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	<title>Economia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Economia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>La borsa finanzia l&#8217;economia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 22:26:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[borsa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il FTSE MIB ha chiuso il 2025 con un rialzo di circa +31,5%, una delle migliori performance in Europa per l’anno, attestandosi su livelli prossimi ai massimi dal 2001. Ampliando l’analisi agli ultimi 10 anni abbiamo una media (naturalmente geometrica) di una crescita del FTSE MIB di circa +7,5/8% all’anno. Nonostante questo, tuttavia, non mancano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il FTSE MIB ha chiuso il 2025 con un rialzo di circa +31,5%, una delle migliori performance in Europa per l’anno, attestandosi su livelli prossimi ai massimi dal 2001. Ampliando l’analisi agli ultimi 10 anni abbiamo una media (naturalmente geometrica) di una crescita del FTSE MIB di circa +7,5/8% all’anno. Nonostante questo, tuttavia, non mancano voci che sostengono come il mercato azionario sia prevalentemente un luogo di speculazione, più che un vero motore per l’economia reale. L’idea secondo cui l’investimento in borsa costituirebbe un gioco a somma zero, nel quale il guadagno di un soggetto implicherebbe necessariamente la perdita di un altro, è una semplificazione concettuale che nasce dall’estensione indebita di una categoria analitica valida per sistemi chiusi a un ambito che, per sua natura, è aperto, dinamico e storicamente determinato. Il concetto di somma zero, infatti, formalizzato nella teoria dei giochi da John von Neumann e Oskar Morgenstern, presuppone un insieme di risorse invarianti e una struttura tale per cui le strategie degli agenti non possono modificare la quantità complessiva di valore disponibile, ma solo la sua distribuzione.</p>
<p>Ora, applicare questo schema alla borsa significa implicitamente assumere che il mercato finanziario operi in assenza di produzione, innovazione e accumulazione di capitale reale, riducendolo a un mero spazio di scambio simbolico, simile a un tavolo da gioco. Classico è l’esempio del telefono: quattro persone possiedono inizialmente 3.000 euro complessivi e un telefono, il telefono viene venduto, rivenduto e infine si rompe, e alla fine la somma di denaro totale torna esattamente a 3.000 euro. Nessuna nuova ricchezza è stata creata, il telefono non ha prodotto nulla, non ha generato reddito, non ha aumentato il benessere economico complessivo del sistema, ma è stato solo scambiato e poi distrutto.</p>
<p>Tuttavia, questa assunzione è ontologicamente falsa, poiché il mercato azionario non è un sistema autoreferenziale ma un dispositivo istituzionale che connette il risparmio privato con l’attività produttiva, trasformando aspettative, capitale e rischio in processi economici concreti. Di conseguenza, alche l’esempio del telefonino fatto è fuorviante.</p>
<p>La confusione nasce dal fatto che l’osservatore tende a identificare il mercato con il prezzo e il prezzo con lo scambio, ignorando che, in un’economia capitalistica, il prezzo di un’azione non è un semplice segnale di scarsità ma una capitalizzazione di flussi di reddito futuri attesi, i quali dipendono dalla capacità dell’impresa di creare valore nel tempo. In questo senso, la borsa non redistribuisce semplicemente ricchezza esistente, ma anticipa e incorpora valutazioni sulla produzione futura, rendendo possibile l’espansione del sistema economico oltre i limiti della dotazione iniziale.</p>
<p>Già Adam Smith aveva chiarito che la ricchezza di una nazione non consiste nella quantità di moneta in circolazione, ma nella capacità produttiva del lavoro organizzato, e questa intuizione rende incompatibile una visione a somma zero dell’economia di mercato, poiché la produttività è per definizione una variabile espansiva. David Ricardo, pur analizzando i conflitti distributivi tra salari, profitti e rendite, non ha mai sostenuto che l’accumulazione capitalistica fosse un gioco a somma zero, ma piuttosto che la crescita potesse modificare i rapporti relativi tra le classi senza annullare l’aumento della ricchezza complessiva. Con Marx la questione si fa ancora più esplicita: la teoria del valore-lavoro e dell’estrazione del plusvalore presuppone l’esistenza di un surplus, cioè di una quantità di valore che eccede la riproduzione semplice del sistema, e anche nella sua critica radicale al capitalismo non compare mai l’idea che il processo di accumulazione sia a somma zero, bensì che il conflitto riguardi la distribuzione del surplus creato. Nel Novecento, Schumpeter ha definitivamente spezzato ogni residuo legame tra capitalismo e somma zero introducendo il concetto di distruzione creatrice, secondo cui lo sviluppo economico non è un processo di equilibrio ma di discontinuità, nel quale nuove combinazioni produttive generano valore che prima non esisteva, rendendo obsoleti asset, imprese e interi settori.</p>
<p>In questo quadro, la borsa svolge una funzione essenziale di selezione e riallocazione del capitale, premiando le imprese capaci di innovare e penalizzando quelle incapaci di adattarsi, ma questa dinamica non equivale a una redistribuzione meccanica di una torta fissa, bensì a una trasformazione strutturale della torta stessa. L’apparenza di somma zero emerge solo se si isola arbitrariamente il momento dello scambio dal processo temporale più ampio entro cui esso si colloca, adottando una prospettiva statica anziché dinamica.</p>
<p>Keynes, pur denunciando i rischi di una finanza dominata dalla speculazione e dal comportamento mimetico, distingueva nettamente tra l’investimento come atto di previsione razionale sul rendimento futuro del capitale e la speculazione come tentativo di anticipare le opinioni altrui; solo quest’ultima, nella sua forma estrema, può assumere tratti assimilabili a un gioco a somma zero, e persino in quel caso il sistema complessivo resta inserito in un contesto produttivo che ne trascende la logica. L’errore più comune consiste nel confondere il livello microeconomico delle transazioni individuali con il livello macroeconomico della creazione di valore, come se l’insieme delle operazioni di mercato fosse semplicemente la somma aritmetica degli scambi, anziché il risultato emergente di un processo complesso di accumulazione, innovazione e crescita. Dal punto di vista macroeconomico, la borsa non è un’arena di vincitori e vinti, ma un meccanismo di coordinamento intertemporale che consente di trasformare il risparmio presente in produzione futura, ampliando il vincolo delle risorse disponibili.</p>
<p>Anche la finanza moderna, da Modigliani e Miller fino alla teoria dell’efficienza dei mercati di Fama, pur con impostazioni differenti, riconosce che il valore di un’impresa è legato alla sua capacità di generare flussi di cassa nel tempo e non a un gioco redistributivo tra investitori.</p>
<p>Per altro, a ben vedere, se la borsa fosse realmente un gioco a somma zero, la crescita di lungo periodo degli indici azionari sarebbe logicamente impossibile, poiché ogni aumento permanente dei valori di mercato richiederebbe una perdita equivalente e sistematica da parte di altri soggetti, il che contraddice l’evidenza storica di un’espansione sostenuta della ricchezza reale nelle economie capitalistiche. Tale fatto è logicamente incompatibile con un sistema a somma zero, in cui l’indice potrebbe solo oscillare ma non avere un trend crescente. La crescita storica degli indici dimostra quindi che il mercato azionario riflette creazione di valore reale, non un semplice gioco redistributivo.</p>
<p>In definitiva, la rappresentazione della borsa come gioco a somma zero non è solo economicamente errata, ma concettualmente impoverente, perché riduce un fenomeno storico e istituzionale complesso a una metafora ludica inadatta a coglierne la natura. La borsa non è il luogo in cui la ricchezza viene semplicemente scambiata, ma uno spazio in cui la ricchezza viene anticipata, valutata, allocata e, nel tempo, creata, e proprio questa dimensione temporale e produttiva rende radicalmente incompatibile il mercato azionario con la logica della somma zero.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
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		<title>Perché la Procura di Milano sbaglia e perché l’operazione MPS–Mediobanca è tutto tranne che opaca</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/perche-la-procura-di-milano-sbaglia-e-perche-loperazione-mps-mediobanca-e-tutto-tranne-che-opaca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 15:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediobanca]]></category>
		<category><![CDATA[MPS]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La reazione alla scalata MPS–Mediobanca è la fotografia fedele di un Paese che non è ancora adulto sul piano finanziario. Un Paese che interpreta ogni operazione ambiziosa come un complotto, ogni strategia come una trappola, ogni movimento di mercato come una minaccia. E infatti l’apertura del fascicolo da parte della Procura di Milano è il punto esatto dove si vede questa immaturità trasformarsi in azione istituzionale. Un’azione che, per impostazione e per parametri giuridici, sta colpendo il bersaglio sbagliato.</p>
<p>L’accusa parla di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Due reati che per esistere richiedono una prova rigorosa della volontà dolosa di manipolare il mercato o di nascondere informazioni alle autorità. Non basta che ci siano stati contatti, non basta che ci sia stata una visione condivisa tra soci, non basta che l’operazione sia stata preparata con attenzione. Serve provare l’occultamento consapevole. Serve un documento, una mail, una conversazione che dimostri che BCE, BI o Consob siano state scientemente ingannate. Ad oggi non esiste nulla di tutto questo. E questo è un fatto, non un’opinione politica.</p>
<p>Tutte le comunicazioni obbligatorie sono state effettuate. Gli organi di vigilanza erano consapevoli della trasformazione in corso. Nei dossier dell’Ops non c’è nulla che assomigli a una trama clandestina. La Procura, invece di attenersi ai requisiti della fattispecie, sta leggendo ciò che è fisiologico come se fosse patologico. Sta interpretando la normale preparazione di un’operazione industriale come un movimento occulto. Sta confondendo la strategia con il dolo. È un errore metodologico prima ancora che giuridico.</p>
<p>Per capire il quadro bisogna inserire un fattore che nessuno vuole ammettere: MPS non è una banca neutra. È una banca politica. È stata salvata dallo Stato, commissariata, ricapitalizzata, protetta e lentamente riportata alla normalità. Porta sulle spalle il peso del referendum del 2016, dei dirigismi senesi, del decennio più imbarazzante della storia bancaria italiana. Che il Governo non abbia attivato la golden power non è una svista. È il risultato di una valutazione politica e strutturale. MPS è ancora percepita come un’emanazione dello Stato. Bloccarla avrebbe significato contraddire il percorso di uscita dal perimetro pubblico costruito dal 2017 a oggi.</p>
<p>Poi, se vogliamo parlare di Golden Power, possiamo dire senza esitazioni che il governo l’ha applicata in maniera arbitraria. Possiamo rimproverare che, mentre su Unicredit è intervenuto in modo rigido, su Iveco non l’ha neanche sfiorata. E questo non è un dettaglio: dimostra che le scelte non seguono una logica industriale coerente, ma sembrano dettate da centri di interesse.</p>
<p>Non si tratta di divieti o blocchi. Il problema è il metodo: davanti a operazioni complesse e di respiro sistemico, lo Stato dovrebbe essere chiaro, prevedibile, leggibile dagli investitori. Invece la Golden Power si accende e si spegne senza criterio, mandando segnali confusi e indebolendo la credibilità dello Stato come attore strategico.</p>
<p>E a dimostrazione che non c’era nessuna emergenza strategica basti un fatto: i soci di Mediobanca, gli unici titolati a decidere, hanno valutato bene il da farsi e hanno scelto autonomamente come reagire all’operazione. Non serviva certo un intervento pubblico per spiegare a un azionariato sofisticato come tutelare i propri interessi.</p>
<p>Invece di leggere la realtà, il dibattito si è perso nel sospetto. E la Procura ha finito per alimentare una narrazione tossica, dove ogni mossa viene vista come un abuso. È la stessa cultura che da anni ci condanna al nanismo economico. L’Italia continua a ragionare come una domenica pomeriggio paesana. Una comunità chiusa, diffidente, che guarda con sospetto chiunque osi alzare la testa. È un atteggiamento che nella vita sociale può persino avere una sua poesia, ma nel mercato finanziario è letale. Le economie moderne vivono di aggregazioni, di fusioni, di riassetti. Vivono di velocità, non di processi inquisitori.</p>
<p>L’operazione MPS–Mediobanca appartiene alla fisiologia dei mercati maturi. È aggressiva, certo, ma non clandestina. È ambiziosa, ma non criminale. È industrialmente logica, perché ricompone un sistema bancario italiano che ha bisogno disperato di scale più grandi e di strutture ibride tra credito commerciale e merchant banking. Il Paese però continua a trattare ogni innovazione come una minaccia. E continua a delegare alla magistratura ciò che dovrebbe essere governato da politica industriale, vigilanza tecnica e capacità manageriale.</p>
<p>La Procura ha il diritto di indagare. Ma l’errore è trasformare un’operazione legittima in un teorema penalistico. È l’ennesima prova che l’Italia non sa più distinguere il rischio dai reati, il mercato dal complotto, la strategia dall’occultamento. Se continuiamo così, l’unica cosa che riusciremo a proteggere è il nostro provincialismo. Non le nostre banche. Non i nostri investitori. Non la nostra credibilità internazionale.</p>
<p>Questa operazione non era opaca. Non era impropria. Non era eversiva. Era un passo avanti possibile, forse necessario. E il vero scandalo non è ciò che è stato fatto, ma ciò che il Paese non riesce ancora a fare: guardare una grande operazione per ciò che è, invece che per ciò che le nostre paure ci fanno immaginare.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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		<title>La distruzione che crea: Aghion, Mamdani e il cuore inquieto del nuovo capitalismo</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-distruzione-che-crea-aghion-mamdani-e-il-cuore-inquieto-del-nuovo-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 10:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Aghion]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
		<category><![CDATA[Zohran Mamdani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un filo che unisce l’aula di Stoccolma e le strade di New York. Da un lato, Philippe Aghion, l’economista che ha ricevuto il Nobel per aver spiegato come la crescita nasca dal conflitto, non dall’armonia. Dall’altro, Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di una città che è da sempre un laboratorio del capitalismo mondiale. Due [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un filo che unisce l’aula di Stoccolma e le strade di New York.<br />
Da un lato, Philippe Aghion, l’economista che ha ricevuto il Nobel per aver spiegato come la crescita nasca dal conflitto, non dall’armonia. Dall’altro, Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di una città che è da sempre un laboratorio del capitalismo mondiale. Due mondi lontani che raccontano la stessa storia: quella di un sistema che sopravvive solo distruggendo se stesso, rigenerandosi a ogni collasso.</p>
<p>Negli anni Novanta, quando il mondo credeva ancora nella pace perpetua dei mercati, Aghion elaborava la teoria che avrebbe cambiato il modo di leggere la crescita economica. Insieme a Peter Howitt costruiva il modello della “crescita endogena schumpeteriana”, dove il progresso non è un dono esterno ma una spinta interna del sistema, generata da innovazione, concorrenza e rischio.<br />
È la distruzione creatrice di Schumpeter resa scienza: un meccanismo in cui ogni nuova idea cancella quella precedente, in cui l’equilibrio è un miraggio e la sopravvivenza passa per la capacità di cambiare forma.</p>
<p>Aghion non parla solo di numeri, ma di civiltà. La sua teoria è un racconto sul destino dell’Occidente: crescere significa accettare di perdere qualcosa, di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo. La modernità, nella sua visione, non è un pranzo di gala: è un terremoto che si ripete, un ciclo di rinascite e fallimenti.<br />
E in questo, New York è il suo specchio più fedele.</p>
<p>Da sempre la città vive come l’economia di Aghion: nella frizione costante tra creazione e rovina. Ogni epoca ha la sua skyline, ogni generazione la sua Manhattan. Quando Mamdani conquista il municipio, porta con sé l’eco di quella teoria. Non è un tecnocrate, ma un politico che ha capito che il potere non si eredita, si reinventa.<br />
La sua vittoria non è solo una svolta progressista: è un atto di distruzione creatrice nel senso più pieno. Spezza il vecchio equilibrio, ribalta le rendite politiche, apre il gioco a nuovi attori.</p>
<p>New York cambia ogni volta che qualcuno osa toccarla.<br />
Le amministrazioni passano come cicli economici, ognuna promettendo stabilità e finendo per alimentare il caos vitale che tiene in piedi la città. Mamdani governa un organismo che non smette di rigenerarsi, un sistema in cui la disuguaglianza è strutturale e la competizione culturale, finanziaria e sociale è l’unica forma di movimento.<br />
Eppure, come Aghion insegnava, l’innovazione senza inclusione è sterile. La crescita ha senso solo se riesce a trasformarsi in opportunità diffusa.</p>
<p>Ma forse il punto più radicale del pensiero di Aghion, e il più attuale per chi governa oggi, è che la distruzione creatrice non è solo un fatto economico, ma un fatto antropologico. È la forma che prende l’adattamento umano nell’era della complessità: il modo in cui una società prova a restare viva dentro un sistema che cambia più in fretta della sua cultura. In fondo, ciò che chiamiamo innovazione non è altro che la nostra lotta contro l’entropia.<br />
Chi governa, in questo contesto, non può più affidarsi solo al buon senso o all’intuito politico. Servono teorie, serve una comprensione profonda dei meccanismi economici che regolano il cambiamento. Perché, come dimostra Aghion, anche le decisioni più pragmatiche hanno radici teoriche, e ignorarle significa governare a occhi chiusi.</p>
<p>Bloomberg, da questo punto di vista, fu l’eccezione che conferma la regola: un amministratore che portò nel municipio la razionalità dei mercati. Usò i dati come altri usano le ideologie, trasformò la gestione urbana in un laboratorio di efficienza e pianificazione. Non tutto funzionò, ma la sua intuizione rimane cruciale: senza una visione economica, la politica diventa solo manutenzione dell’esistente. Mamdani sembra partire proprio da lì, provando a rimettere insieme il rigore del calcolo con la spinta del cambiamento sociale.<br />
In questo senso, non amministra una città: orchestra una transizione evolutiva, tentando di dare un ordine politico al disordine creativo che tiene in piedi New York.</p>
<p>E poi c’è un aspetto più oscuro, quello che Aghion lascia tra le righe: la distruzione creatrice non è un processo incruento.<br />
Ogni innovazione genera perdenti. Ogni rinascita ha un costo umano.<br />
New York lo sa. I suoi cicli di prosperità sono sempre stati accompagnati da ondate di espulsione, gentrificazione, fallimenti. La città vive sul bordo del sistema, alimentata da una continua selezione naturale. È la sua forza e la sua condanna.</p>
<p>Forse, allora, il vero significato del Nobel ad Aghion sta nel ricordarci che il capitalismo non è mai davvero in equilibrio, e che ogni tentativo di stabilizzarlo è illusione.<br />
L’unica vera costante è il cambiamento.<br />
E in questo, Mamdani e Aghion parlano la stessa lingua: quella del rischio.<br />
Uno lo teorizza, l’altro lo governa. Entrambi sanno che fermare la trasformazione equivale a morire.</p>
<p>New York non ha paura di cambiare perché ha imparato che solo cambiando resta viva.<br />
Aghion lo ha scritto con la precisione dell’economista, Mamdani lo sta vivendo con la fragilità del politico.<br />
E in mezzo, tra la teoria e la città, resta la stessa verità inquieta:il futuro non si costruisce, si distrugge e si ricrea, ogni volta da capo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-distruzione-che-crea-aghion-mamdani-e-il-cuore-inquieto-del-nuovo-capitalismo/">La distruzione che crea: Aghion, Mamdani e il cuore inquieto del nuovo capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/giustizia-e-capitalela-separazione-come-fondamento-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 22:14:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<category><![CDATA[separazione delle carriere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. La giustizia non è solo un insieme di norme o di procedure; è una componente del capitale istituzionale, la forma concreta della fiducia. Un sistema giuridico efficiente riduce il rischio, abbassa i costi di transazione, attrae investimenti, incentiva l’innovazione. Quando invece la giustizia è lenta, ambigua o autoreferenziale, diventa una tassa occulta sul capitale produttivo. Le imprese non innovano, gli investitori non rischiano, il credito si contrae. Il risultato non è solo stagnazione economica, ma una forma più profonda di paralisi: quella che erode la fiducia nei meccanismi stessi della crescita. La separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica non è una questione corporativa o di potere, ma una riforma di ingegneria istituzionale. Serve a eliminare ambiguità, conflitti d’interesse e zone grigie che, in ogni sistema complesso, si traducono in inefficienza. È lo stesso principio economico che regola la separazione tra politica monetaria e politica fiscale, tra auditing e management, tra chi prende rischio e chi lo regola. Le economie più solide non sono quelle dove i poteri collaborano di più, ma quelle dove i poteri si controllano meglio. Nessuno può essere al tempo stesso arbitro e giocatore. Le opposizioni hanno ragione a leggerla come un fatto politico; la maggioranza ha ragione a rivendicarne il valore simbolico. Ma la vera posta in gioco è più profonda: la credibilità istituzionale come capitale nazionale. La fiducia non è un sentimento, è un asset. E nel mondo globale, la fiducia ha un tasso di rendimento misurabile: nei tassi d’interesse, nei flussi di capitale, nella propensione al rischio degli operatori economici. Dove la giustizia è prevedibile, i mercati scontano meno rischio; dove è arbitraria, il capitale pretende una rendita di sicurezza. È in questo senso che la giustizia è già economia. Le civiltà non crollano quando finiscono le risorse, ma quando si consuma la fiducia nei meccanismi che le distribuiscono. Roma non è caduta per mancanza d’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. È lo stesso limite che oggi attraversa le democrazie mature: la difficoltà di garantire che la legge resti più credibile del potere. Nell’epoca in cui la blockchain promette di rendere la fiducia automatica, la giustizia è l’ultima architettura umana che difende l’idea di equità come scelta, non come algoritmo. Separare le carriere, in fondo, significa proteggere questa possibilità: che la fiducia resti umana, e quindi reale. Ogni volta che il sistema giudiziario perde credibilità, il Paese paga un differenziale di sfiducia, come uno spread istituzionale. Un giudice che non decide o un processo che dura vent’anni non danneggiano solo l’imputato o la vittima: danneggiano il valore del tempo in un’economia. E il tempo, oggi, è la moneta più preziosa. Il tempo di una decisione giusta è il tempo della crescita. La politica deve giocare il proprio gioco, perché ogni riforma passa per il consenso e ogni consenso per il conflitto.<br />
Ma la posta in gioco, questa volta, è più alta della politica. Riguarda la capacità del Paese di allinearsi ai principi che regolano il mondo: chiarezza dei ruoli, responsabilità individuale, trasparenza dei processi. Le grandi economie non funzionano perché sono più morali, ma perché hanno istituzioni che trasformano la fiducia in produttività. E questo è, in fondo, ciò che la separazione delle carriere promette: restituire alla giustizia la sua funzione economica, quella di rendere prevedibile l’imprevedibile. La riforma non risolverà tutto, ma può essere un punto di discontinuità. Un segnale al mondo che l’Italia non accetta più di vivere nel limbo dell’ambiguità, dove la giustizia non giudica e il capitale non investe. In un’epoca in cui la competizione tra Stati è competizione di fiducia, la giustizia non è un valore astratto: è un’infrastruttura della crescita. E come ogni infrastruttura, va progettata con ingegneria, non con ideologia. La politica può permettersi di essere<br />
partigiana. L’economia, no. Perché i mercati non votano: misurano. E ciò che oggi misurano, silenziosamente, è se il Paese ha ancora la forza di distinguere i ruoli, e quindi di meritare fiducia.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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		<title>Il silenzio dopo la tempesta, il vuoto che negli anni ha portato il capitalismo a vincere</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/il-silenzio-dopo-la-tempesta-il-vuoto-che-negli-anni-ha-portato-il-capitalismo-a-vincere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 07:49:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[sistema economico]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo attraversato la pandemia, ma non abbiamo imparato nulla. La politica è diventata un algoritmo che cerca consenso, mentre il mercato &#8211; cinico ma coerente &#8211; continua a scrivere la trama del mondo. C’è stato un momento, tra il marzo e l’aprile del 2020, in cui il mondo si è fermato. Le strade vuote, le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo attraversato la pandemia, ma non abbiamo imparato nulla. La politica è diventata un algoritmo che cerca consenso, mentre il mercato &#8211; cinico ma coerente &#8211; continua a scrivere la trama del mondo.</p>
<p>C’è stato un momento, tra il marzo e l’aprile del 2020, in cui il mondo si è fermato. Le strade vuote, le città immobili, il silenzio al posto del traffico. Per un istante, abbiamo creduto che la Storia ci stesse offrendo una seconda possibilità. Parlava di “nuova umanità”, di “solidarietà ritrovata”, di “ripartenza consapevole”. È durata meno di una connessione su Zoom.</p>
<p>Forse non era la storia giusta, quella che sognavamo di scrivere. Ma era comunque una storia da cui avremmo potuto imparare qualcosa.</p>
<p>Cinque anni dopo, i numeri raccontano un’altra verità. Il debito pubblico globale è cresciuto del 40%, le emissioni di CO₂ hanno superato i livelli del 2019 già nel 2022, e l’1% più ricco del pianeta controlla oggi il 45% della ricchezza mondiale. Le Borse, intanto, continuano a toccare nuovi record. È la prova che abbiamo imparato tutto, tranne la lezione.</p>
<p>La pandemia doveva insegnarci fragilità. Ci ha addestrati, invece, all’oblio. Abbiamo ripreso a correre come prima, forse più di prima, ma senza una meta. Il treno dell’economia globale è tornato a sfrecciare, solo che ora sembra senza macchinista.</p>
<p>Politica: il fantasma dell’agire</p>
<p>Un tempo era la politica a guidare i processi, a fissare gli orizzonti. Oggi è ridotta a un servizio clienti del sistema economico: gestisce emergenze, commenta le decisioni altrui, rincorre i sondaggi.<br />
Quando le Borse scendono, i governi tremano. Quando le piattaforme tech spostano capitali più grandi del PIL di molti Stati, i ministri cercano rifugio nei social network.</p>
<p>In Europa, i veri arbitri del gioco sono i rating e le banche centrali. Negli Stati Uniti, le campagne elettorali costano miliardi e sono finanziate dalle stesse corporation che dovrebbero essere regolate. La politica non decide più: reagisce. E la reazione, per definizione, arriva sempre in ritardo.</p>
<p>Il mercato, almeno, non mente</p>
<p>Non è un complimento, è una constatazione. Il mercato ha un solo obiettivo: il profitto. È brutale, ma coerente. È spietato, ma razionale.<br />
La politica, invece, che cosa insegue davvero? La crescita? Non sa come generarla. L’equità? Non sa misurarla. Il consenso? Forse sì, ed è proprio questo il problema.<br />
Oggi la sopravvivenza elettorale è l’unico progetto di lungo periodo che la politica conosca. È diventata gestione dell’immediato, un eterno presente senza direzione.</p>
<p>E allora, la domanda è scomoda ma inevitabile: se il mercato è almeno un sistema coerente di incentivi, e la politica non lo è più, chi dei due ha davvero torto?<br />
Forse il capitalismo ha vinto non per forza, ma per vuoto. Non perché sia giusto, ma perché è rimasto l’unico linguaggio che ancora capiamo: quello del rendimento.</p>
<p>La resa del pensiero pubblico</p>
<p>Durante la pandemia abbiamo affidato alla politica il compito più alto, proteggerci. Ma il potere reale si è spostato altrove: nei dati, nelle piattaforme, nei fondi che investono dove gli Stati non arrivano più.<br />
La politica si è trasformata in storytelling, in intrattenimento civile.<br />
Il mercato, invece, non racconta: calcola. E vince.</p>
<p>Non so se sia un bene o un male. Forse è solo inevitabile.<br />
Abbiamo attraversato la tempesta e ne siamo usciti come prima, solo più stanchi e più dipendenti dai numeri.<br />
La verità è che il mondo non è guarito: ha solo imparato a convivere meglio con la propria malattia.</p>
<p>Una via d’uscita (forse)</p>
<p>Ogni malattia, anche quella del mondo, comincia a guarire quando smettiamo di negarla.<br />
Il capitalismo globale, la politica impotente, la società distratta: non sono entità esterne, ma il riflesso di ciò che siamo diventati.<br />
La cura non verrà dall’alto, non da un governo, né da una banca centrale, né da un algoritmo che promette efficienza.</p>
<p>La cura, se esiste, è nella micro-politica del quotidiano: nell’economia reale che torna a produrre valore, non solo denaro; nelle comunità che scelgono di cooperare invece di competere; nel ricominciare a parlare di giustizia come di una parola viva, non di un hashtag.</p>
<p>Forse serve un’economia della misura, una politica che torni a dire “non tutto è mercato”, un’educazione che ci renda meno influencer e più cittadini.</p>
<p>Non cambieremo il mondo con un decreto né con un tweet, ma possiamo cambiare il modo in cui lo abitiamo. È poco, sì, ma è già un inizio.</p>
<p>Ogni organismo intelligente sa che la febbre non è solo un sintomo: è anche una difesa.<br />
Forse questo tempo di confusione è la nostra febbre, il corpo del pianeta che cerca di curarsi da solo, mentre noi lo scambiamo per rumore.</p>
<p>Guarire non significa tornare come prima, ma riscrivere il patto: tra capitale e lavoro, individuo e comunità, tecnologia e libertà.<br />
La ricchezza, senza dignità, è un deserto. Il futuro non va previsto: va progettato.</p>
<p>Frans de Waal (etologo e primatologo olandese, ha dedicato la vita a mostrare quanto l’empatia e la cooperazione siano radici profonde della natura animale e umana) ci ha insegnato che la cooperazione non è un lusso morale, ma una condizione naturale.<br />
Le sue osservazioni sui bonobo e sugli scimpanzé mostrano che l’empatia precede la legge: prima di sapere cosa sia “giusto”, gli esseri sociali sentono il bisogno di equilibrio e reciprocità.<br />
L’uomo, come diceva de Waal, è “moralmente inclinato”: dimenticarlo è l’origine di ogni cinismo economico.</p>
<p>Una società liberale degna deve ripartire da qui: dalla fiducia nella capacità dell’individuo di scegliere il bene non per imposizione, ma per convinzione.<br />
Serve un’economia che premi l’iniziativa senza esaltare la predazione; un mercato regolato non dal sospetto, ma dalla trasparenza; una politica che crei le condizioni perché talento e responsabilità possano emergere.</p>
<p>La libertà, se vuole sopravvivere, deve riconoscere il suo fondamento morale: nessuno prospera da solo.<br />
Come nelle colonie di primati studiate da de Waal, anche le società umane più efficienti sono quelle in cui la competizione è temperata dalla cura, e il successo individuale rafforza, invece di indebolire, il gruppo.</p>
<p>Guarire, allora, significa rimettere in equilibrio libertà ed empatia: una libertà che crea, non che consuma; un mercato che unisce, non che scarta; una politica che ispira fiducia, non che la compra.</p>
<p>Il futuro non sarà scritto da chi grida più forte, ma da chi saprà riconoscere l’altro come parte della propria stessa sopravvivenza.<br />
Perché, come ricorda de Waal, “la moralità non è un’invenzione umana: è la nostra eredità evolutiva”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
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		<title>L’Italia tra vincoli e opportunità: un imperativo di crescita strutturale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/litalia-tra-vincoli-e-opportunita-un-imperativo-di-crescita-strutturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 09:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[legge di bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un momento in cui i mercati guardano con sospetto ogni rallentamento dell’economia, l’Italia si trova di fronte a sfide che non sono solo temporanee, ma strutturali. È necessario che la politica economica – oggi più che mai – guardi al lungo periodo, mettendo al centro la crescita e il lavoro. ⸻ Disoccupazione: il “6 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un momento in cui i mercati guardano con sospetto ogni rallentamento dell’economia, l’Italia si trova di fronte a sfide che non sono solo temporanee, ma strutturali. È necessario che la politica economica – oggi più che mai – guardi al lungo periodo, mettendo al centro la crescita e il lavoro.</p>
<p>⸻</p>
<p>Disoccupazione: il “6 % fisiologico” non è più sostenibile</p>
<p>Negli anni scolastici universitari, nel dibattito accademico si citava un tasso di disoccupazione del 6 % come livello “fisiologico”, ispirandosi spesso all’esperienza statunitense. Tuttavia, per l’Italia di oggi un 6 % non è affatto fisiologico: è già un segnale di allarme.</p>
<p>Secondo i dati provvisori dell’ISTAT, ad aprile 2025 il tasso di disoccupazione è sceso al 5,9 % (–0,2 punti rispetto al periodo precedente) e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è attestato al 19,2 % (–1,2 punti) .<br />
Nel secondo trimestre 2025, il tasso di disoccupazione resta stabile al 6,3 %, con un tasso di attività (persone in cerca + occupati) del 33,0 % .</p>
<p>Questi dati mostrano una leggera tendenza al miglioramento, ma non trasformano la situazione: restano zone di fragilità, specialmente quanto a disoccupazione giovanile e aree geografiche con livelli di disoccupazione strutturalmente più alti.</p>
<p>Il tema demografico aggrava il problema: la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è in riduzione — nel decennio 2013-2023 si è ridotta di circa 1,6 milioni di unità — con conseguenze sulla capacità del mercato del lavoro di “rigenerarsi” .</p>
<p>In questo contesto, portare il tasso di disoccupazione a livelli molto bassi non è soltanto un esercizio retorico: è un’urgenza. Senza un mercato del lavoro pienamente dinamico, l’Italia rischia di restare intrappolata in una stagnazione di basso livello.</p>
<p>⸻</p>
<p>Crescita e debito: vincoli incalzanti</p>
<p>Gli ultimi anni hanno mostrato una crescita tenue. Il PIL italiano in volume è cresciuto dello 0,7 % nel 2024, lo stesso incremento registrato nel 2023 .<br />
Secondo i dati di finanza pubblica, il deficit pubblico è passato dal valore drammatico del 9,4 % del PIL nel 2020 al 3,4 % nel 2024 . Nel Documento di Economia e Finanza (DEF) di aprile 2025 si prevede che già nel 2026 il deficit scenda sotto la soglia del 3 % stabilita dal Patto di Stabilità europeo .</p>
<p>Sul fronte del debito pubblico, la dimensione del vincolo è ben nota. A fine 2024 il debito delle Amministrazioni Pubbliche italiane era pari a 3 miliardi di euro, con un rapporto debito/PIL che nel 2024 è stato stimato attorno al 135,3 %.<br />
Nel primo trimestre del 2025 il rapporto è salito fino al 137,9 % del PIL, segnalando una dinamica che non può essere ignorata.</p>
<p>La prospettiva è chiara: se la crescita non si rafforza, il rapporto debito/PIL continuerà a peggiorare, aumentando il peso degli interessi e comprimendo lo spazio di manovra del bilancio pubblico.</p>
<p>⸻</p>
<p>Manovra economica: tra tecnicismi e visione politica</p>
<p>La manovra presentata dal Governo Meloni è essenzialmente una manovra tecnica, orientata al consolidamento fiscale piuttosto che alla redistribuzione politica o elettorale. In questo senso, l’obiettivo non è massimizzare il consenso nell’immediato, ma dare stabilità ai conti nel medio termine.<br />
Il dossier banche rappresenta, infatti, uno dei maggiori nodi: serve uno sforzo di equilibrio tra risanamento, tutela del risparmio e gestione dei crediti deteriorati.</p>
<p>La speranza implicita sembra essere che, nei prossimi anni, questa stessa stabilità politica – basata su una prospettiva sovrapponibile alla durata di una legislatura – possa dare il tempo necessario per realizzare riforme strutturali che promuovano crescita, produttività e occupazione.</p>
<p>⸻</p>
<p>Il risveglio dello Stato sociale e la centralità del welfare reale</p>
<p>Se il Covid ha sancito un parziale ritorno dell’economia keynesiana — cioè del ruolo attivo dello Stato come stabilizzatore — l’esperienza post-pandemica ha rafforzato una consapevolezza: non possiamo fare a meno del welfare reale.</p>
<p>In Italia, la sanità pubblica è il pilastro più concreto del welfare. Senza un sistema sanitario forte, non c’è protezione sociale credibile. Ma esiste anche un welfare “invisibile”, incarnato soprattutto dalle donne: la cura della famiglia, il supporto generazionale, la gestione quotidiana. Quel doppio ruolo di lavoratrici e custodi dei legami sociali è una risorsa del Paese — spesso negletta nei piani economici.</p>
<p>⸻</p>
<p>Politica e orizzonte temporale: oltre l’“hype” delle urne</p>
<p>La vera sfida è culturale. Troppe volte la politica è pensata a scadenza elettorale: proclami, slogan, visibilità. Ma l’Italia oggi ha bisogno di visione a 10-15 anni, non di promesse per i prossimi mesi.</p>
<p>Un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile alto, con un debito/PIL nell’ordine di quasi 140 %, con una crescita sotto l’1 % non può permettersi il lusso della tattica a breve.<br />
Serve un patto sociale che metta al centro lavoro, infrastrutture (materiali e immateriali), istruzione e parità di genere. Solamente così potremo davvero dare concretezza all’idea che “non guardo quest’anno, ma l’Italia dei prossimi decenni”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/litalia-tra-vincoli-e-opportunita-un-imperativo-di-crescita-strutturale/">L’Italia tra vincoli e opportunità: un imperativo di crescita strutturale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’esperimento di Javier Milei ad un bivio. Un futuro pieno di incognite</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lesperimento-di-javier-milei-ad-un-bivio-un-futuro-pieno-di-incognite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2025 04:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[enea franza]]></category>
		<category><![CDATA[javier milei]]></category>
		<category><![CDATA[prestiti economici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’esperimento di Javier Milei, il presidente ultraliberista dell’Argentina eletto alla fine del 2023, sta affrontando la sua prima vera crisi, che non è solo economica ma anche politica e istituzionale. Le promesse iniziali di “shock terapeutico” per risanare un’economia storicamente instabile si stanno scontrando con la realtà di una società che si è ritrovata impoverita, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’esperimento di Javier Milei, il presidente ultraliberista dell’Argentina eletto alla fine del 2023, sta affrontando la sua prima vera crisi, che non è solo economica ma anche politica e istituzionale. Le promesse iniziali di “shock terapeutico” per risanare un’economia storicamente instabile si stanno scontrando con la realtà di una società che si è ritrovata impoverita, di un sistema politico frammentato e soprattutto con i mercati che iniziano a dubitare seriamente della sostenibilità del progetto.</p>
<p>Dopo quasi due anni di governo, e un’iniziale luna di miele con gli investitori internazionali, il clima sembra cambiare. La situazione si è aggravata notevolmente dopo la sconfitta elettorale subita dal partito di Milei nelle elezioni provinciali nella Provincia di Buenos Aires, dove il candidato del peronismo ha vinto con ampio margine (47,3% contro circa il 33% di La Libertad Avanza). Questa provincia rappresenta quasi il 40% dell’elettorato nazionale ed è considerata un termometro della politica argentina: una perdita in questa regione viene letta come una bocciatura della linea economica del governo da parte della popolazione.</p>
<p>La reazione dei mercati è stata immediata: il peso ha perso oltre il 5% in un solo giorno, l’indice Merval, l&#8217;indice principale della borsa argentina, ha subito un crollo superiore al 13% e i titoli di stato denominati in dollari hanno registrato perdite significative, con i rendimenti in forte aumento. Gli investitori hanno iniziato a disinvestire in massa dai titoli argentini, mentre la domanda di dollari è aumentata drasticamente, costringendo la Banca centrale argentina (BCRA) a intervenire. Solo nella giornata del 19 settembre, l’istituto ha bruciato svariati milioni di dollari (si ritiene circa 379, ma alcuni si spingono fino ad oltre 600) delle sue riserve per difendere il peso: si tratta del livello più alto di intervento in un solo giorno dal 2019. Le riserve lorde si aggirano intorno ai 39 miliardi di dollari, ma le riserve nette — cioè, quelle effettivamente disponibili per sostenere la valuta — sono molto più basse: secondo diversi analisti, attualmente sarebbero addirittura in territorio negativo. L’Argentina si troverebbe quindi a corto di munizioni per difendere la propria moneta.</p>
<p>Questa emergenza ha spinto il governo a rivolgersi agli Stati Uniti per un sostegno straordinario. Secondo fonti autorevoli tra cui <em>Reuters</em>, <em>Financial Times</em> e <em>Bloomberg</em>, il Tesoro americano starebbe negoziando con l’Argentina un pacchetto di assistenza finanziaria da circa 20 miliardi di dollari, utilizzando lo strumento dell’Exchange Stabilization Fund. Questo fondo, gestito dal Tesoro USA, serve per interventi straordinari di stabilizzazione valutaria e potrebbe essere usato per fornire liquidità diretta al BCRA, acquistare titoli argentini denominati in dollari e fornire una linea di swap temporanea in dollari per aiutare il paese a gestire l’attuale crisi di liquidità. Tuttavia, si tratta di una misura temporanea e altamente condizionata: Washington, infatti, pone requisiti stringenti in termini di trasparenza, coerenza del programma macroeconomico e continuità delle riforme.</p>
<p>Il pacchetto USA si andrebbe ad aggiungere al già esistente programma con il Fondo Monetario Internazionale, che prevede un totale di 20 miliardi di dollari fino al 2026. Il FMI ha da poco rivisto al ribasso gli obiettivi di riserve nette richiesti all’Argentina, ammettendo implicitamente che il paese non è in grado di rispettare i parametri originari. Anche questo rappresenta un segnale preoccupante per gli investitori. La Banca Mondiale, la Banca Interamericana di Sviluppo e la CAF (Corporación Andina de Fomento) stanno anch’esse valutando prestiti e linee di credito straordinarie, ma i tempi sono lunghi e la pressione dei mercati è immediata.</p>
<p>Per cercare di ottenere afflussi rapidi di valuta estera, il governo ha anche temporaneamente sospeso le tasse sulle esportazioni di prodotti agricoli strategici, come grano, soia e carne bovina, nella speranza di ottenere circa sette miliardi di dollari in entrate fresche da parte degli esportatori. Tuttavia, la misura ha avuto effetti limitati, è durata pochi giorni e c’è chi sostiene che sta mettendo in dubbio il consenso nel settore rurale, che potrebbe sentirsi tradito quando per l’annuncio della reintroduzione dei dazi.</p>
<p>Politicamente, la sconfitta elettorale nella Provincia di Buenos Aires è un colpo durissimo: Milei non dispone di una maggioranza solida al Congresso e fatica a ottenere il sostegno dei governatori provinciali, molti dei quali sono contrari al suo piano di smantellamento dello stato e dei sussidi. I principali pacchetti legislativi, come quello sulla riforma del lavoro, la deregolamentazione del mercato interno e la liberalizzazione del sistema sanitario e scolastico, sono bloccati o fortemente ridimensionati. Inoltre, crescono le proteste sociali: i tagli alla spesa pubblica hanno colpito trasporti, energia, pensioni, università e sanità.</p>
<p>L’inflazione, pur in leggera discesa rispetto ai picchi del 2023, resta superiore al 120% su base annua e i salari reali continuano a perdere potere d’acquisto. La disoccupazione è in aumento e una percentuale ancora molto consistente della popolazione continua a vivere sotto la soglia di povertà. Milei sostene che il suo piano economico sta funzionando e che è necessario “resistere ancora pochi mesi” per vedere i risultati strutturali. Ma molti economisti avvertono che, senza un’iniezione rapida di fiducia e liquidità, l’intero impianto può crollare. La possibilità di un default tecnico non è esclusa: il debito estero argentino, già ristrutturato più volte negli ultimi vent’anni, oggi è considerato ad alto rischio e i rendimenti dei bond a 10 anni mantengono rendimenti a due cifre segnale che i mercati stanno  temendo un eventuale fallimento.</p>
<p>A peggiorare le cose, si aggiunge una crescente polarizzazione politica: mentre una parte della popolazione sostiene Milei come unico leader in grado di rompere con il passato fallimentare del peronismo, un’altra parte lo accusa di affamare il popolo e svendere il paese agli interessi stranieri. La tenuta sociale è fragile, e le tensioni potrebbero esplodere già questo autunno, quando entreranno in vigore nuovi aumenti delle tariffe energetiche e si concluderà la moratoria sui mutui indicizzati.</p>
<p>L’esperimento “Milei” sembra essere dunque ad un bivio critico: senza l’immediato sostegno degli Stati Uniti e degli organismi internazionali, l’Argentina rischia una crisi valutaria e finanziaria simile a quella del 2001. Le riserve sono insufficienti, la fiducia degli investitori è ai minimi, le tensioni politiche crescono e la popolazione è stremata da anni di recessione e inflazione. L’unica ancora di salvezza potrebbe essere una linea di credito esterna rapida e robusta, ma gli analisti concordano che anche questa, da sola, non sarà sufficiente se il paese non riuscirà a stabilizzare il quadro politico e ristabilire un minimo di consenso sociale. Milei, nel suo discorso più recente, ha affermato che “chi abbandona adesso l’aggiustamento è un codardo”, ma il rischio concreto è che, prima ancora di completare il suo piano, sia costretto ad un compromesso o, peggio, a un passo indietro.</p>
<p>Il futuro dell’Argentina resta dunque incerto, sospeso tra una terapia d’urto che sembra lenta a dare i risultati sperati e una società sempre più inquieta e sottoposta alle pressioni dell’opposizione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lesperimento-di-javier-milei-ad-un-bivio-un-futuro-pieno-di-incognite/">L’esperimento di Javier Milei ad un bivio. Un futuro pieno di incognite</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Dazi e crescita mondiale. Alcune osservazione dal rapporto Ocse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Sep 2025 21:58:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/dazi-e-crescita-mondiale-alcune-osservazione-dal-rapporto-ocse/">Dazi e crescita mondiale. Alcune osservazione dal rapporto Ocse</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel settembre 2025, l’OCSE ha pubblicato il suo rapporto intermedio sull’economia globale, rivedendo al rialzo le stime di crescita del PIL mondiale per l’anno in corso, portandole al 3,2%. Questo dato risulta particolarmente rilevante alla luce di un contesto globale fortemente segnato da un ritorno a politiche commerciali restrittive, in particolare da parte degli Stati Uniti, che secondo stime OCSE (e del Peterson Institute) hanno innalzato i dazi medi fino a un livello vicino al 19,5%, valore che si avvicina a quello massimo registrato nel 1933, anno della Grande Depressione e dello Smoot-Hawley Tariff Act, anche se a ben vedere, questo dato andrebbe interpretato come una media su beni strategici e non come media generale ponderata su tutte le importazioni, che resta significativamente più bassa.</p>
<p>La crescita globale si verifica quindi in uno scenario in apparenza contraddittorio: mentre il commercio internazionale si contrae e le politiche protezionistiche guadagnano spazio, l’economia mondiale mostra una sorprendente resilienza, trainata in gran parte dalla spinta di alcune economie emergenti come India, Cina e diversi paesi africani.</p>
<p>Questo fenomeno solleva interrogativi importanti: come può l’economia mondiale crescere in presenza di barriere al commercio? Quali fattori strutturali permettono questa tenuta del PIL nonostante il rallentamento degli scambi? E quali sono le implicazioni di lungo periodo di questo cambiamento di rotta?</p>
<p>Per comprendere questo scenario è necessario partire dall’analisi dei dati. Secondo l’OCSE, la crescita globale sarà del 3,2% nel 2025, leggermente inferiore al 3,3% registrato nel 2024 ma comunque superiore alle previsioni precedenti. Per il 2026 è attesa una frenata al 2,9%, segno che gli effetti delle tensioni commerciali potrebbero manifestarsi in modo più evidente con un certo ritardo. Tra le economie avanzate, gli Stati Uniti mostrano un rallentamento significativo, passando da un +2,8% nel 2024 a un +1,8% nel 2025, mentre l’Eurozona e il Giappone si mantengono su tassi di crescita modesti, rispettivamente intorno all’1,2% e allo 0,9%.</p>
<p>Le vere protagoniste della crescita sono le economie emergenti: la Cina è attesa crescere del 4,9% nel 2025, l’India supera abbondantemente il 6%, e alcuni paesi dell’Africa subsahariana si avvicinano al 5% annuo. È evidente quindi che la crescita del PIL mondiale è fortemente sbilanciata verso queste regioni, che beneficiano di dinamiche interne espansive, forti investimenti infrastrutturali e un graduale processo di industrializzazione e digitalizzazione. Tuttavia, ciò che rende questo scenario eccezionale è la coesistenza tra crescita economica e riduzione degli scambi globali.</p>
<p>Il commercio mondiale, infatti, registra una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione. Questo avviene in larga misura per via dell’adozione di politiche di rilocalizzazione produttiva: molte imprese, soprattutto nei paesi industrializzati, stanno spostando parte delle loro attività manifatturiere in aree più prossime ai mercati finali, riducendo la dipendenza da lunghe e vulnerabili catene di approvvigionamento internazionali. Questo processo, noto come <em>nearshoring</em>, ha l’effetto di ridurre i flussi commerciali transfrontalieri senza necessariamente deprimere la produzione economica complessiva. Si assiste quindi a una regionalizzazione della produzione, che comporta una minore integrazione globale ma non un calo immediato del PIL. A ciò si aggiunge il ruolo sempre più dominante dei servizi. Oggi circa il 65-70% del PIL mondiale è composto da attività del settore terziario, come finanza, assicurazioni, sanità, istruzione, tecnologia digitale e altri servizi professionali.</p>
<p>Secondo dati OCSE e World Bank aggiornati al 2024, la quota di valore aggiunto dei servizi sull’economia globale ha superato il 68%. Questi settori, a differenza della manifattura, generano valore in modo meno tangibile e meno legato al commercio internazionale tradizionale. La loro espansione riduce l&#8217;impatto delle barriere commerciali sui dati macroeconomici globali. Inoltre, molti servizi sono consumati e prodotti localmente, e non attraversano confini fisici, rendendoli meno sensibili ai dazi. Proprio per questo motivo, l’imposizione di tariffe, anche elevate, può avere un effetto limitato sulla dinamica aggregata del PIL, soprattutto nei paesi ad alto contenuto di servizi.</p>
<p>Un altro elemento da considerare è l’evoluzione delle tecnologie produttive e distributive. L’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e delle piattaforme digitali ha trasformato profondamente i modelli economici tradizionali. Le imprese sono oggi in grado di ottimizzare i processi, ridurre la dipendenza da fornitori esteri e accorciare le filiere. Questo aumenta la resilienza e può addirittura stimolare la crescita economica interna, pur a scapito del commercio globale.</p>
<p>Sul piano politico, si assiste a un ritorno dell’intervento pubblico nell’economia. Dopo decenni di globalizzazione e deregulation, la pandemia di Covid-19 ha aperto la strada a un nuovo paradigma, in cui gli Stati tornano a giocare un ruolo attivo attraverso politiche industriali, sussidi mirati, incentivi fiscali e investimenti pubblici. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno varato massicci pacchetti di spesa per promuovere la produzione interna in settori strategici come microchip, energie rinnovabili e batterie. Queste politiche, pur protezionistiche, hanno sostenuto la domanda interna e l’occupazione, limitando l’impatto negativo dei dazi sul PIL nazionale. Tuttavia, queste trasformazioni pongono nuove sfide alla capacità degli economisti di formulare previsioni affidabili.</p>
<p>L’affidabilità dei modelli economici tradizionali è messa in discussione, sia per la crescente complessità dei sistemi economici globali, sia per la mancanza di precedenti storici comparabili. Sebbene sia inesatto affermare che non esistano studi recenti sugli effetti dei dazi (ne sono stati pubblicati numerosi tra il 2018 e il 2023 a seguito della guerra commerciale USA-Cina), è vero che manca una base empirica estesa sull’impatto sistemico e globale di un ritorno generalizzato al protezionismo. Molti studi si concentrano su settori specifici o su impatti di breve periodo. Un altro aspetto sottovalutato è l’impatto differenziato che le politiche tariffarie hanno sui vari settori. Alcuni comparti, come l’industria automobilistica, l’elettronica e l’agroalimentare, sono molto più sensibili ai dazi rispetto ad altri. Di conseguenza, l’impatto macro può sembrare contenuto, ma a livello settoriale si registrano forti shock, con ristrutturazioni aziendali, perdite di competitività e rischi occupazionali. Questi effetti sono spesso “invisibili” nei dati aggregati ma si fanno sentire sul tessuto produttivo e sociale. Inoltre, nella valutazione della crescita non si può trascurare il ruolo dell’inflazione, che è tornata ad aumentare in diverse economie a causa del rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime, contribuendo a una crescita nominale del PIL che può sovrastimare la performance reale.</p>
<p>Le politiche monetarie restrittive attuate da Fed, BCE e altre banche centrali nel biennio 2023-2025 stanno gradualmente trasmettendo i loro effetti, rallentando investimenti e consumi. Anche il mercato del lavoro va considerato: sebbene il PIL cresca, in alcuni paesi si registra una stagnazione salariale o un aumento della precarietà, che può erodere la qualità della crescita. Infine, è da sottolineare che la crescita osservata non è necessariamente sostenibile dal punto di vista ambientale. La ripresa industriale in paesi emergenti ha comportato un aumento delle emissioni, mentre la transizione energetica globale procede a velocità diverse. In conclusione, il 2025 ci offre un esempio concreto di come l’economia globale stia entrando in una fase nuova e più complessa.</p>
<p>La crescita del PIL non è più necessariamente legata all’espansione del commercio mondiale, e il ritorno del protezionismo, seppur parziale, non ha ancora prodotto effetti negativi su vasta scala. Questo non significa che tali effetti non arriveranno: l’OCSE stessa avverte che l’impatto pieno dello shock tariffario potrebbe manifestarsi con un certo ritardo, soprattutto nel 2026.</p>
<p>Tutto ciò detto, possiamo comunque sostenere che le economie emergenti continuano a trainare la crescita, ma che comunque le incertezze aumentano. La frammentazione commerciale, la regionalizzazione delle catene del valore, l’asimmetria tra settori, la pressione ambientale e la ridefinizione delle politiche industriali impongono una revisione profonda dei modelli interpretativi e previsionali.</p>
<p>In questo nuovo mondo economico, non basta più osservare gli scambi commerciali per capire dove va l’economia globale: occorre leggere in controluce le trasformazioni strutturali, i segnali deboli e i cambiamenti politici che stanno ridefinendo le regole del gioco. E questo fatto probabilmente dovrebbe portare tutti a confidare meno delle proiezioni e prestare più attenzione alle tendenze di fondo, che vede l’economia mondiale muoversi verso una riallocazione dei fattori della produzione e dei capitali in aree regionali sostanzialmente autoprotette.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
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		<title>Perché le borse crescono nonostante due guerre e i dazi: una sommaria dei fattori di resilienza dei mercati finanziari</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/perche-le-borse-crescono-nonostante-due-guerre-e-i-dazi-una-sommaria-dei-fattori-di-resilienza-dei-mercati-finanziari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 14:04:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[enea franza]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel biennio 2024–2025 i principali mercati finanziari internazionali, in particolare quelli statunitensi ed europei, hanno registrato una crescita robusta, spesso controintuitiva rispetto al contesto geopolitico globale segnato da instabilità, due guerre aperte (il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente) e un ritorno al protezionismo commerciale, soprattutto nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-le-borse-crescono-nonostante-due-guerre-e-i-dazi-una-sommaria-dei-fattori-di-resilienza-dei-mercati-finanziari/">Perché le borse crescono nonostante due guerre e i dazi: una sommaria dei fattori di resilienza dei mercati finanziari</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel biennio 2024–2025 i principali mercati finanziari internazionali, in particolare quelli statunitensi ed europei, hanno registrato una crescita robusta, spesso controintuitiva rispetto al contesto geopolitico globale segnato da instabilità, due guerre aperte (il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente) e un ritorno al protezionismo commerciale, soprattutto nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina.</p>
<p>Questo fenomeno ha suscitato interrogativi legittimi tra analisti e investitori: perché le borse continuano a salire, nonostante uno scenario macroeconomico sfavorevole?</p>
<p>L’analisi più accreditata individua tre fattori principali che spiegano la resilienza dei mercati: primo, l’effetto di riconfigurazione settoriale indotto dalle guerre e dall’espansione della spesa pubblica, secondo, il ruolo predominante delle aziende tecnologiche ad alta capitalizzazione, terzo, l’orientamento accomodante delle banche centrali e una crescita reale moderata ma stabile. La convinzione secondo cui “ai mercati piace la guerra” non va intesa in senso letterale o moralistico, ma come osservazione empirica di una dinamica: storicamente, le fasi di conflitto tendono a generare iniziali ribassi azionari per effetto dello shock di incertezza, seguiti spesso da recuperi e addirittura accelerazioni degli indici azionari.</p>
<p>Questo fenomeno, noto in letteratura come “war puzzle”, è stato studiato in più cicli storici e si spiega principalmente attraverso l’incremento della spesa pubblica, in particolare nel comparto difesa, infrastrutture e sicurezza energetica. Le guerre, inoltre, creano riallocazioni settoriali: in Europa, ad esempio, il comparto industriale legato alla difesa ha tratto grande beneficio dall’aumento delle commesse pubbliche. Aziende come Rheinmetall in Germania, Leonardo in Italia e Thales in Francia hanno registrato incrementi a doppia cifra nei ricavi e nei prezzi delle azioni tra il 2023 e il 2025. Un impatto simile si è avuto nel settore energetico e delle materie prime, per effetto dell’instabilità nei flussi di approvvigionamento e della conseguente rivalutazione degli asset strategici. Questo tipo di dinamiche ha effetti tangibili sugli indici, che beneficiano della performance positiva di tali settori anche in contesti di crisi geopolitica.</p>
<p>A rafforzare ulteriormente i mercati è intervenuto, dal 2024, il dominio crescente delle aziende tecnologiche, in particolare delle cosiddette “Magnificent Seven” (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla). Questi titoli hanno rappresentato oltre il 30% della capitalizzazione dell’S&amp;P 500 a fine 2024 (Barron’s, giugno 2025), dimostrando una capacità unica di generare crescita degli utili anche in contesti macroeconomici incerti. In particolare, Nvidia ha consolidato la sua posizione di leader nella fornitura di infrastrutture per l’intelligenza artificiale, spinta dalla crescente adozione dell’IA generativa nei settori industriale, sanitario e militare. Il ruolo delle big tech è stato così centrale che, nel 2024, l’indice S&amp;P 500 “equal-weighted” (in cui ogni titolo ha lo stesso peso) ha sottoperformato rispetto alla versione market-cap-weighted, confermando la concentrazione dei rendimenti su pochi titoli. Questo fenomeno non è limitato agli Stati Uniti: anche in Europa aziende come ASML, STMicroelectronics e Infineon hanno beneficiato della domanda crescente di semiconduttori e delle politiche industriali europee per l’autonomia tecnologica. L’ottimismo dei mercati verso questi settori ha compensato in parte le incertezze derivanti dalle tensioni commerciali e dall’instabilità politica.</p>
<p>Il terzo pilastro della resilienza dei mercati è stato rappresentato dall’evoluzione della politica monetaria e dalla tenuta dell’economia reale. Dopo una fase di politiche restrittive nel 2022–2023 per contrastare l’inflazione post-pandemica e post-energetica, le banche centrali hanno iniziato un ciclo di allentamento monetario, favorito dal rallentamento dell’inflazione. La Banca Centrale Europea ha ridotto il tasso sui depositi al 2,0% nel giugno 2025 (ECB, Economic Bulletin, luglio 2025), e ha lasciato intendere un possibile proseguimento della politica accomodante nel corso del 2026. Anche la Federal Reserve, pur mantenendo un atteggiamento più prudente, ha attenuato il ciclo restrittivo. Questi interventi hanno ridotto il costo del capitale, aumentato la liquidità disponibile e migliorato le condizioni di credito, sostenendo la propensione al rischio da parte degli investitori. Sul fronte macroeconomico, l’area euro ha mostrato una crescita reale dello 0,7% nel 2024 e le stime per il 2025 si attestano allo 0,9%, con una previsione di crescita dell’1,2% per il 2026 secondo le proiezioni della BCE (ECB, giugno 2025). Negli Stati Uniti, la crescita del PIL è stata più robusta, intorno al 2,1% nel 2024, sostenuta da consumi resilienti, forte spesa pubblica e investimenti in infrastrutture digitali (US Bureau of Economic Analysis, luglio 2025). Il rallentamento dell’inflazione, combinato con una crescita moderata e stabile, ha alimentato nei mercati l’aspettativa di un “soft landing”, ovvero un rallentamento dell’economia senza recessione, scenario considerato particolarmente favorevole per gli asset rischiosi come le azioni. Questo equilibrio tra liquidità in aumento, costi del denaro in calo e fondamentali economici non recessivi ha alimentato il ciclo rialzista, nonostante l’ambiente politico e militare complesso.</p>
<p>A questi fattori si aggiunge, a nostro modo di vedere, la crescente concentrazione di liquidità nelle mani di soggetti ad alto patrimonio netto (high-net-worth individuals, fondi sovrani, family office, istituzioni), che dispongono di grandi masse finanziarie da investire. Non pochi studi mostrano come, tradizionalmente, la quota di ricchezza azionaria sia fortemente sbilanciata verso i più ricchi: ad esempio negli Stati Uniti, il 10 % più ricco detiene circa l’84 % della ricchezza azionaria. Questi soggetti sono inoltre maggiormente propensi a spingere verso l’azionario, asset alternativi e private equity, alla ricerca di rendimento in un ambiente di bassi tassi. L’UBS Billionaire Ambitions Report del 2024 rileva che i miliardari hanno sovraperformato i mercati globali — +121 % vs 73 % dell’MSCI AC World — e pianificano di incrementare ulteriormente investimenti in azioni e private equity, immobiliare e infrastrutture. Inoltre, il fenomeno del plutonomy, osservato da analisti Citigroup, descrive economie in cui la crescita è guidata — e consumata — da una ristretta élite patrimoniale. Modelli teorici mostrano come gli investimenti finanziari, l’accumulazione di capitale e l’interesse composto tendano a generare una concentrazione crescente della ricchezza nel tempo. In aggiunta, la ricerca dell’IMF sul “Safe Asset Demand” segnala che la globalizzazione finanziaria ha spinto i prezzi delle azioni verso l’alto, favorendo i capital gains dei possidenti di asset negli Stati Uniti: le famiglie benestanti, con maggiore esposizione azionaria, hanno beneficiato di questi guadagni più di altre. Tutto ciò significa che una parte significativa della liquidità disponibile è controllata da investitori con elevato appetito per il rischio e capacità di allocarla rapidamente nei mercati pubblici e privati. Questo alimenta la domanda e sostiene le valutazioni azionarie, anche quando l’economia reale non è brillante o quando persistono tensioni geopolitiche.</p>
<p>In sintesi, la crescita delle borse nel periodo 2024–2025 può essere attribuita a una convergenza di elementi: la riconfigurazione settoriale favorevole, la leadership delle big tech, il sostegno delle politiche monetarie espansive, e non da ultimo, la concentrazione di liquidità in pochi attori capaci e disposti a investire massicciamente nei mercati. Tutti questi fattori si combinano per generare una dinamica di <em>resilienza selettiva</em>, dove alcuni segmenti dell’economia finanziaria prosperano nonostante l’instabilità esterna.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-le-borse-crescono-nonostante-due-guerre-e-i-dazi-una-sommaria-dei-fattori-di-resilienza-dei-mercati-finanziari/">Perché le borse crescono nonostante due guerre e i dazi: una sommaria dei fattori di resilienza dei mercati finanziari</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Ecco il Rapporto Draghi</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 09:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[antonio longo]]></category>
		<category><![CDATA[competività]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa</em></p>
<p>Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato solo il 9 settembre. Esso consta di circa 400 pagine e indica circa 170 obiettivi (qui sotto una nostra sintesi). È strutturato intorno a cinque punti chiave.</p>
<p>&#8211; Colmare il divario di innovazione;</p>
<p>&#8211; Combinare decarbonizzazione e competitività;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la sicurezza e ridurre la dipendenza;</p>
<p>&#8211; Finanziamento degli investimenti;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la governance.</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il Rapporto delinea subito, con rapide pennellate, il quadro della situazione.</p>
<p>L’Europa ha un problema di rallentamento della crescita dall’inizio di questo secolo. Si è aperto un ampio divario nel PIL tra l’UE e gli Stati Uniti. La produttività in Europa si è ridotta. Dal 2000 il reddito disponibile reale, su base pro-capite, è cresciuto quasi il doppio negli USA rispetto all’UE. L’era della rapida crescita del commercio mondiale sembra passata, le aziende dell’UE si trovano ad affrontare sia una maggiore concorrenza sia un minore accesso ai mercati esteri. L’Europa ha perso bruscamente il suo più importante fornitore di energia, la Russia. Ed è emerso il problema della sicurezza, finora garantita dagli USA. Per la prima volta la crescita europea non sarà sostenuta dall’aumento della popolazione. Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori all’anno. Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita.<br />
Per garantire la crescita, la decarbonizzazione e la sicurezza occorrono investimenti fino a circa 800 miliardi per anno. L’alternativa – drammatica – è dover scegliere tra una di queste opzioni: esser leader nelle nuove tecnologie oppure un faro della responsabilità climatica oppure un attore indipendente sulla scena mondiale. E non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Si tratta, dunque, di una sfida esistenziale. I valori fondamentali dell’Europa sono la prosperità, l’equità, la libertà, la pace e la democrazia in un ambiente sostenibile. L’UE esiste per garantire che gli europei possano sempre beneficiare di questi diritti fondamentali. Se l’Europa non è più in grado di fornirli ai suoi cittadini – o se deve scambiare l’uno con l’altro – avrà perso la sua ragione d’essere. L’unico modo per affrontare questa sfida è crescere e diventare più produttivi, preservando i nostri valori di equità e inclusione sociale. E l’unico modo per diventare più produttivi è che l’Europa cambi radicalmente.</p>
<p><strong>Tre aree d’intervento</strong></p>
<p><strong>Crescita e innovazione</strong>: l’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina. Non c’è nessuna azienda UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni, mentre tutte le sei aziende USA con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create in questo periodo. L’Europa spende meno in ricerca e innovazione (270 miliardi di euro in meno rispetto agli USA nel 2021). Solo quattro delle 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo sono europee. In Europa non mancano idee o ambizione. L’innovazione è bloccata nella fase successiva, quella della commercializzazione. Le aziende innovative sono ostacolate in ogni fase da normative incoerenti e restrittive. Molti imprenditori europei preferiscono cercare finanziamenti sul mercato americano. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30% delle startup con più di 1 miliardo di dollari hanno trasferito la loro sede all’estero, la maggior parte negli USA. Tecnologia e inclusione sociale devono andare di pari passo. L’Europa dovrebbe puntare a eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dall’altro potremmo superarli nella formazione, offrendo buoni posti di lavoro per tutti, per tutta la durata della vita.</p>
<p><strong>Decarbonizzazione e competitività</strong>: se gli ambiziosi obiettivi climatici dell’Europa saranno accompagnati da un piano coerente per raggiungerli, la decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita. Nel medio termine, la decarbonizzazione aiuterà a spostare la produzione di energia verso fonti energetiche pulite sicure e a basso costo. Ma i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo centrale nella determinazione dei prezzi dell’energia, almeno per il resto di questo decennio. Senza un piano per trasferire i benefici della decarbonizzazione agli utenti finali, i prezzi dell’energia continueranno a pesare sulla crescita. L’UE deve affrontare un possibile compromesso. Una maggiore dipendenza dalla Cina può offrire il percorso più economico ed efficiente per raggiungere i nostri obiettivi di decarbonizzazione. Ma la concorrenza statale cinese rappresenta anche una minaccia per le nostre industrie produttive di tecnologia pulita e automobilistica. La decarbonizzazione deve avvenire per il bene del nostro pianeta. Ma affinché diventi anche una fonte di crescita per l’Europa, avremo bisogno di un piano congiunto che abbracci le industrie che producono tecnologia pulita e l’industria automobilistica.</p>
<p><strong>Sicurezza e riduzione delle dipendenze</strong>: la sicurezza è un prerequisito per la crescita sostenibile. L’aumento dei rischi geopolitici aumenta l’incertezza e frena gli investimenti: questo è un rischio per la crescita e la libertà. L’Europa è particolarmente esposta. Ci affidiamo a una manciata di fornitori per le materie prime critiche, soprattutto la Cina. Dipendiamo enormemente dalle importazioni di tecnologia digitale. Se l’UE non agisce, rischiamo di essere vulnerabili. Abbiamo bisogno di una vera e propria “politica economica estera” per mantenere la nostra libertà. L’UE dovrà coordinare gli accordi commerciali preferenziali e gli investimenti diretti con le nazioni ricche di risorse, creare scorte in aree critiche selezionate e creare partnership industriali per garantire la catena di approvvigionamento di tecnologie chiave. Solo insieme possiamo creare la leva di mercato necessaria per fare tutto questo.<br />
La pace è il primo e principale obiettivo dell’Europa. Le minacce alla sicurezza sono in aumento e dobbiamo prepararci. L’UE è collettivamente il secondo Paese al mondo per spesa militare, ma questo non si riflette nella forza della nostra capacità industriale di difesa, che è troppo frammentata e che ostacola la sua capacità di produrre su scala; soffre di una mancanza di standardizzazione e interoperabilità delle attrezzature, che indebolisce la capacità dell’Europa di agire come una potenza coesa. Ad esempio, in Europa vengono prodotti dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno.</p>
<p><strong>Che cosa ostacola?</strong></p>
<p>A) All’Europa manca la concentrazione. Definiamo obiettivi comuni, ma non li sosteniamo indicando priorità chiare o dando seguito ad azioni politiche congiunte. Il nostro Mercato Unico è frammentato, con oneri normativi alle aziende. Senza un mercato dei capitali che finanzi gli investimenti, gli europei perdono l’opportunità di diventare più ricchi. Anche se le famiglie dell’UE risparmiano di più rispetto a quelle americane, la loro ricchezza è cresciuta solo di un terzo dal 2009.<br />
B) L’Europa sta sprecando le sue risorse comuni. Abbiamo una grande capacità di spesa collettiva, ma la diluiamo in molteplici strumenti nazionali e comunitari. Non favoriamo le aziende europee competitive nel settore della difesa. Tra la metà del 2022 e la metà del 2023, il 78% della spesa totale per gli acquisti è stata destinata a fornitori extra-UE, di cui il 63% negli USA. ll settore pubblico dell’UE spende in R&#038;I circa quanto gli Stati Uniti come quota del PIL, ma solo un decimo di questa spesa avviene a livello europeo.<br />
C) L’Europa non si coordina dove è importante. Le strategie industriali oggi combinano molteplici politiche (fiscali, commerciali ed economiche estere) per garantire le catene di approvvigionamento. Collegarle richiede un alto grado di coordinamento tra sforzi nazionali e comunitari. A causa del suo processo decisionale lento e disaggregato, l’UE non è in grado di produrre una risposta di questo tipo. Le decisioni vengono prese questione per questione, con molteplici veti lungo il percorso. Il risultato è un processo legislativo con un tempo medio di 19 mesi per approvare nuove leggi, dalla proposta della Commissione alla firma dell’atto adottato, senza contare la fase attuativa negli Stati membri.</p>
<p><strong>Prime considerazioni</strong>. Le proposte non sono delle aspirazioni: la maggior parte di esse sono pensate per essere attuate rapidamente. In molte aree, l’UE può ottenere molto compiendo un gran numero di passi più piccoli, ma in modo coordinato. In altre aree, è necessario un piccolo numero di passi più grandi – delegando a livello europeo compiti che possono essere svolti solo lì. In altre aree ancora, l’UE dovrebbe fare un passo indietro, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e riducendo l’onere normativo che impone alle aziende europee.</p>
<p>La domanda chiave che si pone è come l’UE dovrebbe finanziare i massicci investimenti che la trasformazione dell’economia comporterà. Anche con un mercato europeo dei capitali, il settore privato avrà bisogno, per gli investimenti, del sostegno del settore pubblico. Inoltre, quanto più l’UE è disposta a riformarsi per generare un aumento della produttività, tanto più aumenterà lo spazio fiscale e sarà più facile per il settore pubblico fornire questo sostegno.<br />
Dovremmo infine abbandonare l’illusione che procrastinando le scelte si possa preservare il consenso. In realtà, procrastinare ha prodotto solo una crescita più lenta, e di certo non ha ottenuto più consenso. Siamo arrivati al punto in cui, senza un’azione, dovremo compromettere il nostro benessere, il nostro ambiente o la nostra libertà.</p>
<p>1) ll punto di partenza: un nuovo paesaggio per l’Europa</p>
<p>Sono venute meno tre condizioni esterne – nel commercio, nell’energia e nella difesa – che avevano sostenuto la crescita in Europa dopo la fine della Guerra Fredda. È finita la fase della crescita ininterrotta del commercio mondiale che la globalizzazione garantiva. È finita la fase del gas naturale a buon mercato (dipendenza russa). È finita sicurezza politica, militare ed economica che un tempo l’egemonia americana garantiva.<br />
Aumentare la competitività dell’UE è dunque necessario per rilanciare la produttività e sostenere la crescita in questo mondo in continua evoluzione. La competitività non si identifica con la difesa dei “campioni nazionali” che possono soffocare la concorrenza e l’innovazione, o con l’uso della repressione salariale per abbassare i costi relativi. La competitività oggi è meno legata al costo relativo del lavoro e più all’innovazione.</p>
<p>Verso una risposta europea</p>
<p>L’Europa deve porre rimedio al rallentamento della crescita della produttività colmando il divario di innovazione (tecnologica e scientifica). In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività. Questo piano dovrà garantire che all’ambiziosa domanda di decarbonizzazione corrisponda una leadership sulle tecnologie che la forniranno. Dovrà abbracciare le industrie che producono energia, quelle che aprono la strada alla decarbonizzazione (tecnologia pulita e industria automobilistica) e le industrie che utilizzano intensamente l’energia e che difficilmente ne potrebbero diminuire il consumo. In terzo luogo, l’Europa deve aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze. l’UE dovrà sviluppare una vera e propria “politica economica estera” che coordini accordi commerciali preferenziali e investimenti diretti con i Paesi ricchi di risorse, costituzione di scorte in aree critiche selezionate e creazione di partenariati industriali per garantire la catena di approvvigionamento delle tecnologie chiave.<br />
Per far ciò occorre: a) piena attuazione del Mercato unico; b) politiche industriali, commerciali e di concorrenza, che si intersecano profondamente e devono essere allineate come parte di una strategia globale; c) finanziamento delle principali aree di intervento (fabbisogno di investimenti pari a € 800 mld l’anno); d) riformare la governance dell’UE, aumentando il coordinamento e riducendo gli oneri normativi.</p>
<p>In molti settori, l’UE può ottenere importanti risultati compiendo un gran numero di piccoli passi, allineando tutte le politiche all’obiettivo comune. In altre aree, è necessario un numero ridotto di passi più ampi, delegando all’UE compiti che possono essere svolti solo a questo livello; in altri settori l’UE dovrebbe fare di meno, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e mostrando un maggiore “autocontrollo”. Per cominciare, si dovrebbe apportare un piccolo numero di cambiamenti istituzionali mirati e generali, senza la necessità di modificare il Trattato.</p>
<p>Salvaguardare l’inclusione sociale</p>
<p>Se l’UE deve avvicinarsi all’esempio americano in termini di crescita della produttività e di innovazione, dall’altro deve salvaguardare il suo modello di coesione sociale. Siamo in presenza della diminuzione della popolazione in età lavorativa. Lo Stato sociale europeo sarà quindi fondamentale per fornire servizi pubblici solidi, protezione sociale, alloggi, trasporti e assistenza all’infanzia durante questa transizione</p>
<p>L’UE deve garantire che un maggior numero di città e regioni possa partecipare ai settori che guideranno la crescita futura, basandosi su iniziative esistenti come Innovation Valleys Net, Zero Acceleration Valleys e Hydrogen Valleys. Ciò richiederà nuovi tipi di investimenti nella coesione e nelle riforme a livello subnazionale. In particolare, le politiche di coesione dovranno essere riorientate su settori quali l’istruzione, i trasporti, gli alloggi, la connettività digitale e la pianificazione, che possono aumentare l’attrattiva di una serie di città e regioni diverse.<br />
L’Europa dovrebbe imparare dagli errori commessi nella fase di “iperglobalizzazione” e prepararsi a un futuro in rapida evoluzione. L’idea che la globalizzazione abbia esacerbato le disuguaglianze si è infiltrata nella percezione pubblica, mentre i governi sono stati visti come indifferenti. I responsabili politici dovrebbero imparare da questa esperienza per riflettere su come la società cambierà in futuro e su come garantire che lo Stato sia percepito dalla parte dei cittadini e attento alle loro preoccupazioni. Una parte fondamentale di questo processo sarà l’emancipazione delle persone.</p>
<p>2) Colmare il divario d’innovazione</p>
<p>La sfida della produttività in Europa</p>
<p>L’Europa ha bisogno di una crescita più rapida della produttività per mantenere tassi di crescita sostenibili a fronte di una situazione demografica sfavorevole. La produttività del lavoro nell’UE era nel 1995 il 95% di quella americana, ora è sotto l’80%.<br />
Il fattore chiave dell’aumento del divario è stata la tecnologia digitale, attualmente l’Europa sembra destinata a rimanere ancora più indietro. Mentre per alcuni settori digitali probabilmente si è già “persa l’occasione”, l’Europa ha ancora l’opportunità di capitalizzare le future ondate di innovazione digitale. L’IA – e in particolare l’IA generativa – è una tecnologia in evoluzione in cui le aziende dell’UE hanno ancora l’opportunità di ritagliarsi una posizione di leadership in segmenti selezionati. L’integrazione dell’IA “verticale” nell’industria europea sarà un fattore critico per sbloccare una maggiore produttività</p>
<p>Principali ostacoli all’innovazione in Europa</p>
<p>Alla radice della posizione debole dell’Europa nella tecnologia digitale c’è una struttura industriale statica che produce un circolo vizioso di scarsi investimenti e scarsa innovazione. Non ci sono abbastanza istituzioni accademiche che raggiungono i massimi livelli di eccellenza e il percorso dall’innovazione alla commercializzazione è debole. La spesa pubblica per la ricerca e l’innovazione in Europa è carente e non è sufficientemente focalizzata sull’innovazione pionieristica. La frammentazione del mercato unico impedisce alle imprese innovative che raggiungono la fase di crescita di espandersi nell’UE, il che a sua volta riduce la domanda di finanziamenti. Le barriere normative all’espansione sono particolarmente onerose nel settore tecnologico, soprattutto per le aziende giovani la mancanza di un vero mercato unico impedisce inoltre ad un numero sufficiente di aziende nell’economia più ampia di raggiungere dimensioni sufficienti per accelerare l’adozione di tecnologie avanzate. La posizione dell’UE in altri settori innovativi come quello farmaceutico sta diminuendo a causa delle stesse sfide legate ai bassi investimenti in ricerca e innovazione e alla frammentazione normativa.</p>
<p>Un programma per affrontare il deficit di innovazione</p>
<p>a) Affrontare le debolezze dei programmi comuni di ricerca e innovazione; b) Migliore coordinamento della ricerca e innovazione pubblica tra gli Stati membri; c) Istituire e consolidare le istituzioni accademiche europee in prima linea nella ricerca globale; d) Rendere più semplice per gli “inventori diventare investitori” e facilitare l’espansione delle iniziative di successo; e) Promuovere un contesto finanziario migliore per l’innovazione dirompente, le start-up e le scale-up ; f) Ridurre i costi di diffusione dell’IA aumentando la capacità computazionale e mettendo a disposizione la sua rete di computer ad alte prestazioni; g) Promuovere il coordinamento intersettoriale e la condivisione dei dati per accelerare l’integrazione dell’IA nell’industria europea.</p>
<p>Colmare le lacune di competenze</p>
<p>L’Europa soffre di divari di competenze in tutta l’economia, rafforzati da una forza lavoro in calo.</p>
<p>Poichè l’istruzione e la formazione sono di competenza nazionale, gli investimenti dell’UE hanno prodotto risultati relativamente scarsi. L’UE dovrebbe rivedere il proprio approccio alle competenze, rendendolo più strategico, orientato al futuro e focalizzato sulle carenze emergenti di competenze.</p>
<p>3. Un piano congiunto di decarbonizzazione e competitività</p>
<p>Gli obiettivi di decarbonizzazione dell’UE sono anche più ambiziosi di quelli dei suoi concorrenti, creando costi aggiuntivi a breve termine per l’industria europea. L’Europa deve confrontarsi con alcune scelte fondamentali su come perseguire il suo percorso di decarbonizzazione, preservando al tempo stesso la posizione competitiva della sua industria. È improbabile che le soluzioni in bianco e nero abbiano successo nel contesto europeo. Emulare l’approccio statunitense di escludere sistematicamente la tecnologia cinese probabilmente ostacolerebbe la transizione energetica e quindi imporrebbe costi più elevati sull’economia dell’UE. Sarebbe anche più costoso per l’Europa attivare tariffe reciproche: più di un terzo del PIL manifatturiero dell’UE viene assorbito al di fuori dell’UE, rispetto a solo circa un quinto per gli Stati Uniti. Tuttavia, è improbabile che un approccio laissez-faire abbia successo in Europa data la minaccia che potrebbe rappresentare per l’occupazione, la produttività e la sicurezza economica.</p>
<p>L’Europa dovrà adottare una strategia mista che combini diversi strumenti politici e approcci per diversi settori. Sebbene l’Europa sia leader mondiale nell’innovazione delle tecnologie pulite, sta sprecando i vantaggi ottenuti nella fase iniziale a causa delle debolezze del suo ecosistema di innovazione. I trasporti possono svolgere un ruolo fondamentale nella decarbonizzazione dell’economia dell’UE, ma se si riveleranno un’opportunità per l’Europa dipenderà dalla pianificazione. Il settore automobilistico è un esempio chiave della mancanza di pianificazione dell’UE, dell’applicazione di una politica climatica senza una politica industriale.</p>
<p>Un piano congiunto per la decarbonizzazione e la competitività</p>
<p>Il primo obiettivo chiave per il settore energetico è abbassare il costo dell’energia per gli utenti finali trasferendo i benefici della decarbonizzazione. Ciò è possibile con politiche volte a dissociare meglio il prezzo del gas naturale dall’energia pulita. Il secondo obiettivo chiave è accelerare la decarbonizzazione in modo efficiente in termini di costi, sfruttando tutte le soluzioni disponibili attraverso un approccio tecnologicamente neutro. Parallelamente, l’UE dovrebbe sviluppare la governance necessaria per una vera Unione dell’energia in modo che le decisioni e le funzioni di mercato di rilevanza transfrontaliera siano prese a livello centrale. Mentre le industrie “difficili da abbattere” trarranno beneficio dalla riduzione dei prezzi dell’energia, l’UE dovrebbe adottare un approccio pragmatico alla decarbonizzazione per mitigare i potenziali compromessi. L’Europa dovrebbe riorientare il proprio sostegno alla produzione di tecnologie pulite, focalizzando l’attenzione sulla politica commerciale per combinare decarbonizzazione e competitività, proteggere le catene di approvvigionamento, far crescere nuovi mercati. Nell’ambito della sua strategia di decarbonizzazione, l’UE dovrebbe sviluppare un piano d’azione industriale per il settore automobilistico. La strategia più ampia dell’UE verso l’integrazione transfrontaliera e modale e il trasporto sostenibile deve pianificare la competitività e non solo la coesione.</p>
<p>4. Aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze</p>
<p>L’Europa è vulnerabile sia alla coercizione sia alla frammentazione geo-economica. Il deterioramento delle relazioni geopolitiche crea anche nuove esigenze di spesa per la difesa e la sua industria. Diventare più indipendenti crea un “costo assicurativo” per l’Europa, ma questi costi possono essere mitigati dalla cooperazione.</p>
<p>Ridurre le vulnerabilità esterne</p>
<p>L’Europa è in ritardo nella corsa globale per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Le dipendenze strategiche si estendono anche alle tecnologie cruciali per la digitalizzazione dell’economia europea. Per ridurre le sue vulnerabilità, l’UE deve sviluppare una vera “politica economica estera” basata sulla garanzia di risorse critiche. L’UE deve anche sfruttare il potenziale delle risorse nazionali attraverso l’estrazione mineraria, il riciclaggio e l’innovazione nelle fonti di materiali alternativi.</p>
<p>Per le industrie strategiche, l’UE dovrebbe perseguire una strategia coordinata per rafforzare la capacità produttiva nazionale e proteggere le principali infrastrutture di rete.</p>
<p>Rafforzare la capacità industriale per la difesa e lo spazio</p>
<p>L&#8217;industria europea della difesa è frammentata, il che ne limita le dimensioni e ostacola l&#8217;efficacia operativa sul campo; soffre anche di una mancanza di attenzione allo sviluppo tecnologico. Sia per l’industria della difesa che per quella spaziale, l’insufficiente aggregazione e coordinamento della spesa pubblica aggrava la frammentazione industriale. In assenza di una spesa comune europea, le azioni politiche per il settore della difesa devono concentrarsi sull’aggregazione della domanda e sull’integrazione delle risorse industriali di difesa. Occorre rafforzare la cooperazione e la condivisione delle risorse per la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa a livello dell’UE.</p>
<p>5. Finanziamento degli investimenti</p>
<p>Il fabbisogno finanziario necessario affinché l’UE raggiunga i suoi obiettivi è enorme. L’UE può soddisfare queste esigenze di investimento senza sovraccaricare le risorse dell’economia europea, ma il settore privato avrà bisogno del sostegno pubblico per finanziare il piano. Una delle ragioni principali della minore efficienza dell’intermediazione finanziaria in Europa è che i mercati dei capitali rimangono frammentati e i flussi di risparmio verso i mercati dei capitali sono inferiori. L’immagine speculare è che l’UE fa eccessivo affidamento sui finanziamenti bancari, che sono meno adatti a finanziare progetti innovativi e devono affrontare numerosi vincoli. Allo stesso tempo, il sostegno dell’UE agli investimenti sia pubblici che privati è limitato dalle dimensioni del bilancio dell’UE, dalla sua mancanza di concentrazione e da un atteggiamento troppo conservatore nei confronti del rischio. Un finanziamento congiunto degli investimenti a livello UE è necessario per massimizzare la crescita della produttività, nonché per finanziare altri beni pubblici europei</p>
<p>Per sbloccare il capitale privato, l’UE deve costruire un’autentica Unione dei mercati dei capitali (CMU).</p>
<p>Per aumentare la capacità di finanziamento del settore bancario, l’UE dovrebbe mirare a rilanciare la cartolarizzazione e completare l’Unione bancaria.</p>
<p>Il bilancio dell’UE dovrebbe essere riformato per aumentarne la focalizzazione e l’efficienza, oltre ad essere meglio sfruttato per sostenere gli investimenti privati. Infine, l’UE dovrebbe procedere verso l’emissione regolare di safe asset per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri e per contribuire a integrare i mercati dei capitali.</p>
<p>6- Rafforzare la governance</p>
<p>Una nuova strategia industriale per l’Europa non avrà successo senza cambiamenti paralleli all’assetto istituzionale e al funzionamento dell’UE. Il rapporto raccomanda di istituire un nuovo “quadro di coordinamento della competitività” per promuovere il coordinamento a livello dell’UE nei settori prioritari, sostituendo altri strumenti di coordinamento sovrapposti. Il consolidamento dei vari meccanismi di coordinamento dell’UE dovrebbe essere accompagnato dal consolidamento delle sue priorità strategiche in termini di risorse di bilancio, con obiettivi, governance e finanziamenti ben definiti.</p>
<p>Le votazioni del Consiglio (dei Ministri) soggette a voto a maggioranza qualificata (MQ) dovrebbero essere estese a più settori, ad es. utilizzando la clausola passerelle” (con la quale il Consiglio europeo autorizza il Consiglio a votare a votare a maggioranza qualificata) oppure ricorrendo al sistema delle cooperazioni rafforzate.</p>
<p><strong>Articolo pubblicato su <a href="https://www.prealpina.it/pages/ecco-il-rapporto-draghi-352573.html">La Prealpina.it</a></strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Longo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2024/04/antonio-longo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-longo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Longo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Manager nella ex Banca Commerciale Italiana (Milano &#8211; Servizio Organizzazione e Divisione Banca d’Affari), sin dal Liceo (Genova), membro del Movimento Federalista Europeo (MFE), con vari ruoli a livello nazionale ed europeo: Segretario nazionale della sua rete giovanile (Gioventù Federalista Europea), Direttore del Circolo di cultura politica “Altiero Spinelli” di Milano (2007/2011), Direttore de L’Unità Europea, organo del MFE (2015/2019). Nel 2020 ha fondato la rivista online in lingua inglese The Ventotene Lighthouse, A Federalist Journal for World Citizenship www.theventotenelighthouse.eu. È co-fondatore della rivista (2023) Territori del federalismo – www.territoridelfederalismo.eu<br />
Autore di diversi saggi e articoli sul processo di unificazione europea, sotto l’aspetto politico ed economico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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