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	<title>repubblica Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>repubblica Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Il Tribunale della Storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 22:08:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura</em></p>
<p>Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è stato, né lo è tuttora!<br />
Già a suo tempo, la ricorrenza del centenario della Vittoria italiana del 4 novembre 1918 contro l’Austria non è sfuggita a questa regola, poiché, a parte qualche stanca cerimonia di rito, è sceso un generale silenzio, che ha avuto per lo più matrici ideologiche, a volte con contorni addirittura faziosi. Ma v’è di più, in quanto avevo anche preconizzato &#8211; ma, ad onor del vero, soltanto sarcasticamente &#8211; che per uscire definitivamente da un ambiguo imperativo celebrativo, che stride con i suoi reali miti fondanti, vale a dire esclusivamente quelli antifascisti e resistenziali, questa Repubblica, per dovere di coerenza, avrebbe fatto bene a depennare dal novero di anniversari e ricorrenze quella della Vittoria del 4 novembre, sancendo così la “morte della Patria”, ma giammai pensando che in effetti si sarebbe potuto arrivare a tanto!<br />
Ed invece, in ossequio alla vulgata del politically correct in atto, oscillante nei fatti tra la mistificazione e il ridicolo, pure quella ricorrenza è ora definitivamente entrata nel vortice inesorabile della cancel culture, dato che, anche sotto il profilo formale, la recentissima Legge n. 2024 del 1° marzo scorso, espungendo del tutto quella vittoria, ha istituito, proprio per il 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, il che appare francamente finanche grottesco in un momento di massima divisività ideologica, morale e persino antropologica; il tutto, accompagnato peraltro da una schiumosa retorica, stucchevole e a tratti anche involontariamente comica &#8211; in special modo per quanto riguarda le Forze Armate &#8211; che, nonostante tutto, rimane confinata nella magniloquenza e nell’apologia dell’ancora imperante sinistroide regime culturale.<br />
Dunque “Justice est faite”! Tutto questo è il frutto venefico scaturito dalla nuova “veste sacerdotale” di cui si è ammantata questa Repubblica, assurta così a Tribunale della Storia, o meglio a “Giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti” (Marc Bloch), nonché &#8211; in qualità di inflessibile custode della “santità” delle vicende storiche &#8211; a implacabile cerbero assetato di vendetta.<br />
Tutto ciò discende innanzitutto dall’irremovibile pregiudizio ideologico, unito ad un isterico livore verso Casa Savoia, relegata tutt’al più al periodo risorgimentale e quindi confinata esclusivamente alla tradizione, da parte di una contemporaneistica manichea, cinica e demagogica, allineata al politicamente corretto in atto, quando non proprio attardata su modelli veteromarxisti: questo costituisce il substrato politico-intellettuale della Repubblica nostrana, con tanto di “verde tartaro tra i denti”, in cui trovano posto solo istanze culturali semi-totalitarie ed egemoniche di una Sinistra ancora racchiusa nella sua macabra identità irrisolta!<br />
E’ questo lo spettro che anima l’attuale subcultura di tali protagonisti dannati, moderni “Arcangeli della morte”, i quali pontificano a sproposito e, galleggiando nel fiume impietoso degli accadimenti storici, continuano a vivere nell’ossessione antifascista e nel preconcetto antimonarchico. Cosicché, continua ad imperare indisturbata una dittatura del politicamente corretto che sta gradatamente consumando la storicità come comprensione del passato, una tirannide intellettuale a guisa di una stultifera navis che veleggia nel piatto mare dell’indifferenza e dell’incoscienza generali, in una Nazione che ha abbandonato pure se stessa.<br />
Ma il fondamentale aspetto motivazionale che conduce direttamente a siffatte aspre considerazioni è da rinvenirsi, per costoro, affetti da insanabile hybris, proprio nel significato recondito di quella vittoria.<br />
Secondo l’untuosa e settaria opinione storiografica più che mai in auge, quella vittoria dimenticata &#8211; ma ora anche cancellata del tutto &#8211; fu prodromica all’avvento del fascismo, anzi ne fu pronuba, in quanto il fascismo si ergeva a unico erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché il mito dell’uomo nuovo andava a braccetto con il mito della vittoria mutilata. Il tutto a causa di una visione ideologica in base alla quale quella vittoria, più che superare la disperazione di Caporetto, fu una vittoria ambigua da cui il fascismo trasse forza e consenso, ciò che stride enormemente con la mitologia della Repubblica, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della civitas nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, stante l’imperante criptocomunismo che la anima, la sua primaria ragion d’essere. Così pure il Milite Ignoto, il quale, al di là di omaggi formali, rientra in questa categoria da dimenticare, poiché pur esso ha rappresentato uno dei simboli cardini della propaganda fascista.<br />
Ma a questo punto occorre svolgere alcune considerazioni esplicative proprio sui miti che alimentano il rancore verso quella vittoria, sulla quale ora è definitivamente calata la vindice scure della Repubblica.<br />
Ed ecco dunque, dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 &#8211; allorquando tre armate, la 2*, la 3* e la 4*, si ritirarono fino al fiume Piave &#8211; in uno al generale malessere che aveva finito per attanagliare la maggioranza dell’opinione pubblica, la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre dalla linea del Piave, ciò che avrebbe indotto l’Austria a firmare l’armistizio il successivo 4 novembre.<br />
Certamente, il Trattato di Pace di Versailles, nel gennaio dell’anno successivo, nonostante l’acquisizione del Trentino, l’Alto Adige, Trieste e Zara, ma non della Dalmazia assegnata alla Jugoslavia, alimentò scoraggiamento e delusione a fronte del mancato ascolto delle richieste italiane, in particolare per Fiume e per la partecipazione alla spartizione delle colonie, sebbene questa fosse stata promessa nel Patto di Londra.<br />
 In Italia, quindi, trattata come una Potenza di second’ordine dagli alleati, prendeva piede il MITO DELLA “VITTORIA MUTILATA”, che peraltro non era del tutto privo di fondamento, sebbene l’odierna vulgata storiografica tenda ad affermare il contrario; né, d’altra parte, l’Autorità governante si mostrava del tutto capace di risolvere i problemi del dopoguerra, da quelli sociali, sfociati nel “biennio rosso”, al reducismo.<br />
In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace, ma soltanto una tregua. Cosicché nel 1919 incominciava il countdown di una nuova e più terribile guerra mondiale!<br />
Lungi da voler ripercorrere gli sviluppi bellici di quella che è stata definita “la Madre di tutte le guerre”, in quanto rappresentò la nascita della moderna guerra totalitaria, ma al fine di pervenire ad un plausibile quadro interpretativo in cui possa trovare appropriata collocazione anche il <strong>Mito del Milite Ignoto</strong>, anch’esso individuato come pronubo del fascismo, occorre svolgere alcune considerazioni che ci consentano di inquadrare più esattamente ulteriori elementi mitici colpiti dall’ostracismo storiografico repubblicano. Siffatte riflessioni prendono avvio già dalla dicotomica contrapposizione tra neutralismo &#8211; che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo &#8211; e interventismo, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali ampliamento di obiettivi di politica estera, politiche di potenza, liberazione di terre irredente, ma anche fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche decadentistici: comunque, un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso un posto privilegiato al concetto di Patria. In siffatte aspirazioni emergeva in ogni caso un primato del fare, un dissolvimento del pensiero nell’azione, un attivismo di cui si rendeva protagonista soprattutto Gabriele D’Annunzio; in definitiva, un complesso di valori che alimentavano direttamente il Mito della Guerra. Questo si fondava, dunque, su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo spirito guerriero dei giovani volontari, in un clima di movimenti e correnti in campo artistico e letterario che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il Futurismo, il quale, esaltando una virilità militare che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti gli aspetti bellici in modo positivo, talché proprio la magnificazione della guerra, come desiderio ardente dello straordinario, divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Anche la figura idealizzata del soldato comune divenne una componente essenziale alla creazione del MITO DELL’UOMO NUOVO che avrebbe redento la Nazione, che confluiva in quello dello <strong>Stato Nuovo</strong>, come processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “radicalismo” di tradizione mazziniana. Certamente, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello Stato nuovo, ereditato e poi fatto proprio dal movimento fascista. A tal proposito, ben si attaglia l’affermazione di Emilio Gentile sulla genesi del fascismo, individuato come “un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo”. Ma siffatta ricostruzione, perfettamente aderente a quel particolare, complesso contesto storico, non può essere rabbiosamente brandita come arma ideologica per cancellare in un sol tratto quella guerra e quella vittoria, in cui il mito ha svolto una funzione importante nella presa di coscienza politica delle masse, talché, finendo per perdere i tipici tratti politico-sociali, ha fuso la sua identità con il concetto di eroismo. Anche gli spiriti di quei caduti, diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, hanno diritto a quell’angolo di Cielo che “Il Dio degli eserciti riserba ai martiri ed agli eroi”! Per l’appunto, il mito e l’eroismo finirono per confluire in un processo edificatore, purificatore, per il popolo e per la politica italiana, teso alla costruzione di un ideale supremo: un percorso politicizzato, basato su ideali come Patria, Nazione e Stato, a cui si affiancò un processo morale che ebbe come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra.</p>
<p>Di certo, da allora è stato impossibile mantenere un ininterrotto percorso identitario, soprattutto per il trauma di un’altra guerra mondiale, a distanza di venticinque anni dalla Prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione e i vincoli simbolici e ideologici, che duravano dall’unificazione dell’Italia, ebbero per lo più a dissolversi, cosicché qualcosa di simile alla morte si è verificato: senz’altro morì una Patria, e con essa anche il patriottismo della Nazione, sostituito dal patriottismo di partito o dal patriottismo di classe come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione, la legittimazione democratica, dunque, non poteva che provenire se non da partiti fortemente ideologizzati, con tutte le conseguenze negative sullo sviluppo democratico del Paese, rimanendo in tal modo a tutt’oggi ancora irrisolta la grande questione del nostro vivere collettivo.<br />
Ma un altro grande momento di rottura che separa enormemente l’Italia attuale da quella della Grande Guerra è stato l’avvento di ordinamenti politici di tipo democratico così come sanciti dalla Costituzione repubblicana del ‘48, ma pur essa nata tra equivoci e contraddizioni profonde: una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso, al di là di patetiche, formali rappresentazioni di facciata, l’identità sociale e culturale di quell’Italia liberale e democratica che combatté la Grande Guerra.<br />
Proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45 e l’avvento della democrazia repubblicana, dunque, hanno reso l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra, che in tal modo non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico. Insomma, con l’avvento della Repubblica, in Italia abortì, a differenza di altre nazioni culturalmente e ideologicamente più coese, il passaggio cruciale tra il liberalismo e la nuova liberaldemocrazia dal ’46 in poi, che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.<br />
In base a siffatti presupposti, sicuramente la Nazione è morta nel cuore degli italiani, è morta l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di Patria. Una Nazione incompiuta, una Nazione mancata, uno Stato-non nazione di un Paese che, per le sue inadeguatezze, non è riuscito a farsi Nazione e che sconta ancora oggi le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che, come già si diceva innanzi, acquista una dimensione ideologico-politica, persino sistemica, strutturale, a carattere antropologico e culturale ed anche morale.<br />
Un Paese, dunque, con un colossale difetto di coscienza politica, caratterizzato dalla lontananza del popolo dallo Stato, in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, il legame di appartenenza del popolo verso una ancora mal conosciuta Patria: l’inesorabile declino di una Nazione, designata dal fato ad un destino di morte!<br />
Si chiude così un loop tragico e grottesco allo stesso tempo, una riflessione a struttura circolare, così come nel film Pulp fiction di Quentin Tarantino, peraltro già richiamato in altra occasione, stante l’inizio tragico di questo excursus che si ricongiunge drammaticamente alla sua fine. Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una moderna e irreversibile disunità nazionale, dunque, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla sua unità politica e dopo avere combattuto invano tante guerre dal quel fatidico 1848 in avanti: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-tribunale-della-storia/">Il Tribunale della Storia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>I fantasmi della Repubblica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 22:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico</p>
<p>Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa al potere di Mussolini all’adozione delle leggi razziali od anche all’ingresso in guerra dell’Italia nel ‘40, dall’invadente peso di ignorati eroi e caduti, solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, al mito dell’Italia tradita dal suo Re, dallo psicotico attaccamento all’insegna resistenziale e antifascista all’irremovibile preconcetto nei confronti di Casa Savoia. Questi, insieme ad altri “lemuri”, rappresentano la palude ideologica su cui si fonda l’istituzione repubblicana del nostro Paese! E’ questo l’universo mitologico della nazione, centrato su una aberrante volontà di conquista della storia contemporanea come campo di azione in cui rigenerare, sulle ceneri del Regno, del fascismo e di una guerra perduta, una “nuova civiltà” &#8211; con il suo triste apparato di mortifere, sordide ideologie &#8211; che, con i suoi rituali di cartapesta e la sua falsa democrazia, ha relegato al “ridotto della Valtellina” i valori liberali e nazionali.<br />
Il decesso del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, recentissimamente avvenuto, ha infatti  rappresentato, ancora una volta, l’occasione per esternare &#8211; e non soltanto da parte di una storiografia falsata da pregiudizi ideologici perlopiù di parte marxista, ma anche di quella più moderata, pur incline a rivedere la storia d’Italia non in chiave ideologizzata &#8211; tutto il livore antimonarchico che ancora impregna in generale questo Paese, impedendo in tal modo una più scrupolosa e meno sbrigativa storicizzazione della Monarchia sabauda &#8211; e in particolare della figura del Re Vittorio Emanuele III &#8211; relegata pressoché esclusivamente al periodo risorgimentale o poco più, che valga invece a riposizionarla più correttamente nel suo composito e astruso contesto storico, durato oltre un settantennio dopo la conclusione del processo unitario, su un asse temporale crono-centrico di elementi fattuali altamente drammatici nella cruda realtà in cui essi ebbero ad estrinsecarsi.<br />
Insomma, la vulgata antimonarchica tuttora in auge è diventata una sorta di “sceneggiata veneziana”: una messinscena supremamente autolesionista, anche esteticamente scadente oltre che storicamente inattendibile. Essa, confinando l’Istituto monarchico esclusivamente alla tradizione e ascrivendo semmai &#8211; il che peraltro non è neppure certo, dato che ricorre troppo spesso anche il termine “usurpazione” &#8211; a Casa Savoia l’unico merito della unificazione del territorio italiano, bypassa a piè pari tutto il travaglio postrisorgimentale: dalle guerre coloniali, viste soltanto come manifestazione della volontà di potenza dei Savoia, al primo conflitto mondiale, dall’avvento del fascismo, grazie alla presupposta complicità della Corona, alla nuova guerra mondiale e alla “fulgida” nascita della Repubblica, autolegittimatasi come “vero inizio” della Storia d’Italia.<br />
Cosicché, invece di sollevare un reale, enorme problema di coscienza collettiva su fatti storici che avrebbero dovuto costringerci a rimeditare &#8211; e quantomeno dovremmo farlo ora &#8211; e ad instaurare una discussione storica da sostanziarsi in una robusta ispirazione etica, si è verificata, e continua tuttora a verificarsi, solo una reazione isterica che, in svariati casi, sfiora i toni della denuncia e del linciaggio, basati su luoghi comuni e affermazioni liquidatorie e diffamatorie da parte di una pubblicistica manichea, demagogica, cinica e settaria.<br />
Il fatto è che aver consegnato, in Italia più che altrove nell’area euro-atlantica, sic et simpliciter la storia agli storici “puri”, perlopiù poco attrezzati sotto il profilo giuridico-istituzionale, ha avuto come conseguenza da un lato di trasformarli &#8211; per così dire &#8211; in “filosofi” politicizzati e ideologizzati, dall’altro lato di conferire al ridondante dibattito storiografico elevati accenti retorici e spesso proposizioni tautologiche; in alcuni altri casi, i caratteri veri e propri solo di una histoire événementielle, una storia degli avvenimenti quasiché cronachistica e giornalistica. Pertanto, il patrimonio culturale nazionale, privo di un progetto che sia andato al di là della pura contemplazione della propria storia, peraltro in chiave fortemente ideologica, è stato &#8211; e lo è tuttora &#8211; del tutto incapace di analizzare saggiamente il proprio passato in funzione del proprio futuro. L’esito di tutto ciò è che la funzione sacerdotale, perlopiù eterodiretta, della stragrande maggioranza degli storici italiani ha finito per prevalere sulla quella scientifica, cosicché alla mansione di “scribi della nazione” hanno aggiunto quella di “scribi del potere”, soprattutto se il potere per cui lavorano coincide con il proprio.<br />
Ma i “fantasmi” della Repubblica si sono materializzati oltre che sul piano dell’esegesi storica anche sul piano costituzionale, dato che i “Padri costituenti” hanno ritenuto di inserire tra i principi supremi di uno strampalato impianto costituzionale &#8211; frutto di un compromesso altamente deteriore tra le forze dell’esarchia ciellenistica &#8211; quelli che non possono essere modificati neppure dalla volontà popolare, in quanto ritenuti superiori alla altre norme di rango costituzionale, cioè la impossibilità di revisione della forma repubblicana dello Stato, così come statuito dall’articolo 139. Insomma, esisterebbero così due livelli della Costituzione o, se si vuole, “due Costituzioni”: una rappresentata dai precetti costituzionali contenuti nella Carta, un’altra costituita dai principi fondamentali che ne sarebbero alla base e che avrebbero carattere di intangibilità. Ed allora esistono diversi livelli di efficacia giuridica? Ma tutta la Carta non ha la medesima efficacia?<br />
Se i principi morali sono intoccabili, che senso ha accostare agli stessi la forma di governo repubblicana, sancendo pure per questa la intoccabilità? E non appare fortemente riduttiva, e in grado di falsare i contenuti della Carta Costituzionale, l’identificazione dei valori morali della Costituzione con il richiamo alla forma repubblicana e il conseguente divieto dell’introduzione dell’Istituto monarchico?  Pur volendo accogliere l’obiezione che un nuovo referendum in merito non sarebbe ammissibile per la presenza di un esplicito referendum istituzionale antecedente alla stessa Costituzione, quale necessità era da ravvisarsi nell’includere tra i principi fondamentali un articolo ad hoc, visto che la Corte Costituzionale avrebbe sempre avuto la possibilità di bocciare ogni eventuale successiva iniziativa referendaria, fermo restando che non è affatto sancito alcun divieto di sottoporre a nuovo referendum una normativa già oggetto di quesito referendario?<br />
Questi inquietanti interrogativi, unitamente ad altri temi altrettanto problematici riferiti a fatti salienti di quel periodo, sarebbero da consegnare una volta per tutte alla Storia e da approfondire senza paraocchi ideologici!<br />
Non v’è chi non veda, invece, come la formulazione dell’articolo in questione sia scaturita soltanto da una irriducibile avversione nei confronti della Monarchia da parte dei così detti “Padri della Patria”, ai quali ben si attaglia ancora il giudizio formulato da Gaetano Salvemini e riportato nel precedente “LE STANZE DI UN PAESE OSCURO”, una immotivata ostilità, tuttora sussistente, sulla base di una &#8211; mai dimostrata, se non con argomentazioni faziose e irrazionali &#8211; connivenza costante della Corona con il regime fascista.<br />
Ed è proprio questa presunta complicità alla base delle aberranti esternazioni mediatiche e storiografiche di cui si diceva innanzi, con particolare riferimento a due questioni essenziali: 1) il “colpo di Stato” del 28 ottobre 1922 posto in atto dal Re nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal Governo e l’affidamento a Mussolini, capo di un partito di minoranza, dell’incarico di formare un nuovo governo; 2) il mancato rifiuto, da parte del Sovrano, di controfirmare le infami leggi razziali del 1938.<br />
Ma prima di addentrarci nella disamina, seppur succinta, degli avvenimenti in discorso, occorre brevemente delineare i caratteri del costituzionalismo sabaudo, soprattutto alla luce dei suoi successivi sviluppi, onde non cadere nella trappola del qualunquismo storiografico avulso da basi concrete di certezza ordinamentale.<br />
Di certo, lo Statuto Albertino del ‘48 caratterizzava una forma di governo costituzionale pure monarchica, dato che il Re, in qualità di Capo dello Stato, aveva il potere di nomina e di revoca di ministri, ancorché, temperando però siffatto principio, fosse previsto anche l’istituto della controfirma ministeriale. Però, il contemporaneo meccanismo della fiducia parlamentare al governo, che pur godeva della fiducia del Re che lo aveva nominato, di fatto affievoliva i poteri del Sovrano, e questo a maggior ragione a partire dal 1901 a seguito dell’emanazione del Regio Decreto Zanardelli, che ampliava le attribuzioni ministeriali. Insomma, la forma di governo da costituzionale pura si stava gradatamente trasformando &#8211; anche e soprattutto per volere del giovane Re Vittorio Emanuele III, succeduto al padre Re Umberto I, assassinato nel 1900 ad opera dell’anarchico Bresci &#8211; in costituzionale parlamentare, in una Italia liberale e democratica.<br />
E’ alla luce di siffatta situazione istituzionale, che comunque traeva la sua origine pur sempre dallo Statuto, che occorre approfondire la vexata quaestio del 28 ottobre 1922 &#8211; stigmatizzata senza scampo da una menzognera e avversa letteratura &#8211; sia sotto il profilo della opportunità politica del momento sia con riguardo alla legittimità dell’azione del Sovrano, tenuto conto del quadro giuridico-normativo in atto.<br />
Quanto all’aspetto della legittimità dell’operato del Re dunque, questi, nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal governo Facta, che peraltro si dimetteva, e nell’affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, avrebbe così violato la norma consuetudinaria &#8211; gradualmente instauratasi a seguito della progressiva trasformazione in Monarchia costituzionale parlamentare &#8211; che non gli consentiva di rifiutare la emanazione dei decreti di emergenza presentati dal governo e di affidare al capo di un partito di minoranza l’incarico della formazione del nuovo governo. Tutto ciò si risolve in un infamante giudizio di immoralità e in un anatema permanente in capo al Sovrano, nel mentre, invece, la questione abbisogna di più esaustive valutazioni tenuto conto del fatto che le norme consuetudinarie &#8211; le quali, nella gerarchia delle fonti del diritto oggettivo, si pongono sott’ordinate alle Leggi, formali o materiali, e ai Regolamenti &#8211; hanno valore, relativamente all’aspetto dell’efficacia giuridica, quando siano espressamente richiamate dalla legge o perlomeno in assenza di norme di legge che regolino la materia de qua.<br />
La domanda fondamentale che si pone è quella di vagliare se il Sovrano, nel porre in atto le azioni anzidette, abbia agito sine titulo, per cui in tal caso avrebbe sì violato una norma consuetudinaria &#8211; che, dunque, sarebbe dovuta essere l’unica vigente in quel momento &#8211; ovvero si sia avvalso di qualche norma giuridica di ben più elevata efficacia a fronte di quella violata. Ebbene, lo Statuto del Regno, all’epoca vigente, non prevedeva espressamente, nell’ambito dalla forma di governo costituzionale pura, all’articolo 65, la nomina e la revoca dei ministri da parte del Re? Vittorio Emanuele III si era appunto riappropriato a pieno titolo &#8211; sebbene, come si avrà modo di vedere, solo per un brevissimo lasso di tempo &#8211; della sua primigenia funzione costituzionale. Infatti, avendo già deciso da tempo che la sua sarebbe stata una Monarchia costituzionale a indirizzo parlamentare, pretese subito che il nuovo governo di Mussolini &#8211; in cui erano comunque presenti soltanto tre ministri fascisti &#8211; dovesse presentarsi alle Camere al fine di ottenerne la piena fiducia.<br />
La Camera, infatti, approvò con la larga maggioranza di 306 voti favorevoli &#8211; azionisti, liberali e popolari &#8211; e 116 contrari, solo quelli dei socialisti, conferendo altresì i pieni poteri al nuovo governo per sei mesi.<br />
Acclarata così la totale legittimità dell’azione del Sovrano, vari erano i motivi di opportunità politica, di certo non infondati, ravvisati da Re in quei particolari momenti, atteso che dal 1920 aveva preso avvio il così detto “biennio rosso”, contraddistinto da atti di eversione violenta di masse operaie, che anelavano ad instaurare in Italia il principio dei Soviet. In definitiva, la preoccupazione del Sovrano &#8211; convinto anche di poter dar vita ad un “compromesso” controllabile tra la Corona e il fascismo &#8211; fu quella di scongiurare una inevitabile guerra civile e spargimenti di sangue e l’esigenza di assicurare la continuità dello Stato, stanti anche i dubbi sulla totale fedeltà dell’esercito, come rappresentatigli dallo stesso Generale Diaz: infatti, era noto che molti ufficiali e generali simpatizzavano per il fascismo. Insomma un più che plausibile coacervo di elementi fattuali che avrebbero dissuaso chiunque dall’intraprendere azioni di forza dagli esiti imprevedibili.<br />
Delineata così nei tratti essenziali la condotta del Sovrano nella vituperata vicenda dell’ottobre del ’22, giova svolgere qualche considerazione in merito alla questione delle cretine leggi razziali, che presero avvio nel luglio 1938 con la pubblicazione del “Manifesto della Razza”, firmato da pur importanti scienziati, leggi che il Re assolutamente non voleva, che minavano anche gli oramai cordiali rapporti con il mondo cattolico.<br />
Il Sovrano più e più volte rappresentava al Duce la gravità del male che stava arrecando al Paese &#8211; né erano d’accordo tutti i gerarchi, specialmente Italo Balbo, che mostrava apertamente il suo dissenso &#8211; e per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare le leggi infami; alla fine, però, da Sovrano costituzionale parlamentare, a fronte del voto quasi unanime del Parlamento, non potendo fare null’altro, dovette cedere.<br />
Certamente il Re, in forza della già richiamata norma statutaria di cui all’articolo 65, avrebbe potuto rimuovere Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando così avvio ad una crisi istituzionale,  ma con gravissime conseguenze poiché Mussolini, date anche le sue mai venute meno inclinazioni antimonarchiche atteso che il Sovrano era visto come un ostacolo alla agognata instaurazione dello Stato Totalitario, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in quattro e quattr’otto e il Duce sarebbe stato acclamato entusiasticamente Capo dello Stato, ciò che era già avvenuto nella Germania nazista.<br />
Insomma, il pur imperfetto sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e il Paese si sarebbe trasformato da dittatoriale in Stato totalitario, atteso altresì che in quei momenti il regime, che si gloriava della fondazione dell’Impero avvenuta da poco, si trovava, anche a livello internazionale, all’apice del consenso generale, mentre in buona parte dell’Europa si stava attuando un grande “pogrom” antiebraico.<br />
L’unico responsabile delle leggi razziali, dunque, era soltanto Mussolini. In prosieguo, però, con il volgere disastroso delle vicende belliche, sarà proprio il Re, impossibilitato in quei momenti ad agire ma deciso da tempo a liquidare il fascismo, ad assumere una funzione da protagonista. Infatti, a seguito del deliberato del Gran Consiglio del fascismo &#8211; che, per effetto della sua costituzionalizzazione voluta proprio da Mussolini, si presentava come unico organo valido a sostituire il Parlamento, impossibilitato a funzionare &#8211; il quale, nella notte del 25 luglio del ’43, aveva approvato l’Ordine del Giorno proposto da Dino Grandi, Presidente della Camera e ministro guardasigilli, l’altro grande personaggio protagonista della vicenda, il Sovrano, riassunte le sue funzioni statutarie, decreterà la fine del regime. Nel ’39, nell’affidare appunto tale incarico a Grandi, il Re così si esprimeva: “La trincea di difesa è lo Statuto e la Costituzione che presto o tardi dovrà tornare a funzionare in tutta la sua piena e assoluta interezza”. Fu questa la sua predizione avveratasi poi di lì a poco!<br />
I due personaggi, finiranno per diventare, così come è stato scritto, “prigionieri della loro stessa solitudine” e avranno un destino comune: la sera del 9 maggio 1945, per Vittorio Emanuele III inizierà un breve viaggio per l’esilio in terra d’Egitto, dove, sempre col pensiero rivolto all’Italia, vivrà solitario nel ricordo di eventi che non sempre e non del tutto era riuscito a controllare. Poco meno di tre anni prima, era stato preceduto dal triste, avventuroso volo dell’ultimo aereo partito per Siviglia, tra caccia tedeschi che, insospettiti, cercavano di intercettarlo, aereo che aveva trasportato Dino Grandi, l’altro grande protagonista di quegli eventi.<br />
Ma la storia della tragica vicenda della fine del fascismo, impossibile da essere contenuta in uno scritto che ha diversa finalità, è tutta un’altra storia &#8211; peraltro già approfondita in precedente lavoro anche con riguardo agli aspetti istituzionali &#8211; che necessiterebbe, da parte della storiografia ufficiale, di ben più accurata analisi e di appropriata ricostruzione, ma che non sia quella oggetto, da ultimo, di una fatua riduzione cinematografica ad usum populi, con personaggi quasi da “operetta triste”, a tratti anche fantasiosa e macchiettistica, o se si vuole, talora anche involontariamente comica se non avesse riguardato la storia più tragica del nostro Paese.<br />
Di certo, Vittorio Emanuele III, con il suo alto il senso della Stato e il dogma dell’assiduo rispetto delle regole parlamentari, si trovò a regnare nei momenti più drammatici della storia d’Italia, talché il suo operato, e in genere quello della Monarchia sabauda, con la sua attitudine indiscutibilmente liberale anche durante il regime fascista, meriterebbe ben altra attenzione storiografica e non una perenne “escursione turistica” nella galleria degli orrori condotta da ciceroni fabbricanti di “bolle di sapone” terroristiche, saccenti e irritanti. Non sarebbe un reflusso ideologico, ma una doverosa coscienza di forgiare una formazione storica collettiva.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/">I fantasmi della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Le stanze di un Paese oscuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Dec 2023 22:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apoteosi di una diafana “Repubblica del Sud” Si assiste spesso, da parte di una pubblicistica magari solo disaccorta, ma in alcuni casi cinicamente e demagogicamente in malafede, ad esaltanti giudizi sulla Repubblica nostrana, una stantia retorica di regime, un nuovo avatar che immancabilmente pecca di hybris, tesa a celebrarne qualità e virtù supreme, senza però [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Apoteosi di una diafana “Repubblica del Sud”</strong></p>
<p>Si assiste spesso, da parte di una pubblicistica magari solo disaccorta, ma in alcuni casi cinicamente e demagogicamente in malafede, ad esaltanti giudizi sulla Repubblica nostrana, una stantia retorica di regime, un nuovo <em>avatar </em>che immancabilmente pecca di <em>hybris</em>, tesa a celebrarne qualità e virtù supreme, senza però apportare più efficaci argomentazioni che valgano  a  riposizionarla coerentemente in un quadro esegetico fondato su inoppugnabili coordinate idonee ad elaborare una proficua ricerca di più fruttuosi sbocchi di decongestionamento politico nella situazione di incupito clima da “guerra civile” in atto. Perdipiù, siffatta impostazione elogiativa <em>tout court </em>si rivela assolutamente carente di una più robusta ispirazione etica &#8211; che non sia quella surreale, immaginaria, ossessiva e paradossale di un antifascismo in assenza di fascismo e di una mitopoiesi resistenziale, in cui la Resistenza viene intesa come il fatto rivoluzionario per eccellenza nella storia dell’Italia unita nonché come mito fondante della nazione e suo unico piedistallo emotivo di massa, ma in realtà funzionante come schermo protettivo utile a coprire le inadeguatezze di questa grigia Repubblica &#8211; oltre che  di una seria prospettazione di crescita democratica e di maturazione istituzionale del Paese.</p>
<p>Com’è dato di constatare, è sussistente  altresì &#8211; ma senza che vengano apportati efficaci elementi fattuali <em>ad adiuvandum </em>di siffatta tesi &#8211; una narrazione del “miracolo” della Repubblica, da accostare a quelli di Roma, del Rinascimento, del Risorgimento e del Regno, in quanto concretatasi questa in un luminoso ed unitario risultato finale, una sorta di armonioso <em>embrasson-nous </em>che, dando implicitamente per scontata la superiorità morare della Resistenza e di coloro che vi hanno combattuto, se inquadrati nelle file dei “rossi”, assolve in automatico, elevandoli a mito e fulgido esempio di patrie virtù, tutti i peccatori ancorché “assassini ideologici” della democrazia liberale in un Paese oscuro persino a sé stesso, in cui, fallito il passaggio cruciale tra liberalismo e liberaldemocrazia, anche il riformismo è diventato maledetto e impossibile.</p>
<p>Orbene, a voler entrare più direttamente nella <em>querelle</em>, con le considerazioni che andranno via via ad esplicitarsi nel corso di questo <em>excursus</em>, che qua e là riprende e sistematizza anche alcune riflessioni già in precedenza svolte in vari scritti, s’intende confutare in radice, per <em>facta concludentia </em>&#8211; con tutti i distinguo del caso, similmente a quanto avvenuto da parte del grande storico liberale Rosario Romeo, in dibattito serrato con la storiografia di ispirazione marxista, con riguardo alle tesi gramsciane sul Risorgimento come rivoluzione agraria mancata &#8211; siffatta visione miracolistica dell’era repubblicana. In conseguenza, a parte personali propensioni che possano serbarsi per la forma di governo repubblicano &#8211; costituzionale puro o costituzionale parlamentare &#8211; o per quello costituzionale parlamentare monarchico (dato che la forma di governo costituzionale puro monarchico non è più esistente), v’è che, al fine di fornire un verosimile paradigma interpretativo in ordine alla reale portata, in tutta la sua effettività storico-politica, dell’istituto repubblicano in atto nel nostro Paese, come rigoroso diagramma esegetico scevro da preclusioni ideologiche di sorta, occorre innanzitutto delineare, seppur succintamente, la sua genesi, onde pervenire ad un coerente quadro di successivi sviluppi fattuali nell’ambito della forma di Stato di Democrazia classica occidentale.</p>
<p>Qualche cenno in più, seppur stringato, sulla mitopoietica antifascista e resistenziale come patrimonio esclusivo &#8211; una figurazione impossibile da storicizzare a pena di un suo snaturamento ad opera di forze “reazionarie” sempre in agguato &#8211; di una noumenica Sinistra, affetta da un psicotico solipsismo autoreferenziale, costituisce comunque lo <em>start-up</em> per i successivi sviluppi, condizionanti poi tutta la vita della Repubblica, data la indubbia connotazione della Resistenza come <strong>guerra civile</strong>, ciò che non solo non la santifica ma introduce una ulteriore divisività nel clima di lotta perenne nella dicotomica storia della nazione.</p>
<p>Un mito “inossidabile”, dunque, usato ancora oggi da un <em>monstrum </em>sinistroide &#8211; affetto patologicamente da una paranoide dissociazione cognitiva e da un sovraccarico disforico, ancora racchiuso in una sua macabra identità ora più che mai irrisolta e che non si preoccupa nemmeno più di dare un’immagine eulogica di sé dopo i vari tentativi comunque esplicati, con alterne fortune, negli ultimi decenni  &#8211; come clava ideologica sia per tenere sempre “in armi” le così dette “forze democratiche” sia per screditare e lanciare accuse infamanti verso presunte forze reazionarie sempre agguerrite, ora materializzatesi con l’attuale compagine di governo; un <em>modus operandi </em>da guerra civile, in cui, rispolverando antiche memorie e fantasmi di un passato che sembrava essere stato per sempre seppellito, non esistono avversari legittimi ma solo nemici da distruggere.</p>
<p>Dalla guerra civile al <strong>referendum istituzionale</strong> del 2 giugno 1946, in cui le schede annullate furono ben oltre 1.500.000 e il cui responso fu proclamato con straordinaria fretta, il passo è stato breve. Sancendo la nascita non plebiscitaria della Repubblica italiana, ha rappresentato pur esso un gravissimo elemento di estrema divisività, che ha incrinato <em>ab initio </em>l’unità della nazione, creando lacerazioni profonde nel tessuto sociale, ciò che perdura tuttora, e condannando la neonata Repubblica ad entrare sin da allora nella cripta dei cappuccini. E’ alquanto probabile che la Monarchia avrebbe ottenuto la maggioranza dei consensi ove la sua preparazione si fosse svolta in condizioni di neutralità politica e senza la minaccia dei mitra lombardi.</p>
<p>Votata così, sin da allora, ad un destino di morte, incominciava “l’angoscia mortale” della nuova, fragile Italia “democratica”, che, sovraccarica di odi e di veleni, voleva definitivamente dimenticare il suo Impero coloniale, il fascismo e le sue avventure, troppo ingombranti per la nuova classe politica, e che si serviva ora di carismatici narcisisti da palcoscenico, di rozzi soggetti affetti da cecità ideologica, trasformatisi da partigiani in nuovi “partigiani”, propagandisti e spesso sicari ossessionati dall’idea mortifera di avanzare nella storia nella stessa direzione del comunismo o illudendosi di cooperare con esso sotto il segno di Isaia.</p>
<p>In tal modo, in siffatto contesto di mortale scontro ideologico, in cui erano in gioco i destini di una prostrata nazione, stante l’auge dello zoccolo più duro della subcultura comunista &#8211; peraltro in gran rispolvero ai nostri giorni e ora riproposta come un programma di “abbandono della disperazione” &#8211;  che nulla aveva a che vedere con i valori dello Stato di diritto e della tradizione liberaldemocratica, e dopo la così detta “svolta di Salerno”, solo una fase tattica di conquista del potere da parte di un Togliatti, perfetto stalinista fino alla fine, prendeva forma e sostanza uno strampalato <strong>impianto costituzionale repubblicano</strong>.</p>
<p>Ben presto, però, l’apparente unitarietà di intenti tesa a dar vita alla Costituzione repubblicana si sfaldava per l’emergere di un antagonismo assolutamente inconciliabile tra opposti modelli nazionali, che aveva radici in una equivoca, torbida visione degli scopi da parte dei protagonisti della Resistenza, che soltanto una meschina, miope e interessata trasfigurazione mitopoietica operata dalla Sinistra portava a mitizzare come un “secondo Risorgimento”, un compatto zoccolo ideologico tuttora persistente e duro a morire.</p>
<p>In conseguenza, la nostra Costituzione, presentata come frutto superbo della vittoria del popolo e di una epopea di libertà, nata da una ambigua visione degli scopi resistenziali e frutto di un compromesso, ne porta le stimmate, vere e proprie tare ereditarie, deturpata com’è da grosse “voglie di topo” che le sfigurano le sembianze, tare che sin da allora l’eminente giurista Pietro Calamandrei, come già riportato in altro scritto, così evidenziava: “<em>Per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra e della DC non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa</em>”. Bella scoperta, dunque, quella Costituzione nata così! Germinata da un compromesso, ma non come accordo nel senso profondo su un <em>idem sentire de Republica</em>, ma un compromesso negativo, una soluzione del tutto incoerente e assai discutibile, un compromesso altamente deteriore dettato da motivi contingenti e basato su macroscopici equivoci e contraddizioni profonde tra i partiti, determinato appunto dal fatto che i partiti della cosiddetta “esarchia” facente capo al CLN, erano tutti, ad eccezione del Partito Liberale, ben lontani o addirittura antitetici al liberalismo classico e al costituzionalismo della liberaldemocrazia occidentale.</p>
<p>E’ proprio da questa “malformazione congenita” che hanno preso corpo gli equivoci della nostra democrazia  &#8211; su cui, come ho pure scritto, è scesa una evanescente ombra lunatica &#8211; con la sua Carta costituzionale di cui mena vanto, solo apparentemente liberale, ma nata in realtà da una grave sconfitta del liberalismo storico, una sfigurata, sfregiata democrazia con tanto di verde tartaro in bocca, che, quando sorride, mostra una fila di denti radi, guasti, piccoli e puntuti, la democrazia di un Paese sprofondato in una palude maleodorante.</p>
<p>Spesso, troppo spesso, i tantissimi “intellettuali di corte”, corifei e lacchè di regime, si sono abbandonati &#8211; e, nonostante tutto, continuano a farlo &#8211; ad esaltazioni mitologiche di quel prodotto, trasformando in oggetto di culto parareligioso un mero strumento di idolatria di diritti piuttosto che di garanzia degli stessi. Lo stesso Luigi Sturzo avvertiva che “…<em>l’ingerenza dello Stato sarà tale…che il cittadino dovrà cominciare a pensare come difendersi dallo Stato che si va creando</em>”; e Gaetano Salvemini: “…<em>Da quelle scempiaggini sta per uscire la Costituzione più scema che sia mai stata prodotta dai cretini di tutta la storia dell’umanità</em>”!</p>
<p>In effetti, a confronto dei “titani” della Roma imperiale, del Rinascimento, del Risorgimento, del Regno e di quell’età liberale, questi erano solo dei “nani”, che incarnavano il grigiore dell’edificio che costruivano!</p>
<p>Un infausto quadro genetico quello del nostro “mitico” assetto costituzionale, dunque, che ha costituito la base di una mastodontica proliferazione burocratica e di una spropositata centralizzazione della politica: un moloch inesorabile, un <em>monstrum </em>fagocitatore di risorse, di uomini e di intelligenze, in cui l’individuo è stato pensato solo come appartenente a vasti insiemi; un alfa e un omega costituzionale in cui l’iniziativa individuale, l’originalità, l’autonomia personale, in altri termini tutti i valori liberali, contavano molto poco.</p>
<p>Scardinato così il cardine primario del costituzionalismo liberale della separazione e limitazione dei poteri, una mostruosa Autorità governante, la principale dissipatrice della ricchezza nazionale, ha consentito allo Stato di diventare padrone di tutto e di tutti; a dispetto della formale struttura liberaldemocratica di facciata della Carta, in realtà sono state aperte le porte ad un modello sostanzialmente collettivistico, una sindrome da “democrazia livellata”, una sorta di social-liberismo, che aveva ben poco di liberale, un sedicente liberalismo di matrice socialista di gobettiana memoria, che realizzava praticamente suggestioni e valori del comunismo: il sogno utopico di una “società di eguali”, teso a fagocitare lo sprovveduto interlocutore, imbrigliandolo in una melassa apparentemente dialogante che ipostatizzava il bene insito nell’ideologia dell’eguaglianza.</p>
<p>Insomma, il convincimento della stragrande maggioranza dei costituenti, elevati a “Padri della Patria”, era quello che lo “Stato sociale” dovesse superare lo “Stato di diritto” nello sviluppo storico, cosicché l’individuo, dotato solo di diritti formali concessi dall’alto, è impunemente schiacciato dall’Autorità.</p>
<p>Cosicché, se i partiti hanno potuto appropriarsi del potere in un sistema di corruzione, di sottogoverno, di teratologica e ipertrofica proliferazione di rendite politiche, una tragica realtà di abnorme spreco di risorse pubbliche, se le forme di “economia pubblica” sono diventate vertiginosamente simili a quelle di un sistema politico di “socialismo reale”, se è annullato il potere decisionale a causa della debolezza dell’esecutivo, se è fallita la divisione dei poteri, peraltro a vantaggio di un inaudito strapotere giudiziario e a scapito di un popolo succube, se è esploso il cancro della “rendita politica” parassitaria  (Gianfranco Miglio) e dei profitti da “coercizione politica” (Constant, Burke, von Humboldt ed altri) e della crescita smisurata della spesa e del debito pubblico, tutto ciò grazie proprio all’impianto costituzionale del ’48, un sistema marcio e decrepito fondato appunto su una Costituzione illiberale, ciò che non consente di difenderci da latrocini e scorrerie.</p>
<p>Ci asteniamo, per svariati ovvi motivi, da ulteriori considerazioni in ordine agli enunciati di alcuni pregnanti articoli, ad esempio gli articoli 3 e 4, da cui si evidenzia una straordinaria coincidenza con la coeva Costituzione dell’allora URSS, anch’essa con dodici articoli basilari sulla struttura della Società!</p>
<p>Da quella infausta stagione ha preso avvio una lunga, lugubre linea rossa partita da lontano, dalla svolta di Salerno del ‘44 appunto, che si è dipanata per tutto l’arco della Repubblica &#8211; è tuttora in atto più pericolosa che mai ad opera di un “cerbero” assetato di sangue e di vendetta &#8211; descrivendo l’intero itinerario del Partito comunista italiano, il più grande di tutto l’Occidente, che via via mutava la sua denominazione e adattava le sue strategie di lotta e di metastatica infiltrazione in tutti gli ambiti &#8211; da quello della cultura a quelli delle istituzione, degli enti e di tutti i settori della società &#8211; ed occupava tutti gli spazi di potere, di sottopotere e di ogni suo recesso, che proprio l’indulgenza collettiva, assimilatane l’aspirazione rivoluzionaria unita ad una sorta di rassegnata, ineluttabile idea di “condanna a morte” della nazione,  gli ha consentito.</p>
<p>A differenza delle forze liberali e comunque di quelle a vario modo avverse alla Sinistra, le quali non sono riuscite ad elaborare specifici ed efficaci piani di contrasto, la messa in atto invece, da parte della sinistra comunista, paracomunista e postcomunista, di una arguta azione strategica di medio-lungo periodo basata sul paranoico principio gramsciano di egemonia culturale, il cui fine ultimo era e rimane la conquista del monopolio del potere politico ovvero la dittatura da sinistra, quindi la conquista dello Stato e di tutti i suoi apparati &#8211; amministrativi, giurisdizionali, educativi, ecc. &#8211; peraltro riuscendovi egregiamente, nonché del mondo della cultura e della società civile che dietro lo Stato si occulta.</p>
<p>In siffatta ottica di sfaldamento e di conquista dello Stato borghese, non v’è dubbio che il togliattiano “partito nuovo”, che nuovo non è stato mai né in fondo lo è tuttora, il quale ha usufruito di finanziamenti in nero sia direttamente dall’Unione Sovietica sia dai Paesi dell’Est tramite le cooperative rosse, abbia avuto forme di contiguità e di copertura, per una lunga fase, con il terrorismo di sinistra, il fenomeno più conturbante della vita repubblicana: di certo, come scrisse pure Rossana Rossanda, le Br appartenevano “all’album di famiglia” del Pci! Un quadro fosco in nome di un’ideologia virulenta e di un delirante teorema diagnostico-terapeutico, quello comunista, un’Utopia chiliastica, l’enigma della storia finalmente risolto, l’avvento del “<em>Regno di Dio senza Dio</em>” e del realizzarsi dell’evento palingenetico della rivoluzione comunista come purificazione del mondo esistente: il mito del “<em>Salvatore-Salvato</em>”. Tutto ciò ha avvelenato, con i suoi farneticanti miasmi rivoluzionari e la sua inflessibile teorizzazione del “<em>Paradiso in terra</em>”, tutta la storia di questa cupa Repubblica, tutt’altro che “miracolosa”, ed ora ripresa alla grande &#8211; a fronte dell’attuale Autorità governante, legittimamente eletta da un popolo sfibrato ma non ancora del tutto impotente &#8211; come “sanguinario” paradigma sovversivo, da un insano entourage con tutti i putridi “scarafaggi” al suo servizio.</p>
<p>Lo so che il mio, ma credo anche di tantissimi liberali <em>lato sensu</em>, è, anche a costo “dell’esilio nel deserto”, un giudizio <em>tranchant</em> sull’operato dell’attuale <em>establishment </em>della Sinistra nostrana, in cui la <em>magna</em> <em>pars</em> spetta al “nuovo” Pd schleiniano unitamente agli sciacalli politico-sindacali che le fanno da battipista e da “tappeto rosso”, atteso che è in atto <em>ictu oculi </em>soltanto uno squallido scenario da operetta triste innestatasi in una insanabile faglia socio-politica e di una becera riproduzione di un inquietante, deleterio spettacolo di “prove d’orchestra” da “biennio rosso”, di lontana ma anche di più vicina memoria.</p>
<p>Ad ogni buon conto, il Pci riusciva ad attraversare indenne l’epoca del <strong>centrismo</strong>, con la sua esclusione, nel 1947, dalla coalizione governativa ad opera di De Gasperi &#8211; verso cui l’Italia ha un lungo silenzio da colmare e un debito da saldare &#8211; e proseguita con i successivi governi degasperiani e scelbiani; né l’aperura a sinistra, un quindicennio più tardi, con il quarto governo Fanfani e il successivo governo Moro, a cui si opponeva tenacemente solo il liberale Malagodi, scontentava più di tanto i comunisti, dato che oltre all’ala autonomista dei socialisti guidata da Nenni, ne faceva parte anche quella così detta carrista, la quale, succube del Pci, brigava per  continuare a tenere il partito in posizione di subordinazione nei confronti dei comunisti.</p>
<p>Aveva visto bene il leader liberale, poiché quella fase fu soltanto prodromica al successivo passaggio, poco più di un decennio dopo, al <strong>compromesso storico</strong> e alla politica della “<strong>solidarietà nazionale</strong>”, che non solo rafforzava il Pci sdoganandolo dalla <em>conventio ad excludendum</em>, ma gli consentiva anche una profonda penetrazione nella macchina dell’amministrazione pubblica e l’occupazione di tutta l’arena del potere, condividendo così il sistema clientelare della Dc ed estendendo il suo controllo anche alla Magistratura.</p>
<p>Proprio con “Magistratura democratica” il Pci intrecciava solidi legami, cosicché esso potè sfuggire a qualsiasi condanna per i finanziamenti illeciti provenienti dall’Urss e dai Paesi comunisti; questa, più tardi, in una deriva giustizialista, assolvendo il partito da ogni colpa al fine di mandarlo in solitudine al governo del Paese, avrebbe tolto di mezzo gli avversari, prima Craxi e poi Berlusconi, presentati, assieme alla Dc, come bande di delinquenti da processare in pubblico e nei tribunali attraverso le procure della Repubblica, resi luoghi di turpe spettacolo da offrire al rancoroso popolo di sinistra, assetato di odio e di vendetta. Però, sebbene “<strong>Mani pulite</strong>” fosse diventata l’esecutore legale della condanna a morte della prima Repubblica, non si sarebbe mai approdati alla “terra promessa” della seconda Repubblica, talché dalle miserie della prima Repubblica a quelle di una paranoica, fantomatica seconda Repubblica il passo è stato veramente breve.</p>
<p>Il capitolo sulla <strong>Magistratura </strong>meriterebbe pagine e pagine a parte, ma a voler chiudere sul punto, giova soltanto rilevare come fosse profondamente erronea la mia deduzione di quasi un quindicennio addietro, allorquando scrivevo con riferimento al Potere Giudiziario: “<em>&#8230;alcuni suoi magistrati inquirenti, che, a parte una pur facile credenza circa una loro volontà di conquista del potere per conto della sinistra, ritengono di assumere il ruolo di tribuni della plebe…</em>”. Invece, era ed è tuttora proprio così! Se fino a “ieri” tutte le battaglie sono state portate avanti in nome dell’anticraxismo e dell’antiberlusconismo, oggi, rozzamente manovrate dal Pd e soci, sono condotte in nome dell’antisalvinismo e in genere della <em>govenance </em>in atto. V’è che, con le rivelazioni del caso Palamara, in qualsiasi altro Paese più o meno civile sarebbe scoppiato un “terremoto” istituzionale che avrebbe coinvolto buona parte della Magistratura. Invece, è sceso un velo nero!</p>
<p>Né nel corso dei decenni, per colpa di una sinistra dall’anima nostalgica e disperata, l’alternanza democratica è stata in grado di funzionare: una <strong>democrazia bloccata</strong> in cui, per la necessità di salvare il salvabile, è mancato la possibilità di uno <em>swing of pendulum</em>, tipico di una compiuta democrazia liberale occidentale.</p>
<p>Una liberaldemocrazia portata al patibolo, una metastatizzazione dello Stato, della cultura e dalla politica, in un Paese infermo con la sua stuprata democrazia di un popolo malato ricacciatosi nel limbo dei popoli inquieti e imbroglioni, una Repubblica spesso cleptocratica e ideologicamente cripto-socialcomunista in cui continuano a prosperare aspiranti becchini della democrazia liberale e un pidocchiume affamato che annaspa nella putrida palude del malaffare; un’Italia distratta e qualsiasi, patria del diritto ma anche del rovescio, una tragicommedia della politica e del costume dilagata in una trivialità senza limiti. Questo, e soltanto questo il quadro realista e impietoso di questa plumbea Repubblica di una nazione incompiuta, uno Stato non nazione!</p>
<p>Cosicché noi italiani continuiamo a vivere in un Paese di sole <strong>due stanze</strong>. La prima è un <strong>manicomio</strong>, in cui si aggirano i matti, proprio quegli squallidi personaggi responsabili di aver ridotto il nostro Paese nei due ambienti che sono adesso. E io, o meglio noi liberali aventi a base un “principio di realtà” e da non tardi idealisti “in libera uscita”, sconfortati, ma dando l’impressione di divertirci seriamente, guardiamo vivere i matti in quel manicomio, così come gli abitanti della seconda stanza. Ma non è una vera e propria stanza bensì una lunga, ininterrotta e maleodorante galleria, in verità somigliante ad una putrida <strong>cloaca</strong>, di tutte le nefandezze politiche e burocratiche, partitiche e sindacali, di poteri e sottopoteri opprimenti e tentacolari, di svolazzanti “drappi rossi” idolatranti solo diritti umani, di giornali genuflessi e di volti arcigni di magistrati, vip protagonisti e gendarmi del regime che ha ammorbato questa Repubblica per decenni, di intellettuali e di paludate aule accademiche votati alla “truffa intellettuale” del neoilluministico ideologismo sinistroide, di parassitari enti e apparati pubblici pure essi alla mammella del moloch Stato. Insomma, tutti i mostriciattoli prodotti dell’italica cultura del parassitismo politico e del sottobosco dell’assistenzialismo, dell’intrallazzo e della furberia, frutto avvelenato della teoria e dello statalismo di marca socialcomunista, si sono aggirati, volendo continuare tuttora a farlo, sordidi e famelici, in questo abietto tunnel di cui non si vede la luce. Una lunghissima teoria di “oggetti” che non appena sono alla fine della loro stessa protuberanza, in realtà non sono che all’inizio di quel mondo maleodorante che non ha né capo né coda, e che assume la conformazione, la dinamica, l’orografia e la grammatica di una nazione ancora incompiuta convulsamente al collasso.</p>
<p>Non vogliamo entrare né sostare in nessuna di quelle due stanze e così cerchiamo una terza stanza, una stanza che poi è la nostra coscienza di “persone in viaggio”, in cui trovare una finestra per poter guardare fuori, ma l’impressione è che quella finestra sia ancora murata per via di un regime che ha occupato tutto.</p>
<p>E’ questo, dunque, l’armamentario dolorosissimo della Repubblica di questo Paese in cui viviamo da anni, nel quale io, o meglio noi avevamo creduto di poter giocare seriamente senza sporcarci le mani e offendere la nostra stessa coscienza. Ma non riuscendo a convivere né col manicomio né con la fogna, sperando che d’ora in poi si reagisca con vigoria alla valanga di immondizia che ci viene scaricata addosso, ringraziamo Dio che ci lascia almeno protestare per tutte le schifezze con le quali non intendiamo fare amicizia alcuna.</p>
<p>Mai tragedia e farsa, un impiastro democratico da Repubblica del Sud, sono state così vicine in questo Paese!</p>
<p>Il 1991 non è stato per noi la fine di un secolo, poiché i meccanismi perversi che hanno impregnato la nostra società non si sono affatto esauriti, ma, malgrado tutto, per colpa di un <em>monstrum </em>ideologico ancora in vita, sono tuttora in opera. Nascosto di fronte a noi, in mezzo al nostro cammino, c’è forse qualcosa di peggiore?</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-stanze-di-un-paese-oscuro/">Le stanze di un Paese oscuro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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