Se un orso ci ricorda il valore della libertà

Il tema della libertà, della sua essenza e delle sue limitazioni, costituisce una questione annosa e mai conclusa. D’altronde, i continui cambiamenti, il mutare delle condizioni delle nostre società pongono in essere il costante dibattito su di essa, in particolare sui pericoli che essa può correre, sia a causa di tradizionali agenti “invasivi”, su tutti il potere pubblico (leggi: dispositivo statale), sia dovuti ai nuovi mezzi tecnologici che ci fanno interrogare tanto sulle straordinarie nuove opportunità che essi ci forniscono, quanto sui rischi che possono arrecare alla nostra libera azione individuale.

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Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura

Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al giorno d’oggi imperante: l’insorgenza populistica.

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Se il declino è sempre più in mezzo a noi. Il caso di Radio Radicale

Nel terzo volume che poi andrà a creare Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino». Rifuggendo le sempre presenti tentazioni costruttivistiche e iper-razionalistiche, il pensatore austriaco voleva evidenziare quanto poco sappiamo – anche qualora provassimo incessantemente a migliorarci – per potere davvero andare al di là della nostra natura fondamentalmente fallibile.

Ciò non significa, come è ben evidente, che non possiamo fare nulla per tenerci stretto quel po’ di progresso che è stato raggiunto mediante esperienze ed esperimenti di molteplici generazioni. In questo senso, purtroppo, lascia davvero esterrefatti la decisione di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale da parte del governo e, nella fattispecie, dell’ala pentastellata dello stesso. A proposito di ciò ha scritto Salvatore Merlo su “Il Foglio” del 16 aprile, con un articolo dal reboante ma più che pertinente titolo “Tra i delitti contro la civiltà del M5s ricorderemo anche la chiusura di Radio Radicale”. E come dargli torto. Condannare alla chiusura questo bastione di memorie, sapere e cultura, infatti, equivale a un crimine, giacché non ci si rende conto del prezioso servizio che questa emittente negli anni ha fornito. Molto di più, peraltro, dell’emittente radiotelevisiva nazionale che non si avvicina propriamente a quello che potremmo classificare come servizio di qualità.

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Sinistra, moralismo e democrazia

Non è facile fare l’osservatore di fatti politici senza farsi prendere dal coinvolgimento emotivo. La Wertfreiheit di weberiana memoria, infatti, per quanto sia un imprescindibile strumento analitico per chi si cimenta con la pratica dello studioso di fenomeni politici, risente quasi ineludibilmente – se non altro in minima parte – dell’orientamento da cui si parte per osservare le parti concorrenti in gioco. Ciononostante, come insegna uno studioso di grande rilevanza, Dino Cofrancesco, è bene cercare di attenersi a giudizi di fatto di quel che accade, tenendo per sé i giudizi di valore che potrebbero camuffare, e quindi inficiare e rendere così prive di “scientificità”, le analisi prodotte. In altri termini, si tratta di ricoprire la figura di arbitro super partes e non di arbitro delle parti in gioco che, in realtà, si scopre tifoso o, ancor peggio, “hooligan”.

Ahimè, tocca constatare che spesso molti commentatori politici tendono a seguire questa seconda via. Sulla prima pagina de “La Repubblica” di lunedì 4 marzo, l’editoriale firmato da Ezio Mauro non può che destare qualche perplessità, se non addirittura sorrisi amari. Il pezzo, che vuol essere il commento alle elezioni per il segretario del PD, dimostra per l’ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto a sinistra, o almeno in seno a una certa sinistra, si soffra della presunzione di una specie di superiorità antropologica. Per il giornalista, infatti, tanto le elezioni sopradette, quanto la manifestazione organizzata sabato a Milano contro il razzismo, pur nella loro diversità, altro non sarebbero che «la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura. È la responsabilità della democrazia, che fa parte della civiltà italiana e che ormai sembra travolta». Belle parole, si potrà pensare, ma cosa nascondono?

Celano, ma neanche più di tanto, il classico moralismo che alberga a sinistra – e che, peraltro, ha contribuito all’emersione dei 5 Stelle – ed è proprio di chi pensa di essere sempre dalla parte del Bene e in lotta perenne contro il Male. Ora, chi conosce anche in minima misura chi scrive sa quanto la sua preoccupazione per questo governo sia alta, tanto per l’ala più nazionalpopulista (Lega), quanto per quella di stampo protestatario sociale, e peronista aggiungo (M5S), per utilizzare le etichette di Pierre-André Taguieff. In questo senso, le analisi di Angelo Panebianco paiono più che calzanti e convincenti. Epperò, anche se la difesa di questo esecutivo è ben lontana da questa penna, non si può tacere la stanchezza per l’ennesimo pezzo moralistico che ci propone e ci propina la solita sussiegosa litania dei “buoni” che combattono in una lotta campale i “cattivi”.

Per citare nuovamente Cofrancesco, questo modo di porsi tipico dei “vate” stanti a sinistra, fa parte di quella ch’egli ha catalogato come “ideologia italiana”, tra cui spicca, per l’appunto, «un esasperato atteggiamento moralistico nei riguardi della politica elevata a momento di rigenerazione morale e spirituale dei popoli, non – più modestamente – a luogo di mediazione e di compromesso tra interessi e valori» (si veda, a tal proposito, un vecchio libretto dell’autore intitolato “Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave”, Bertani editore, 1984). In altre parole, la lezione aroniana e lo scetticismo di stampo humeano, per quanto concerne l’ideologia che va per la maggiore tra gli intellettuali nostrani, sono completamente disattesi. E allora, come si può parlare di democrazia? Come si sa, il concetto di “democrazia” è ben ostico, ed è ben facile appropiarsene deprivandolo del suo contenuto effettivo (come del resto pure quello di “populismo”). Attenzione, però, giacché anche i tanto bistrattati populisti si autodefiniscono come i veri e unici democratici.

Da un lato, dunque, i populisti reclamano una democrazia sempre più pura di quella che c’è, producendo aspettative crescenti e erodendone in buona misura i cardini costituzional-liberali. E questo, come osservava Sartori, è un pericolo esiziale per il suo delicato equilibrio. D’altro canto, però, a sinistra si ha quasi sempre il vizio di apprezzare e decantare la democrazia, a patto che essa produca esclusivamente i vincitori “giusti” prestabiliti a priori. È questa democrazia?

Politica e leadership alla prova della massocrazia populista

«Il sale della democrazia moderna si identifica con quei cittadini che non leggono altro se non le pagine sportive e le vignette comiche. La democrazia non è quindi governo di massa, ma cultura di massa», scriveva Leo Strauss in Liberalismo antico e moderno. D’altronde, qualche pagina dopo era egli stesso ad ammettere che «non dobbiamo aspettarci che l’educazione possa mai diventare educazione universale. Rimarrà sempre e soltanto l’impegno ed il privilegio di una minoranza». In queste parole, evidentemente, non si possono non percepire echi dal sapore elitista; tuttavia, un argomento analogo era già stato sposato ad esempio da un liberale come Tocqueville ne La democrazia in America. Possiamo leggere, infatti, che «è impossibile elevare la cultura del popolo oltre ad un certo livello», giacché l’istruzione richiede tempo, desiderio di ampliare il proprio bagaglio culturale – in quanto ritenuto non solo utile per una qualche ragione, dunque considerato esso come un mezzo, ma soprattutto come un fine in sé – e pure una certa dose di umiltà.

La conquista democratica sarà allora soggetta – come tutto ciò che l’uomo ha conquistato con sudore, ingegno e disponibilità alla fatica – a continui traballamenti interni. Si tratta, in altre parole, di una costruzione instabile e mai definitiva. Con le fulgide parole di Sartori, possiamo ben asserire che «la democrazia è un’apertura di credito all’homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo». Detto altrimenti, essa necessita di un grado minimo di comprensione dei suoi principi e del suo funzionamento. Non può, dunque, essere valutata per quello che non può dare. In altri termini, non la si può sovraccaricare di aspettative, né, tantomeno, si può pretendere da lei che dia vita a una sovranità esercitata direttamente dal popolo. Come disse magnificamente Bobbio, «nulla rischia di uccidere la democrazia più dell’eccesso di democrazia». Il «perfezionismo democratico», come ammoniva Sartori, è un rischio costante, soprattutto per chi si fa blandire dai suadenti richiami demagogici degli “amici del popolo”.

Già, le élite e i leader politici, presunti “amici” o “nemici” del popolo che siano. Sartori, citando le parole di James Bryce e Salvador de Madariaga, vide come una democrazia liberale, forse ancor di più delle non-democrazie, non potesse fare a meno di leadership di qualità. Ed è ora tornato sul tema Lorenzo Ornaghi, con un bell’intervento sull’edizione weekend de “Il Foglio” che riprende le tesi espresse da Max Weber nella sua celebre lezione tenuta a Monaco ormai un secolo fa. In Politik als Beruf il sociologo tedesco vide in tre le principali qualità che un uomo politico deve possedere: passione, senso di responsabilità e lungimiranza. Con la prima, Weber intende «la dedizione appassionata a una “causa”». Non una semplice passione incanalata nel vuoto, come egli stesso aggiunge, bensì una dedizione matura che fa della necessaria responsabilità «la stella polare decisiva dell’agire». E siamo così arrivati alla seconda caratteristica richiesta a un politico di qualità. Infine, la lungimiranza, ovvero «la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento». Dopo tutto ciò, Weber ammette che un leader politico degno di questo nome deve rifuggire una tentazione sempre presente nell’uomo: la vanità, «nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi».

Proviamo noi ora a domandarci di queste tre qualità, senza tralasciare la vanesia pulsione, quali siano presenti nel panorama politico attuale, soprattutto, ma non solamente, del nostro Paese. Tocca constatare che, purtroppo, la qualità delle nostre leadership è sempre più carente. I social network, come già ampiamente riconosciuto, non fanno altro che toccare le corde della spocchia di tutti noi. Ci sentiamo in diritto di poter esprimere l’opinione su qualunque tematica: dopo tutto, non servono proprio a rendere una società più equa e orizzontale, quindi democratica? Certamente, essi sono stati una grande innovazione per una molteplicità di motivi. Dunque, non possono essere considerati come una negatività in sé. Dipende, però, come essi vengono impiegati. In altri termini, fondamentale è se gli utenti riescono, ovvero si impongono, dei limiti al loro utilizzo, e non si auto-idoleggiano. Come ha scritto Cass Sunstein nel suo # Republic. La democrazia nell’epoca dei social media (il Mulino, 2017), la libertà di espressione valorizzata dai social va in buona misura accompagnata da «una cultura della curiosità, dell’apertura e dell’umiltà». Altrimenti, si verifica ciò che è sotto i nostri occhi, cioè a dire l’esatto contrario di quello detto poc’anzi: chiusura ed ermetismo del pensiero, ottusità e tracotanza, con la conseguente polarizzazione del dibattito (se così si può chiamare l’accozzaglia di strepiti che ne viene fuori). E i leader?

I leader, se sono veramente tali, non possono diventare semplici follower. La ribellione delle masse di cui parlava Ortega y Gasset, si accompagna quasi di necessità, o forse è proprio anticipata, dalla «diserzione delle minoranze direttrici». Queste ultime hanno smesso di riflettere sul futuro e di ponderare attentamente sul da farsi. Si dirà, le tempistiche della politica e del mondo globalizzato corrono sempre più velocemente e non lasciano spazio alla riflessione tranquilla e misurata. Può darsi; ma i leader politici abdicano al loro ruolo se si lasciano fagocitare dalle urla smisurate di un elettorato sempre più impaziente e privo di quei necessari limiti da autoimporsi. Come nota con acume Giovanni Orsina ne La democrazia del narcisismo, la democrazia liberale «da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro, però, funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti». Detto altrimenti, «la promessa pubblica di autodeterminazione [si regge] sulla capacità di autolimitazione». Pertanto, certamente i singoli individui non possono chiedere alla democrazia più di ciò che essa può dare. Contemporaneamente, nondimeno, chi è stato chiamato a svolgere il ruolo di leader non può assecondare i desideri sfrenati che pervengono dal basso.

Infatti, scrive Sartori in Democrazia e definizioni, «se nessun esperimento storico più di quello democratico vive in bilico sul delicato equilibrio tra “essere” e “dover-essere, è piuttosto evidente che solo élites consapevoli instaurano e conservano la democrazia, che solo minoranze dirigenti esperte e responsabili possono sfuggire al vortice del perfezionismo democratico». Va evitata, per dirla con Röpke, la degenerazione antropologica dell’homo sapiens in “homo insipiens gregarius”, caratterizzato da appiattimento e livellamento intellettuale, nonché da quella mancanza di senso del limite che lo può condurre alla rovina. D’altronde, come notava bene Edmund Burke, «la società non può esistere se non si pongono dei freni allo scatenamento degli appetiti; […] è nell’ordine delle cose che gli uomini privi di senso del limite non possano essere liberi. Le loro passioni forgiano le loro catene». Impegniamoci a riscoprire l’umiltà e il senso del limite propri di individui necessariamente ignoranti e fallibili. Rifuggiamo, dunque, l’ebbrezza narcisistica: ne trarremo giovamento tutti, tanto in veste di singoli quanto come comunità.

Modernità e smarrimento dell’uomo: un nesso indissolubile?

Marcello Veneziani è pensatore acuto come ce ne sono pochi in circolazione. Da ciò che scrive o dice si possono sempre trarre utilissimi spunti di riflessione, lontani da quella melassa politicamente corretta che intorpidisce le menti e ha la presunzione di farci pervenire al Giusto e al Bene universale e definitivo.

In un’intervista rilasciata il 28 gennaio a Luigi Iannone (“Il Giornale”), l’autore viene sentito sul suo ultimo lavoro, da poco uscito in libreria, Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee (Marsilio). Pur non essendo liberale, a differenza di chi scrive, Veneziani sostiene alcune tesi che non si possono che condividere. Infatti, elogiando, ad esempio, il ruolo della famiglia non si può non riconoscere che essa costituisce uno di quei legami che ci aiuta a diventare degli “io” e ci traghetta verso la nostra maturazione. Si tratta, quindi, di un imprescindibile strumento di crescita individuale, nonché, piuttosto verosimilmente, di un ineludibile bisogno umano. Senza dimenticare quanto essa possa essere una di quelle preziosissime comunità prepolitiche che vanno opposte all’invadenza di uno stato sempre più intrusivo nelle nostre vite.

Inoltre, sostiene il saggista pugliese, «è necessario comprendere che non siamo illimitati, che i nostri diritti non possono coincidere coi nostri desideri e farsi smisurati». Il richiamo alla fallibilità e, diciamo pure, all’ignoranza di essere imperfetti quali noi siamo, non può che risultare piacevole per chi ha una certa sensibilità liberale. Così come il successivo rimando al desiderio irrefrenabile di sempre più diritti octroyés dallo stato richiama immediatamente quell’ «uomo-massa» di orteghiana memoria – e così ben richiamato da Giovanni Orsina nel recente La democrazia del narcisismo, Marsilio – che mette tanto a repentaglio la società, quanto porta al sovraccarico delle democrazie che si fanno sempre più traballanti.

Infine, almeno per quanto attiene alle posizioni che da un punto di vista liberale possono essere condivise, va citato per intero ciò che egli asserisce a proposito della “tradizione” – una delle dieci idee, come da sottotitolo del volume, che a detta sua vanno prepotentemente riscoperte –, essa «non è solo la gioia delle cose durevoli ma anche il senso della continuità, la convinzione che il mondo non sia nato con noi e non finisca con noi. L’esperienza ci ha insegnato che la tradizione è l’unica promessa di futuro nel nome del passato; senza tradizione sparisce prima il passato, poi il futuro, si perde ogni connessione, si resta prigionieri del momento». L’eco burkeiano è piuttosto evidente, giacché, come si ricorderà, nelle Riflessioni sulla Rivoluzione francese suonano potenti le seguenti parole: «I popoli che non si volgono indietro ai loro antenati non sapranno neanche guardare al futuro». Con Nisbet diremmo che «non possiamo sapere dove siamo, ancor meno dove stiamo andando, senza sapere dove siamo stati». Da un punto di vista liberale, si tratta solamente, per così dire, di non declinare il senso della tradizione in modo assoluto e dogmatico, diciamo escludente, quanto, bensì, di servirsene come impareggiabile ausilio per meglio comprendere il presente e poiché essa costituisce in buona misura la base su cui edificare la nostra vita. Con le splendide parole di Ortega y Gasset potremmo dire che «l’uomo non è in nulla costruttivo, se non è continuità. Per superare il passato bisogna non perdere il contatto con esso; ma al contrario sentirlo bene sotto i nostri piedi, perché ci stiamo sopra». In altri termini, se siamo ciò che siamo, lo dobbiamo anche a chi è venuto prima di noi e a cosa è stato creato, spontaneamente o deliberatamente, da chi ci ha preceduto. Siamo, dunque, essere ineludibilmente situati e radicati, nonostante un certo pensiero iper-razionalista vorrebbe farci credere che non sia così.

Tuttavia, riconosciuti i doverosi meriti a Veneziani, non si possono tacere alcune perplessità. Sembra, infatti, che il Nostro tenda a scambiare degenerazioni della modernità, con la modernità stessa. Sostenendo, ad esempio, che «nella parabola della modernità Dio viene poi sostituito con la storia, con la scienza, con l’umanità. Alla fine di questa parabola, resta l’individuo solo e assoluto che vive la sua solitudine globale chiuso nel recinto del privato». Sebbene la modernità “liberatrice” dai miti e dalle illusioni magico-sacrali-superistiziose possa, come sostiene Veneziani, portare l’individuo a rifugiarsi nel proprio confortevole “particulare”, si tratta, a mio avviso, per l’appunto di un’eventualità, e non di una necessità. Come ci spiega Popper, infatti, un tratto peculiare di una società aperta è anche quella di far uscire l’uomo da gabbie mentali ammantate di sacertà e di dogmi indiscutibili, che rendono il mondo e la realtà fissati nella loro statica immobilità, per mezzo di decisioni personali e individuali che criticano, con l’umiltà necessaria a essere ignoranti e fallibili, l’esistente. Detto altrimenti, la scoperta dell’individuo, e dunque dell’esistenza di una moltitudine di sostanze uniche e irriducibili, fa sì che esso si renda di conto avere tra le sue possibilità quella di pensare in modo autonomo, ma non disancorato dal reale, e di agire in mezzo agli altri.

Si tratta, pertanto, di conciliare una dimensione comunitaria dell’individuo, giacché esso non esiste se non in società, come persino uno dei padri nobili del liberalismo, Adam Smith, osservava, a una sua ineludibile vocazione individualistica. Ancora con le adamantine parole di Ortega, essere uomo significa «essere in una tradizione», in quanto, l’autenticità che contraddistingue ogni individuo di per sé irripetibile nelle sue peculiarità, non può che poggiarsi su una base apparentemente inesistente, ma che al contrario ci fornisce il materiale strutturale su cui andare a innestare la nostra individualità: «la società, la collettività, è il grande essere senz’anima, poiché è l’umanità naturalizzata, meccanizzata e quasi mineralizzata. […] Grazie alla società l’uomo è progresso e storia. La società tesorizza il passato. […] La società mette l’uomo in posizione di partenza e gli consente di creare il nuovo, il razionale e il più perfetto».

Dunque, il recupero del mito come riscatto allo smarrimento di un individuo spaesato e disancorato non credo sia la soluzione migliore. Inoltre, ritenere che essi «ci fanno vedere la realtà sotto altra luce; ci fanno abitare in una vita ulteriore», potrà magari esser vero: ma la realtà che ci fanno vedere non è un’illusione bella e buona? E il fatto che i miti ci possano far tendere verso una vita più piena e meno volgare, non rischia di portarci verso un’utopia che si fa distopia? Dopo tutto, tanto il mito della “giustizia sociale” di stampo comunista, quanto il mito della “razza pura” di matrice nazionalsocialista (da preferirsi alla semplice denominazione di “nazismo”, giacché mette in luce una matrice piuttosto prossima dei due totalitarismi, quella socialista, che molto spesso viene taciuta per un doppiopesismo ottuso e miope) hanno dato vita a veri e propri eccidi che hanno riportato l’essere umano a uno stato di vera ferinità. E allora, io credo, non abbiamo bisogno di nuove (o vecchie) illusioni, bensì di recuperare il senso del limite e l’umiltà come individui naturalmente imperfetti.

«La possibilità di perdersi e il malessere che ne deriva sono il tragico destino dell’uomo e il suo nobile privilegio». Ancora una volta Ortega ci richiama alla nostra straordinaria poliedricità. Constiamo di due facce in perenne rapporto-conflitto tra loro. Se, da un lato, la libertà faticosamente conquistata in seguito, o grazie, alla modernità ci rende capaci di molto (e non di tutto), parimenti la possibilità che noi abbiamo di smarrire la strada è davvero alta. Si tratta di impiegare la nostra libertà in modo responsabile, consci che «la condizione dell’uomo è sostanziale incertezza» (Ortega) e che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino» (Hayek). Non abbiamo bisogno di miti, ma di ritrovare il senso di un individuo che, come Charles Taylor osservò in una straordinaria opera Il disagio della modernità, naturalmente ha «natura incarnata, dialogica, temporale». Possiamo anche dire, nuovamente col pensatore canadese, che «è necessario scorgere quel che c’è di grande nella cultura della modernità, e insieme quel che c’è di vacuo o di pericoloso».

Cominciamo, allora, col sostituire a un individualismo falso un individualismo vero, basato sull’idea di individui «la cui natura e carattere vengano complessivamente determinati dalla loro esistenza nella società». Tale distinzione si deve a Hayek, un pensatore che è stato poco letto e probabilmente ancor meno capito. Se la facessimo nostra e la implementassimo, probabilmente si vedrebbe ciò che la modernità è e ciò che la modernità è diventata degenerando quasi nella sua antitesi. E se la democrazia traballa, tutto sommato, è anche (o soprattutto) a causa dell’individualismo degenerato che ormai la contraddistingue e che rischia di farla malamente perire.

Il perno di una democrazia (davvero) liberale? L’individuo, non il popolo

Una moda che sembra non passare mai è quella di utilizzare concetti collettivi e di per sé inesistenti come se fossero realtà, ovvero come se davvero pensassero, agissero e, quindi, vivessero. La democrazia, purtroppo, non fa che alimentare questa “cultura”, se la si interpreta in un certo modo.

Infatti, se presa alla lettera, considerata quindi in senso etimologico, incentiva l’idea che esista il “popolo”: se il termine sta a significare che il potere risiede nel popolo, come fa esso a non esistere? Ebbene, seguendo questa interpretazione è ben chiaro come essa arrivi ad assumere connotati ben lontani da quelli che una democrazia liberale – o, se si preferisce, una democrazia basata su quella che Constant definì “libertà dei moderni” – dovrebbe avere.

Per democrazia liberale, allora, cosa si dovrebbe intendere? Qui non si può evidentemente ripercorrere un completo ed esaustivo percorso di ricerca che individui i caratteri del regime politico oggetto di questa riflessione. Nondimeno, se consideriamo alcuni dei più fulgidi studiosi del fenomeno, si può ricostruire per sommi capi quali sono i tratti fondamentali di una liberaldemocrazia. Un classico come Raymond Aron, ad esempio, ci parla di regimi “costituzional-pluralisti” in cui si deve avere «la combinazione fra un governo esercitato secondo le regole legali e una competizione organizzata fra individui e partiti per l’esercizio del potere». Ma è il seguito il fulcro del discorso, giacché «in altri termini, le istituzioni della democrazia liberale […] si definiscono meno per la sovranità del popolo o il suffragio universale […] che per l’organizzazione d’una competizione nutrita da passioni pronte ad esplodere».

Se poi utilizziamo Giovanni Sartori, possiamo intendere per democrazia (rigorosamente liberale, non dimentichiamolo) «una società libera, non oppressa da un potere politico discrezionale ed incontrollato, né dominata da una oligarchia chiusa e ristretta», cioè a dire «una “società aperta”, nella quale il rapporto tra governanti e governati è inteso nel senso che lo Stato è al servizio dei cittadini e non i cittadini dello Stato, che il governo esiste per il popolo e non viceversa». Il termine “popolo” viene impiegato dal politologo fiorentino, ma non in senso organicistico, unanimistico e monocorde. Infatti, come lascia intendere l’impiego di concetti come “società aperta” e “società libera”, il popolo non può che essere ricondotto all’unità di base del reale, ovvero l’individuo. E, in questo modo, il popolo non sarà certamente un corpo collettivo monolitico, esercitante direttamente il potere, bensì un corpo fatto di individui, irriducibili e peculiarmente distinti, i quali manifestano un potere di influenza e controllo, limitante ed edificante gli argini necessari al contenimento del potere politico.

Come magistralmente lasciatoci in eredità da Benjamin Constant, allora, il perno attorno cui ruota una democrazia compiutamente liberale è il tipo di libertà esperita. Presso gli antichi, ci dice il pensatore franco-svizzero, «l’individuo, praticamente sovrano negli affari pubblici, è schiavo all’interno dei rapporti privati». Infatti, la libertà considerata in quest’accezione viene a identificarsi con la «partecipazione attiva e costante al potere collettivo». Al contrario, in senso moderno-individualistico, la libertà è intesa come «tranquillo godimento dell’indipendenza privata», e la libertà politica è semplicemente uno strumento volto a garantire e a preservare la libertà dei moderni. Riprendendo Sartori, diremo così che «se misurati alla stregua dei moderni, gli antichi non erano liberi, e più esattamente non erano liberi alla stregua del nostro concetto di libertà individuale». E, seguitando con un passo tratto da Democrazia e definizioni, «per i Greci democrazia era soltanto quel sistema di governo nel quale le decisioni sono collettive […] la polis è sovrana in quanto e perché gli individui le sono interamente soggetti: libera era la città, non necessariamente i cittadini».

Si è arrivati, insomma, al nerbo della questione. Una democrazia compiutamente liberale è quella che ha come suo fondamento l’individuo e, in questo senso, a essere sovrano non sarà l’uomo e il suo arbitrio, ma la legge. Nel caso, invece, in cui ad essere sovrani saranno gli uomini, ci insegna Aristotele, la faranno da padroni i demagoghi e si avrà un iper-legislazione che andrà man mano distruggendo la certezza del diritto e la garanzia della libertà individuale. Qualora si verifichi questa seconda condizione – e merita, all’uopo, di essere citato un passo tratto da La politica di Aristotele – «il popolo diventa allora il vero monarca, ed esso è costituito dai più, i quali sono signori, non presi uno per uno, ma tutti insieme. […] Allora il popolo, trovandosi in queste condizioni ed essendo perciò una specie di monarca, cerca di esercitare il suo dominio da solo, rifiutando l’autorità delle leggi, e diventa dispotico […] Questa democrazia diventa analoga a quella monarchia che si chiama tirannide».

In altre parole, da un lato abbiamo una democrazia liberale, incardinata sull’individuo – il quale non è, evidentemente, uno “sradicato”, ma un soggetto “situato” in una realtà che in buona misura lo aiuta a diventare un’ “io”, nel solco della lezione di Edmund Burke – e sulla sovranità delle legge. Questa – come poi dirà quello che con buona certezza è il più grande pensatore liberale del ‘900, Friedrich August von Hayek – è una “nomocrazia” (termine che, al pari del suo opposto “teleocrazia”, Hayek trae da Michael Oakeshott) ovvero una società libera in cui a ciascuno è data la possibilità di raggiungere i propri scopi e, così, realizzarsi, secondo uno schema di norme generali e astratte, dunque non prescrittive e non intrusive della sfera individuale. A questo proposito, giova ricordare anche un altro grande autore, ovvero Bruno Leoni. Pur non potendo in questo contesto parlare diffusamente delle brillanti idee di questo originale pensatore, si può notare come egli puntualizzò, facendo un parallelo con la pianificazione economica, che una società davvero libera non può fare affidamento su una legislazione capillare e pianificatrice e su decisioni collettive adottate in qualsiasi ambito, pena la perdita di libertà. In tal senso, egli criticò aspramente la rappresentanza di chi non è disposto a conferire il mandato di essere rappresentato. Ancor di più – si legge in un saggio, Rappresentanza politica e rappresentatività dei partiti (1967), riportato in Scritti di scienza politica e teoria del diritto – «non si possono trasformare per forza in decisioni di gruppo, da adottarsi con qualche procedura formale, le decisioni che i rappresentati, o una parte di essi, vogliono e possono prendere a livello individuale». In questo senso, una democrazia davvero liberale è una democrazia “limitata”, nel senso che le decisioni collettive devono essere prese solo per pochi e davvero comuni ambiti. Per converso, una democrazia basata non sull’individuo e sulla sovranità della legge, bensì sul popolo e sull’arbitrio degli uomini, andrà assumendo sempre più caratteri “teleocratici” e prescrittivi, in cui ciascun individuo tornerà ad assumere i connotati di un anonimo granello di sabbia, privo di una propria singolarità. L’entità collettiva monolitica sovrana, allora, darà vita a un dispotismo antimoderno, cioè a dire anti-individualistico, in cui tutto sarà regolato mediante decisioni collettive e, in questo modo, ancora con le parole di Aristotele, tale regime politico «non è neppure una democrazia nel vero senso della parola». Si avrà, in questo senso una democrazia “illimitata”.

Come disse Isaiah Berlin nella celebre prolusione al corso che tenne a Oxford nel 1958 (Two concepts of liberty), la democrazia, se erroneamente considerata, «può anche annientare gli individui con altrettanta spietatezza di qualsiasi dominatore precedente». E così ciò che pare doveroso è «rimettere in esplicito tutto ciò che – nel dire soltanto democrazia – non è detto ma solo sottointeso» (Sartori). Come scrisse Constant nella sua Nota sulla sovranità del popolo e i suoi limiti, «il riconoscimento astratto della sovranità del popolo non incrementa sotto nessun profilo la somma delle libertà degli individui, e se si attribuisce a questa sovranità un’ampiezza che non deve avere, la libertà può essere perduta malgrado tale principio, o addirittura a causa di questo». Il problema, infatti, non è stabilire se è un sol uomo o il popolo intero ad essere sovrano, bensì è la limitazione della stessa sovranità a rendere una democrazia davvero liberale. Con Hayek diremmo, in altri termini, che «non è la fonte ma la limitazione del potere che impedisce ad esso di essere arbitrario». E dunque, se da un lato non è sufficiente dividere i poteri per limitarli e tutelare gli individui, ciò che va decisamente limitato è il potere pubblico medesimo, ovvero vanno ristretti al minimo gli ambiti in cui adottare decisioni collettive; dall’altro, affinché ci si trovi in una società libera, non basta nemmeno asserire che la libertà consiste in ciò che le leggi ci permettono di fare, giacché, ancora con Constant, «le leggi potrebbero proibire così tante cose che anche in tal modo verrebbe meno la libertà».

L’uomo è padrone del proprio destino?

Incertezza, imprevedibilità, ignoranza, fallibilità. Tutte parole che, udite o lette da un liberale, suonano familiari e per nulla spiacevoli. Anzi, esse fanno intrinsecamente parte della condizione umana e, realisticamente, sono specificità che non possono eliminate, benché vi sia stato qualcuno in passato che ha tentato, con esiti disastrosi, di trascenderle.

In un breve, ma pregnante saggio in uscita sul terzo numero della rivista “Paradoxa”, Sergio Belardinelli riflette sull’idea che, per evitare conseguenze spiacevoli – leggasi ritorno a società chiuse e ammantate di pensiero magico-sacrale-superstizioso –, soprattutto in riferimento a chi si trova oggi nel momento di formazione e maturazione personale – processo che, in fin dei conti, dura tutta la vita – la società dovrebbe riscoprire i caratteri ineliminabile dell’essere umano. «Semplicemente credo – sostiene a ragione il Nostro – che in questo tipo di mondo, almeno finché continueranno a esserci gli uomini, ci sarà sempre un elemento imponderabile di imprevedibilità». La lezione hayekiana rimane, in questo senso, ineludibile. La pretesa di poter travalicare le naturali imperfezioni, i limiti che ci rendono uomini, e non già dei, non possono che essere rigettati con disprezzo. Un conto, infatti, è utilizzare con umiltà i mezzi che il progresso tecnico-scientifico ci mette a disposizione. Si tratta, dunque, di considerarli ragionevolmente come strumenti perfettibili per i nostri scopi e utili al fine di migliorare, poco a poco, il nostro benessere. Altra cosa è, invece, impiegarli in modo fideistico e trattarli alla stregua di fini in sé. E, soprattutto, si tratta di non dare per scontato ciò che si è raggiunto con alacrità e fatica durante questo cammino irto di ostacoli. Alquanto verosimile risulta, non a caso, che a un progresso il quale, come tutti i prodotti umani, risente di precarietà e fragilità, possa seguire una fase di regresso. In altre parole, parafrasando Popper, possiamo dire che il prezzo del progresso conquistato e, in generale, della civiltà è l’eterna vigilanza.

Il filosofo-sociologo marchigiano, inoltre, si focalizza sul concetto di rischio. Come egli riporta, una delle idee che vanno più di moda attualmente è quella secondo la quale vivremmo in una Risikogellschaft, ovvero in una società rischiosa. Sulla scorta di quanto scritto da Frank Knight, il rischio può essere definito come «un’incertezza misurabile». In tal senso, gli strumenti scientifico-tecnologici conquistati possono esserci d’aiuto per prevedere limitatamente, si badi, alcuni fenomeni. Ma non possono in alcun modo imbrigliare la realtà in schemi precostituiti e definiti una volta per tutte, com’è tipico del più gretto determinismo e del più ottuso costruttivismo.

Uno dei fondamenti più grandiosi della modernità e, di conseguenza, comportante un altissimo tasso di onerosità, è il “rischiaramento” delle menti, identificantesi, citando Kant, con «l’uscita dell’essere umano dalla stato di minorità di cui egli stesso è colpevole». Ebbene, se non impiegato in modo umile e modesto, tale principio si trasforma ben presto nella più proterva hybris, conducendo l’uomo all’esiziale concezione che tutto possa essere modificato seguendo un piano intenzionale che dà vita esclusivamente ad esiti prevedibili. Nulla di più sbagliato, e per fortuna. Infatti, proprio l’idea che non possa umanamente esistere una mente superiore e onnisciente ci rende liberi e lascia aperta la nostra esistenza alle sperimentazioni le più varie e soggettivamente stabilite. Con le parole di Hayek, «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino: la sua stessa ragione progredisce sempre portandolo verso l’ignoto e l’imprevisto, dove egli impara nuove cose».

Tornando, così, al saggio di Belardinelli, questi mette in luce come ormai si sovrappongano e, quindi, si confondano incertezza e rischio. Si pensa che l’uomo possa in definitiva tutto controllare e, in tal modo, si opera con presunzione come se la vita e gli eventi siano pure marionette. Logicamente, se ogni cosa è controllabile, calcolabile e manipolabile, il concetto di incertezza viene (apparentemente) spazzato via e sostituito da quello di rischio. Ma il rischio altro non è che il prezzo da pagare per l’esercizio della libertà individuale dovuta, quest’ultima, all’impossibilità gnoseologica che esista una mente sovrumana che tutto sa e tutto dispone. «La società odierna è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte, dal nostro potere e dalla nostra libertà», cioè a dire che il tasso di rischiosità odierno è l’altra faccia della medaglia della libertà di cui oggi possiamo godere. Libertà che si accompagna, di necessità, alla responsabilità che si deve sostenere per l’esercizio di scelte individualmente decise. In passato, la fallace credenza che l’esistenza fosse più certa e sicura era per l’appunto un’illusione. Molto semplicemente, ridotto era il rischio, giacché minore era la libertà di scelta e, di conseguenza, più bassi i costi cui si andava incontro. Tuttavia, l’incertezza era, e rimane oggi, la medesima.

Per concludere, è oggi più che mai necessario educare all’incertezza – che è il titolo, non a caso, del saggio dello studioso marchigiano – in quanto, solo tornando consapevoli dei tratti imperfetti e peculiari della natura umana, si possono evitare fraintendimenti perniciosi e tentazioni reazionarie e di chiusura nei confronti della società aperta, come se l’incertezza possa essere estirpata dal nostro mondo. Se crescono i rischi, infatti, è «perché crescono in qualche modo le nostre conoscenze e la nostra libertà». E, pertanto, citando ancora una volta Hayek, «libertà non significa che l’individuo ha nello stesso tempo la possibilità e l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze delle proprie azioni». Una società libera è normale che sia rischiosa. Se ci trovassimo in una società priva di rischi, è probabile che ci troveremmo in una società priva di libertà, ma con la sempre presente incertezza che ci contraddistingue in quanto essere umani.

Senza merito, siamo destinati alla decadenza

Il Sessantotto impregna ancora oggi il nostro Paese. Con ciò si vuole intendere, soprattutto, che esso ha fatto sì che si assolutizzasse un principio importante, certamente, ma che, se spinto al parossismo e declinato in modo onnipervasivo, ha conseguenze oltremodo nocive sul tessuto sociale di una comunità: il principio di eguaglianza.

Una società che non pone argini alle tendenze egualitaristiche che la stessa democrazia ha in sé, alleva e ispira nel profondo la mentalità dei cittadini, non lascia spazio alla libertà individuale e, anzi, la schiaccia in quanto attentatrice dell’ideale democratico (per come Tocqueville l’intende, ovvero come “eguaglianza delle condizioni”). Il risultato, allora, sarà verosimilmente la stagnazione economica, l’intorpidimento del pensiero, l’infiacchimento spirituale e la cristallizzazione della realtà sociale.

Ne ha scritto molto bene Marcello Veneziani su “Il Tempo” di sabato 29 settembre. Disonore al merito, il titolo del pezzo del pensatore pugliese, rende assai bene i tempi a cui siamo arrivati. Finalmente siamo guidati da un esecutivo che vuole il bene dei cittadini, il “Governo del Popolo” che implementa la “Manovra del Popolo”. Ma questo benedetto concetto collettivo, “il Popolo”, cos’è che indica esattamente? Quali sono i suoi contorni? Perché se sta a individuare la platea di chi desidera vivere in modo bolso, alle e sulle spalle di tutti quelli che lavorano, producono e si spendono attivamente per migliorare la propria condizioni, ebbene, come molti altri che rigettano il percorso latinoamericaneggiante che si è intrapreso, io non ci sto e faccio (orgogliosamente) parte dei “Nemici del Popolo”. Come sostiene Veneziani, «capisco il soccorso, ma in una società giusta e ben fatta, [l’assistenza] dovrebbe essere il correttivo, il paracadute per chi non ce la fa; invece qui è diventato la norma, il canone, la legge, il criterio universale di selezione perfino per la classe dirigente».

Una società opulenta, prospera e in salute è doveroso che si impegni attivamente per chi è in difficoltà. Intendiamoci, è odioso e mortificante girare per le strade e vedere persone rovistare nei cassonetti dell’immondizia: significa che qualcosa non ha funzionato, che in qualcosa si è fallito. È necessario aiutare chi versa in reali, effettive e critiche situazioni di povertà e indigenza. E come hanno scritto magistralmente Dario Antiseri e Flavio Felice sul sito del Centro Studi Tocqueville-Acton (https://tocqueville-acton.com/2018/03/12/il-problema-del-sostegno-al-reddito-nel-pensiero-dei-grandi-liberali/), i grandi liberali sono favorevoli a un’assistenza di questo tipo. Ma prima, e ce lo dice il buon senso – non si tratta certo di un’imposizione dei poteri forti, di un complotto della massoneria giudaica o dell’azione selvaggia di mercati costituiti da egoisti e gretti “homines oeconomici” –, è necessario che si siano create le risorse, che si sia prodotta la ricchezza.

Questa non è, infatti, come incredibilmente sostenuto da un alto esponente dell’esecutivo, “un diritto”: questo è l’esito (tutt’altro che scontato, bensì frutto di fatica e sacrifici) di una società che persegue l’eguaglianza attraverso la libertà, e non il contrario; di una società che incentiva e premia il merito, e non l’appiattimento; di una società che valorizza i talenti, e non che coltiva la mediocrità erta a istituzione di stato; di una società che parla di diritti, ma non dimentica né i doveri né la libertà.

Una società non equa, ma egualitaria, «una società che calpesta quel primario criterio di giustizia, che scoraggia i capaci e meritevoli, finisce male». Ha ragione Veneziani, senza dubbio. Ma se l’obiettivo era (ed è) quello di emulare modelli esotici dal sapore peronista, beh, la strada è quella giusta. E il male si tramuta così in bene. Quando si dice che tutto è relativo…

Carlo Marsonet, 4 settembre 2018

 

 

Democrazia, liberalismo e populismo: un quadro intricato?

Se c’è una cosa piuttosto evidente, di questi tempi, è che lo spazio per i liberali è sempre più angusto. La si può considerare un’affermazione pessimistica ed eccessiva e forse è così; d’altro canto, però, potrebbe anche identificare una pura e semplice constatazione della realtà in cui ora ci si muove. È bene sottolinearlo: il liberalismo in Italia (e non solo) non ha mai goduto di popolarità, e pure comprensibilmente. È difficile essere liberali. Significa avere come riferimento l’individuo e, dunque, non idolatrare alcun potere che possa in qualche modo calpestarlo. Significa, in definitiva, maturare responsabilità e crescere interiormente qualora si fallisca in qualche progetto: non è andando in cerca di presunti colpevoli esterni che si progredisce; tocca piuttosto guardarsi dentro e autocorreggersi. Significa non spiegare fenomeni sociali come semplicistico frutto di azioni orientate aprioristicamente a quel determinato scopo (vedasi il fenomeno del complottismo tanto in voga), bensì come esito inintenzionale dell’intersezione e della coagulazione di molteplici azioni individuali intenzionali. Significa non avere certezze, ma coltivare la virtù del dubbio, che è poi il motore della scienza. Significa, in campo economico, lasciare spazio alla libera creatività individuale e affidarsi al mercato. Infine, un liberale non può che rispettare il pensiero altrui e in politica, di conseguenza, onorare le regole del gioco e lo stato di diritto che ci protegge tutti dall’arbitrio di chicchessia.

Ebbene, è di qualche giorno fa un dibattito a distanza, tutto interno al campo liberale, sulla situazione in cui la politica italiana si trova e sulle sfide illiberali che si stanno palesando. Apertosi con un’intervista concessa il 24 agosto a “Il Foglio” da Giovanni Orsina – storico e, per estensione, politologo di indubbia qualità –, è continuato il 28 agosto con la risposta allo stesso quotidiano di un altro eminente studioso qual è Angelo Panebianco. Pur se vi siano stati interventi successivi di altri opinionisti, mi sembra significativo focalizzarsi sulle due interviste sopramenzionate.

L’essenza della questione è se vi sia lo spazio e l’opportunità di confrontarsi o meno con chi in Italia viene identificato come “populista”, ovvero M5S e Lega. Orsina, mettiamola così, è più rassegnato e conciliante, ma non nel senso che è dell’idea di saltare sul carro del vincitore. Direi che la sua posizione può considerarsi come fondamentalmente connotata da pessimistico realismo. Egli sostiene, infatti, che è inutile opporsi frontalmente a chi tiene in mano ormai il 60% dei consensi (secondo gli ultimi sondaggi condotti), poiché questo progetto sarebbe destinato a infrangersi con la cruda realtà. Un’azione più utile e proficua potrebbe consistere, allora, nel tentativo di aprire un dialogo e «romanizzare i barbari». Panebianco, per converso, afferma che sia alquanto irragionevole cercare di confrontarsi con putiniani (Lega) e peronisti (M5S), giacché allergici, o forse costitutivamente alieni, all’alfabeto liberaldemocratico. Crede, in altre parole, che sia necessario spendersi attivamente affinché la democrazia liberale non cada sotto i colpi inferti dal moralismo giustizialista e anti-pluralista tipico dei populisti. Dunque, se il primo ritiene che il nostro regime politico possa resistere solo includendovi anche i “barbari”, il secondo, al contrario, è dell’opinione che essi lo distruggeranno se non verranno arginati adeguatamente e in tempo utile.

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma questi populisti, o come li si voglia chiamare, sono in grado di fare i conti con un regime costituzional-pluralistico oppure, in virtù della loro (presunta) superiorità morale (soprattutto pentastellata), tendono inevitabilmente a passare sopra a chi non è dei loro? Questa domanda è cruciale, poiché dalla natura di questi movimenti dipendono anche i loro comportamenti futuri. I segnali, diciamo così, non sono confortanti. Il retroterra valoriale dei movimenti in oggetto non sembra affatto conforme alla dialettica liberaldemocratica. Anche se, e non per giustificare i populisti, tocca comunque sottolineare che l’Italia non è mai stata un Paese in cui la dialettica liberaldemocratica ha trovato terreno fertile.

Come rileva da parecchio tempo Dino Cofrancesco (si veda in particolare il decalogo del “canone ideologico italiano” da lui stilato e pubblicato su “Il Dubbio” dell’11 marzo 2018), altro stimabile studioso di area liberale, la cultura politica italiana è piuttosto (eufemismo) restia a rispettare le regole del gioco e la lotta politica si configura sempre come una lotta campale tra il Bene (chi la pensa come me) e il Male (il Nemico da abbattere), dimentica, in tal modo, della lezione weberiana. In questo senso, i populisti non hanno avuto buoni esempi passati e ciò non fa che rinforzare un loro tratto peculiare, ovvero la marcata ostilità per il pluralismo, giacché il popolo o è monolitico o non è. Se a ciò si aggiunge che la politica tradizionale si è fatta sempre più oligarchica e, con le parole di Peter Mair, viene «considerata sempre meno come qualcosa che appartiene alla cittadinanza o alla società e, al contrario, come un qualcosa nelle mani dei politici», il quadro non può che essere cupo.

Detto altrimenti, le responsabilità non stanno da una sola parte. Da un lato, la politica tradizionale dovrebbe tornare a rappresentare, ad includere, parlando di contenuti e non discutendo esclusivamente di nomi e facce. Infatti, se in una cosa gli studiosi di quel vago e brumoso fenomeno che è il populismo sono abbastanza concordi è nel vederlo come il sintomo o la “febbre” di una democrazia malata, e non la causa primigenia. Dall’altro lato, i movimenti ostili alla democrazia liberale o introiettano i fondamenti della società aperta e dello stato di diritto – i quali, come detto, vanno meglio introiettati da tutte le forze politiche – oppure ci condurranno nel baratro dell’intolleranza e della società chiusa. Infine, noi cittadini dovremmo renderci conto che la politica non è tutto e non è da essa che traiamo la nostra dignità né la nostra identità personale. Inoltre, e non è poco, manca dei poteri che noi spesso le attribuiamo quasi che ci possa salvare dalla catastrofe, quando più spesso è essa stessa che ci conduce verso non piacevoli lidi.

Pertanto, serve con urgenza – in realtà è da decenni che ne avremmo bisogno – sviluppare una cultura anti-moralistica che incentivi un dialogo sano e rifiuti discorsi da scontro finale, quasi che la politica diventi, con Alasdair MacIntyre, «una guerra civile condotta con altri mezzi»; una cultura che promuova il pluralismo e non imponga in modo per l’appunto moralistico e manicheo il monismo. Una cultura, in definitiva, che rifugga l’ideale democratico declinato in modo assoluto e totalizzante, che eviti di riempirsi la bocca di soggetti collettivi inesistenti che hanno legittimato nel passato la conculcazione dell’individuo, giacché, se così fosse, si spalancherebbero le porte di una democrazia illiberale o, per dirla con Tocqueville, di una «tirannide democratica» sideralmente distante dalla «libertà democratica» propria di una democrazia tendenzialmente liberale. Vale la pena concludere, a questo punto, con una piana ma quanto mai efficace sintesi di Max Weber: «la democrazia sta bene, ma al suo posto». Prima lo si tornerà a capire, prima si eviteranno degenerazioni pericolose.