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	<title>putin Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
	<lastBuildDate>Wed, 03 Jun 2026 20:58:40 +0000</lastBuildDate>
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	<title>putin Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<item>
		<title>Power of Siberia 2: il gasdotto che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici eurasiatici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Pennisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 20:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[federazione russa]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[laura pennisi]]></category>
		<category><![CDATA[putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La recente visita del leader russo Vladimir Putin in Cina ha risollevato una questione oggetto di numerose discussioni iniziate vent’anni fa or sono: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2</strong></p>
<p>Il gasdotto Power of Siberia 2 (PoS‑2), noto anche come Gasdotto Altai, è diventato uno dei progetti energetici strategicamente più importanti dell’Eurasia. Concepito come un imponente corridoio del gas che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale russa alla Cina settentrionale attraverso la Mongolia, il progetto va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Si trova al crocevia della competizione tra le grandi potenze, della strategia di sicurezza energetica a lungo termine della Cina, del riorientamento economico post‑europeo della Russia e del futuro geopolitico dell’Asia centrale.</p>
<p>Sebbene le discussioni sul gasdotto siano iniziate già nel 2006, PoS‑2 rimane incompiuto a quasi vent’anni di distanza. I negoziati su prezzi, finanziamenti, accordi di transito e influenza geopolitica hanno ripetutamente bloccato i progressi. Eppure, nonostante questi ritardi, il progetto continua a influenzare le dinamiche energetiche regionali ancora prima che sia stato posato un solo tubo.</p>
<p>La possibilità che la Cina possa importare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il PoS‑2 sta già ridefinendo il potere contrattuale in tutta l’Eurasia. Gli esportatori dell’Asia centrale stanno adattando le proprie strategie, la Mongolia è emersa inaspettatamente come un guardiano strategico e la Cina sta sfruttando l’incertezza che circonda il progetto per rafforzare simultaneamente la propria posizione negoziale con tutti i fornitori.</p>
<p>Allo stesso tempo, sviluppi geopolitici più ampi tra cui l’instabilità che coinvolge l’Iran, il crollo del mercato europeo del gas russo dopo la guerra in Ucraina e la spinta della Cina a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento per allontanarsi dalle vulnerabili rotte marittime, hanno conferito al gasdotto una rinnovata importanza strategica.</p>
<p>Qui di seguito si esaminerà la storia del progetto PoS‑2, gli attuali ostacoli politici ed economici che lo circondano e i possibili scenari geopolitici che potrebbero contribuire a creare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PoS-2: le origini </strong></p>
<p>L&#8217;idea di un corridoio del gas tra Russia e Cina attraverso la Mongolia risale al 2006, quando Gazprom e la China National Petroleum Corporation (CNPC), rispettivamente rappresentati dall&#8217;amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, e dall&#8217;amministratore delegato della CNPC, Chen Geng, durante la visita del presidente russo Vladimir Putin in Cina nel marzo dello stesso anno, firmarono un memorandum d&#8217;intesa per esplorare le esportazioni di gas dalla Siberia occidentale alla Cina. Il gasdotto proposto si sarebbe esteso per circa 6.700 chilometri in totale, di cui approssimativamente 2.700 km in Russia, oltre 950 km in Mongolia, e le restanti sezioni in Cina. Il percorso trasporterebbe fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all&#8217;anno dai giacimenti di gas della Siberia occidentale russa, in particolare risorse originariamente destinate all&#8217;Europa, verso la Cina nord‑orientale.</p>
<p>Tuttavia, il progetto ha incontrato sin dal principio delle difficoltà. Nel 2009 i negoziati si sono arenati a causa di disaccordi sui prezzi del gas, anche perché la Cina disponeva già di fonti di approvvigionamento alternative attraverso l&#8217;Asia centrale e si serviva di importazioni di gas naturale liquefatto (GNL). Nel 2013 Russia e Cina hanno spostato la loro attenzione su un percorso diverso: il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina, gasdotto entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. In seguito il progetto venne ripreso nel 2014, nuovamente rinviato nel 2015, riconsiderato in seguito al deterioramento delle relazioni tra Russia ed Europa, e formalmente studiato di nuovo in collaborazione con la Mongolia a partire dal 2021.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2022 la Mongolia ha annunciato il completamento dello studio di fattibilità e ha ipotizzato l&#8217;inizio dei lavori di costruzione nel 2024, anno in cui il progetto entrò in una nuova fase di congelamento poiché il governo mongolo lo escluse dal suo piano di sviluppo nazionale fino al 2028, lasciando intendere chiaramente che i negoziati tra Mosca e Pechino non si erano conclusi. Il progresso più recente, tuttavia, è stato raggiunto nel settembre 2025 quando sia la Cina sia la Russia hanno firmato un memorandum legalmente vincolante per dare un impulso concreto alla costruzione del gasdotto, lasciando dunque intendere un allentamento della posizione mongola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La riluttanza della Cina</strong></p>
<p>Alla base dei ritardi c’è una realtà fondamentale che si può formulare nel seguente modo: la Cina non ha un urgente bisogno del gasdotto, la Russia sì. Questa asimmetria caratterizza quasi ogni negoziazione relativa al PoS-2. Uno dei principali punti critici riguarda il prezzo del gas russo. Secondo diverse fonti, durante le negoziazioni la Cina ha spinto per prezzi particolarmente ridotti, fino a circa 60 dollari per 1.000 metri cubi, un prezzo nettamente inferiore a circa 260 dollari per 1.000 metri cubi previsto dal contratto del Power of Siberia 1.</p>
<p>Per Mosca, accettare tali condizioni comprometterebbe la redditività del reindirizzamento delle esportazioni di gas dall’Europa. Per Pechino, tuttavia, la pazienza rappresenta un vantaggio strategico. La Cina, infatti, possiede già un portafoglio energetico altamente diversificato che permette al paese il lusso di poter negoziare ed eventualmente rimandare la realizzazione del progetto. Tra le fonti di approvvigionamento si possono enumerare il gasdotto dell’Asia centrale, le importazioni di GNL da Qatar, Australia e, storicamente, dagli Stati Uniti, la produzione interna, l’espansione delle energie rinnovabili e la crescente capacità nucleare.</p>
<p>Tuttavia, anche sul fronte russo le esportazioni di gas attraverso il PoS-2 hanno continuato a crescere rapidamente. Questo riflette la più ampia strategia di Mosca di costruire un asse energetico eurasiatico incentrato su Russia, Cina, Asia centrale e infrastrutture di gasdotti continentali. Ma questo cambiamento di rotta comporta anche una debolezza strutturale: il fatto che la Russia abbia più bisogno del mercato cinese rispetto a quanto la Cina abbia bisogno del gas russo conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il fattore Iran: una nuova variabile geopolitica</strong></p>
<p>Uno degli sviluppi recenti più interessanti che riguardano il PoS-2 riguarda l&#8217;instabilità che circonda l&#8217;Iran e le rotte energetiche mediorientali. Il gasdotto si interseca sempre più con le preoccupazioni della Cina in merito alla vulnerabilità marittima. Le recenti tensioni con l&#8217;Iran hanno infatti acuito i problemi derivanti dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz, dai rischi di sanzioni, dai punti di strozzatura marittimi nonché da una più ampia instabilità che colpisce le esportazioni energetiche mediorientali. E non dimentichiamoci che la Cina dipende fortemente dall&#8217;energia importata, incluso il petrolio iraniano a prezzi scontati. Di conseguenza, l´instabilità delle rotte marittime, offrirebbe a Pechino maggiori incentivi a garantire corridoi energetici terrestri al riparo da eventuali interruzioni navali. Ciò andrebbe a diretto vantaggio di progetti come il PoS-2.</p>
<p>Una tale situazione produce tre possibili scenari geopolitici e un quarto meno evidente. Il primo scenario riguarda un potenziale blocco energetico continentale. Se l&#8217;instabilità intorno all&#8217;Iran persistesse o peggiorasse, la Cina potrebbe accelerare gli sforzi per costruire una rete energetica continentale attraverso l&#8217;Eurasia. In questo scenario il gasdotto russo acquisirebbe un valore strategico, la dipendenza dal trasporto marittimo diminuirebbe e i corridoi terrestri eurasiatici acquisirebbero importanza geopolitica. Il PoS-2 entrerebbe dunque a far parte di un sistema terrestre più ampio che collegherebbe: Russia, Asia Centrale, Mongolia, e Cina, allineandosi strettamente con la strategia cinese della Nuova Via della Seta.</p>
<p>Il secondo scenario riguarda la possibilità che il mercato cinese sia favorevole agli acquirenti. Tale scenario, probabilmente più realistico, prevede che la Cina continui a temporeggiare, sfruttando l&#8217;incertezza geopolitica per ottenere condizioni migliori da Mosca. In questo modello il gasdotto verrà infine costruito ma a prezzi cinesi estremamente favorevoli e con la Russia che diventerà sempre più dipendente dalla domanda cinese.</p>
<p>Il terzo scenario riguarderebbe la ripresa energetica iraniana. Ciò comporterebbe che l&#8217;Iran normalizzi le relazioni con l&#8217;Occidente e riemerga come uno dei principali esportatori di gas. Poiché l&#8217;Iran possiede alcune delle maggiori riserve di gas al mondo, la ripresa delle esportazioni iraniane potrebbe indebolire l&#8217;importanza strategica del gas russo. In tal caso, la Cina acquisirebbe un altro importante fornitore e potrebbe ritardare ulteriormente la costruzione del PoS-2, rinegoziarne i termini o ridurre i volumi previsti.</p>
<p>Infine, lo scenario nascosto riguarda un&#8217;incertezza strutturale spesso trascurata: la domanda di gas a lungo termine della Cina potrebbe indebolirsi. Massicci investimenti in energie rinnovabili, energia nucleare, elettrificazione e idrogeno potrebbero ridurre la necessità di nuovi giganteschi sistemi di gasdotti negli anni 2030. Se ciò si verificasse, le ambizioni di esportazione sia della Russia che dell&#8217;Iran potrebbero subire forti limitazioni.</p>
<p>Da quanto descritto sopra, si evince che il PoS-2 non è semplicemente un progetto infrastrutturale energetico ma rappresenta una possibile trasformazione della geopolitica eurasiatica. Infatti, se completato, il gasdotto rafforzerebbe l&#8217;interdipendenza strategica tra Russia e Cina, accelererebbe il riorientamento della Russia verso l&#8217;esterno, consoliderebbe i corridoi commerciali continentali eurasiatici, ridurrebbe la vulnerabilità della Cina ai punti di strozzatura marittimi e potenzialmente indebolirebbe l&#8217;influenza occidentale sui flussi energetici globali. Dal punto di vista occidentale, il progetto potrebbe anche ridurre la futura domanda cinese di GNL, con potenziali ripercussioni su esportatori come gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, tuttavia, il progetto evidenzia un&#8217;asimmetria più profonda poiché la Cina controlla i tempi e al momento gode di diverse opzioni come analizzato precedentemente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>A quasi vent&#8217;anni dall&#8217;inizio delle prime discussioni, il PoS-2 rimane incompiuto, eppure ha già trasformato il panorama geopolitico. Il progetto ha ridefinito le dinamiche negoziali in tutta l&#8217;Eurasia ancor prima dell&#8217;inizio della costruzione, inducendo gli esportatori dell&#8217;Asia centrale ad adattarsi alla possibilità di una futura concorrenza russa, e la Russia a reindirizzare le sue esportazioni di gas dall&#8217; Europa verso l&#8217;Asia. Ma non solo, il gasdotto ridefinirebbe drasticamente anche il ruolo della Mongolia trasformandola in un attore di transito strategico, in equilibrio tra Russia, Cina e Occidente, Non si può dunque escludere che la Cina stia sfruttando l&#8217;incertezza per massimizzare la propria flessibilità strategica.</p>
<p>Del resto, il governo di Ulanbaator sa bene di occupare una delle posizioni geopolitiche più delicate al mondo: una democrazia vasta ma scarsamente popolata, incastonata tra due giganti storici, Russia e Cina. Da satellite dell&#8217;URSS, fortemente dipendente da Mosca a livello politico, militare ed economico a (forzato) partner commerciale della Cina, creando una nuova forma di dipendenza che molti mongoli guardano con diffidenza. Anche la memoria storica acuisce questo disagio: molti mongoli vivono nella regione cinese della Mongolia Interna, dove persistono preoccupazioni per l&#8217;assimilazione culturale, le restrizioni linguistiche e l&#8217;indebolimento dell&#8217;identità mongola acuite dalle politiche di Pechino attuate nel tempo. Di conseguenza, la Mongolia moderna si trova costantemente a dover bilanciare le necessità economiche con il timore di essere oscurata politicamente e culturalmente, perseguendo al contempo una politica di &#8220;terzo vicino&#8221; che mira a rafforzare i legami con paesi al di là dei suoi due potenti vicini.</p>
<p>Sembrerebbe dunque che il futuro del gasdotto dipenda in definitiva meno dall&#8217;ingegneria e più dalla geopolitica. L&#8217;instabilità iraniana, l&#8217;insicurezza marittima e l&#8217;evoluzione della transizione energetica cinese potrebbero influenzare la traiettoria del progetto. Ma la realtà centrale rimane invariata: la Russia ha bisogno del PoS-2 molto più della Cina e questa asimmetria spiega il motivo per cui il progetto continua a procedere lentamente nonostante la sua enorme importanza strategica. Il recentissimo incontro tra Putin e Xi avvenuto a Pechino il 20 Maggio, ha prolungato questo stallo in quanto nessuna decisione concreta è stata raggiunta al riguardo se non conclusioni generali. Pechino sembrerebbe infatti poco incline ad accettare determinate condizioni contrattuali riguardanti il prezzo del gas.</p>
<p>Per molti versi il PoS-2 simboleggia l&#8217;emergente ordine eurasiatico stesso: un continente sempre più connesso da infrastrutture e flussi energetici, ma anche plasmato da profonde asimmetrie di potere con il piatto della bilancia decisamente a favore della Cina.</p>
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<p>Tra le fonti consultate:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vostok Media (26.11.2019), «Сила Сибири» — сила прогресса и развития (Power of Siberia—forza del progresso e dello sviluppo). Disponibile al seguente link: <a href="https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980">https://vostokmedia.com/news/2019-11-26/sila-sibiri-sila-progressa-i-razvitiya-501980</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (1.9.2014), Putin In Yakutsk To Inaugurate Construction Of Pipeline To China. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html">https://www.rferl.org/a/russia-china-gas-pipeline-yakutsk/26559938.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Diplomat (8.10.2025), China-Russia Asymmetry and the Power of Siberia 2 Agreement.</p>
<p>Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/">https://thediplomat.com/2025/10/china-russia-asymmetry-and-the-power-of-siberia-2-agreement/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radio Free Europe (21.8.2024), China In Eurasia Briefing: The Power of Siberia-2 Pipeline Hits A Snag In Mongolia. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html">https://www.rferl.org/a/china-eurasia-power-of-siberia-mongolia-putin/33086686.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The Times of Central Asia (12.9.2025), The Power of Siberia 2 Project and Central Asia’s Gas Bargaining Power. Disponibile al seguente link:</p>
<p><a href="https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/">https://timesca.com/the-power-of-siberia-2-project-and-central-asias-gas-bargaining-power/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Laura Pennisi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/08/laura-pennisi.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/laura-pennisi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Laura Pennisi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista specializzata in studi sulla Russia, sul Caucaso, sull’Asia Centrale e sulla Grecia Moderna. Attualmente, svolge ricerche sulla propaganda russa attraverso i media. Vive a Malmö, in Svezia.</p>
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		<title>L’avanzata dei cristiani radicalisti in politica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lavanzata-dei-cristiani-radicalisti-in-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Adile]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Aug 2019 20:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’onda nera della destra reazionaria e conservatrice ha investito intere sacche geografiche del globo, dall’Est Europa fino al Brasile, passando per il Belpaese. Orde di nazionalisti hanno invaso strade e parlamenti, avanzando imperterriti al grido di “Dio, Patria, Famiglia”. Nell’epoca del grande sonno socialdemocratico, di una sinistra che si guarda l’ombelico e di un Liberalismo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’onda nera</strong> della destra reazionaria e conservatrice ha investito intere sacche geografiche del globo, dall’Est Europa fino al Brasile, passando per il Belpaese. Orde di nazionalisti hanno invaso strade e parlamenti, avanzando imperterriti al grido di “<strong>Dio, Patria, Famiglia</strong>”.</p>
<p>Nell’epoca del grande sonno socialdemocratico, di una sinistra che si guarda l’ombelico e di un Liberalismo che esiste e resiste ma non si sente troppo bene, un elemento salta prepotentemente agli occhi degli osservatori politici: il <strong>ritorno in auge del radicalismo cristiano.</strong></p>
<p>Che siano cattolici, ortodossi o protestanti, i Timorati di Dio sono tornati protagonisti della scena politica internazionale, dopo decenni di Secolarismo e Laicità dello Stato che sembravano aver ammansito certe spinte integraliste.</p>
<p><span id="more-1899"></span></p>
<p>Qui di seguito, in particolare, racconteremo le gesta benedette dei “Big Four” di Nostro Signore che hanno dichiarato guerra all’Ordine Liberale, sfidando laici e laicisti di destra e sinistra.</p>
<p><strong>UNITI PER DIO, CHI VINCER CI PUO’? </strong>Iniziamo in casa nostra, terra vaticana e democristiana, oramai feudo indiscusso del popolarissimo (quasi ex) ministro a petto nudo Matteo Salvini, campione nei sondaggi elettorali e nelle spiagge nazional-popolari delle coste italiche. Nel giorno del voto alla Camera sul Decreto Sicurezza bis, provvedimento di dubbia costituzionalità che criminalizza il salvataggio in mare di migranti (persone), il <strong>Capitano ha parlato di “bel regalo nel giorno del compleanno della Vergine Maria</strong>”. Lo stesso Salvini che, durante la conferenza stampa post-elezioni europee, ha <strong>sbaciucchiato un crocifisso</strong> affidando al Cuore Immacolato di Maria “il futuro e il destino di un Paese e di un continente”.</p>
<p>Lo stesso Salvini che, nel Febbraio del 2018, a pochi giorni dalle elezioni politiche del 4 Marzo, durante un comizio in Piazza Duomo a Milano, “giurò” sulla Costituzione e <strong>sul Vangelo</strong> mentre brandiva un rosario.<br />
Per ultimo, la sera del 5 Agosto, il numero uno leghista ha celebrato il compleanno di “Maria Santissima” postando sul suo profilo Twitter un’immagine della Madonna, augurando così una “serena notte” ai suoi follower. Nessuno mai si era spinto così lontano, nemmeno ai tempi dei baciapile genuflessi che costellavano l’universo eterogeneo della Balena bianca.</p>
<p>Il Leader della Lega sta chiaramente e spudoratamente <strong>ammiccando all’area più estrema e reazionaria della Chiesa</strong>, rivolgendosi a coloro che mischiano Fascismo e Cristianesimo, Sovranismo e Oscurantismo religioso, ultrà della cristianità che non risparmiano nemmeno Sua Santità Pop Papa Bergoglio, descritto dai pasdaran in odor d’incenso come una specie di comunista alla Santa Sede. E fa nulla che il Ministro dell’Interno abbia subito l’onta della scomunica da nientepopòdimenoche Famiglia Cristiana, il celebre settimanale di ispirazione cattolica, la quale ha dedicato al Capitano la copertina del 26 Luglio 2018 con un eloquente (quanto deliziosamente ironico) “Vade Retro Salvini”, al fine di condannare le parole d’odio e disprezzo nei confronti dei migranti che spesso hanno caratterizzato (e continuano a caratterizzare) la dialettica politica del capo del Viminale.</p>
<p>I cattolici moderati appaiono oramai, almeno agli occhi di Salvini, una minoranza che in cabina elettorale, semplicemente, non paga, o al limite, per i meno pessimisti, una maggioranza silenziosa.</p>
<p><strong>SUL BEL DANUBIO BLU</strong>. Approdiamo in Ungheria, alla corte di <strong>Viktor Orban</strong>, compagno di merende di Matteo Salvini e principale teorico della “democrazia illiberale”. Orban è il padre della nuova Costituzione ungherese, approvata dal parlamento di Budapest nel Marzo del 2013, che ha ufficializzato la centralità della religione cattolica nel paese dei magiari.</p>
<p>Oltre a limitazioni dei poteri della Corte Costituzionale, della libertà di espressione e di opinione, oltre al divieto di dibattiti elettorali su radio e tv private e alla criminalizzazione dei senzatetto che dormono in strada, la riforma costituzionale prevede la protezione della vita del feto fin dal concepimento, l’impossibilità per le coppie non sposate, senza figli o omosessuali di avere la definizione di famiglia (godendo, pertanto, di meno diritti e agevolazioni rispetto alle coppie eterosessuali con figli), nonché un riferimento iniziale a Dio e alle radici cristiane del Vecchio Continente. Una vera e propria rivoluzione bianca in un paese in cui, probabilmente a causa di vecchi strascichi del periodo comunista, il 15% circa della popolazione si dichiara laica o atea.</p>
<p>Per ultimo, nel Febbraio 2019, il Premier ungherese ha varato un pacchetto di provvedimenti consistenti in sgravi fiscali e sussidi a vantaggio delle giovani coppie al fine di combattere “l’invasione musulmana” favorendo la nascita di “più bambini ungheresi e in generale più bambini europei cristiani”. Solo così, secondo Orban, si potrà garantire “la sopravvivenza dell’Occidente”.</p>
<p><strong>L’ORSO INDOMITO. Vladimir Putin</strong> è sicuramente il maggior esponente di questo Nuovo Ordine Illiberale, Leader Maximo dell’Internazionale Sovranista (sempre che ne esista una), il Lenin del nazionalismo destroide, tanto per citare un altro Vladimir che calpestò le terre di Russia circa cento anni fa.</p>
<p>Nel Gennaio del 2018, lo Zar si fece riprendere mentre si immergeva nelle gelide acque del lago Seliger, durante le celebrazioni della festa ortodossa dell’Epifania al monastero di Nilov a Ostashkov, a circa 370 chilometri a nord di Mosca, una pratica che ricorda il battesimo di Gesù Cristo da parte di San Giovanni Battista nel fiume Giordano.</p>
<p>Ancor più interessanti sono le dichiarazioni di Luglio 2018 dell’ex agente del KGB, durante l’anniversario dei 1130 anni dal battesimo del principe Vladimir il Grande nelle acque del fiume Dnepr. Di fronte a pezzi grossi della Chiesa ortodossa, il sovrano di Russia ha sottolineato con forza le <strong>radici cristiane dell’identità russa</strong>, descrivendo la conversione al cristianesimo come la vera “nascita spirituale” che ha guidato la Russia nella sua “missione nel mondo”.</p>
<p>E che dire del commovente aneddoto del <strong>battesimo di Putin</strong>, avvenuto di nascosto nel 1952 nella cattedrale di San Pietroburgo per volere della madre, moglie di un rigido e ateo funzionario del Partito Comunista, contrario per ovvi motivi al battesimo del piccolo Vladimir. Aneddoto ricordato dallo stesso Putin, ai microfoni di una calca di cronisti, durante la <strong>messa di mezzanotte del Natale ortodosso</strong>, nel Dicembre del 2011, proprio nella cattedrale di San Pietroburgo. Un uomo di Dio al comando di una super-potenza.</p>
<p><strong>IL DEMONE VERDEORO</strong>. Concludiamo il nostro giro panoramico cristiano-sovranista nel Brasile di <strong>Jair Bolsonaro</strong>, eletto presidente nell’Ottobre del 2018 con il 55,13% dei voti. A nove mesi dalla sua elezione, il paese della Samba e del carnevale è colpito dalla crescita della disoccupazione, dai tagli a istruzione e sanità pubbliche e dal disboscamento della foresta amazzonica, quest’ultima utile a sottolineare quanto le politiche anti-ambiente dell’ex militare rappresentino un vero e proprio cancro ai polmoni del pianeta Terra. Un “flagello di Dio”, come definito da Daniele Mastrogiacomo in un lucidissimo articolo pubblicato da L’Espresso del 21 Luglio 2019.</p>
<p>Ma come descrivere il rapporto tra Bolsonaro e religione? “Idilliaco” sarebbe il termine giusto, come chiaramente confermato dallo slogan che ha accompagnato l’ascesa politica dell’ex capitano dell’esercito, ovvero “Il brasile al di sopra di tutto, Dio al di sopra di tutti”.</p>
<p>Anti-abortista, anti-gay e contrario all’ideologia del gender, Bolsonaro si definì “una minaccia per chi vuole distruggere i valori della famiglia” (qualunque essi siano). Grazie alle sue spinte fondamentaliste, il “Trump brasiliano” ha ricevuto l’appoggio delle chiese evangeliche del Paese, le quali rappresentano il 29% della popolazione. Un’alleanza strategica che ha contribuito alla vittoria politica di Bolsonaro, che ha potuto così conquistare il Palazzo del Planalto.</p>
<p><strong>I crociati del terzo millennio</strong> stanno conducendo una guerra santa, senza esclusione di colpi, contro i “traditori della patria e della fede”, i senza-Dio del Progressismo, mentre esponenti politici liberali e moderati, democratici e riformisti, rimangono semplicemente a guardare, come l’asino dell’orwelliana fattoria degli animali, metafora degli intellettuali pessimisti russi, inermi di fronte alle degenerazioni dello Stalinismo. <strong>Che Dio ci assista</strong>.</p>
<p>Articolo pubblicato anche sul quotidiano online di Messina &#8220;Tempostretto&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Adile" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/02/francesco-adile-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-adile/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Adile</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lavanzata-dei-cristiani-radicalisti-in-politica/">L’avanzata dei cristiani radicalisti in politica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sos Afghanistan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 09:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[putin]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva. Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/">Sos Afghanistan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan</strong> e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.</p>
<p><strong>Il governo di unità nazionale</strong>, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.</p>
<p><strong>Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine</strong>. Mentre i soldati sono impiegati in <em>check-point</em> statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere <em>intelligence</em> essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.</p>
<p><strong>Dal canto suo, il sistema legale non riesce</strong> a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.</p>
<p><strong>Per alcune stime, i gruppi non statuali</strong>, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.</p>
<p><strong>L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò</strong> il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.</p>
<p><strong>Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza</strong>.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.</p>
<p><strong>La perdita di due importanti <em>leader</em></strong> non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali &#8211; Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.</p>
<p><strong>Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato</strong> che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.</p>
<p><strong>Di fatto, è stata scelta un’altra direzione</strong>.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.</p>
<p><strong>Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata</strong>, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi,<em> raid</em> in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati &#8211; a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.</p>
<p><strong>Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti</strong>: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.</p>
<p><strong>La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan</strong>, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore</strong>, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-1082 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg" alt="" width="828" height="315" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg 828w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-300x114.jpg 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-768x292.jpg 768w" sizes="(max-width: 828px) 100vw, 828px" /></p>
<p><strong>Questa è una guerra che non può vincere nessuno</strong>, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.</p>
<p><strong>Se un incremento del livello di pressione militare</strong> potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.</p>
<p><strong>Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia</strong> a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.</p>
<p><strong>Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 <em>marines</em> </strong>e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate <em>vis-à-vis</em> con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.</p>
<p><strong>Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia</strong> sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.</p>
<p><strong>La collaborazione ha subito un raffreddamento</strong> dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 &#8211; sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, <strong>Zamir Kabulov</strong>, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.</p>
<p><strong>Il Cremlino ha un vantaggio comparativo</strong> che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.</p>
<p><strong>A novembre Mohammad Atmar</strong>, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.</p>
<p><strong>Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali</strong> con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.</p>
<p><strong>Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali</strong> con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca</strong> con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.</p>
<p><strong>Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare</strong> che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’<em>escalation</em> delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.</p>
<p><strong>La recrudescenza degli attacchi terroristici</strong> degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.</p>
<p><strong>Intanto circa 400 mila afghani</strong> hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.</p>
<p><strong>L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul</strong>, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.</p>
<p><strong>L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro</strong> per la dottrina del <em>non-refoulement</em> e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.</p>
<p><strong>Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere</strong>, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.</p>
<p><strong>Il governo di Mohammad Najibullah resistette</strong> tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.</p>
<p><strong>La democrazia, con le sue variegate espressioni formali</strong>, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere <em>leader</em> di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.</p>
<p><strong>Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq</strong>, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.</p>
<p>Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.</p>
<p><strong>Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare</strong> la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere <em>intelligence</em> per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/">Sos Afghanistan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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