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	<title>Politica Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Politica Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Medio Oriente, fragili equilibri e sfide globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 19:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di equilibrio strategico: fragile, spesso violento, ma sufficiente a impedire che le molteplici linee di frattura regionali convergessero in un conflitto generalizzato tra Stati. L’attuale fase di crisi indica che tale equilibrio si sta progressivamente dissolvendo. Le tensioni non appaiono più come episodi isolati in una dinamica ormai familiare, ma come sintomo di una trasformazione più profonda dell’ordine geopolitico mediorientale. Comprendere ciò che accade significa interrogarsi sulle logiche che hanno regolato il sistema regionale per decenni e sui fattori che oggi ne accelerano la crisi. Dalla fine delle grandi guerre arabo-israeliane del Novecento fino ai primi decenni del XXI secolo, il Medio Oriente si è organizzato intorno a una particolare forma di deterrenza indiretta. Gli attori principali, pur impegnati in una competizione costante per influenza politica e strategica, hanno generalmente evitato scontri diretti su larga scala. Il costo di una guerra convenzionale tra Stati appariva troppo elevato per essere sostenuto senza conseguenze destabilizzanti. Si è affermata così una modalità di confronto fondata su strumenti indiretti: alleanze informali, sostegno a gruppi armati locali, operazioni clandestine, pressioni diplomatiche e interventi militari calibrati. Come suggerisce la tradizione realista delle relazioni internazionali, gli equilibri di potere non eliminano i conflitti; li regolano, circoscrivendoli entro limiti considerati accettabili dagli attori coinvolti. Il Medio Oriente degli ultimi decenni ha funzionato, in larga misura, secondo questa logica. Uno dei protagonisti centrali di questa architettura è stato l’Iran. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito una rete di relazioni politiche e militari che le ha consentito di proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali. Attraverso il sostegno a movimenti e milizie in diversi paesi, Teheran ha elaborato una strategia basata su una costellazione di attori alleati, estesa dal Libano all’Iraq, dalla Siria allo Yemen. Parallelamente, Israele ha sviluppato una dottrina di sicurezza fondata sulla superiorità tecnologica, sull’intelligence avanzata e sulla capacità di neutralizzare preventivamente minacce percepite come esistenziali. L’equilibrio derivato non era un ordine stabile nel senso tradizionale, ma una forma di stabilità imperfetta, fondata su calcoli strategici reciproci. Ogni attore era consapevole dei limiti entro i quali poteva muoversi senza provocare una risposta capace di trasformare la competizione in guerra aperta. Negli ultimi anni questo sistema ha iniziato a mostrare segni di logoramento. Il ridimensionamento della presenza statunitense, l’emergere di nuove rivalità regionali e il rafforzamento di attori non statali hanno reso il quadro geopolitico più complesso e meno controllabile. Il confronto tra Israele e Iran si è intensificato fino a diventare uno degli assi principali della geopolitica contemporanea, con operazioni clandestine, attacchi mirati e competizione per l’influenza in Siria, Libano e Iraq. Il Medio Oriente sembra così avviarsi verso una fase qualitativamente diversa. La logica delle guerre indirette, che per decenni aveva limitato il confronto tra Stati, appare sempre meno efficace nel contenere l’escalation. Il rischio non è soltanto quello di nuovi conflitti locali, ma la possibilità che diverse linee di frattura convergano in una crisi più ampia. La crescente regionalizzazione del conflitto, evidente in teatri come il Libano o nelle rotte marittime del Golfo Persico e del Mar Rosso, dimostra quanto gli eventi locali siano oggi interdipendenti e dalle implicazioni globali. La dimensione economica del conflitto aggiunge complessità. Il Medio Oriente resta centrale nell’economia globale, soprattutto per energia e commercio marittimo. Destabilizzazioni significative in questi snodi strategici possono avere effetti immediati sull’economia internazionale. Le monarchie del Golfo, tra relazioni strategiche consolidate con l’Occidente e legami economici con l’Asia, si trovano in una posizione particolarmente delicata, rendendo le loro scelte geopolitiche ancora più complesse. Il conflitto si inserisce poi in un contesto globale segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze. Sebbene la regione non sia più al centro della strategia globale come durante la Guerra Fredda, resta fondamentale nelle dinamiche dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti mantengono il ruolo dominante, seppur in maniera più selettiva, mentre altri attori globali cercano di espandere la propria influenza attraverso strumenti diplomatici, economici e tecnologici. L’Europa, pur vicina e coinvolta, resta spesso relegata a un ruolo marginale a causa delle divisioni interne e della dipendenza strategica dagli Stati Uniti. In un sistema internazionale sempre più attraversato dal ritorno delle rivalità tra potenze, la crisi mediorientale ricorda quanto fragile possa essere l’equilibrio su cui si regge l’ordine globale. La stabilità regionale non è soltanto una questione strategica o militare: essa costituisce una condizione essenziale affinché possano sopravvivere quelle forme di cooperazione politica ed economica che, nel secondo dopoguerra, hanno reso possibile lo sviluppo di un ordine internazionale relativamente aperto. Comprendere le dinamiche del Medio Oriente significa allora interrogarsi non soltanto sui conflitti del presente, ma anche sul futuro di quell’architettura internazionale che, nel solco della riflessione liberale di Luigi Einaudi, ha sempre riconosciuto nella stabilità degli equilibri tra gli Stati e nella cooperazione tra le nazioni una delle condizioni fondamentali per la libertà politica e per la prosperità delle società aperte.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/medio-oriente-fragili-equilibri-e-sfide-globali/">Medio Oriente, fragili equilibri e sfide globali</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Liberalismo e rivoluzione a cento anni dalla morte di Piero Gobetti</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/liberalismo-e-rivoluzione-a-cento-anni-dalla-morte-di-piero-gobetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 09:37:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[carlo rosselli]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[piero gobetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Piero Gobetti fondò nel 1918, a diciassette anni, “Energie Nove”, entrando in dialogo con Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini. L’aver accostato, in un suo articolo, la democrazia all’idealismo, attirò su di lui le critiche di Palmiro Togliatti, che su “L’Ordine Nuovo”, nel 1919, lo definì un “parassita della cultura”, in quanto “tirava in ballo per ogni inezia tutto l’Arsenale dello Spirito”.<br />
Gobetti guardava in realtà con vivo interesse a quanto stava accadendo in Russia e pensava che Lenin e Trotzki non fossero solo dei bolscevichi, ma “uomini d’azione che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un’anima”.<br />
La loro opera incarnava un “paradosso dello spirito russo”, da cui derivava “la negazione del socialismo e un’esaltazione di liberalismo”. “Energie Nove” concluse la sua breve vita nel 1920 e nel 1922 Gobetti fondò “La Rivoluzione liberale”, che assunse subito una posizione antifascista. La reazione di Mussolini giunse nel giugno del 1924, quando scrisse al prefetto di Torino, chiedendogli di rendere la vita difficile a “questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Nel settembre del 1925, dopo aver subito una violenta aggressione squadristica, Gobetti si rifugiò a Parigi, dove, anche a causa dei traumi riportati, morì il 16 febbraio del 1926.<br />
Gobetti riconobbe nei consigli di fabbrica torinesi i caratteri liberali che aveva individuato nella rivoluzione russa, pur considerando utopiche, come ha scritto Lelio Basso, le finalità collettivistiche. La rivoluzione, a suo avviso, sarebbe fallita, ma sarebbe riuscita a formare una matura classe dirigente.<br />
Basso riscontra, nelle analisi gobettiane, temi presenti nel “Socialismo liberale”, che Carlo Rosselli delineò proprio sulle pagine de “La Rivoluzione liberale”. Togliatti, che nel 1919 aveva attaccato Gobetti, ne difese poi la memoria, nel momento in cui scagliava i suoi anatemi contro Carlo Rosselli, assassinato in Francia nel 1937 insieme al fratello Nello da membri del gruppo fascista Cagoule. Nel 1931, scrisse, su “Stato operaio”, che Gobetti era uno studioso e un ingegno originale, mentre Rosselli “un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”. Era inoltre “un intellettuale povero mentre Rosselli è un ricco, legato oggettivamente e personalmente a sfere dirigenti capitalistiche”.<br />
Rosselli, come emerge dalla sua Risposta a Giorgio Amendola, pubblicata nel gennaio 1932 sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”, riteneva infondato il tentativo togliattiano di leggere Gobetti in chiave gramsciana. Precisava infatti che aveva ammirato in Marx “lo storico e l’apostolo del movimento operaio”, ritenendo però che l’economista fosse “morto, con il plus-valore, con il sogno della abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo”. Chiedeva poi ad Amendola se potesse mai credere che Gobetti avrebbe accolto con disinvoltura “il metodo della dittatura, il mito della avanguardia del proletariato, la soppressione per decreto delle classi, e tutto l’armamentario che distingue in Europa il comunismo ufficiale”. Citava infine Gramsci, secondo il quale Gobetti non sarebbe mai diventato comunista. Le vicende storiche italiane non avevano favorito, scriveva Gobetti, la formazione di una classe politica liberale e fu “gran ventura” che a guidare il Risorgimento fosse stato Cavour, protagonista di una “rivoluzione liberale”, rimasta incompiuta a causa delle politiche conservatrici e protezionistiche dei suoi successori. La lotta di classe è per Gobetti, l’experimentum crucis del liberalismo, perché “promuove nel cittadino la coscienza di produttore, come capitalista, come tecnico, come operaio”. Diversamente da Antonio Gramsci, cui era legato da un rapporto di profonda stima e amicizia, pensava che il sistema borghese sarebbe stato “ravvivato” proprio “dai becchini della borghesia”. La volontà di contenere il conflitto, che<br />
attribuiva a Turati e a Giolitti, riduceva al silenzio le dinamiche sociali, con la conseguenza che, in Italia, il vero contrasto non era tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità. Ecco perché Mussolini era divenuto “l’eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione al riposo”. Gobetti pensò che nei soviet gli operai potessero sentirsi eredi dello spirito borghese, ma, se avesse avuto il tempo di osservare gli sviluppi della rivoluzione, avrebbe preso atto che Lenin, dopo aver sostenuto che tutto il potere apparteneva ai soviet, aveva imposto il primato assoluto<br />
del partito. Avrebbe sicuramente condiviso l’opinione di Rosa Luxemburg, che descriveva il dominio del partito come “un governo di cricca”, in cui la convocazione saltuaria di una élite operaia si concludeva votando all’unanimità le risoluzioni proposte. Il nome “Unione Sovietica”, per la Russia post-rivoluzionaria, era dunque “una menzogna”, come ha scritto Hannah Arendt, in quanto riconosceva, ingannevolmente, quegli organismi di democrazia spontanea che il partito bolscevico aveva svuotato di senso.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>La sicurezza come argomento ultimo</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-sicurezza-come-argomento-ultimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 21:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[groenlandia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi che entrano nella storia non tanto per ciò che accade al loro interno, quanto per le domande che costringono a porsi. La Groenlandia è uno di questi. Per lungo tempo percepita come uno spazio remoto, quasi fuori dal tempo politico, oggi emerge come una soglia concettuale: un punto in cui si concentrano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono luoghi che entrano nella storia non tanto per ciò che accade al loro interno, quanto per le domande che costringono a porsi. La Groenlandia è uno di questi. Per lungo tempo percepita come uno spazio remoto, quasi fuori dal tempo politico, oggi emerge come una soglia concettuale: un punto in cui si concentrano tensioni che riguardano l’intero ordine internazionale contemporaneo. Il mutamento non riguarda soltanto l’Artico. Riguarda il linguaggio e le categorie attraverso cui l’Occidente interpreta sé stesso. Quando un territorio alleato viene definito una “necessità” in nome della sicurezza, quando la protezione diventa argomento conclusivo, ciò che entra in crisi non è solo un equilibrio geopolitico, ma un’idea di limite che per decenni ha strutturato le relazioni tra Stati. La Groenlandia, in questo senso, non è semplicemente un oggetto strategico. È un caso-limite. Territorio autonomo, inserito in una rete di alleanze consolidate, viene improvvisamente ricondotto a una funzione: posizione, risorsa, avamposto. In questo slittamento, da soggetto politico a variabile di sicurezza, si manifesta una trasformazione più profonda: la tendenza a trattare la sovranità non come principio, ma come ostacolo negoziabile. L’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra aveva tentato di contenere proprio questa deriva. Aveva posto un argine all’idea che la forza, anche quando esercitata in nome di una causa ritenuta superiore, potesse ridefinire unilateralmente ciò che è legittimo. La sovranità territoriale non era intesa come valore assoluto, ma come soglia: un limite necessario all’espansione illimitata del potere. Ciò che rende il caso groenlandese particolarmente significativo è che questa tensione non nasce da uno scontro tra blocchi contrapposti, ma all’interno di un sistema di alleanze. Quando la pressione non arriva dall’esterno, ma da uno dei suoi centri, l’ordine liberale mostra una fragilità strutturale: la difficoltà di distinguere tra protezione e dominio, tra sicurezza condivisa e pretesa unilaterale. Le reazioni europee, spesso misurate e prive di enfasi, non vanno lette solo come risposte contingenti. Esprimono un’idea diversa di spazio politico: l’Artico non come vuoto da occupare, ma come territorio regolato, attraversato da responsabilità comuni. Non è un rifiuto della competizione internazionale, ma il tentativo di mantenerla entro un perimetro normativo che ne contenga gli effetti disgreganti. In questo quadro, il linguaggio assume un ruolo decisivo. Parole come “controllo”, “necessità”, “interesse strategico” non si limitano a descrivere la realtà: la producono. Trasformano territori in funzioni, alleati in strumenti, regole in eccezioni temporanee. È qui che la questione smette di essere regionale e diventa sistemica. Perché ogni volta che la sicurezza viene invocata come argomento ultimo, qualcosa dell’ordine politico viene sospeso. La Groenlandia diventa allora una soglia simbolica. Non perché determinerà da sola il futuro dell’Artico, ma perché mette alla prova una convinzione centrale: che le democrazie liberali siano vincolate non solo da interessi, ma da limiti autoimposti. Se questi limiti vengono erosi dall’interno, non serve un avversario esterno per indebolire l’ordine che ne deriva. Forse è questo il punto più rilevante del dibattito. Non stabilire chi abbia più forza o più diritto, ma interrogarsi su quale tipo di ordine si intenda preservare quando la pressione aumenta. Se le alleanze sono qualcosa di più di strumenti contingenti, allora devono resistere anche alla tentazione dell’argomento definitivo. Nel silenzio dei suoi ghiacci, la Groenlandia non chiede di essere conquistata né difesa. Chiede di essere pensata. Come spazio politico, come limite, come domanda aperta sul rapporto tra potere e regole. E forse è proprio questa la sua funzione più importante: ricordare che la stabilità non nasce dall’assenza di conflitti, ma dalla capacità di riconoscere dove la forza deve fermarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
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		<title>La separazione delle carriere? È il completamento del processo accusatorio</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-separazione-delle-carriere-e-il-completamento-del-processo-accusatorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Marini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 21:06:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Nordio]]></category>
		<category><![CDATA[paolo marini]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[separazione delle carriere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il tono garbato, gli argomenti colti, la semplicità del linguaggio con cui solitamente replica alle bordate degli avversari, Carlo Nordio, Ministro della giustizia, ha redatto un agevole pamphlet che illustra la riforma costituzionale della separazione delle carriere (Carlo Nordio, “Una nuova giustizia”, Guerini e associati, € 16,00) che sarà sottoposta a referendum i prossimi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con il tono garbato, gli argomenti colti, la semplicità del linguaggio con cui solitamente replica alle bordate degli avversari, Carlo Nordio, Ministro della giustizia, ha redatto un agevole pamphlet che illustra la riforma costituzionale della separazione delle carriere (Carlo Nordio, “Una nuova giustizia”, Guerini e associati, € 16,00) che sarà sottoposta a referendum i prossimi 22 e 23 marzo.</p>
<p>Nella prima parte (“Alla base della riforma”) Nordio inquadra il contesto storico-giuridico, fino alla riforma del processo penale voluta dal compianto giurista, il socialista Giuliano Vassalli, che volle imprimergli un&#8217;impronta liberale: “Non più un&#8217;inquisizione scritta e segreta, ma un confronto pubblico e orale tra accusa e difesa” ove “la prova si sarebbe formata in questa dialettica paritaria, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Ma come può  esistere questo giudice terzo e imparziale “se esso appartiene alla stessa famiglia dei Pm, entra in ruolo con lo stesso concorso, può &#8211; sia pure in misura limitata – trasferirsi da una funzione all&#8217;altra, e soprattutto milita nelle stesse correnti dando, chiedendo e ottenendo i voti per spartirsi le influenze nell&#8217;ambito del Csm?” E&#8217; la contraddizione che la riforma costituzionale votata a novembre 2025 intende superare, essa non è altro che “il completamento del processo accusatorio” &#8211; come ha affermato Augusto Barbera, Presidente emerito della Corte costituzionale.</p>
<p>L&#8217;Autore non può evitare di occuparsi di quello scandalo Palamara che ha scoperchiato il vaso di Pandora, squadernando ciò che da tempo era apparso chiaro: “(&#8230;) è un fatto storico &#8211; rispondeva Palamara a Giovanni Minoli nell&#8217;intervista del 21 novembre scorso per “Il mix delle 23” su Radio 1 Rai &#8211; che nel 2008, dopo la caduta del governo Prodi, c&#8217;è una schiacciante maggioranza di centro-destra e l&#8217;Anm, in quel periodo da me presieduta, svolge una sorta di ruolo di opposizione politica, anche perché quella del Partito Democratico all&#8217;epoca era piuttosto flebile e di fatto l&#8217;Anm copre il sistema”. Altro che imparzialità della magistratura. Così suona beffardo, oltre che contrario all&#8217;evidenza, il primo rimprovero alla riforma riprodotto nello slogan del manifesto “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no”. L&#8217;art. 104 della legge di riforma costituzionale è incontrovertibile: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Non c&#8217;è altro da aggiungere. Chi desideri un raffronto tra Costituzione e riforma costituzionale, può consultare la tabella al link: <a href="https://www.misterlex.it/doc/separazione-carriere-tabella-modifiche">https://www.misterlex.it/doc/separazione-carriere-tabella-modifiche</a>.</p>
<p>Quanto invece all&#8217;approfondimento tematico, è nella parte seconda che l&#8217;Autore passa in rassegna i contenuti della riforma: non solo l&#8217;istituzione dei due Csm ma anche il sorteggio dei loro componenti (autentico fattore di scardinamento delle logiche correntizie) e l&#8217;istituzione dell&#8217;Alta Corte disciplinare (necessitata dal fatto che “nell&#8217;attuale Csm esiste una sezione disciplinare che è formata in maggioranza da persone elette da quelli che un domani saranno giudicati”). Nella terza e ultima parte sono infine confutate le principali argomentazioni che il fronte del “No” propone a sostegno della bocciatura della riforma.</p>
<p>Ciò che obiettivamente emerge anche dal pamphlet è il fatto che quella della separazione delle carriere non è né la riforma del governo, né del centro-destra. E&#8217; qualcosa di ben più ampio respiro perché, appunto, proviene da lontano e perché raccoglie molti consensi anche a sinistra, per lo più tra coloro che hanno mantenuto l&#8217;aggancio ad una impostazione politico-giuridica garantista e, comunque, di stampo riformista; una impostazione sempre più distinta dalle voci che tentano le scorciatoie demagogiche e che, obiettivamente sacrificata nel Pd e più a proprio agio nei ranghi delle formazioni di Calenda e di Renzi, è stata protagonista del convegno fiorentino di qualche settimana fa cui hanno preso parte, tra gli altri, Augusto Barbera, Anna Paola Concia, Stefano Ceccanti, Carlo Fusaro, Raffaella Paita, Claudio Petruccioli, Pina Picierno, Enrico Morando. A quest&#8217;ultimo, in particolare, si deve una affermazione schietta e definitiva: “il referendum si tiene su una riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti (&#8230;). Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su questo. Non riesco a vedere, in questa riforma, l’ombra dell’autoritarismo, della degenerazione autoritaria, dell’aggressione alla Costituzione” (Elisa Calessi, “Enrico Morando, l&#8217;ex-Pd contro Landini e i Dem: “Ma quale regime, votate Sì!”, “Libero Quotidiano”, 11 gennaio 2026).  Slogan come “la Costituzione non si tocca”, l&#8217;invocazione del “tradimento” della Costituzione, appaiono espressione di un malinteso conservatorismo in cui aleggia una visione quasi totemica del diritto positivo.</p>
<p>Tendere più compiutamente alla imparzialità del giudice, emancipare i magistrati dalla stretta delle correnti senza intenti punitivi verso le toghe: queste sono le ragioni per cui la separazione delle carriere raccoglie non pochi consensi anche all&#8217;interno della magistratura. Non gioverà alla maturazione di consapevoli convincimenti il tentativo di alterare il dibattito/confronto, trasformando l&#8217;appuntamento referendario in un voto pro o contro il governo. Sono passati decenni in attesa di questo treno e ora che è in arrivo alla stazione, l&#8217;opportunità data ad ogni cittadino di salirvi o di lasciarlo partire non può, non deve essere sciupata.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Paolo Marini" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/paolo-marini-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/paolo-marini/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Paolo Marini</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate. Avvocato civilista e consulente di imprese, ha inoltre al suo attivo pubblicazioni e contributi in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.</p>
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		<title>Renminbi, debito e circuiti paralleli: la politica estera letta dai flussi</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/renminbi-debito-e-circuiti-paralleli-la-politica-estera-letta-dai-flussi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 20:41:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Tooze]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
		<category><![CDATA[venezuela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è una lettura geopolitica in senso classico, né pretende di esserlo. È piuttosto il criterio che Adam Tooze ha reso familiare: quando il linguaggio politico si irrigidisce e le dichiarazioni si moltiplicano, conviene guardare altrove. Non a ciò che viene detto, ma a ciò che continua a funzionare. Ai flussi di denaro, di credito, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è una lettura geopolitica in senso classico, né pretende di esserlo. È piuttosto il criterio che Adam Tooze ha reso familiare: quando il linguaggio politico si irrigidisce e le dichiarazioni si moltiplicano, conviene guardare altrove. Non a ciò che viene detto, ma a ciò che continua a funzionare. Ai flussi di denaro, di credito, di energia. Alle infrastrutture che tengono in piedi il sistema anche quando la politica sembra bloccata.</p>
<p>La politica estera contemporanea, letta da qui, non è una sequenza di gesti simbolici ma un problema di accesso. Accesso ai mercati, alle valute, ai sistemi di pagamento, alle catene logistiche. Le decisioni che fanno titolo durano poco. Quelle che determinano chi può pagare, incassare, compensare durano molto più a lungo. Ed è per questo che, quando una scelta appare opaca o contraddittoria, osservare dove continuano a muoversi i capitali è spesso più istruttivo che ascoltare le dichiarazioni.</p>
<p>Il renminbi è un buon esempio di questa logica, a patto di considerarlo per quello che è. La valuta cinese resta fortemente controllata nella sua versione domestica e non è pienamente convertibile. Proprio questo vincolo ha spinto Pechino a sviluppare, a partire dagli anni Duemila, un mercato offshore del renminbi, inizialmente a Hong Kong e poi in piazze come Londra, Singapore e Lussemburgo. Oggi il renminbi rappresenta circa il 3 per cento dei pagamenti internazionali secondo i dati SWIFT: una quota lontana da quella del dollaro, ma stabile. Non segnala egemonia. Segnala funzione.</p>
<p>Il suo ruolo non è sostituire il dollaro, ma ridurne la centralità in ambiti specifici: scambi bilaterali, prestiti governativi, finanziamenti infrastrutturali. In particolare, consente di regolare operazioni fuori dai circuiti più esposti al rischio sanzionatorio. È una scelta tecnica, non ideologica. Ed è proprio per questo che produce effetti che resistono più a lungo del ciclo politico.</p>
<p>Il Venezuela, osservato attraverso questa lente, smette di essere solo un caso politico e diventa un caso operativo. Il suo debito sovrano è quasi interamente denominato in dollari e resta intrappolato nel regime sanzionatorio occidentale. I bond continuano a essere scambiati sui mercati secondari a prezzi molto bassi, incorporando aspettative di lungo periodo: una futura ristrutturazione, il valore delle riserve petrolifere, un eventuale rientro nei mercati. Non orientano la politica estera. Ne registrano gli effetti. Segnalano dove il flusso si è interrotto.</p>
<p>Parallelamente, però, altri flussi non si sono fermati. Il rapporto tra Venezuela e Iran ne è un esempio concreto: forniture di carburante, assistenza tecnica, scambi compensativi, rotte logistiche schermate. Non è una convergenza ideologica nel senso tradizionale. È la cooperazione tra economie che condividono la stessa condizione: l’esclusione dai canali principali. Quando l’accesso viene negato, la sopravvivenza passa per percorsi laterali.</p>
<p>La Cina opera su un piano diverso, ma coerente con la stessa logica. Tra il 2007 e il 2016 ha erogato al Venezuela oltre 60 miliardi di dollari in prestiti bilaterali, in gran parte garantiti da forniture petrolifere. Questi flussi non transitano dai mercati obbligazionari globali e non dipendono dalla normalizzazione del debito sovrano. Si inseriscono in un’architettura parallela fatta di credito politico e compensazione diretta, in cui il renminbi offshore è uno degli strumenti disponibili. Non perché sostituisca il dollaro, ma perché consente di non dipenderne in modo esclusivo.</p>
<p>I bond raccontano il blocco del circuito occidentale. Le relazioni con Iran e Cina raccontano ciò che continua a muoversi anche quando la politica si irrigidisce. Letti insieme, mostrano una cosa semplice: la geopolitica non si interrompe quando finisce il dialogo, cambia canale.</p>
<p>L’Europa, letta attraverso lo stesso criterio, resta marginale non per mancanza di valori, ma per mancanza di architettura. L’euro è una grande valuta, ma non è sostenuto da un’unione politica e fiscale capace di trasformarlo in leva geopolitica coerente. È una moneta rilevante, ma non decisiva. Non apre canali. Li subisce.</p>
<p>La politica estera, vista da questa prospettiva, assomiglia sempre meno a una sequenza di eventi spettacolari e sempre più a una mappa di condutture. Le prese di posizione contano nel breve periodo. Nel medio e lungo periodo, a pesare sono le infrastrutture che sopravvivono al rumore. Per questo, quando qualcosa non torna, la domanda che orienta davvero l’analisi non è chi ha parlato più forte, ma dove continuano a passare i soldi, il credito, l’energia. È lì che il potere prende forma. Tutto il resto è superficie.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/renminbi-debito-e-circuiti-paralleli-la-politica-estera-letta-dai-flussi/">Renminbi, debito e circuiti paralleli: la politica estera letta dai flussi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Donne, pace e sicurezza</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/donne-pace-e-sicurezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 15:41:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[maddalena pezzotti]]></category>
		<category><![CDATA[nazioni unite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venticinque anni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la Risoluzione 1325 “Donne, pace e sicurezza”. Prima del 2000, infatti, non era riconosciuta, in via ufficiale, la specificità dell’esperienza e dei bisogni delle donne nei conflitti armati e nelle conseguenti fasi di stabilizzazione e pacificazione. Non solo non si era evidenziato lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Venticinque anni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la Risoluzione 1325 “Donne, pace e sicurezza”. Prima del 2000, infatti, non era riconosciuta, in via ufficiale, la specificità dell’esperienza e dei bisogni delle donne nei conflitti armati e nelle conseguenti fasi di stabilizzazione e pacificazione. Non solo non si era evidenziato lo spropositato impatto della guerra sulle donne, ma non era mai stata sottolineata l’importanza, e il potenziale, di una loro equa e sostanziale partecipazione nei processi di sicurezza, promozione, e mantenimento della pace, a livello nazionale e globale. La Risoluzione 1325 rappresentò un momento epocale e il culmine di un secolo di attivismo transnazionale da parte del movimento femminista, che aveva già plasmato alcuni importanti principi e linee guida nella Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (Onu, 1993), e nell’Area critica D – La violenza contro le donne, della Piattaforma d’azione, approvata dalla IV Conferenza mondiale sulle donne (Onu, 1995).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel corso della storia, il corpo femminile è stato risorsa bellica, mezzo di affermazione di poteri coloniali, e strumento di pulizia etnica. Con la sua capacità di generare futuro, rappresenta un vero e proprio “capitale culturale”. La violenza contro le donne è stata impiegata in maniera premeditata e sistematica come tattica di guerra, per seminare il terrore, condurre la popolazione allo sbando e falciare la resistenza civile. Nell’interconnessione fra progetti nazionalisti e supremazia demografica, è stata utilizzata come strategia volta a impedire la riproduzione umana dei gruppi antagonisti, e con essa, provocare la disgregazione delle modalità di coesione sociale, e la cancellazione della cultura identitaria. Di conseguenza, non può essere archiviata come danno collaterale e, piuttosto, deve essere inclusa con il peso specifico di crimine contro l’umanità, in tutte le iniziative di giustizia riparativa e responsabilizzazione e sanzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne sono testimoni le 50 mila donne kosovaro-albanesi vittime di violenza sessuale, durante la guerra del Kosovo, del 1998-1999, usate per atterrire la popolazione e costringerla ad abbandonare i territori. E lo sono le 35 mila donne croate e musulmane di origine bosniaca, rinchiuse nel “campi di stupro”, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, tra il 1992 e il 1995, il cui scopo primario era quello di far nascere una nuova generazione, eliminando la linea patrilineare del nemico. In Ruanda, nella seconda metà degli anni novanta, quasi 250 mila donne subirono violenza sessuale; moltissime diedero alla luce figli non voluti di etnia mista e per questo furono costrette a vivere con dolore e stigma sociale. I loro corpi smisero di essere umani, per divenire terreno politico: oggetti di violenza, scambio, o da sopprimere poiché in grado di produrre e riprodurre memoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2014, il sedicente Stato islamico decise di spazzare via gli ezidi da Shengal in Iraq, tassello di collegamento delle capitali del califfato in Siria (Raqqa) e Iraq (Mosul). Le donne vennero massacrate, rapite, violentate, vendute come schiave, o ridotte a mogli dei jihadisti, per disintegrare e disperdere l’intero popolo. A oggi, il Movimento per la Libertà delle Donne Ezide (TAJÊ) lotta per il riconoscimento del genocidio, avvenuto solo da 14 paesi. In Etiopia, dal 2020 al 2022, anche i corpi delle donne del Tigrè sono stati il campo di una feroce guerra etnica. Considerate custodi della riproduzione e della “morale” comunitaria, divennero bersaglio non solo di pratiche di sterminio, ma anche di forme di violenza sessuale mirata, che intendevano distruggerne gli organi riproduttivi, e con essi il futuro del loro popolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Arrivando al genocidio palestinese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, le sue cause e conseguenze, Reem Alsalem, ha chiesto un&#8217;azione internazionale immediata per fermare quello che ha descritto come un &#8220;femmini-genocidio&#8221; in corso a Gaza, affermando che “la portata e la natura dei crimini inflitti alle donne e alle ragazze palestinesi […] sono così estreme che i concetti esistenti nei quadri giuridici e penali non riescono più a descriverli o a catturarli adeguatamente”. Secondo le stime, donne e ragazze rappresentano il 67 per cento dei 57.680 palestinesi uccisi entro il 9 luglio 2025.  Per la relatrice speciale, è in atto “una distruzione intenzionale dei loro corpi, per essere palestinesi e per essere donne. Israele sta deliberatamente uccidendo donne e ragazze con l&#8217;intento distruggere la continuità del popolo palestinese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 2024 si è caratterizzato per il massimo numero di ostilità, in dodici mesi, dalla fine del secondo conflitto mondiale e, con 160 mila morti, è stato anche il quinto più sanguinoso, dal termine della guerra fredda. Dal 1990, le cifre sono, poi, raddoppiate, con crescita sia della portata sia dell’intensità delle violenze. Per quanto aggressioni e brutalità si abbattano, in generale, su tutti i membri di comunità e popolazioni, è ovunque evidente che donne, ragazze e bambine, sono in particolar modo vulnerabili, esposte a rischi maggiori e, quasi sempre, colpite con più durezza.</p>
<p>L’ultimo rapporto del Segretario generale dell’Onu su donne, pace e sicurezza, pubblicato lo scorso ottobre, segnala che 676 milioni di donne, ovvero il 17 per cento della la popolazione femminile mondiale, nel 2024, viveva a 50 chilometri da scontri con perdite di vite umane. Circa 245 milioni si trovavano in zone in cui sono avvenuti oltre 25 decessi legati a combattimenti; e di queste, 113 milioni, in paesi come Siria, Libano, e Palestina, risiedeva dove il numero di morti ha superato i 100. La quota più alta di quante dimoravano in prossimità di un conflitto è stata in Bangladesh. In merito si è espressa anche Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women: “si tratta di sintomi di un mondo che sta scegliendo di investire nella guerra invece che nella pace e che continua a escludere le donne nella definizione delle soluzioni”. Bahous ha aggiunto: “Donne e bambine vengono uccise in numeri <em>record</em> e lasciate senza protezione, mentre le guerre si moltiplicano. Le donne non hanno più bisogno di altre promesse, hanno bisogno di potere e partecipazione paritaria”.</p>
<p>Tuttavia, se nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, le organizzazioni femminili in zone di conflitto hanno ricevuto solo lo 0,4 per cento di aiuti, in calo rispetto agli anni precedenti. Proprio a causa dei tagli ai finanziamenti, molti di questi gruppi che operano in prima linea si trovano di fronte alla chiusura di imprescindibili attività di assistenza umanitaria. Lo stesso rapporto evidenzia che, nel crollo del rispetto delle norme internazionali, e a causa del “crescente autoritarismo, la proliferazione di conflitti e processi di militarizzazione, gli scorsi cinque anni hanno mostrato una stagnazione e, addirittura, una regressione su molti degli obiettivi dell’agenda per le donne, la pace e la sicurezza. La polarizzazione politica continua a mettere alla prova il sistema multilaterale e minaccia di cancellare decenni di conquiste”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/donne-pace-e-sicurezza/">Donne, pace e sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Europa al bivio: libertà o compromesso dei principi</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/europa-al-bivio-liberta-o-compromesso-dei-principi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 15:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo instabile, l’Europa deve decidere se difendere i valori liberali o piegarli alle circostanze Ogni sistema politico, anche il più consolidato, arriva a un momento di verifica delle proprie fondamenta. L’Europa si trova oggi in questo punto cruciale: il possibile negoziato tra Russia e Ucraina, con il coinvolgimento di Stati Uniti ed Europa, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In un mondo instabile, l’Europa deve decidere se difendere i valori liberali o piegarli alle circostanze</strong></p>
<p>Ogni sistema politico, anche il più consolidato, arriva a un momento di verifica delle proprie fondamenta. L’Europa si trova oggi in questo punto cruciale: il possibile negoziato tra Russia e Ucraina, con il coinvolgimento di Stati Uniti ed Europa, ha acceso speranze di tregua, ma ha anche messo in luce una questione più profonda: è possibile costruire una pace duratura senza compromettere i valori che fondano la convivenza internazionale? La pace non è soltanto assenza di guerra. È un equilibrio complesso di istituzioni solide, regole condivise e fiducia reciproca. Ogni compromesso che legittima l’uso della forza come strumento politico rischia di trasformare il diritto in un concetto negoziabile, aprendo la porta a precedenti pericolosi. La politica internazionale non è solo pragmatismo: è la misura della capacità di una società di proteggere la dignità dei cittadini e la sovranità dei popoli. Quando la coerenza etica viene sacrificata sull’altare della convenienza, anche la stabilità più apparente si rivela fragile. Il contesto globale rende queste scelte ancora più complesse. La competizione tra grandi potenze, le tensioni nel Mar Baltico, le crisi in Medio Oriente e le sfide globali, dalla sicurezza energetica al cambiamento climatico, impongono all’Europa decisioni delicate e spesso impopolari. Non si tratta solo di mediare tra pressioni esterne: è una questione di identità e principi. L’Europa deve decidere se essere un continente che difende la libertà, la legge e i diritti fondamentali, anche quando ciò comporta difficoltà immediate, o se piegare i propri valori alle circostanze. Per l’Italia, la posta in gioco è concreta. La nostra storia insegna che la libertà è fragile e che la responsabilità civica è la base della coesione nazionale. Ogni compromesso che ignora la giustizia o i principi fondamentali indebolisce la fiducia nelle istituzioni e la cultura della cittadinanza attiva. Il liberalismo, nella tradizione einaudiana, insegna che libertà e responsabilità non sono opzionali: sono ciò che distingue una società civile da una comunità soggetta alla forza. Come un sistema giudiziario efficiente sostiene la crescita economica e la fiducia degli investitori, così un’Europa coerente nei suoi principi sostiene la stabilità e la sicurezza dell’intero continente. Ogni decisione geopolitica ha ripercussioni sulla vita quotidiana: influisce sulla sicurezza collettiva, sulle opportunità dei cittadini, sulla capacità di vivere in una società equa e rispettosa dei diritti. È un banco di prova morale: costruire una pace che rispetti diritto e dignità o una pace che pieghi i principi alle circostanze. Ogni compromesso sembra talvolta inevitabile, ma il vero equilibrio sta nel conciliare pragmatismo e coerenza etica, evitando che la tregua diventi compromesso dei valori. La libertà non si proclama: si costruisce. Con istituzioni solide, trasparenti e imparziali; con cittadini consapevoli e responsabili; con il coraggio di dire “no” quando un compromesso rischia di tradire la giustizia. La pace è un gesto civile, quotidiano e silenzioso: nasce dalla somma delle decisioni di chi sceglie coerenza e integrità. Come la fiducia nei mercati non nasce da proclami ma da regole prevedibili, così la stabilità europea nasce dalla coerenza tra valori e azioni. L’Italia, in particolare, ha un ruolo cruciale. Ogni compromesso che ignora principi e giustizia erode la fiducia dei cittadini nei meccanismi democratici e nella capacità dello Stato di proteggere i diritti. In un mondo globale, dove la competizione tra Stati è anche competizione di fiducia, ogni decisione presa all’interno dei confini nazionali ha conseguenze sullo scenario internazionale, La storia insegna che le civiltà non crollano per mancanza di risorse, ma quando viene consumata la fiducia nei meccanismi che le regolano. Roma non cadde perché finì l’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. Allo stesso modo, l’Europa e l’Italia rischiano di indebolirsi se principio e coerenza vengono considerati negoziabili. In tempi recenti, crisi internazionali come l’invasione dell’Ucraina, le tensioni nel Mar Baltico e la competizione strategica tra grandi potenze dimostrano quanto la libertà europea sia interconnessa con la stabilità globale. L’Europa non può limitarsi a mediare o reagire: deve costruire una politica estera e di sicurezza fondata su valori, non solo sull’opportunismo. Ogni volta che i principi liberali vengono messi da parte, cresce l’instabilità e si erode la fiducia dei cittadini e dei partner internazionali. Costruire la pace significa proteggere la dignità e la libertà di chi vive oggi e garantire che le generazioni future possano vivere in un continente dove i valori liberali non sono compromessi. La sfida è costruire istituzioni resilienti, società civili forti e cittadini consapevoli, in grado di orientare la politica secondo principi e non secondo circostanze contingenti. Libertà e pace sono il risultato di scelte quotidiane, della somma di decisioni che mostrano coerenza, integrità e responsabilità. L’Europa deve decidere oggi se essere un continente che piega i valori alle circostanze o un continente che li difende, anche quando la strada è difficile. La storia, anche recente, insegna che il compromesso senza principi non è mai sostenibile, e che la vera pace nasce dalla capacità di difendere le regole che permettono alla libertà di prosperare. Oggi, più che mai, l’Europa e l’Italia hanno bisogno di lucidità morale, pazienza civile e libertà consapevole. Solo così la pace potrà essere duratura e la libertà davvero sicura. La politica internazionale non è un gioco di interessi immediati: è il banco di prova dei principi su cui vogliamo costruire il nostro futuro comune.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/europa-al-bivio-liberta-o-compromesso-dei-principi/">Europa al bivio: libertà o compromesso dei principi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Porzûs. Una tragica storia di frontiera</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/porzus-una-tragica-storia-di-frontiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 20:48:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[eccidio di Porzûs]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Piffer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle aree di confine tra il Friuli e la Slovenia, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 e l’occupazione nazista, il contrasto tra le diverse anime della Resistenza emerse in modo drammatico, come dimostra l’eccidio di Porzûs. Tommaso Piffer, in Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs, Mondadori, 2025, si è accostato a questa tragica “storia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle aree di confine tra il Friuli e la Slovenia, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 e l’occupazione nazista, il contrasto tra le diverse anime della Resistenza emerse in modo drammatico, come dimostra l’eccidio di Porzûs. Tommaso Piffer, in Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs, Mondadori, 2025, si è accostato a questa tragica “storia di frontiera”, descrivendo come, in quel luogo, si intrecciarono, scontrandosi, passioni ideologiche e rivendicazioni nazionali. Nella sua indagine vengono messe in luce le ambiguità che fecero da sfondo alla vicenda, impedendo di giungere a una chiara identificazione dei responsabili.<br />
Porzûs si colloca nell’ambito di una netta contrapposizione tra la divisione Garibaldi Natisone, che faceva capo al PCI, e i partigiani della brigata Osoppo, prevalentemente democristiani e liberali. Nel 1944, gli sloveni miravano al controllo delle zone di confine e premevano perché i loro compagni italiani riconoscessero il comando del IX corpo jugoslavo. Se la Garibaldi Natisone accettò di collaborare, la Osoppo rivendicò la sua autonomia, ritenendo che quella alleanza avrebbe implicato l’adesione a una ideologia che non condivideva e l’accettazione dei progetti annessionistici sloveni. Questa decisione provocò una dura reazione, tanto fra gli sloveni, quanto fra i partigiani della Garibaldi Natisone, che accusarono ingiustamente la Osoppo di collusione con i nazifascisti. Il 7 febbraio del 1945, il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori, il delegato politico, Alfredo Berzanti, e una ragazza che collaborava con loro, Elda Turchetti, furono assassinati. Fra i quattordici partigiani della Osoppo, prelevati e poi uccisi, vi era anche il fratello di Pierpaolo Pasolini, Guido.<br />
Dopo la guerra, dall’inchiesta della magistratura emersero gravi responsabilità a carico di dirigenti del PCI e della Garibaldi Natisone e vennero condannate 43 persone, alcune delle quali fuggirono in Jugoslavia e in Cecoslovacchia. Rimase tuttavia senza risposte la domanda su chi avesse ordinato di compiere la strage a Mario Toffanin, riconosciuto come il principale responsabile, in quanto comandante della I Brigata GAP (Gruppi di azione patriottica legati del PCI). Non era chiaro se l’ordine provenisse dalla federazione comunista di Udine o dalla Garibaldi Natisone, che, collaborando con gli sloveni, non poteva avallare la linea di De Gregori. Piffer sottolinea come nel PCI prevalse la tesi secondo cui Toffanin avesse agito autonomamente.  Un coinvolgimento del partito avrebbe infatti fornito argomenti a quanti accusavano i comunisti di subordinare gli interessi nazionali all’internazionalismo proletario, ed era necessario dimostrare, invece, che, per loro, la difesa del Paese era sempre stata prioritaria. Il percorso giudiziario, che si avviò nel 1945, in seguito a una denuncia della Osoppo, si concluse nel 1960 e fu molto travagliato, coinvolgendo i tribunali di Brescia, Lucca, Firenze, per giungere alla Cassazione e concludersi infine a Perugia, con un’amnistia. Piffer pone in evidenza la testimonianza di Giovanni Padoan (già condannato dalla Corte d’Appello di Firenze a trenta anni di reclusione come mandante dell’eccidio), commissario della Garibaldi Natisone, che, in sintonia con il PCI, attribuì inizialmente l’intera responsabilità a Toffanin. In seguito, contraddicendosi, additò come mandante il segretario della federazione comunista di Udine, e accusò poi, negli anni Ottanta, il IX Corpo jugoslavo. Quest’ultima versione, confermata nel 2001, divenne la spiegazione comunemente accettata e fu accolta con favore, commenta Piffer, tanto dagli eredi del PCI, che ritenevano fosse stata fatta giustizia, escludendo le responsabilità del partito, quanto dagli eredi della Democrazia Cristiana, che vedevano riconosciuto il sacrificio della Osoppo nella difesa dei confini italiani.<br />
L’obbiettivo jugoslavo era duplice, scrive Piffer: “uno nazionale, la riunificazione di tutti gli sloveni in un unico stato, e uno politico, l’espansione della rivoluzione socialista che il movimento guidato da Tito stava realizzando con la forza in tutto il paese”. Nel clima dei nuovi equilibri internazionali che si stavano delineando, Tito fu poi costretto dagli Alleati e anche da Stalin, a fare un passo indietro, ma di questo né la Osoppo né la Garibaldi Natisone erano a conoscenza. Per i comunisti sloveni, fa notare Piffer, le zone annesse alla Jugoslavia avrebbero beneficiato di un sistema politico sicuramente più avanzato rispetto a quello che si sarebbe instaurato in Italia e, a tal proposito, il commissario politico del IX Corpo, Viktor Avbelj, cercò di convincere Padoan, sostenendo che in quei territori si combatteva una lotta “contro la reazione mondiale”, nella quale i compagni italiani non avrebbero potuto essere che loro alleati. La prospettiva rivoluzionaria dei partigiani jugoslavi rappresentava un grande richiamo, ma rischiava di esporre il partito all’accusa di tradimento verso l’Italia, in un momento in cui il PCI non voleva mostrarsi come una forza antisistema. Palmiro Togliatti, precisa Piffer, non intendeva, al tempo stesso, deludere Tito, e sei mesi dopo la Svolta di Salerno (concordata con Stalin), decise ambiguamente, nell’ottobre del 1944, di appoggiare l’occupazione della Venezia Giulia da parte degli jugoslavi. Provocò in tal modo la rottura di quel fronte comune in cui, nello spirito del CLN, si erano riconosciuti tanto i partigiani della Osoppo, quanto quelli della Garibaldi Natisone, che, facendo poi causa comune con gli sloveni, lasciarono prevalere la fedeltà ideologica sull’alleanza con le altre componenti del fronte antifascista. L’eccidio di Porzûs, scrive Piffer, non può allora ricondursi solo alla situazione del fronte orientale, ma è connesso alla stessa storia del PCI “e della sua lunga e difficile transizione dalla prospettiva insurrezionale a quella democratica”. Piffer individua, in Porzûs, un crocevia, in cui si manifestano tre fratture fondamentali della storia del Novecento. La prima è rappresentata dalla lotta contro il fascismo, in cui affiora la distanza tra la componente liberale e quella comunista, ostile tanto al fascismo quanto alla liberaldemocrazia. La seconda riguarda i nazionalismi, in quanto italiani e sloveni combattevano per il controllo dello stesso territorio. La terza si identifica con il conflitto fra opposte ideologie e con le tensioni interne allo stesso movimento comunista. Per i comunisti jugoslavi che, come gli italiani, erano una sezione dell’Internazionale comunista, vi era infatti una coincidenza tra le motivazioni nazionali e quelle ideologiche, coincidenza che non poteva più essere accettata dal PCI.<br />
Riprendendo la prima delle fratture descritte da Piffer e il suo riferimento alla lunga transizione verso la democrazia intrapresa dal PCI, si deve riconoscere che il percorso è stato decisamente travagliato. La condanna togliattiana dei liberali e dei socialisti che si dichiaravano antifascisti, prendendo però le distanze dal comunismo, si è infatti sempre espressa con toni di particolare livore, non solo nella lotta politica, ma anche sul fronte culturale. Nel giugno del 1944, su “Rinascita”, il Migliore, così accogliente verso i “Redenti”, che dopo la militanza fascista si erano convertiti al comunismo, accusò Croce di essere stato un “campione della lotta contro il marxismo […] all’ombra del littorio”, e di avere solo scagliato “ogni tanto una timida frecciatina contro il regime”. Il ritorno dei comunisti perseguitati, proseguiva, avrebbe finalmente impedito che le sue “merci avariate” circolassero ancora. Quando, nel 1950, “Il Mondo” pubblicò, a puntate, 1984 di George Orwell, Togliatti accusò la rivista di raccogliere “sedicenti liberali”, descrisse l’azionista Carlo Ludovico Ragghianti come “un pigmeo della guerra fredda” e il socialista Gaetano Salvemini, come “una persona poco seria”. Questi echi risuoneranno anche in anni a noi più vicini. Il filosofo Salvatore Veca scriveva di essersi illuso che il PCI, pur non ammettendolo, fosse diventato un partito socialdemocratico. Si accorse però che così non era, perché, nonostante molti militanti riconoscessero il fallimento del socialismo reale, era considerato ancora un tradimento abbandonare il sogno della sconfitta del capitalismo. Ecco perché la sua adesione alla prospettiva liberal di John Rawls gli attirò, poco prima del 1989, l’accusa di “traditore” della classe operaia, la stessa che gli sarebbe stata mossa, decenni prima, da un tribunale sovietico o da Togliatti. </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Quale libertà a rischio?</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/quale-liberta-a-rischio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Marini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 22:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[paolo marini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l&#8217;estrema destra è al governo&#8221;; più che sconcerto, l&#8217;affermazione di Elly Schlein al congresso eurosocialista di Amsterdam suscita ironia. Siccome è evidente il riferimento all&#8217;Italia, ci si domanda dove mai abbia visto una “estrema destra” al governo o, perlomeno, dove si debba [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l&#8217;estrema destra è al governo&#8221;; più che sconcerto, l&#8217;affermazione di Elly Schlein al congresso eurosocialista di Amsterdam suscita ironia. Siccome è evidente il riferimento all&#8217;Italia, ci si domanda dove mai abbia visto una “estrema destra” al governo o, perlomeno, dove si debba cercare: sotto il letto, dentro la credenza, in cantina?</p>
<p>Il governo Meloni da molti osservatori è accreditato piuttosto su una linea di continuità &#8216;draghiana&#8217;, tanto da far ritenere di avere scontentato diversi suoi elettori. Anche se, malgrado ciò, il consenso sulla premier, sul governo, sui partiti di maggioranza è incredibilmente saldo.</p>
<p>Allora, c&#8217;è un problema di libertà e di democrazia nel nostro Paese? Sì e, tuttavia, non da oggi, né da tre anni e neppure da uno o due decenni. Fu Marco Pannella, un&#8217;era geologica fa, ad imbastire una campagna contro la partitocrazia, cioè la presa dei partiti sulle istituzioni, la loro occupazione sistematica della amministrazione pubblica e, attraverso di quella, il tentativo di condizionare le dinamiche sociali per finalità di accrescimento del consenso e del potere. Quei partiti che qualche Capo dello Stato, mi pare di ricordare, ha definito “sale della democrazia”, lo sono stati e lo sono, sì, ma nel senso dell&#8217;effetto che fa il sale &#8211; come, secondo una espressione popolare, fece Attila &#8211; sull&#8217;erba verde dei prati.</p>
<p>E di più: la questione della libertà in un modello statuale come quello contemporaneo, drammaticamente interventista, è semmai nell&#8217;agenda dei liberali (quelli classici, quasi esauriti, introvabili) e dei libertari, pochi sparuti individui del tutto marginali; non risulta, purtroppo, tra le preoccupazioni della classe dirigente politica contemporanea &#8211; di destra o di sinistra che sia &#8211; che si pone, quando va bene, problemi di efficienza della macchina statuale, giammai di drastica diminuzione del suo perimetro.</p>
<p>Se poi si deve estrarre dal &#8216;paniere delle libertà&#8217; la libertà di pensiero o di espressione del pensiero, allora la contestazione di Schlein è proprio una fucilata a vuoto, contraddetta dagli eventi anche recentissimi: sono settimane e settimane che si fanno scioperi, manifestazioni e cortei, anche purtroppo con code di occupazioni e di violenza, violenza che le forze dell&#8217;ordine hanno mostrato e mostrano di gestire con pazienza e moderazione. Da chi è (stata) limitata o repressa, la libertà di parola? Beh, per l&#8217;appunto da frange effettivamente minoritarie di intolleranti, per lo più riconducibili ad ambienti di estrema sinistra. Alla fine è accaduto persino al mite Emanuele Fiano di subire questa odiosa riduzione al silenzio, colpevole di essere un “sionista”.</p>
<p>Eppure, eppure, il problema non risiede, in primis, in quei manipoli di facinorosi. Insiste bensì in quella maggioranza silenziosa e, in particolare, nei vertici di quelle istituzioni che dovrebbero garantire l&#8217;esercizio delle libertà negli ambienti di cui sono responsabili; nei tanti, troppi che restano inerti o che si eclissano del tutto di fronte alla protervia, alle prevaricazioni di pochi. In ciò manifestano tutti costoro il morbo strisciante, la piaga ininterrotta, quell&#8217;infestante malefico che prospera da tempo immemore, paralizza le energie e addormenta l&#8217;Italia e gli italiani, già stigmatizzato efficacemente da Piero Gobetti: il conformismo. Impastato &#8211; come fu e come è &#8211; di inconfessabili paure e di opportunistiche rinunce. Perciò conviene chiudere questa nota senza indugi, con le parole di un intellettuale del Novecento non casualmente negletto, uno piccolo di statura ma con un cervello agile e salace, quel Leo Longanesi che ebbe a dire che (in Italia) “non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi.”</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Paolo Marini" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/paolo-marini-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/paolo-marini/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Paolo Marini</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate. Avvocato civilista e consulente di imprese, ha inoltre al suo attivo pubblicazioni e contributi in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.</p>
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		<title>Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/giustizia-e-capitalela-separazione-come-fondamento-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 22:14:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[separazione delle carriere]]></category>
		<category><![CDATA[ulderico di giancamillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. La giustizia non è solo un insieme di norme o di procedure; è una componente del capitale istituzionale, la forma concreta della fiducia. Un sistema giuridico efficiente riduce il rischio, abbassa i costi di transazione, attrae investimenti, incentiva l’innovazione. Quando invece la giustizia è lenta, ambigua o autoreferenziale, diventa una tassa occulta sul capitale produttivo. Le imprese non innovano, gli investitori non rischiano, il credito si contrae. Il risultato non è solo stagnazione economica, ma una forma più profonda di paralisi: quella che erode la fiducia nei meccanismi stessi della crescita. La separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica non è una questione corporativa o di potere, ma una riforma di ingegneria istituzionale. Serve a eliminare ambiguità, conflitti d’interesse e zone grigie che, in ogni sistema complesso, si traducono in inefficienza. È lo stesso principio economico che regola la separazione tra politica monetaria e politica fiscale, tra auditing e management, tra chi prende rischio e chi lo regola. Le economie più solide non sono quelle dove i poteri collaborano di più, ma quelle dove i poteri si controllano meglio. Nessuno può essere al tempo stesso arbitro e giocatore. Le opposizioni hanno ragione a leggerla come un fatto politico; la maggioranza ha ragione a rivendicarne il valore simbolico. Ma la vera posta in gioco è più profonda: la credibilità istituzionale come capitale nazionale. La fiducia non è un sentimento, è un asset. E nel mondo globale, la fiducia ha un tasso di rendimento misurabile: nei tassi d’interesse, nei flussi di capitale, nella propensione al rischio degli operatori economici. Dove la giustizia è prevedibile, i mercati scontano meno rischio; dove è arbitraria, il capitale pretende una rendita di sicurezza. È in questo senso che la giustizia è già economia. Le civiltà non crollano quando finiscono le risorse, ma quando si consuma la fiducia nei meccanismi che le distribuiscono. Roma non è caduta per mancanza d’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. È lo stesso limite che oggi attraversa le democrazie mature: la difficoltà di garantire che la legge resti più credibile del potere. Nell’epoca in cui la blockchain promette di rendere la fiducia automatica, la giustizia è l’ultima architettura umana che difende l’idea di equità come scelta, non come algoritmo. Separare le carriere, in fondo, significa proteggere questa possibilità: che la fiducia resti umana, e quindi reale. Ogni volta che il sistema giudiziario perde credibilità, il Paese paga un differenziale di sfiducia, come uno spread istituzionale. Un giudice che non decide o un processo che dura vent’anni non danneggiano solo l’imputato o la vittima: danneggiano il valore del tempo in un’economia. E il tempo, oggi, è la moneta più preziosa. Il tempo di una decisione giusta è il tempo della crescita. La politica deve giocare il proprio gioco, perché ogni riforma passa per il consenso e ogni consenso per il conflitto.<br />
Ma la posta in gioco, questa volta, è più alta della politica. Riguarda la capacità del Paese di allinearsi ai principi che regolano il mondo: chiarezza dei ruoli, responsabilità individuale, trasparenza dei processi. Le grandi economie non funzionano perché sono più morali, ma perché hanno istituzioni che trasformano la fiducia in produttività. E questo è, in fondo, ciò che la separazione delle carriere promette: restituire alla giustizia la sua funzione economica, quella di rendere prevedibile l’imprevedibile. La riforma non risolverà tutto, ma può essere un punto di discontinuità. Un segnale al mondo che l’Italia non accetta più di vivere nel limbo dell’ambiguità, dove la giustizia non giudica e il capitale non investe. In un’epoca in cui la competizione tra Stati è competizione di fiducia, la giustizia non è un valore astratto: è un’infrastruttura della crescita. E come ogni infrastruttura, va progettata con ingegneria, non con ideologia. La politica può permettersi di essere<br />
partigiana. L’economia, no. Perché i mercati non votano: misurano. E ciò che oggi misurano, silenziosamente, è se il Paese ha ancora la forza di distinguere i ruoli, e quindi di meritare fiducia.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/giustizia-e-capitalela-separazione-come-fondamento-del-futuro/">Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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