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	<title>socialismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<title>socialismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Ideologie e pseudoscienze. Il Caso Lysenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 08:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’idea che il socialismo fosse una “scienza”, come sostenne Friedrich Engels, rafforzò negli intellettuali e nei militanti, la convinzione che i principi del materialismo dialettico possedessero la stessa validità delle leggi della fisica. La dogmatica marxista non ha seguito il cammino del metodo scientifico, che si nutre di dubbi, ma si è trincerata dietro i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea che il socialismo fosse una “scienza”, come sostenne Friedrich Engels, rafforzò negli intellettuali e nei militanti, la convinzione che i principi del materialismo dialettico possedessero la stessa validità delle leggi della fisica. La dogmatica marxista non ha seguito il cammino del metodo scientifico, che si nutre di dubbi, ma si è trincerata dietro i rassicuranti meccanismi di difesa dell’ideologia. Nella sua commemorazione di Marx, Engels mise in rilievo che, come Darwin aveva scoperto le leggi dell’evoluzione delle specie, Marx aveva individuato le leggi della storia. Questa analogia nascondeva, in realtà, molteplici insidie, che non avrebbero tardato a manifestarsi.</p>
<p>Dalla Rivoluzione scientifica in poi, lo scienziato non si accosta ai fenomeni che studia per coglierne l’essenza, ma per misurarli. Al centro della sua indagine, non è quindi il che cosa, ma il come. Non si propone, inoltre, di trovare leggi ferree, ma elabora congetture.  Questo sapere congetturale caratterizza in modo più evidente l’ambito delle scienze storiche e sociali.  L’analisi marxista può allora delineare i modelli di una società socialista, ma non può essere in grado di dimostrare che la storia si concluderà con la rivoluzione, il crollo del capitalismo e la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Si attribuirebbe, in questo caso, valore di dimostrazione incontrovertibile a una filosofia teologizzata della storia, in cui, come ha sostenuto Karl Popper, alla previsione si sostituisce la profezia.</p>
<p>Nelle concezioni scientifiche che dubitavano della possibilità di comprendere pienamente la realtà o di fornirne una fedele ricostruzione, Lenin intravide lo spettro dell’immaterialismo di Berkeley, il filosofo dell’esse est percipi, che si stupiva dell’“opinione stranamente diffusa tra gli uomini che le case, le montagne, i fiumi, insomma tutti gli oggetti sensibili, abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto”.</p>
<p>Non è difficile cogliere il disagio di un rivoluzionario come Lenin, di fronte a quegli scienziati che, nel Novecento, hanno preso le distanze dalle forme consuete del materialismo. Se i corpi, scriveva, sono “complessi di sensazioni”, come dice Ernst Mach, o “combinazioni di sensazioni”, come diceva Berkeley, “ne consegue inevitabilmente che tutto il mondo non è che una mia rappresentazione. Partendo da questa premessa, non si può ammettere l’esistenza di altri uomini all’in fuori di se stessi: questo è il più puro solipsismo”, concludeva Lenin. Come si può trasformare il mondo e fare la rivoluzione, sembra dirci Lenin, se non si è in grado di dare una dimostrazione della sua realtà effettiva?</p>
<p>Le leggi della dialettica, sono, per Engels, “leggi reali dell’evoluzione della natura […] valide anche per la ricerca scientifica teorica”. Se queste leggi sono comuni alla società, alla natura e al pensiero, il pensiero stesso non può che riflettere in modo fedele la realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò spiega, come scrive Jacques Monod, “l’accanimento dei dialettici materialistici nel ripudiare ogni specie di epistemologia critica […], irrimediabilmente qualificata idealistica e kantiana”. Per tale ragione Lenin attaccava Mach; Andrej Zdanov metteva in guardia i fisici e i filosofi sovietici dalla teoria quantistica e dalle “diavolerie kantiane della scuola di Copenaghen”; Trofim Lysenko si scagliava contro la genetica “borghese”, colpevole, secondo lui, di contraddire i dogmi del materialismo dialettico. Se l’approccio probabilistico alla fisica veniva accusato di idealismo, la genetica mendeliana era considerata come una assolutizzazione metafisica. All’idealismo e alla metafisica “borghesi”, doveva allora contrapporsi la scienza proletaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rispetto alle difficoltà poste dai modelli probabilistici, che si stavano affermando in seno alla fisica teorica, l’evoluzionismo darwiniano poteva rappresentare, più concretamente, un ponte tra le scienze e il materialismo dialettico. Si possono sicuramente cogliere delle consonanze fra la darwiniana lotta per la sopravvivenza, intesa come una dialettica che alimenta l’evoluzione delle specie, e la lotta di classe, che, dialetticamente, condurrà all’avvento del socialismo. Tali consonanze, che attraversano gli scritti di Engels, generano però delle evidenti contraddizioni.</p>
<p>Le leggi genetiche, che sono alla base dell’evoluzionismo, divennero infatti motivo di scontro nell’ambito della scolastica marxista-leninista, dal momento che l’invarianza del gene configgeva con la volontà di creare l’uomo nuovo socialista, l’homo sovieticus. L’idea che i caratteri acquisiti influissero sul patrimonio genetico, sostenuta da Lysenko, era invece coerente con l’impianto ideologico del socialismo sovietico. Come ha evidenziato Monod, la questione non verteva, infatti, sulla biologia sperimentale, ma “esclusivamente sull’ideologia, o piuttosto sulla dogmatica. L’argomento essenziale (il solo in definitiva), instancabilmente ripreso da Lysenko e dai suoi sostenitori contro la genetica classica, era la sua incompatibilità col materialismo dialettico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel luglio del 1948, presso l’Accademia sovietica di scienze agrarie “Lenin”, di cui era stato nominato presidente da Stalin, Lysenko aveva difeso le tesi del botanico Ivan Vladimirovic Miciurin, dell’Accademia delle scienze dell’URSS, che, ispirandosi a Lamarck, aveva rifiutato la genetica mendeliana. Nella certezza che le condizioni ambientali potessero influire sui caratteri ereditari, Miciurin riteneva, contro Mendel, che zoologi e botanici erano in grado di apportare modifiche ereditariamente trasmissibili negli animali e nelle piante. Si scelse così di seguire il metodo della vernalizzazione, che consisteva nel coltivare le piante in condizioni di particolare umidità e temperatura. Questo procedimento avrebbe comportato una selezione di determinate specie che, ereditando le qualità acquisite, avrebbero contribuito ad aumentare considerevolmente la produzione agricola, anche in condizioni climatiche ostili.</p>
<p>La grande attenzione che fu riservata alle tesi di Miciurin e di Lysenko fu anche legata all’esigenza di porre rimedio, in tempi brevi, alle crisi alimentari, che avevano già prodotto tragiche carestie. A questo programma “progressista”, si contrapponeva l’impostazione, descritta come “reazionaria” e deterministica, della genetica mendeliana. All’assenza di significative verifiche sperimentali, faceva riscontro una imponente legittimazione ideologica di queste teorie, che furono accolte con entusiasmo dalle gerarchie del Pcus e suscitarono l’interesse dello stesso Stalin. I genetisti che proseguirono le loro ricerche in sintonia con i metodi della comunità scientifica internazionale furono considerati reazionari e fascisti, e vennero imprigionati o ridotti al silenzio. Nokolaj Vavilov, che era stato insignito del premio Lenin e aveva diretto l’Istituto di genetica dell’Accademia delle scienze, fu accusato di boicottaggio per aver difeso la genetica mendeliana e per essersi opposto al lamarckismo improvvisato di Lysenko. Dopo la condanna a morte, fu imprigionato nel 1940 e morì in carcere nel 1943. Fu infine riabilitato nel 1955.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia, il genetista Adriano Buzzati Traverso apostrofò come “assurda verità” la teoria di Lysenko, attirandosi le ire di alcuni biologi che gravitavano nell’orbita del Pci. Nello Ajello racconta che, nell’inverno del 1948-’49, si tenne, in casa di Emilio Sereni, responsabile della Commissione cultura del Pci dal 1948 al 1951, un incontro su questo tema e il microbiologo Luigi Silvestri fu molto duro nel condannare l’orientamento che Lysenko stava imprimendo alla genetica sovietica. Nel ricostruire la discussione, Silvestri scrive che, di fronte ai dubbi che affioravano anche in coloro che avevano definito Buzzati Traverso uno “scienziato da salotto”, Sereni, la cui profonda erudizione non gli impediva di aderire fideisticamente all’ortodossia sovietica, sostenne “il carattere partitico della scienza”. Tutto si ridusse così a “una questione di fedeltà verso l’URSS”.  La posizione critica di Silvestri comportò, poco dopo, la sua espulsione dal Pci, non tanto per la sua avversione a Lysenko, scrive Ajello, “ma per indisciplina, avendo disobbedito al divieto di discutere l’argomento nelle sezioni del Pci”. Gli scienziati che militavano nel partito scelsero prevalentemente, per fedeltà ideologica, di non manifestare il proprio dissenso. “Non potevamo non roderci dentro”, scrisse poi il patologo Massimo Aloisi, ricordando che i biologi Giuseppe Montalenti e Pietro Omodeo furono definiti “reazionari e lacché dell’imperialismo per la loro opposizione a Lysenko”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra gli scienziati che si trovarono ad operare nei totalitarismi vi fu chi si collocò in una zona grigia, chi aderì in modo incondizionato alla neolingua delle pseudoscienze di regime, chi, in rari casi, manifestò la sua opposizione. Nella Germania nazista, figure ben più autorevoli rispetto a Lysenko si trovarono coinvolte nell’ambiguità di questo clima.  Werner Heisenberg, che fu insignito del premio Nobel nel 1932, pur non riconoscendosi nel nazismo, collaborò ai progetti di fissione nucleare finalizzati alla creazione di armi atomiche. Nel 1941, quando la Danimarca subiva l’occupazione nazista, si recò a Copenhagen, da Niels Bohr. Non è tuttora chiaro se intendesse proporgli di collaborare col Terzo Reich, che voleva precedere gli americani nella produzione della bomba atomica. Di fatto, la loro amicizia, nata venti anni prima, quando il giovane fisico tedesco aveva frequentato l’istituto di ricerca del più anziano Maestro danese, giunse a termine. Bohr, che aveva ricevuto il Nobel per la fisica nel 1922, e che, insieme a Werner Heisenberg e a Max Planck, aveva posto le basi della fisica quantistica, scelse la via dell’esilio. Dopo un periodo vissuto in Inghilterra, si stabilì negli Stati Uniti, dove collaborò al Progetto Manhattan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Philipp von Lenard e Johannes Stark, due fisici insigniti del Nobel, nazisti della prima ora e difensori della Deutsche Physik, attaccarono aspramente la “fisica ebraica” di Albert Einstein, non risparmiando critiche a  Planck,  che, a loro avviso, doveva la sua posizione di privilegio nella comunità scientifica all’attenzione manifestata verso le teorie fisiche “giudaiche”. Sia Planck che Heisenberg furono poi apostrofati come “ebrei bianchi” dai “fisici ariani”, che li accusavano di non prendere le distanze da Einstein.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La contrapposizione tra fisica ariana e fisica giudaica, nella Germania di Hitler, appare speculare, sotto molti aspetti, alla contrapposizione tra genetica reazionaria borghese e genetica progressista, nell’ URSS di Stalin, come speculari appaiono le ideologie totalitarie, che hanno preteso di riscrivere la storia e di sostituire il metodo scientifico con le pseudoscienze. Nelle diverse declinazioni, il pensiero totalitario segue fideisticamente le sue indimostrabili premesse, e, obbedendo a una rigida e inesorabile logica paranoica, rifiuta, come scrisse Hannah Arendt, “gli insegnamenti della realtà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Berkeley, <em>Trattato sui principi della conoscenza umana</em>, trad. it., in G. Berkeley, <em>Opere filosofiche</em>, U.T.E.T., Torino, 1996.</p>
<p>J. Lenin, <em>Materialismo ed empiriocriticismo</em>, trad. it., Editori Riuniti, Roma, 1973.</p>
<p>Engels, <em>Dialettica della natura</em>, trad. it., Edizioni Rinascita, Roma, 1950.</p>
<p>Monod, <em>Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea</em>, trad. it., Edizioni scientifiche e tecniche Mondadori, Milano, 1972.</p>
<p>Ajello, Intellettuali e PCI 1944-1958, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<p>Arendt, <em>Le origini del totalitarismo</em>, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano, 1967.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Socialismo liberale e Riformismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2021 11:27:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel giugno del 1932 (due mesi dopo l’attacco di Togliatti al &#8220;socialtraditore&#8221; Turati su Lo Stato operaio), Carlo Rosselli scriveva sui Quaderni di Giustizia e Libertà, che Turati aveva avuto il coraggio di battersi non per una antistorica Italia socialista, “per la quale mancavano tutti i presupposti”, ma per un’Italia “moderna, liberale, che liquidasse gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giugno del 1932 (due mesi dopo l’attacco di Togliatti al &#8220;socialtraditore&#8221; Turati su<em> Lo Stato operaio</em>), Carlo Rosselli scriveva sui <em>Quaderni di Giustizia e Libertà</em>, che Turati aveva avuto il coraggio di battersi non per una antistorica Italia socialista, “per la quale mancavano tutti i presupposti”, ma per un’Italia “moderna, liberale, che liquidasse gli avanzi feudali” e favorisse lo sviluppo di una borghesia industriale e di un proletariato organizzato. Aveva così trasformato un problema di classe in un problema nazionale, ottenendo un diffuso consenso. Nel chiedersi fino a che punto Turati fosse marxista, scriveva che quella fede si era in lui gradualmente dileguata, “secondo una esperienza che fu comune a tutti i grandi socialisti del suo tempo”.</p>
<p>Tutto ciò lo distingueva dai “teologi massimal-comunisti&#8221; chiusi nella torre d&#8217;avorio dell&#8217;ideologia, che, pur ritenendo passata l’ora della rivoluzione, continuavano “a far pompa di frasi incendiarie&#8221;, accusando i riformisti di sabotare quella rivoluzione che essi stessi non avevano mai seriamente voluto.</p>
<p>Quando, nel 1922, lo sciopero generale consentirà ai fascisti di presentarsi come i custodi dell’ordine borghese, Turati &#8211; scrive Rosselli &#8211; “ancora una volta assumerà su di sé il peso degli errori altrui e difenderà questo sciopero, da Don Chisciotte del proletariato”. Rosselli vede in lui il ponte tra il 1848 e il nuovo Risorgimento morale: “Cattaneo, Mazzini, Garibaldi, Pisacane, i grandi vinti del Risorgimento politico danno la mano a Turati, questo grande, ma provvisorio, vinto del Risorgimento sociale, per annunciare, indissolubilmente uniti, la nuova storia italiana”.</p>
<p>L’intensità di questi richiami fa pensare all’ambiente familiare di Rosselli, in cui la tradizione risorgimentale era coltivata religiosamente. Nella sua prefazione a <em>Socialismo liberale, </em>Aldo Garosci ricorda che i Rosselli erano una famiglia di ebrei livornesi che viveva a Londra. Sin dal 1841 intrattenevano un intenso rapporto d’amicizia con Mazzini, che il 10 marzo del 1872 morì proprio in casa Rosselli, a Pisa, dove la famiglia si era stabilita nel 1859. Fra i quattordici che firmarono l’atto di morte, sottolinea Garosci, figuravano ben sette fra Rosselli e Nathan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra il 1928 e il 1929, confinato a Lipari, per aver organizzato, insieme a Oxilia, Parri e Pertini la fuga di Turati in Corsica, Rosselli scrive <em>Socialismo liberale</em>, che verrà pubblicato a Parigi nel 1930, dopo la sua fuga dall’isola nel 1929. Il liberalismo, sostiene, è divenuto, nel corso del tempo, sempre più sensibile al problema sociale e il socialismo si sta liberando “sia pure faticosamente, del suo utopismo”, mostrando una sensibilità nuova verso le libertà individuali: “E’ il liberalismo che si fa socialista o è il socialismo che si fa liberale? Le due cose assieme. Sono due visioni altissime ma unilaterali della vita che tendono a compenetrarsi e a completarsi. Il razionalismo greco e il messianismo d’Israele”. Il liberalismo non si identificava più con l’economia di mercato, il socialismo, a suo avviso, stava gradualmente prendendo le distanze dal messianismo della scolastica marxista-leninista. Queste convinzioni si consolidarono dopo la laurea, quando si recò in Inghilterra e frequentò la <em>London School of Economics</em> e la <em>Società Fabiana.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>In una lettera a Claudio Treves, che, recensendo <em>Socialismo liberale</em>, aveva definito il suo autore “né socialista né liberale”, Rosselli avverte l’esigenza di chiarire i punti fondamentali del suo libro: 1) il sistema marxista implica una posizione deterministica; 2) il revisionismo ha eroso alla base la dimostrazione di Marx della necessità dell’avvento socialista; 3) la tesi socialista, abbandonata come conclusione di un teorema scientifico, è stata reintrodotta come premessa di fede; 4) si è verificata una progressiva rottura fra marxismo e moderni movimenti socialisti; 5) si assiste a un ritorno, pur col decisivo apporto dell’esperienza marxista, a posizioni illuministiche.</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni, intende così dimostrare che il revisionismo può condurre ad una posizione “socialista liberale”, che nel liberalismo vede “la forza ideale ispiratrice, nel moto operaio la forza pratica realizzatrice”. Ritiene poi che, in questo processo, Croce abbia giocato un ruolo fondamentale, smascherando la “scientificità” del marxismo, in cui dirà di aver trovato, al di là delle costruzioni metafisiche, solo “un buon paio di occhiali”, un buon metodo per accostarsi alle cause economiche dei fatti storici. Nella <em>Storia d’Italia</em> esprimerà poi una valutazione positiva del socialismo che, grazie ai riformisti, “da rivoltoso era diventato parlamentare”, sviluppando “i motivi liberali della tradizione italiana sopra quelli illiberali del marxismo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riprendendo temi cari a Cattaneo e alla tradizione repubblicana, Rosselli guarda con estremo interesse al federalismo, che in un testo del 1937 considera un’espressione di autonomia per i singoli e per le comunità. Definisce così le linee di “una società socialista federativa liberale”. Come era prevedibile, <em>Socialismo liberale</em> fu fortemente criticato in casa comunista. Togliatti scrisse su <em>Lo Stato operaio</em>, nel 1931, che il libro si collegava “in modo diretto alla letteratura politica fascista” e lo contrappose alla <em>Rivoluzione liberale</em> di Gobetti. Gobetti, aggiunse, era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli era “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Gobetti era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1932, rispondendo a Giorgio Amendola, Rosselli manifesta tutto il suo dissenso nei confronti del tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Gobetti, diceva che in Marx lo seduceva lo storico e l’apostolo del movimento operaio, non l’economista, che “è morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo […] Credete voi -chiede Rosselli ad Amendola- che Gobetti avrebbe accolto con altrettanta disinvoltura il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi?”. Secondo Gramsci, proseguiva Rosselli, “Gobetti non sarebbe mai diventato comunista” [&#8230;] e “perché lo dovremmo diventare noi, che non abbiamo neppure gli <em>attaches</em> sentimentali per l’ambiente dell’<em>Ordine Nuovo</em>? “.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amendola, commentando il programma di <em>Giustizia e Libertà</em>, poneva polemicamente la domanda: <em>Con il proletariato o contro il proletariato</em>? e Rosselli replica scrivendo che ci sono vari modi di servire il proletariato: “Il comunismo serve il proletariato riducendolo a gregge […] togliendogli sino da ora ogni autonomia […] <em>Giustizia e Libertà</em> intende servire il proletariato sviluppando in esso il senso della dignità, della autonomia”. Appare evidente che l’eretico socialista-liberale, come era accaduto prima al riformista-socialtraditore Turati, aveva ampiamente meritato, con onore, la sua scomunica, ma anche l’ammirazione di quanti, contro l’ortodossia ideologica, hanno scelto di stare dalla parte degli eretici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber hanno scritto, nella prefazione a <em>Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione</em>, che il socialismo liberale è forse l’unico ideale radicato nella tradizione politica e morale europea ad avere un “respiro universalista”. Il messaggio di Carlo Rosselli, con il suo costante richiamo alla “libertà eguale”, si colloca dunque al centro di ogni confronto politico che affronti il tema della diseguaglianza e lo testimonia l’interesse che ha suscitato negli Stati Uniti la traduzione di <em>Socialismo liberale</em>, curata proprio da Nadia Urbinati e pubblicata nel 1994 dalla <em>Princeton University Press</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi consultati</p>
<ol>
<li>Rosselli,<em> Scritti dell’esilio</em>, Einaudi, Torino, 1988, 2 Voll., vol. I.</li>
<li>Garosci, Prefazione a C.Rosselli,<em> Socialismo liberale</em>, Einaudi, Torino, 1973.</li>
<li>Rosselli, <em>Socialismo liberale, </em>Einaudi, Torino, 1973<em>.</em></li>
<li>Croce, <em>Storia d’Italia dal 1871 al 1915</em>, Laterza, Bari, 1943.</li>
<li>Togliatti, <em>Opere</em>, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. III, T. II.</li>
<li>Urbinati-M.Canto Spreber, <em>Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione,</em> Marsilio, Venezia. <em> Se la Sinistra mette l’accento sulla libertà</em>, Incontro di <em>Reset</em> con Giuliano Amato e Nadia Urbinati<em>, Reset</em>, marzo-aprile 2004.</li>
</ol>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dario Berti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2017 09:09:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
		<category><![CDATA[von mises]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggendo certi articoli sulla situazione in Venezuela ho capito che il socialismo è un po’ come il tennista italiano con le spallucce vittimiste di cui parla Nanni Moretti: fallisce sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa sua. La verità è che il socialismo è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-capitalismo-meglio-del-socialismo-lo-spiega-calcolo-economico-mises/">Perché il capitalismo è meglio del socialismo? Lo spiega Mises con il calcolo economico</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo certi articoli sulla situazione in Venezuela ho capito che <strong>il socialismo è un po’ come il tennista italiano</strong> con le spallucce vittimiste di cui parla Nanni Moretti: fallisce sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa sua.</p>
<p><strong>La verità è che il socialismo è fallisce</strong> per ragioni strutturali, cioè economiche, ragioni che sono state comprese da molto tempo, ma che i socialisti continuano testardamente a ignorare.</p>
<p>In questo articolo mi limiterò a indicare una di queste ragioni, e lo farò nel modo più semplice e schematico possibile. <strong>Si tratta del problema del calcolo economico</strong>.</p>
<p>Il primo a scrivere su questo tema è stato <strong>Ludwig von Mises</strong>, in un articolo del 1920 intitolato “Il calcolo economico negli Stati socialisti” (se vi interessa, potete leggere una traduzione in inglese dell’articolo <a href="https://mises.org/library/economic-calculation-socialist-commonwealth">qui</a>).</p>
<h3>Il calcolo economico  in un sistema capitalistico</h3>
<p>Cerchiamo innanzitutto di capire come funziona il calcolo economico in un sistema capitalistico.</p>
<p>Il capitalismo è un sistema nel quale, <strong>come insegna Marx</strong>, un imprenditore privato investe una certa somma di denaro D, per comprare una merce M, che poi rivende sul mercato a un valore D’ superiore alla somma investita.</p>
<p>Supponete allora di essere quell’imprenditore privato e di voler investire i vostri soldi per costruire una casa. Avete a disposizione tre tipi di materiale: <strong>A, B, C</strong>. Supponiamo, per semplicità, che i materiali siano egualmente resistenti, ma che differiscano soltanto per il prezzo al metro cubo. I prezzi sono questi:</p>
<p><strong>A</strong> = € 10 mq</p>
<p><strong>B</strong> = € 20 mq</p>
<p><strong>C</strong> = € 30 mq</p>
<p><strong>Quale materiale scegliereste?</strong> Ovviamente A perché, a parità di altre condizioni, è quello che costa meno. Allora costruite la casa usando il materiale A. Alla fine spendete € 10.000. Poi mettete la casa sul mercato e la vendete a € 15.000, guadagnando così € 5000.</p>
<p>Notate come, in questo caso, siete in grado di calcolare il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa. <strong>Scegliendo il materiale A</strong>, avete ridotto gli sprechi del vostro denaro e anche di quello dell’acquirente. Se, infatti, <strong>aveste scelto il materiale C</strong>, la casa vi sarebbe costata € 30.000 e l’acquirente l’avrebbe dovuto sborsare € 35.000 per averla (supponendo che vogliate mantenere invariato il vostro profitto).</p>
<h3>Il calcolo economico  in un sistema socialista</h3>
<p><strong>Adesso vediamo come funziona lo stesso processo in un sistema socialista</strong>. La differenza rispetto al capitalismo è che qui non ci sono imprenditori privati. L’unico imprenditore è lo Stato, il quale vuole costruire la casa, e deve scegliere se costruirla con A, B o C. Siccome però lo Stato socialista possiede anche le materie prime, non ha bisogno di comprarle da terzi. Questo significa che i materiali A, B e C non hanno un prezzo per lo Stato.</p>
<p><strong>Tutto questo sembra molto comodo, ma non lo è affatto</strong>, perché lo Stato, a differenza dell’imprenditore privato, non è in grado di calcolare qual è il modo migliore, in termini di costi-benefici, di costruire la casa.</p>
<p><strong>A un pianificatore socialista non verrebbe mai in mente</strong>, ad esempio, che il modo più efficiente di costruire una casa è di farsi spedire i materiali di costruzione da una regione che si trova a 10.000 Km di distanza.</p>
<p><strong>Mancando di questa informazione</strong>, che nel sistema capitalistico è data dal prezzo, lo Stato brancola nel buio, e costruisce la casa scegliendo un materiale a caso. Poi la vende (nel socialismo ci sono i prezzi al consumatore), supponiamo a € 20.000.</p>
<h3>L&#8217;informazione dietro i prezzi</h3>
<p><strong>Come facciamo a sapere</strong> se lo Stato ha impiegato bene le proprie risorse? <strong>Come facciamo a sapere</strong> se l’acquirente ha speso più di quanto era necessario? Non è possibile saperlo. La morale della storia è che, laddove mancano i prezzi, non è possibile calcolare il modo più razionale di allocare le risorse. Lo Stato tenderà a fare quindi delle scelte distruttive.</p>
<p><strong>Nel sistema capitalistico, invece, gli individui sono spinti</strong> dai prezzi a fare le scelte più razionali. Questo, in sostanza, l’argomento di Mises, che concludeva il suo articolo con queste parole profetiche: “Chi si aspetta un sistema economico razionale dal socialismo sarà costretto a riesaminare le proprie idee.”</p>
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