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	<title>reddito Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>reddito Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Quando cominciamo ad affrontare la realtà?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Cagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2020 20:08:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili. Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili.<br />
Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma velocemente si) verso il burrone a cui 40 anni di promesse non realistiche ci hanno portati.<br />
<span id="more-2426"></span></p>
<p>La realtà, appunto brutale e molto diversa da quel che sentiamo ogni giorno, è che i cittadini italiani nel loro complesso dovranno inevitabilmente ridurre il loro tenore di vita nei prossimi 20 anni dopo avere vissuto in un terribile inganno da debito negli ultimi 40 anni. Bisognerà decidere e anche alla svelta chi e come ridurrà il tenore di vita e la scelta sarà dolorosissima e socialmente deflagrante perché nessun partito o leader politico ne ha mai parlato. Ma saremo costretti a fare queste scelte e anche presto. Sarebbe bene iniziare a parlarne invece di fare chiacchiere inutili (dannose?) e spendere denaro pubblico come se non ci fosse limite al debito.<br />
Questo governo non ha né la capacità né la cultura per affrontare queste scelte dolorose e ci sta conducendo sull’orlo del burrone nascondendo la dura realtà che come comunità saremo tenuti ad affrontare.</p>
<p><strong>1. I dati</strong></p>
<p>Nel 1980 il PIL italiano espresso in euro 2020 era circa 1100 miliardi di euro. Il debito pubblico 700 miliardi era pari a poco più del 60% nei limiti dell’attuale trattato di Maastricht.</p>
<p>La popolazione era di 56 milioni di italiani, ma c’erano circa 18 milioni di ragazzi tra 0 e 20 anni che sarebbero poi entrati nel mondo del lavoro, mentre gli italiani tra 45 e 65, che nei successivi 20 anni sarebbero usciti dal mondo del lavoro, erano circa 12 milioni. Un saldo netto di 6 milioni di nuovi italiani potenzialmente al lavoro pari ad una crescita del bacino di lavoro da 27 a 33 milioni di italiani cioè un incremento del 22%.</p>
<p>Quindi il debito diviso per la popolazione tra 0 e 45 anni, cioè quella al lavoro nei successivi 20 anni, era pari a circa 20.000 euro di oggi. Una cifra più che sopportabile e soprattutto con una crescita NATURALE della forza lavoro dell’1% annuo circa più che gestibile in termini prospettici.</p>
<p>A fine 2021 il debito pubblico italiano sarà di circa 2800 miliardi di euro. I giovani da 0 a 20 anni sono non più 18 milioni ma 11 milioni circa e per contro le persone tra 45 e 65 che usciranno dal mondo del lavoro sono gli stessi 18 milioni che nel 1980 stavano per entrare. Saldo netto negativo -7 milioni cioè meno 1% annuo. Il debito di 2800 miliardi diviso per il numero di cittadini tra 0 e 45 anni di età che dovrà sostenerlo è pari a 100.000 euro a testa. 5 volte di più rispetto al 1980. Con una partecipazione al lavoro del 60% il debito a carico di ogni lavoratore sarà vicino a 200.000 euro a testa. Un numero fantasmagorico.</p>
<p>Cosa è successo in questi anni? Non una guerra, ne’ un disastro particolare a parte il Covid (su cui si discuterà poi tra 3 o 5 anni moltissimo in termini di scelte e relativi costi), ma semplicemente il fatto che nei 40 anni tra il 1980 e il 2020 ci siamo indebitati al ritmo di circa 50 miliardi l’anno, cioè banalmente abbiamo speso 50 miliardi all’anno (circa il 3% del PIL ogni anno) in più rispetto alle risorse generate. Quindi abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi al ritmo di 50 miliardi l’anno&#8230; per 40 anni.</p>
<p>E abbiamo accumulato debiti per oltre 2000 miliardi nel periodo, debiti che solo in minima parte sono stati come dati dalla crescita del PIL che è stata nei 40 anni passati (prendo il PIL 21 prospettico per non infierire&#8230;) in termini reali pari a un modestissimo 35%, in gran parte dovuto all’incremento demografico e in minima parte dovuto all’incremento di produttività.</p>
<p>Adesso a fine 2021 il debito/PIL sarà pari al 170% e ci sarà impedito di fare altro debito. Non è infatti economicamente sostenibile, salvo ipotizzare un default molto prossimo, salire in termini di indebitamento/PIL da questi livelli elevatissimi. Quindi l’incremento di debito che potremo permetterci sarà zero in termini reali e forse, ma con molti dubbi, pari all’1% in termini nominali ipotizzando che ci sia un po’ di inflazione è un po’ di crescita.</p>
<p>Uscire dall’euro è una follia pura accarezzata da populisti incompetenti e quindi &#8230; inevitabilmente dovremo ridurre il tenore di vita e cioè ridurre le spese dello stato a un importo molto simile alle entrate dello stato stesso, o solo marginalmente superiore diciamo 10-15 miliardi l’anno.</p>
<p>Questo è quello che ci aspetta dal 2022 in poi. Senza appello. Senza nessuna possibilità che non sia così. Senza se e senza ma. Quindi poiché è presumibile pensare che le entrate dello stato nel 2022 non siano nemmeno paragonabili a quelle del 2019 vista la crisi Covid, si dovranno ridurre le spese dello stato di almeno 30-40 miliardi l’anno.</p>
<p>Pensare di incrementare le entrate presuppone ipotesi non sostenibili e cioè un significativo aumento delle aliquote, che sono già elevatissime, o una crescita economica del 3-4 % all’anno che appare ugualmente infattibile.</p>
<p>Si noti che solo l’impatto della riduzione della forza lavoro comporta una decrescita media del PIL pari a meno 1% all’anno. Quindi la produttività italiana deve crescere per mantenere lo status quo delle entrate fiscali almeno dell’1% all’anno. Per riferimento negli ultimi 20 anni è cresciuta mediamente dello 0,1% all’anno. Una montagna da scalare.</p>
<p><strong>Questi sono i numeri e in sintesi ci dicono che:</strong></p>
<p>&#8211; non potremo più indebitarci come se non ci fosse un domani. Adesso il domani è qui con noi. La festa delle promesse elettorali pagate dai figli è completamente e definitivamente finita. I partiti non sanno o non vogliono sapere che è così, ma chiunque faccia 2 calcoli elementari lo può dimostrare. Per alcuni partiti la filosofia del “tassa e spendi” è endemica. Questa malattia sarà spazzata via dalla dura realtà. Non si può più. E se la malattia persiste saranno spazzati via i partiti che ne sono affetti.</p>
<p>&#8211; abbiamo non più una forte spinta demografica come nel 1980, ma un fortissimo freno demografico. Da +1% prima di cominciare a decidere cosa fare a -1%. Drammatico. Abbiamo sprecato negli anni buoni. Non ci siamo preparati all’inverno. E adesso l’inverno demografico è qui con noi. La demografia è un problema durissimo da affrontare perché le scelte di oggi daranno frutti nel 2040&#8230; nei prossimi 20 anni la demografia è già scritta. La nostra è drammatica e nessun partito ha mai capito nei passati 20 anni quanto drammatica fosse. Una responsabilità storica enorme. Ma adesso dobbiamo gestire il problema. Non possiamo fare nulla anche perché l’aspettativa di vita a 65 anni nel 1980 era di 15 anni&#8230; e adesso è di 20 (19,95 dopo il covid, ma risale a 20 tra 6 mesi&#8230;). Quindi oltre ad avere non più 11 milioni di italiani oltre 65 anni ma 17 milioni, gli anni in totale in cui devono essere supportati da chi lavora passano da 165 milioni a 340 milioni&#8230; quindi l’onore è doppio e grava su un numero di lavoratori inferiore del 20% rispetto al 1980. Questo prima ancora di affrontare il tema del costo sanitario che è esplosivo rispetto al 1980. Il costo del welfare con questa demografia è esplosivo.</p>
<p>&#8211; non abbiamo mai affrontato ne’ culturalmente ne’ politicamente il tema della produttività che è centrale ed è l’unica soluzione alternativa alla drastica riduzione del tenore di vita collettivo. Per aumentare la produttività bisogna investire pesantemente e soprattutto agire sulla produttività del settore pubblico e delle rendite di posizione “protette” in modo drastico. Le aziende che esportano per sopravvivere hanno dovuto e saputo migliorare la produttività pena la sparizione. Non c’è nulla che aguzzi l’ingegno più che lo spirito di sopravvivenza come noto.  Le aziende protette sul mercato interno e soprattutto la pubblica amministrazione sono state invece un freno potentissimo proprio perché &#8230; non esistevano incentivi di nessun tipo a migliorare. Non possiamo più permettercelo. Aumentare la produttività, per capirci, significa o produrre di più con le stesse persone o ridurre le persone a parità di output. Questo è quello che lo stato dovrà sapere fare nei prossimi 20 anni. Non ne vedo la consapevolezza, la cultura, il senso di urgenza. Ma dovrà arrivare perché &#8230; siamo costretti. Per fortuna il calo di occupazione non rende drammatico sotto il profilo del tasso di disoccupazione questa transizione. Però in Italia si dovranno necessariamente trasferire lavoro da settori pesantemente improduttivi nel confronto internazionale (pubblica amministrazione e settori protetti) a settori esportatori e necessariamente produttivi.</p>
<p>Questa necessità categorica è lontanissima dalla cultura dominante. Non c’è consapevolezza né volontà di affrontare il problema. Se fossimo in azienda privata si dovrebbe pesantemente ristrutturare (= tagli e investimenti fortissimi di miglioramento processo) la pubblica amministrazione e dedicare le risorse ai settori ad alta produttività.</p>
<p>L’enorme spesa pubblica da Covid va esattamente nella direzione opposta e onestamente la cultura dominante e le dichiarazioni pubbliche del 90% dei parlamentari sono assolutamente inconsapevoli, per non dire strenuamente opposte a questa necessità.</p>
<p>Mancano competenza, realismo e leadership. Per 40 anni hanno vinto le elezioni politici che promettevano cose ridicolmente infattibili e costose. Impossibile pensare che il consenso politico venga attribuito a chi dice che dobbiamo ridurre il tenore di vita, e quindi i politici in larghissima parte interessati solo ai sondaggi e al mantenimento della loro poltrona pubblica &#8230; ci portano al burrone come i lemmings.</p>
<p>&#8211; la nostra stratificazione sociale è drammaticamente spostata sugli anziani, sugli assistiti, sui garantiti, mentre i “produttivi non garantiti” (cioè quelli che sostengono tutto lo stato con le tasse) sono minoranza sia elettorale che culturale. A parte 11 milioni di giovani tra 0-20 anni (non votanti&#8230;) ci sono 18 milioni di pensionati assistiti, circa 8 milioni di persone che non lavorano (essenzialmente donne in forti percentuali al sud), circa 10 milioni di “garantiti” (pubblica amministrazione e altri settori protetti e senza concorrenza internazionale) e 13 milioni di produttivi non garantiti. Questi ultimi rappresentano quindi circa il 25% dei voti. Impensabile che la politica privilegi questi ultimi.</p>
<p>Esiste poi un tema territoriale, visto che assistiti e garantiti sono largamente più numerosi al sud, e inversamente i produttivi non garantiti sono concentrati al nord.</p>
<p>Esiste poi, drammaticamente, l’impatto Covid che è stato nullo per assistiti e garantiti ed enorme per produttivi non garantiti.</p>
<p>Queste asimmetrie sono destinate a generare fortissime spinte di disgregazione del tessuto sociale, di cui pare solo l’ottimo ministro Lamorgese sembra preoccuparsi.</p>
<p>Il consenso elettorale e sociale va verso le categorie assistite e garantite, nella illusione ottica che nulla possa mai scalfire assistenza e garanzie. Non è così, ma quando succedesse &#8230; è troppo tardi per tornare indietro. Quindi nessuno dice ad assistiti e garantiti che se i produttivi non garantiti vanno in crisi prima o poi la mannaia cadrà pesantissima su prestazioni sociali e garanzie&#8230;. è come dire al condannato che la pena si avvicina. Meglio rimandare.  Specie se il condannato vota per chi sta al potere. C’è sempre l’illusione che alla fine si risolva il problema è quindi si rimanda si rimanda fino a quando non sarà proprio più possibile rimandare.</p>
<p>Il governo Conte è la massima espressione storica del rimando. Una vera e propria eccellenza storica assoluta, nel momento in cui sarebbe assolutamente necessario l’opposto. Infatti è molto popolare. Nessuna sorpresa.</p>
<p>&#8211; infine, la categorizzazione sociale italiana e l’immigrazione degli ultimi 10 anni ha trasformato le classi economicamente più deboli (il proletariato degli anni 70-80) in una classe ferocemente difensiva nei confronti degli immigrati che vengono dipinti come coloro che intaccano privilegi e diritti acquisiti (pesantemente a debito come si è visto ma questo non viene MAI detto). Quindi il populismo anti-immigrati è fortissimo proprio perché la percezione degli strati più deboli e anche, ultimamente, del ceto medio è che siano gli immigrati (oltre il 10% della popolazione&#8230;) ad avere messo a rischio la prosperità acquisita.</p>
<p>Non è chiaramente così, la prosperità acquisita è finta e deriva solo dal debito, ma i cittadini hanno chiaramente la percezione che stia per finire e cercano il “colpevole”. I populisti sono stati abili ad offrire 2 menzogne e cioè che “abbiamo sconfitto la povertà” (5 stelle) oppure che “è tutta colpa degli immigrati e dell’Europa” (Lega). E’ sempre più difficile ammettere che invece è colpa di chi ci ha amministrato in modo totalmente miope negli ultimi 40 anni identificando sempre i “nemici” e non i problemi da risolvere, anche perché alla fine li abbiamo votati noi e perché l’antipolitica offre facile sponda dialettica in questo senso.</p>
<p>Anche questa malattia non è facilmente curabile perché le ricette semplici, le promesse elettorali, il “noi siamo nuovi e diversi” hanno facile presa, anche se il ciclo della promessa-delusione-accantonamento brutale è rapidissimo. I 5 stelle sono a fine ciclo e il loro dissolvimento è palese. Credo stia iniziando il dissolvimento anche della Lega, ma iniziamo nuovi cicli (Fratelli d’Italia) e altri ancora seguiranno.</p>
<p>Manca del tutto e bisogna ammettere per validi motivi, (mancanza di offerta&#8230;) la fiducia in una politica che affronti i problemi della collettività, anche perché come visto il medico non potrà essere pietoso e bisognerà prendere medicine molto amare.</p>
<p><strong>2. Cosa fare</strong></p>
<p>Non abbiamo alternative.</p>
<p>Dobbiamo cercare di mantenere unita la nostra comunità aumentando la produttività e aumentando la partecipazione al lavoro.</p>
<p>Bisogna che lavorino molte più donne, molte più persone al sud e che la produttività del lavoro salga moltissimo.</p>
<p>Non esiste altra soluzione economica sostenibile o logica.</p>
<p>Chi parla di patrimoniale dimentica che su 2800 miliardi di debito una patrimoniale anche brutale per 200 miliardi di euro ridurrebbe in modo pressoché irrilevante il debito (da 2800 a 2600) e molto probabilmente ridurrebbe investimenti, consumi e base imponibile per ammontare molto simile nei successivi 5 anni, oltre a generare un crollo dei consumi piuttosto duraturo. E’ come vendere le canne da pesca per comprare i pesci. Per pochi giorni o mesi può anche funzionare. Poi quando i pesci sono esauriti la fame diventa ancora peggiore&#8230;. e canne da pesca e pescatori sono nel frattempo tutti scappati&#8230;</p>
<p>La nostra comunità deve generare lavoro, produttività, base imponibile e tasse. Tutto ciò è inesorabilmente attività delle imprese private che assumono e pagano tasse e contributi. Le imprese private per fare ciò assumono rischi, che vanno remunerati e incentivati. Lo stato non può e non deve sostituirsi. Deve piuttosto arretrare e incentivare. Anche qui non c’è alternativa possibile.</p>
<p>L’imperativo del lavoro, della capacità di assumere rischi e della generazione di base imponibile e tasse, così come l’imperativo del lavoro femminile e del sud sono priorità assolute per la nostra comunità.</p>
<p>Bisogna superare la vecchia e antistorica divisione tra lavoro e capitale. Vanno creati meccanismi di compartecipazione della forza lavoro al plusvalore generato con produttività. Il nuovo sindacato è quello che aiuta il lavoro a scegliere gli imprenditori migliori, e i nuovi imprenditori sono quelli che coinvolgono anche da un punto di vista economico i lavoratori nella generazione di valore.</p>
<p>Bisogna capire che il sud è un immenso valore nel turismo e nell’esportazione di bellezza, cultura, cucina, clima e benessere. Il turismo al sud è una assoluta priorità nazionale</p>
<p>Bisogna capire che la formazione dei giovani deve essere selettiva. Il titolo di studio è un’opportunità, non un diritto. La riqualificazione della scuola, i test invalsi, il premio alla produttività anche nell’istruzione è il nostro migliore investimento. I nostri pochi, anzi pochissimi giovani, devono essere formati e avere produttività altissima. Non devono andare all’estero attirati da salari più alti e dobbiamo premiare sia economicamente che socialmente chi è più bravo a educarli, abilità facilmente misurabile e incentivabile &#8230;. se si vuole davvero farlo.</p>
<p>Bisogna risolvere definitivamente la piaga dell’evasione fiscale attraverso strumenti di verifica moderni o anche solo con la chiara dichiarazione che controlli a campione saranno possibili e reali avendo percezione di dove si annidano le maggiori sacche di evasione.</p>
<p>Bisogna capire che i salari sono intrinsecamente legati alla produttività. Pretendere di slegare le 2 variabili è condannarsi alla disoccupazione e al default. Non c’è scampo e va detto chiaramente. Tutti devono potere lavorare e il salario dipende dalla produttività.</p>
<p>Infine, bisogna capire che il tenore di vita di tutti o quasi tutti sarà minore. Se non troviamo la spinta ideale come collettività a creare opportunità di permanenza in Italia dei nostri giovani anche con molti sacrifici siamo condannati al futuro potenzialmente drammatico del default. Se non troviamo una spinta ideale come italiani, come cittadini, come elettori a questo programma 20ennale di rinascita ci condanniamo a un futuro terzomondista in cui saremo solo marginali in Europa e nel mondo.</p>
<p>Io sono bergamasco. Ho visto le bare in luoghi che per me hanno significato. Ma da bergamasco la canzone “rinascerò, rinascerai” ha valore, mi commuovo nel sentirla come mi sono commosso nel vedere il video con sui abbiamo promosso l’Italia per le Olimpiadi Invernali del 2026. Siamo un paese unico e noi “facciamo accadere l’impossibile”. La dignità del lavoro, lo spirito di sacrificio che ha costruito l’ospedale degli alpini in 15 giorni, la composta dignità nel lutto, la volontà di ripartire a testa bassa e ricostruire tutto da capo se necessario, l’assenza di polemiche tra noi bergamaschi anche dopo 6000 morti in provincia, il guardarsi tutti in faccia e capire che si può e si deve rinascere in silenzio con il lavoro di ogni giorno come hanno fatto tanti anni fa i nostri padri e i nostri nonni sono parte di me.</p>
<p>Questi valori di attaccamento e dignità del lavoro, collaborazione tra tutte le classi sociali, semplicità e volontà di migliorarsi devono secondo me essere alla base della rinascita di un paese che si è cullato in pericolose illusioni, offerte e promesse da molti che non hanno mai davvero lavorato e costruito qualcosa di concreto. </p>
<p>Affrontiamo la realtà per quanto sgradevole. Possiamo farcela se lavoriamo e smettiamo di promettere la luna facendo solo debiti per i nostri figli. “Rinascerò, rinascerai. Siamo nati per combattere la sorte, ma ogni volta abbiamo sempre vinto noi.”</p>
<p>Dimostriamo al mondo cosa sanno fare gli italiani. Con i fatti concreti, nello stile dei bergamaschi con poche parole e nessuna promessa, solo lavorando tutti i giorni, un mattone alla volta.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Cagnoli" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/07/giovanni-cagnoli-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-cagnoli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Cagnoli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Presidente di Carisma SpA, Holding che detiene 14 aziende con oltre 300 milioni di fatturato ed oltre 1.000 dipendenti. Le aziende della Holding operano in settori diversificati (food, moda, retail, marketing, leisure, &#8230;). Fondatore e CEO di Bain &amp; Company Italia dal 1989 fino al 2017. E’ stato consulente dei primari gruppi bancari e finanziari italiani ed è particolarmente attivo nello sviluppo e definizione di piani di turnaround e di creazione di valore per gli azionisti di grandi organizzazioni. Ha ottenuto un MBA alla Sloan School of Management, al M.I.T di Boston nel 1982 e si è laureato in Business Administration all’Università Bocconi di Milano nel 1981. </p>
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		<title>L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena Vigliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2019 19:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[reddito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.</p>
<p><span id="more-1802"></span>Se scindi l’uomo e assecondi questa tesi con interventi pubblici monetari e assistenziali finanziati da tasse elevate su ricchi e ceto medio con l’obiettivo di aumentare la domanda, gli effetti saranno nefasti: il consumatore keynesiano è tendenzialmente un uomo povero che riceve sussidi e prestiti facili e che imita il deficit spending macroeconomico della politica dell’interventismo pubblico e del dirigismo, contagiato dalla irresponsabilità dei bilanci pubblici a quelli privati, (come nella mega bolla immobiliare del 2007), e che disincentiva e falcidia i contribuenti-risparmiatori, che debbono contentarsi di interessi molto bassi sottoponendoli a elevate imposte redistributive che dovrebbero favorire la domanda di consumo.</p>
<p>Al contrario il contenimento delle imposte incentiva i risparmiatori investitori, motore del progresso tecnologico nel libero mercato, sede di informazioni diffuse e scelte decentrate contrapposte alla conoscenza limitata del pianificatore centralizzato, e permette il migliore utilizzo del risparmio investito in capitale, in progetti imprenditoriali che allocano in modo efficiente le risorse, creano valore aggiunto, aumentano la produttività quindi riducono la disoccupazione e il sottosviluppo realizzando una redistribuzione dal basso, contrapposta a quella dall’alto operata d’imperio attraverso la tassazione progressiva in nome dell’egualitarismo. L’obiettivo da perseguire non dovrebbe essere l’impossibile eliminazione delle diseguaglianze fisiologiche, ma l’innalzamento del livello di benessere delle fasce meno abbienti e ciò si ottiene attraverso il mercato e la crescita economica che produce una<br />
redistribuzione libera, spontanea ed efficiente.<br />
Ma perché in Italia la tassazione è progressiva?<br />
II principio trae ispirazione dalla c.d. “decrescenza dell’utilità marginale”: afferma che dosi crescenti di un bene ne fanno man mano diminuire la sua utilità/necessità e quindi sarebbe possibile privarsene senza danno. Ma ciò potrebbe essere vero per un bene infungibile o che non può facilmente essere scambiato: se mangio dosi aggiuntive di gelato alla quinta coppa sarò sazio e vorrò/potrò privarmene senza sacrificio mentre l’utilità marginale del reddito-denaro non è decrescente perché il denaro è un bene fungibile, un bene di scambio che può trasformarsi in qualunque altro bene ed essere utilizzato in ogni impresa e risponde alla creazione del risparmio e dell’investimento che è alla base dello sviluppo di una società umana, dell’uomo “imprenditore” ambizioso e instancabile nel costruire con il suo risparmio-investimento lo sviluppo della realtà economica produttiva, dello sviluppo tecnologico e del progresso umano: per l&#8217; uomo intero einaudiano<br />
la produzione di reddito/risparmio/investimento/creazione di impresa/creazione di posti di lavoro non ha una utilitá marginale decrescente.<br />
Inoltre la Flat Tax risponde a criteri di equità perché è un’imposta proporzionale cioè pago in proporzione a quanto guadagno, il che sembra più che ragionevole e incentiva a produrre più ricchezza e beneficio per tutti.<br />
Al contrario, se la tassazione è progressiva cioè all’aumentare del reddito non pago in proporzione ma molto di più, sono disincentivato dal produrre reddito, a danno di tutti.<br />
Ed un altro rischio insito nella tassazione progressiva è che il pianificatore abbia una, molto poco liberale, sorta di delega in bianco nell’aumentare le aliquote degli scaglioni marginali (si pensi all&#8217;aliquota del 75% di Hollande) giustificando questa azione con programmi di welfare e redistribuzione del reddito.<br />
La tassazione proporzionale implica che ogni cittadino pagherà le imposte in proporzione al reddito prodotto ovvero chi ha un reddito maggiore pagherà più imposte. Eppure la vulgata la vuole come un sistema iniquo: quanto volte lo avete sentito “Sono contrario alla Flat Tax perché i ricchi pagheranno quanto i poveri” ?<br />
Sarebbe come dire che una SRL che ha utili per 10 milioni paga la stessa IRES di una SRL che ne ha per un milione o che un albergo di 200 stanze paga la stessa IMU di uno che ne ha 20: sfugge a molti il concetto di proporzionalità.<br />
Se, ad esempio, l’aliquota unica delle imposte è il 20%, se guadagno 20 mila euro pagherò 4 mila euro, se ne guadagno 100 mila, cioè 5 volte 20 mila, ne pagherò 20 mila, cioè 5 volte 4 mila. Quindi la tassazione proporzionale ha un’unica aliquota o flat tax. La tassazione progressiva invece implica che la tassazione cresce più che proporzionalmente cioè le aliquote di imposta diversificate crescono al crescere del reddito. Per tornare al precedente esempio, se guadagno 20 mila euro l’anno pagherò 4 mila circa, se ne guadagno 100 mila ne pagherò 36 mila, quindi non 5 volte ma 8 volte cioè circa 16 mila euro in più (senza contare le addizionali regionali e comunali). Questo è il regime vigente in Italia ed è considerato molto disincentivante.<br />
La Flat Tax abbassa davvero la pressione fiscale e agevola tutte le classi sociali, soprattutto chi guadagna mediamente, cioè circa 40 milioni di contribuenti, il 97% dei contribuenti. In italia chi dichiara redditi oltre i 500 mila euro sono solo 3.641, quelli che dichiarano oltre il milione sono solo 796, su 42 milioni di contribuenti. Quindi coloro che sono contrari alla Flat Tax per non includere i pochi ricchi che pagano l’IRPEF, 4000 persone agiate, preferiscono negare la Flat Tax ai rimanenti 41,9 milioni. Forse non sanno che i ricchi, quelli veri, non hanno redditi di lavoro assoggettati all&#8217;IRPEF ma redditi redditi da capitale, patrimoni immobiliari, finanziari e di partecipazione che già beneficiano già di Flat Tax. I ricchi solitamente hanno redditi da capitale, non da lavoro.<br />
Per tutte queste fonti di reddito ci sono già oggi aliquote molto vicine a quelle ipotizzate per la Flat Tax, più basse di quelle che gravano sui redditi da lavoro.<br />
E per le contestazioni di incostituzionalità e coperture finanziarie, con l’area “no tax” la Flat Tax diventa progressiva, nel rispetto della Costituzione, e può trovare le sue coperture nel taglio delle “tax expenditures”(circa 40 miliardi) la giungla delle detrazioni e deduzioni distorsive che indirizzano i consumi, e nella revisione della spesa pubblica corrente (tagli a contributi a fondo perduto, riduzione partecipate senza attività ed enti inutili, razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi) per circa 30 miliardi e nella riorganizzazione della spesa pubblica per l&#8217;assistenza da universalistica a residuale.</p>
<p>D’altronde affermare che la Flat tax favorisce chi ha redditi medi ed elevati è come affermare che i programmi di dimagrimento favoriscono solo coloro che sono in sovrappeso, cioè è una banale ovvietà che però non smentisce l’utilità del provvedimento: diminuire le tasse serve proprio a coloro sui quali il peso fiscale è eccessivo e che di tasse ne pagano troppe, per incentivarli a produrre più ricchezza e a convincerli ad investire e creare posti di lavoro con beneficio per tutti.</p>
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