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	<title>Populismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Populismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Marsonet]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 17:40:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[matteucci]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/matteucci-e-il-populismo-una-sana-e-attualissima-rilettura/">Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al giorno d’oggi imperante: l’insorgenza populistica.</p>
<p><span id="more-1787"></span></p>
<p>L’opera a cui si fa riferimento è evidentemente “Il liberalismo in una democrazia minacciata” apparso nel 1981, ma in effetti composto da saggi risalenti ai due anni precedenti. In realtà, già nel 1972 con “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, Matteucci si occupa degli influssi populistici sul tessuto sociale e democratico; tuttavia, tali questioni sono affrontate in modo ancor più centrale nel testo uscito negli anni ‘80. Matteucci vede come questa reazione illiberale, di fatto, si nutra dell’idolatria dell’appiattimento delle condizioni, della veemente critica verso ogni forma di autorità e, in definitiva, dell’ideologia di un popolo che si fa massa, di una democrazia che si fa “massocrazia”, come direbbe probabilmente Giovanni Sartori. Non dimentichiamo, a questo punto, i mirabili volumi di José Ortega y Gasset (“La ribellione delle masse”, 1929) e Johan Huizinga (“La crisi della civiltà”, 1935, anche se il titolo in lingua olandese corrisponderebbe pressappoco a un ben più plumbeo e minaccioso “Nelle ombre del domani”), i quali già avevano visto come l’erosione assoluta del principio di autorità, la perdita totale della memoria storica e, potremmo dire, la massificazione montante prospettavano un futuro eufemisticamente fosco.</p>
<p>Ebbene, secondo Matteucci, come sostenne già Peter Wiles nel primo fondamentale studio sul populismo uscito nel 1969, questa reiezione della modernità non assume le sembianze di una vera e propria ideologia, bensì di «una sindrome, un insieme di idee semplici ed elementari, di intuizioni e di emozioni che vengono vissute attivisticamente nell’azione» facendosi «un credo e un movimento». Non mi soffermo sull’annoso problema definitorio del populismo, giacché, a causa della scivolosità concettuale dello stesso, ancora oggi gli studiosi non riescono a trovare un punto di vista convergente. È il seguito dell’analisi dello studioso bolognese ad essere assai pregnante e di limpida attualità.</p>
<p>Infatti, egli nota come il fenomeno nasconda in sé un afflato profondamente antimoderno, antilluministico e antindividualistico già nel fatto che «per il populismo il solo ed unico depositario dei valori è il popolo», ovvero un concetto collettivo che, in virtù della sua estrema aleatorietà e se utilizzato in modo dogmatico, letterale e onnipervasivo mina le (precarie) fondamenta di una società libera, o aperta, e tende a schiacciare il pluralismo tipico della democrazia liberale. Uno dei pericoli, nota l’autore, è che, se la democrazia s’impregna della “febbre” populista e non trova gli anticorpi per riassorbire l’agente patogeno (Matteucci usa un’espressione piuttosto forte, ma nel complesso calzante: parla di “redenzione” del momento populistico in quello costituzional-pluralistico), allora l’esito sarà verosimilmente l’instaurazione di una democrazia a vocazione totalitaria o autoritaria, giacché la democrazia populistica si configura come regime politico intrinsecamente instabile.</p>
<p>Com’è noto, e come pertinentemente osserva lo studioso, il populismo si scaglia contro «i pochi, le oligarchie, chi comanda». Inoltre – e qui emerge tutta la sua carica sessantottina che, forse, per la componente “antitradizionalistica” va ad abbracciare solo una parte dei populismi, potremmo dire quelli di tipo progressista-egualitaristico – «è sostanzialmente attivista – e in questo irrazionalista e antistoricista – per una mistica fiducia nel nuovo; è profondamente anti-intellettualista […] è in radicale protesta contro la tradizione». In virtù del suo nuovismo estremo, del suo rigetto nei confronti del passato – o, perlomeno, di quella parte di passato dominata dai “potenti” – e dell’idoleggiamento del principio di “sovranità popolare”, la rottura con il momento pre-populista deve essere dirompente. La democrazia in salsa populistica, così, desidera la rottura con le briglie che dovrebbero contenere il rischio “demolatrico”, è ostile alla separazione dei poteri e vuole instaurare il principio di partecipazionismo puro, ovvero «la partecipazione di tutti su tutto, in ogni ambito, in un complessivo livellamento delle scelte».</p>
<p>In altri termini, viene iper-esteso il momento politico, «segno di una situazione non sana, perché segna il passaggio dal pluralismo alla società di massa, da una concezione individualistica della politica a una totalitaria, perché porta alla distruzione delle articolazioni della società civile». Se, in teoria, l’ “uomo-massa” ha in tal modo un guadagno in chiave politica, giacché la democrazia diretta è l’inveramento e l’assolutizzazione del potere legittimo detenuto dal popolo, sul piano privatistico-individualistico esso non è più nulla, poiché perde la dimensione che lo rende unico e irriducibile.</p>
<p>In questo senso, si può ben dire che esso si configura come una «violenta forma di reazione al processo di modernizzazione, in nome della democrazia diretta», dal momento che, se la dimensione politica diviene ipertrofica, le attività economiche vedono necessariamente una loro erosione. E, allora, considerare il populismo – quasi inevitabilmente legato all’approdo verso una società chiusa – «un’ideologia del ristagno e del sottosviluppo», per dirla con Matteucci, non è molto lontano dal vero.</p>
<p>Concludiamo, giunti a questo punto, con un’ultima ficcante osservazione del pensatore bolognese. Il contrasto a una degenerazione sociale massocratico-populistica deve partire, ancorché non solamente, dal ripristino dell’autentico compito proprio dell’istituzione universitaria. Essa, con le parole del Nostro, deve tornare ad essere «sede di formazione della personalità umana, della <em>Bildung</em>», ovvero «deve servire a formare e liberare le personalità» e non a “produrre” individui indistinti, impersonali e amorfi. Sicuramente sarebbe corrivo attribuire unicamente alla massificazione universitaria la responsabilità della situazione attuale; tuttavia, se questa “palestra” di menti e di spiriti critici tornerà ad assolvere il suo primario e imprescindibile ruolo, già si saranno fatti notevoli passi avanti. Accanto a ciò, nondimeno, occorre che l’individuo riscopra da sé il piacere di elevarsi da uno stato di minorità intellettuale che minaccia di ricoprire la modernità di una coltre greve, brumosa e narcisistica.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlo Marsonet" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/carlo-marsonet-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlo-marsonet/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlo Marsonet</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>PhD candidate, Luiss Guido Carli, Roma. Tra gli interessi di ricerca: populismo, rapporto liberalismo/democrazia, pensiero liberale classico</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/matteucci-e-il-populismo-una-sana-e-attualissima-rilettura/">Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Politica e leadership alla prova della massocrazia populista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Marsonet]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 21:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Il sale della democrazia moderna si identifica con quei cittadini che non leggono altro se non le pagine sportive e le vignette comiche. La democrazia non è quindi governo di massa, ma cultura di massa», scriveva Leo Strauss in <em>Liberalismo antico e moderno</em>. D’altronde, qualche pagina dopo era egli stesso ad ammettere che «non dobbiamo aspettarci che l’educazione possa mai diventare educazione universale. Rimarrà sempre e soltanto l’impegno ed il privilegio di una minoranza». In queste parole, evidentemente, non si possono non percepire echi dal sapore elitista; tuttavia, un argomento analogo era già stato sposato ad esempio da un liberale come Tocqueville ne <em>La democrazia in America</em>. Possiamo leggere, infatti, che «è impossibile elevare la cultura del popolo oltre ad un certo livello», giacché l’istruzione richiede tempo, desiderio di ampliare il proprio bagaglio culturale – in quanto ritenuto non solo utile per una qualche ragione, dunque considerato esso come un mezzo, ma soprattutto come un fine in sé – e pure una certa dose di umiltà.</p>
<p>La conquista democratica sarà allora soggetta – come tutto ciò che l’uomo ha conquistato con sudore, ingegno e disponibilità alla fatica – a continui traballamenti interni. Si tratta, in altre parole, di una costruzione instabile e mai definitiva. Con le fulgide parole di Sartori, possiamo ben asserire che «la democrazia è un’apertura di credito all’<em>homo</em> <em>sapiens</em>, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’<em>homo sapiens</em> è in pericolo, la democrazia è in pericolo». Detto altrimenti, essa necessita di un grado minimo di comprensione dei suoi principi e del suo funzionamento. Non può, dunque, essere valutata per quello che non può dare. In altri termini, non la si può sovraccaricare di aspettative, né, tantomeno, si può pretendere da lei che dia vita a una sovranità esercitata direttamente dal popolo. Come disse magnificamente Bobbio, «nulla rischia di uccidere la democrazia più dell’eccesso di democrazia». Il «perfezionismo democratico», come ammoniva Sartori, è un rischio costante, soprattutto per chi si fa blandire dai suadenti richiami demagogici degli “amici del popolo”.</p>
<p>Già, le élite e i leader politici, presunti “amici” o “nemici” del popolo che siano. Sartori, citando le parole di James Bryce e Salvador de Madariaga, vide come una democrazia liberale, forse ancor di più delle non-democrazie, non potesse fare a meno di leadership di qualità. Ed è ora tornato sul tema Lorenzo Ornaghi, con un bell’intervento sull’edizione weekend de “Il Foglio” che riprende le tesi espresse da Max Weber nella sua celebre lezione tenuta a Monaco ormai un secolo fa. In <em>Politik als Beruf</em> il sociologo tedesco vide in tre le principali qualità che un uomo politico deve possedere: passione, senso di responsabilità e lungimiranza. Con la prima, Weber intende «la dedizione appassionata a una “causa”». Non una semplice passione incanalata nel vuoto, come egli stesso aggiunge, bensì una dedizione matura che fa della necessaria responsabilità «la stella polare decisiva dell’agire». E siamo così arrivati alla seconda caratteristica richiesta a un politico di qualità. Infine, la lungimiranza, ovvero «la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento». Dopo tutto ciò, Weber ammette che un leader politico degno di questo nome deve rifuggire una tentazione sempre presente nell’uomo: la vanità, «nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi».</p>
<p>Proviamo noi ora a domandarci di queste tre qualità, senza tralasciare la vanesia pulsione, quali siano presenti nel panorama politico attuale, soprattutto, ma non solamente, del nostro Paese. Tocca constatare che, purtroppo, la qualità delle nostre leadership è sempre più carente. I social network, come già ampiamente riconosciuto, non fanno altro che toccare le corde della spocchia di tutti noi. Ci sentiamo in diritto di poter esprimere l’opinione su qualunque tematica: dopo tutto, non servono proprio a rendere una società più equa e orizzontale, quindi democratica? Certamente, essi sono stati una grande innovazione per una molteplicità di motivi. Dunque, non possono essere considerati come una negatività in sé. Dipende, però, come essi vengono impiegati. In altri termini, fondamentale è se gli utenti riescono, ovvero si impongono, dei limiti al loro utilizzo, e non si auto-idoleggiano. Come ha scritto Cass Sunstein nel suo <em># Republic. La democrazia nell’epoca dei social media</em> (il Mulino, 2017), la libertà di espressione valorizzata dai social va in buona misura accompagnata da «una cultura della curiosità, dell’apertura e dell’umiltà». Altrimenti, si verifica ciò che è sotto i nostri occhi, cioè a dire l’esatto contrario di quello detto poc’anzi: chiusura ed ermetismo del pensiero, ottusità e tracotanza, con la conseguente polarizzazione del dibattito (se così si può chiamare l’accozzaglia di strepiti che ne viene fuori). E i leader?</p>
<p>I leader, se sono veramente tali, non possono diventare semplici follower. La ribellione delle masse di cui parlava Ortega y Gasset, si accompagna quasi di necessità, o forse è proprio anticipata, dalla «diserzione delle minoranze direttrici». Queste ultime hanno smesso di riflettere sul futuro e di ponderare attentamente sul da farsi. Si dirà, le tempistiche della politica e del mondo globalizzato corrono sempre più velocemente e non lasciano spazio alla riflessione tranquilla e misurata. Può darsi; ma i leader politici abdicano al loro ruolo se si lasciano fagocitare dalle urla smisurate di un elettorato sempre più impaziente e privo di quei necessari limiti da autoimporsi. Come nota con acume Giovanni Orsina ne <em>La democrazia del narcisismo</em>, la democrazia liberale «da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro, però, funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti». Detto altrimenti, «la promessa pubblica di autodeterminazione [si regge] sulla capacità di autolimitazione». Pertanto, certamente i singoli individui non possono chiedere alla democrazia più di ciò che essa può dare. Contemporaneamente, nondimeno, chi è stato chiamato a svolgere il ruolo di leader non può assecondare i desideri sfrenati che pervengono dal basso.</p>
<p>Infatti, scrive Sartori in <em>Democrazia e definizioni</em>, «se nessun esperimento storico più di quello democratico vive in bilico sul delicato equilibrio tra “essere” e “dover-essere, è piuttosto evidente che solo élites consapevoli instaurano e conservano la democrazia, che solo minoranze dirigenti esperte e responsabili possono sfuggire al vortice del perfezionismo democratico». Va evitata, per dirla con Röpke, la degenerazione antropologica dell’<em>homo sapiens </em>in “<em>homo insipiens gregarius</em>”, caratterizzato da appiattimento e livellamento intellettuale, nonché da quella mancanza di senso del limite che lo può condurre alla rovina. D’altronde, come notava bene Edmund Burke, «la società non può esistere se non si pongono dei freni allo scatenamento degli appetiti; […] è nell’ordine delle cose che gli uomini privi di senso del limite non possano essere liberi. Le loro passioni forgiano le loro catene». Impegniamoci a riscoprire l’umiltà e il senso del limite propri di individui necessariamente ignoranti e fallibili. Rifuggiamo, dunque, l’ebbrezza narcisistica: ne trarremo giovamento tutti, tanto in veste di singoli quanto come comunità.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlo Marsonet" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/carlo-marsonet-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlo-marsonet/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlo Marsonet</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>PhD candidate, Luiss Guido Carli, Roma. Tra gli interessi di ricerca: populismo, rapporto liberalismo/democrazia, pensiero liberale classico</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/politica-e-leadership-alla-prova-della-massocrazia-populista/">Politica e leadership alla prova della massocrazia populista</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Liberalismo e democrazia nella società post-industriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bonetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Mar 2018 13:51:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi pare insufficiente parlare di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo, come qui fa Corrado Ocone, se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società. Nessun determinismo economico s’intende, ma se non si tiene conto che il popolo (un tempo si diceva le masse) è culturalmente diverso da quello dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mi pare insufficiente parlare</strong> di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo, <a href="http://www.fondazioneluigieinaudi.it/populismo-una-categoria-vuota/">come qui fa Corrado Ocone</a>, se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società.</p>
<p><strong>Nessun determinismo economico</strong> s’intende, ma se non si tiene conto che il popolo (un tempo si diceva le masse) è culturalmente diverso da quello dei primi settant’anni del Novecento, non si può capire molto di quello che sta accadendo.</p>
<p><strong>L’individualismo liberale</strong> non è più quello delle vecchie élite, si è trasformato nell’individualismo di milioni di individui che non intendono più riconoscere né autorità superiori al loro giudizio né maestri di sorta.</p>
<p><strong>La società post-industriale</strong> ha segnato una svolta economica irreversibile che si è poi accompagnata ad una svolta antropologica e culturale. Temo che il principio “uno vale uno” non sia più la manifestazione di una concezione scettica del sapere e realistica della società, ma la pretesa arrogante di ognuno di imporre la propria “verità”, magari fondata sull’ignoranza, come l’unica.</p>
<p><strong>Questa pretesa rischia di generare il caos sociale</strong> e la progressiva corrosione delle istituzioni della democrazia liberale che vivono di un delicato equilibrio fra autorevolezza delle élite e controllo popolare.</p>
<p><strong>Ma dobbiamo anche chiederci</strong>: chi sono oggi le élite? di che tipo di cultura sono portatrici? che genere di vita conducono? che libri leggono?</p>
<p><strong>Veramente mi sembrano del tutto lontane</strong> ed estranee alla cultura delle élite dei tempi della mia giovinezza e di quella di Dino. Nei casi migliori è una cultura di giuristi, di economisti e di altri specialisti, ma manca quella visione generale dei problemi che un tempo era data, anche in politica, dalla tradizione storico-umanistica.</p>
<p><strong>Stretta fra tecnocrazia e populismo</strong>, la democrazia liberale si fa sempre più asfittica, le élite tendono a chiudersi in se stesse, a diventare autoreferenziali, e il cosiddetto popolo (in realtà una congerie di ceti sociali con interessi contrapposti, ma uniti soltanto nello scontento e in una rivolta plebea) a rifiutare istituzioni nelle quali non vede più la garanzia delle proprie esigenze vitali.</p>
<p><strong>La vita cerca confusamente</strong> di inventare nuove forme entro cui incanalarsi.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Paolo Bonetti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/alcibiade/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Paolo Bonetti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In memoria del Prof. Paolo Bonetti</p>
<p>1939 &#8211; 2019 †</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/liberalismo-democrazia-nella-societa-post-industriale/">Liberalismo e democrazia nella società post-industriale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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