Le alture del Golan, una scuola di geopolitica

Le alture del Golan sono un altopiano roccioso, a nord-est di Israele, fra i 1.000 e i 1.200 metri di altezza, con una superficie totale di circa 1.800 chilometri quadrati. Delimitate dal monte Hermon a nord, dal fiume Yarmuk a sud, da un suo ramo stagionale e colline degradanti a est, e dal fiume Giordano e dal mare di Galilea a ovest, sono di enorme calibro strategico-militare, in quanto forniscono un ampio dominio visivo su Israele, Siria, Giordania, e Libano. Appartengono de iure alla Siria e de facto a Israele. Leggi tutto

La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Possibili scenari del ritiro americano dalla Siria

Nonostante l’annuncio iniziale del ritiro americano dalla Siria sia stato rettificato – specificando che avverrà solo alla completa sconfitta dell’Isis, e con garanzie da parte turca del rispetto degli alleati curdi, la risoluzione spalanca uno scenario, in cui le cause del conflitto rimangono irrisolte, e il pericolo di un’instabilità permanente non è da escludere. Intanto, domenica scorsa, l’unità arabo-curda delle forze siriane democratiche ha sferrato la terza offensiva all’ultima roccaforte dell’Isis nel paese, dalla ripresa della battaglia, dopo l’evacuazione delle famiglie dei miliziani e i soldati arresi, e nella giornata di ieri, la risposta da al-Bagouz ha preso la forma di attacchi suicidi.  Il comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso notizie, secondo le quali, interviste realizzate sia acivili, sia a foreign fighters, nei campi di raccolta, hanno rilevato atteggiamenti di estrema, irriducibile, e impenitenteradicalizzazione, e l’intenzione di tornare a insorgere nel momento propizio. Fonti della stampa internazionale hanno confermato le informazioni, riportando reazioni virulente all’indirizzo di reporter e fotografi, con minacce di nuove conquiste del califfato.

Gli Stati Uniti intendono concentrare sforzi e risorse su obiettivi che ritengono vitali come lo scontro, su molteplici fronti da seconda guerra fredda, con Cina e Russia. Tuttavia, nella situazione data, è con quest’ultima che paradossalmente dovrà dialogare. Le truppe americane sono stanziate nella zona orientale, che occupa un terzo della Siria, dove sono concentrate le principali riserve di acqua, petrolio e grano, e la produzione di energia elettrica. Abbandonare questo avamposto significa rinunciare all’influenza sulle trattative riguardo al futuro assetto del paese. Inoltre, un’eventuale rimonta dell’Isis, che ha riparato nella valle dell’Eufrate e le aree attigue dell’Iraq occidentale, sarebbe letale per gli interessi degli Stati Uniti, così come un ulteriore ampliamento della rete sostenuta dall’Iran; eventi che potrebbero essere innescati dal vuoto lasciato.

La repubblica islamica iraniana, che a febbraio ha compiuto quarant’anni, ha coltivato legami con gruppi sciiti in nazioni considerate di fondamentale importanza per la propria salvaguardia: Afghanistan, Libano, Pakistan, Siria e Yemen, per citarne alcune. La strategia prevede la collaborazione con attori armati non statali, che l’Iran addestra ed equipaggia, e mobilizza in diversi teatri, per avversare nemici e aumentare la sfera di influsso regionale, superando l’inferiorità militare convenzionale e minimizzando i costi degli interventi. L’espansione dei combattenti finanziati dall’Iran è stata frenata in Iraq dalla permanenza statunitense dal 2003 al 2011.  Ma mentre l’Iran appare determinato ad apparire come un fattore di stabilizzazione, dove gli americani hanno ridotto i contingenti – è impegnato a osteggiare l’Isis in Afghanistan, gli Stati Uniti lanciano segnali che appaiono irrazionali a confederati e antagonisti.

Una riduzione della sicurezza potrebbe far riemergere l’Isis, smembrare le forze siriane democratiche, tra la componente sunnita e quella fedele al presidente Bashar al-Assad, intensificare le provocazioni iraniane e israelite, con un alto rischio di incidentie degenerazione in una contrapposizione aperta, o riaccendere la belligeranza turca nei confronti dei curdi. Tehran continua ad accumulare riserve missilistiche a ovest della Siria e rappresenta una sfida per Israele. Con una smobilitazione statunitense, estenderebbe l’accesso al confine siriano-iracheno per il trasporto sicuro di armamenti e uomini fra Baghdad e Damasco e troverebbe la via libera sulla frontiera siriano-giordana, orapiantonata dall’esercito americano. Ankara, dal canto suo, non ha la capacità di affrontare l’Isis nel lontano sud della Siria e il proposito sarebbe sempre subordinato all’azione di contenimento dei curdi nel nord-est.

L’unica opzione, quindi, per non lasciare il destino della Siria nelle mani di Tehran e di Ankara, è quella di assicurarsi l’appoggio di Mosca. Alla Russia non conviene vedere ritardata l’esecuzione degli aiuti internazionali per la ricostruzione della Siria. Alla pari degli Stati Uniti, non vuole avere a che fare con un nuovo focolaio dell’Isis, ed ha già installato unità speciali e servizi privati, nella valle dell’Eufrate.  Soprattutto, è intenzionata a prevenire maggiori ostilità fra Iran e Israele, che sminuirebbero i risultati della campagna in Siria e il proprio status di superpotenza. Non da meno, lo stesso Israele, così come la Giordania e le monarchie del Golfo, contano sull’azione di Mosca. La Russia dovrebbe, però, impegnarsi a contenere l’Iran a est, e tenere gli hezbollah lontani dala Giordania, anche se il suo vantaggio geopolitico, questa volta al contrario degli Stati Uniti, non è quello di controllare tutta la Siria, e ha un peso relativo sulle decisioni di Tehran e sulla volatilità di Ankara.

La valutazione di fondo è che il ripiego americano sia tutto sommato una pessima idea. Le guerre finiscono per un superiore uso della forza o per un progressivo logoramento, o ancora per l’effetto di negoziazioni. Il conflitto siriano lascia intravedere almeno due di queste condizioni, ma una finestra per la terza si preannuncia breve e colma di insidie. In un pantano di questa portata, non si può prescindere da una cooperazione diplomatica e sul terreno di Stati Uniti e Russia.

 

Stati Uniti, Russia, Cina e l’effetto domino della corsa al nucleare

Ci sono avvenimenti che segnano il passo della geopolitica mondiale. Il ritiro degli Stati Uniti, e poi della Russia, dal trattato firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev (Nfl per la sigla inglese), che proibisce i missili nucleari a raggio intermedio, è uno di questi. L’accordo mise fine alla vicenda degli Ss-20 sovietici, che intimidivano l’Europa, e gli Irbm Pershing-2 e i Bgm-109 Tomahawk statunitensi, puntati sull’Unione Sovietica dalla Germania ovest, grazie allo smaltimento di circa 2.700 unità con una gittata fra le 300 e le 3.400 miglia, che condusse a una maggiore stabilità nel vecchio continente. Nonostante il suo valore per la conclusione della guerra fredda, e la protezione degli amici degli americani in Europa negli anni posteriori, il Nfl non assicura il controllo universale dei missili messi al bando, soprattutto considerata l’ascesa di nuove superpotenze e potenze regionali.
Secondo dati presentati al congresso degli Stati Uniti nel 2017, il 95 per cento della forza missilistica della. Cina violerebbe il trattato, se questo paese ne facesse parte. Al di là delle accuse rivolte a Mosca in merito all’equipaggiamento di battaglioni con gli Ssc-8 e la sperimentazione del sistema 9M729, controbilanciate da quelle indirizzate a Washington per l’esteso programma di droni – tutti nella stessa categoria del Nfl, quel che è certo è che l’arsenale cinese rende inattuabile alle navi da guerra americane l’avvicinamento alla costa, mettendo gli Stati Uniti in una condizione di svantaggio nel Pacifico, a meno di piazzare missili terrestri a medio raggio in Giappone e nelle Filippine. Non a caso Tokyo si è opposta di immediato alla posizione americana. La rottura del Nfl sancisce in via definitiva il riconoscimento di una partita a tre.
Stati Uniti, Russia, e Cina, possono colpire con un missile qualsiasi luogo della terra. Regno Unito e Francia sono grandi eminenze nucleari che siedono al consiglio di sicurezza. La Corea del Nord ha aumentato la gittata missilistica e test dimostrano che potrebbero ledere gli Stati Uniti e circa metà del pianeta. Altri stati hanno lavorato con alacrità per migliorare la precisione e la portata dei propri missili: Israele, India, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Corea del Sud, e Taiwan. L’investimento è spesso dettato dal tentativo di mettere in guardia gli avversari limitrofi, sebbene gli effetti siano globali e il rischio che gli armamenti cadano in mano a gruppi terroristici è reale. Il Pakistan è attrezzato per attaccare abbondantemente l’India; quest’ultima, dal canto suo, è in grado non solo di penetrare ovunque in Pakistan, ma anche in quasi tutta la Cina; Arabia Saudita e Israele, invece, è dal 1990 che sono preparati a bombardare l’intero territorio dell’Iran, ma questo potrebbe fare altrettanto con entrambi.
Nonostante gli sforzi per prevenire la proliferazione dei mezzi di distruzione di massa, nella pratica non è fattibile arrestare il commercio di piccoli componenti e la mobilità degli esperti. L’acquisizione di un unico pezzo fisico, o quella di disegni, comporta avanzamenti di enorme rilevanza nella produzione di varianti o famiglie che vengono poi vendute ad altre nazioni, le quali a loro volta generano ulteriori versioni. In questo modo, la Corea del Nord è arrivata alla produzione di missili intercontinentali, e un aumento di capacità da 745 a 8 mila miglia, in soli venti anni, dalla prima modifica di uno Scud, creato nel 1950 nell’Unione Sovietica. Inoltre, si è sempre collaborato nel trasferimento di informazioni strategiche: l’India con la Russia, il Pakistan con la Cina, la Corea del Nord con l’Iran, seguendo la linea di storiche intese geopolitiche.
La Russia ha sviluppato missili ipersonici, che saranno in dotazione nel 2022, dai quali al momento gli Stati Uniti non si possono difendere. Sono dispositivi che viaggiano a velocità sostenuta otto-dieci volte quella del suono, trasportano testate convenzionali e nucleari e sono atti a centrare sia bersagli navali sia di terra. La loro andatura riduce i tempi di reazione e l’efficacia degli apparati di difesa e l’altitudine ne limita le probabilità di abbattimento, in aggiunta, la traiettoria non è prevedile e hanno un’alta manovrabilità, combinando caratteristiche dei missili balistici e dei missili Cruise. La Cina è in possesso della stessa tecnologia e in alcune aree, incluso lo spazio cibernetico, ha già ottenuto la leadership. Pechino, che sarà pronta nel 2025, ha dichiarato di volerne fare uso nel caso di una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan, o di un intervento esterno a tale scopo, alludendo agli Stati Uniti. E il transito da Russia o Cina all’Iran è a un passo.
L’effetto domino è stato innescato. Gli Stati Uniti in risposta hanno firmato due contratti da 928 e 480 milioni di dollari con la società Lockheed Martin – azienda del settore dell’ingegneria aerospaziale e della difesa e maggior contraente militare degli Stati Uniti, per la costruzione di prototipi di sensori spaziali per individuare i missili a lunga gittata, e laser e droni per la loro distruzione poco dopo il lancio, nello scenario della guerra lampo. Rimane da vedere quella che sarà nel medio e lungo termine la visione dell’Unione Europea riguardo alla propria difesa. Gli alleati hanno tentato di far desistere Trump, ma la sua decisione ha demolito quello che era considerato il pilastro dell’architettura della sicurezza europea, e giunge in una congiuntura in cui le tensioni fra Russia e Nato vanno ampliandosi e la Russia ha istallato missili Iskander, armabili con testate nucleari, nel suo exclave di Kaliningrad, a tiro di Polonia, Lituania, Latvia, Estonia e Svezia.

Yemen, cinque riflessioni e una conclusione preliminare

Uno. La guerra in Yemen – catastrofe i cui numeri sono stati ben illustrati dai mass media, è un disastro per gli interessi di sauditi e americani. L’errore strategico è stato di tale portata da aver prodotto proprio quei risultati che intendeva scongiurare. La minoranza houti ha sviluppato una maturità bellica superiore a quella che aveva all’inizio degli scontri. L’influenza iraniana si è estesa nella regione e l’asse fra houti ed hezbollah libanesi si è rafforzato. Per quattro anni l’Arabia Saudita ha annunciato che la vittoria fosse imminente con un progressivo calo di credibilità.

Due. Il conflitto palesa enormi complessità sia interne sia esterne e i colloqui per una tregua bilaterale stanno prendendo troppo tempo per una popolazione allo stremo. La risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che impone agli houti una resa incondizionata, non è realistica, considerata la porzione di territorio da loro controllata, e il fatto che una riconciliazione duratura richiede una definizione negoziata. Il panorama è complicato da un movimento separatista attivo dal 1990 e l’esistenza di cellule di al-Qaeda e dell’Isis che hanno occupato aree da cui sono stati sferrati attacchi mortali. Anzitutto, lo Yemen è geo-politicamente importante in quanto collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, per il quale passa gran parte del trasporto mondiale del petrolio.

Tre. Gli sforzi delle Nazioni Unite vertono, fra gli altri, sul tema della leadership. Il presidente dello Yemen, Abd-Rabbu Mansour Hadi, inviso e malato, è considerato rimpiazzabile dagli attori in gioco. Tuttavia, oggi l’unico possibile candidato tecnico per la successione, il generale Ali Mohsen, non gode né della fiducia degli houti né di quella degli Emirati Arabi Uniti, ragguardevole membro della coalizione saudita in Yemen. Gli houti non hanno dimenticato le brutali incursioni, guidate dal generale fra il 2004 e il 2009; mentre gli Emirati non possono ignorare il suo vincolo alla Fratellanza Islamica, di cui sono strenui oppositori. Senza un sostituto autorevole, che sappia guadagnarsi il sostegno di un ampio spettro della cittadinanza, nonché dei “paesi amici”, al tavolo della pace rimane scoperto il posto chiave.

Quattro. Nel vuoto lasciato dal mancato scioglimento dei dissidi si è installata la Russia come potenziale mediatore. Il ministro degli affari esteri Sergei Lavrov ha dichiarato la disponibilità a contribuire cosicché la situazione transiti da uno scenario di contrasto a uno politico. In concreto, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del consiglio di sicurezza sullo Yemen che i critici hanno definito troppo severa con Iran e houti e troppo favorevole alla coalizione saudita. L’intraprendenza russa è indicativa di un cambio degli equilibri di potere in medio oriente, Siria docet.

Cinque. Le potenze occidentali che alimentano il conflitto, Stati Uniti e Regno Unito, si sono sottratte alle proprie responsabilità. Trump ha protetto il principe ereditario Mohammad bin Salman persino davanti all’evidenza del suo coinvolgimento nell’uccisione del giornalista Khashoggi – va comunque ricordato che l’assistenza militare fu instradata da Obama, con intelligence, forniture missilistiche e pezzi di ricambio per la forza aerea per miliardi di dollari. Il Regno Unito ha persino boicottato le investigazioni dell’Onu sui crimini di guerra in Yemen. Ciò nonostante, il congresso americano, a guida democratica dopo le elezioni di medio termine, è intenzionato ad adottare azioni punitive contro l’intervento dell’Arabia Saudita. E da ottobre dell’anno appena concluso, si era già mosso l’esecutivo. Il segretario di stato, Mike Pompeo, e l’ex segretario alla difesa, James Mattis, si sono adoperati affinché le fazioni interloquiscano e, a novembre, hanno bloccato il programma di rifornimento in volo dei caccia della coalizione. D’altra parte, l’Arabia Saudita e i suoi alleati accetteranno la pacificazione solo nel momento in cui gli Stati Uniti interromperanno la collaborazione necessaria a mantenere in funzione l’apparato offensivo ed è in dubbio che l’amministrazione Trump sia disposta a patrocinare la contesa a tempo indeterminato.

L’opzione ideale sarebbe un ritiro unilaterale dell’Arabia Saudita, su sollecitazione di Trump. Questa iniziativa in prima istanza allevierebbe le sofferenze dei civili, sfiderebbe houti e iraniani ad agire di conseguenza, e darebbe quindi un impulso serio al dialogo. L’idea può apparire scapigliata vis-à-vis l’impunità dei sauditi e il progetto statunitense che li vede al centro della questione mediorientale, nonché l’aggressività di entrambi gli alleati verso l’Iran. Nondimeno, la guerra in Yemen, che nell’attualità non può essere vinta da alcuno, e potrebbe protrarsi per un numero indefinito di anni, costa al governo dell’Arabia Saudita intorno ai 6-7 miliardi di dollari al mese, oltre a un grave danno di immagine internazionale, in una fase in cui si pretende lanciare un’inedita visione economica e sociale; e Trump, in difficoltà sul terreno domestico, sta subendo forti pressioni dal congresso e l’opinione pubblica per mettere fine alla peggiore crisi umanitaria che il mondo abbia mai visto. Dal canto loro, gli houti, con il prolungarsi delle ostilità, e il consolidamento e allargamento delle posizioni conquistate, potrebbero acquisire uno status oltremodo favorevole in future negoziazioni. Se, invece, rifiutassero di pareggiare le nuove condizioni approntate dall’Arabia Saudita, rovescerebbero i piani, assumendo lo scomodo ruolo di aggressori.

L’intervento si è già dimostrato controproducente. E il rischio che corre l’Arabia Saudita, con una crescente presenza di milizie sul proprio confine, si va acutizzando nella misura in cui la guerra procede, anche se il contesto è tale da prevedere la continuazione di una pugna intestina di diversa intensità, pur all’indomani di un’auspicata fine delle ostilità. La minaccia iraniana – il cui grado venne esagerato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per giustificare la campagna, non è più una ragione valida per procrastinare il cessate il fuoco. Infatti, un processo guidato dalle Nazioni Unite ne diminuirebbe l’espansione, mentre il conflitto yemenita per l’Iran è divenuto una modalità a basso costo per dissanguare il suo rivale regionale.

La parabola autoritaria in medio oriente

Il prezzo del greggio non tornerà a salire ai livelli precedenti alla recessione del 2014 e la crisi della governance dei paesi produttori si è irreparabilmente innescata. Negli ultimi cinquant’anni, i regimi degli “stati rendita” hanno mantenuto legittimità, comprando l’appoggio delle élite, e ingraziandosi l’opinione popolare grazie al contenimento della pressione fiscale e molteplici varianti di assistenzialismo. Impiego – il rapporto fra posti pubblici e privati in medio oriente e nord-Africa è il più alto al mondo, educazione e salute basica, sono al centro di un accordo tacito che implica la sottomissione. Ora però che il potere assoluto vede vacillare i flussi su cui si è sostenuto – 70 dollari statunitensi al barile, contro 100 nel 2014 e 140 nel 2008, le revisione di organismi inefficienti e corrotti, il cui unico obiettivo è la creazione di consenso, non potrà essere rimandata.

Lo shock procurato dall’ondata regionale di contestazione del 2011 non è stato riassorbito. Quei movimenti di protesta non hanno spalancato le porte della nuova era che molti attendevano, ma hanno aperto una crepa progressiva. Il patto costitutivo delle società fondate sul petrolio è stato imposto dall’alto. I cambi strutturali per creare un modello economico produttivo alternativo, e i risultanti adeguamenti economici, invece, non avranno luogo senza l’apporto diretto dei cittadini e delle cittadine. E se dalla negoziazione può derivare un paradigma politico che sostituisca la lealtà incondizionata con la partecipazione, da un stretta autoritaria è prevedibile che scaturisca un malcontento generale difficile da contenere.

La degenerazione dei programmi paternalistici aveva trascinato molte nazioni oltre limiti convenienti già negli anni novanta. I sussidi alla popolazione dal comparto estrattivo erano arrivati al 10 per cento del Pil in Arabia Saudita, il 9 in Libia, l’8 e mezzo in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti, l’8 in Kuwait; e il costo dell’espansione degli apparati burocratici aveva superato l’aumento del greggio – in Giordania governo ed esercito assorbono il 42 per cento della forza lavoro. In aggiunta, il mutamento demografico, tra altri fattori, aveva causato un tasso di disoccupazione dell’11 per cento, toccando il 30 nella fascia giovanile; e la qualità dei servizi educativi e sanitari aveva cominciato a declinare. Con la preoccupazione di non perdere terreno, sono state introdotte trasformazioni, dalla privatizzazione di imprese statali, alla liberalizzazione del commercio e l’integrazione nell’economia globale. Calate in compagini clientelari, prive di controlli e contrappesi, queste misure hanno finito per beneficiare piccoli gruppi di interesse e si è diffuso un sentimento di frustrazione e risentimento.

In Libia, Siria e Yemen, dove era stato osteggiato il consolidamento di libere istituzioni civili, il disfacimento dell’ordine dato si è risolto in guerra a tutto campo. In Tunisia ed Egitto, in presenza di un debole scheletro istituzionale, il crollo politico ha condotto a transizioni elettorali, anche se con esiti differenti, e nel caso dell’Egitto, incerti e contraddittori. In Giordania, Marocco e Bahrain, le monarchie hanno risposto all’opposizione attraverso l’introduzione di deboli interventi ad hoc, spesso solo simbolici – nel caso della Giordania e del Marocco, con iniezioni pecuniarie dall’Arabia Saudita, che hanno tamponato la situazione, pur persistendo, in special modo in Bahrain, un antagonismo di bassa intensità. Gli sceicchi del golfo hanno elargito sovvenzioni supplementari: 130 miliardi per aumenti di salario ed edilizia residenziale in Arabia Saudita, 3.560 dollari pro capite in Kuwait, 30.000 posti di lavoro e un incremento di borse di studio del 40 per cento in Oman.

La lezione della “primavera araba” non è stata recepita. Il problema della conduzione politica ed economica e del dialogo democratico è stato eluso con una pioggia di petrodollari, palliativi e propaganda. I sopravvissuti al collasso sono presto tornati al solito modus operandi – nel 2016 in Giordania sono state ampliate le facoltà del sovrano; e l’avanzata di un vecchio nemico, identificato nel terrorismo islamico, ha spostato il fulcro e scoraggiato molti, come in Egitto, dal confrontarsi con lo stato. Tuttavia, il calo del greggio ha acuito disequilibri mai sanati e ne ha sommato altri. Per non incorrere nel debito pubblico, l’Arabia Saudita, che secondo previsioni interne rimarrà in deficit fino al 2013, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, dopo essere ricorsi persino alle massive riserve fiscali, hanno dovuto operare tagli importanti. Questi hanno influito sulle economie di Egitto, Giordania – il debito ammonta al 95 per cento del Pil, Marocco e Tunisia, da sempre ricettori di finanziamenti, in quanto parte della loro sfera di influenza geopolitica. In Egitto e Giordania, all’inizio degli anni duemila, gli aiuti internazionali e le rimesse dei salariati dell’industria del petrolio ammontavano a oltre il 10 per cento del Pil, permettendo loro di vivere al di là dei propri mezzi, ma nel 2016, l’Egitto è dovuto ripiegare su un prestito di 12 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale.

Sulla spinta della classe media, militanti politici, difensori dei diritti umani, donne e giovani, quest’anno il dissenso ha registrato un picco elevato in Arabia Saudita, Giordania e Iran.  In Arabia Saudita e Giordania, i giovani non occupati sono rispettivamente il 35 e il 30 per cento e da questo settore sopraggiungono istanze che, sorpassando la richiesta di riforme economiche, rivendicano una maggiore condivisione del potere.  Nonostante queste monarchie siano in ampia forma accettate, potrebbero rivelarsi più vulnerabili di quanto si voglia credere. L’esempio della Tunisia può servire da guida.  Sebbene molte questioni politiche, economiche e di sicurezza, non siano state sciolte, la dirigenza ha compreso la necessità di un rinnovato contratto sociale, imperniato su principi costituzionali, diritti individuali e collettivi e pacifica alternanza elettiva, capisaldi di stabilità.

La congiuntura offre alla regione l’opportunità, nel frattempo divenuta urgenza, di recuperare il messaggio inascoltato delle piazze del 2011. Di fatto, il passaggio da un impianto sovranista a quello del merito, l’innovazione e la competizione, indispensabile per il futuro, esige in primis una rivoluzione culturale, a partire da un’educazione per il pensiero critico, e un ambiente aperto alla diversità di opinioni e proposte.  Ci vorranno generazioni di intellettuali, professionisti, imprenditori, ricercatori, giornalisti, studiosi e attivisti, nonché leader visionari. Se gli ultimi sembrano scarseggiare un po’ dappertutto, i primi hanno offerto ampia testimonianza in medio oriente, quello che bisogna costruire è un ecosistema propizio alla loro crescita e incidenza. Del resto, gli ingredienti per lo sviluppo umano sono gli stessi ovunque: libertà e democrazia.

L’affare Khashoggi

Il rapporto del 2018 di Human Rights Watch definisce la Turchia come il primo paese a livello mondiale nella persecuzione di reporter, commentatori e blogger. Quasi 200 cronisti sono detenuti e in attesa di giudizio per aver criticato l’operato del governo (leggi Free Zehra Doğan), grazie all’abuso delle leggi sul terrorismo che contemplano la possibilità di incriminare coloro che commettono reati per conto di un’organizzazione senza esserne membri, clausola attraverso la quale sono stati angariati anche scrittori e intellettuali. Dal tentativo di colpo di stato del 2016, sono stati chiusi 131 media per dissenso al regime e sono seguite intimidazioni, aggressioni, torture. La conversione di Erdoğan in un accanito ricercatore della verità riguardo all’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, assume quindi connotazioni grottesche, e ha solo spiegazioni squisitamente geopolitiche.

La Turchia non naviga in acque tranquille. Crisi monetaria, preoccupante inflazione e debito pubblico, relazioni danneggiate con Stati Uniti e Unione Europea, hanno indotto il suo uomo forte a raddrizzare il tiro della retorica anti-occidentale. L’Arabia Saudita è il maggiore investitore e uno dei top buyers nel mercato immobiliare, situazione che ha aiutato la Turchia a diminuire la propria dipendenza dall’Europa, ma l’efferato assassinio di Khashoggi ha offerto un’occasione insperata per sferrare un colpo a un antagonista storico, seminare zizzania fra questo e gli Stati Uniti, e ancora riguadagnare terreno sul versante di Washington, dopo l’acquisto di missili S-400 dalla Russia e l’arresto di cittadini americani con dubbie accuse di cospirazione, a modo di rappresaglia per l’alleanza degli Stati Uniti con milizie curde in Siria.

La rivalità di Ankara e Riyad, per l’egemonia religiosa e politica islamico-sunnita, è stata intensificata dalla restaurazione della dimensione confessionale della leadership da parte di Erdoğan, con l’adesione alla traiettoria ideologica dei Fratelli Musulmani, e l’offerta di un modello di governance alternativo, meno austero e punitivo del salafismo saudita. Per gli arabi liberali, così come per l’Europa, l’iniziale moderazione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo aveva rappresentato una terza via all’autoritarismo secolare e il radicalismo: una forma di islamismo compatibile con la democrazia (leggi Turchia, la deriva autoritaria).

Il conflitto tra queste visioni regionali contrastanti ha cominciato a farsi evidente nel 2013 con lo schieramento della Turchia al fianco di Morsi in Egitto e dell’Arabia Saudita da quello dell’esercito che lo ha esautorato. Se l’ascesa del principe ereditario Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita è stata considerata dalla Turchia come quella di una pedina in un piano di Stati Uniti e Israele per creare instabilità e sminuire il ruolo del vero Islam, dal canto suo, l’Arabia Saudita ha guardato con sospetto l’asilo prestato ai capi della fratellanza musulmana dopo la caduta di Morsi, la coalizione con l’Iran in Siria, e la difesa del Qatar nel contesto dell’embargo delle monarchie del golfo, ma soprattutto l’influenza che la Turchia sta tentando di ottenere in Kuwait e nel Mar Rosso.

Tuttavia, valutazioni di ordine economico hanno giocato una congrua parte nella riluttanza di Erdoğan di scalare la tensione con Riyad, persino quando dirigenti sauditi hanno incontrato rappresentanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che Ankara reputa un gruppo eversivo, o quando l’Arabia Saudita ha finanziato progetti di stabilizzazione in aree controllate dai curdi siriani, o ancora rispetto alla guerra in Yemen. La medesima accortezza è evidente nella gestione dell’affare Khashoggi, nonostante la scaltrezza nel coglierne l’opportunità. Le autorità turche hanno consegnato materiali probanti di indagine agli Stati Uniti, ma rifuggono dall’affrontare l’Arabia Saudita, cercando di rendere globale una questione bilaterale. Sin dall’inizio, le notizie sono spesso trapelate da fonti non identificate, e in maniera del tutto informale, per generare pressione sul principe ereditario, senza che questi venisse additato.

Gli sforzi di Ankara hanno pagato. Nelle ultime settimane, il segretario-generale delle Nazioni Unite si è pronunciato sull’incidente. Trump ha condannato i fatti, su sollecitazione del congresso.  Alcuni paesi europei hanno richiesto spiegazioni. Molte imprese hanno disertato la conferenza sugli investimenti futuri in Arabia Saudita. Ed è notizia degli ultimi giorni il fermo di persone imputate della tragica conseguenza di una colluttazione, fra cui stretti collaboratori di Mohammad Bin Salman, senza però che quest’ultimo sia stato implicato in quello che appare un delitto premeditato contro un autorevole detrattore della corona (leggi Riforme senza diritti: Arabia Saudita 2030). La Turchia, infatti, destreggiandosi in un abile tira e molla, non ha mai rilasciato prove contundenti a suo carico, con probabilità, in cambio di una contropartita finanziaria.

Aver lasciato il principe ereditario fuori dal caso favorirebbe Erdoğan pure nel dialogo con gli Stati Uniti, che ne hanno fatto la figura pivotale della politica in Medio Oriente. Il direttore della Cia, Gina Haspel, ha viaggiato ad Ankara per colloqui con funzionari turchi. L’obiettivo principale di Erdoğan è l’esenzione dalle nuove sanzioni all’Iran da cui la Turchia dipende sul fronte energetico. La Halkbank, di proprietà dello stato, è già oggetto di pesanti multe per la violazione di quelle precedenti. Tutte queste penalità esacerbano l’economia del paese in vista delle elezioni locali del 2019.

La Turchia ha tramato con astuzia nell’uso dell’informazione e ha cinicamente trasformato l’omicidio di Khashoggi in una potente arma per provare a ricalibrare il proprio posizionamento internazionale. Nondimeno, Trump ha dichiarato che prenderà una decisione in base al fascicolo finale della Cia, dal quale ci si aspetta un’eventuale attribuzione di responsabilità, e chissà che la lama non si riveli a doppio taglio.

Islam politico

Dagli anni Settanta, hanno preso il via numerosi modelli di partecipazione politica di formazioni islamiche, il cui scopo è l’applicazione alla vita sociale della shari’a, ovvero di concetti coranici, nonostante il testo sacro non includa categorie sulla configurazione o amministrazione dello stato, e fornisca solo indicazioni di giurisprudenza o principi generali, fra cui quello della consultazione negato da tanti assolutismi contemporanei.  La sua traslazione istituzionale risponde pertanto a componenti affatto religiose – quali contesto, interessi di gruppi, mentalità di singoli, e apparati autoritari ne interpretano i versetti nella direzione a loro più conveniente, magari con la predisposizione di una polizia ad hoc, come in Arabia Saudita, per vigilare che le persone adempiano all’obbligo della preghiera.  L’islam politico è stato quindi minato da pulsioni centralizzatrici e fondamentaliste, alimentando ambiguità, e provocando un corto circuito tra le libertà personali e la sfera etico-spirituale.  La definizione ha poi inquadrato compagini estremiste violente che hanno esplicitato programmi per la concrezione dell’islam a livello politico.

Una delle sue pietre miliari è stata la rivoluzione iraniana del 1979, con l’ascesa del pensiero dell’ayatollah Khomeini, per il quale “L’islam o è politica o non è nulla”.  Nell’universo arabo convivono approcci diversi.  I Fratelli Musulmani, per esempio, rivelano un’ampia gamma di sfumature, da un paese all’altro e all’interno degli stessi.  In Tunisia, propendono all’accettazione delle regole dell’alternanza; in Egitto e Giordania, manifestano atteggiamenti tradizionalisti e intolleranti; in Marocco, si mostrano come moderati conservatori; in Turchia, si è imposto uno schema reazionario. Tuttavia, Sayyid Qutb, personalità chiave dell’islamismo radicale, che si oppone con decisione alla democrazia, è il riferimento teorico-ideologico sia per la fratellanza sia per le fazioni armate.

Sebbene la comunità occidentale asserisca che le relazioni internazionali siano stabilite sulla base della condicio sine qua non dell’adempienza ai diritti umani, ha agito adoperando il metro del proprio vantaggio, senza altro criterio per la valutazione del fenomeno e i suoi effetti, appoggiando realtà anche contrapposte, a seconda di cangianti circostanze, così aggravando un quadro di per sé complicato.  Nella corrente congiuntura, fra la parabola claudicante della primavera araba, la persistenza di regimi dispotici, e il dilagare del terrorismo jihadista, il rapporto fra islam politico e democrazia rimane acceso.  Se le tensioni in Egitto e Turchia, e la guerra in Siria, hanno riportato il tema al centro del dibattito globale, in questi giorni, i risultati delle elezioni in Libano e in Tunisia lasciano spazio a speculazioni sul rischio di possibili scenari.

In particolare, in Libano, hezbollah, stato nello stato di ispirazione islamica, finanziato da Iran e Siria, di cui una risoluzione dell’Onu richiede la smobilitazione, ha guadagnato terreno sul governo di Hariri, considerato inefficace nel sovrintendere la guerra siriana dall’elettorato e filo-saudita da parte iraniana.  L’irrobustita presenza di hezbollah nell’esecutivo, non solo potrebbe amplificare il conflitto regionale per procura tra Arabia Saudita e Iran, ma aggroviglia la matassa in Siria, e fomenta la bellicosità di Israele, che identifica in Beirut la capitale della resistenza palestinese – la notte scorsa l’esercito israeliano ha colpito cinquanta postazioni iraniane in Siria dopo che la forza Al-Quds di Teheran aveva lanciato venti razzi verso la prima linea israeliana sulle alture del Golan (leggi Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti e L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale).  Per sfuggire alla perpetuazione di una cassa di risonanza di questa portata geopolitica, e benché hezbollah non abbia intenzione di rovesciare la coalizione inter-confessionale creata da Hariri, la plutocrazia al timone dovrebbe cominciare a riflettere in termini di visione politica più che di forzato bilanciamento tra affiliazioni religiose.

Senza un discostamento dalla premessa dell’attuazione della parola divina, non si potranno costruire stati legittimati dalle scelte dei cittadini.  I fallimenti sinora registrati riconducono al non aver saputo forgiare né una cultura religiosa inclusiva dei diritti umani, né una cultura democratica rispettosa della dialettica pluralista, né tantomeno una totale rinuncia alla violenza.  Del resto, molteplici fattori sembrano giocare a sfavore dell’islam politico, dall’insolvenza nella gestione degli affari nazionali e la prassi dell’esercizio del potere, alla crescita del dissenso al progetto dello “stato clericale” e la ferma posizione della società civile sulla questione della democrazia.  La capacità di convogliare consenso dei partiti islamici, attraverso un’organizzazione capillare e assistenza a settori disagiati, non si è accompagnata a un operato adeguato alle attese.  In qualche caso, si aggiunge poi il mancato controllo dell’esercito, che si è schierato con le aspirazioni popolari.

Alcuni analisti sono convinti che l’islam politico, esaurita la sua spinta, si trovi in una situazione stagnante.  Altri credono che la spiegazione di un certo indietreggiamento vada invece ricercata nella persistenza di disequilibri e crisi interne.  Un cambio tattico, insomma, che non divergerebbe dall’obiettivo.  Pur se è evidente che nell’estenuante tentativo di adattare la modernità ai precetti della religione, si è inibita la naturale evoluzione delle strutture sociali, ostaggio di una dottrina incapace di incontrare il mondo, la soluzione non è debellare l’islam politico o secolarizzare i paesi islamici; piuttosto, far progredire la cultura politica in senso liberale e democratico, evitando qualsivoglia sensazione di assedio, facilitando dialogo e confronto, e ricordando il tempo richiesto dal processo di laicizzazione del “cristianesimo politico”.

La semantica ha già dato un passo, spostandosi da islam politico a “democrazia musulmana” nelle parole di Rachid Ghannouch, leader del partito tunisino Ennahda – del resto in Europa i cristiano-democratici ci sono sempre stati.  Aldilà di retorica e opportunismo, è stata la società civile un po’ ovunque in Medio Oriente, con preponderanza di giovani e donne, e specialmente in Iran negli ultimi anni, a dare prova di coraggio, sostituendo l’idea di “islamizzazione” con quella di “religiosità”, e suggerendo che se la spiritualità può alimentare i valori, la politica e la legislazione devono sottomettersi alla razionalità pubblica.

Turchia, la deriva autoritaria

La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti – 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di intelligence, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.

La Turchia non è l’unica a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco Doğan Akhanli, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il PKK, temono la longa manus di Erdoğan.

Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’Islam e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’establishment, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un soft power.

Nei Balcani e in Asia centrale, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle élite di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.

Dai primi anni del duemila, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdoğan, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di Erdoğan, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di Barack Obama.

L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  La Germania ha avviato discussioni riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.

Il referendum che ha modificato la costituzione, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” – nelle parole di Erdoğan all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.

Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di Erdoğan, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un impasse politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.

L’occupazione di Afrin, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei foreign fighters in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.

Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi de facto nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.

Intanto ad Ankara prevale la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.

Sos Afghanistan

Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.

Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali – Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.

Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine. Mentre i soldati sono impiegati in check-point statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere intelligence essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.

Dal canto suo, il sistema legale non riesce a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.

Per alcune stime, i gruppi non statuali, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.

L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.

Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.

La perdita di due importanti leader non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali – Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.

Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.

Di fatto, è stata scelta un’altra direzione.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.

Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi, raid in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati – a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.

Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.

La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.

Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.

Questa è una guerra che non può vincere nessuno, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.

Se un incremento del livello di pressione militare potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.

Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.

Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 marines e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate vis-à-vis con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.

Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.

La collaborazione ha subito un raffreddamento dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 – sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.

Il Cremlino ha un vantaggio comparativo che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.

A novembre Mohammad Atmar, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.

Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.

Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.

Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.

Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’escalation delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.

La recrudescenza degli attacchi terroristici degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.

Intanto circa 400 mila afghani hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.

L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.

L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro per la dottrina del non-refoulement e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.

Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.

Il governo di Mohammad Najibullah resistette tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.

La democrazia, con le sue variegate espressioni formali, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere leader di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.

Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.

Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.

Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere intelligence per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.