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	<title>federazione russa Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>federazione russa Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Power of Siberia 2: il gasdotto che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici eurasiatici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Pennisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 20:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[federazione russa]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[laura pennisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2</strong></p>
<p>Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un imponente corridoio del gas che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale russa alla Cina settentrionale attraverso la Mongolia, il progetto va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Si trova al crocevia della competizione tra le grandi potenze, della strategia di sicurezza energetica a lungo termine della Cina, del riorientamento economico post‑europeo della Russia e del futuro geopolitico dell’Asia centrale.</p>
<p>Sebbene le discussioni sul gasdotto siano iniziate già nel 2006, PoS‑2 rimane incompiuto a quasi vent’anni di distanza. I negoziati su prezzi, finanziamenti, accordi di transito e influenza geopolitica hanno ripetutamente bloccato i progressi. Eppure, nonostante questi ritardi, il progetto continua a influenzare le dinamiche energetiche regionali ancora prima che sia stato posato un solo tubo.</p>
<p>La possibilità che la Cina possa importare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il PoS‑2 sta già ridefinendo il potere contrattuale in tutta l’Eurasia. Gli esportatori dell’Asia centrale stanno adattando le proprie strategie, la Mongolia è emersa inaspettatamente come un guardiano strategico e la Cina sta sfruttando l’incertezza che circonda il progetto per rafforzare simultaneamente la propria posizione negoziale con tutti i fornitori.</p>
<p>Allo stesso tempo, sviluppi geopolitici più ampi tra cui l’instabilità che coinvolge l’Iran, il crollo del mercato europeo del gas russo dopo la guerra in Ucraina e la spinta della Cina a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento per allontanarsi dalle vulnerabili rotte marittime, hanno conferito al gasdotto una rinnovata importanza strategica.</p>
<p>Qui di seguito si esaminerà la storia del progetto PoS‑2, gli attuali ostacoli politici ed economici che lo circondano e i possibili scenari geopolitici che potrebbero contribuire a creare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PoS-2: le origini </strong></p>
<p>L&#8217;idea di un corridoio del gas tra Russia e Cina attraverso la Mongolia risale al 2006, quando Gazprom e la China National Petroleum Corporation (CNPC), rispettivamente rappresentati dall&#8217;amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, e dall&#8217;amministratore delegato della CNPC, Chen Geng, durante la visita del presidente russo Vladimir Putin in Cina nel marzo dello stesso anno, firmarono un memorandum d&#8217;intesa per esplorare le esportazioni di gas dalla Siberia occidentale alla Cina. Il gasdotto proposto si sarebbe esteso per circa 6.700 chilometri in totale, di cui approssimativamente 2.700 km in Russia, oltre 950 km in Mongolia, e le restanti sezioni in Cina. Il percorso trasporterebbe fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all&#8217;anno dai giacimenti di gas della Siberia occidentale russa, in particolare risorse originariamente destinate all&#8217;Europa, verso la Cina nord‑orientale.</p>
<p>Tuttavia, il progetto ha incontrato sin dal principio delle difficoltà. Nel 2009 i negoziati si sono arenati a causa di disaccordi sui prezzi del gas, anche perché la Cina disponeva già di fonti di approvvigionamento alternative attraverso l&#8217;Asia centrale e si serviva di importazioni di gas naturale liquefatto (GNL). Nel 2013 Russia e Cina hanno spostato la loro attenzione su un percorso diverso: il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina, gasdotto entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. In seguito il progetto venne ripreso nel 2014, nuovamente rinviato nel 2015, riconsiderato in seguito al deterioramento delle relazioni tra Russia ed Europa, e formalmente studiato di nuovo in collaborazione con la Mongolia a partire dal 2021.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2022 la Mongolia ha annunciato il completamento dello studio di fattibilità e ha ipotizzato l&#8217;inizio dei lavori di costruzione nel 2024, anno in cui il progetto entrò in una nuova fase di congelamento poiché il governo mongolo lo escluse dal suo piano di sviluppo nazionale fino al 2028, lasciando intendere chiaramente che i negoziati tra Mosca e Pechino non si erano conclusi. Il progresso più recente, tuttavia, è stato raggiunto nel settembre 2025 quando sia la Cina sia la Russia hanno firmato un memorandum legalmente vincolante per dare un impulso concreto alla costruzione del gasdotto, lasciando dunque intendere un allentamento della posizione mongola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La riluttanza della Cina</strong></p>
<p>Alla base dei ritardi c’è una realtà fondamentale che si può formulare nel seguente modo: la Cina non ha un urgente bisogno del gasdotto, la Russia sì. Questa asimmetria caratterizza quasi ogni negoziazione relativa al PoS-2. Uno dei principali punti critici riguarda il prezzo del gas russo. Secondo diverse fonti, durante le negoziazioni la Cina ha spinto per prezzi particolarmente ridotti, fino a circa 60 dollari per 1.000 metri cubi, un prezzo nettamente inferiore a circa 260 dollari per 1.000 metri cubi previsto dal contratto del Power of Siberia 1.</p>
<p>Per Mosca, accettare tali condizioni comprometterebbe la redditività del reindirizzamento delle esportazioni di gas dall’Europa. Per Pechino, tuttavia, la pazienza rappresenta un vantaggio strategico. La Cina, infatti, possiede già un portafoglio energetico altamente diversificato che permette al paese il lusso di poter negoziare ed eventualmente rimandare la realizzazione del progetto. Tra le fonti di approvvigionamento si possono enumerare il gasdotto dell’Asia centrale, le importazioni di GNL da Qatar, Australia e, storicamente, dagli Stati Uniti, la produzione interna, l’espansione delle energie rinnovabili e la crescente capacità nucleare.</p>
<p>Tuttavia, anche sul fronte russo le esportazioni di gas attraverso il PoS-2 hanno continuato a crescere rapidamente. Questo riflette la più ampia strategia di Mosca di costruire un asse energetico eurasiatico incentrato su Russia, Cina, Asia centrale e infrastrutture di gasdotti continentali. Ma questo cambiamento di rotta comporta anche una debolezza strutturale: il fatto che la Russia abbia più bisogno del mercato cinese rispetto a quanto la Cina abbia bisogno del gas russo conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il fattore Iran: una nuova variabile geopolitica</strong></p>
<p>Uno degli sviluppi recenti più interessanti che riguardano il PoS-2 riguarda l&#8217;instabilità che circonda l&#8217;Iran e le rotte energetiche mediorientali. Il gasdotto si interseca sempre più con le preoccupazioni della Cina in merito alla vulnerabilità marittima. Le recenti tensioni con l&#8217;Iran hanno infatti acuito i problemi derivanti dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz, dai rischi di sanzioni, dai punti di strozzatura marittimi nonché da una più ampia instabilità che colpisce le esportazioni energetiche mediorientali. E non dimentichiamoci che la Cina dipende fortemente dall&#8217;energia importata, incluso il petrolio iraniano a prezzi scontati. Di conseguenza, l´instabilità delle rotte marittime, offrirebbe a Pechino maggiori incentivi a garantire corridoi energetici terrestri al riparo da eventuali interruzioni navali. Ciò andrebbe a diretto vantaggio di progetti come il PoS-2.</p>
<p>Una tale situazione produce tre possibili scenari geopolitici e un quarto meno evidente. Il primo scenario riguarda un potenziale blocco energetico continentale. Se l&#8217;instabilità intorno all&#8217;Iran persistesse o peggiorasse, la Cina potrebbe accelerare gli sforzi per costruire una rete energetica continentale attraverso l&#8217;Eurasia. In questo scenario il gasdotto russo acquisirebbe un valore strategico, la dipendenza dal trasporto marittimo diminuirebbe e i corridoi terrestri eurasiatici acquisirebbero importanza geopolitica. Il PoS-2 entrerebbe dunque a far parte di un sistema terrestre più ampio che collegherebbe: Russia, Asia Centrale, Mongolia, e Cina, allineandosi strettamente con la strategia cinese della Nuova Via della Seta.</p>
<p>Il secondo scenario riguarda la possibilità che il mercato cinese sia favorevole agli acquirenti. Tale scenario, probabilmente più realistico, prevede che la Cina continui a temporeggiare, sfruttando l&#8217;incertezza geopolitica per ottenere condizioni migliori da Mosca. In questo modello il gasdotto verrà infine costruito ma a prezzi cinesi estremamente favorevoli e con la Russia che diventerà sempre più dipendente dalla domanda cinese.</p>
<p>Il terzo scenario riguarderebbe la ripresa energetica iraniana. Ciò comporterebbe che l&#8217;Iran normalizzi le relazioni con l&#8217;Occidente e riemerga come uno dei principali esportatori di gas. Poiché l&#8217;Iran possiede alcune delle maggiori riserve di gas al mondo, la ripresa delle esportazioni iraniane potrebbe indebolire l&#8217;importanza strategica del gas russo. In tal caso, la Cina acquisirebbe un altro importante fornitore e potrebbe ritardare ulteriormente la costruzione del PoS-2, rinegoziarne i termini o ridurre i volumi previsti.</p>
<p>Infine, lo scenario nascosto riguarda un&#8217;incertezza strutturale spesso trascurata: la domanda di gas a lungo termine della Cina potrebbe indebolirsi. Massicci investimenti in energie rinnovabili, energia nucleare, elettrificazione e idrogeno potrebbero ridurre la necessità di nuovi giganteschi sistemi di gasdotti negli anni 2030. Se ciò si verificasse, le ambizioni di esportazione sia della Russia che dell&#8217;Iran potrebbero subire forti limitazioni.</p>
<p>Da quanto descritto sopra, si evince che il PoS-2 non è semplicemente un progetto infrastrutturale energetico ma rappresenta una possibile trasformazione della geopolitica eurasiatica. Infatti, se completato, il gasdotto rafforzerebbe l&#8217;interdipendenza strategica tra Russia e Cina, accelererebbe il riorientamento della Russia verso l&#8217;esterno, consoliderebbe i corridoi commerciali continentali eurasiatici, ridurrebbe la vulnerabilità della Cina ai punti di strozzatura marittimi e potenzialmente indebolirebbe l&#8217;influenza occidentale sui flussi energetici globali. Dal punto di vista occidentale, il progetto potrebbe anche ridurre la futura domanda cinese di GNL, con potenziali ripercussioni su esportatori come gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, tuttavia, il progetto evidenzia un&#8217;asimmetria più profonda poiché la Cina controlla i tempi e al momento gode di diverse opzioni come analizzato precedentemente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>A quasi vent&#8217;anni dall&#8217;inizio delle prime discussioni, il PoS-2 rimane incompiuto, eppure ha già trasformato il panorama geopolitico. Il progetto ha ridefinito le dinamiche negoziali in tutta l&#8217;Eurasia ancor prima dell&#8217;inizio della costruzione, inducendo gli esportatori dell&#8217;Asia centrale ad adattarsi alla possibilità di una futura concorrenza russa, e la Russia a reindirizzare le sue esportazioni di gas dall&#8217; Europa verso l&#8217;Asia. Ma non solo, il gasdotto ridefinirebbe drasticamente anche il ruolo della Mongolia trasformandola in un attore di transito strategico, in equilibrio tra Russia, Cina e Occidente, Non si può dunque escludere che la Cina stia sfruttando l&#8217;incertezza per massimizzare la propria flessibilità strategica.</p>
<p>Del resto, il governo di Ulanbaator sa bene di occupare una delle posizioni geopolitiche più delicate al mondo: una democrazia vasta ma scarsamente popolata, incastonata tra due giganti storici, Russia e Cina. Da satellite dell&#8217;URSS, fortemente dipendente da Mosca a livello politico, militare ed economico a (forzato) partner commerciale della Cina, creando una nuova forma di dipendenza che molti mongoli guardano con diffidenza. Anche la memoria storica acuisce questo disagio: molti mongoli vivono nella regione cinese della Mongolia Interna, dove persistono preoccupazioni per l&#8217;assimilazione culturale, le restrizioni linguistiche e l&#8217;indebolimento dell&#8217;identità mongola acuite dalle politiche di Pechino attuate nel tempo. Di conseguenza, la Mongolia moderna si trova costantemente a dover bilanciare le necessità economiche con il timore di essere oscurata politicamente e culturalmente, perseguendo al contempo una politica di &#8220;terzo vicino&#8221; che mira a rafforzare i legami con paesi al di là dei suoi due potenti vicini.</p>
<p>Sembrerebbe dunque che il futuro del gasdotto dipenda in definitiva meno dall&#8217;ingegneria e più dalla geopolitica. L&#8217;instabilità iraniana, l&#8217;insicurezza marittima e l&#8217;evoluzione della transizione energetica cinese potrebbero influenzare la traiettoria del progetto. Ma la realtà centrale rimane invariata: la Russia ha bisogno del PoS-2 molto più della Cina e questa asimmetria spiega il motivo per cui il progetto continua a procedere lentamente nonostante la sua enorme importanza strategica. Il recentissimo incontro tra Putin e Xi avvenuto a Pechino il 20 Maggio, ha prolungato questo stallo in quanto nessuna decisione concreta è stata raggiunta al riguardo se non conclusioni generali. Pechino sembrerebbe infatti poco incline ad accettare determinate condizioni contrattuali riguardanti il prezzo del gas.</p>
<p>Per molti versi il PoS-2 simboleggia l&#8217;emergente ordine eurasiatico stesso: un continente sempre più connesso da infrastrutture e flussi energetici, ma anche plasmato da profonde asimmetrie di potere con il piatto della bilancia decisamente a favore della Cina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra le fonti consultate:</p>
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<p>Vostok Media (26.11.2019), «Сила Сибири» — сила прогресса и развития (Power of Siberia—forza del progresso e dello sviluppo). Disponibile al seguente link: <a href="https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980">https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (1.9.2014), Putin In Yakutsk To Inaugurate Construction Of Pipeline To China. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html">https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Diplomat (8.10.2025), China-Russia Asymmetry and the Power of Siberia 2 Agreement.</p>
<p>Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/">https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (21.8.2024), China In Eurasia Briefing: The Power of Siberia-2 Pipeline Hits A Snag In Mongolia. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html">https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Times of Central Asia (12.9.2025), The Power of Siberia 2 Project and Central Asia’s Gas Bargaining Power. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/">https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Laura Pennisi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/08/laura-pennisi.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/laura-pennisi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Laura Pennisi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista specializzata in studi sulla Russia, sul Caucaso, sull’Asia Centrale e sulla Grecia Moderna. Attualmente, svolge ricerche sulla propaganda russa attraverso i media. Vive a Malmö, in Svezia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-potrebbe-ridisegnare-gli-equilibri-energetici-eurasiatici/">Power of Siberia 2: il gasdotto che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici eurasiatici</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La grande battaglia dell’energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2022 14:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi ucraina ha provocato il caos nel mercato energetico, con un incremento del costo del petrolio, del gas, e del carbone, fino al doppio del loro valore precedente, e una corsa scomposta ad alternative di approvvigionamento. Questa situazione ha messo in risalto la necessità, evidente da decenni, di stabilire politiche di lungo termine, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi ucraina ha provocato il <em>caos</em> nel mercato energetico, con un incremento del costo del petrolio, del gas, e del carbone, fino al doppio del loro valore precedente, e una corsa scomposta ad alternative di approvvigionamento. Questa situazione ha messo in risalto la necessità, evidente da decenni, di stabilire politiche di lungo termine, in modo da guadagnare livelli di autonomia,<em> vis-à-vis</em> condizioni e variabili geostrategiche, e contribuire alla preservazione dell’equilibrio ambientale, con il superamento del modello fossile. Del resto, le penalizzazioni inflitte da Stati Uniti ed Europa contro la Russia, manterranno i prezzi alti e volatili per molto tempo, con conseguenze significative, fra gli altri, in termini di inflazione, per i cittadini europei e dei paesi poveri.</p>
<p>Nel contesto dato, si è ampliato l’interesse per il nucleare, che già procura il 25 per cento dell’elettricità nell’Unione Europea. A differenza di molte fonti rinnovabili, come quella solare ed eolica, grazie a questa tecnologia si possono, infatti, realizzare ingenti volumi senza squilibri stagionali. Tuttavia, una virata in tale direzione, nell’immediato, non affrancherebbe il continente. La Russia detiene quasi la metà della capacità globale di arricchimento dell’uranio e una grande fetta del mondo ne è dipendente per la generazione di energia. La stessa Europa è vincolata alla Russia, e i sui alleati Kazakhstan e Uzbekistan, per il 40 per cento del nucleare prodotto. Da questi tre proviene, anche, circa il 10 per cento del totale dell’elettricità degli Stati Uniti, equivalente al 50 per cento delle sue installazioni, ragione per cui Washington ha escluso l’uranio dalle sanzioni, dando ulteriore prova che l’operazione in atto per indebolire la Russia viene pagata, in larga misura, dalla cassa europea.</p>
<p>La Russia, inoltre, domina il campo della costruzione di centrali e delle esportazioni, in economie emergenti, a essa ormai legate per alcuni lustri, riguardo a materiali e servizi. Negli ultimi vent’anni, è diventata il primo fornitore e manutentore per reattori, includendo aspetti finanziari e di formazione del personale. Dal 2000, ha firmato accordi bilaterali di cooperazione con 47 nazioni, sta fabbricando impianti in Bangladesh, Bielorussia, e Turchia, ed è coinvolta in progetti importanti in Africa, Asia, Medio Oriente e Sudamerica. Washington e i suoi alleati si sono dimostrati pronti a usare ogni mezzo per vincere la lotta intrapresa contro l’egemonia energetica della Russia. Basti pensare che i mercati, anticipando future restrizioni al nickel russo, indispensabile per le batterie dei veicoli elettrici, hanno fatto volare il prezzo alle stelle. E pur se l’obiettivo dovesse essere raggiunto, la Cina, affacciatasi con assertività nello scenario, si appresta a occupare la seconda posizione nel <em>gotha</em> nucleare. Non a caso, l’amministrazione americana, dal 2021, ha dato inizio a una tattica sanzionatoria, a partire dal settore privato cinese di energia solare.</p>
<p>La superiorità sino-russa potrebbe, invece, essere superata con lo sviluppo di una solida concorrenza, a fronte di una domanda crescente, e parte di un’agenda condivisa sul clima. Nondimeno, le visioni in Europa sono discordi e contraddittorie. Da un lato, il Regno Unito ha optato per il nucleare, all’indomani della seconda guerra mondiale, con il fine di sostenere il settore industriale; la Francia e la Svezia, in seguito all’<em>embargo</em> del petrolio degli anni settanta, hanno investito in infrastruttura, per ridurre la loro subordinazione al Medio Oriente; e il Belgio si è, di recente, impegnato a puntare su questo tipo di energia. Dall’altro, l’Italia, dall’essere, nel 1966, la terza potenza elettronucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, con i due <em>referendum</em> del 1987, vi ha messo fine, impiegando combustibili fossili per oltre la metà del proprio fabbisogno e, al contempo, acquisendo quote di energia nucleare; la Finlandia ha sciolto un contratto con la Russia per un termopropulsore di 1.200 megawatt senza un piano alternativo; e la Germania fermerà le ultime tre centrali, entro la fine dell’anno, sebbene abbia acquistato dalla Russia 10 mila miliardi di euro di energia fossile dall’inizio del conflitto.</p>
<p>Per di più, la pressione di Washington si è intensificata. La Romania ha disdetto una collaborazione favorevole per due reattori con la Cina. La Repubblica Ceca ha escluso da una gara d’appalto internazionale la Russia e la Cina a processo avviato, cambiando le regole stabilite e contro il proprio interesse economico. Il Regno Unito sta cercando di estromettere gli investitori cinesi da un programma nucleare avviato. Una società statunitense, cofinanziata da Bill Gates, ha dovuto cancellare un progetto di sperimentazione in Cina, a causa dei divieti commerciali imposti dal proprio governo. Nonostante ciò, l’industria nucleare occidentale è rimasta in stallo e le compagnie europee e americane si trovano in difficoltà nel trovare alternative adeguate all’offerta russa e cinese. Per mettersi alla pari, si dovrebbero svecchiare le strategie energetiche, iniettare risorse nella capacità manifatturiera della catena del <em>supply</em>, e immettere nuove tecnologie nel circuito internazionale. L’operazione non è né facile né priva di oneri, ma l’innovazione derivata rappresenterebbe una sfera di competizione virtuosa, rispetto alla coercizione geopolitica, la distorsione del libero mercato e il confronto bellico.</p>
<p>La grande battaglia per l’energia ha un suo foco nevralgico nel territorio oggetto dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica, e a traino dell’Unione Europea, ovvero nell’area di influenza della ex-Unione Sovietica. Tutti i paesi a ovest della Russia, tranne la Bielorussia e l’Ucraina, sono diventati membri della Nato, che è arrivata a sembrare un apparato offensivo, in cambio di un meccanismo di stabilizzazione. Il prolungamento delle ostilità in Ucraina, intanto che miete vite, distrugge l’economia nazionale e impoverisce le famiglie europee, arricchisce gli Stati Uniti, con l’aumento delle esportazioni di gas &#8211; il paese era alla ricerca di compratori &#8211; e dei profitti del complesso industriale militare, il rafforzamento del dollaro e l’attrazione di capitali, nonché l’ampliamento della vendita, in Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovenia, di sistemi modulari o grandi reattori, delle statunitensi NuScale Power, Exelon e Westinghouse. In aggiunta, ad aprile, il dipartimento di stato ha annunciato che metterà a disposizione aiuti alla Latvia per montare una logistica nucleare, così come era stato fatto per l’Ucraina, allo scopo di separarla dalla distribuzione russa di gas naturale.</p>
<p>Mentre la tendenza, sulla spinta della politica estera americana, si muove verso un isolazionismo energetico, per blocchi da guerra fredda, la lezione appresa sinora è che i moderni assetti di produzione sono complessi e interconnessi, in special maniera quelli che utilizzano minerali critici, non presenti con uniformità intorno al globo. La strada dell’autocrazia in questo ambito non è praticabile e, piuttosto, dovrebbe essere promossa un’interdipendenza funzionale ed efficace, a favore del pianeta. In questo senso, il patto energetico globale coinciderebbe con una tregua, vicina alla pace.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-grande-battaglia-dellenergia/">La grande battaglia dell’energia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La mediazione turca in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 16:26:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo, la Turchia nutre l’ambizione di affermarsi come un potere globale indipendente e ha identificato un’opportunità nella mediazione per il superamento del conflitto armato fra la Russia, gli Stati Uniti, e i paesi allineati con questi ultimi, che sta avendo luogo in Ucraina. La retorica, costruita a misura dell’opinione pubblica americana e i membri del congresso, secondo la quale sarebbe un baluardo per frenare Mosca, non risponde a verità. Ankara non ha alcuna intenzione di assumere le funzioni di sentinella del fianco sud orientale dell’alleanza atlantica e, a differenza di quanto avvenuto nel corso della guerra fredda del secolo passato, coltiva un’agenda autonoma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa intenzione prende le mosse dalla concezione del presidente Recep Tayyip Erdoğan e il suo partito del diritto sovrano della Turchia a difendersi da minacce, come il separatismo curdo sul territorio nazionale e in Siria, e perseguire interessi strategici, seppure in contrasto con i propri supposti principali alleati, Stati Uniti e Unione Europea (UE), nei confronti dei quali, peraltro, si è venuto accumulando un risentimento che ne ha inasprito i rapporti. La miscela di aspirazioni e frustrazioni, maturata negli anni, fra cui la fallita annessione all’UE, ha implicato un accostamento a Vladimir Putin, malgrado un percorso accidentato, riguardo a Siria, Libia, e Nagorno-Karabakh. L’intervento della Russia in Siria aveva, infatti, introdotto tensioni fra i due paesi. Nel novembre del 2015, la Turchia aveva abbattuto un caccia russo e l’episodio palesò il fantasma del primo confronto della storia tra un membro della Nato e il Cremlino. Si diede una riconciliazione, nel 2016, in seguito al deterioramento del vincolo fra la Turchia e gli Stati Uniti per il loro appoggio alle milizie curde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mosca fu, inoltre, la capitale straniera che Erdoğan visitò, in cerca di sostegno politico, all’indomani del fallito colpo di stato, contro il suo governo. In quell’occasione, si scusò per l’incidente e offrì compensazione alla famiglia del pilota che aveva perso la vita. La collaborazione che ne seguì condusse all’espansione degli scambi bilaterali e, nel 2017, all’acquisto, per 2.5 miliardi di dollari, dei missili terra-aria S-400, costato sanzioni da parte degli Stati Uniti, ricatti di espulsione dall’Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (Nato, per la sigla in inglese) &#8211; eventualità peraltro non prevista dallo statuto -, e un questionamento generalizzato in merito al suo orientamento negli affari esteri. Se nel 1952, dopo aver combattuto al fianco degli americani nella guerra di Corea, la Turchia si era unita alla Nato, per paura di interferenze del Cremlino nella gestione delle vie strategiche di comunicazione del Bosforo e dei Dardanelli, la prospettiva di sistemi russi integrati alla struttura di difesa della Nato venne percepita come un voltafaccia e una pesante sfida.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo qualche mese fa, Erdoğan era isolato sul piano internazionale. Negli ultimi due anni, aveva sfidato Cipro e la Grecia, ricattato l’Europa sui flussi dei rifugiati siriani, ed era entrato in collisione con la Francia sulla Libia. In Medio Oriente, aveva mantenuto relazioni difficili, persino ostili, con Arabia Saudita, Egitto e Israele, al punto da suscitare inedite coalizioni per tenerle testa. Nel 2021, nel mezzo del crollo monetario e un serio disagio sociale, il presidente annaspava per riparare i danni di un atteggiamento inutilmente aggressivo. Malgrado tutto, la Turchia ha sempre tratto beneficio da una Washington incline a soprassederne gli eccessi, in base a valutazioni geopolitiche. Joe Biden l’aveva per lo più ignorata, con qualche punta di occasionale criticismo, ma la crisi ucraina le ha offerto un trampolino per il rilancio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come ci ha abituati Erdoğan, si sono manifestati segni opposti. Da un lato, il riconoscimento dell’indipendenza di Kiev, e la chiusura dello stretto del Bosforo, erano stati la prova tangibile del fatto che la Turchia restasse un componente fondamentale della sicurezza occidentale. Una compagnia privata, di proprietà del figlio, nel 2019, aveva cominciato a vendere all’Ucraina i droni d’attacco, Bayraktar TB2, di fabbricazione turca, i più economici tra quelli disponibili sul mercato, la cui efficacia ha sorpreso gli analisti militari. Dall’altro lato, non sono state imposte sanzioni alla Russia e lo spazio aereo è rimasto aperto. Tuttavia, proprio l’ambivalenza di questa narrativa, non tutta pro Ucraina o anti Putin, offre margine alla possibilità di ritagliarsi un profilo. Sarà da vedere se riuscirà a replicare la scommessa vinta fra il 2005 e il 2011, quando sovrintese le negoziazioni fra Siria e Israele, dispiegò forze di <em>peacekeeping</em> in Libano, cercò di sbilanciare la presenza dell’Iran in Siria, e fece leva sul proprio peso economico per tessere buoni legami con i paesi della regione, con un ruolo costruttivo e senza generare timori negli alleati della Nato. Nel 2020, la Turchia ebbe anche una partecipazione negli accordi con i talebani in Afghanistan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I critici hanno etichettato l’iniziativa alla stregua di una rincorsa di nazioni come Germania, Francia e Regno Unito, o il tentativo di estromettere dal panorama Israele, propostosi nella stessa veste, o di celare la propria reale attitudine, tenendo in conto che la Turchia ha bisogno del Cremlino per condurre operazioni militari in Siria, considerate vitali. Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che Erdoğan è in grado di apportare al processo, ovvero la sua speciale interlocuzione con Putin. Pochi capi di stato, a eccezione di Benjamin Netanyahu, hanno trascorso con lui più tempo del presidente turco, e persino a fronte di profonde differenze hanno saputo concertare azioni complesse. Non solo ha una connessione positiva con Mosca e Kiev, ma può facilitare un canale sia con Washington sia con Bruxelles, un punto chiaro a Volodymyr Zelenskyy, il quale ha discusso le garanzie per l’Ucraina con Erdoğan prima della sua ultima visita a Mosca. Un avvicinamento era già avvenuto all’inizio dei combattimenti e un’importante riunione si è concretato ad Antalya. Il tavolo avviato a Istanbul, dopo l’insuccesso dell’esperimento in Bielorussia, ha senso da diversi punti di vista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Turchia si trova in una condizione unica e privilegiata: è rispettata per l’amministrazione delle infrastrutture geostrategiche nell’area del Mar Nero e l’esperienza acquisita in trattative delicate nel Caucaso e in Medio Oriente la rendono credibile come mediatrice. C’è molto in gioco per il paese rispetto al negoziato. In primo luogo, il miglioramento delle relazioni con l’Occidente che sembra ora aperto alla distensione. In secondo, l’eventualità di ricavarsi un posto di rilievo nella risoluzione di questioni nodali in altre zone di instabilità, fra cui Serbia, Bosnia e Herzegovina, e Afghanistan. Se la Turchia dovesse riuscire nell’intento, avrebbe un guadagno netto in <em>status</em>. Dopo la ronda di marzo, nonostante gli sforzi della Turchia, non è ancora stata identificata una data per un incontro fra Zelensky e Putin. Il ministro degli affari esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che alcune nazioni della Nato si stanno impegnando per prolungare il conflitto, invece di trovarne un’uscita, e che l’interesse apparentato per le sorti degli ucraini è solo cosmetico, quando in realtà si sta incrementando la violenza con il fine di debilitare la Russia nel lungo termine. Le recenti affermazioni pubbliche del segretario di stato americano, Antony Blinken, e del segretario della difesa, Lloyd Austin, nel merito, sembrerebbero confermare tale lettura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cavusoglu è dell’opinione che le sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea non favoriscano il clima necessario al dialogo, sebbene la Turchia continuerà i contatti diplomatici su entrambi i fronti, definendo il proprio lavoro imprescindibile, visto l’irrigidirsi di determinate posizioni. La <em>first lady</em>, Emine Erdoğan, dal canto suo, ha rilasciato interviste sottolineando l’importanza del <em>soft power</em> per garantire una pace permanente e sostenibile nel mondo, così come il coinvolgimento attivo di paesi che non facciano parte del gruppo dei vincitori della seconda guerra mondiale, criticando la struttura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’efficacia dell’organizzazione che, per ammissione dello stesso segretario generale, António Guterres, ha fallito nel prevenire lo scoppio delle ostilità. La Turchia pare procedere con determinazione e una certa libertà di pensiero, ma spesso ci ha sorpreso con cambi di scena imprevisti e decisioni temerarie. Passi quel che passi, il filo conduttore del suo azionare si snoderà all’interno del nazionalismo turco e la stabilità di Erdoğan.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
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