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	<title>stampa Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>stampa Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Free spech e vecchi media. Un conflitto aperto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2025 21:43:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’epoca digitale la libertà di espressione sta assumendo una dimensione più complessa e articolata, caratterizzata da tensioni profonde che investono non solo aspetti etici e giuridici, ma anche rilevanti dinamiche economiche. In questo contesto, sta emergendo una nuova cultura, la c.d. del free speech, intesa come la richiesta di una libertà assoluta e senza compromessi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’epoca digitale la libertà di espressione sta assumendo una dimensione più complessa e articolata, caratterizzata da tensioni profonde che investono non solo aspetti etici e giuridici, ma anche rilevanti dinamiche economiche.</p>
<p>In questo contesto, sta emergendo una nuova cultura, la c.d. del <em>free speech</em>, intesa come la richiesta di una libertà assoluta e senza compromessi nel parlare, opinare e condividere contenuti, che a nostro modo di vedere si inserisce in un ecosistema mediale dominato da interessi economici divergenti, modelli di business innovativi e algoritmi che orientano e condizionano la visibilità e la diffusione dei messaggi.</p>
<p>Da questo punto di vista la libertà di espressione si configura non soltanto come un diritto civile o politico, ma anche (e più che nel passato) come un asset economico di enorme rilievo, che diviene terreno di scontro tra attori eterogenei coinvolti nella produzione, selezione, distribuzione e consumo di contenuti. In particolare, secondo il nostro modo di vedere, la cultura del <em>free speech</em> è sempre più mobilitata da operatori con finalità economiche e di potere, in un confronto che oppone media tradizionali e nuovi media, ciascuno con i propri interessi e strategie.</p>
<p>Invero, il mutamento radicale dell’ecosistema informativo, grazie alla digitalizzazione e all’affermazione delle piattaforme online, ha abbattuto le barriere di ingresso nella produzione di contenuti, dando la possibilità a chiunque di accedere a strumenti di comunicazione digitale come blog, social network, canali video e podcast, fenomeno ben analizzato da Yochai Benkler in <em>The Wealth of Networks</em>, che evidenzia come la comunicazione si sposti da una produzione industriale a una rete distribuita, sociale e partecipativa. Tuttavia, tale democratizzazione presenta anche una faccia problematica di natura economica: l’abbondanza di produttori moltiplica la competizione per l’attenzione di un pubblico limitato, facendo dell’attenzione stessa la principale merce scambiata nelle piattaforme digitali. Gli algoritmi, infatti, selezionano e amplificano contenuti in base all’engagement, privilegiando spesso post virali, polarizzanti o sensazionalistici, come sottolineato dagli studi sull’economia dell’attenzione, un paradigma secondo cui l’attenzione umana rappresenta una risorsa scarsa e preziosa da monetizzare.</p>
<p>In effetti, a ben vedere, il successo economico delle piattaforme e dei singoli creator dipende dalla capacità di attrarre visibilità attraverso like, condivisioni, commenti e interazioni che, a loro volta, generano ricavi da pubblicità, sponsorizzazioni, donazioni e abbonamenti. Come abbiamo in passato già avuto modo di evidenziare questo modello evidenzia disuguaglianze significative: la monetizzazione rimane concentrata nelle mani di pochi soggetti dotati di grande audience, mentre i produttori marginali affrontano difficoltà economiche e reputazionali che ne limitano la libertà reale di espressione. Parallelamente, i media tradizionali, costituiti da stampa, radio e televisione, affrontano una crisi strutturale dovuta alla perdita di lettori e spettatori, alla frammentazione dell’audience e alla crescente concorrenza dei nuovi media digitali. I loro tradizionali modelli economici, basati su investimenti ingenti, infrastrutture complesse e contenuti prodotti da redazioni professionali, risultano ormai insostenibili di fronte alla disponibilità di contenuti gratuiti e facilmente accessibili online. In tale scenario, i media tradizionali tentano di ristrutturare la propria offerta introducendo modelli ibridi che comprendono paywall, abbonamenti, contenuti esclusivi e iniziative multimediali, con l’obiettivo di preservare la propria credibilità e autorevolezza come fattori distintivi in un mercato altamente competitivo. Inoltre, essi esercitano una forte pressione sul piano regolatorio, denunciando la proliferazione di fake news e la perdita di qualità dell’informazione, e promuovendo norme volte a responsabilizzare gli editori e a contrastare la disinformazione.</p>
<p>In questa dialettica, la cultura del <em>free speech</em> assume una duplice funzione: da un lato rappresenta una strategia retorica che legittima e rafforza la posizione morale di chi si pone come alternativa ai media istituzionali percepiti come censori o parziali, dall’altro diventa un terreno di competizione commerciale, poiché la rivendicazione di una libertà espressiva assoluta attrae segmenti di pubblico diffidente e desideroso di accedere a fonti “non filtrate”. La ricerca condotta da WPP che indica come i contenuti generati dagli utenti sui social media supereranno nel 2025 per ricavi pubblicitari quelli dei media tradizionali è indicativa di uno spostamento decisivo del baricentro economico nell’ambito dell’informazione digitale.</p>
<p>Tuttavia, il modello basato sul <em>free speech</em> come opportunità economica presenta limiti strutturali. La monetizzazione è infatti vincolata a regole imposte dalle piattaforme, che tramite le loro politiche di demonetizzazione, moderazione e gestione algoritmica influenzano in modo determinante i contenuti ammessi e premiati. Inoltre, gli inserzionisti mantengono un ruolo cruciale, poiché essi preferiscono non associare i propri marchi a contenuti estremi, polarizzanti o che potrebbero generare controversie legali e danni reputazionali. Tale condizione determina una selezione indotta che privilegia contenuti ad alto tasso di engagement, spesso provocatori o meno rigorosi dal punto di vista informativo, a discapito di quelli più ponderati e socialmente utili. Questa dinamica alimenta fenomeni di polarizzazione e sensazionalismo, in un circolo vizioso che premia l’emotività e il conflitto rispetto alla qualità del discorso pubblico.</p>
<p>Le piattaforme digitali si configurano così non soltanto come spazi neutri di diffusione, ma come attori economici dotati di poteri regolatori e decisionali, che implementano regole e algoritmi con l’obiettivo di massimizzare il coinvolgimento degli utenti, tutelare i rapporti commerciali con inserzionisti e partner, e minimizzare rischi legali e controversie politiche. L’operato di queste piattaforme genera dunque un vincolo economico e reputazionale alla libertà di espressione, rendendo quest’ultima condizionata e mediata da meccanismi di mercato e regolatori non sempre trasparenti.</p>
<p>La cultura del <em>free speech</em> può inoltre essere interpretata come una strategia economica volta a differenziarsi nel mercato dell’informazione, costruendo un marchio identitario fondato sulla rivendicazione di una libertà di parola “senza filtri”. Tale posizionamento genera un pubblico fedele, asset economico fondamentale per chi produce contenuti, ma comporta anche un incremento delle provocazioni e delle sfide ai limiti, esponendo i creatori a rischi reputazionali, pressioni regolatorie e perdite economiche, come dimostrano fenomeni di demonetizzazione e shadow banning.</p>
<p>Da un punto di vista teorico, questa situazione richiama la teoria del <em>market for loyalties</em> formulata da Monroe Price, che evidenzia come i poteri politici e monopolistici tentino di controllare i media attraverso regolamentazioni e costrizioni indirette, influenzando la fedeltà dell’audience più che la proprietà diretta. Questa interpretazione sottolinea come la libertà di espressione, lungi dall’essere un bene assoluto, sia soggetta a dinamiche di potere economico e politico che ne determinano l’effettiva realizzazione. Inoltre, la selezione dei contenuti all’interno dell’economia digitale, guidata da criteri quantitativi di visibilità e interazioni, si traduce in una contraddizione intrinseca tra la purezza ideale del discorso libero e le logiche di mercato che ne premiano esclusivamente gli elementi più virali e polarizzanti, con evidenti implicazioni per la qualità della democrazia e del dibattito pubblico.</p>
<p>A ciò si aggiunge la questione del potere concentrato nelle mani di poche grandi piattaforme globali, quali Google, Meta, TikTok e YouTube, che detengono il controllo su infrastrutture essenziali, algoritmi proprietari e regole di moderazione, determinando in modo decisivo quali contenuti possano emergere e quali vengano marginalizzati o esclusi. Questa concentrazione accentua i rischi di esclusione delle voci alternative e marginali, limitando ulteriormente la pluralità e la diversità del discorso pubblico. Sul piano regolamentare, la crescente consapevolezza di questi fenomeni ha portato a iniziative normative, in particolare nell’Unione Europea, volte a imporre trasparenza sugli algoritmi, responsabilità delle piattaforme, obblighi di moderazione e misure contro la disinformazione. Tali interventi, va osservato, comportano costi rilevanti per gli operatori e rischiano di produrre un effetto di irrigidimento delle politiche di contenuto, accentuando ulteriormente le limitazioni alla libertà espressiva, specie in ambiti controversi.</p>
<p>In conclusione, si osserva come la libertà di espressione nell’ecosistema informativo digitale sia soggetta a una negoziazione continua e complessa tra diritti fondamentali e interessi economici. Conseguentemente la cultura del <em>free speech </em>è (come quella dei media tradizionali) profondamente intrecciata con dinamiche economiche che ne condizionano la concreta attuazione: visibilità, monetizzazione, regole di piattaforma e normative governative configurano un quadro in cui la libertà di espressione non è mai pura o totale, ma sempre mediata da fattori economici e di potere che ne plasmano le modalità, i limiti e le possibilità.</p>
<p>E’ chiaro spero adesso come il conflitto attuale che contrappone l’Europa regolatrice ad una America trumpiana fortemente aperta, non è un semplice confronto ideologico tra difensori e detrattori della libertà di parola, bensì un complesso gioco di interessi economici e strategici che definiscono quali voci emergano e quali restino marginalizzate nel panorama mediatico contemporaneo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
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		<title>Non si sconfigge così la pirateria su Telegram. Intervista al prof. Zanero</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/non-si-sconfigge-cosi-la-pirateria-su-telegram-intervista-al-prof-zanero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo D'Andreamatteo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2020 18:13:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>All’indomani delle notizie in merito al sequestro di alcuni canali presenti sull’applicazione per smartphone denominata “Telegram”, rei di aver diffuso, in spregio alla legge sul diritto d’autore, quotidiani e periodici, riviste di ogni genere e libri, la Procura di Bari ha ipotizzato i reati di riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/non-si-sconfigge-cosi-la-pirateria-su-telegram-intervista-al-prof-zanero/">Non si sconfigge così la pirateria su Telegram. Intervista al prof. Zanero</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>All’indomani delle notizie in merito al sequestro di alcuni canali presenti sull’applicazione per smartphone denominata “Telegram”, rei di aver diffuso, in spregio alla legge sul diritto d’autore, quotidiani e periodici, riviste di ogni genere e libri, la Procura di Bari ha ipotizzato i reati di riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, furto e violazione della legge sul <strong>diritto d’autore</strong>.</p>
<p>Per approfondire la materia nella quale gli investigatori baresi stanno facendo sicuramente da precursori, in quanto la normativa italiana in materia è sicuramente insufficiente a delimitare i confini di questi “nuovi” reati, ho posto alcune domande al <strong>Prof. Stefano Zanero</strong>, docente del Politecnico di Milano.<span id="more-2259"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qualche giorno fa, a seguito della richiesta della Procura di Bari, è stato disposto il sequestro preventivo di alcuni canali Telegram che diffondevano copie “pirata” di quotidiani e riviste, è la prima volta che accade qualcosa di simile in Italia e ha meravigliato anche la collaborazione della Società (con sede a Dubai) che ha immediatamente disposto la cancellazione dei 20 canali, come giudica tale mossa della Procura?</strong></p>
<p>Posto che è abbastanza difficile anche solo definire come si possa realizzare tecnicamente il &#8220;sequestro&#8221; di un canale Telegram (che infatti sono stati cancellati, non sequestrati), non sono certo in grado di commentare da un punto di vista legale. Devo però osservare che raramente, nella storia complicata dell&#8217;evoluzione tecnologica e della reazione dei possessori di diritti digitali (dalla musica ai film ai contenuti informativi) la repressione ha sortito qualche effetto. Quei canali rinasceranno, magari su un altro strumento, o forse persino sullo stesso.</p>
<p>L&#8217;unico modo sensato di risolvere alla radice il problema (e non spetta alla Magistratura, che sicuramente è intervenuta coi mezzi che il diritto dispone, ma ai detentori dei diritti) è di fornire metodi altrettanto immediati e a bassissimo costo per ottenere contenuti di qualità.</p>
<p>La pirateria musicale è stata stroncata non dalle leggi ma da Spotify. La pirateria audiovideo più da Hulu e Netflix che da tutte le operazioni antiplagio. L&#8217;editoria dovrebbe, forse, muoversi nella direzione di trovare nuove forme di disseminazione digitale.ù</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore lei non appartiene alla schiera dei difensori di Telegram e del software da qualcuno ritenuto insuperabile e quindi baluardo della libera e segreta corrispondenza, corretto?</strong></p>
<p>No, decisamente no. Telegram non è un software particolarmente sicuro, anzi. Non protegge le chat mediante la crittografia cosiddetta end-to-end, cosa che invece fanno praticamente tutti i suoi competitor (come ad esempio Whatsapp). Crittografia end-to-end è un modo complicato per dire una cosa semplice: nelle app più sicure, i nostri messaggi vengono &#8220;imbustati&#8221; e protetti sul telefono, e possono essere &#8220;sbustati&#8221; solo sul telefono del<br />
destinatario. In questo modo il postino, il sistema di messaggistica, non ne viene a sapere nulla.<br />
Su Telegram, invece, i messaggi vengono &#8220;sbustati&#8221; ed archiviati sul server. Per questo appena ci colleghiamo anche da un nuovo PC o cellulare ci ritroviamo tutta la cronologia, che è comodo. Ma vuole anche dire che chiunque può estrarre i nostri messaggi dal server. Questo su app più protette come Whatsapp non può avvenire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali app di messaggistica, se ne esiste alcuna, assicura segretezza ed impedisce a spioni o hacker di carpire messaggi e audio?</strong></p>
<p>&#8220;Assicura&#8221; è un termine che nella sicurezza informatica non si può usare, si ragiona in termini di livello di protezione, che non è mai &#8220;totale&#8221; e non può proprio esserlo. Le applicazioni più sicure e più private sono Signal (che mi sentirei di consigliare) e Wickr. Ma la stessa famosissima Whatsapp ha un ottimo livello di protezione dei messaggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel recente passato, anche la Fondazione Luigi Einaudi ha criticato duramente il c.d. Trojan di Stato, introdotto con l’ultima riforma in materia di intercettazioni, è in grado di dirci quali possano essere le conseguenze per un cittadino, incappato come tanti da innocente nelle maglie della giustizia?</strong></p>
<p>Sono sempre stato un fiero oppositore dell&#8217;uso di trojan come fonti di prova. Ritengo dovrebbero essere esclusivamente strumenti investigativi, e solo per reati gravi e perimetri delimitati, a causa del rischio sia dal punto di vista democratico, che dal punto di vista delle garanzie processuali. Non esiste scenario in cui possa essere garantita la genuinità della prova con uno strumento così invasivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È il caso di istituire un “ministero del digitale” che coordini tutta la macchina della P.A., piccoli Comuni inclusi, al fine di erogare i servizi digitali in modo non scoordinato, come avvenuto anche recentemente con la carta di identità elettronica?</strong></p>
<p>Se da un punto di vista logico mi sembrerebbe una buona idea, penso che le varie centralizzazioni (a cominciare da AgID nelle sue varie reincarnazioni, ma anche il recente esperimento del team Digitale che pure tante cose positive ha portato) abbiano dimostrato che è molto difficile dal centro pilotare la periferia. Penso che serva un&#8217;azione diffusa, altrimenti come già altre volte in passato mancherà il volano di trasmissione alla periferia di questi impulsi.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Jacopo D&#039;Andreamatteo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/jacopo-dandreamatteo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/jacopo-d-andreamatteo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Jacopo D&#039;Andreamatteo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Curatore Einaudiblog.it &#8211; Responsabile Social Media della Fondazione Luigi Einaudi</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.jacopodandreamatteo.it" target="_self" >www.jacopodandreamatteo.it</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Twitter" target="_self" href="https://twitter.com/jdandreamatteo" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-twitter" id="Layer_1" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 24 24">
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</svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/non-si-sconfigge-cosi-la-pirateria-su-telegram-intervista-al-prof-zanero/">Non si sconfigge così la pirateria su Telegram. Intervista al prof. Zanero</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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