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	<title>rosario russo Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>rosario russo Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Aspettando&#8230; un nuovo magistrato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosario Russo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 20:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”. Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo» (C. Davigo). Esempi, iperboli, metafore, guizzi intellettuali sono formidabili ordigni retorici, ma non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”. Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo</em><em>»</em> (C. Davigo)<em>.</em></p>
<p>Esempi, iperboli, metafore, guizzi intellettuali sono formidabili ordigni retorici, ma non sempre assurgono a principi di verità, storica o giuridica. Ce ne rendiamo subito conto a volere ipotizzare un altro caso: in pieno giorno cento persone testimoniano di avere visto un uomo mentre, a distanza ravvicinata, con una pistola sparava ripetutamente mirando al capo di un <em>clochard</em> adagiato sulla panchina di un parco pubblico. Bisogna “aspettare la sentenza”? Certamente sì, perché l’autopsia può rivelare se, prima degli spari narrati dai testimoni, il <em>clochard</em> fosse già deceduto ovvero fosse stato ucciso da un’altra arma.</p>
<p>Ma torniamo alla metafora orami famosa di Davigo. Se mi accorgessi che il mio ospite nel corso del pranzo avesse  sottratto le mie posate non solo difficilmente reitererei l’invito a pranzo, ma soprattutto avrei il diritto di invocarne la condanna; ma a questo scopo dovrei inevitabilmente “aspettare la sentenza”. Da qualche millennio ormai, infatti, Giustizia e potestà punitiva spettano alla Stato, e precisamente (da qualche secolo) all’Ordine giudiziario.</p>
<p>Di tutto ciò è sicuramente ben avvertito il dott. Davigo. Il suo messaggio va dunque correttamente interpretato. Egli intende più propriamente richiamarci ad una spontanea legalità diffusa e proattiva, senza la quale l’Ordine giudiziario resta sostanzialmente impotente, perché altrimenti occorrere (come diceva Carnelutti) che Carabinieri e Magistrati fossero in numero superiore a quello della popolazione. In teoria generale si chiama principio di effettività dell’ordinamento giuridico: perché esso correttamente funzioni è necessario che la maggior parte dei cittadini si adegui spontaneamente alla legge democraticamente emessa e se ne faccia paladino. Pertanto, se i dirigenti di un partito politico o di una istituzione pubblica abbiano sicura evidenza di un abuso o di un illecito maneggio, dovrebbero intanto essi stessi espellere le “mele marce”, senza attendere che lo faccia l’apparato punitivo. Il che ovviamente – giova aggiungere – vale a maggior ragione per la Magistratura e i magistrati. Soltanto in questo senso è plausibile affermare che fisiologicamente non dovrebbe essere necessario attendere la sanzione della sentenza (penale o disciplinare), per fare cessare l’illiceità di una condotta. In verità, com’è persino lapalissiano, se magistrati, Cittadini e Autorità lungi dal violare la legge, se ne facciano attivi paladini e custodi, di certo non sarebbero necessarie così tante (sentenze e) sanzioni.</p>
<p>Ma l’ingenuo candore di queste notazioni filologiche si dimostra inattuale nella presente congiuntura storica, perché lo scandalo delle Toghe sporche ha schiacciato quello di Mani Pulite. La ‘casa’ della giustizia, disvelata da un <em>trojan</em>, ha esibito che trame, linguaggio (<em>«la casa dell’essere</em><em>», </em>secondo Heidegger) e spregiudicatezza di molti magistrati chiamati a governare il C.S.M. non sono affatto diversi da quelli che i magistrati di Mani Pulite avevano contribuito a sanzionare, segnando addirittura una fase della nostra storia repubblicana. Nel 1992 fu colpita, ma non debellata, la pandemia etica della corruzione ambientale; nel 2019 il <em>virus</em> che ha infettato molti magistrati apicali è quello dell’ambizione sfrenata, assolutamente incompatibile con l’indipendenza dell’Ordine giudiziario.</p>
<p>Di fronte a cotale ‘disfatta’ della Giustizia (o della giustizia), non basta sostenere – come afferma Davigo &#8211; che la maggior parte dei magistrati sono onestissimi servitori dello Stato. Il che è verissimo ma non basta, sia perché costoro non sono in grado di incidere minimamente sulle decisioni del C.S.M. (che anzi il più delle volte passivamente subiscono), sia perché al postutto essi (tra cui lo scrivente) non hanno saputo scegliere i propri rappresentanti e vigilare in tanti anni sulla loro condotta.</p>
<p>Di fronte a cotale ‘disfatta’ della Giustizia (o della giustizia), allora non basta sostenere – come afferma Davigo &#8211; <em>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”</em><em>».</em> Al contrario, in questo caso non solo legittimamente aspettiamo da un anno le pertinenti e pubbliche decisioni penali e disciplinari sui protagonisti della sciagurata vicenda, ma soprattutto auspichiamo che, con umile saggezza, i magistrati tutti ripensino le ragioni della ‘disfatta’ e ne diano conto all’Utente finale della Giustizia, nel cui nome giudicano. Una crisi epocale, come quella attraversata dalla magistratura italiana, ha bisogno non di trionfali invettive, ma di una radicale e fattiva palingenesi (personale e professionale) dei magistrati tutti (invano auspicata dal Capo dello Stato), senza la quale anche le inevitabili riforme legislative sarebbero vane. Occorre una nuova Magistratura, ma soprattutto un nuovo Magistrato: umilissimo, colto, riservato, tanto solerte quanto profondo nei giudizi, consapevole e pensoso del proprio ruolo di <em>«condannato a decidere</em><em>»</em> (per dirla con F. Cordero), soprattutto impermeabile a ogni ambizione che non sia quella di applicare imparzialmente la legge e la Costituzione, agguerrito e sapiente difensore della propria indipendenza (interna ed esterna). Occorre altresì un Consiglio Superiore della Magistratura capace di interpretare ed estrinsecare la propria ‘superiorità’ nel preservare realmente l’indipendenza dei magistrati perfino dalle loro personali ambizioni. Tutto ciò aspettiamo e speriamo, mentre attendiamo &#8211; e con pari forza auspichiamo &#8211; la positiva metamorfosi anche degli esponenti politici con cui non a caso tramavamo i magistrati inquisiti.</p>
<p>Purtroppo la ‘disfatta’ della giustizia (o Giustizia) svela la crisi della legalità e perciò del sistema democratico, sancito dalla Costituzione ma smentito dal sistema spartitorio rivelato dalle intercettazioni<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Il diritto va preso sul serio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Sia consentito rinviare a R. RUSSO, <em>Giustizia è sfatta. Appunti per un accorato necrologio, </em>8 gennaio 2020<em>, </em>sul sito<em> Judicium.it,</em> diretto dal prof. B. Sassani.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Rosario Russo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/rosario-russo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Rosario Russo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Classe 1947, catanese, si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. Vincitore di borsa di studio, è poi docente a contratto presso l’Istituto di diritto privato etneo, diretto dal prof. G. G. Auletta. Dopo avere svolto le funzioni di Pretore, presso i Tribunali di Caltagirone e Catania si occupa di diritto civile, nonché di maxiprocessi in Corte di Assise d’appello.</p>
<p>Ha fatto parte dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia.</p>
<p>Prima del pensionamento, ha svolto per oltre diciotto anni le funzioni (civili, penali, disciplinari e internazionali) di sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte, intervenendo anche nelle udienze delle Sezioni Unite civili.</p>
<p>É stato formatore decentrato presso la Suprema Corte, responsabile informatico e docente presso la SSM.</p>
<p>Cultore di filosofia e politica del diritto, si è occupato dell’informatizzazione del sistema giudiziario e dei maxiprocessi. È autore di articoli e monografie di carattere prevalentemente giuridico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/aspettando-un-nuovo-magistrato/">Aspettando&#8230; un nuovo magistrato</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Archivio perché&#8230; archivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosario Russo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 20:30:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con il tacito consenso del Ministro della Giustizia, ogni anno il P.G. presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1200 provvedimenti d&#8217;archiviazione disciplinare, ma nessuno li può leggere Lo scandalo delle Toghe Sporche è oggetto di procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Perugia. Inoltre, tutte le condotte dei magistrati inquisiti o coinvolti a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con il tacito consenso del Ministro della Giustizia, ogni anno il P.G. presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1200 provvedimenti d&#8217;archiviazione disciplinare, ma nessuno li può leggere</em></p>
<p>Lo scandalo delle Toghe Sporche è oggetto di procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Perugia. Inoltre, tutte le condotte dei magistrati inquisiti o coinvolti a diverso titolo dalle intercettazioni pubblicate dalla stampa sono – o saranno –oggetto di indagine disciplinare da parte del P.G. della Suprema Corte. Infatti chi deve garantire il rispetto della legge da parte dei cittadini è tenuto innanzi tutto ad osservare i doveri sommi impostigli dal proprio statuto professionale: «Il magistrato esercita le funzioni attribuitegli con imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell&#8217;esercizio delle funzioni» (art. 1 del D. lgs. n. 109 del 2006).<br />
Per legge, il P.G. ha l’obbligo di esercitare l’azione disciplinare, per prevenire che egli possa agire pro amico vel contra inimicum, mentre il Ministro della Giustizia ne ha soltanto la facoltà, che esercita in base a valutazioni sostanzialmente politiche.<br />
In realtà, a fronte di una notizia disciplinare, con motivato provvedimento il P.G. può discrezionalmente archiviare se il Ministro non si opponga espressamente, giacché, per effetto della riforma Mastella risalente al 2006, è stata abrogata la disposizione che riservava al C.S.M. la declaratoria di non luogo a procedere richiesta dal P.G. Al C.S.M., titolare del potere sanzionatorio nei confronti dei magistrati ordinari, pervengono quindi soltanto le notizie disciplinari discrezionalmente non archiviate dal P.G. È tanto palese quanto cospicua, dunque, la differenza rispetto al procedimento penale, in cui il P.M., altrettanto obbligato all’esperimento dell’azione penale, può soltanto prospettare al Giudice l’archiviazione. Per altro, in sede disciplinare il P.G. può archiviare anche in fattispecie alquanto elastiche perché, per legge, «L&#8217;illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza».<br />
Non è l’unica grave anomalia del sevizio disciplinare: malis mala succedunt. Con sentenza 6 aprile 2020 n. 2309 &#8211; in netto contrasto con lo spirito della sentenza dell’Adunanza Plenaria 2 aprile 2020, n. 10 &#8211; il C.D.S. ha statuito che l’archiviazione del P.G. è accessibile soltanto al Ministro della Giustizia, restando perciò interamente opaca per l’autore della segnalazione disciplinare e perfino per il magistrato indagato e il C.S.M. Il Giudice amministrativo ha infatti considerato ostativo all’ostensione il decreto n. 115/1996 del Ministero della Giustizia, assumendo tra l’altro che tale provvedimento «si riferisce al rapporto di “dipendenza” lavorativa presso il Ministero, non anche ad un rap-porto di dipendenza “gerarchica” del personale dall’amministrazione». È di tutta evidenza, tuttavia, che non solo il rapporto di servizio dei magistrati ordinari, ma anche il loro procedimento disciplinare sono regolati, per disposto costituzionale, da una normativa specifica, ben diversa da quella che regola i dipendenti ministeriali non investiti di funzioni giurisdizionali, sicché è quanto meno azzardato ventilare che il Magistrato ordina-rio ‘dipenda’ dal Ministro. D’altra parte, neppure il P.G. si adegua alla ricordata decisione del C.D.S., perché di regola egli, allorché l’autore dell’esposto disciplinare chieda di conoscerne l’esito, risponde che l’indagine è stata archiviata, rifiutando l’ostensione della sola motivazione. Talvolta inoltre, sfuggendo al proclamato segreto e alla decennale prassi, è dato leggere in articoli di dottrina giuridica interi stralci della motivazione dell’archiviazione disciplinare.<br />
Perché sono importanti i predetti rilievi? Perché nel periodo 2012-2018 (sette anni) risultano iscritte mediamente ogni anno n. 1380 notizie d’illecito disciplinare (segnalazioni con cui avvocati o cittadini denunciano abusi dei magistrati). Ogni anno il 91,6% di tali notizie (cioè n. 1264) è stato archiviato dal P.G. e quindi soltanto per n. 116 di esse è stata esercitata l’azione disciplinare. Consegue che mediamente ogni anno oltre 1260 archiviazioni sono destinate al definitivo oblio, sebbene conoscerne la motivazione è tanto importante quanto apprendere le ragioni (a tutti accessibili) per cui le sanzioni vengono disposte dal C.S.M. La ‘casa’ della funzione disciplinare, pilastro e primo avamposto della legalità, è dunque velata senza alcuna concreta ragione. Non è così in-fatti per altre archiviazioni. In ambito penale, se sia stata emessa l’archiviazione, qualunque interessato (indagato, terzo, denunciante o querelante) normalmente ha diritto di averne copia (art. 116 c.p.p.), essendo venute meno le ragioni della segretezza. Le archiviazioni disciplinari nei confronti degli avvocati sono d’ufficio notificate per intero al denunciante (Art. 14, 2° del Regolamento 21 febbraio 2014, n. 2); anche quelle nei con-fronti dei magistrati amministrativi sono ostese a chiunque ne abbia interesse (C.D.S. sentenza n. 1162/2012). La segretezza delle archiviazioni disciplinari del P.G. è quindi un inquietante unicum, specialmente a volere considerare che la Corte Costituzionale ha sancito da tempo «l&#8217;abbandono di schemi obsoleti, ereditati dalla legislazione anteriore e ancora attivi dopo l&#8217;entrata in vigore della Costituzione, imperniati sull&#8217;idea, che rimandava ad antichi pregiudizi corporativi, secondo cui la miglior tutela del prestigio dell&#8217;ordine giudiziario era racchiusa nel carattere di riservatezza del procedimento disciplinare» (sent. n. 497/ 2000). Anche il Consiglio Superiore della Magistratura ha sposato il principio generale della trasparenza (delibera del 5.3.2014).<br />
Le indagini penali nei confronti di taluni magistrati membri del C.S.M., coinvolti nello scandalo delle Toghe sporche, inevitabilmente hanno avuto &#8211; o avranno – anche un risvolto disciplinare. Se in qualche caso il P.G. archiviasse – com’è in suo potere &#8211; non ne sapremo mai la ragione; eventuali archiviazioni in sede penale sarebbero invece accessibili. Absurdissimum, se si considera che, in sede disciplinare (come in sede penale), per il magistrato indagato l’archiviazione rappresenta l’esito più fausto e ambito (una &#8230; medaglia al valore giudiziario), anche rispetto alla sentenza di assoluzione emessa dal C.S.M. o dalle Sezioni Unite (a tutti accessibile).<br />
Mai come in questo momento si rivela fondamentale il principio generale della trasparenza: «Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un momentaneo segreto, la casa dell’amministrazione dovrebbe essere di vetro.» (Filippo Turati, in Atti del Parlamento italiano, Camera dei deputati, sess. 1904-1908, 17 giugno 1908, p. 22962). Dopo oltre un secolo, introdotta finalmente la legge sulla trasparenza (D. lgs. n. 33/2013), è tempo che, specialmente in questa grave contingenza storica, anche la casa dell’archiviazione disciplinare cessi di essere opaca senza alcuna plausibile ragione. Se la decisione amministrativa o giurisdizionale si distingue da «un pugno sul tavolo» soltanto in virtù della motivazione, non è ormai accettabile che, al cittadino che abbia segnalato qualche abuso dei magistrati, si risponda dicendo: archivio perché &#8230;archivio!<br />
La rinascita della magistratura, ‘disfatta’ dai recenti scandali, ne presuppone la più ampia, spontanea e convinta trasparenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
[1] R. RUSSO, <em>Giustizia è sfatta. Appunti per un accorato necrologio, </em>8 gennaio 2020<em>, </em>in<em> Judicium.it, diretto dal prof. B. Sassani.</em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Rosario Russo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/rosario-russo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Rosario Russo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Classe 1947, catanese, si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. Vincitore di borsa di studio, è poi docente a contratto presso l’Istituto di diritto privato etneo, diretto dal prof. G. G. Auletta. Dopo avere svolto le funzioni di Pretore, presso i Tribunali di Caltagirone e Catania si occupa di diritto civile, nonché di maxiprocessi in Corte di Assise d’appello.</p>
<p>Ha fatto parte dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia.</p>
<p>Prima del pensionamento, ha svolto per oltre diciotto anni le funzioni (civili, penali, disciplinari e internazionali) di sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte, intervenendo anche nelle udienze delle Sezioni Unite civili.</p>
<p>É stato formatore decentrato presso la Suprema Corte, responsabile informatico e docente presso la SSM.</p>
<p>Cultore di filosofia e politica del diritto, si è occupato dell’informatizzazione del sistema giudiziario e dei maxiprocessi. È autore di articoli e monografie di carattere prevalentemente giuridico.</p>
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