<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>von hayek Archivi - Einaudi Blog</title>
	<atom:link href="https://www.einaudiblog.it/tag/von-hayek/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.einaudiblog.it/tag/von-hayek/</link>
	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
	<lastBuildDate>Sat, 20 Feb 2021 20:15:57 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.5</generator>

<image>
	<url>https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>von hayek Archivi - Einaudi Blog</title>
	<link>https://www.einaudiblog.it/tag/von-hayek/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Orwell, 1984</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/orwell-1984/</link>
					<comments>https://www.einaudiblog.it/orwell-1984/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 20:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[orwell]]></category>
		<category><![CDATA[von hayek]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=2693</guid>

					<description><![CDATA[<p>George Orwell, pur riconoscendosi nel laburismo, fu sempre critico verso la sinistra inglese ed europea, che accusava di essere subalterna a Mosca. La sua partecipazione alla Guerra civile spagnola gli consentì di verificare la spietatezza con cui i comunisti, spagnoli e russi, eliminavano anarchici, socialisti, e trotzkisti, considerati eretici per l’ortodossia sovietica. Omaggio alla Catalogna, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/orwell-1984/">Orwell, 1984</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>George Orwell, pur riconoscendosi nel laburismo, fu sempre critico verso la sinistra inglese ed europea, che accusava di essere subalterna a Mosca. La sua partecipazione alla Guerra civile spagnola gli consentì di verificare la spietatezza con cui i comunisti, spagnoli e russi, eliminavano anarchici, socialisti, e trotzkisti, considerati eretici per l’ortodossia sovietica. <em>Omaggio alla Catalogna</em>, del 1938, è un atto d’accusa nei confronti del potere esercitato dalla Terza Internazionale sui comunisti europei. Nel 1945, pubblica <em>La fattoria degli animali</em>, rappresentazione grottesca di un mondo in cui, dopo una rivoluzione che vuole realizzare l’uguaglianza, gli uomini non si distingueranno più dai maiali.</p>
<p>In <em>1984</em>, scritto nel 1948 e pubblicato un anno dopo, prosegue nella sua denuncia del totalitarismo, che, inseguendo l’utopia di un mondo perfetto, realizza una società distopica, come accade ad Oceania, dove il controllo assoluto dello Stato annulla ogni forma di autonomia e di libertà. Non ci troviamo nella <em>Città del sole </em>di Campanella o della <em>Nuova Atlandide</em> baconiana, ma nell’incubo totalitario, che già nel 1920 Evgenij Zamjatin aveva descritto in <em>Noi</em>.  Arthur Koesteler commentava nel 1959 che l’Utopia di Platone è più terrificante di quella di <em>1984</em><em>, </em>perché Platone auspica che si realizzi quel che Orwell teme possa avvenire.</p>
<p>Zamjàtin osserva la trasformazione di un movimento rivoluzionario in una ideologia totalitaria, lo stalinismo, di cui Orwell sarà testimone. In <em>1984</em> il dispotismo trova espressione in una <em>Nuova Lingua</em>. Si impongono così modelli di comunicazione che narcotizzano ogni capacità critica, trasformando la menzogna in verità e cancellando la memoria storica, al fine di assolutizzare il presente: “tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità”. I custodi dell’ortodossia politica dello Stato devono allora sacralizzare la menzogna, comportandosi come sommi sacerdoti di un dogma secolarizzato, che per nessun motivo può tollerare il dissenso. Winston Smith lavora per il Ministero della Verità ed ha il compito di “riscrivere” le fonti storiche  per adeguarle alla linea del Partito. Nel corso del tempo matura però un atteggiamento critico e riesce ad avere una sua vita affettiva, che cerca di sottrarre al controllo capillare del Partito, ma il suo comportamento desta sospetti e<br />
viene così arrestato. Spera di conservare, in qualche modo, la sua autonomia e di mantenere la relazione, ma si troverà a rinnegare anche la sua compagna, perdendo ogni forma di dignità,<br />
per aderire ciecamente alle direttive del Partito.</p>
<p>Orwell non pensa che la distopia di <em>1984</em> rifletta esclusivamente il mondo comunista, perché ritiene che tutte le società di massa si stiano avviando verso forme di omologazione in cui le libertà individuali faranno sempre più fatica ad affermarsi. <em>1984 </em>descrive allora, nelle sue intenzioni, quella società che potrebbe prendere corpo se il socialismo libertario, a cui si sentiva vicino, non prevalesse sul comunismo, che nega la libertà e sul capitalismo, che identifica la libertà con il mercato. Nel clima della Guerra fredda, il libro fu visto, in campo comunista, come un atto d’accusa nei confronti dell’Unione Sovietica. L’appartenenza di Orwell al mondo laburista e liberalsocialista lo fece considerare un nemico ancora più insidioso, in un momento in cui essere socialdemocratici equivaleva a collocarsi in modo ambiguo a sinistra, cioè come “socialtraditori”;  in buona compagnia, in fondo, se si pensa che, in un’ottica togliattiana, erano tali Filippo  Turati e Carlo Rosselli. Nel novembre-dicembre del 1950, su <em>Rinascita</em>, la rivista ideologica del P.C.I., Palmiro Togliatti si scaglia contro Orwell, reo di pensare che in Unione Sovietica “la grande maggioranza degli uomini vive nell’abbrutimento e nella miseria “, sotto il controllo di una gerarchia dal potere smisurato, che riduce i funzionari a “semplici strumenti passivi e inconsapevoli”.</p>
<p>Togliatti trova tutto ciò “primitivo, infantile, logicamente non giustificato”. Il relativo successo del libro, che “i preti e Benedetto Croce” promuovono, evidentemente in funzione antisovietica, sarebbe legato, a suo avviso, al fatto che “una rivista di sedicenti liberali” lo ha pubblicato in appendice. La rivista di “sedicenti liberali” era <em>Il Mondo </em>di Mario Pannunzio, una palestra di libero pensiero che veniva attaccata  da chi non riusciva a prendere le distanze da Stalin!</p>
<p>Nel 1949, su <em>Il Mondo </em>(al quale collaborarono, fra gli altri, Ernesto Rossi, Ugo La Malfa, Luigi Salvatorelli, Vittorio De Caprariis, Carlo Antoni), Croce aveva pubblicato <em>La città del Dio ateo,</em> in cui, pensando a <em>1984</em>, sosteneva che il totalitarismo dovesse essere considerato “fuori di ogni equivoco di fini umanitari” e al di là di ogni riferimento alle relazioni internazionali. È nota la cautela con cui le potenze occidentali evitavano di urtare la suscettibilità sovietica, per non compromettere i delicati equilibri della Guerra fredda. Superfluo sottolineare che Croce si era attirato, con le sue parole, la scomunica dell’Intellighenzia comunista.<br />
Tornando a Orwell, Togliatti critica il fatto che in <em>1984 </em>si parli spesso delle “continue epurazioni e persecuzioni”, anche nei confronti di “coloro che han contribuito a far la rivoluzione”. Ma Orwell non si ferma qui e scrive addirittura che il partito spinge a compiere “le azioni più stolte, a mentire, a negare l’evidenza dei fatti, ad affermare che due più due fanno cinque e non quattro, e così via, fino a che dell’uomo intelligente non resta più nulla. Il capo del partito, infine, ha i baffi neri, e il suo nemico mortale la barbetta a punta”.</p>
<p>È appena il caso di ricordare che si sta parlando di Stalin e del suo “nemico” Trotsky, ucciso da un sicario di Stalin nell’agosto del 1940. Togliatti trova in<em> 1984 </em>“tutte le bassezze e le volgarità che l’anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sventura sua l’autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più”.</p>
<p>Questi toni nei confronti di Orwell mettono in luce il risentimento di Togliatti che, di fronte a quanti denunciavano le epurazioni e le deportazioni, che egli ben conosceva, faceva ricorso al linguaggio con cui nei tribunali sovietici ci si rivolgeva ai “nemici del popolo”. Riguardo ai gulag, inoltre, un solo capitolo non sarebbe stato sufficiente a testimoniare i disastri dello stalinismo.</p>
<p>Nel marzo del 1972 Elena Croce scrisse che <em>1984</em> le diede la sensazione che più dell’avvertimento contro il pericolo, agisse sul lettore “la fascinazione del pericolo, del mostro”. Si sentì stupita e insieme “turbata” del fatto che suo padre, poco interessato a quel genere di letteratura, “desse tanta importanza a quel libro”. Croce manifestò particolare interesse verso la “profezia” della <em>Neolingua</em>, “al punto di esprimere -prosegue- riflessioni pessimistiche – che non gli avevo mai sentito fare nemmeno durante il fascismo – sulla facilità con cui può venire estirpata la pianta della civiltà, che impiega secoli per ricrescere”. Quel ricordo, scrive, lasciò in lei “la certezza che Orwell era un autore il quale non solo non aveva fatto il suo tempo, ma si sarebbe dovuto tenere di riserva per tempi più duri”.</p>
<p>Il timore dell’affermarsi della <em>Neolingua</em> totalitaria, avvertito da Croce, richiama una figura a lui assai vicina nella battaglia a difesa della libertà contro i totalitarismi, Friedrich von Hayek, che citando Confucio, scriveva:“Quando le parole perderanno il loro significato, gli uomini perderanno la loro libertà”.</p>
<p>Nel giugno del 1941 Orwell annotava che, dinnanzi ai roghi dei libri in Germania e alla “spiccata tendenza” dei più promettenti scrittori russi “a suicidarsi o a sparire nelle galere”, chiunque ami la letteratura, deve comprendere “che la resistenza al totalitarismo, sia esso imposto dall’esterno o dall’interno, è questione di vita o di morte”.  Quando, come sempre più spesso accade, i comportamenti gregari si traducono in servitù volontaria, il monito di Orwell rappresenta una sicura via di fuga da ogni forma di tentazione totalitaria.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/orwell-1984/">Orwell, 1984</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.einaudiblog.it/orwell-1984/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I guasti dello Stato-pastore</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-guasti-dello-stato-pastore/</link>
					<comments>https://www.einaudiblog.it/i-guasti-dello-stato-pastore/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Marsonet]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Mar 2018 14:45:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>
		<category><![CDATA[von hayek]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://3.122.244.34/?p=1109</guid>

					<description><![CDATA[<p>Si ha un gran bel dire che viviamo in un mondo atomizzato e solipsistico, in cui il senso della comunità e la passione per il bene comune sono ormai ridotti al lumicino, e il ‘liberismo selvaggio’ spadroneggia ormai indisturbato in ogni ambito della vita sociale. Ma tutto questo è soltanto il pregiudizio di un pensiero [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-guasti-dello-stato-pastore/">I guasti dello Stato-pastore</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Si ha un gran bel dire che viviamo</strong> in un mondo atomizzato e solipsistico, in cui il senso della comunità e la passione per il bene comune sono ormai ridotti al lumicino, e il ‘liberismo selvaggio’ spadroneggia ormai indisturbato in ogni ambito della vita sociale.</p>
<p><strong>Ma tutto questo è soltanto il pregiudizio</strong> di un pensiero divenuto purtroppo dominante nel nostro Paese. Mercoledì 3 gennaio Sergio Belardinelli ha riproposto su «Il Foglio» alcune riflessioni di Christopher Lasch in merito alla crescita capillare della «cultura del narcisismo», tipica di una società che «ha perso interesse per il futuro».</p>
<p>Ora, come si fa a rimettere sui giusti binari il convoglio?</p>
<p><strong>A mio avviso, l’infiacchimento, l’autoreferenzialità e il timore</strong> per i rischi sono il risultato di un’azione statale che tende a tarpare le ali all’individuo e alla sua libera forza creatrice. <span id="more-925"></span>Non esiste al mondo creatura tanto adattabile quanto fantasiosa com’è l’uomo.</p>
<p><strong>Pur partendo dall’assunto imprescindibile</strong> che mai potremo raddrizzare la stortezza di cui siamo fatti, è pur vero che abbiamo enormi potenzialità. Tuttavia, questo spirito ingegnoso e dinamico necessita della libertà per potersi sviluppare. Tocca constatare che sono le regole sempre più intrusive e lesive dell’autonomia individuale e della libertà di scelta che imbolsiscono l’essere umano e gli impediscono di dispiegare tutta la sua potenza.</p>
<p>Non è un caso che già <strong>Tocqueville</strong> vide in ciò una minaccia esiziale per una società prospera, allorché, parlando del nuovo tipo di servitù, tipico dello <strong>stato paternalista</strong> contemporaneo, disse che «dopo aver preso di volta in volta nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi […] non spezza le volontà, ma le infiacchisce […] non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore».</p>
<p>All’interno di questo passaggio c’è tutto, o quasi, dei mali del nostro stato assistenziale. Il fatto è che, come rilevato da <strong>F.A. von Hayek</strong>, l’intervento statale produce assuefazione, crea dipendenza, dà vita a «un’alterazione nel carattere della gente». Il suo ombrello protettivo imbolsisce, deresponsabilizza ed esacerba la richiesta egoistica di protezione, per cui risulta ancora assai efficace la sentenza di <strong>F. Bastiat</strong> secondo cui «lo stato è la grande finzione per mezzo della quale tutti cercano di vivere a spese di tutti».</p>
<p><strong>Più veniamo cullati da esso</strong>, più ne diventiamo schiavi. Più chiediamo aiuto, più sviluppiamo timore per i rischi e i fallimenti. Con il risultato che non siamo più in grado di tentare e, qualora usciamo sconfitti da una sfida, anziché fare autocritica, attribuiamo comodamente la colpa dell’insuccesso ad altri. <strong>Come ebbe a dire L. von Mises</strong>, «solamente attraverso la conoscenza di se stesso, egli deve imparare a sopportare il suo destino senza andare in cerca di capri espiatori su cui scaricare tutte le colpe», dove «egli» indica colui che non guarda «alla propria inadeguatezza», ai propri limiti, agli errori commessi, ma affibbia perennemente la responsabilità a qualcun altro.</p>
<p>Ricorda, per caso, qualche forza politica?</p>
<p><strong>In sostanza, al fine di ritornare padroni del nostro destino</strong> – per quanto non lo saremo mai fino in fondo, come osserva Hayek – tornare a maturare responsabilità e, in definitiva, essere davvero persone adulte, gioverebbe affrancarsi dall’ausilio statale. Inoltre, andrebbe anche riconosciuto che ogni intervento centralizzato si riverbera sui propri piani individuali, ha un notevole costo opportunità, insomma. <strong>Per dirla con Bastiat</strong>, ciò che si vede è quello che lo stato (momentaneamente e illusoriamente) ci dona, ciò che non si vede è quello che lo stato ci toglie, non solo in termini di risorse economiche, ma, soprattutto, in termini di perdita di responsabilità, sicurezza in se stessi e, infine, libertà.</p>
<p><strong>In altre parole, per tornare a essere veramente liberi</strong>, liberi di provare e fallire, liberi di progredire in seguito agli insuccessi e, così, sviluppare resilienza e fortezza d’animo, sarebbe bene ridurre i tentacoli dello stato.</p>
<p>Non sarebbe ovviamente indolore. Infatti, come disse <strong>Hayek</strong>, la libertà «con il diritto di scelta, comporta inevitabilmente anche il rischio e la responsabilità di siffatto diritto». Ma, nel lungo periodo ne usciremmo davvero cresciuti, responsabilizzati e migliorati.</p>
<p><strong>E potremmo finalmente sviluppare i nostri propri io</strong>. «La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnatole, ma un albero, che ha bisogno di nascere e svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una creatura vivente», così si espresse J.S. Mill.</p>
<p>Ciascuno di noi può sviluppare l’albero peculiare che ha dentro solamente riscoprendo il sapore e il valore della libertà.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlo Marsonet" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/carlo-marsonet-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlo-marsonet/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlo Marsonet</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>PhD candidate, Luiss Guido Carli, Roma. Tra gli interessi di ricerca: populismo, rapporto liberalismo/democrazia, pensiero liberale classico</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-guasti-dello-stato-pastore/">I guasti dello Stato-pastore</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.einaudiblog.it/i-guasti-dello-stato-pastore/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
