni sovietiche. Diversamente da quanto avviene oggi in Germania, in cui è possibile consultare gli archivi della Stasi, in Russia è rigorosamente precluso l’accesso agli archivi del KGB. Il rifiuto di una discontinuità rispetto al passato è certamente legato al fatto che il comunismo, come tutti i regimi totalitari, non si è limitato a sottomettere con la forza i cittadini, ma li ha coinvolti, promuovendo forme di collaborazione in cui la delazione è stata largamente praticata. Tutto ciò non ha favorito l’esigenza di fare i conti col passato.</p>
<p>La fine dell’URSS ha generato un diffuso risentimento, avvertito in quasi tutti gruppi sociali. È questa la ragione per cui i nazionalisti, pur ostili al comunismo, non riescono a nascondere una certa nostalgia verso la Russia imperiale, ma anche verso il ruolo di potenza mondiale che l’URSS ha esercitato nel Novecento. Il vasto consenso di cui gode Putin si fonda proprio su tale sentire e la sua visione politica assume l’aspetto autoritario di una democrazia che egli stesso definisce “controllata”, una declinazione di quella “democrazia illiberale” che caratterizza oggi, in misura diversa, i paesi del Gruppo di Visegràd. I “valori europei”, che si possono identificare con lo Stato di diritto, con la trasparenza istituzionale, con i diritti civili, non trovano riconoscimento, infatti, nella “Mosca di Putin”. Ecco perché la Russia postsovietica può apparire, come scriveva Tony Judt, un “impero euroasiatico&#8221;.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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