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	<title>guerra Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>guerra Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Donne, pace e sicurezza</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/donne-pace-e-sicurezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 15:41:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Venticinque anni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la Risoluzione 1325 “Donne, pace e sicurezza”. Prima del 2000, infatti, non era riconosciuta, in via ufficiale, la specificità dell’esperienza e dei bisogni delle donne nei conflitti armati e nelle conseguenti fasi di stabilizzazione e pacificazione. Non solo non si era evidenziato lo spropositato impatto della guerra sulle donne, ma non era mai stata sottolineata l’importanza, e il potenziale, di una loro equa e sostanziale partecipazione nei processi di sicurezza, promozione, e mantenimento della pace, a livello nazionale e globale. La Risoluzione 1325 rappresentò un momento epocale e il culmine di un secolo di attivismo transnazionale da parte del movimento femminista, che aveva già plasmato alcuni importanti principi e linee guida nella Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (Onu, 1993), e nell’Area critica D – La violenza contro le donne, della Piattaforma d’azione, approvata dalla IV Conferenza mondiale sulle donne (Onu, 1995).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel corso della storia, il corpo femminile è stato risorsa bellica, mezzo di affermazione di poteri coloniali, e strumento di pulizia etnica. Con la sua capacità di generare futuro, rappresenta un vero e proprio “capitale culturale”. La violenza contro le donne è stata impiegata in maniera premeditata e sistematica come tattica di guerra, per seminare il terrore, condurre la popolazione allo sbando e falciare la resistenza civile. Nell’interconnessione fra progetti nazionalisti e supremazia demografica, è stata utilizzata come strategia volta a impedire la riproduzione umana dei gruppi antagonisti, e con essa, provocare la disgregazione delle modalità di coesione sociale, e la cancellazione della cultura identitaria. Di conseguenza, non può essere archiviata come danno collaterale e, piuttosto, deve essere inclusa con il peso specifico di crimine contro l’umanità, in tutte le iniziative di giustizia riparativa e responsabilizzazione e sanzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne sono testimoni le 50 mila donne kosovaro-albanesi vittime di violenza sessuale, durante la guerra del Kosovo, del 1998-1999, usate per atterrire la popolazione e costringerla ad abbandonare i territori. E lo sono le 35 mila donne croate e musulmane di origine bosniaca, rinchiuse nel “campi di stupro”, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, tra il 1992 e il 1995, il cui scopo primario era quello di far nascere una nuova generazione, eliminando la linea patrilineare del nemico. In Ruanda, nella seconda metà degli anni novanta, quasi 250 mila donne subirono violenza sessuale; moltissime diedero alla luce figli non voluti di etnia mista e per questo furono costrette a vivere con dolore e stigma sociale. I loro corpi smisero di essere umani, per divenire terreno politico: oggetti di violenza, scambio, o da sopprimere poiché in grado di produrre e riprodurre memoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2014, il sedicente Stato islamico decise di spazzare via gli ezidi da Shengal in Iraq, tassello di collegamento delle capitali del califfato in Siria (Raqqa) e Iraq (Mosul). Le donne vennero massacrate, rapite, violentate, vendute come schiave, o ridotte a mogli dei jihadisti, per disintegrare e disperdere l’intero popolo. A oggi, il Movimento per la Libertà delle Donne Ezide (TAJÊ) lotta per il riconoscimento del genocidio, avvenuto solo da 14 paesi. In Etiopia, dal 2020 al 2022, anche i corpi delle donne del Tigrè sono stati il campo di una feroce guerra etnica. Considerate custodi della riproduzione e della “morale” comunitaria, divennero bersaglio non solo di pratiche di sterminio, ma anche di forme di violenza sessuale mirata, che intendevano distruggerne gli organi riproduttivi, e con essi il futuro del loro popolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Arrivando al genocidio palestinese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, le sue cause e conseguenze, Reem Alsalem, ha chiesto un&#8217;azione internazionale immediata per fermare quello che ha descritto come un &#8220;femmini-genocidio&#8221; in corso a Gaza, affermando che “la portata e la natura dei crimini inflitti alle donne e alle ragazze palestinesi […] sono così estreme che i concetti esistenti nei quadri giuridici e penali non riescono più a descriverli o a catturarli adeguatamente”. Secondo le stime, donne e ragazze rappresentano il 67 per cento dei 57.680 palestinesi uccisi entro il 9 luglio 2025.  Per la relatrice speciale, è in atto “una distruzione intenzionale dei loro corpi, per essere palestinesi e per essere donne. Israele sta deliberatamente uccidendo donne e ragazze con l&#8217;intento distruggere la continuità del popolo palestinese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 2024 si è caratterizzato per il massimo numero di ostilità, in dodici mesi, dalla fine del secondo conflitto mondiale e, con 160 mila morti, è stato anche il quinto più sanguinoso, dal termine della guerra fredda. Dal 1990, le cifre sono, poi, raddoppiate, con crescita sia della portata sia dell’intensità delle violenze. Per quanto aggressioni e brutalità si abbattano, in generale, su tutti i membri di comunità e popolazioni, è ovunque evidente che donne, ragazze e bambine, sono in particolar modo vulnerabili, esposte a rischi maggiori e, quasi sempre, colpite con più durezza.</p>
<p>L’ultimo rapporto del Segretario generale dell’Onu su donne, pace e sicurezza, pubblicato lo scorso ottobre, segnala che 676 milioni di donne, ovvero il 17 per cento della la popolazione femminile mondiale, nel 2024, viveva a 50 chilometri da scontri con perdite di vite umane. Circa 245 milioni si trovavano in zone in cui sono avvenuti oltre 25 decessi legati a combattimenti; e di queste, 113 milioni, in paesi come Siria, Libano, e Palestina, risiedeva dove il numero di morti ha superato i 100. La quota più alta di quante dimoravano in prossimità di un conflitto è stata in Bangladesh. In merito si è espressa anche Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women: “si tratta di sintomi di un mondo che sta scegliendo di investire nella guerra invece che nella pace e che continua a escludere le donne nella definizione delle soluzioni”. Bahous ha aggiunto: “Donne e bambine vengono uccise in numeri <em>record</em> e lasciate senza protezione, mentre le guerre si moltiplicano. Le donne non hanno più bisogno di altre promesse, hanno bisogno di potere e partecipazione paritaria”.</p>
<p>Tuttavia, se nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, le organizzazioni femminili in zone di conflitto hanno ricevuto solo lo 0,4 per cento di aiuti, in calo rispetto agli anni precedenti. Proprio a causa dei tagli ai finanziamenti, molti di questi gruppi che operano in prima linea si trovano di fronte alla chiusura di imprescindibili attività di assistenza umanitaria. Lo stesso rapporto evidenzia che, nel crollo del rispetto delle norme internazionali, e a causa del “crescente autoritarismo, la proliferazione di conflitti e processi di militarizzazione, gli scorsi cinque anni hanno mostrato una stagnazione e, addirittura, una regressione su molti degli obiettivi dell’agenda per le donne, la pace e la sicurezza. La polarizzazione politica continua a mettere alla prova il sistema multilaterale e minaccia di cancellare decenni di conquiste”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/donne-pace-e-sicurezza/">Donne, pace e sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Europa al bivio: libertà o compromesso dei principi</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/europa-al-bivio-liberta-o-compromesso-dei-principi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 15:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo instabile, l’Europa deve decidere se difendere i valori liberali o piegarli alle circostanze Ogni sistema politico, anche il più consolidato, arriva a un momento di verifica delle proprie fondamenta. L’Europa si trova oggi in questo punto cruciale: il possibile negoziato tra Russia e Ucraina, con il coinvolgimento di Stati Uniti ed Europa, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In un mondo instabile, l’Europa deve decidere se difendere i valori liberali o piegarli alle circostanze</strong></p>
<p>Ogni sistema politico, anche il più consolidato, arriva a un momento di verifica delle proprie fondamenta. L’Europa si trova oggi in questo punto cruciale: il possibile negoziato tra Russia e Ucraina, con il coinvolgimento di Stati Uniti ed Europa, ha acceso speranze di tregua, ma ha anche messo in luce una questione più profonda: è possibile costruire una pace duratura senza compromettere i valori che fondano la convivenza internazionale? La pace non è soltanto assenza di guerra. È un equilibrio complesso di istituzioni solide, regole condivise e fiducia reciproca. Ogni compromesso che legittima l’uso della forza come strumento politico rischia di trasformare il diritto in un concetto negoziabile, aprendo la porta a precedenti pericolosi. La politica internazionale non è solo pragmatismo: è la misura della capacità di una società di proteggere la dignità dei cittadini e la sovranità dei popoli. Quando la coerenza etica viene sacrificata sull’altare della convenienza, anche la stabilità più apparente si rivela fragile. Il contesto globale rende queste scelte ancora più complesse. La competizione tra grandi potenze, le tensioni nel Mar Baltico, le crisi in Medio Oriente e le sfide globali, dalla sicurezza energetica al cambiamento climatico, impongono all’Europa decisioni delicate e spesso impopolari. Non si tratta solo di mediare tra pressioni esterne: è una questione di identità e principi. L’Europa deve decidere se essere un continente che difende la libertà, la legge e i diritti fondamentali, anche quando ciò comporta difficoltà immediate, o se piegare i propri valori alle circostanze. Per l’Italia, la posta in gioco è concreta. La nostra storia insegna che la libertà è fragile e che la responsabilità civica è la base della coesione nazionale. Ogni compromesso che ignora la giustizia o i principi fondamentali indebolisce la fiducia nelle istituzioni e la cultura della cittadinanza attiva. Il liberalismo, nella tradizione einaudiana, insegna che libertà e responsabilità non sono opzionali: sono ciò che distingue una società civile da una comunità soggetta alla forza. Come un sistema giudiziario efficiente sostiene la crescita economica e la fiducia degli investitori, così un’Europa coerente nei suoi principi sostiene la stabilità e la sicurezza dell’intero continente. Ogni decisione geopolitica ha ripercussioni sulla vita quotidiana: influisce sulla sicurezza collettiva, sulle opportunità dei cittadini, sulla capacità di vivere in una società equa e rispettosa dei diritti. È un banco di prova morale: costruire una pace che rispetti diritto e dignità o una pace che pieghi i principi alle circostanze. Ogni compromesso sembra talvolta inevitabile, ma il vero equilibrio sta nel conciliare pragmatismo e coerenza etica, evitando che la tregua diventi compromesso dei valori. La libertà non si proclama: si costruisce. Con istituzioni solide, trasparenti e imparziali; con cittadini consapevoli e responsabili; con il coraggio di dire “no” quando un compromesso rischia di tradire la giustizia. La pace è un gesto civile, quotidiano e silenzioso: nasce dalla somma delle decisioni di chi sceglie coerenza e integrità. Come la fiducia nei mercati non nasce da proclami ma da regole prevedibili, così la stabilità europea nasce dalla coerenza tra valori e azioni. L’Italia, in particolare, ha un ruolo cruciale. Ogni compromesso che ignora principi e giustizia erode la fiducia dei cittadini nei meccanismi democratici e nella capacità dello Stato di proteggere i diritti. In un mondo globale, dove la competizione tra Stati è anche competizione di fiducia, ogni decisione presa all’interno dei confini nazionali ha conseguenze sullo scenario internazionale, La storia insegna che le civiltà non crollano per mancanza di risorse, ma quando viene consumata la fiducia nei meccanismi che le regolano. Roma non cadde perché finì l’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. Allo stesso modo, l’Europa e l’Italia rischiano di indebolirsi se principio e coerenza vengono considerati negoziabili. In tempi recenti, crisi internazionali come l’invasione dell’Ucraina, le tensioni nel Mar Baltico e la competizione strategica tra grandi potenze dimostrano quanto la libertà europea sia interconnessa con la stabilità globale. L’Europa non può limitarsi a mediare o reagire: deve costruire una politica estera e di sicurezza fondata su valori, non solo sull’opportunismo. Ogni volta che i principi liberali vengono messi da parte, cresce l’instabilità e si erode la fiducia dei cittadini e dei partner internazionali. Costruire la pace significa proteggere la dignità e la libertà di chi vive oggi e garantire che le generazioni future possano vivere in un continente dove i valori liberali non sono compromessi. La sfida è costruire istituzioni resilienti, società civili forti e cittadini consapevoli, in grado di orientare la politica secondo principi e non secondo circostanze contingenti. Libertà e pace sono il risultato di scelte quotidiane, della somma di decisioni che mostrano coerenza, integrità e responsabilità. L’Europa deve decidere oggi se essere un continente che piega i valori alle circostanze o un continente che li difende, anche quando la strada è difficile. La storia, anche recente, insegna che il compromesso senza principi non è mai sostenibile, e che la vera pace nasce dalla capacità di difendere le regole che permettono alla libertà di prosperare. Oggi, più che mai, l’Europa e l’Italia hanno bisogno di lucidità morale, pazienza civile e libertà consapevole. Solo così la pace potrà essere duratura e la libertà davvero sicura. La politica internazionale non è un gioco di interessi immediati: è il banco di prova dei principi su cui vogliamo costruire il nostro futuro comune.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/europa-al-bivio-liberta-o-compromesso-dei-principi/">Europa al bivio: libertà o compromesso dei principi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La sottile linea rossa tra propaganda e crimine internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 16:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[ezechia paolo reale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[processi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 3 maggio è la giornata internazionale della libertà di stampa. L’informazione indipendente e libera è una risorsa irrinunciabile per ogni democrazia e ai giornalisti, soprattutto a quelli impegnati sui fronti delle guerre, della lotta alle criminalità organizzate e dell’opposizione alle dittature va tributato da chiunque un omaggio e un ringraziamento sincero, mentre il rispetto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 3 maggio è la giornata internazionale della libertà di stampa.</p>
<p>L’informazione indipendente e libera è una risorsa irrinunciabile per ogni democrazia e ai giornalisti, soprattutto a quelli impegnati sui fronti delle guerre, della lotta alle criminalità organizzate e dell’opposizione alle dittature va tributato da chiunque un omaggio e un ringraziamento sincero, mentre il rispetto e il ricordo vanno ai giornalisti che sui quei fronti hanno perso la vita.</p>
<p>Agli amici giornalisti, un tempo solo cani da guardia della democrazia ma oggi più che mai cani da guardia della verità e della libertà in tutti gli scenari più controversi, voglio fare un piccolo regalo per la giornata loro dedicata.</p>
<p>In tanti, giustamente, ricorderanno oggi esempi fulgidi e luminosi di giornalisti caduti nell’adempimento del proprio dovere, a volte per il concretizzarsi del rischio insito negli scenari nei quali operano ma più spesso uccisi da mani potenti per la loro capacità di cercare caparbiamente e far conoscere verità scomode.</p>
<p>Io, invece, voglio attingere alle mie letture scientifiche per ricordare oggi alcuni esempi negativi.</p>
<p>Ricordarli non solo per fare in modo che possano risaltare ancor di più le gesta positive delle donne e degli uomini che sono simbolo della vera libertà di stampa ma soprattutto perché non si perda la memoria di errori che, se dimenticati, saremo costretti a ripetere.</p>
<p>Il mio regalo è una brevissima sintesi, priva di commenti, dei processi internazionali svolti, o in corso di svolgimento, a carico di giornalisti, o meglio di propagandisti, che hanno supportato dittature, incitato e giustificato guerre, violenze e genocidi senza che la tessera “press” abbia garantito loro alcuna immunità perché, per usare le parole del Pubblico Ministero di uno di tali processi “ <em>la responsabilità del genocidio non è limitata a coloro che materialmente commettono gli omicidi. Coloro che diffondono il messaggio d’odio attraverso i mezzi di comunicazione e convincono le persone normali ad uccidere sono molto peggio di coloro che mettono in esecuzione le loro parole</em>”.</p>
<p>La promozione e l’esecuzione di vaste e ripetute campagne di odio e disinformazione, indirizzate contro uno specifico gruppo nazionale, religioso, etnico, politico o sessuale, infatti, non è solamente moralmente o deontologicamente censurabile ma può, a determinate condizioni, costituire un potente incentivo o una consistente agevolazione alla realizzazione di crimini internazionali e, quindi, integrare un’ipotesi di concorso dei responsabili dell’informazione distorta e violenta nella realizzazione di tali crimini.</p>
<p>E’ una scelta che ha radici lontane, tanto che già il 3/11/1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua risoluzione A/428, condannò “ogni forma di <strong>propaganda</strong>, <strong>in  qualsiasi paese condotta</strong>, indirizzata o comunque <strong>idonea a provocare  o incoraggiare</strong> ogni minaccia alla pace, ogni violazione della pace <strong>o qualsiasi atto di aggressione</strong>”.</p>
<p>Il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966 sottolinea, poi, al suo articolo 20 che “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge – e – qualsiasi appello all’odio <strong>nazionale</strong>, razziale o religioso che costituisce <strong>incitamento </strong>alla discriminazione, <strong>all’ostilità o alla violenza </strong>deve essere vietato dalla legge”.</p>
<p>La giurisprudenza internazionale conosce rilevanti esempi, di giornalisti, editori e conduttori di trasmissione radiofoniche riconosciuti colpevoli di crimini internazionali per le parole di odio e di disinformazione veicolate al pubblico attraverso i mezzi di comunicazione.</p>
<p>Il giornalista <strong>Julius Strejcher</strong>, fondatore ed editore della rivista settimanale “Der Sturmer”, fu condannato a morte, eseguita mediante impiccagione, dal Tribunale di Norimberga per crimini contro l’umanità perché le falsità con le quali aveva descritto gli ebrei e le loro azioni si erano rivelate un formidabile incentivo per attivare la persecuzione contro gli ebrei e giustificare omicidi e stermini.</p>
<p><strong>Hans Fritzsche</strong> era conduttore di un programma radiofonico di successo e poi sottosegretario, con delega al settore radiofonico, del Ministero della Propaganda del regime nazista, diretto da Paul Joseph Goebbels, il quale non poté, invece, essere processato per essersi suicidato dopo aver ucciso i sei figli e la moglie</p>
<p>Il conduttore fu giudicato da un tribunale tedesco, nell’ambito dei processi ai criminali di guerra dei quali il Tribunale di Norimberga non si era occupato per la minor importanza dei soggetti che se ne erano resi responsabili, e condannato a nove anni di lavori forzati per aver agevolato, attraverso i suoi discorsi di odio e disinformazione trasmessi via radio, la creazione nel popolo tedesco di un diffuso sentimento favorevole alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei che rese successivamente possibile, o comunque agevolò, la realizzazione dei crimini perpetrati dai nazisti e dalle truppe tedesche.</p>
<p><strong>Otto Dietrich</strong>, capo ufficio stampa del Reich e sottosegretario allo stesso Ministero della Propaganda, subì analogo processo con analoghe imputazioni e una condanna a sette anni di reclusione.</p>
<p>Ma il caso più recente e più significativo, conosciuto come “media case” o “hate media trial”, è quello esaminato dal Tribunale Internazionale per il Ruanda che portò già nel 2003 alla condanna all’ergastolo di <strong>Ferdinand Nahjmana</strong> e a 35 anni di reclusione a <strong>Jean-Bosco Barayagwiza</strong>, fondatori della “Radio Televisione Libera delle Mille Colline”, conosciuta come Radio Machete” e “Radio Odio” e alla condanna all’ergastolo per  <strong>Hassan Ngeze</strong>, giornalista fondatore ed editore del settimanale Kangura, per la campagna di odio e di disinformazione diretta verso l’opinione pubblica che portò al genocidio dei Tutsi, una delle etnie presenti nel paese, mentre un altro giornalista di nazionalità belga, attivo in Radio Machete, Georges Ruggiu, si era già riconosciuto colpevole ed era stato condannato a 12 anni di reclusione.</p>
<p>La condanna fu allora salutata con favore, tra gli altri, da &#8220;Freedom House&#8221; e &#8220;Reporter senza Frontiere&#8221;.</p>
<p>Nel motivare l’entità della pena inflitta a Nahjmana il Presidente del Tribunale Internazionale evidenziò che lo stesso “<em>era pienamente consapevole del potere delle parole e usò la radio – un mezzo di comunicazione che raggiunge un vasto pubblico – per disseminare odio e violenza. Senza un’arma da fuoco, un machete o qualsiasi arma fisica causò la morte di migliaia di civili innocenti</em>”.</p>
<p>Ancora oggi è in corso, avanti il Meccanismo Residuale Internazionale per i Tribunali Penali, una Corte che si occupa dal 2010 dei casi residui che sarebbero stati di competenza dei Tribunali Internazionali per il Ruanda e per la ex Jugoslavia, oramai disciolti, il processo a carico di uno degli editori di Radio Machete, <strong>Felicien Kabuga</strong>, sfuggito precedentemente all’arresto ma poi catturato a Parigi nel maggio del 2020 ed ora in carcere all’Aja in attesa della celebrazione del processo.</p>
<p>Buona celebrazione a tutti noi della giornata di oggi, dedicata alla <strong>vera</strong> libertà di stampa, con un pensiero particolare a tutti i giornalisti indipendenti che hanno perso la vita o sono impegnati negli scenari di guerra o nei paesi oppressi dalle dittature per documentare l’assurdità di atrocità e violenze che avrebbero dovuto restare sepolte nel passato e che invece si affacciano minacciose sul nostro futuro.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ezechia Paolo Reale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/ezechia-paolo-reale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ezechia-paolo-reale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ezechia Paolo Reale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato del Foro di Siracusa. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Per una biografia dettagliata cliccare <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/ezechia-paolo-reale/">qui</a>.</p>
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		<title>Kramer contro Kramer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vox]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 21:14:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antonio vox]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci si va convincendo che il reale problema che abbiamo, come Umanità, come Europei, come Italiani, è la parola. Per due motivi: il primo è che si è perduta l’ampiezza del vocabolario e la conoscenza del reale significato delle parole, deformato, contorto, interpretato, abusato, stiracchiato. Uno che parla è sicuro di quello che vuol dire, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci si va convincendo che il reale problema che abbiamo, come Umanità, come Europei, come Italiani, è la parola.</p>
<p>Per due motivi: il primo è che si è perduta l’ampiezza del vocabolario e la conoscenza del reale significato delle parole, deformato, contorto, interpretato, abusato, stiracchiato. Uno che parla è sicuro di quello che vuol dire, ma non c’è certezza di cosa e quanto l’interlocutore capisca.</p>
<p>Il secondo è che si è abituati a classificare l’interlocutore nella modalità On/OFF, Bianco o Nero, con me o contro di me. La condivisione, o meno, della opinione o pensiero dell’interlocutore fa di quella persona, in automatico, un amico o un nemico: qualunque siano le sue argomentazioni.</p>
<p>Tutto questo si traduce in disprezzo delle identità, in costrizione delle libertà, in mortificazione delle dignità, esercitati proprio da chi, a parole, strenuamente ma ipocritamente, sostiene questi valori.</p>
<p>Vi pare poco?</p>
<p>Non è a dire che questa fenomenologia umana non fosse presente nel passato, di qualunque era; c’era, eccome!</p>
<p>Ma nei tempi odierni di evanescenza dei confini, altrimenti detta di globalizzazione, per merci, capitali e uomini; di scienza della comunicazione, sempre più sofisticata nell’assolvimento del proprio ruolo di convincimento e plagio, fino a creare vere e proprie irreali e virtuali costruzioni; di sbrigativa interazione che elude ogni approfondimento e promuove la superficiale “sloganizzazione” della cultura; rendono il fenomeno addirittura dominante facendo emergere prepotente il lato negativo dell’uomo.</p>
<p>È del tutto evidente come agevolmente si diffonda il “dialogo da bar”, senza costrutto né obiettivo, pari all’inconsistente moto browniano.</p>
<p>Bianco o Nero? Si dimentica che la vita umana è fatta da “50 sfumature di grigio”.</p>
<p>Ciò accade, ad esempio, per quanto riguarda la Guerra che attanaglia, oggi, addirittura il mondo intero: quella Russo/Ucraina.</p>
<p>Pro-Russia o pro-Ucraina è la scelta. E se per caso la tua posizione è in una area di analisi “grigia”, allora i rischi, di essere tacciato come persona equivoca, inaffidabile, ambigua e sospetta, sono molto alti.</p>
<p>Non ci si ferma, nemmeno per un istante, a considerare che le guerre, tutte le guerre, non le fanno le genti: queste sono quelle che le subiscono e ne pagano, in toto, le conseguenze.</p>
<p>Non ci si ferma, nemmeno per un istante a considerare che le guerre, tutte le guerre, vanno condannate perché le vogliono i potenti per perseguire i loro inconfessabili obiettivi, le protraggono fin quando vogliono loro e siglano accordi di pace quando decidono loro.</p>
<p>Le combattono, invece, le genti con il sangue, le fatiche, la distruzione, le devastazioni, l&#8217;odio dilagante, lo scempio del sociale e della economia.</p>
<p>La storia è raccontata attraverso le guerre che vogliono i potenti: è il loro gioco del Monopoli. Loro si divertono così, dimentichi delle genti, plagiando le loro menti, usandole come pedoni la cui esistenza è irrilevante, e, infine, premiandole con futili lodi all’eroismo e con medaglie al valore.</p>
<p>E, quelle stesse genti, dopo aver messo in gioco la propria vita, i propri beni, la propria casa, subito emigrazione ed essersi indebitate, debbono anche ricostruire.</p>
<p>È innegabile che questa guerra maledetta, stranamente la più documentata a dimostrazione di grandi interessi in gioco, è combattuta fuori dall’Ucraina.</p>
<p>Da un lato Biden, con il suo incedere incerto, sempre in procinto di salire su di un elicottero o su di un aereo; Johnson, con il suo incedere curvo e scapigliato, sempre ripreso, frettoloso, mentre attraversa Downing street con la borsa sotto il braccio; Draghi, compassato e plumbeo, sempre alla scrivania o al tavolo delle conferenze, da impiegato modello; Zelenskyj, sempre in tenuta semplicemente militare, mentre impersona la parte di eroico condottiero resistente; dall’altro Putin, sempre in perfetta tenuta aplomb, parsimonioso e composto nel parlare, impegnato nella parte di statista. Quest’ultimo sembra solitario ma, sullo sfondo, si nota Xi Jinping, nella parte di osservatore attento e riflessivo, a guisa di felino appostato, che ha già ammonito due volte l’Occidente; come due volte sono state gli ammonimenti russi all’Italia che appare, stranamente, in “prima linea” nel conflitto, pur disastrata nella economia reale.</p>
<p>Questa guerra è tanto importante che anche le Chiese si sono schierate: quella cattolica romana di Francesco; quella ortodossa russa di Kirill.</p>
<p>Il processo dell’escalation si è ripetuto immutabile attraverso la comunicazione: differenziazione, discriminazione, colpevolizzazione, criminalizzazione.</p>
<p>Un processo ben sperimentato, tanto che due popoli quasi apparentati, ora si odiano. Un processo comunicativo mondiale: tutti sono chiamati a concorrere; in un mondo pieno di conflitt eternamente irrisolti, svetta la guerra ucraina.</p>
<p>Ma che c’entrano le genti, in queste assurde diatribe di guerra?</p>
<p>Il sangue versato è loro, le case sventate sono loro, i supplizi sofferti sono loro, i danni subiti sono loro; i profughi sono loro, loro sono le fatiche per la ricostruzione.</p>
<p>Ci si combatte in nome di ideali costruiti ad arte mentre i reali motivi dei conflitti sono altri, economici e di potere.</p>
<p>I veri giocatori della partita, quelli che distruggono le identità delle genti, quelli che annichiliscono i diritti delle libertà naturali, quelli che sviliscono le dignità dei popoli, sono altrove, al sicuro.</p>
<p>Il nostro è un mondo di guerre, un mondo la cui storia si narra proprio attraverso le guerre; mentre, intorno a quei veri giocatori che pescano nel torbido dell’animo umano, si affolla uno stuolo di giannizzeri vocianti che, cinici e arroganti, favoriscono le strategie degli interessi.</p>
<p>A mala pena le umili genti si sono liberate del medioevale “ius primae noctis”, per ricadere nelle reti di degenerazioni più sofisticate.</p>
<p>In una società sempre più globalizzata, anche i conflitti diventano globali.</p>
<p>Non è forse il caso che le genti comincino a gridare “Basta!” a questi potenti? Non è forse il caso di abbattere il muro fra potenti e umili? Non è forse il caso di valorizzare le proprie identità, a fatica costruite nel tempo, affermando la inutilità delle guerre? Non è forse il caso di reclamare le proprie libertà naturali? Non è forse il tempo di acquisire consapevolezza dei plagi e delle fake news cui le genti sono soggette? Non è forse il caso di sedersi, invece di combattere, ad un tavolo conviviale ricacciando i prepotenti e potenti che, chiaramente complici nei loro giochi, tali sono perché ci sono le umili genti?</p>
<p>Queste, le umili genti, sono la reale Umanità: è tempo, tuttavia, che si svegli.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Vox" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/04/antonio-vox.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-vox/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Vox</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laura in Fisica con pubblicazione della tesi, sperimentale</p>
<p>Dirigente apicale nel Gruppo IRI/Finsiel/Italsiel (Sistemi Informativi Elettronici)</p>
<p>Dirigente apicale nel Gruppo Finmeccanica/Alenia/Quadrics (Supercomputer), in Bristol (UK)</p>
<p>Costituzione di uffici territoriali internazionali per supercomputers nella Silicon Valley, Pechino, Singapore.</p>
<p>Membro di Consigli di Amministrazione, Comitati Tecnico-Scientifici, Task Force for large&amp;complex projects</p>
<p>Presidente di aziende specializzate e monotematiche (formazione, organizzazione, sviluppo impresa)</p>
<p>Titolare di Master in HRM (Human Resources Management)</p>
<p>Alcune relazioni progettuali/commerciali (PAC, PAL, Banche, PMI, MIT, CalTech, Accademia delle Scienze di Pechino e Singapore, Nato, …).</p>
<p>Commissario del PLI &#8211; Partito Liberale Italiano &#8211; per la regione Puglia e Presidente del Consiglio Nazionale.</p>
<p>Presidente di “Sistema Paese – Economia Reale &amp; Società Civile –</p>
<p>Vicesegretario della formazione politica “La Casa dei Liberali”.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/kramer-contro-kramer/">Kramer contro Kramer</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Le insidie del pacifismo neutralista</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/le-insidie-del-pacifismo-neutralista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 08:17:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[anpi]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Eltsin]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vasti settori della sinistra, del sindacalismo e del mondo cattolico, pur condannando con sfumature diverse il brutale intervento russo in Ucraina, si collocano in una posizione neutralista, nella convinzione che solo la diplomazia possa condurre a una cessazione delle ostilità. In tale quadro ogni aiuto militare all’Ucraina viene considerato un ostacolo alla causa della pace. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vasti settori della sinistra, del sindacalismo e del mondo cattolico, pur condannando con sfumature diverse il brutale intervento russo in Ucraina, si collocano in una posizione neutralista, nella convinzione che solo la diplomazia possa condurre a una cessazione delle ostilità. In tale quadro ogni aiuto militare all’Ucraina viene considerato un ostacolo alla causa della pace. Si rischia così, richiamandosi a un generico irenismo, di porre sullo stesso piano, pur di condannare la guerra, un esercito che invade e un esercito che dall’invasione si difende. L’invio di armi agli ucraini da parte dell’Italia non è in conflitto con la Costituzione, in quanto, come ha precisato il presidente della Consulta, Giuliano Amato, non si tratta in questo caso di una guerra offensiva. E’ quantomeno singolare che chi, come l’Anpi, pretende di rappresentare i valori della Resistenza, non senta la necessità di essere concretamente a fianco di un popolo che è vittima di una aggressione. La via diplomatica, da tutti auspicata, non sembra facilmente percorribile ed è necessario agire nell’immediato, avendo consapevolezza che il neutralismo condannerebbe gli ucraini a una resa senza condizioni. Non si possono non riconoscere, nelle diverse forme di neutralismo e di equidistanza, umori antiamericani, anti Nato, in senso lato antioccidentali, che serpeggiano tanto a sinistra quanto a destra. Si fa fatica poi a comprendere come i leghisti, fautori della legittima difesa in ogni sua forma, siano così restii ad aiutare militarmente un popolo che difende quei confini nazionali di cui il sovranismo esalta la sacralità.<br />
L’estensione verso Est della Nato, che avrebbe ignorato gli impegni americani riguardo al contenimento dell’influenza occidentale nell’Europa dell’Est dopo il 1989, viene spesso considerata come il fattore scatenante del conflitto in atto. L’adesione alla Nato da parte dell’Ucraina non era all’ordine del giorno, in quanto Francia e Germania temevano che la sua instabilità politica, legata alle vicende della Crimea e del Donbass, rappresentasse un serio problema per l’Alleanza e per l’UE. Tutto ciò era ben noto alla diplomazia russa. La lunghezza delle procedure e le cautele avanzate da Francia e Germania avrebbero dovuto costituire sufficienti garanzie per Putin e fugare i suoi timori.<br />
Se la comprensione delle “ragioni” di Putin può essere utile per una riflessione critica, non può tradursi, come alcuni sostengono, in una giustificazione della sua “operazione militare speciale”. E’ noto che John Maynard Keynes, che faceva parte della delegazione inglese alla Conferenza di Versailles, si dimise dall’incarico, manifestando tutto il suo dissenso nei confronti delle clausole punitive imposte alla Germania. Quella “pace” avrebbe infatti alimentato, a suo avviso, un forte risentimento, che si sarebbe poi tradotto in un populismo revanscista, come in realtà accadde. Queste considerazioni, presenti nel dibattito storiografico, non possono naturalmente giustificare le scelte del Terzo Reich.<br />
Nel 1939, ad essere messa sotto accusa fu infatti la politica di appeasement di Neville Chamberlain e Edouard Daladier, che aveva consentito a Hitler di esercitare indisturbato la sua politica aggressiva.<br />
Dopo la II Guerra l’URSS ha imposto nell’Europa orientale un modello politico che è stato difeso con un capillare apparato poliziesco e in alcuni casi, come a Berlino, a Budapest, a Praga, con duri interventi militari. La fine del comunismo ha lasciato emergere, all’Est, l’esigenza di tutelarsi dall’imperialismo russo nella sua declinazione postsovietica, come dimostra la scelta di Vàclav Havel, che nel 1999 chiese l’adesione della Repubblica Ceca alla Nato, ritenendo che ciò costituisse una garanzia per l’indipendenza del suo Paese. Da questo sentire non erano lontani i comunisti italiani, come dimostra la celebre intervista, pubblicata sul Corriere della sera del 15 giugno 1976, in cui Enrico Berlinguer dichiarava a Giampaolo Pansa di sentirsi più al sicuro nella Nato che nel Patto di Varsavia. Pensava infatti che, non appartenendo al Patto di Varsavia, l’Italia, pur in presenza di oggettive difficoltà, potesse procedere “lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento”. E’ comprensibile dunque che i Paesi dell’ex blocco socialista vedano oggi nell’UE e nella Nato una sicura tutela della loro sovranità.<br />
Se è probabilmente infondato il timore che in Ucraina potessero venire installati missili diretti verso il suolo russo, è certo che a Kalinigrad, la Königsberg di Kant (una enclave russa in Polonia), si trovano missili diretti verso la Polonia, le Repubbliche baltiche e la Scandinavia. In un suo recente discorso Putin ha sostenuto che l’Ucraina ha perso la sua sovranità, divenendo “serva dei padroni occidentali” e lasciandosi guidare da oligarchi intenti solo ai loro affari, interessati a separarsi dalla Russia. Ha poi affermato che “non è mai stata un vero Paese”, in quanto è parte integrante della Russia, da cui sarebbe stata allontanata da una “ondata di nazismo e nazionalismo”. La Russia, dovrebbe così reintegrare nella sua unità organica un Paese traviato dalle tentazioni dell’Occidente e da forme di nazionalismo dalle tinte nazifasciste. Tendenze, queste, ben presenti, in realtà, proprio nelle argomentazioni putiniane, che pretendono di indicare la retta via a uno stato sovrano che ha democraticamente eletto i suoi governanti e che autonomamente vuole definire le linee della sua politica estera. I massacri della popolazione civile divengono una forma di ricatto nei confronti del governo ucraino, come dire che solo una resa potrebbe farli cessare.<br />
Condannare Putin, senza rinunciare a soluzioni diplomatiche che rispettino la sovranità dell’Ucraina, può consentire anche di entrare in dialogo con le forme di dissenso che in Russia emergono nei settori più critici e sensibili della popolazione. L’inasprimento delle sanzioni comporterà certamente dei sacrifici economici non solo per i russi, ma anche per l’Occidente. Potrebbe contribuire però a far crescere l’opposizione popolare verso Putin.<br />
Le testimonianze di questi giorni lasciano pochi dubbi sulle atrocità che il popolo ucraino sta subendo e risulta difficile confrontarsi con chi non riesce a condannare chiaramente la barbarie delle truppe russe e, ancor più, con chi, come Carlo Freccero, pensa che siamo di fronte a una fiction, osservando gli orrori della guerra con le lenti deformanti della società dello spettacolo. La città martire di Bucha rientra in un’area fortemente segnata dalla guerra, come testimonia Katyn. Nell’aprile del 1940, 82 anni fa, nella foresta di Katyn, vennero fucilati dai sovietici circa 20.000 ufficiali polacchi, con la precisa intenzione di eliminare una parte significativa della classe dirigente del Paese. I tedeschi scoprirono in seguito le fosse comuni e attribuirono a Stalin la responsabilità del massacro. Nel 1943 istituirono una commissione d’inchiesta internazionale, presieduta dallo svizzero Francois Naville, di cui faceva parte Vincenzo Paolo Palmieri, docente di medicina legale all’Università di Napoli. La commissione giunse alla conclusione, all’unanimità, che la strage fosse stata compiuta dai russi. Nel corso del processo di Norimberga Roman Rudenko, procuratore generale sovietico, fece prevalere la tesi secondo cui gli ufficiali polacchi fossero stati giustiziati dai nazisti, approfittando anche del fatto che gli Alleati non intendevano indagare ulteriormente per non incrinare il rapporto con l’URSS, come ammise lo stesso Churchill. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato preferirono in seguito non riaprire la questione, anche se una commissione nominata dal Congresso aveva individuato nei sovietici i responsabili della strage.<br />
Dopo Norimberga, i partiti comunisti si attivarono per delegittimare, sia sul piano scientifico sia sul piano personale, gli scienziati che avevano sottoscritto all’unanimità la relazione del 1943. I comunisti svizzeri accusarono di collaborazionismo Naville, chiedendo, senza riuscirci, che fosse destituito dalla cattedra. In Italia si scatenò una campagna denigratoria nei confronti di Palmieri, animata in particolare da Mario Alicata. Palmieri fu posto sotto controllo, a tal punto che, come scrive Viktor Zaslavsky (a cui si deve una puntuale ricostruzione dell’intera vicenda), Eugenio Reale, nel gennaio del 1948, sentiva il dovere di informare l’ambasciata sovietica che il “servo della propaganda di Goebbels Palmieri” aveva tenuto una conferenza. I docenti dell’Università di Napoli proposero il suo allontanamento, che non fu accettato grazie al parere contrario del rettore Adolfo Omodeo. Palmieri decise infine di mettere al sicuro la sua relazione su Katyn che, conservata in una scatola di scarpe impermeabilizzata, venne sotterrata in un suo podere nei pressi di Cassino. Solo nel 1990 una commissione sovietica riconobbe che il massacro era stato compiuto dall’NKVD. La vicenda divenne ancora più chiara, nella sua atrocità, quando Elstin, nel 1992, rese pubblici i documenti, firmati da Stalin e da Berija, in cui era evidente come tutto fosse stato puntualmente pianificato.<br />
Si prova un grande disagio nell’apprendere che l’Anpi avverta l’esigenza di nominare una commissione d’inchiesta per individuare gli autori del massacro di Bucha. Ci troviamo dinnanzi a fosse comuni e a corpi dilaniati che non sono stati rinvenuti dopo anni, come è avvenuto a Katyn, dove si sono rese necessarie accurate indagini medico-legali per accertare la verità. Le responsabilità dell’esercito russo sono in questo caso immediatamente verificabili, anche se vengono negate da quanti, come il ministro degli esteri Sergej Lavrov, ritengono che si tratti di una messa in scena degli americani e della Nato.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>L&#8217;8 settembre, 78 anni dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2021 14:33:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[8 settembre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fuga da Roma dell’8 settembre fu a mio avviso l’atto più condivisibile del lungo regno di Vittorio Emanuele III. Lasciando la città per Brindisi, che si trovava in territorio già occupato dagli alleati, evitò che i vertici del Paese cadessero in mano ai tedeschi, divenuti il nostro nemico. Salvaguardò così un governo italiano che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fuga da Roma dell’8 settembre fu a mio avviso l’atto più condivisibile del lungo regno di Vittorio Emanuele III. Lasciando la città per Brindisi, che si trovava in territorio già occupato dagli alleati, evitò che i vertici del Paese cadessero in mano ai tedeschi, divenuti il nostro nemico.</p>
<p>Salvaguardò così un governo italiano che potesse interloquire con i vincitori del conflitto e avviare l’Italia verso una pace difficile da trattare, che tuttavia si ottenne, dopo la fine della guerra, in termini non umilianti.</p>
<p>Ben altre sono le vergogne di questo re. Anzitutto il quasi colpo di stato che avvenne quando, di nascosto, tradì la triplice alleanza e concordò l’accordo con inglesi e francesi che condusse alla tragica entrata nella Prima guerra mondiale. L’Italia fu partecipe di quella strage che rappresentò l’inizio della decadenza politica dell’Europa del XX secolo.</p>
<p>Altra infamia è stata l’adesione alle leggi razziali; non si trattava allora della persecuzione che ha portato all’olocausto, ma si creava comunque una gravissima discriminazione tra cittadini italiani, indegna delle conquiste sociali che il Paese aveva maturato anche sotto il fascismo.</p>
<p>Vittorio Emanuele non si può sottrarre nemmeno dalla corresponsabilità con Mussolini nell’entrata nella Seconda guerra mondiale, espressa non già dal tradimento di un’alleanza ma determinata dal desiderio di partecipare al bottino del vincitore.</p>
<p>Infine, sotto il suo regno si sono realizzate le diverse fasi dell’avventura italiana in Libia e in Etiopia. Nei due Paesi la presenza italiana si è caratterizzata per inaudita ferocia nella repressione delle forze militari di opposizione in Etiopia e dei tentativi insurrezionali delle tribù locali in Libia. Più che le opere pubbliche realizzate, i due Paesi ricordano la ferocia dei nostri generali.</p>
<p>Diversi sono i motivi che intaccano pesantemente la memoria di questo re e non mi sembra il caso di aggiungere quell’unica circostanza in cui, consapevole del ruolo di rappresentante del Paese, preferì l’umiliazione della fuga e l’accettazione, sia pure in modo disordinato, della sconfitta sulla quale poi si ricostruì la nuova Italia. La mia assoluzione sulla fuga non vuole ovviamente nascondere le gravi conseguenze che derivarono in quelle circostanze su Roma, divenuta città aperta; non credo però che la presenza del re e di un governo in rotta avrebbe cambiato le cose.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
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		<title>L&#8217;Europa: una sfida di leadership</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Aug 2021 13:53:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le vicende dell’Afghanistan rivelano l’inconsistenza del ruolo internazionale degli europei. Appare chiara la posizione parassitaria dell’Europa in ambito Nato, non venendo i singoli paesi nemmeno informati circa le decisioni strategiche degli Stati Uniti. In tale prospettiva risulta difficile anche definire gli obiettivi finali dell’alleanza atlantica: una comunità di difesa contro chi? Dopo la caduta dell’Unione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Le vicende dell’Afghanistan rivelano l’inconsistenza del ruolo internazionale degli europei. Appare chiara la posizione parassitaria dell’Europa in ambito Nato, non venendo i singoli paesi nemmeno informati circa le decisioni strategiche degli Stati Uniti. In tale prospettiva risulta difficile anche definire gli obiettivi finali dell’alleanza atlantica: una comunità di difesa contro chi? Dopo la caduta dell’Unione sovietica non si ravvisano potenziali aggressori; il fine dell’alleanza è forse quello di evitare che i suoi componenti, che vengono da secoli di guerre fratricide, si facciano guerra di nuovo tra di loro.</div>
<div>La crisi afghana deve essere l’occasione perché l’Europa trovi una propria identità sul piano della politica internazionale. È vero però che senza unità politica e difesa comune l’Europa non si può dare una politica estera; d’altronde portando l’Unione a 27 stati eterogenei, Prodi ha cancellato ogni futuro di unità politica che nasca dalla convergenza dei conseguenti contrastanti interessi. Sarebbe oggi di converso auspicabile un nocciolo duro di 4 o 5 stati che abdichino alla propria sovranità per creare un polo di attrazione attivo nel tempo per altre aggregazioni. Ci vorrebbero personaggi come Monnet, Adenauer e De Gasperi pronti a sacrificare gli interessi di partito per un progetto comune. Ma ci sono questi leader? Purtroppo la Germania perde la Merkel e Macron è in posizione precaria. Noi abbiamo Draghi, che ha avuto esitazioni nella gestione della pandemia, ma che ha un buon respiro internazionale. È personaggio ambizioso, capace di grandi disegni e potrebbe giocare un ruolo decisivo. Bisogna evitare che i nostri interessi di partito lo cristallizzino nella posizione di presidente della Repubblica e sperare che i nostri mediocri politici continuino ad avere necessità del suo apporto.</div>
<div>Fin da ora comunque, prospettando la necessità di discutere la situazione internazionale nell’ambito del G20 l’Italia ha dimostrato di comprendere come sia necessario trovare interlocutori nel mondo e non avversari. Senza uscire dalla Nato, già in quella sede una intesa politica italo-franco-tedesca potrebbe dialogare alla pari con l’alleato americano, proponendo soluzioni sulla via della pace, del rispetto delle autonomie dei diversi paesi e del contrasto al terrorismo che non siano di contrapposizione alle altre potenze mondiali, Cina, Russia e aggiungo India.</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/leuropa-una-sfida-di-leadership/">L&#8217;Europa: una sfida di leadership</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il conflitto residuale siriano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2020 20:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Decimo anno di guerra. Cinque potenze mondiali e regionali coinvolte. Quasi 6 milioni di rifugiati &#8211; di cui 3.7 in Turchia, 1.5 in Libano, 600 mila in Giordania -, 6.2 milioni di sfollati interni. Più di 600 mila casi di tortura, 500 mila arresti arbitrari, oltre 50 mila desaparecidos, fra 320 e 500 mila morti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Decimo anno di guerra. Cinque potenze mondiali e regionali coinvolte. Quasi 6 milioni di rifugiati &#8211; di cui 3.7 in Turchia, 1.5 in Libano, 600 mila in Giordania -, 6.2 milioni di sfollati interni. Più di 600 mila casi di tortura, 500 mila arresti arbitrari, oltre 50 mila desaparecidos, fra 320 e 500 mila morti, un terzo civili, esecuzioni extra-giudiziali nell’ordine delle centinaia di migliaia. Un panorama di città annientate dai bombardamenti.<span id="more-2162"></span></p>
<p>L’80 per cento dei siriani, quattro volte di più che all’inizio del conflitto, vive sotto la soglia della povertà. La metà  della popolazione dipende dagli aiuti della cooperazione umanitaria. L’economia e l’infrastruttura sono state distrutte, con un costo per la ricostruzione calcolato in 400 mila milioni di dollari. L’inflazione gallopante, derivata anche dalla crisi finanziaria del Libano, e le sanzioni, che impediscono il rifornimento di materie prime e derivate, si traducono in un impasse strutturale, con gravi conseguenze nella vita quotidiana di quanti sono sopravvissuti alla violenza.<br />
Il 25 per cento del paese rimane fuori dalla gestione del governo e, nonostante tutto, continuano scontri permanenti di una battaglia residuale contro le milizie ribelli. L’ultimo bastione di opposizione al presidente Bashar el-Assad si trova concentrato nella provincia nord-occidentale di Idlib. I turchi, presenti in dodici punti di osservazione, sono stati incaricati dell’offensiva dell’asse Damasco-Mosca-Ankara. Due terzi delle milizie, circa 30 mila volontari, sono costituite da membri del gruppo Hayat Tahrir al Sham, ramo siriano di  al-Qaida, succeduto al declino dell’Isis, suo concorrente ideologico. Resistono in un’area abitata da 3.5 milioni siriani e hanno creato un’amministrazione locale. La maggioranza è confluita a Idlib da altre zone, dove i jihadisti sono capitolati, e ora non sanno dove riparare.<br />
La lotta contro il sedicente stato islamico, e la sua base territoriale, consolidata a cavallo tra Siria e Iraq dal 2013 al 2019, è stata l’unico denominatore comune dei principali attori di questa drammatica vicenda. Il califfato nero è  stato sconfitto sul piano militare, tuttavia, la liberazione di Idlib sembra essere interminabile. Gli Stati Uniti, durante l’amministrazione di Donald Trump, si sono ritirati dallo scenario, trasferendo in via definitiva 2 mila soldati, mentre Teheran e Mosca continuano a difendere i propri interessi geopolitici. Nella provincia costiera di Latakia sono state installate basi aeronavali, l’unica presenza del Cremlino nel Mediterraneo, per l’appoggio aereo ininterrotto dal 2015.<br />
Al-Assad si propone di essere rieletto in uno stato che è divenuto un protettorato russo e iraniano, parzialmente occupato dalla Turchia &#8211; che persegue l’obiettivo di occupare il vuoto lasciato dagli americani -, e con 40 mila curdi armati, alleati terrestri degli Stati Uniti, trincerati nei giacimenti petroliferi del nord-est. L’aviazione israeliana, con l’avvallo di Washington, ha già sferrato attacchi nell’ordine delle migliaia e non cessa di bersagliare le truppe sciite libanesi e iraniane, attive in Siria dal 2012, arrivando a colpire le postazioni di Teheran non lontano da Damasco.<br />
Secondo stime recenti, l’esercito siriano è passato a controllare il 65 per cento del suolo nazionale nel 2019, rispetto al 35 per cento del 2017. D’altra parte, solo un esito positivo delle negoziazioni di Damasco con i curdi potrebbe bloccare l’espansione dell’alleato turco, intenzionato a mantenere una zona cuscinetto oltre la propria linea di demarcazione, e garantire un comando del 90 per cento. I curdi hanno guadagnato dal 14 al 25 per cento. Gli insorti, invece, hanno perso dall’11 al 10 per cento. L’Isis, negli stessi anni, si è ridotto dal 40 allo 0.5 per cento, ma permangono 3.500 terroristi, di cui 700 stranieri, a est dell’Eufrate, nell’antico centro operativo di Abu Kamal, contiguo ai principali giacimenti di idrocarburi.<br />
Rimangono aperti quattro fronti sul confine con la Turchia, l’Iraq, l’Iran e le alture del Golan, occupate da Israele e il riconoscimento internazionale del regime resta condizionato all’apertura di un negoziato di pace auspicato dall’Onu come l’unica via per una pace sostenuta nel tempo. Mentre al-Assad orchestra un avvicinamento diplomatico e commerciale agli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, antichi sostenitori dell’opposizione, l’Iran, su pressione dei russi, ha ritirato 20 mila combattenti, includendo rinforzi afghani e pachistani, e Hezbollah ha ripiegato parte dei suoi effettivi che erano arrivati a superare le 8 mila unità. Gli sforzi della Russia sono volti a evitare un contagio della guerra israelo-iraniano in Siria in Libano e Iraq.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-conflitto-residuale-siriano/">Il conflitto residuale siriano</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sos Afghanistan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 09:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva. Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan</strong> e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.</p>
<p><strong>Il governo di unità nazionale</strong>, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.</p>
<p><strong>Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine</strong>. Mentre i soldati sono impiegati in <em>check-point</em> statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere <em>intelligence</em> essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.</p>
<p><strong>Dal canto suo, il sistema legale non riesce</strong> a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.</p>
<p><strong>Per alcune stime, i gruppi non statuali</strong>, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.</p>
<p><strong>L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò</strong> il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.</p>
<p><strong>Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza</strong>.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.</p>
<p><strong>La perdita di due importanti <em>leader</em></strong> non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali &#8211; Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.</p>
<p><strong>Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato</strong> che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.</p>
<p><strong>Di fatto, è stata scelta un’altra direzione</strong>.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.</p>
<p><strong>Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata</strong>, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi,<em> raid</em> in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati &#8211; a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.</p>
<p><strong>Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti</strong>: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.</p>
<p><strong>La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan</strong>, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore</strong>, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-1082 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg" alt="" width="828" height="315" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg 828w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-300x114.jpg 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-768x292.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 828px) 100vw, 828px" /></p>
<p><strong>Questa è una guerra che non può vincere nessuno</strong>, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.</p>
<p><strong>Se un incremento del livello di pressione militare</strong> potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.</p>
<p><strong>Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia</strong> a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.</p>
<p><strong>Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 <em>marines</em> </strong>e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate <em>vis-à-vis</em> con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.</p>
<p><strong>Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia</strong> sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.</p>
<p><strong>La collaborazione ha subito un raffreddamento</strong> dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 &#8211; sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, <strong>Zamir Kabulov</strong>, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.</p>
<p><strong>Il Cremlino ha un vantaggio comparativo</strong> che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.</p>
<p><strong>A novembre Mohammad Atmar</strong>, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.</p>
<p><strong>Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali</strong> con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.</p>
<p><strong>Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali</strong> con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca</strong> con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.</p>
<p><strong>Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare</strong> che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’<em>escalation</em> delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.</p>
<p><strong>La recrudescenza degli attacchi terroristici</strong> degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.</p>
<p><strong>Intanto circa 400 mila afghani</strong> hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.</p>
<p><strong>L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul</strong>, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.</p>
<p><strong>L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro</strong> per la dottrina del <em>non-refoulement</em> e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.</p>
<p><strong>Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere</strong>, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.</p>
<p><strong>Il governo di Mohammad Najibullah resistette</strong> tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.</p>
<p><strong>La democrazia, con le sue variegate espressioni formali</strong>, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere <em>leader</em> di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.</p>
<p><strong>Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq</strong>, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.</p>
<p>Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.</p>
<p><strong>Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare</strong> la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere <em>intelligence</em> per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/">Sos Afghanistan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2018 13:32:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Attraverso la cortina di fumo sulle dimostrazioni pubbliche delle ultime settimane, proviamo a guardare all’Iran come al laboratorio politico che è sempre stato, con la sua fitta rete di movimenti sociali che hanno lottato senza sosta per modernizzare la nazione e dato vita alla prima rivoluzione costituzionale del medio oriente nel 1906, e dagli anni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Attraverso la cortina di fumo sulle <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2018/01/04/iran-diminuiscono-le-manifestazioni_d804785d-fcf3-4565-8da5-99470a078879.html">dimostrazioni pubbliche</a> delle ultime settimane, <strong>proviamo a guardare all’Iran come al laboratorio politico</strong> che è sempre stato, con la sua fitta rete di movimenti sociali che hanno lottato senza sosta per modernizzare la nazione e dato vita alla prima rivoluzione costituzionale del medio oriente nel 1906, e dagli anni sessanta e settanta, a quell’islam politico che guadagnerà importanza in seguito alla primavera araba del 2010-11.</p>
<p><strong>Dopo aver demolito una monarchia assoluta</strong>, fatta di lussi, tirannia e diplomazia &#8211; frutto di un <a href="http://www.raistoria.rai.it/articoli/iran-il-golpe-contro-mossadeq/13514/default.aspx">colpo di stato</a> dei servizi segreti statunitensi e britannici per evitare la nazionalizzazione della produzione di idrocarburi, ed essere passato per la ferocia massificante della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_iraniana">rivoluzione islamica</a>, l’Iran è un sistema ibrido, composto da organismi guidati da principi coranici e istituzioni erette sui cardini di una repubblica.</p>
<p><strong>Si è trattato di un quarantennio</strong> di sofisticate alleanze e riallineamenti nei comparti economici, religiosi, militari e paramilitari, che hanno condotto a un delicato equilibrio domestico, ma efficace. L’Arabia Saudita, e i paesi illiberali del Golfo Persico, amici degli Stati Uniti, nonostante le operazioni di cosmesi, agevolate dai petrodollari, rimangono lontani anni luce da qualsiasi forma di governo e rappresentazione democratica.</p>
<p><strong>Le presidenziali dello scorso maggio sono state chiave per l’Iran</strong>. Hassan Rouhani, espressione dell’area pragmatista della Repubblica Islamica, la cui base è la borghesia urbana e la classe intellettuale, grazie all’apertura al libero mercato, le relazioni estere, e la diversificazione dell’economia, è stato rieletto con quasi ventiquattro milioni di preferenze, sbaragliando cinque contendenti ufficiali, in un suffragio universale dove è necessaria la maggioranza assoluta. Rouhani, che ha ottenuto il plauso mondiale per l’<a href="http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2017/10/14/cosa-prevede-accordo-sul-nucleare-con-iran_S7hT1DcuaeUX03eoVdKtsN.html">accordo sul nucleare</a> &#8211; firmato nel 2015 con Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania, è stato inoltre sostenuto dall’area riformista e correnti dell’opposizione, alcuni affiliate a organizzazioni non riconosciute che si erano sempre astenute, così come da una parte dell’area conservatrice.</p>
<p><strong>Sebbene la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guida_suprema_dell%27Iran">guida suprema</a>, Khamenei</strong>, e l’ala intransigente del clero, avessero favorito Ibrahim Raisi, ex-magistrato della commissione deputata al giudizio dei nemici della rivoluzione negli anni ottanta, per una volta nella storia, ha vinto l’altro candidato. <strong>Rouhani</strong> ha conquistato la fiducia trasversale di forze che hanno visto in lui un fattore di stabilità, ma soprattutto la possibilità di un graduale mutamento.</p>
<p><strong>È lo scenario di un Iran in continua evoluzione</strong> e per questo esposto a crisi endogene ed esogene. Il <em>deficit</em> economico è lievitato durante il precedente mandato di Rouhani con alti tassi di inflazione e disoccupazione e non sono state mantenute le promesse del 2013 di aumentare le libertà civili.</p>
<p><strong>Le rinnovate assicurazioni</strong> per una concrezione degli effetti sperati delle manovre economiche sul divario fra ricchi e poveri, l’incentivazione di posti di lavoro e settore privato, e la promozione di una società più aperta, hanno generato enormi attese nella cittadinanza e molta preoccupazione nell’<em>establishment</em>.</p>
<p><strong>I conflitti tra fazioni avverse sono stati acuiti</strong> dalla scomparsa del già presidente <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-22494982">Rafsanjani</a>, pontiere di levatura nella politica interna iraniana. A ciò si somma il precario stato di salute di Khamenei, 78 anni, la cui eventuale morte &#8211; il figlio attua come vice, con un pragmatista in carica, porterebbe a una difficile transizione nell’entità che detiene il monopolio dei settori economici cruciali. L’influenza di Rouhani e dei pragmatisti era fiorita sotto l’egida di Obama, ma l’inversione di rotta di <strong>Trump</strong> – che sarebbe stata intrapresa anche da Hillary Clinton, lo indebolisce nella negoziazione con i conservatori.</p>
<p><strong>Gli attacchi dei conservatori a Rouhani</strong> si sono susseguiti in maniera incalzante con l’arresto del fratello per imprecisate questioni finanziarie, l’attacco mediatico per sminuirne i successi militari sull’Isis o attribuirli a decisioni della guida suprema, e il contrasto alla ratifica parlamentare dell’<a href="http://www.unesco.it/it/News/Detail/358">agenda educativa globale dell’Unesco</a>, considerata una prescrizione di valori.</p>
<p><strong>Pure in questa ottica vanno letti i recenti disordini</strong> innescati a partire dalla città di Raisi, sfidante di Rouhani; luogo di culto a orientamento conservatore, roccaforte altresì dell’ex-<em>premier </em>Ahmud Ahmadinejad, escluso dalla corsa presidenziale e acceso agitatore, da poco costretto agli <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/01/07/iran-ahmadinejad-a-arresti-domiciliari_b3c04b0f-77af-418c-b5de-f1981fb4f73c.html">arresti domiciliari</a>. L’inefficacia dell’accordo sul nucleare per ridurre lo strangolamento dell’economia iraniana, l’aumento dei prezzi al consumo, e il 40 per cento di disoccupazione giovanile, hanno infiacchito il presidente agli occhi dell’elettorato.</p>
<p><strong>In aggiunta, lo scontento per l’impegno militare in Siria</strong> (leggi <a href="http://www.iltoroelabambina.it/2017/04/09/siria-la-pantomima-della-linea-rossa/">Siria. La pantomima della linea rossa</a>), Libano, Yemen, Iraq, Bahrain e la conseguente sottrazione di decine di miliardi di dollari all’economia nazionale per forniture belliche e svariati aiuti internazionali &#8211; in Siria, solo i prestiti a garanzia sovrana ammontano a 4.6 miliardi di dollari, hanno fatto sì che le proteste si diffondessero con rapidità. Di fatto, Rouhani oggi governa con meno autonomia di quattro anni fa. L’avvicendamento che i conservatori progettano per il 2021 si sta già cucinando e potrebbe avvenire in anticipo.</p>
<p><strong>La rinsaldata alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita</strong> – le relazioni diplomatiche fra sauditi e iraniani sono interrotte da gennaio del 2016 (leggi <a href="http://www.iltoroelabambina.it/2017/12/27/medio-oriente-il-ruolo-di-arabia-saudita-iran-e-stati-uniti/">Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti</a>), e lo spettro di nuove <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2018/01/12/iran-trump-conferma-accordo-e-congela-sanzioni.-ma-e-lultima-volta_2a86ed3f-4f64-4d3c-9470-0f9aebd6481b.html">sanzioni economiche</a> che allontanano i capitali, rinvigoriscono l’<em>élite</em> conservatrice, le sue micce populiste e posizioni anti-occidentali. Tuttavia, il gioco di palazzo si è ritorto sui mandanti e la frustrazione popolare si è estesa a Khamenei con tale violenza che questi si è dovuto barricare dietro la teoria del <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/01/02/khamenei-nemici-iran-dietro-proteste_e11fa5fb-4dba-43df-8498-cb11f2cff33a.html">complotto straniero</a>.</p>
<p><strong>Le proteste non sono state in grado di mettere in stallo</strong> l’assetto nato dalla rivoluzione islamica &#8211; la capacità dei <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/pasdaran/"><em>pasdaràn</em></a> di contenere la piazza è innegabile, ma sono destinate a provocare delle alterazioni nelle dinamiche di potere. Un cambio generazionale si prepara con progressione e determinazione e, con esso, un processo politico, per certo a lungo termine, che finirà per apportare modifiche complessive.</p>
<p><strong>Inferiore ai 25 anni è l’età media degli arrestati</strong>, secondo il ministero dell’interno; i contestatori sono in gran parte studenti. Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni, coscienza storica e politica della contemporaneità, minime differenze culturali in confronto ai coetanei europei, ma un dislivello ampio rispetto ai genitori. In Iran si è consolidata una subcultura metropolitana post-islamica, spesa ancora perlopiù nel privato, che va però avanzando negli spazi pubblici, dai cortei in reazione all’imposizione fraudolenta di Ahmadinejad nel 2009, ai <em>rally</em> di quest’anno contro l’oppressione del regime.</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/01/blog-2.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-1037 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/01/blog-2.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/01/blog-2.png 1200w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/01/blog-2-300x75.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/01/blog-2-768x192.png 768w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/01/blog-2-1024x256.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Il futuro si scommette sull’economia</strong>, l’allentamento della pressione morale e la battaglia per le libertà della persona. L’obiettivo di attirare 150 miliardi di dollari in investimenti stranieri, per stimolare la crescita e lo sviluppo tecnologico, ha incassato contratti con Boeing, Airbus, Total, Peugeot, Volkswagen, Glaxo Smith Kline, e Vodafone, per citarne alcuni.</p>
<p><strong>Pochi giorni fa, l’Italia ha firmato <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/01/11/accordo-per-investimenti-iran-fino-5-mld_6911161d-f01f-44a9-a8cb-4ad3db7bb4a8.html">accordi</a> per 5 miliardi</strong>. Rouhani, il quale ha anche instaurato relazioni commerciali con Cina e India, intende ridimensionare le ripercussioni della volatilità del mercato del petrolio e della distorsione costituita dalla posizione dominante delle compagnie controllate dall’aristocrazia teologica armata, e allo stesso tempo accumulare riserve in valuta pregiata per stabilizzare la moneta.</p>
<p><strong>E se l’autorità religiosa, all’indomani degli scontri</strong>, cosciente della critica incalzante di una gioventù vivace, ha messo al bando lo studio dell’inglese dalle elementari per frenare l’<a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/01/07/iran-inglese-al-bando-nelle-primarie_14dd7e38-727b-4c07-936c-8511848dbe40.html">invasione culturale occidentale</a>; il presidente ha riguadagnato terreno, affermando il dovere dello stato di garantire <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/12/31/rohani-popolo-e-libero-di-manifestare_36aff9a0-5139-4626-9c9e-5623a2494612.html">spazi di protesta</a>. L’esito di questa contesa intestina, e le strategie adottate, avranno conseguenze per la pace nell’intero medio oriente. Collocato fra <a href="https://www.google.it/search?q=map+of+iran&amp;oq=map+of+iran&amp;aqs=chrome..69i57j0l5.4893j0j8&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8">il Mar Caspio e il Golfo Persico</a> &#8211; l’Asia e L’Europa, il paese, con le sue risorse economiche e militari, ed eccezionale valenza simbolica, può avere un peso decisivo sia nel bene sia nel male.</p>
<p><strong>L’Iran è preso fra tensioni contrarie</strong>, quella alla riforma e quella alla rivoluzione, mentre gli Stati Uniti parrebbero volersi spostare da una politica di contenimento <em>standard</em> della rivoluzione iraniana a una sostituzione di regime. Trump, rivolgendosi ai manifestanti, ha <a href="https://www.google.it/search?q=map+of+iran&amp;oq=map+of+iran&amp;aqs=chrome..69i57j0l5.4893j0j8&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8">twittato</a> di essere pronto a muoversi quando convenga &#8211; soluzione fallimentare in partenza, spesso conducente a guerre civili, a meno che non si sia disposti a un esteso vincolo politico e militare.</p>
<p><strong>I costi-benefici di un’impresa di tale portata</strong> sono contingenti ai mezzi impiegati, e la storia dell’interventismo statunitense indica che le alternative che potrebbero essere messe in atto, ossia il rafforzamento di soggetti locali o la mobilitazione di truppe, non arriverebbero a colpire il bersaglio. Esclusa l’invasione in un territorio il doppio dell’Afghanistan e il triplo dell’Iraq, caratterizzato da deserti e montagne, e con 80 milioni di abitanti nelle principali città, persino il sodalizio con realtà antagoniste non è fattibile, mancando di capitale politico o consenso di massa.</p>
<p><strong>In questa galassia si trovano i <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mojahedin_del_Popolo_Iraniano">Mujahedeen del Popolo Iraniano</a> </strong>&#8211; di ideologia di stampo comunista e con l’appoggio a Saddam Hussein per l’occupazione dell’Iran nel 1980 nel <em>curriculum</em> (benché rimossi dalla lista dei gruppi terroristici degli Stati Uniti nel 2012 e corteggiati da alcuni falchi a Washington); i monarchici &#8211; per cui l’opinione pubblica iraniana non nutre alcuna nostalgia, dopo una rivoluzione, otto anni di guerra e quaranta di sanzioni (anche se l’<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Reza_Ciro_Pahlavi">erede</a> dello scià di Persia, partigiano di Trump, ha cercato di posizionarsi come attore politico e convincere il presidente a patrocinare l’Iran laico); il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Reza_Ciro_Pahlavi">Movimento Verde</a> &#8211; mai confluito in una struttura coesa, e con i suoi esponenti di spicco agli arresti domiciliari o sotto sorveglianza speciale (malgrado il parere di taluni a Washington che possa essere potenziato e risuscitato); e la popolazione di studenti, donne, professionisti della classe media, e poveri urbani e rurali &#8211; che pur essendosi sollevata, con veemenza rivoluzionaria a ogni opportunità, rivelando un<em> gap</em> sostanziale nella visione di paese, non nutre simpatia per ingerenze esterne.</p>
<p><strong>Nemmeno una macchinazione segreta</strong>, messa a punto dall’<em>intelligence</em>, per rimuovere l’ayatollah Khamenei e i comandanti dei <em>pasdaràn</em>, funzionerebbe, dato che il governo iraniano è stato architettato in una rete complessa di apparati politici e di sicurezza che ne garantiscono la salvaguardia da rovesciamenti forzosi. L’Iran non è l’Iraq di Hussein, il cui incauto accentramento ne rese possibile la destituzione.</p>
<p><strong>Volente o nolente, a Trump non resta che la via diplomatica</strong>. La campagna in Iraq ha mostrato le sequele devastanti della democrazia esportata con gli eserciti. E i capi del Movimento Verde, l’evento più ragguardevole avvenuto dalla rivoluzione, non hanno mai confutato i caposaldi della Repubblica Islamica e hanno permesso l’elezione di Rouhani in ben due tornate, affidandogli il compito di congegnare il cambiamento all’interno dei meccanismi istituzionali esistenti. Del resto, persino il regime religioso, memore dell’esperienza del 2009, e della primavera araba, e non ha tentato brogli per manipolare il voto.</p>
<p><strong>Piuttosto che smantellare gli accordi presi</strong>, quindi, gli Stati Uniti dovrebbero costruire sulle loro fondamenta e aprire fronti di discussione con i moderati riguardo a terrorismo e sicurezza regionale su cui esiste una convergenza di interessi.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/liran-fra-giochi-palazzo-cambio-generazionale/">L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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