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Non si sconfigge così la pirateria su Telegram. Intervista al prof. Zanero

All’indomani delle notizie in merito al sequestro di alcuni canali presenti sull’applicazione per smartphone denominata “Telegram”, rei di aver diffuso, in spregio alla legge sul diritto d’autore, quotidiani e periodici, riviste di ogni genere e libri, la Procura di Bari ha ipotizzato i reati di riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, furto e violazione della legge sul diritto d’autore.

Per approfondire la materia nella quale gli investigatori baresi stanno facendo sicuramente da precursori, in quanto la normativa italiana in materia è sicuramente insufficiente a delimitare i confini di questi “nuovi” reati, ho posto alcune domande al Prof. Stefano Zanero, docente del Politecnico di Milano.

 

Qualche giorno fa, a seguito della richiesta della Procura di Bari, è stato disposto il sequestro preventivo di alcuni canali Telegram che diffondevano copie “pirata” di quotidiani e riviste, è la prima volta che accade qualcosa di simile in Italia e ha meravigliato anche la collaborazione della Società (con sede a Dubai) che ha immediatamente disposto la cancellazione dei 20 canali, come giudica tale mossa della Procura?

Posto che è abbastanza difficile anche solo definire come si possa realizzare tecnicamente il “sequestro” di un canale Telegram (che infatti sono stati cancellati, non sequestrati), non sono certo in grado di commentare da un punto di vista legale. Devo però osservare che raramente, nella storia complicata dell’evoluzione tecnologica e della reazione dei possessori di diritti digitali (dalla musica ai film ai contenuti informativi) la repressione ha sortito qualche effetto. Quei canali rinasceranno, magari su un altro strumento, o forse persino sullo stesso.

L’unico modo sensato di risolvere alla radice il problema (e non spetta alla Magistratura, che sicuramente è intervenuta coi mezzi che il diritto dispone, ma ai detentori dei diritti) è di fornire metodi altrettanto immediati e a bassissimo costo per ottenere contenuti di qualità.

La pirateria musicale è stata stroncata non dalle leggi ma da Spotify. La pirateria audiovideo più da Hulu e Netflix che da tutte le operazioni antiplagio. L’editoria dovrebbe, forse, muoversi nella direzione di trovare nuove forme di disseminazione digitale.ù

 

Professore lei non appartiene alla schiera dei difensori di Telegram e del software da qualcuno ritenuto insuperabile e quindi baluardo della libera e segreta corrispondenza, corretto?

No, decisamente no. Telegram non è un software particolarmente sicuro, anzi. Non protegge le chat mediante la crittografia cosiddetta end-to-end, cosa che invece fanno praticamente tutti i suoi competitor (come ad esempio Whatsapp). Crittografia end-to-end è un modo complicato per dire una cosa semplice: nelle app più sicure, i nostri messaggi vengono “imbustati” e protetti sul telefono, e possono essere “sbustati” solo sul telefono del
destinatario. In questo modo il postino, il sistema di messaggistica, non ne viene a sapere nulla.
Su Telegram, invece, i messaggi vengono “sbustati” ed archiviati sul server. Per questo appena ci colleghiamo anche da un nuovo PC o cellulare ci ritroviamo tutta la cronologia, che è comodo. Ma vuole anche dire che chiunque può estrarre i nostri messaggi dal server. Questo su app più protette come Whatsapp non può avvenire.

 

Quali app di messaggistica, se ne esiste alcuna, assicura segretezza ed impedisce a spioni o hacker di carpire messaggi e audio?

“Assicura” è un termine che nella sicurezza informatica non si può usare, si ragiona in termini di livello di protezione, che non è mai “totale” e non può proprio esserlo. Le applicazioni più sicure e più private sono Signal (che mi sentirei di consigliare) e Wickr. Ma la stessa famosissima Whatsapp ha un ottimo livello di protezione dei messaggi.

 

Nel recente passato, anche la Fondazione Luigi Einaudi ha criticato duramente il c.d. Trojan di Stato, introdotto con l’ultima riforma in materia di intercettazioni, è in grado di dirci quali possano essere le conseguenze per un cittadino, incappato come tanti da innocente nelle maglie della giustizia?

Sono sempre stato un fiero oppositore dell’uso di trojan come fonti di prova. Ritengo dovrebbero essere esclusivamente strumenti investigativi, e solo per reati gravi e perimetri delimitati, a causa del rischio sia dal punto di vista democratico, che dal punto di vista delle garanzie processuali. Non esiste scenario in cui possa essere garantita la genuinità della prova con uno strumento così invasivo.

 

È il caso di istituire un “ministero del digitale” che coordini tutta la macchina della P.A., piccoli Comuni inclusi, al fine di erogare i servizi digitali in modo non scoordinato, come avvenuto anche recentemente con la carta di identità elettronica?

Se da un punto di vista logico mi sembrerebbe una buona idea, penso che le varie centralizzazioni (a cominciare da AgID nelle sue varie reincarnazioni, ma anche il recente esperimento del team Digitale che pure tante cose positive ha portato) abbiano dimostrato che è molto difficile dal centro pilotare la periferia. Penso che serva un’azione diffusa, altrimenti come già altre volte in passato mancherà il volano di trasmissione alla periferia di questi impulsi.

 

 

 

Jacopo D'Andreamatteo

Di Jacopo D'Andreamatteo

Curatore Einaudiblog.it - Responsabile Social Media della Fondazione Luigi Einaudi