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Geopolitica Politica

Il conflitto residuale siriano

Decimo anno di guerra. Cinque potenze mondiali e regionali coinvolte. Quasi 6 milioni di rifugiati – di cui 3.7 in Turchia, 1.5 in Libano, 600 mila in Giordania -, 6.2 milioni di sfollati interni. Più di 600 mila casi di tortura, 500 mila arresti arbitrari, oltre 50 mila desaparecidos, fra 320 e 500 mila morti, un terzo civili, esecuzioni extra-giudiziali nell’ordine delle centinaia di migliaia. Un panorama di città annientate dai bombardamenti.

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Geopolitica Politica

Si può prescindere dalla Russia in Medio Oriente?

Spesso si legge della sorpresa espressa da varie fonti per il ruolo consolidato dalla Russia in medio oriente, soprattutto in contrasto con l’atteggiamento erratico degli Stati Uniti. L’anomalia, tuttavia, non risiede nel suo attivismo, quanto nell’assenza prolungata, che ha preceduto questo grande ritorno.

 

Dall’intervento in Siria, che ha rovesciato il corso degli eventi in maniera rapida e inaspettata, quando le sorti di Bashar al-Assad, confrontato da gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti, sembravano ormai scritte, la Russia è quasi ovunque con la sua diplomazia e apparato bellico. Donald Trump ha ringraziato Vladimir Putin per il concorso nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, considerato uno dei suoi maggiori successi. Israele e Turchia si trovano truppe russe ai loro confini. In questi giorni, è stata la mediazione russa e turca a permettere l’organizzazione della conferenza di Berlino sulla Libia, e saranno loro a garantire il blocco delle forniture di armi e determinare la possibilità del cessate al fuoco. La Russia ha confermato l’invio di un contingente di interposizione, con l’approvazione delle Nazioni Unite.

 

La Russia si era ritirata dall’area, nella seconda metà degli anni ottanta, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e per due decadi, gli Stati Uniti avevano imposto, senza ostacoli, la propria visione politica. La scesa in campo in Siria è stata una manovra necessaria, che ha preso le mosse dall’ultimo lembo di influenza rimastole, e che ha obbligato Washington a coordinare le proprie azioni con Mosca. La guerra all’Isis ha rappresentato, allo stesso tempo, una esigenza, e una scusa per entrambe le potenze, affinché si ricalibrassero nello scenario geopolitico.

 

Fin qui, l’operazione si è risolta in un’affermazione su diversi fronti. La Russia ha riconquistato la preminenza che deteneva l’Unione Sovietica all’indomani della seconda guerra mondiale, all’epoca materializzata, per esempio, nell’invasione dell’Afghanistan, e ancora nell’appoggio a Palestina, Egitto e Siria, in momenti topici della storia contemporanea. L’industria militare russa ha avuto modo di testare nuovi mezzi poi commercializzati nelle facoltose monarchie del petrolio, in primis l’Arabia Saudita, facendo cassa per le finanze in sofferenza della difesa. Putin si è, inoltre, dimostrato un alleato leale, a differenza di Trump. Mosca si è anche resa indispensabile nei colloqui, con l’ampio riconoscimento di Iran, Israele e Arabia Saudita.

 

La partita, però, è insidiosa. La Russia deve condurre le parti a un consenso, se vuole guadagnare l’immagine di negoziatore internazionale e aprire le lucrative porte della ricostruzione alle proprie imprese. Le relazioni intraprese con paesi arabi, e non, hanno portato alla vendita di armamenti, e la firma di contratti con il monopolio Rosatom, per la costruzione di centrali nucleari in Iran, Turchia ed Egitto. D’altro lato, i sauditi si aspettano una mano nella loro rivalità con gli iraniani, Hezbollah non cede nel conflitto di bassa intensità con Israele, e gli israeliani pretendono che contenga l’Iran. Per portare a casa il risultato, il Cremlino deve tutelare la sicurezza di Turchia e Israele.

 

Bisogna considerare che il medio oriente post-americano è un teatro incerto e volatile e la Russia non pretende di colmare tutto il vuoto lasciato. Il rapporto tra i due è funzionale, e non esclusivamente concorrenziale. Mosca torna a occupare una posizione di rilievo, dal medio oriente al nord Africa e il golfo persico, mentre Washington riformula la politica estera, sulla base di mete realistiche e produttive. Oltre a ciò, si sono venuti identificando ambiti in cui gli interessi sono compatibili o coincidenti, come l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Questo approccio è più pragmatico di quello adottato dalle amministrazioni di Bill Clinton, George W. Bush, e Barack Obama, fallito perché, sia quando conciliatorio sia quando di attrito, era basato sull’illusione che gli Stati Uniti potessero convincere od obbligare la Russia ad abbracciare la propria idea di ordine globale. Anche se il potere del Cremlino, e di Putin, dovessero declinare, il paese rimarrà sempre un attore chiave, grazie alla centralità geografica in Eurasia, la disponibilità di risorse naturali, l’esercizio del veto al consiglio di sicurezza, e l’alta qualità del capitale umano, nonché la capacità di influenzare questioni di importanza strategica ed economica per gli Stati Uniti, e finanche di distruggerli, in soli trenta minuti. La Russia non abbandonerà i propri obiettivi vitali, e Trump dovrebbe, se non riaccogliere lo spirito di cooperazione dell’inizio del suo mandato, perlomeno mantenere una tattica di competizione controllata, per ridurre il rischio di confronti diretti e indiretti e assicurare stabilità in medio oriente.

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Costume e società Politica

La fattoria degli animali

Gli studenti italiani fanno fatica a capire un testo di media lunghezza, secondo un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), realizzata con cadenza triennale, e che nell’ultima edizione ha valutato il livello degli studenti di 79 economie partecipanti.  In Italia sono stati coinvolti quasi 12 mila iscritti al secondo anno di licei, istituti tecnici e professionali – rappresentativi di una popolazione di oltre mezzo milione, i quali si sono posizionati al di sotto della media in lettura, competenza chiave della cittadinanza, con una prestazione che dal 2012 tende a peggiorare.  Inoltre, uno scarno 5 per cento si è collocato nella fascia elevata, a fronte di una percentuale Ocse del 9 per cento.

La prova mirava a scandagliare come si muovono sul web i ragazzi della cosiddetta generazione Z.  Richiedeva di isolare dati fondamentali e vagliarne l’attendibilità.  Al tempo delle fake news, l’intenzione è quella di identificare le capacità di cui sono dotati per discernere un’informazione autentica da una farlocca.  I risultati sono desolanti su scala globale: uno studente su dieci è in grado di districarsi tra realtà e invenzione.  Nel nostro paese, la percentuale è doppia in negativo: uno studente su venti non cade nella trappola delle notizie fasulle.  Gli adolescenti annaspano, quindi, nel trovare quello che cercano in rete, afferrare il significato di uno scritto, e rielaborare conoscenze per applicarle a un problema inedito.  La spesa per l’istruzione, invece, è in calo da oltre dieci anni.

La povertà educativa è un’emergenza nazionale, causa e conseguenza del tramandarsi da genitori a figli di forti disuguaglianze sociali, in un quadro di scarsa mobilità intergenerazionale.  L’Italia è anche l’ultimo paese Ocse riguardo alla comprensione del testo in età adulta.  Il 28 per cento degli italiani è in grado di intendere solo frasi brevi, non è in grado di leggere in modo proficuo un giornale o captare i messaggi di un telegiornale, pur se vota alle elezioni o ai referendum.  L’inabilità di cogliere la complessità dei fenomeni si accompagna con il conformarsi a spiegazioni semplicistiche della realtà, un vero e proprio rischio per la qualità delle scelte strategiche individuali e la democrazia.

Hannah Arendt scrive nella sua opera “Le Origini del Totalitarismo” che il soggetto ideale per i regimi non è l’individuo convinto di una qualsivoglia ideologia, ma quello per cui è decaduta la distinzione tra il vero e il falso.  Nell’orizzonte politico e culturale odierno, potremmo aggiungere che la perdita di un senso condiviso è il fattore preminente della proliferazione di tribalismi e trinceramenti che alimentano l’impossibilità di comunicare oltre l’autoreferenzialità.  Questa sostituzione della ragione con l’emozione corrode il linguaggio e svaluta la verità.

Dizionari di idiomi diversi hanno accolto l’espressione post-verità.  Il Washington Post ha calcolato che, durante il primo anno del suo mandato, Donald Trump ha rilasciato 2.140 dichiarazioni che contenevano imposture o equivoci, con una stima di 5.9 al giorno.  Non si tratta, tuttavia, unicamente di notizie false, ma anche di scienze errate, fabbricate per esempio dai negazionisti del cambio climatico o da quanti si oppongono ai vaccini, o di storia mistificata da coloro i quali negano l’olocausto o giustificano la supremazia bianca.  Le affermazioni menzognere sulla relazione finanziaria fra il Regno Unito e l’Unione Europea hanno contribuito a orientare il voto in direzione della Brexit.

Con “La Fattoria degli Animali”, George Orwell ha descritto come il disprezzo dei fatti, o la loro distorsione organizzata, renda le persone facili prede per aspiranti autocrati, privi di scrupoli, che compensano con l’eloquenza una certa mancanza di intelligenza, e i loro propagandisti che parlano per omissioni, facendo leva su rancori e illusioni.  Come si difenderanno le nuove generazioni dai Napoleon e gli Squealer orwelliani è un dilemma, quando sembrano invece essere la materia più fertile per i populismi e i fondamentalismi che si sono affacciati in Europa e nel mondo.  Gli avvenimenti hanno bisogno di testimoni per essere collocati in luoghi sicuri della storia, in sostanza si devono basare sulla conoscenza e la memoria.  Il compito è un’impresa collettiva, eroica in senso etico.  Ne abbiano la forza e se ne assumano la responsabilità i maestri, gli intellettuali, gli artisti, e i politici di buona volontà.  Se ce ne saranno, non tutto è perduto.

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Geopolitica

Africa: l’altra sponda del Mediterraneo

Il sedicente stato islamico ha rivendicato l’attacco, con un ordigno esplosivo rudimentale, nel quale sono stati feriti, nei pressi di Kirkuk, nove membri di un team misto di forze speciali italiane e peshmerga curde, impegnate nell’identificazione di cellule terroristiche in Iraq.  Il grado di attenzione degli organi preposti non si è mai abbassato, con la conseguente riduzione degli attentati in Europa, dopo una sanguinosa stagione.  Tuttavia, la minaccia resta, fuori e dentro i nostri comuni confini.  Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, ma proprio la morte, e la sua ostentazione, sono la linfa della retorica di cui si alimenta il califfato nero, il quale, con celerità, produce nuovi leader pronti al martirio.  Sull’altra sponda del Mediterraneo, in particolare, si compongono scenari che destano preoccupazione.

La fusione di gruppi jihadisti in Chad, Mali e Niger, è una prospettiva reale e un pericolo per la sicurezza europea.  Con questi confinano due aree vacillanti, Algeria e Libia; e nonostante dalla caduta del regime, in Tunisia si siano susseguiti governi moderati, hanno avuto luogo gravi azioni, come quella al museo del Bardo nel 2015.  La costa dell’Algeria e quella francese sono separate da 870 chilometri, ma la Libia dista 530 chilometri dal territorio greco, 270 chilometri intercorrono fra la Tunisia e la frontiera italiana, e 17 chilometri tra il Marocco e le spiagge spagnole.  La miscela di prossimità geografica, retaggi coloniali, fondamentalismi, migrazioni, e presenza di ingenti giacimenti naturali, è pura nitroglicerina.

La dipendenza energetica dell’Europa rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.  L’11 per cento del gas arriva dall’Algeria, una nazione a rischio quasi permanente di implosione violenta; di questo il 52 per cento in Spagna.  L’Algeria è anche il secondo fornitore dell’Italia.  L’estrazione petrolifera italiana e francese sono inoltre legate a doppio filo con la Libia che si trova immersa in un conflitto civile.  In caso di collasso di questi sistemi, le riserve dell’Egitto non sarebbero sufficienti a supplire le esigenze.  Con l’alternativa di un gasdotto dall’Israele al momento non fattibile dal punto di vista dei costi, la Russia rimane la sola alternativa viabile, per un’Europa subordinata alla politica estera statunitense, e promotrice di sanzioni contro la sua unica fonte solida.

A dispetto di vecchi poteri coloniali come la Francia e l’Italia, e la loro competizione per lo sfruttamento delle risorse, che finisce per complicare, e a tratti paralizzare, i tentativi di dialogo per la stabilizzazione, la regione è oggetto di un riassetto geopolitico in cui avanza il Cremlino.  Questo ha consolidado un’alleanza nel campo della difesa con Algeria, Egitto e Libia, e tracciato un ampio arco di influenza che parte dalla Siria, passa dalla Turchia, e continua in Nordafrica.  Gli Stati Uniti, invece, hanno sempre guardato a questo teatro come secondario alle operazioni guidate in Medio Oriente.  La campagna ventennale contro al Qaeda, e poi l’Isis, in Afghanistan, Iraq, Siria, e Yemen, è stata condotta senza una prevenzione strutturata, e un contrasto continuativo, al loro travaso in Egitto, Libia, Tunisia e, ancora, in Chad, Mali e Niger.

La vicinanza di questi focolai all’Europa non è stata analizzata come una priorità, malgrado i duri colpi subiti.  Negli anni novanta, gli estremisti algerini hanno esploso ordigni nella metropolitana di Parigi e sequestrato un jet della compagnia aerea di bandiera in un tentativo di shianto contro la Torre Eiffel.  Pur se gli atti recenti sono stati provocati da cellule insediate nell’Unione, o lupi solitari di passaporto europeo e fede islamica, ciò non significa che non siano connessi e che l’Europa sia al riparo dal terrorisno nordafricano.

Inoltre, l’allargamento a est, fomentato dal Regno Unito che ha finito per rifiutare l’Europa intera, ha orientato considerevoli fondi e sforzi verso le economie in fase di pre e post adesione, aprendo buchi nella dimensione sociale della costruzione europea e la protezione delle sue fasce deboli e marginali, dove si sono creati lo scollamento e il malcontento, in cui si radicano due fenomeni diversi come il terrorismo islamico di matrice europea e il populismo che ha sovvertito l’ordine dei partiti tradizionali.  Ne è scaturita la defezione degli stessi inglesi a seguito dell’importante esodo procedente da questa zona dagli anni duemila e gli effetti della crisi del 2008; anche se già la Francia, nel 2005, aveva rigettato la costituzione europea, sulla base della protezione del lavoro, nel tentativo di arginare l’ingresso dei polacchi.  L’affluenza massiva dei rifugiati siriani nel 2015 ha evidenziato la mancanza di una visione condivisa in seno all’Unione Europea sulla gestione del suo intorno geopolitico.  Nondimeno, il problema centrale delle migrazioni per l’Unione Europea non viene dall’est, bensì dal sud.  Il fianco lasciato scoperto torna alla superficie con una potente domanda, alla quale l’Europa risponde con atteggiamenti difensivi e scarsa lungimiranza.

L’Africa è un mondo in rapida evoluzione caratterizzato da una graduale, ma progressiva, crescita e riduzione del debito, provvisto delle più importanti materie prime, con fonti di energia e riserve uniche, corrispondenti a un terzo di quelle del pianeta, classi medie equivalenti a quelle dell’India, mille milioni di persone pronte a lavorare e consumare, reti mobili globali, una gioventù decisa a vivere meglio, a qualunque prezzo.  In venticinque anni, le necessità di consumo dell’Africa saranno triplicate rispetto a quelle europee.  Mentre la Cina si sta preparando a questo appuntamento, e le immense opportunità che ne derivano, l’Europa continua a essere assente.  Il progetto One belt, One Road, concepito per l’Eurasia, si estende ora all’Africa, nel contesto di una cooperazione di lungo termine, per l’infrastruttura terrestre e navale, e l’inserimento nelle reti commerciali.  I dirigenti africani lo hanno accolto con un plebiscito.  La Cina sa, per esperienza, che la demografia ben gestita è un elemento chiave nel processo di globalizzazione.

Sebbene lo sviluppo si sia dispiegato in maniera apprezzabile, è indubbio che sia desiguale, e il dinamismo africano non impedisce che la gente continui ad abbandonare i propri paesi.  Del resto, nel XIX secolo, di fronte a una simile situazione mutatis mutandis di crescita demografica ed economica, dall’Europa si spostarono in 60 milioni.  In aggiunta, una forza contraria e oscurantista, dall’alto potenziale disgregatore, sta riducendo a pezzi l’Africa, facendo dell’integralismo religioso un attore centrale e aumentando la superficie di guerra.  Il successo della predicazione integralista in Africa non ha molto a che vedere con la religione: gli africani hanno sempre espresso un islam tollerante e pacifico.  Oggi le cose stanno cambiando per lo stallo sociale di generazioni condannate alla miseria in un continente che sarebbe in grado di soddisfare le loro giuste aspirazioni.

Per l’Europa, investire in Africa, e gestire con generosità i flussi dal sud, può significare assicurarsi una posizione dominante, laddove si trova il centro delle esportazioni che favoriranno il mercato comunitario.  Gli europei devono scommettere sull’Africa per evitare che gli africani gli voltino le spalle, quando diventeranno il prossimo polmone dell’economia globale.  C’è una verità storica molto semplice: l’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa.

Per replicare allo scetticismo, l’Europa deve liberarsi dalla trappola dell’impasse fra il liberalismo cosmopolita dei suoi principi fondatori, e l’attuale nazionalismo rampante che, esacerbato dalla crisi e la pressione della mobilità umana, scatena esiti devastanti sulla società e la vita politica, e impedisce di raggiungere un’orientazione consensuata sul futuro per affrontare le grandi sfide.  Se l’Europa si impegnasse in un rinnovato modello di relazione con i popoli a essa vincolati per cultura e storia, potrebbe aiutare a innalzare non solo il livello dell’economia, ma quello della civiltà.

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Economia Geopolitica Politica

Il declino della cooperazione per lo sviluppo

A quattro anni dall’adozione dell’agenda 2030, un piano di azione a favore delle persone, il pianeta e la prosperità, si è ancora lontani dal raggiungerne gli obiettivi, di carattere integrato e indivisibile, nelle sfere economica, sociale e ambientale, accordati in seno alle Nazioni Unite. Il foro annuale di valutazione ha enfatizzato la centralità dell’inclusione, l’empowerment e l’equità, nell’avanzamento dello sviluppo sostenibile, evidenziando ingenti difficoltà all’orizzonte, in primo luogo negli impegni assunti dagli stati membri riguardo alla finanza dello sviluppo.

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Diritto Geopolitica Politica

Le alture del Golan, una scuola di geopolitica

Le alture del Golan sono un altopiano roccioso, a nord-est di Israele, fra i 1.000 e i 1.200 metri di altezza, con una superficie totale di circa 1.800 chilometri quadrati. Delimitate dal monte Hermon a nord, dal fiume Yarmuk a sud, da un suo ramo stagionale e colline degradanti a est, e dal fiume Giordano e dal mare di Galilea a ovest, sono di enorme calibro strategico-militare, in quanto forniscono un ampio dominio visivo su Israele, Siria, Giordania, e Libano. Appartengono de iure alla Siria e de facto a Israele.

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Politica

La militarizzazione del Sahel

I recenti assalti letali a cristiani in Niger e Burkina Faso hanno riportato agli onori della cronaca la ferocia del terrorismo islamico consumata nel Sahel, già oggetto di attenzione per i crocevia migratori che si dipanano in questa lunga striscia di terra, dall’oceano Atlantico a ovest al Mar Rosso a est. Minor rilievo ha assunto la stroncatura dell’ipotesi di una missione militare italiana sul confine nigerino-libico da parte della Francia, preoccupata da ingerenze terze, in una zona strategica per il reperimento di materie prime per il nucleare, e il veloce ripiego, sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, delle ambizioni delle holding italiane per una cooperazione con il Niger nel ramo dei prodotti e dei servizi della difesa, in collisione frontale con la normativa sul commercio delle armi. L’area ha assunto, infatti, una centralità geopolitica, in un contesto di concorrenza per l’accaparramento di risorse e mercati, in cui si misurano, tra gli altri, Cina, Stati Uniti, Francia, Italia, Arabia Saudita e Turchia.

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Politica

Possibili scenari del ritiro americano dalla Siria

Nonostante l’annuncio iniziale del ritiro americano dalla Siria sia stato rettificato – specificando che avverrà solo alla completa sconfitta dell’Isis, e con garanzie da parte turca del rispetto degli alleati curdi, la risoluzione spalanca uno scenario, in cui le cause del conflitto rimangono irrisolte, e il pericolo di un’instabilità permanente non è da escludere. Intanto, domenica scorsa, l’unità arabo-curda delle forze siriane democratiche ha sferrato la terza offensiva all’ultima roccaforte dell’Isis nel paese, dalla ripresa della battaglia, dopo l’evacuazione delle famiglie dei miliziani e i soldati arresi, e nella giornata di ieri, la risposta da al-Bagouz ha preso la forma di attacchi suicidi.  Il comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso notizie, secondo le quali, interviste realizzate sia acivili, sia a foreign fighters, nei campi di raccolta, hanno rilevato atteggiamenti di estrema, irriducibile, e impenitenteradicalizzazione, e l’intenzione di tornare a insorgere nel momento propizio. Fonti della stampa internazionale hanno confermato le informazioni, riportando reazioni virulente all’indirizzo di reporter e fotografi, con minacce di nuove conquiste del califfato.

Gli Stati Uniti intendono concentrare sforzi e risorse su obiettivi che ritengono vitali come lo scontro, su molteplici fronti da seconda guerra fredda, con Cina e Russia. Tuttavia, nella situazione data, è con quest’ultima che paradossalmente dovrà dialogare. Le truppe americane sono stanziate nella zona orientale, che occupa un terzo della Siria, dove sono concentrate le principali riserve di acqua, petrolio e grano, e la produzione di energia elettrica. Abbandonare questo avamposto significa rinunciare all’influenza sulle trattative riguardo al futuro assetto del paese. Inoltre, un’eventuale rimonta dell’Isis, che ha riparato nella valle dell’Eufrate e le aree attigue dell’Iraq occidentale, sarebbe letale per gli interessi degli Stati Uniti, così come un ulteriore ampliamento della rete sostenuta dall’Iran; eventi che potrebbero essere innescati dal vuoto lasciato.

La repubblica islamica iraniana, che a febbraio ha compiuto quarant’anni, ha coltivato legami con gruppi sciiti in nazioni considerate di fondamentale importanza per la propria salvaguardia: Afghanistan, Libano, Pakistan, Siria e Yemen, per citarne alcune. La strategia prevede la collaborazione con attori armati non statali, che l’Iran addestra ed equipaggia, e mobilizza in diversi teatri, per avversare nemici e aumentare la sfera di influsso regionale, superando l’inferiorità militare convenzionale e minimizzando i costi degli interventi. L’espansione dei combattenti finanziati dall’Iran è stata frenata in Iraq dalla permanenza statunitense dal 2003 al 2011.  Ma mentre l’Iran appare determinato ad apparire come un fattore di stabilizzazione, dove gli americani hanno ridotto i contingenti – è impegnato a osteggiare l’Isis in Afghanistan, gli Stati Uniti lanciano segnali che appaiono irrazionali a confederati e antagonisti.

Una riduzione della sicurezza potrebbe far riemergere l’Isis, smembrare le forze siriane democratiche, tra la componente sunnita e quella fedele al presidente Bashar al-Assad, intensificare le provocazioni iraniane e israelite, con un alto rischio di incidentie degenerazione in una contrapposizione aperta, o riaccendere la belligeranza turca nei confronti dei curdi. Tehran continua ad accumulare riserve missilistiche a ovest della Siria e rappresenta una sfida per Israele. Con una smobilitazione statunitense, estenderebbe l’accesso al confine siriano-iracheno per il trasporto sicuro di armamenti e uomini fra Baghdad e Damasco e troverebbe la via libera sulla frontiera siriano-giordana, orapiantonata dall’esercito americano. Ankara, dal canto suo, non ha la capacità di affrontare l’Isis nel lontano sud della Siria e il proposito sarebbe sempre subordinato all’azione di contenimento dei curdi nel nord-est.

L’unica opzione, quindi, per non lasciare il destino della Siria nelle mani di Tehran e di Ankara, è quella di assicurarsi l’appoggio di Mosca. Alla Russia non conviene vedere ritardata l’esecuzione degli aiuti internazionali per la ricostruzione della Siria. Alla pari degli Stati Uniti, non vuole avere a che fare con un nuovo focolaio dell’Isis, ed ha già installato unità speciali e servizi privati, nella valle dell’Eufrate.  Soprattutto, è intenzionata a prevenire maggiori ostilità fra Iran e Israele, che sminuirebbero i risultati della campagna in Siria e il proprio status di superpotenza. Non da meno, lo stesso Israele, così come la Giordania e le monarchie del Golfo, contano sull’azione di Mosca. La Russia dovrebbe, però, impegnarsi a contenere l’Iran a est, e tenere gli hezbollah lontani dala Giordania, anche se il suo vantaggio geopolitico, questa volta al contrario degli Stati Uniti, non è quello di controllare tutta la Siria, e ha un peso relativo sulle decisioni di Tehran e sulla volatilità di Ankara.

La valutazione di fondo è che il ripiego americano sia tutto sommato una pessima idea. Le guerre finiscono per un superiore uso della forza o per un progressivo logoramento, o ancora per l’effetto di negoziazioni. Il conflitto siriano lascia intravedere almeno due di queste condizioni, ma una finestra per la terza si preannuncia breve e colma di insidie. In un pantano di questa portata, non si può prescindere da una cooperazione diplomatica e sul terreno di Stati Uniti e Russia.

 

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Politica

Stati Uniti, Russia, Cina e l’effetto domino della corsa al nucleare

Ci sono avvenimenti che segnano il passo della geopolitica mondiale. Il ritiro degli Stati Uniti, e poi della Russia, dal trattato firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev (Nfl per la sigla inglese), che proibisce i missili nucleari a raggio intermedio, è uno di questi. L’accordo mise fine alla vicenda degli Ss-20 sovietici, che intimidivano l’Europa, e gli Irbm Pershing-2 e i Bgm-109 Tomahawk statunitensi, puntati sull’Unione Sovietica dalla Germania ovest, grazie allo smaltimento di circa 2.700 unità con una gittata fra le 300 e le 3.400 miglia, che condusse a una maggiore stabilità nel vecchio continente. Nonostante il suo valore per la conclusione della guerra fredda, e la protezione degli amici degli americani in Europa negli anni posteriori, il Nfl non assicura il controllo universale dei missili messi al bando, soprattutto considerata l’ascesa di nuove superpotenze e potenze regionali.
Secondo dati presentati al congresso degli Stati Uniti nel 2017, il 95 per cento della forza missilistica della. Cina violerebbe il trattato, se questo paese ne facesse parte. Al di là delle accuse rivolte a Mosca in merito all’equipaggiamento di battaglioni con gli Ssc-8 e la sperimentazione del sistema 9M729, controbilanciate da quelle indirizzate a Washington per l’esteso programma di droni – tutti nella stessa categoria del Nfl, quel che è certo è che l’arsenale cinese rende inattuabile alle navi da guerra americane l’avvicinamento alla costa, mettendo gli Stati Uniti in una condizione di svantaggio nel Pacifico, a meno di piazzare missili terrestri a medio raggio in Giappone e nelle Filippine. Non a caso Tokyo si è opposta di immediato alla posizione americana. La rottura del Nfl sancisce in via definitiva il riconoscimento di una partita a tre.
Stati Uniti, Russia, e Cina, possono colpire con un missile qualsiasi luogo della terra. Regno Unito e Francia sono grandi eminenze nucleari che siedono al consiglio di sicurezza. La Corea del Nord ha aumentato la gittata missilistica e test dimostrano che potrebbero ledere gli Stati Uniti e circa metà del pianeta. Altri stati hanno lavorato con alacrità per migliorare la precisione e la portata dei propri missili: Israele, India, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Corea del Sud, e Taiwan. L’investimento è spesso dettato dal tentativo di mettere in guardia gli avversari limitrofi, sebbene gli effetti siano globali e il rischio che gli armamenti cadano in mano a gruppi terroristici è reale. Il Pakistan è attrezzato per attaccare abbondantemente l’India; quest’ultima, dal canto suo, è in grado non solo di penetrare ovunque in Pakistan, ma anche in quasi tutta la Cina; Arabia Saudita e Israele, invece, è dal 1990 che sono preparati a bombardare l’intero territorio dell’Iran, ma questo potrebbe fare altrettanto con entrambi.
Nonostante gli sforzi per prevenire la proliferazione dei mezzi di distruzione di massa, nella pratica non è fattibile arrestare il commercio di piccoli componenti e la mobilità degli esperti. L’acquisizione di un unico pezzo fisico, o quella di disegni, comporta avanzamenti di enorme rilevanza nella produzione di varianti o famiglie che vengono poi vendute ad altre nazioni, le quali a loro volta generano ulteriori versioni. In questo modo, la Corea del Nord è arrivata alla produzione di missili intercontinentali, e un aumento di capacità da 745 a 8 mila miglia, in soli venti anni, dalla prima modifica di uno Scud, creato nel 1950 nell’Unione Sovietica. Inoltre, si è sempre collaborato nel trasferimento di informazioni strategiche: l’India con la Russia, il Pakistan con la Cina, la Corea del Nord con l’Iran, seguendo la linea di storiche intese geopolitiche.
La Russia ha sviluppato missili ipersonici, che saranno in dotazione nel 2022, dai quali al momento gli Stati Uniti non si possono difendere. Sono dispositivi che viaggiano a velocità sostenuta otto-dieci volte quella del suono, trasportano testate convenzionali e nucleari e sono atti a centrare sia bersagli navali sia di terra. La loro andatura riduce i tempi di reazione e l’efficacia degli apparati di difesa e l’altitudine ne limita le probabilità di abbattimento, in aggiunta, la traiettoria non è prevedile e hanno un’alta manovrabilità, combinando caratteristiche dei missili balistici e dei missili Cruise. La Cina è in possesso della stessa tecnologia e in alcune aree, incluso lo spazio cibernetico, ha già ottenuto la leadership. Pechino, che sarà pronta nel 2025, ha dichiarato di volerne fare uso nel caso di una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan, o di un intervento esterno a tale scopo, alludendo agli Stati Uniti. E il transito da Russia o Cina all’Iran è a un passo.
L’effetto domino è stato innescato. Gli Stati Uniti in risposta hanno firmato due contratti da 928 e 480 milioni di dollari con la società Lockheed Martin – azienda del settore dell’ingegneria aerospaziale e della difesa e maggior contraente militare degli Stati Uniti, per la costruzione di prototipi di sensori spaziali per individuare i missili a lunga gittata, e laser e droni per la loro distruzione poco dopo il lancio, nello scenario della guerra lampo. Rimane da vedere quella che sarà nel medio e lungo termine la visione dell’Unione Europea riguardo alla propria difesa. Gli alleati hanno tentato di far desistere Trump, ma la sua decisione ha demolito quello che era considerato il pilastro dell’architettura della sicurezza europea, e giunge in una congiuntura in cui le tensioni fra Russia e Nato vanno ampliandosi e la Russia ha istallato missili Iskander, armabili con testate nucleari, nel suo exclave di Kaliningrad, a tiro di Polonia, Lituania, Latvia, Estonia e Svezia.

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Politica

Yemen, cinque riflessioni e una conclusione preliminare

Uno. La guerra in Yemen – catastrofe i cui numeri sono stati ben illustrati dai mass media, è un disastro per gli interessi di sauditi e americani. L’errore strategico è stato di tale portata da aver prodotto proprio quei risultati che intendeva scongiurare. La minoranza houti ha sviluppato una maturità bellica superiore a quella che aveva all’inizio degli scontri. L’influenza iraniana si è estesa nella regione e l’asse fra houti ed hezbollah libanesi si è rafforzato. Per quattro anni l’Arabia Saudita ha annunciato che la vittoria fosse imminente con un progressivo calo di credibilità.

Due. Il conflitto palesa enormi complessità sia interne sia esterne e i colloqui per una tregua bilaterale stanno prendendo troppo tempo per una popolazione allo stremo. La risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che impone agli houti una resa incondizionata, non è realistica, considerata la porzione di territorio da loro controllata, e il fatto che una riconciliazione duratura richiede una definizione negoziata. Il panorama è complicato da un movimento separatista attivo dal 1990 e l’esistenza di cellule di al-Qaeda e dell’Isis che hanno occupato aree da cui sono stati sferrati attacchi mortali. Anzitutto, lo Yemen è geo-politicamente importante in quanto collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, per il quale passa gran parte del trasporto mondiale del petrolio.

Tre. Gli sforzi delle Nazioni Unite vertono, fra gli altri, sul tema della leadership. Il presidente dello Yemen, Abd-Rabbu Mansour Hadi, inviso e malato, è considerato rimpiazzabile dagli attori in gioco. Tuttavia, oggi l’unico possibile candidato tecnico per la successione, il generale Ali Mohsen, non gode né della fiducia degli houti né di quella degli Emirati Arabi Uniti, ragguardevole membro della coalizione saudita in Yemen. Gli houti non hanno dimenticato le brutali incursioni, guidate dal generale fra il 2004 e il 2009; mentre gli Emirati non possono ignorare il suo vincolo alla Fratellanza Islamica, di cui sono strenui oppositori. Senza un sostituto autorevole, che sappia guadagnarsi il sostegno di un ampio spettro della cittadinanza, nonché dei “paesi amici”, al tavolo della pace rimane scoperto il posto chiave.

Quattro. Nel vuoto lasciato dal mancato scioglimento dei dissidi si è installata la Russia come potenziale mediatore. Il ministro degli affari esteri Sergei Lavrov ha dichiarato la disponibilità a contribuire cosicché la situazione transiti da uno scenario di contrasto a uno politico. In concreto, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del consiglio di sicurezza sullo Yemen che i critici hanno definito troppo severa con Iran e houti e troppo favorevole alla coalizione saudita. L’intraprendenza russa è indicativa di un cambio degli equilibri di potere in medio oriente, Siria docet.

Cinque. Le potenze occidentali che alimentano il conflitto, Stati Uniti e Regno Unito, si sono sottratte alle proprie responsabilità. Trump ha protetto il principe ereditario Mohammad bin Salman persino davanti all’evidenza del suo coinvolgimento nell’uccisione del giornalista Khashoggi – va comunque ricordato che l’assistenza militare fu instradata da Obama, con intelligence, forniture missilistiche e pezzi di ricambio per la forza aerea per miliardi di dollari. Il Regno Unito ha persino boicottato le investigazioni dell’Onu sui crimini di guerra in Yemen. Ciò nonostante, il congresso americano, a guida democratica dopo le elezioni di medio termine, è intenzionato ad adottare azioni punitive contro l’intervento dell’Arabia Saudita. E da ottobre dell’anno appena concluso, si era già mosso l’esecutivo. Il segretario di stato, Mike Pompeo, e l’ex segretario alla difesa, James Mattis, si sono adoperati affinché le fazioni interloquiscano e, a novembre, hanno bloccato il programma di rifornimento in volo dei caccia della coalizione. D’altra parte, l’Arabia Saudita e i suoi alleati accetteranno la pacificazione solo nel momento in cui gli Stati Uniti interromperanno la collaborazione necessaria a mantenere in funzione l’apparato offensivo ed è in dubbio che l’amministrazione Trump sia disposta a patrocinare la contesa a tempo indeterminato.

L’opzione ideale sarebbe un ritiro unilaterale dell’Arabia Saudita, su sollecitazione di Trump. Questa iniziativa in prima istanza allevierebbe le sofferenze dei civili, sfiderebbe houti e iraniani ad agire di conseguenza, e darebbe quindi un impulso serio al dialogo. L’idea può apparire scapigliata vis-à-vis l’impunità dei sauditi e il progetto statunitense che li vede al centro della questione mediorientale, nonché l’aggressività di entrambi gli alleati verso l’Iran. Nondimeno, la guerra in Yemen, che nell’attualità non può essere vinta da alcuno, e potrebbe protrarsi per un numero indefinito di anni, costa al governo dell’Arabia Saudita intorno ai 6-7 miliardi di dollari al mese, oltre a un grave danno di immagine internazionale, in una fase in cui si pretende lanciare un’inedita visione economica e sociale; e Trump, in difficoltà sul terreno domestico, sta subendo forti pressioni dal congresso e l’opinione pubblica per mettere fine alla peggiore crisi umanitaria che il mondo abbia mai visto. Dal canto loro, gli houti, con il prolungarsi delle ostilità, e il consolidamento e allargamento delle posizioni conquistate, potrebbero acquisire uno status oltremodo favorevole in future negoziazioni. Se, invece, rifiutassero di pareggiare le nuove condizioni approntate dall’Arabia Saudita, rovescerebbero i piani, assumendo lo scomodo ruolo di aggressori.

L’intervento si è già dimostrato controproducente. E il rischio che corre l’Arabia Saudita, con una crescente presenza di milizie sul proprio confine, si va acutizzando nella misura in cui la guerra procede, anche se il contesto è tale da prevedere la continuazione di una pugna intestina di diversa intensità, pur all’indomani di un’auspicata fine delle ostilità. La minaccia iraniana – il cui grado venne esagerato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per giustificare la campagna, non è più una ragione valida per procrastinare il cessate il fuoco. Infatti, un processo guidato dalle Nazioni Unite ne diminuirebbe l’espansione, mentre il conflitto yemenita per l’Iran è divenuto una modalità a basso costo per dissanguare il suo rivale regionale.