L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.

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Reddito di cittadinanza? Piuttosto ripensiamo la spesa sociale

Il reddito di cittadinanza è uno stanziamento sbagliato. La spesa per l’assistenza sociale nel nostro Paese è già enorme, circa 95 miliardi, ma è mal distribuita ed inefficiente, erogata sotto forma di una miriade di diversi e spesso iniqui e irrazionali ammortizzatori sociali: bonus bebè, bonus mamma, carta famiglia, bonus 18anni, bonus nido, bonus affitto, gli 80 euro, reddito di inclusione, assegni familiari, Cassa Integrazione, disoccupazione (DIS-Coll, Naspi), contratti di solidarietà, assegno di ricollocamento, assegno sociale, integrazione al minimo, assegno di reversibilità (40 miliardi, integrazione al minimo + reversibilità, 18 miliardi ,cig + disoccupazione, 36 miliardi, assistenza sociale).

Tutta questa miriade di erogazioni statali alle persone fisiche andrebbe sostituita con un unico strumento di lotta alla povertà, un reddito di base, uguale per tutti e a parità di requisiti, parametrizzato sul livello del reddito, del patrimonio e del nucleo familiare, finanziato dalla fiscalità generale. Ciò eviterebbe discriminazioni, iniquità, sovrapposizioni, inefficienze, e consentirebbe la razionalizzazione della spesa e migliori controlli.

Per poterlo realizzare occorre una separazione della previdenza dalla assistenza, a livello contabile per fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, considerato che le pensioni sono finanziate da una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale (una parte anche dai contributi di scopo dei datori di lavoro per la disoccupazione, cig, assegni familiari)

Una ulteriore spesa per il reddito di cittadinanza non ha senso, dato che esiste già una enorme spesa per welfare che, però, spesso va ai soggetti sbagliati. D’altra parte in qualunque Paese evoluto, anche quelli con le economie più liberali e antiassistenziali, esiste una erogazione contro la povertà assoluta, salvo i dettagli per stabilirne i requisiti, livello di reddito, età, vecchiaia, disabilità, obbligo di accettare un lavoro, tecniche di funzionamento (ad es. imposta negativa).

Il vero cambiamento, quindi, non è aumentare la spesa per l’assistenza con un ulteriore strumento (elettorale?) ma è il procedere ad un totale riordino e razionalizzazione di tutti gli ammortizzatori e le assistenze sociali: in tal modo si ottiene più equità ed, invece di gravare ulteriormente la spesa pubblica, si possono, persino, ottenere dei risparmi e diminuire il costo del lavoro, aumentando la creazione di posti di lavoro.

E se abolissimo il sostituto d’imposta?

In questi giorni ho letto che molti ritengono le retribuzioni previste dai contratti collettivi “retribuzioni da schiavi”. Il fatto è che questi considerano solo l’importo che leggono sulla loro busta paga alla voce “retribuzione netta”. Non tengono conto di ciò che in realtà sborsa il datore di lavoro.

Lo schiavista, l’affamatore non è il datore di lavoro, ma la causa, il cuneo fiscale, imposto dallo Stato. Se le retribuzioni sono modeste e per “colpa” del c.d. “cuneo fiscale”. In Italia, infatti, il cuneo fiscale è il 47,8% del costo del lavoro, quindi circa la metà del costo che il datore di lavoro sostiene per il lavoratore non va nelle tasche del lavoratore stesso ma viene dirottato nelle casse dello Stato. Il datore di lavoro che, ad esempio, spende 31mila euro per un dipendente è costretto ad erogargliene quale netto della busta paga, solo 16mila.

Per esemplificare è come se il datore di lavoro erogasse due retribuzioni, una al lavoratore, l’altra allo Stato. Il cuneo fiscale rappresenta per il lavoratore una “tassa occulta”, di cui cioè non è consapevole e che rende nemici datore di lavoro e lavoratore, li divide, li pone uno contro l’altro.

Se si abolisse il ruolo del datore di lavoro come sostituto d’imposta affidando il compito di versare imposte e contributi al lavoratore in autoliquidazione, il lavoratore riceverebbe l’intero costo del lavoro nelle sue mani, cioè circa il doppio della sua retribuzione netta, ed avrebbe modo di capire qual è l’origine del suo malcontento.

Ad esempio, il ristorante che assume il cameriere potrebbe ogni mese versare al dipendente l’intera retribuzione lorda ed anche i contributi a carico azienda il lavoratore in sede di dichiarazione dei redditi, verserebbe i contributi e le imposte da lui dovuti e non il datore di lavoro (sostituto d’imposta) che non ne avrebbe più l’obbligo, né la responsabilità.
Ciò comporterebbe minori oneri burocratici per le aziende e la necessità di minori controlli ed implicherebbe una maggiore consapevolezza da parte del lavoratore riguardo il costo del lavoro che gli verrebbe interamente erogato e contemporaneamente del peso fiscale e contributivo che grava su di lui e sulle aziende e che potrebbe toccare con mano all’atto dell’esborso dei contributi e delle tasse in sede di dichiarazione dei redditi. Ciò contribuirebbe ad una maggiore solidarietà tra datori e lavoratori per le rivendicazioni di politiche di riduzione fiscale e contributiva, e risponderebbe al principio di trasparenza e parità di trattamento tra contribuenti.

 

 

Cuneo fiscale è la quota del costo del lavoro che viene prelevata per imposte e contributi, quindi è la differenza fra costo del lavoro e retribuzione netta in busta paga.
Quindi cuneo fiscale non è sinonimo di costo del lavoro che, invece, rappresenta la somma dei costi che il datore di lavoro sostiene per la prestazione del lavoratore, cioè la somma della retribuzione lorda più gli oneri previdenziali, assicurativi.

Servirebbe il “buono scuola”

La scuola italiana va cambiata: è una delle cause del declino italiano. È necessario lasciare libertà alle famiglie nella scelta della scuola (statale, paritaria, cattolica, privata, internazionale ecc.) consegnando loro un buono-spesa prestabilito (tecnicamente “costo standard di sostenibilità per allievo”.) da spendere per ogni studente nella scuola prescelta.

In questo modo si creerebbe una sana competizione tra scuole e la valutazione degli insegnanti secondo criteri meritocratici selezionando i migliori nel rispetto di regole prestabilite.

Lo Stato dichiara di spendere 8mila euro a studente ma in realtà il costo effettivo in alcuni gradi di insegnamento è molto più basso: un bambino che frequenta la scuola dell’ infanzia costa 3.200 euro (4.573 euro famiglie disagiate). Si possono risparmiare 17 miliardi con l’introduzione dei costi standard.

Gli insegnanti della scuola italiana sono troppi, un insegnante ogni 12 studenti: in Europa c’è un insegnante ogni 15 studenti. Gli insegnanti sono pagati poco perché sono troppi: la voce che pesa di più nel bilancio della scuola, utilizzata come postificio, ufficio di collocamento, ammortizzatore sociale, è quella del personale. La soluzione è limitare l’accesso alla professione attraverso una maggiore selezione.

A che cosa servono altri docenti se il tasso di natalità è in calo? In Italia la scuola è creata per soddisfare le esigenze degli insegnanti che vogliono essere assunti e pagati ma non vogliono essere valutati, non vogliono essere sottoposti a criteri meritocratici, anno dopo anno. Ma quello dell’insegnante non è un posto a vita.

Dalla pagella stilata dall’Ocse sul livello dei 15enni italiani emerge che sono il fanalino di coda della classifica dei Paesi europei (Estonia e Finlandia si trovano in testa) ma soprattutto sono lontani anni luce dagli studenti dei Paesi asiatici come Singapore o Giappone. La scarsa preparazione degli studenti italiani è emersa ripetutamente da varie indagini tra le quali PISA-Ocse (Programme for International Student Assessment). Nonostante i dati abbiano messo in luce gravi lacune degli studenti italiani al termine del percorso dell’obbligo scolastico, ci si è invece concentrati sulle critiche al metodo di analisi, per non ammettere lo stato oggettivo dell’istruzione italiana.

È necessaria una certificazione a livello nazionale, con standard comuni di riferimento, i cui risultati debbano essere resi pubblici e accessibili agli studenti “clienti” delle diverse scuole. In questo modo genitori e studenti, che già in questi ultimi anni hanno assunto un inconsapevole comportamento valutativo, interrogandosi sulla “produttività culturale” di ogni singolo istituto, avrebbero la possibilità di attingere ad un sistema informativo in grado di raccogliere, di ordinare e di documentare tutte le informazioni sugli esiti qualitativi del sistema di istruzione.

I dirigenti scolastici prenderebbero coscienza del fatto che essere al top della graduatoria significa attrarre più studenti e quindi contributi aggiuntivi per la formazione e la didattica. Si verrebbe a creare in questo modo un circolo virtuoso e il sistema potrebbe divenire competitivo e quindi efficiente.
I processi di valutazione devono coinvolgere, oltre agli istituti e agli studenti, anche gli altri attori coinvolti, cioè gli insegnanti. Questi ultimi dovrebbero essere retribuiti non automaticamente e acriticamente in base all’anzianità di servizio, bensì in base al merito.

Ogni scuola in autonomia dovrebbe stabilire la retribuzione in base ad una valutazione, a cui partecipino anche gli studenti, effettuata sulla base della attività svolta e dei risultati raggiunti: con una procedura partecipativa che non serva però a trasformare la valutazione in una sorta di seduta di “autocoscienza didattica” – secondo le logiche che guidano un certo pedagogismo fine a sé stesso – ma ad aiutare tutti a comprendere e a condividere i problemi del loro lavoro comune.

 

Il problema non sono i voucher, il problema è lo Stato

Perchè i Voucher lavoro hanno avuto un enorme successo? È presto spiegato.
In Italia un dipendente costa 31mila euro e ne guadagna 16mila. Cioè la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore è al 47%, ovvero l’azienda versa allo Stato 15mila euro, tanto quanto guadagna il dipendente. Il datore, dunque, ha due dipendenti da pagare: uno vero, il lavoratore, e uno finto, lo Stato.
Con i voucher un dipendente che costa 31mila euro ne guadagnerebbe 23.250 netti cioè circa 8mila euro in più di retribuzione netta. Per rimettere le cose a posto basterebbe riportare ad un livello ragionevole il cuneo fiscale/contributivo, cioè dall’attuale 47% al 25%, che è il cuneo previsto dai voucher lavoro. In questo modo la differenza di aliquota, cioè il 22%, potrebbe essere equamente ripartita a vantaggio tra datore di lavoro e lavoratore, per diminuire il costo del lavoro alle aziende e per  aumentare la retribuzione netta al lavoratore.
Facciamo un esempio pratico: la retribuzione netta dei voucher è ora di 7,50; potrebbe essere portata a 9,15, cioè 1.537 euro netti al mese, invece di 1.260. In questo modo l’azienda avrebbe un costo del lavoro di 24.981, superiore a quelllo del voucher ma inferiore a quello del costo del lavoro ordinario. Quindi un dipendente che, con le aliquote ordinarie, guadagnava 16mila, ne guadagerà 20mila e l’azienda avrà un costo del lavoro non più di 31mila euro ma di 27.200. Lo Stato incasserebbe invece di 15mila, la metà, cioe circa 7500 euro.
Per poter fare questo è assolutamente necessario realizzare la riforma previdenziale con la fiscalizzazione della pensione minima affiancata dalla pensione integrativa volontaria libera e privata e la riduzione della pressione fiscale.
Il problema non sono i voucher lavoro, il problema è lo Stato.

La crescita? 12 condizioni affinché avvenga

L’assistenzialismo genera la malattia che pretende di curare. L’unico modo efficace per combattere efficacemente ed in modo duraturo la povertà, è la creazione di nuova ricchezza.

Come si fa a creare nuova ricchezza? Creando nuovi posti di lavoro. Qual è il principale motore per la creazione di nuovi posti di lavoro? L’impresa.

Di cosa ha bisogno l’impresa per proliferare e svilupparsi? Di un ambiente favorevole, ovvero di:
1) buone infrastrutture;
2) centrali energetiche per ridurre i costi e la dipendenza energetica;
3) reti digitali e di telecomunicazioni;
4) reti di collegamento e trasporti efficienti (strade, ferrovie, aeroporti, ponti);
5) una tassazione bassa, competitiva, semplice e stabile, che non cambi ogni anno e permetta di programmare nel lungo periodo;
6) una tassazione che non disincentivi al risparmio ed agli investimenti;
7) una burocrazia snella;
8) una giustizia certa e veloce;
9) lavoratori preparati grazie a buone scuole, università e stage formativi;
10) un cuneo fiscale (cioè, la differenza tra retribuzione lorda e netta) basso che permetta ai lavoratori maggiore disponibilità di reddito;
11) una ricerca scientifica che consenta di migliorare i processi produttivi e di aumentare il valore aggiunto per unità di prodotto;
12) un ambiente sicuro che garantisca l’incolumità degli individui e della proprietà privata.

Un ambiente favorevole alle imprese che creano posti di lavoro: ecco è il mio auspicio per il nuovo anno.
Buon 2018 a tutti gli amici!

Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona

In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile?

Le tasse sono aumentate, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più.

La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato?

No, non ha funzionato. Ha provocato più poveri, meno imprese, più disoccupazione, più debito pubblico, per oltre 400 miliardi.

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; strutturale, cioè stabile, non una tantum, che permette una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro.

 

Ridurre la spesa pubblica corrente e nel contempo riqualificarla, per indirizzarla verso la spesa per infrastrutture e ricerca.

La spesa investimenti in infrastrutture di base (reti stradali, ferroviarie, digitali, di telecomunicazioni, oleodotti, ponti, dighe, centrali energetiche) necessarie all’esercizio delle attività imprenditoriali e dei cittadini è in grado do produrre PIL.

Gran parte degli studi in materia riportano una relazione positiva e statisticamente significativa fra infrastrutture e crescita economica. In Giappone è proprio la spesa pubblica dedicata in gran parte agli investimenti per infrastrutture e ricerca che permette di avere il terzo PIL del mondo.

L’Italia è ultima per produttività del lavoro negli ultimi 20 anni, la produttività totale dal 1995 al 2015, è diminuita ad un tasso medio annuo dello 0,1%:  la produttività rappresenta il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione, tipicamente capitale e lavoro. quindi a parità di ore lavorate e di loro costo (input) o si aumenta la quantità di beni o servizi (output) oppure a parità di produzione (output) si diminuisce il costo del lavoro, sia come ore lavorate che come costo delle stesse (input).

È questo il grande problema italiano: cosa fare per aumentare la produttività?

Attraverso l’innovazione di processo, ottenuto attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che permette di fare di più con lo stesso numero di ore, è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l’innovazione di prodotto, generando per l’impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l’impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione.

L’insufficiente investimento italiano in R&S è dimostrato dalla modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8% circa contro il 45% circa della Germania, il 18% della Francia, il 14% del Regno Unito.

Nel lungo periodo è la produttività del lavoro: ogni individuo può acquistare tanti più beni e servizi quanto più è grande la sua capacità di essere produttivo.”

 

 

La flat tax favorisce i ricchi?

La flat tax in Italia è possibile? E soprattutto porterebbe benefici ai cittadini italiani? Partiamo dalla principale critica di chi la avversa: i ricchi pagherebbero quanto i meno abbienti.

Ma questo è falso!

La flat tax è un’imposta proporzionale, cioè pago in proporzione a quanto guadagno, il che sembra più che ragionevole e incentiva a produrre più ricchezza e beneficio di tutti.

Al contrario, se la tassazione è progressiva, cioè all’aumentare del reddito non pago in proporzione ma molto di più, sono disincentivato dal produrre reddito, a danno di tutti.

La tassazione proporzionale implica che ogni cittadino pagherà le imposte in proporzione al reddito prodotto, ovvero chi ha un reddito maggiore pagherà più imposte.

Se, ad esempio, l’aliquota unica delle imposte è il 20%, se guadagno 20 mila euro pagherò 4 mila euro, se ne guadagno 100 mila, cioè 5 volte 20 mila, ne pagherò 20 mila, cioè 5 volte 4 mila. Quindi la tassazione proporzionale ha un’unica aliquota o flat tax.

La tassazione progressiva implica che la tassazione cresce più che proporzionalmente, cioè le aliquote di imposta diversificate crescono al crescere del reddito. Per tornare al precedente esempio, se guadagno 20 mila euro l’anno pagherò 4 mila circa, se ne guadagno 100 mila ne pagherò 36 mila, quindi non 5 volte ma 8 volte cioè circa 16 mila euro in più (senza contare le addizionali regionali e comunali).

tassazione

proporzionale tassazione progressiva

aliquota

20%

20%

reddito

€ 20.000

 

€ 100.000

 

€ 20.000  

€ 100.000

 

tasse da pagare € 4.000 € 20.000 € 4.000 circa

€ 36.000

Questo è il regime vigente in Italia, considerato molto disincentivante.

Ma perché in Italia la tassazione è progressiva? II principio trae ispirazione dalla c.d. “decrescenza dell’utilità marginale”: dosi crescenti di un bene ne fanno man mano diminuire la sua utilità/necessità, quindi posso privarmene senza danno.

Ma ciò può essere vero per un bene infungibile o che non può facilmente essere scambiato: se mangio dosi aggiuntive di gelato alla quinta coppa sarò sazio e potrò privarmene senza sacrificio.

Ma il reddito-denaro è fungibile, è un bene di scambio, può trasformarsi qualunque altro bene ed essere utilizzato in ogni impresa; pertanto la sua utilità non è decrescente ma, anzi, permette Ia creazione del risparmio e dell’investimento che è alla base dello sviluppo di una società umana.

Per dirla con Einaudi risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, “l’uomo intero” contrapposto all’uomo “scisso keynesiano”.

Il risparmio investito in progetti imprenditoriali che allocano in modo efficiente le risorse, creano valore aggiunto, aumentano la produttività, quindi riducono la disoccupazione e il sottosviluppo realizzando una redistribuzione dal basso, contrapposta a quella dall’alto operata d’imperio attraverso la tassazione progressiva in nome dell’egualitarismo (l’uguaglianza sostanziale volta ad eliminare le fisiologiche differenze è nemica dell’uguaglianza formale, quella davanti alla legge di stampo liberale).

L’obiettivo da perseguire non dovrebbe essere l’impossibile eliminazione delle diseguaglianze fisiologiche, ma l’innalzamento del livello di benessere delle fasce meno abbienti e ciò si ottiene attraverso il mercato e la crescita economica che produce una redistribuzione libera, spontanea ed efficiente.

Non ci pagheranno le pensioni, caro Boeri

Questa è la busta paga di un lavoratore straniero con moglie priva di reddito e tre figli a carico.

I contributi Inps che vengono versati all’Inps dall’azienda sono 479 euro (di cui 349 euro a carico dell’azienda)
ma al contempo, l’Inps versa al lavoratore 317 euro per gli assegni familiari; inoltre il lavoratore ottiene dal fisco uno sconto per detrazioni fiscali per 260 euro quindi non versa un euro di tasse e in aggiunta riceve anche gli 80 euro.

Quindi sommando importi a debito e a credito questo lavoratore allo Stato non versa nulla ma, al contrario, prende.

Infatti 479-317-260-80= +178

Tanto è vero che la sua retribuzione netta è superiore a quella lorda.
Ecco questa è una busta paga tipica di un lavoratore dipendente immigrato, uno di quelli che ci pagheranno le pensioni.

C’è poi da considerare un fatto: oltre a non versare ma a prendere, la sua retribuzione netta è addirittura superiore a quella lorda, i suoi tre figli e la moglie utilizzeranno il welfare (scuola, asili nido, sanità).

Tra l’altro molti riescono ad autocertificare familiari a carico che vivono però all’estero.

Le gestioni INPS ed Erario vengono gestite dallo Stato in modo separato. Ciò che conta è che se verso nel settore contributivo, ma prendo dal settore assistenza e fiscale per un importo superiore, il saldo per lo Stato è in rosso.

Questo lavoratore non versa un euro allo Stato grava sul welfare con il suo nucleo familiare di 5 persone usufruendo dell’assistenza sanitaria gratuita, asili nido, abitazione del Comune, scuola pubblica.

Ripeto non versando un euro allo Stato, ma a carico del contribuente italiano, figuriamoci se può pagarci la pensione.

Rimesse all’estero

Inoltre solo nel 2015 gli immigrati hanno inviato rimesse di denaro all’estero per 5,2 miliardi di euro. Dato un tasso di risparmio del 8,5% medio (dati Istat) abbiamo avuto un danno al PIL nazionale per ben 4,795 miliardi.

Calcolata una pressione reale fiscale sul PIL del 50,2% (CGIAA di Mestre) abbiamo un calo di entrate fiscali pari a 2.379 milioni di euro, superiore al mancato introito per contributi previdenziali nel caso non vi fossero immigrati, per .1618 milioni.

Un enorme flusso di denaro che andrà ad arricchire altre nazioni.

La Banca d’Italia indica inoltre che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”, e che quindi non fruttano neanche nulla in termini di commissioni e tassazioni.

Io non voglio pensare che i politici siano in malafede, ma voglio credere che non siano informati su queste “cose che hanno a che fare con i numeri” e che quindi siano convinti che facendo entrare immigrati che hanno redditi bassi e nuclei familiari numerosi che gravano sul welfare ritengano che ci pagheranno le pensioni.

Ma non è così.

Ci potrebbero essere immigrati che pagano le pensioni: ad esempio se un ingegnere straniero arriva in Italia con moglie anche lei che lavora e tre figli a carico, se guadagna 60.000 euro lordi e la moglie 30.000 euro lordi non otterrà assegni familiari non avrà sconti fiscali e anche se utilizzerà servizi pubblici li pagherà attraverso i versamenti.

Questo è il genere di immigrati che dovremmo incentivare una immigrazione qualificata che apporta valore aggiunto e know-how.

Venire per farsi assistere?

È corretto che un cittadino straniero riceva un sostegno al reddito?

Attenzione non sto parlando di usufruire di un servizio come le strade, l’illuminazione pubblica, la raccolta rifiuti, la polizia o i vigili del fuoco. Sto parlando di sostegno al reddito, cioè integrare il reddito con denaro o godimento di beni quando una persona non è economicamente autosufficiente.

La risposta è NO.

Gli immigrati dovrebbero venire in Italia in forza di un contratto di lavoro, per apportare capitali e investimenti o per studiare.

Mai per farsi assistere. Questo è compito del loro paese di origine.

Se il lavoratore o l’investitore, una volta entrato in Italia, non è più in grado di mantenersi, producendo un reddito sufficiente per sé e la propria famiglia, entro un lasso di tempo ragionevole ad es. 6 mesi, perde il diritto di rimanere in Italia e deve essere rimpatriato nel suo paese d’origine.

Ed il motivo è evidente: ciò è assolutamente necessario in quanto, in caso contrario, verrebbe a crearsi una immigrazione finalizzata allo sfruttamento dello Stato Sociale italiano da parte di soggetti che hanno necessità di essere assistiti in quanto non economicamente autosufficienti.

La nostra Nazione senza questa clausola di salvaguardia si trasformerebbe in una sorta di bancomat al servizio delle popolazioni del globo, rendendo insostenibile la nostra spesa pubblica e l’equilibrio dei nostri conti pubblici.

Povertà, alzare l’asticella

Per evitare di importare mangiatori di welfare, cioè di tasse, è assolutamente necessario alzare l’asticella del reddito che l’immigrato deve dimostrare di produrre o di detenere. Attualmente è sufficiente dimostrare un reddito di soli 5.818 euro annui cioè 484 euro mensili. Tale importo sulla base dei dati ISTAT è assolutamente inadeguato a garantire l’autosufficienza.

Infatti il parametro di riferimento è la soglia di povertà assoluta, rappresentata dal valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario. Per il singolo individuo è pari per il 2016 a circa 10.000 euro (9.829,56 euro mensili dati Istat) Evidentemente insufficiente.

Come accade in altri paesi il reddito mensile richiesto per ottenere il permesso di soggiorno dovrebbe essere tale da garantire una piena autonomia: almeno 13.000 euro annui se single, 20.000 se in coppia, 24.000 se con moglie a carico e 2 figli.

Al di sotto di queste soglie non sarebbe garantita l’autosufficienza e quindi la piena integrazione.

L’attuale governo britannico di Theresa May ha richiesto una entrata annua non inferiore a 35.000 sterline (40.000 euro annui 3300 euro al mese) per poter continuare a conservare il permesso di soggiorno. Persino in Thailandia, dove il costo della vita è ben più basso, è necessario produrre una certificazione di reddito dalla quale si evinca che l’entrata mensile non è inferiore a 65.000 Baht (1700 euro mensili, 20.400 euro annui a persona) per ottenere un permesso di soggiorno.

Se confrontiamo questi parametri con i 5.800 euro annui sufficienti in Italia per ottenere un permesso di soggiorno. ci rendiamo conto di quanto le nostre normative siano inadeguate e creino i presupposti per forme di assistenzialismo, concorrenza sleale e comportamenti illeciti.

Dobbiamo incentivare l’arrivo di immigrati, investitori, professionisti qualificati, portatori di patrimoni e di know-how e consumatori dei nostri beni e servizi, che avrebbero un effetto positivo sulla nostra economia, instaurerebbero una competizione positiva basata sulle competenze e sul merito e non sulla concorrenza sleale: questa è l’immigrazione che dobbiamo incoraggiare.

L’immigrazione va gestita politicamente, cioè va governata e non subita.