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	<title>monarchia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>monarchia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>I fantasmi della Repubblica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 22:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico</p>
<p>Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa al potere di Mussolini all’adozione delle leggi razziali od anche all’ingresso in guerra dell’Italia nel ‘40, dall’invadente peso di ignorati eroi e caduti, solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, al mito dell’Italia tradita dal suo Re, dallo psicotico attaccamento all’insegna resistenziale e antifascista all’irremovibile preconcetto nei confronti di Casa Savoia. Questi, insieme ad altri “lemuri”, rappresentano la palude ideologica su cui si fonda l’istituzione repubblicana del nostro Paese! E’ questo l’universo mitologico della nazione, centrato su una aberrante volontà di conquista della storia contemporanea come campo di azione in cui rigenerare, sulle ceneri del Regno, del fascismo e di una guerra perduta, una “nuova civiltà” &#8211; con il suo triste apparato di mortifere, sordide ideologie &#8211; che, con i suoi rituali di cartapesta e la sua falsa democrazia, ha relegato al “ridotto della Valtellina” i valori liberali e nazionali.<br />
Il decesso del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, recentissimamente avvenuto, ha infatti  rappresentato, ancora una volta, l’occasione per esternare &#8211; e non soltanto da parte di una storiografia falsata da pregiudizi ideologici perlopiù di parte marxista, ma anche di quella più moderata, pur incline a rivedere la storia d’Italia non in chiave ideologizzata &#8211; tutto il livore antimonarchico che ancora impregna in generale questo Paese, impedendo in tal modo una più scrupolosa e meno sbrigativa storicizzazione della Monarchia sabauda &#8211; e in particolare della figura del Re Vittorio Emanuele III &#8211; relegata pressoché esclusivamente al periodo risorgimentale o poco più, che valga invece a riposizionarla più correttamente nel suo composito e astruso contesto storico, durato oltre un settantennio dopo la conclusione del processo unitario, su un asse temporale crono-centrico di elementi fattuali altamente drammatici nella cruda realtà in cui essi ebbero ad estrinsecarsi.<br />
Insomma, la vulgata antimonarchica tuttora in auge è diventata una sorta di “sceneggiata veneziana”: una messinscena supremamente autolesionista, anche esteticamente scadente oltre che storicamente inattendibile. Essa, confinando l’Istituto monarchico esclusivamente alla tradizione e ascrivendo semmai &#8211; il che peraltro non è neppure certo, dato che ricorre troppo spesso anche il termine “usurpazione” &#8211; a Casa Savoia l’unico merito della unificazione del territorio italiano, bypassa a piè pari tutto il travaglio postrisorgimentale: dalle guerre coloniali, viste soltanto come manifestazione della volontà di potenza dei Savoia, al primo conflitto mondiale, dall’avvento del fascismo, grazie alla presupposta complicità della Corona, alla nuova guerra mondiale e alla “fulgida” nascita della Repubblica, autolegittimatasi come “vero inizio” della Storia d’Italia.<br />
Cosicché, invece di sollevare un reale, enorme problema di coscienza collettiva su fatti storici che avrebbero dovuto costringerci a rimeditare &#8211; e quantomeno dovremmo farlo ora &#8211; e ad instaurare una discussione storica da sostanziarsi in una robusta ispirazione etica, si è verificata, e continua tuttora a verificarsi, solo una reazione isterica che, in svariati casi, sfiora i toni della denuncia e del linciaggio, basati su luoghi comuni e affermazioni liquidatorie e diffamatorie da parte di una pubblicistica manichea, demagogica, cinica e settaria.<br />
Il fatto è che aver consegnato, in Italia più che altrove nell’area euro-atlantica, sic et simpliciter la storia agli storici “puri”, perlopiù poco attrezzati sotto il profilo giuridico-istituzionale, ha avuto come conseguenza da un lato di trasformarli &#8211; per così dire &#8211; in “filosofi” politicizzati e ideologizzati, dall’altro lato di conferire al ridondante dibattito storiografico elevati accenti retorici e spesso proposizioni tautologiche; in alcuni altri casi, i caratteri veri e propri solo di una histoire événementielle, una storia degli avvenimenti quasiché cronachistica e giornalistica. Pertanto, il patrimonio culturale nazionale, privo di un progetto che sia andato al di là della pura contemplazione della propria storia, peraltro in chiave fortemente ideologica, è stato &#8211; e lo è tuttora &#8211; del tutto incapace di analizzare saggiamente il proprio passato in funzione del proprio futuro. L’esito di tutto ciò è che la funzione sacerdotale, perlopiù eterodiretta, della stragrande maggioranza degli storici italiani ha finito per prevalere sulla quella scientifica, cosicché alla mansione di “scribi della nazione” hanno aggiunto quella di “scribi del potere”, soprattutto se il potere per cui lavorano coincide con il proprio.<br />
Ma i “fantasmi” della Repubblica si sono materializzati oltre che sul piano dell’esegesi storica anche sul piano costituzionale, dato che i “Padri costituenti” hanno ritenuto di inserire tra i principi supremi di uno strampalato impianto costituzionale &#8211; frutto di un compromesso altamente deteriore tra le forze dell’esarchia ciellenistica &#8211; quelli che non possono essere modificati neppure dalla volontà popolare, in quanto ritenuti superiori alla altre norme di rango costituzionale, cioè la impossibilità di revisione della forma repubblicana dello Stato, così come statuito dall’articolo 139. Insomma, esisterebbero così due livelli della Costituzione o, se si vuole, “due Costituzioni”: una rappresentata dai precetti costituzionali contenuti nella Carta, un’altra costituita dai principi fondamentali che ne sarebbero alla base e che avrebbero carattere di intangibilità. Ed allora esistono diversi livelli di efficacia giuridica? Ma tutta la Carta non ha la medesima efficacia?<br />
Se i principi morali sono intoccabili, che senso ha accostare agli stessi la forma di governo repubblicana, sancendo pure per questa la intoccabilità? E non appare fortemente riduttiva, e in grado di falsare i contenuti della Carta Costituzionale, l’identificazione dei valori morali della Costituzione con il richiamo alla forma repubblicana e il conseguente divieto dell’introduzione dell’Istituto monarchico?  Pur volendo accogliere l’obiezione che un nuovo referendum in merito non sarebbe ammissibile per la presenza di un esplicito referendum istituzionale antecedente alla stessa Costituzione, quale necessità era da ravvisarsi nell’includere tra i principi fondamentali un articolo ad hoc, visto che la Corte Costituzionale avrebbe sempre avuto la possibilità di bocciare ogni eventuale successiva iniziativa referendaria, fermo restando che non è affatto sancito alcun divieto di sottoporre a nuovo referendum una normativa già oggetto di quesito referendario?<br />
Questi inquietanti interrogativi, unitamente ad altri temi altrettanto problematici riferiti a fatti salienti di quel periodo, sarebbero da consegnare una volta per tutte alla Storia e da approfondire senza paraocchi ideologici!<br />
Non v’è chi non veda, invece, come la formulazione dell’articolo in questione sia scaturita soltanto da una irriducibile avversione nei confronti della Monarchia da parte dei così detti “Padri della Patria”, ai quali ben si attaglia ancora il giudizio formulato da Gaetano Salvemini e riportato nel precedente “LE STANZE DI UN PAESE OSCURO”, una immotivata ostilità, tuttora sussistente, sulla base di una &#8211; mai dimostrata, se non con argomentazioni faziose e irrazionali &#8211; connivenza costante della Corona con il regime fascista.<br />
Ed è proprio questa presunta complicità alla base delle aberranti esternazioni mediatiche e storiografiche di cui si diceva innanzi, con particolare riferimento a due questioni essenziali: 1) il “colpo di Stato” del 28 ottobre 1922 posto in atto dal Re nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal Governo e l’affidamento a Mussolini, capo di un partito di minoranza, dell’incarico di formare un nuovo governo; 2) il mancato rifiuto, da parte del Sovrano, di controfirmare le infami leggi razziali del 1938.<br />
Ma prima di addentrarci nella disamina, seppur succinta, degli avvenimenti in discorso, occorre brevemente delineare i caratteri del costituzionalismo sabaudo, soprattutto alla luce dei suoi successivi sviluppi, onde non cadere nella trappola del qualunquismo storiografico avulso da basi concrete di certezza ordinamentale.<br />
Di certo, lo Statuto Albertino del ‘48 caratterizzava una forma di governo costituzionale pure monarchica, dato che il Re, in qualità di Capo dello Stato, aveva il potere di nomina e di revoca di ministri, ancorché, temperando però siffatto principio, fosse previsto anche l’istituto della controfirma ministeriale. Però, il contemporaneo meccanismo della fiducia parlamentare al governo, che pur godeva della fiducia del Re che lo aveva nominato, di fatto affievoliva i poteri del Sovrano, e questo a maggior ragione a partire dal 1901 a seguito dell’emanazione del Regio Decreto Zanardelli, che ampliava le attribuzioni ministeriali. Insomma, la forma di governo da costituzionale pura si stava gradatamente trasformando &#8211; anche e soprattutto per volere del giovane Re Vittorio Emanuele III, succeduto al padre Re Umberto I, assassinato nel 1900 ad opera dell’anarchico Bresci &#8211; in costituzionale parlamentare, in una Italia liberale e democratica.<br />
E’ alla luce di siffatta situazione istituzionale, che comunque traeva la sua origine pur sempre dallo Statuto, che occorre approfondire la vexata quaestio del 28 ottobre 1922 &#8211; stigmatizzata senza scampo da una menzognera e avversa letteratura &#8211; sia sotto il profilo della opportunità politica del momento sia con riguardo alla legittimità dell’azione del Sovrano, tenuto conto del quadro giuridico-normativo in atto.<br />
Quanto all’aspetto della legittimità dell’operato del Re dunque, questi, nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal governo Facta, che peraltro si dimetteva, e nell’affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, avrebbe così violato la norma consuetudinaria &#8211; gradualmente instauratasi a seguito della progressiva trasformazione in Monarchia costituzionale parlamentare &#8211; che non gli consentiva di rifiutare la emanazione dei decreti di emergenza presentati dal governo e di affidare al capo di un partito di minoranza l’incarico della formazione del nuovo governo. Tutto ciò si risolve in un infamante giudizio di immoralità e in un anatema permanente in capo al Sovrano, nel mentre, invece, la questione abbisogna di più esaustive valutazioni tenuto conto del fatto che le norme consuetudinarie &#8211; le quali, nella gerarchia delle fonti del diritto oggettivo, si pongono sott’ordinate alle Leggi, formali o materiali, e ai Regolamenti &#8211; hanno valore, relativamente all’aspetto dell’efficacia giuridica, quando siano espressamente richiamate dalla legge o perlomeno in assenza di norme di legge che regolino la materia de qua.<br />
La domanda fondamentale che si pone è quella di vagliare se il Sovrano, nel porre in atto le azioni anzidette, abbia agito sine titulo, per cui in tal caso avrebbe sì violato una norma consuetudinaria &#8211; che, dunque, sarebbe dovuta essere l’unica vigente in quel momento &#8211; ovvero si sia avvalso di qualche norma giuridica di ben più elevata efficacia a fronte di quella violata. Ebbene, lo Statuto del Regno, all’epoca vigente, non prevedeva espressamente, nell’ambito dalla forma di governo costituzionale pura, all’articolo 65, la nomina e la revoca dei ministri da parte del Re? Vittorio Emanuele III si era appunto riappropriato a pieno titolo &#8211; sebbene, come si avrà modo di vedere, solo per un brevissimo lasso di tempo &#8211; della sua primigenia funzione costituzionale. Infatti, avendo già deciso da tempo che la sua sarebbe stata una Monarchia costituzionale a indirizzo parlamentare, pretese subito che il nuovo governo di Mussolini &#8211; in cui erano comunque presenti soltanto tre ministri fascisti &#8211; dovesse presentarsi alle Camere al fine di ottenerne la piena fiducia.<br />
La Camera, infatti, approvò con la larga maggioranza di 306 voti favorevoli &#8211; azionisti, liberali e popolari &#8211; e 116 contrari, solo quelli dei socialisti, conferendo altresì i pieni poteri al nuovo governo per sei mesi.<br />
Acclarata così la totale legittimità dell’azione del Sovrano, vari erano i motivi di opportunità politica, di certo non infondati, ravvisati da Re in quei particolari momenti, atteso che dal 1920 aveva preso avvio il così detto “biennio rosso”, contraddistinto da atti di eversione violenta di masse operaie, che anelavano ad instaurare in Italia il principio dei Soviet. In definitiva, la preoccupazione del Sovrano &#8211; convinto anche di poter dar vita ad un “compromesso” controllabile tra la Corona e il fascismo &#8211; fu quella di scongiurare una inevitabile guerra civile e spargimenti di sangue e l’esigenza di assicurare la continuità dello Stato, stanti anche i dubbi sulla totale fedeltà dell’esercito, come rappresentatigli dallo stesso Generale Diaz: infatti, era noto che molti ufficiali e generali simpatizzavano per il fascismo. Insomma un più che plausibile coacervo di elementi fattuali che avrebbero dissuaso chiunque dall’intraprendere azioni di forza dagli esiti imprevedibili.<br />
Delineata così nei tratti essenziali la condotta del Sovrano nella vituperata vicenda dell’ottobre del ’22, giova svolgere qualche considerazione in merito alla questione delle cretine leggi razziali, che presero avvio nel luglio 1938 con la pubblicazione del “Manifesto della Razza”, firmato da pur importanti scienziati, leggi che il Re assolutamente non voleva, che minavano anche gli oramai cordiali rapporti con il mondo cattolico.<br />
Il Sovrano più e più volte rappresentava al Duce la gravità del male che stava arrecando al Paese &#8211; né erano d’accordo tutti i gerarchi, specialmente Italo Balbo, che mostrava apertamente il suo dissenso &#8211; e per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare le leggi infami; alla fine, però, da Sovrano costituzionale parlamentare, a fronte del voto quasi unanime del Parlamento, non potendo fare null’altro, dovette cedere.<br />
Certamente il Re, in forza della già richiamata norma statutaria di cui all’articolo 65, avrebbe potuto rimuovere Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando così avvio ad una crisi istituzionale,  ma con gravissime conseguenze poiché Mussolini, date anche le sue mai venute meno inclinazioni antimonarchiche atteso che il Sovrano era visto come un ostacolo alla agognata instaurazione dello Stato Totalitario, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in quattro e quattr’otto e il Duce sarebbe stato acclamato entusiasticamente Capo dello Stato, ciò che era già avvenuto nella Germania nazista.<br />
Insomma, il pur imperfetto sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e il Paese si sarebbe trasformato da dittatoriale in Stato totalitario, atteso altresì che in quei momenti il regime, che si gloriava della fondazione dell’Impero avvenuta da poco, si trovava, anche a livello internazionale, all’apice del consenso generale, mentre in buona parte dell’Europa si stava attuando un grande “pogrom” antiebraico.<br />
L’unico responsabile delle leggi razziali, dunque, era soltanto Mussolini. In prosieguo, però, con il volgere disastroso delle vicende belliche, sarà proprio il Re, impossibilitato in quei momenti ad agire ma deciso da tempo a liquidare il fascismo, ad assumere una funzione da protagonista. Infatti, a seguito del deliberato del Gran Consiglio del fascismo &#8211; che, per effetto della sua costituzionalizzazione voluta proprio da Mussolini, si presentava come unico organo valido a sostituire il Parlamento, impossibilitato a funzionare &#8211; il quale, nella notte del 25 luglio del ’43, aveva approvato l’Ordine del Giorno proposto da Dino Grandi, Presidente della Camera e ministro guardasigilli, l’altro grande personaggio protagonista della vicenda, il Sovrano, riassunte le sue funzioni statutarie, decreterà la fine del regime. Nel ’39, nell’affidare appunto tale incarico a Grandi, il Re così si esprimeva: “La trincea di difesa è lo Statuto e la Costituzione che presto o tardi dovrà tornare a funzionare in tutta la sua piena e assoluta interezza”. Fu questa la sua predizione avveratasi poi di lì a poco!<br />
I due personaggi, finiranno per diventare, così come è stato scritto, “prigionieri della loro stessa solitudine” e avranno un destino comune: la sera del 9 maggio 1945, per Vittorio Emanuele III inizierà un breve viaggio per l’esilio in terra d’Egitto, dove, sempre col pensiero rivolto all’Italia, vivrà solitario nel ricordo di eventi che non sempre e non del tutto era riuscito a controllare. Poco meno di tre anni prima, era stato preceduto dal triste, avventuroso volo dell’ultimo aereo partito per Siviglia, tra caccia tedeschi che, insospettiti, cercavano di intercettarlo, aereo che aveva trasportato Dino Grandi, l’altro grande protagonista di quegli eventi.<br />
Ma la storia della tragica vicenda della fine del fascismo, impossibile da essere contenuta in uno scritto che ha diversa finalità, è tutta un’altra storia &#8211; peraltro già approfondita in precedente lavoro anche con riguardo agli aspetti istituzionali &#8211; che necessiterebbe, da parte della storiografia ufficiale, di ben più accurata analisi e di appropriata ricostruzione, ma che non sia quella oggetto, da ultimo, di una fatua riduzione cinematografica ad usum populi, con personaggi quasi da “operetta triste”, a tratti anche fantasiosa e macchiettistica, o se si vuole, talora anche involontariamente comica se non avesse riguardato la storia più tragica del nostro Paese.<br />
Di certo, Vittorio Emanuele III, con il suo alto il senso della Stato e il dogma dell’assiduo rispetto delle regole parlamentari, si trovò a regnare nei momenti più drammatici della storia d’Italia, talché il suo operato, e in genere quello della Monarchia sabauda, con la sua attitudine indiscutibilmente liberale anche durante il regime fascista, meriterebbe ben altra attenzione storiografica e non una perenne “escursione turistica” nella galleria degli orrori condotta da ciceroni fabbricanti di “bolle di sapone” terroristiche, saccenti e irritanti. Non sarebbe un reflusso ideologico, ma una doverosa coscienza di forgiare una formazione storica collettiva.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/">I fantasmi della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’Italia in guerra:aspetti causali e risvolti mitici</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/litalia-in-guerraaspetti-causali-e-risvolti-mitici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 21:34:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
		<category><![CDATA[prima guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una adeguata dissertazione in ordine alle cause dell’entrata nel primo conflitto mondiale dell’Italia implica una approfondita riconsiderazione storiografica che scompagina consolidati schemi per lo più comunemente e acriticamente accettati, aventi spesso matrici ideologiche, a volte anche con contorni faziosi, atteso che una diversa, più articolata e coerente interpretazione dei fatti stride con la mitologia repubblicana [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una adeguata dissertazione in ordine alle cause dell’entrata nel primo conflitto mondiale dell’Italia implica una approfondita riconsiderazione storiografica che scompagina consolidati schemi per lo più comunemente e acriticamente accettati, aventi spesso matrici ideologiche, a volte anche con contorni faziosi, atteso che una diversa, più articolata e coerente interpretazione dei fatti stride con la mitologia repubblicana post 1945, in quanto, ponendo a base dell’entrata in guerra solo l’aspirazione irredentistica (ciò che invece non fu!), cioè la liberazione delle terre soggette al dominio straniero, fa esattamente il paio con l’altra liberazione, poggiante sul mito resistenziale ed antifascista come piedistallo emotivo di massa e saga funzionante da “scudo protettivo” della Repubblica.</p>
<p>L’attacco decisamente critico rappresenta dunque l’occasione di serie <strong>riflessioni storico-critiche </strong>e <strong>non retoriche </strong>o <strong>apologetiche </strong>circa gli eventi di cui trattasi, non potendo non partire, peraltro, anche da alcune considerazioni in merito alla <strong>vittoria italiana </strong>del<strong> 4 novembre 1918 </strong>contro l’Austria, una sorta di “<strong>non-commemorazione</strong>” che, anche questa, ha per lo più provenienze ideologiche.</p>
<p>Infatti, quella <strong>vittoria dimenticata</strong> &#8211; come ebbi già a scrivere in occasione del centenario &#8211; fu prodromica all’avvento del fascismo, ne fu pronuba, in quanto il fascismo si ergeva a unico erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché <strong>il mito dell’uomo nuovo </strong>andava a braccetto con il <strong>mito della</strong> <strong>vittoria mutilata</strong>. Il tutto, secondo una visione ideologica &#8211; appunto quella repubblicana &#8211; in base alla quale quella vittoria, più che superare la disperazione di Caporetto, fu una vittoria ambigua da cui il fascismo trasse forza e consenso, ciò che collide con il mito della Repubblica, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della <em>civitas </em>nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, almeno per alcune grandi forze politiche che la sorreggono, la sua ragion d’essere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’intento forse ambizioso di questo programma vuole essere dunque il tentativo di un ripensamento storico-critico, in termini di proposizione di motivi di più accurata riflessione nonché di un riposizionamento concettuale e logico rispetto ad accadimenti e interconnessioni fors’anche inaspettati. Insomma, un <em>excursus</em> storico-critico che valga a ricollocare organicamente l’evento <em>de quo</em> in<strong> chiave di continuità</strong> con il processo risorgimentale e post-risorgimentale, pervenendo così a più <strong>coerenti prospettazioni interpretative </strong>e <strong>re-interpretative</strong> rispetto a situazioni altrimenti in larga parte inesplicabili.</p>
<p>D’altra parte,<strong><em> Historia magistra vitae</em></strong> recita l’antica massima, per affermare che il passato illumina il presente, talché ove presa alla lettera si scadrebbe nel determinismo e nella ripetitività dei fatti storici. In realtà <strong>la storia è un tunnel di cui non si vede la luce</strong>! Infatti, è anche il presente a schiarire il passato e a renderlo sempre più intellegibile, gettando su di esso nuova luce e fornendo continuamente nuovi elementi di valutazione. Insomma, un rapporto di interscambio conoscitivo e interpretativo nell’ambito di una corretta e rielaborata<strong> dialettica tra</strong> <strong>passato e presente</strong> su un invertito asse temporale. Una<strong> <em>consecutio temporum </em></strong>non soltanto descrittiva ma soprattutto<strong> interpretativa &#8211; </strong>giustappunto come nel caso in trattazione &#8211; per scoprire concatenazioni storicamente attendibili, magari dotate pure di una certa suggestività. D’altra parte <strong><em>Historia non facit saltum</em></strong>! La Storia non è assimilabile ad un “sistema modulare” (<em>Sybrick</em>) in cui ogni “blocco” può essere estrapolato e diventare oggetto di analisi a sé stante, ma è un susseguirsi di accadimenti organicamente interconnessi soprattutto nella dimensione temporale su un asse crono-centrico nella ricerca di motivi unificanti di continuità piuttosto che di <em>breack</em>, eventi che di per sé si pretenderebbero, da parte di alcuni, esaustivi come modelli sociologici autoesplicativi dei fatti storici, centrati su astratte formulazioni atemporali e su pretenziosi modelli strutturali e storicistici (p. es. Scuola delle <em>Annales</em>, analisi marxista, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ANTEFATTI RISORGIMENTALI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio in virtù di quanto innanzi delineato, occorre pervenire ad un corretto e coerente inquadramento del primo conflitto mondiale, con riguardo soprattutto al suo complesso e articolato <strong><em>mix </em>motivazionale</strong> &#8211; ciò che costituisce appunto il cardine  della presente illustrazione &#8211; alla luce dei suoi antefatti storici, vale a dire gli <strong>sviluppi risorgimentali </strong>e<strong> post-risorgimentali</strong>, talché è d’uopo svolgere un veloce <em>excursus</em> storico-critico circa tali percorsi, a volte tortuosi, che, <strong>s</strong>enza nulla togliere alla<strong> grandiosità dell’epopea risorgimentale</strong>, sono stati non sempre e non del tutto idonei a completare l’effettiva unità della nazione italiana.</p>
<p>I suoi prodromi si collocano nel <strong>Congresso di Vienna</strong>, in cui i negoziatori si pongono l’obiettivo primario di ristabilire, a vantaggio dei grandi Stati, la <em>legittimità </em>dei sovrani, utilizzando il principio giuridico-morale e quello più pragmatico dell’equilibrio europeo, per cui la carta europea veniva a semplificarsi, ancorché siffatta semplificazione non tenesse conto in alcun modo del nuovo principio introdotto nella Storia dalla “Rivoluzione Atlantica”, cioè l’affermazione del principio delle nazionalità contrapposto a quello dinastico.</p>
<p>E’ dunque questa Europa &#8211; clericale, legittimista, aristocratica e reazionaria &#8211;  il “terreno di coltura” in cui cominciano a maturare i germi cospirativi e insurrezionali, ovverosia i fermenti ideologici e culturali di carattere nazionale e liberale per un lungo seguito di rivoluzioni nel continente, che finiranno per avere riflessi anche sulle vicende risorgimentali italiane, atteso che soprattutto in Italia rispecchiano più marcatamente un carattere intellettuale, liberale-costituzionale e borghese, in altri termini, più spiccatamente nazionale e tendente appunto all’autogoverno e all’autodeterminazione.</p>
<p>Ma dopo i trionfi dell’aprile-maggio 1848, la rivoluzione, che ormai rifluisce in tutti i paesi europei, si spegne anche in Italia con la pesante e definitiva <strong>sconfitta di Novara</strong>, nel marzo 1849, subita dal Re Carlo Alberto nella <strong>Prima Guerra d’Indipendenza</strong>, anche a causa della cecità politica degli altri sovrani centromeridionali e della intrinseca debolezza dell’esercito piemontese, così come avranno termine le rivoluzioni più prettamente “nazionali” di Venezia, Praga, Zagabria e Roma.</p>
<p>E’ proprio in siffatto contesto, però, che in Italia incomincia a maturare l’idea che l’unificazione non sarebbe potuta realizzarsi secondo il progetto democratico-mazziniano, ma, passando definitivamente nelle mani della classe dirigente liberale-moderata e di fede monarchica, concretizzarsi con il Regno di Sardegna &#8211; il cui Re Vittorio Emanuele II si presentava appunto come l’ultimo baluardo della moderazione &#8211; e con l’aiuto di potenze straniere, in particolare della Francia.</p>
<p>La seconda fase del Risorgimento, quindi, realistica e spregiudicata in politica estera, che inizia con la paziente decennale opera del “<strong>Grande Tessitore</strong>”,<strong> Camillo</strong> <strong>Benso di Cavour</strong>, “transita” per la “gratuita” partecipazione della Francia (che non ha alcun interesse pratico ma ne fa solo una questione di prestigio) e del Piemonte nel 1854-1855 alla guerra di Crimea nonché per i Patti di Plombières nel luglio 1858, con quel personaggio misterioso e ambizioso, collaterale di Napoleone Bonaparte e che s’indusse a chiamarsi Napoleone III (in quanto nulla più si sapeva del secondo, il figlio Napoleone e di Maria Luisa), e si conclude con l’annessione al Regno della sola <strong>Lombardia</strong>, “girata” al Regno di Sardegna come una  cambiale, dopo la <strong>Seconda Guerra d’Indipendenza </strong>nel 1859. Questa, sostanzialmente combattuta e vinta dai francesi di Napoleone III a Solferino, ancorché con l’apporto dell’esercito piemontese nelle battaglie di Magenta e San Martino, con la cessione, peraltro, dei territori di Nizza e Savoia alla Francia, trova il suo epilogo a <strong>Villafranca</strong>, dove s’incontrano i due imperatori Napoleone III e Francesco Giuseppe, ignorando il terzo incomodo piemontese, ma non con un armistizio bensì con dei veri e propri preliminari di pace.</p>
<p>In realtà, la Francia, che aveva assicurato di combattere per la libertà italiana, pur mirando di fatto a dominare la Penisola in luogo dell’Austria, ora, di fronte alle difficoltà, si accontentava di una spartizione di zone di influenza, il tutto mascherato dalla ingannevole volontà di impedire ulteriori spargimenti di sangue.</p>
<p>Tutto ciò comunque darà la stura, l’anno successivo, all’<strong>impresa garibaldina della conquista del Regno di Napoli</strong> &#8211; con il beneplacito però dell’Inghilterra, che aveva in animo di distruggere quel regno posto al centro del Mediterraneo &#8211; propedeutica alla <strong>proclamazione</strong>,<strong> il 17 marzo del 1861</strong>,<strong> del Regno</strong> <strong>d’Italia</strong>, anche se ancora<strong> senza il Veneto </strong>e<strong> Roma</strong>.</p>
<p>Insomma &#8211; e qui sta il “cruccio” storico, l’altra “distonia” nel processo di formazione della nazione &#8211; l’<strong>unificazione dell’Italia avveniva non militarmente</strong>, ma, nonostante gli sforzi profusi dal piccolo Regno di Sardegna, da un lato grazie a Napoleone III, alla costante ricerca di prestigio internazionale, dall’altro ad opera di Gladstone e dei liberali inglesi. Ed è da qui, dal “<strong>tradimento</strong>” <strong>francese di Villafranca</strong> appunto, dalla <strong>profonda delusione</strong> e dall’<strong>amarezza</strong> per un trattato che di fatto oscurava e allontanava la possibilità di ricomporre <em>in toto </em>il territorio nazionale, che incomincerà a prendere corpo e a dipanarsi quel <strong>filo conduttore</strong> che porterà dritto dritto &#8211; in concorso con altri fattori che in appresso andranno a verificarsi &#8211; al <strong>mix causale</strong> dapprima delle imprese coloniali e, in rapida successione, dell’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, e, come si vedrà di sfuggita, anche a quello della Seconda. Ed è proprio da qui che, al di là di ciò che può sembrare solo una superflua esposizione di antefatti storici che nulla avrebbero a che vedere con il tema in trattazione, che incomincia a concretizzarsi l’assunto metodologico posto come premessa!</p>
<p>Mutato dunque lo stato d’animo dell’Italia verso il Paese d’oltralpe, ai fini dell’acquisizione del Veneto al giovane regno, si realizza un quinquennio più tardi, a seguito di manovre diplomatiche e politiche ancora più macchinose di quelle attuate per la preparazione della Seconda Guerra d’Indipendenza, una convergenza di interessi dell’Italia con quelli di Bismark, l’autoritario cancelliere prussiano, fautore di una forte politica espansionistica del Reich, principalmente in funzione antiaustriaca e antifrancese.</p>
<p>Tuttavia, ancora delusioni più cocenti dovranno arrivare con la <strong>Terza Guerra d’Indipendenza</strong>, che porta sì all’<strong>annessione del Veneto</strong>, ma solo grazie alla <strong>sconfitta dell’Impero asburgico </strong>ad opera della Prussia, a cui l’Italia si era alleata, a seguito della schiacciante vittoria di<strong> Sadowa</strong>,  nel luglio 1866, colta dal formidabile esercito prussiano guidato da von Moltke e strumento della politica bismarkiana: tutto ciò, mentre le armi italiane subivano, ad opera degli austriaci, le umilianti sconfitte di <strong>Lissa </strong>per mare e di <strong>Custoza </strong>per terra, talché, almeno in una prospettiva nazionale, la guerra doveva considerarsi fallimentare sia per i gravi insuccessi militari sia per il fatto che rimanevano fuori dal regno &#8211; e questo sarà un altro passaggio chiave &#8211; altri territori, come il<strong> Trentino</strong> e l’<strong>Istria</strong>, popolati da numerosissimi italiani. Infatti, con il Trattato di Praga tra l’Austria e la Prussia, veniva decretato il passaggio del Veneto all’Italia tramite Napoleone III, ma non anche di Trento e Trieste, nonostante che Garibaldi, con un’avanzata nel Trentino, avesse ottenuto uno smagliante successo a Bezzecca nel mese di luglio.</p>
<p>Insomma, nel suo primo cimento bellico il nuovo Stato unitario non aveva fornito una buona prova di sé e ciò anche a prescindere dall’entità delle sconfitte subite: del resto, Custoza non era stata una grande battaglia e, dopo Lissa, la flotta italiana era ancora superiore a quella austriaca. E, come vedremo, sarà proprio la consapevolezza della gravità della sconfitta di Lissa che, in prosieguo, darà luogo alla preoccupazione “regina” della nostra marina: il <strong>dominio dell’Adriatico</strong>, da sempre vero cruccio della forza navale italiana, ciò che si inserirà prepotentemente nel <em>mix </em>rivendicativo innanzi detto, come <strong>aspirazione nazionalistica</strong>, per l’appunto a ridosso dell’entrata in guerra a fianco delle Potenze dell’Intesa. La Grande Guerra italiana in mare, con l’egemonia del Mare Adriatico, avrà come obiettivo anche la rivincita di Lissa!</p>
<p>Anche la<strong> conquista di Roma</strong> e l’annessione del Lazio al Regno d’Italia nel<strong> 1870</strong> saranno determinati da successi altrui, questa volta a spese della <strong>Francia</strong>, sconfitta dalla Prussia il 2 settembre a <strong>Sedan</strong>, la quale, con il crollo dell’impero di Napoleone III, non era più in grado di proteggere militarmente lo Stato pontificio. Ancora una volta, quindi, un<strong> grande obiettivo connesso alla unificazione del Paese</strong>, vale a dire lo smantellamento del potere temporale della Chiesa e la sua incorporazione nella Monarchia Sabauda, sopraggiungeva non per l’effetto di vittorie militari proprie ma per un caso, soltanto come conseguenza della sconfitta dell’imperatore francese, in aiuto del quale, peraltro, Vittorio Emanuele sarebbe comunque dovuto accorrere, nonostante il “tradimento” di Villafranca, in virtù dell’aiuto dato al Piemonte nel 1859.</p>
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<p><strong>ASTI ANTIGOVERNATIVI E NUOVE CORRENTI</strong></p>
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<p>Negli anni successivi, proprio per come si era concluso il processo di unificazione nella consapevolezza dei tanti insuccessi che avevano costellato tutto il periodo risorgimentale, incomincia quindi a serpeggiare <strong>una</strong> diffusa <strong>sensazione di malessere</strong> <strong>spirituale</strong>, una sorta di “<strong>complesso di inferiorità</strong>”, un <strong>senso di</strong> <strong>frustrazione </strong>generale e un <strong>desiderio di</strong> <strong>riscatto</strong>, che, pur non interessando la maggioranza della popolazione italiana, ancora estranea al processo di unificazione nazionale, alimenta nelle minoranze politicamente attive un risentimento contro il governo nonché vaghi desideri di ingrandire il territorio nazionale con la incorporazione di territori italiani ancora sotto il dominio dell’Austria. Insomma, finisce per ingenerarsi una sensazione che l’Italia dopo il 1870 fosse ancora incompiuta, che, sfociando gradualmente in aneliti di rivincita e di espansione territoriale, trapassa insensibilmente in quello che incomincia a delinearsi come “<strong>irredentismo</strong>”. Questo, dapprima di matrice di “<em>sinistra</em>”, e quindi di fonte repubblicana e democratico-mazziniana, si trasformerà gradatamente in un movimento ispirato ad una generale volontà di potenza e ad inclinazione nazionalistica: diretto, quindi, contro l’Austria con l’obiettivo della liberazione del Trentino e della Venezia Giulia, perverrà, in prosieguo, a progetti di ben più ampio respiro. In definitiva &#8211; ed è questo un altro passaggio fondamentale &#8211; le rivendicazioni, inizialmente <strong>irredentistiche</strong> e &#8211; senza voler anticipare nulla &#8211; più tardi anche <strong>nazionalistiche </strong>e <strong>colonialistiche</strong>, finiranno per riguardare non più soltanto Trento e Trieste, ma anche il Brennero, la regione Dalmatica e l’Albania; successivamente, soprattutto in funzione antifrancese, anche la Corsica, la Savoia, la Tunisia e il porto di Gibuti, seguitando poi con Malta, il Canton Ticino e le Isole Ionie. In prospettiva, come si vedrà, veri e propri “cavalli di battaglia” saranno altresì gli sbocchi del Mediterraneo, vale a dire gli stretti di Gibilterra e di Suez.</p>
<p>Volendo circoscrivere e meglio puntualizzare, per ora, le <strong>aspirazioni irredentistiche</strong>, in quanto uno degli elementi causali fondamentali dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, non vi è dubbio che nel corso del tempo, nazioni ben più forti, vale a dire le Monarchie di Francia, Inghilterra e Spagna, avessero posto in atto una lenta erosione delle regioni italiane di confine: la Corsica, sottratta dalla Francia di Luigi XV alla Repubblica di Genova nel 1768 con il Trattato di Versailles; la cessione di Venezia e della Dalmazia all’Austria con il Trattato di Campoformio nel 1797 (Trieste si era già data all’Austria per l’odio verso Venezia); l’isola di Malta, già conquistata da Napoleone nel 1798, nel 1814 diventava colonia Britannica; Nizza e Savoia venivano cedute alla Francia con il trattato franco-piemontese del 24 marzo 1860.</p>
<p>Insomma, nel corso del tempo, i confini dell’Italia-nazione, ma non ancora Stato, si erano via via ristretti a seguito della perdita di territori indiscutibilmente italiani per lingua, storia e civiltà, cosicché era venuto a crearsi uno iato tra i veri confini italiani &#8211; in senso linguistico, storico e geografico &#8211; e quelli del Regno d’Italia, come entità politica, dopo il 1861 ed il 1866, ma anche dopo il 1870.</p>
<p>Tutto ciò veniva a collidere con il concetto di nazione così come affermatosi nelle ideologie politiche ottocentesche, sia nella versione tedesca, fondata su una visione di unità culturale e linguistica (Herder e successori) sia in quella francese, così come scaturita dalla Rivoluzione, a caratteri per lo più volontaristici.</p>
<p>Sarà proprio questa idea nazionale, nella sua evoluzione, che, partendo dal patriottismo di matrice liberale e democratica, perverrà in prosieguo &#8211; non soltanto in Italia ma in tutta Europa &#8211; al <strong>nazionalismo </strong>e all’<strong>imperialismo</strong> di fine secolo, “<em>transitando</em>” appunto per l’<strong>irredentismo</strong>, che, dapprima democratico e repubblicano, acquistando via via i caratteri anzidetti, culminerà poi nell’interventismo del 1914-1915.</p>
<p>A voler concludere sul punto, di certo assai qualificante come fatto causale per l’entrata in guerra, v’è da osservare che, in effetti, il termine “irredentismo” &#8211; che certamente designava, sin dalle prime fasi risorgimentali, l’aspirazione italiana a rendere completa, e sicuramente in funzione antiaustriaca, l’unità nazionale con la liberazione di quelle terre ancora soggette alla dominazione straniera, per l’appunto le “terre irredente” cioè non salvate &#8211; prendeva corpo solo dopo il 1875, dando così un nome ad aneliti di certo già preesistenti e diffondendosi rapidamente in tutto il contesto europeo ed anche oltre. Purtuttavia, a ben vedere, anche l’irredentismo nella sua originaria e autentica espressione antiaustriaca veniva a trovare una qualche limitazione. Ciò in quanto, se il Veneto in senso stretto faceva indubbiamente parte a pieno titolo, per il principio di nazionalità, del nuovo Stato Italiano, non altrettanto poteva dirsi con sicurezza per quelle zone del litorale adriatico conosciute, nel loro insieme, come Venezia Giulia (che, appunto, prendeva il nome dalla <em>gens Julia</em>, a cui appartenevano Giulio Cesare e Ottaviano Augusto): infatti, se vi faceva parte una cospicua porzione sicuramente italiana (Gorizia, Trieste, tutta la costa istriana e Fiume), erano pure presenti una maggioranza slovena nell’alto Isonzo ed una croata nell’Istria interna, mentre la zona di Tarvisio era interamente tedesca.</p>
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<p><strong>POST-RISORGIMENTO E GUERRE COLONIALI</strong></p>
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<p>Svolta dunque la necessaria riflessione in ordine al fatto che le rivendicazioni italiane interessavano non sempre e non del tutto territori considerati “<em>irredenti</em>” sia sul piano storico-giuridico che su quello più squisitamente culturale, non vi è dubbio comunque che l’irredentismo italiano, che ha la sua matrice ideale nel sentimento di incompletezza e di delusione dopo il 1870, acquisti maggiore consistenza soprattutto dopo l’avvento della <strong>Sinistra al potere</strong> nel 1876, in una sorta di implicito accordo tra le istanze monarchico-liberali e le sempre più pressanti <strong>spinte democratico-mazziniane</strong> risorgimentali e post-risorgimentali.</p>
<p>In definiva, <strong>l’accettazione della Monarchia</strong> finisce per passare, in tal modo sottintendendola, attraverso la sua capacità di saper guidare una <strong>riscossa nazionale</strong> onde consentire al nuovo Stato unitario di occupare ora, nel contesto europeo e mondiale, quel posto di rilievo che le competeva e che i miti e le aspirazioni risorgimentali &#8211; pur a fronte delle passate deludenti prove del nuovo Stato e del suo Governo, verso cui si indirizzava adesso un diffuso sotterraneo risentimento &#8211; avevano ingenerato nell’opinione pubblica, quantomeno in quella più politicamente e culturalmente impegnata. Insomma, finisce in tal modo per instaurarsi un ideale compromesso, un tacito accordo contenente, tuttavia, anche una <strong>univoca riserva politica</strong>, affinché la Monarchia, mostrandosi all’altezza del suo ruolo storico, potesse completare l’opera del Risorgimento sotto vari aspetti: da quello culturale, sociale ed economico alla soluzione delle “Questione Romana”, dalla capacità di colmare il divario tra il Nord e il Sud a quello, soprattutto, di dare all’Italia quel ruolo di prestigio in Europa che le spettava per la sua riconosciuta e indiscussa “missione” nel mondo.</p>
<p>In ogni caso, si sarebbero dovute creare dapprima le condizioni effettive affinché il nuovo Stato potesse di fatto interpretare un ruolo di grande potenza; il nuovo Regno, invece, diviene di colpo aspirante tale, senza aver prima risolto però, almeno per la maggior parte, i gravi problemi che affliggevano &#8211; e non solo da quel momento &#8211; i nuovi territori del Centro e del Sud della Penisola, ciò che sin da allora avrebbe posto gravi incognite per il futuro sviluppo della vita nazionale.</p>
<p>La nuova classe politica insediatasi al potere, dunque, smaniosa di esibirsi in politica estera e per di più attratta ora dalla politica di potenza di Bismark &#8211; in virtù dell’implicito accordo con la Monarchia, che del resto si era venuta a trovare nella condizione di dover contrastare una diffusa, inquietante sensazione, nei propri confronti,  di inadeguatezza e di abbandono degli ideali risorgimentali &#8211; dà la stura ad una <strong>politica di potenza</strong>, in special modo dopo lo smacco italiano al <strong>Congresso di Berlino </strong>nel giugno 1878, da cui l’Italia sarebbe uscita con “<em>le mani nette</em>”, nel mentre tutti gli altri Stati si sarebbero rafforzanti mediante l’acquisizione di nuovi territori ed ulteriori spazi di manovra, e “<strong><em>l’affare</em></strong>”<strong> di Tunisi</strong>, allorquando la Francia, precedendo un’analoga iniziativa dell’Italia, conquistava la Tunisia, imponendovi il suo protettorato.</p>
<p>Tramontata infatti la linea della prudenza in campo internazionale, sebbene, ad onor del vero, il tacito accordo tra la larga fetta di opinione pubblica che faceva capo soprattutto alla Sinistra puntasse non soltanto sulla politica di potenza e sul ruolo storico dell’Italia in politica estera bensì anche sulla soluzione delle altre problematiche incombenti sul nuovo Stato, alla fine la <strong>scorciatoia irredentistica </strong>prima e poi quella <strong>colonialistico-imperialista</strong> diventano il <em>trait d’union </em>tra la nuova borghesia, ormai “smaniosa” di esibirsi in politica estera e la Monarchia, ma anche la scappatoia, ossia l’<strong>alibi</strong> per eludere la soluzione dei gravissimi problemi che attanagliavano il nuovo Stato unitario. Peraltro, il colonialismo verso l’Africa sarebbe finito per diventare, a seguito della stipulazione del Trattato della <strong>Triplica Alleanza </strong>con la Germania e l’Austria, nel 1882, un sostituto dell’irredentismo &#8211; che poi, come si vedrà, avrebbe ripreso vigore proprio a ridosso dell’intervento nella guerra mondiale, divenendo parte integrante del relativo <em>mix </em>rivendicativo &#8211; tanto è vero che soltanto <strong>tre anni dopo</strong> verrà avviata una politica di espansione nel Mar Rosso e in Etiopia.</p>
<p>L’apertura del capitolo delle <strong>guerre d’Africa</strong> nel 1885, pertanto, non può considerarsi casuale, in quanto, “congelata” nel 1882 la questione irredentistica, diretta fino a quel momento <em>in primis</em> contro l’Austria, riprende vigorosità la tendenza coloniale e africanista della nostra politica estera, consentendo così anche all’Italia di avviarsi, sebbene ultima tra le grandi potenze europee, a prendere parte alla gara imperialista.</p>
<p>In conseguenza, bloccato l’irredentismo per l’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza, dato che a partire da quegli anni l’Austria incomincia ad apparire un controbilanciamento all’espansionismo russo ed anche come possibile alleata in funzione antifrancese, dando fiato alle aspirazioni della nuova ed avventurosa classe dirigente ed alla larga fetta di opinione pubblica ora favorevole ad una politica di potenza e facendo passare in secondo piano tutti i nodi irrisolti dell’arretratezza del Paese, prende corpo il fenomeno del <strong>colonialismo</strong>, &#8211; che, in tal modo, finisce per diventare del tutto <strong>intercambiabile all’irredentismo</strong>, ma sommandosi successivamente a questo come elemento causale dell’entrata in guerra dell’Italia &#8211; sebbene la maggior parte della storiografia sull’argomento tenda a considerarlo di secondo piano rispetto a quello irredentistico.</p>
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<p>Ma dovendo dare qualche cenno anche alle <strong>imprese coloniali</strong>, se non altro per le loro conseguenze in termini causali rispetto agli accadimenti successivi e in particolare a quello pregnante dell’entrata nel conflitto mondiale, v’è da evidenziare come tutto il capitolo del complesso motivazionale delle guerre coloniali nel periodo postrisorgimentale sia pressoché ignorato o quantomeno sottovalutato dalla storiografia ufficiale, la quale tende a giustificarle soltanto in termini di interesse nazionale estrinsecantesi in una politica estera volta all’espansionismo quale manifestazione “adulta” della volontà di vita della giovane nazione italiana, quando non proprio riconducibili del tutto ad una tradizionale politica espansionistica dei Savoia.</p>
<p>Insomma, il colonialismo di fine secolo XIX trova giustificazione, ad avviso di tale storiografia, soltanto nell’ambito di una <strong>politica di potenza sorta quasi per caso</strong>, nel contesto delle nazioni europee ben più attrezzate sotto tale profilo. In definitiva, si è posta in atto una sorta di cesura storica rispetto all’epopea risorgimentale, ciò che, isolando il capitolo coloniale e riducendolo così ad un “modulo” a sé stante, lo rende sostanzialmente inintelligibile sotto il profilo motivazionale, sia prima che per gli accadimenti successivi. Invece, proprio la sua ricollocazione su un autoesplicativo asse crono-centrico di accadimenti organicamente interconnessi nella loro dimensione temporale, evidenziando <strong>motivi di continuità</strong> sia con il percorso risorgimentale sia con quello successivo, consente di coglierne appieno la genesi e il reale significato storico.</p>
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<p>La Monarchia viene così a trovarsi ad un drammatico bivio: o dare la stura alla scorciatoia coloniale o essere messa fortemente in discussione, con una significativa perdita di consensi per la vigorosità di tendenze repubblicane sempre più pressanti. Ma poteva il nuovo Stato unitario, con tutte le sue fragilità, considerarsi una grande potenza o almeno aspirante tale? Certamente no!</p>
<p>In conseguenza, con una sommaria preparazione militare, vengono avviate nel <strong>1</strong>885, partendo dalla colonia Eritrea acquistata nel 1882, le operazioni militari per l’espansione in Africa Orientale.</p>
<p>Ma anche questa, infatti, è destinata ad aggiungere ulteriori <strong>delusioni </strong>e profondo<strong> senso di</strong> <strong>frustrazione</strong>. Già nel gennaio del 1887, il massacro dei cinquecento uomini del tenente colonnello<strong> De Cristoforis</strong> a <strong>Dogali</strong> ad opera di preponderanti forze di Ras Alula; dopo la denuncia unilaterale, nel maggio del 1893, del Trattato di Uccialli da parte di Menelik e i parziali successi di Agordat, Cassala, Senafè e Adigrat negli anni 1894-95 da parte delle armi italiane, la<strong> carneficina</strong>, il 7 dicembre 1895, dei duemilatrecentocinquanta uomini del maggiore <strong>Toselli</strong> al<strong> passo dell’Amba Alagi</strong>. Ma il peggio dovrà ancora arrivare nel mese di marzo dell’anno successivo, con il <strong>disastro di Adua</strong>, per mano del negus Menelik rifornito di armi dalla Francia, in cui avrebbero trovato la morte<strong> cinquemila</strong> <strong>italiani</strong> oltre ad un migliaio di ascari e millecinquecento feriti, più morti quindi di tutti quelli avutisi nelle guerre d’Indipendenza.</p>
<p>La terribile sciagura di Adua, senza pari nella storia risorgimentale e post-unitaria, frutto di imperizia, impreparazione, approssimazione, oltre che di cecità politica, avrebbe portato all’uscita dalla scena politica dell’ormai odiato<strong> Crispi</strong> e al momentaneo accantonamento di velleità colonialistiche/imperialistiche. Sulla scena scendeva una coltre di odio: si parlò di vergogna, di tradimento, di tutto ciò che prostrava la nazione.  Venivano occultate le gravissime responsabilità politico-militari che avevano determinato il fallimento delle imprese coloniali in Africa, tant’è che il generale Oreste Baratieri veniva sì assolto dal Tribunale di Guerra, riunitosi nel giugno del ’96, da responsabilità penali ma con deplorazione dell’esercizio del suo comando. Persino il rigurgito colonialistico nella <strong>guerra italo-turca </strong>nel 1911, che avrebbe sì consentito la <strong>conquista della Libia</strong>, limitatamente però alle sole città costiere, avrebbe rivelato impreparazione militare, conducendo anche a gravi insuccessi, come il <strong>massacro di bersaglieri a Sciara Sciat</strong>. Solo nel 1924 il fascismo ne avrebbe completato la conquista con l’occupazione delle zone interne.</p>
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<p><strong>Il PRELUDIO ALLA NUOVA GUERRA</strong></p>
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<p>Il secolo era finito sì con un regicidio, ma il giovane <strong>Re</strong> <strong>Vittorio Emanuele III</strong> aveva scelto la via della concordia, della moderazione e del parlamentarismo, e comunque era passata alla bell’e meglio la guerra italo-turca, che aveva consentito la conquista, seppure parziale, della Libia e delle isole del Dodecanneso.</p>
<p>Ma di lì a poco, lo<strong> scoppio della guerra</strong>, in un’estate che pareva quieta, coglieva tutti di sorpresa.</p>
<p>Prima di addentrarci però nella disamina delle condotte politiche e motivazionali determinanti per l’ingresso in quel grande conflitto che fu la <strong>Prima Guerra Mondiale</strong>, occorre dare uno sguardo d’insieme alla posizione italiana in quei gravi momenti, valutando i vari fattori esogeni ed endogeni, come pure gli antefatti aspirativi della giovane nazione sul filo della continuità Risorgimento/post-Risorgimento; saranno questi a determinare le scelte compiute dalla classe dirigente e dalla stessa Monarchia, tenendo anche conto del fatto che negli anni successivi all’assassinio di Re Umberto, ai rilevanti successi economici e sociali facevano da contraltare uno spostamento a sinistra dell’asse politico e una messa a lato dell’istituto monarchico proprio per effetto dell’assunzione, a partire dal 1901, di più ampie responsabilità politiche da parte del Governo.</p>
<p>Certo è che <strong>Giolitti</strong>, il protagonista di quel periodo, pur mantenendo il legame con Germania e Austria-Ungheria, curava allo stesso tempo il ripristino di buoni rapporti con Francia e Russia come pure con la Gran Bretagna, nel convincimento, peraltro non infondato e largamente condiviso, della centralità ineludibile dell’amicizia con l’Inghilterra data la sua naturale propensione a sostenerci nel Mediterraneo come elemento equilibratore tra Francia e Austria-Ungheria. Tutto ciò in sintonia con i sentimenti di Vittorio Emanuele III, il quale, distinguendosi per equilibrio e lungimiranza politica, incominciava ad estraniarsi dalle simpatie tripliciste del padre, certamente convinto del progressivo esaurimento della precedente fase dell’Alleanza con gli Imperi Centrali. In sintonia con il suo ministro degli Esteri, il marchese <strong>Antonino di Sangiuliano</strong>, il quale aveva iniziato una politica di avvicinamento alle potenze dell’Intesa, si stava adoperando per allentare i vincoli che univano  l’Italia alla Triplice, al fine di conseguire spazi di autonomia politica e di dirigersi verso la Francia, l’Inghilterra e la Russia, nella convinzione, non a torto, che ciò fosse congruente con la tradizionale politica di ingrandimento territoriale di Casa Savoia, che, pur temperata da una coscienza politica italiana, restava comunque la garante della Nazione e custode dell’unità e dell’unicità dell’autorità dello Stato al di là dei mutamenti di governo e di indirizzo politico. E questo in un momento in cui stavano tornando di larga attualità i gravi contrasti con l’Austria-Ungheria per la ripresa irredentistica, non solo relativamente ai territori trentini e friulani ma anche per quelli nell’Adriatico e nei Balcani.</p>
<p>In realtà, utilizzando i poteri statutari in materia internazionale, il nuovo Re aveva iniziato a svolgere un ruolo di primo piano nella definizione delle politica estera dell’Italia già prima del 1914, proponendosi da subito di dare un nuovo orientamento alla diplomazia italiana che, sotto il regno del padre, aveva operato una rottura con il tradizionale equilibrio tra i sistemi di alleanze care ai Savoia, e in siffatto quadro si inserivano i numerosi viaggi ufficiali da lui intrapresi nonché i soggiorni a Roma dei capi di Stato europei. Si trattava, insomma, di una vera e propria “<em>diplomazia itinerante</em>” che coinvolgeva sì i Paesi alleati della Triplice, ma sempre con minor calore rispetto all’Inghilterra. Ciò consentiva all’Italia, per quanto fosse membro a pieno titolo della Triplice Alleanza, di recuperare, durante il primo quindicennio del regno di Vittorio Emanuele III, ampi spazi di manovra nei confronti degli Alleati proseguendo e ampliando l’avvicinamento alle potenze dell’Intesa, iniziato, ad onor del vero, già dagli ultimi governi del Re Umberto.</p>
<p>La scarsa volontà di Vittorio Emanuele di continuare a mantenere l’Italia all’interno della Triplice derivava dal fatto che egli continuava a considerare l’anziano imperatore austriaco Francesco Giuseppe il nemico storico dell’Italia con il quale non si poteva scendere a patti. Anzi, l’obiettivo vero dei suoi viaggi ufficiali, della sua “<em>diplomazia itinerante</em>”, era proprio quello di <strong>isolare l’impero austro-ungarico</strong>.</p>
<p>Non vi è dubbio che il riequilibrio nel sistema delle alleanze operato dal Sovrano, questa volta in un ruolo protagonista nelle politiche estera e militare del Paese, riportava in auge <strong>l’irredentismo</strong>, ora non più però monopolio della sola sinistra ma adottato anche dalle correnti nazionaliste, a cui venivano a sommarsi obiettivi nazionali strategici nazionalistici ed anche colonialistici &#8211; come meglio si vedrà nel prosieguo della trattazione, verranno a concretizzarsi proprio nel “<strong>Patto di Londra</strong>” &#8211; giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
<p>L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 giugno 1914 a <strong>Sarajevo</strong>, frutto di un complotto di serbi anarco-nazionalisti, al momento non aveva provocato un grande allarme ed era sembrato che la questione potesse risolversi diplomaticamente fra Austria e Serbia, senza gravi conseguenze. Invece, a causa dell’ultimatum austriaco, all’improvviso, quasi un mese dopo il fatto, le cose precipitarono proprio per effetto dell’<strong>automatismo delle grandi alleanze</strong>: la austro-tedesca, la franco-russa e la franco-inglese. In quei frenetici giorni di fine luglio l’Italia si dichiarava neutrale.</p>
<p>Il governo dell’epoca &#8211; Presidente del Consiglio era <strong>Antonio Salandra</strong>, liberale di destra, e Ministro degli Esteri, come innanzi già detto, il marchese Antonino di San Giuliano &#8211; con l’accordo del Re, ebbe la grande abilità di sfuggire al rigido automatismo delle alleanze, in forza del quale avrebbe potuto essere costretto ad entrare immediatamente in guerra a fianco deli Imperi Centrali, suoi alleati nella Triplice Alleanza sin dal 1882. L’Italia non era stata interpellata, quanto all’ultimatum, dall’alleata austrica e pertanto &#8211; si sosteneva da parte della nostra diplomazia &#8211; l’Austria era da ritenersi la sola responsabile di quanto stava facendo; peraltro, in quella situazione &#8211; si aggiungeva &#8211; non poteva neppure ravvisarsi il “<em>casus foederis</em>”, in quanto, dato che il trattato di alleanza aveva solo carattere difensivo, non era in atto alcuna aggressione delle Serbia contro l’Austria. Insomma, al di là delle rimostranze di Vienna e Berlino, che parlarono di tradimento, il comportamento dell’Italia era da ritenersi del tutto conforme ai trattati e comunque rientrante nei propri interessi rimanendo fuori da una guerra insensata, cosicché la propaganda dell’Intesa potè avere buon gioco.</p>
<p>Nel Paese stavano intanto maturando vivissimi fermenti di varia natura &#8211; dimostrazioni di piazza davanti alle ambasciate austriaca e tedesca, invocazioni per Trento e Trieste &#8211; ed anche la maggior parte della stampa si schierava contro Germania ed Austria-Ungheria; ma una decisa svolta si sarebbe avuta allorquando nell’ottobre di quell’anno, morto il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, sarebbe subentrato il nazionalista <strong>Sidney</strong> <strong>Sonnino</strong>, le cui simpatie si dirigevano verso Londra e Parigi.</p>
<p>In effetti, con la firma del “<strong>Trattato di Londra</strong>”, siglato il 26 aprile 1915, con le potenze dell’Intesa, un <strong>patto segreto</strong> a conoscenza solo del Re, di Salandra e di Sonnino, i quali agivano formalmente nell’ambito dei poteri attribuiti ai ministri dal decreto n. 466 del 14 novembre 1901 (Decreto Zanardelli), la responsabilità della guerra ricadeva soltanto sui due uomini politici, sebbene il Re fosse a conoscenza del Patto, pur restando arbitro imparziale. Salandra si dimetteva allorché il Re portava a conoscenza di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, il patto segreto, dimissioni che il Sovrano respingeva. I giolittiani votavano comunque a favore dei crediti di guerra. <strong>La guerra era dichiarata</strong>.</p>
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<p><strong>MIX RIVENDICATIVO E ASPIRAZIONI</strong></p>
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<p>In realtà, già prima dell’inizio della guerra i rapporti dell’Italia con le altre due potenze della Triplice si erano in qualche modo deteriorati, principalmente per la <strong>crisi della Bosnia-Erzegovina</strong> del 1908-1909, regione che l’Austria “<em>amministrava</em>” sin dal 1978 dopo il Congresso di Berlino. L’idea del governo austriaco era quello di annettersi <em>sic et simpliciter </em>questo territorio, teoricamente ancora appartenente all’impero turco, in modo da annientare le speranze dei nazionalisti jugoslavi. Infatti, prendendo a pretesto la “<em>Rivoluzione dei giovani turchi</em>”, che proprio nel mese di luglio aveva portato al governo di Costantinopoli dei riformatori modernisti, il 5 ottobre 1908 non esitava ad annettersi tutta la regione, creando così il fatto compiuto e suscitando in tal modo lo sdegno dei serbi, i quali, pertanto, si affrettavano a chiedere l’aiuto russo.</p>
<p>Non essendo però in grado la Russia di intervenire militarmente, ciò era per l’Austria-Ungheria un completo successo, sebbene questo rivelasse tutta la sua fragilità in quanto non solo non annientava il nazionalismo serbo, ma inaspriva anche la Russia: questa, infatti, bramosa di rivincita e dati i suoi rapporti di amicizia con l’Inghilterra, rivolgeva ancora di più le sue attenzioni verso la <em>Triplice Intesa</em>, rafforzandola notevolmente.</p>
<p>Per converso, il trionfo conseguito da sola dall’Austria a spese della Turchia, finiva per indebolire la Triplice Alleanza, dal momento che l’Italia certamente non vedeva di buon occhio la modificazione dello <em>status quo </em>nei Balcani a solo vantaggio dell’Austria, senza aver ottenuto, da parte sua, una qualche contropartita; questo fatto, oltretutto, veniva a rappresentare un nuovo impedimento alla sue mire espansionistiche nell’Adriatico, cosicché nel Paese incominciava nuovamente a manifestarsi una crescente passione per le tematiche <strong>irredentistiche</strong> e <strong>nazionalistiche</strong>, che, alla fine, diventeranno preponderanti dapprima nella decisione di conquistare &#8211; rispolverando appieno anche quelle <strong>colonialistiche</strong> dopo i precedenti insuccessi &#8211; la Libia a spese della Turchia, a cui viene dichiarata guerra il 29 settembre del 1911, e successivamente in quella di entrare nel conflitto mondiale al fianco di Francia e Inghilterra.</p>
<p>Posto che ci si è già sufficientemente dilungati sugli aneliti irredentistici, ora prepotentemente ripristinatisi, e quelli colonialistici, solo sopiti dopo Adua, di certo, la necessità del <strong>dominio dell’Adriatico</strong> &#8211; vera e propria <strong>aspirazione nazionalistica</strong> come già si diceva innanzi &#8211; abbisogna invece di qualche ulteriore riflessione che valga ad inserirla correttamente nel quadro rivendicativo per la nuova guerra, posto che la Regia Marina aveva già dimostrato le sue grandi capacità operative e le sue potenzialità durante la guerra italo-turca.</p>
<p>Scoppiato il conflitto e stante la neutralità italiana, l’interesse della Marina e della politica stava volgendo ad oriente e comunque contro l’Austria, tant’è che lo stesso Capo di Stato Maggiore nell’ottobre del 1914 redigeva un memorandum sulla possibilità di guerra in Adriatico contro il nemico di sempre: l’Austria. Come al tempo di Lissa, il dominio dell’Adriatico era nelle salde mani di chi possedeva la sponda orientale, potendo contare su una poderosa linea di porti naturalmente protetta dai fondali e da un susseguirsi di isole potentemente e sapientemente fortificate. In tal modo, a distanza di quasi un cinquantennio, i problemi che avevano afflitto lo sfortunato Ammiraglio Persano e i primissimi governi del neonato Regno d’Italia adesso affliggevano i vertici della nostra Regia Marina non meno che le nostre autorità politiche. Così scriveva Sidney Sonnino: “<em>Il problema fondamentale dell’Italia è assicurarsi il predominio marittimo nell’Adriatico…il predominio assoluto nell’Adriatico</em> <em>è di primaria importanza, costituendo forse oggi il movente principale per accostarci all’Intesa</em>”. Lo stesso Sonnino ancor prima di assumere l’incarico di Ministro degli Esteri nel settembre del ’14, aveva scritto, quasi profeticamente, all’allora Presidente del Consiglio Antonio Salandra “<em>Più ci ripenso e più mi confermo l’impressione che l’occupazione di Saseno e della baia di Valona va fatta subito senza chiedere più permesso a nessuno</em>”. Sono i due uomini politici su cui ricadrà la responsabilità della guerra!</p>
<p>A fine ottobre la Turchia diveniva alleata degli Imperi centrali, la Grecia due giorni dopo occupava Santi Quaranta, cosicché da lì a breve l’Italia avrebbe occupato, come previsto, Valona e l’isola di Saseno. In tutto ciò, mentre gli Imperi centrali si mantenevano prudenti per non creare ulteriori attriti nella già “effimera” alleanza, l’Intesa vedeva invece in tale occupazione una splendida opportunità per ampliare ulteriormente la già considerevole distanza tra Roma e le potenze della Triplice. In effetti, la presenza nella Triplice alleanza della Turchia, alleata sgradita all’Italia, e l’antica rivalità con l’Austria allontanavano di fatto l’Italia dalla alleanza con gli Imperi centrali.</p>
<p>Roma approfittava del periodo di “non intervento” nel conflitto per giocare la partita diplomatica su due tavoli, sebbene il governo italiano fosse sempre più spinto, per tutta una serie di interessi, verso l’Intesa. Di certo, allo scoppio della Grande Guerra, se l’Italia si fosse schierata fianco di Austria e Germania, va da sé che una eventuale vittoria della Triplice avrebbe comportato un deciso rafforzamento dell’Austria sul mare, tale da estromettere irrimediabilmente l’Italia dal Mar Adriatico. Insomma, all’inizio del conflitto la negoziabilità dell’intervento italiano non era più a favore degli Imperi centrali; lo era, per contro, o per il mantenimento della neutralità oppure per lo schieramento con le potenze dell’Intesa. Queste, d’altronde, a fronte delle striminzite concessioni dell’Austria circoscritte a Nizza e alla Savoia nonché ad un lembo del Trentino, per di più solo a guerra sfinita, promettevano più che generose offerte territoriali; per di più, la conduzione delle operazioni in Adriatico sarebbe stata posta sotto l’esclusivo controllo della Regia Marina dato che le marine francesi e inglesi avrebbero inviato delle navi.</p>
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<p>Così di lì a breve sarebbe arrivato l’accordo con le Potenze dell’Intesa, il <strong>Patto di Londra</strong>, siglato il <strong>26 aprile 1915</strong>, per la partecipazione dell’Italia al conflitto, dopo aver riesumato, dunque, le sue <strong>aspirazioni irredentistiche</strong> sui territori ancora occupati dall’Austria, vale a dire il <strong>Trentino</strong> e la <strong>Venezia Giulia</strong>, solo temporaneamente accantonate per effetto della sua adesione alla Triplice Alleanza, e dopo aver posto sul tappeto anche quelle <strong>nazionalistiche</strong> e quelle <strong>colonialistiche</strong> a spese della Germania a guerra finita.</p>
<p>In effetti, con la firma dell’accordo che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia, con modalità offensive, si concedeva il<strong> Trentino</strong>, il<strong> Tirolo Meridionale</strong>,<strong> Trieste</strong>,<strong> Gradisca </strong>e <strong>Gorizia</strong>, l’<strong>Istria fino al Quarnaro </strong>e le <strong>isole antistanti</strong>, una parte della<strong> Dalmazia </strong>e le sue <strong>isole</strong>, <strong>Valona</strong>, <strong>Saseno </strong>e il<strong> Dodecanneso</strong>, con esclusione però di <strong>Fiume</strong>, in quanto sbocco a mare dell’Ungheria o del nuovo stato Croato, e della città di <strong>Spalato</strong>; inoltre, varie <strong>acquisizioni territoriali </strong>in<strong> Africa</strong> e in<strong> Asia</strong> <strong>minore</strong> in caso di ampliamenti in quei territori da parte di Francia e Inghilterra. Insomma, un <strong>mix rivendicativo </strong>che spaziava dal<strong> Brennero </strong>all’<strong>Istria</strong>, dalla <strong>Dalmazia </strong>al<strong> controllo dell’Adriatico</strong> e al<strong> Dodecanneso</strong>, ciò che era proprio quello di una grande potenza o almeno aspirante tale, tutt’assieme <strong>irredentistico</strong>, <strong>imperialistico-colonialistico </strong>e <strong>nazionalistico</strong>, aspirazioni che, come più volte dato cenno, venivano da lontano, dallo stesso Risorgimento e dal post-Risorgimento.</p>
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<p><strong>LA “QUARTA GUERRA D’INDIPENDENZA”?</strong></p>
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<p>Delineatasi in tal modo la tracciabilità dell’intero percorso risorgimentale e postrisorgimentale in un <em>unicum</em>, un “fiume” via via arricchitosi di suggestive aspirazioni irredentistiche, colonialistico-imperialistiche e nazionalistiche, ai fini della collocazione del nuovo conflitto nel quadro complessivo e composito delle guerre per l’indipendenza, deve considerarsi, però, anche quanto psicologicamente veniva ad inculcarsi in una larga fetta dell’opinione pubblica e condiviso dalla maggior parte della storiografia in un solco risorgimentale “puro” &#8211; ma certamente in modo incompleto quanto agli aspetti motivazionali per l’entrata nel nuovo conflitto &#8211; circa la ideale identificazione della <strong>Prima Guerra Mondiale</strong> come una “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>”, in perfetta continuità con la Terza del 1866, allorquando il generale Pollio, in chiusura del suo libro su Custoza, individuava il trionfo di Vittorio Veneto come vindice della sconfitta di Custoza.</p>
<p>Ma siffatta ricostruzione di aggancio diretto &#8211; senza “l’intermediazione” di una più coerente rielaborazione concettuale del multiforme e composito <em>mix </em>causale nella sua interezza &#8211; della Guerra mondiale, come Quarta Guerra d’Indipendenza, al percorso risorgimentale e in particolare alla Terza del 1866, e del trionfo di Vittorio Veneto alla sconfitta di Custoza, ricondurrebbe il tutto solo ad un “rispolverato” <strong>esile filone irredentistico</strong>, <em>bypassando </em>in tal modo a  piè pari tutto il travaglio postrisorgimentale, generato dal diffuso senso di malessere e di incompiutezza anche dopo la realizzazione del processo unitario, ciò che avrebbe poi trovato la stura in una più generale volontà di potenza. Invece, come si è visto, siffatto indirizzo era venuto ad integrarsi in un <em>mix</em> sempre più articolato di progetti colonialistico-imperialisti e nazionalisti, diventando con essi intercambiabile. Insomma, resta legittima la qualificazione della Prima Guerra Mondiale come “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>” soltanto a patto di ricomprendere nel suo coacervo rivendicativo<strong> interessi ed aneliti ben al di là di quelli unicamente irredentistici</strong>.</p>
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<p>D’altra parte, qual è significato del termine <strong>indipendenza </strong>in senso lato? Sotto un primo aspetto, sicuramente quello connesso alla riunificazione del territorio nazionale mediante l’<strong>acquisizione delle terre irredente</strong>, cioè non ancora salvate, e quindi la capacità di autodeterminarsi nell’ambito del territorio nazionale. Ma, sotto un altro profilo, una grande potenza, per assicurarsi una<strong> reale indipendenza</strong>, cioè una sua <strong>incontrovertibile sovranità sopranazionale</strong>, non può tollerare né<strong> limitazioni ai suoi</strong> <strong>confini naturali </strong>né <strong>restrizioni allo sviluppo di una propria politica internazionale </strong>(casomai anche a carattere imperialistico, perché no?) come <strong>chiavi strategiche</strong> per non rendere la sua indipendenza puramente nominale.</p>
<p>Proprio in siffatta ottica, non vi è dubbio che la Prima Guerra Mondiale possa configurarsi a pieno titolo come “<strong><em>Guerra d’Indipendenza</em></strong>”, in quanto tesa a conseguire <strong>obiettivi nazionali strategici</strong>, sia a carattere<strong> irredentistico</strong> sia a impronta <strong>nazionalistica </strong>e<strong> imperialistica</strong>, giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
<p>In effetti, il suo coacervo rivendicativo &#8211; che spaziava dal Brennero, dove si aspirava a portare il confine, all’Istria, alla Dalmazia e al Dodecanneso, nonché, in chiave più prettamente colonialistica, dai possedimenti tedeschi in Africa, alla cui spartizione si sperava di partecipare, ai territori in Asia Minore a spese dell’ex impero turco &#8211; era proprio quello di una grande potenza realmente indipendente, o almeno spirante tale.</p>
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<p><strong>PARALLELO CON LA SECONDA GUERRA MONDIALE</strong></p>
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<p>Mi sia consentita una digressione per meglio definire la sostanza dell’indipendenza! La<strong> guerra che</strong> <strong>iniziava </strong>il <strong>10 giugno 1940</strong> &#8211; con tutto il suo imponente mix rivendicativo che tendeva ad accaparrarsi l’isola di <strong>Malta </strong>e la<strong> Corsica</strong> (aspirazioni irredentistiche), <strong>Gibilterra </strong>e il <strong>controllo del Mediterraneo</strong> in mano inglesi (aspirazioni nazionalistiche), <strong>Gibuti </strong>e <strong>Suez</strong>, con mire anche sulla <strong>Tunisia</strong> (ma non erano in parte quelle stesse aspirazioni colonialistiche successive al Congresso di Berlino del 1878?) &#8211; non era pur essa in <strong>chiave irredentistica</strong> di ricomposizione del territorio nazionale, di<strong> sicurezza esterna</strong> nonché di <strong>consolidamento dell’impero coloniale</strong> a spese di Francia e Inghilterra? Allora perché quella guerra non dovrebbe essere considerata a pieno titolo, ancora di più e meglio della Prima, come la “<strong><em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em></strong>”?</p>
<p>Insomma, non è possibile opporre un aprioristico rifiuto concettuale a siffatta tesi ove si consideri l’armonico e compatto <strong>filone</strong> “<strong>risorgimentale-post-risorgimentale-primo conflitto mondiale</strong>” sol perché in ossequio alla <em>vulgata </em>l’idea potrebbe apparire ripugnante! D’altra parte, <strong>lo storico non è titolato ad addossarsi una specie di veste sacerdotale</strong> <strong>come un</strong> <strong><em>giudice</em></strong><em> <strong>del tempo</strong></em> ideologizzando o manipolando i fatti della Storia in base ai suoi intendimenti o a seconda delle sue passioni: o meglio, come affermava Marc Bloch, “<strong><em>Lo storico non è un giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti</em></strong>”!</p>
<p>In definitiva, così incardinato e acquisito il concetto di una reale indipendenza, le <strong>rivendicazioni fasciste</strong>, poste sul tappeto internazionale a ridosso dell’intervento in guerra, non rappresentavano i fondamenti di una<strong> strategia complessiva</strong> &#8211; i cui obiettivi, qualitativamente identici, differivano semmai solo dal punto di vista quantitativo da quelli del primo conflitto mondiale &#8211; per portare l’Italia, a dispetto della sua impreparazione militare, a diventare una<strong> grande potenza</strong> realmente <strong>indipendente</strong>, e perché no, anche verso il ben più potente alleato germanico?</p>
<p>Non erano forse gli stessi obiettivi che, in un modo o nell’altro, semmai rielaborati soltanto sotto il profilo quantitativo, avevano caratterizzato in fondo tutta la storia d’Italia fin dal 1859, per proseguire poi con la Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866, con la “<em>Quarta</em>” del 1915 e con le guerre coloniali del 1885, 1895, 1911 e 1935? Un crescendo rivendicativo, dunque, che estendendosi via via dalla <strong>Lombardia </strong>a tutta <strong>la Penisola italiana</strong>, con la conseguente proclamazione dell’Unità d’Italia, dal<strong> Veneto </strong>a<strong> Roma</strong>, dal<strong> Trentino </strong>alla<strong> Dalmazia</strong>, dall’<strong>Adriatico </strong>al <strong>Dodecanneso</strong>, dalla<strong> Corsica </strong>a <strong>Malta</strong>, da<strong> Gibilterra </strong>al<strong> Mar Mediterraneo, </strong>dalle<strong> conquiste coloniali del XIX secolo </strong>all’annuncio del<strong> grande impero africano nel 1936</strong> per finire alla “<strong>Guerra parallela</strong>”, contrassegna quasi un<strong> novantennio di storia italiana</strong> e che <strong>non ci permette di condannare <em>sic et</em></strong><em> <strong>simpliciter </strong></em><strong>chicchessia</strong>, da<strong> Cavour</strong> a<strong> Crispi</strong> e a<strong> Giolitti, </strong>per finire a<strong> Mussolini</strong>, e men che mai la<strong> Corona</strong>, del resto sempre ligia ai dettami costituzionali-parlamentari.</p>
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<p>Sgomberato quindi il campo da pregiudizi ideologici, non sembrano esservi più dubbi di sorta in ordine al fatto che la Seconda Guerra Mondiale possa configurarsi quanto la Prima, e probabilmente ancora più di questa, come la “<strong>Quinta Guerra d’Indipendenza</strong>” e, come si vedrà, anche “l’ultima”. Sicuramente “<em>guerra fascista</em>” di conquista (ma ciò di per sé non vale a meglio qualificarla intrinsecamente sotto il profilo contenutistico e della esegesi storica, ma tutto al più, solo sotto il profilo ideologico), questa difatti è volta a conseguire, come grande potenza e al pari delle altre, un’autonoma strategia operativa nel contesto internazionale ed un’effettiva indipendenza, intesa, a torto o a ragione, non solo in termini di ricomposizione in ambito nazionale di territori comunque ritenuti italiani, ma anche e soprattutto come capacità di attuare una sua politica estera senza dover dipendere da una o più potenze dominanti. <strong>    </strong></p>
<p>Ad ogni buon conto, giusto per concludere sul punto, la “<em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em>”, la c.d. “<strong>Guerra parallela</strong>”, voluta dal duce in concorrenza se non proprio in contrapposizione ad Hitler, sarebbe terminata miseramente di lì a poco sul <strong>fronte greco-albanese</strong>, sulle infuocate sabbie del deserto africano, a<strong> Sidi el Barrani</strong> a soli novanta chilometri dal confine libico-egiziano, a <strong>Taranto</strong>, con la messa fuori combattimento di parte della potente flotta di guerra, e a <strong>Capo Matapan</strong>, con la perdita anche dell’<strong>Africa Orientale</strong>.</p>
<p>Aveva fine così il mito della “<strong><em>Guerra parallela</em></strong>” per imboccare il triste percorso della “<strong><em>guerra subalterna</em></strong>”. Con l’epilogo triste della “<em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em>”, a distanza di meno di un secolo dall’avvio del percorso risorgimentale, <strong>si consumava pure l’indipendenza dell’Italia</strong>, in seguito mai più riconquistata.</p>
<p>Tutto quello che è venuto dopo non è stato l’evoluzione di uno Stato realmente indipendente: quello, infatti, era svanito e ormai definitivamente “sepolto”, dopo meno di un anno di guerra, nella primavera del 1941!</p>
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<p><strong>LA MADRE DI TUTTE LE GUERRE: INTERVENTISMOE NEUTRALISMO</strong></p>
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<p>Certamente la Prima Guerra Mondiale, definita “<strong>la Madre di tutte le guerre</strong>” in quanto rappresentava la nascita della <strong>moderna guerra totalitaria</strong>, è stata una <strong>sovrapposizione dei conflitti,</strong> in cui ogni potenza combatteva per un suo obiettivo particolare o aveva un conto da regolare, e il<strong> risultato dell’automatismo </strong>delle grandi alleanze ma anche dell’apparizione di due nuove potenze nella seconda metà dell’Ottocento, cioè l’<strong>Italia nel 1861</strong> e soprattutto la<strong> Germania nel 1870</strong>, ciò che aveva alterato gli equilibri in Europa.</p>
<p>Ma al fine di evidenziare aspetti connessi alla <strong>mitologia della</strong> “<strong>Grande Guerra</strong>” occorre svolgere alcune considerazioni preliminari in ordine agli elementi conflittuali, ciò che sin da allora mettevano in crisi la società italiana, connessi alla dicotomica contrapposizione tra <strong>neutralismo</strong>, che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo, e <strong>interventismo</strong>, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali <strong>ampliamento di obiettivi di politica estera</strong>, <strong>politiche di potenza</strong>, <strong>liberazione terre irredente</strong>, ecc., ma anche <strong>fermenti irrazionalistici</strong>,<strong> volontaristici </strong>ed anche <strong>decadentistici</strong>: comunque un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso un<strong> posto privilegiato al concetto di patria</strong>.</p>
<p>Interventisti erano il <strong>Governo</strong>, allora presieduto da <strong>Antonio Salandra</strong>, <strong>Luigi Albertini</strong>, i <strong>socialisti riformisti</strong> (Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini) i quali intendevano affermare il principio di nazionalità sulle rovine dei due imperi autoritari, i <strong>nazionalisti</strong>, <strong>Mussolini</strong>, il quale, abbandonato il partito socialista si proponeva di realizzare un suo disegno rivoluzionario, una <strong>parte del mondo cattolico</strong> e un’<strong>ampia fascia della borghesia benpensante</strong>, animate da un generico ideale patriottico, ora rafforzato dal progetto di ricongiungimento alla patria delle terre irredente.</p>
<p>Comunque, uno spirito di incontenibile entusiasmo patriottico-bellicista investiva non solo l’Italia, in cui le piazze ribollivano e specialmente a Roma, bensì tutto il continente europeo, quasi senza distinzione di ceto e di età, di élite e di massa. Saranno poco efficaci, specie in Francia, in Germania e in Austro-Ungheria, gli argini di carattere politico religioso o sindacale frapposti alla trascinante forza degli umori collettivi.</p>
<p>In Italia le dimostrazioni di piazza si intensificano nel mese di maggio, proprio mentre le truppe degli Imperi centrali trionfavano in polonia e in Galizia. Ed anche la stampa non mostrava alcun dubbio per questa guerra che doveva completare l’unità nazionale rimasta in sospeso nel 1866.</p>
<p>Di certo, nei <strong>fermenti irrazionalistici</strong> veniva a coagularsi in maniera indistinta la prima grande rivolta populista contro le istituzioni liberali, così come si erano venute formando e consolidando dal 1871 al 1915, inquietudini che erano espressione di un’<strong>avversione </strong>per la così detta Italietta e per l’uomo che di essa era il principale rappresentante, <strong>Giovanni Giolitti</strong>.</p>
<p>In siffatte aspirazioni emergeva un <strong>primato del fare</strong> o un <strong>dissolvimento del pensiero</strong> <strong>nell’azione</strong>, un <strong>irrazionalismo attivistico</strong> contro il quale, per esempio, Benedetto Croce reagiva; infatti, vedeva simboleggiato questo irrazionalismo attivistico soprattutto in <strong>Gabriele D’Annunzio</strong> e lo riduceva ad un <strong>momento del decadentismo europeo</strong>, un <strong>decadentismo che</strong> <strong>dalla sfera estetica passava direttamente nella vita morale</strong>, instaurando così una confusa brama del nuovo.</p>
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<p><strong>MITO ED EROISMO NELLA GRANDE GUERRA</strong></p>
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<p>Prendeva sempre più piede, dunque, il <strong>mito della Guerra</strong>, che si fondava su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo <strong>spirito guerriero dei giovani</strong>, che poi costituiranno le folte schiere dei volontari, in un clima di effervescenti<strong> movimenti </strong>e <strong>correnti in campo</strong> <strong>artistico e letterario</strong> che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il <strong>Futurismo</strong>, il quale, esaltando una <strong>virilità militare</strong> che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti gli <strong>aspetti della guerra in modo positivo</strong>. Proprio <strong>l’esaltazione della guerra</strong>, come desiderio ardente dello straordinario, diviene una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Tutti questi sentimenti dei futuristi finiranno dunque per incanalarsi nel<strong> nazionalismo</strong> e la figura idealizzata del soldato comune diverrà una componente essenziale alla creazione del <strong>mito di un uomo nuovo</strong> che avrebbe redento la nazione, un mito che confluiva in quello dello <strong>Stato nuovo</strong>, in un processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “<strong>radicalismo</strong>” <strong>di tradizione mazziniana</strong>.</p>
<p>In definitiva, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello <strong>Stato nuovo</strong>, ereditato e poi fatto proprio dal movimento fascista. Come afferma Emilio Gentile, il fascismo fu, “<strong>un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo</strong>”.</p>
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<p>Mai come nella Grande Guerra il mito ha svolto una funzione importante nella presa di una forte coscienza politica delle masse, talché esso ha finito per <strong>perdere i tipici tratti politico-sociali </strong>per <strong>fondere la sua identità con il concetto di</strong> <strong>eroismo</strong>.</p>
<p>Molti alti ufficiali, persino generali, avevano il merito di stare a stretto contatto con i soldati, di trovarsi con loro in trincea, di incoraggiare gli uomini e di fare in modo che fossero evitate inutili perdite. <strong>Il generale veniva dunque innalzato a mito</strong> e la prima linea diventava il punto di contato tra il soldato-massa e il generale-eroe. Appunto in questo modo <strong>l’eroismo</strong>,<strong> amplificato</strong>,<strong> diventava mito</strong>.</p>
<p>In tale ottica, generalizzando, l’esaltazione della guerra, di quella guerra, in cui spesso viene ad essere superato quel flebile confine che separa gli obblighi del soldato dai gesti di eroismo, diventava essa stessa esperienza caratterizzante e formativa per le generazioni e la Patria future. In siffatto quadro, <strong>ogni gesto di sacro dovere superava qualsiasi valore e ogni soldato della prima guerra mondiale morto per la patria diventava un vero eroe</strong>.</p>
<p>Cosicché <strong>mito ed eroismo finivano per confluire in un processo edificatore</strong>, quasi purificatore, per il popolo e per la politica italiana, un <strong>processo teso </strong>alla<strong> costruzione</strong> <strong>di un ideale supremo</strong>: un percorso politicizzato, basato su <strong>ideali come Patria</strong>, <strong>Nazione </strong>e<strong> Stato</strong>, a cui si affiancava <strong>un processo morale</strong> che aveva come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra: in siffatto contesto, quasi “<strong>mistico</strong>”, mitico ed eroico assieme, si colloca anche il mito del <strong>Milite Ignoto</strong>, un<strong> semplice militare italiano caduto sul fronte della Grande Guerra</strong> e sepolto sotto la statua della dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano, la cui tomba simboleggia tutti i caduti e i dispersi in guerra italiani.</p>
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<p><strong>CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE</strong></p>
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<p>Di certo, i traumi, le fratture che la nostra storia ha conosciuto dalla Grande Guerra ad oggi sono stati troppi per mantenere un <strong>ininterrotto percorso identitario</strong>.</p>
<p>Innanzitutto il trauma di un’altra<strong> guerra mondiale</strong> a distanza di venticinque anni dalla prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione, i vincoli simbolici e ideologici che duravano dal 1861 ebbero per lo più a dissolversi.</p>
<p>Allora qualcosa di simile alla morte si è verificato poiché una<strong> Patria senz’altro morì</strong>. <strong>Morì il patriottismo della Nazione</strong>, sostituito dal <strong>patriottismo di partito</strong> o dal <strong>patriottismo di classe</strong> come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. <strong>Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione</strong>, la <strong>legittimazione democratica</strong>, dunque,<strong> non poteva che provenire se non dai partiti</strong>, soprattutto quelli più fortemente ideologizzati.</p>
<p>Un altro <strong>grande momento di rottura</strong> che separa enormemente l’Italia attuale dalla Grande Guerra è stato l’avvento di<strong> ordinamenti politici di tipo democratico</strong> così come sanciti dalla Costituzione attuale, pur essa nata tra<strong> equivoci e contraddizioni</strong> <strong>profonde</strong>, <strong>una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso</strong>, al di là di patetiche formali rappresentazioni di facciata, <strong>l’identità sociale e culturale della vecchia Italia che combatté la Grande Guerra</strong>.</p>
<p>E’ proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45, unita all’avvento della democrazia repubblicana, dunque, che ha reso <strong>l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra</strong>, che in tal modo <strong>non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico</strong>. Insomma, in Italia è abortito, a differenza di altre nazioni più coese anche ideologicamente, il <strong>passaggio cruciale tra liberalismo e</strong> <strong>democrazia</strong> che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.</p>
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<p>Con siffatti presupposti, sicuramente la<strong> Nazione è morta nel cuore degli italiani</strong>, <strong>è morta l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di</strong> <strong>Patria</strong>. Una <strong>nazione</strong> <strong>incompiuta</strong>, una <strong>nazione mancata</strong>, uno <strong>Stato-non nazione</strong>, un <strong>Paese </strong>che, per le sue inadeguatezze, <strong>non è riuscito a farsi nazione</strong> e che sconta ancora oggi, le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che viene da lontano, dagli antefatti stessi della Grande Guerra. Una disunione che, <strong>oltre a riferirsi ad una dimensione ideologico-politica</strong>, tende a presentarsi quasi come <strong>sistemica</strong>, <strong>strutturale</strong>, a<strong> carattere</strong> <strong>antropologico </strong>e<strong> culturale </strong>e perfino<strong> morale</strong>. <strong>     </strong></p>
<p>Un Paese, dunque, con un <strong>colossale difetto di coscienza politica</strong>, un Paese caratterizzato dalla “<strong>lontananza</strong>”<strong> del popolo dallo Stato</strong>, un Paese in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, il<strong> legame di appartenenza del popolo verso una</strong> <strong>ancora</strong> “<strong>mal</strong> <strong>conosciuta Patria</strong>”: un popolo a cui ben si attaglia l’affermazione gobettiana “<em>Il nostro vero dramma consiste nel fatto che non possiamo essere un piccolo popolo e non sappiamo essere un grande popolo</em>”. Aggiungo solo che non lo siamo stati quando avremmo potuto esserlo, ora non possiamo più esserlo nel nostro <strong>ineluttabile declino di popolo e di nazione</strong>.</p>
<p>In tema di “unità-disunità” nazionale s’impone a questo punto qualche ulteriore riflessione che, senza “<em>arrières pensée</em>”, riposizioni più correttamente, in termini concettuali, <strong>il ruolo della Monarchia sabauda </strong>in un<strong> possibile processo coesivo nazionale</strong>. In altri termini, avrebbe potuto questa, <strong>ove fosse rimasta al timone</strong> <strong>istituzionale del Paese</strong>, <strong>evitare lo sfaldamento dello Stato in quanto titolare della</strong> <strong>custodia dell’unità</strong> e <strong>dell’unicità dell’autorità statale</strong> al di là e al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, così come del resto <strong>durante il regime</strong> <strong>aveva comunque rappresentato</strong> <strong>la continuità storica rimanendo la garante della</strong> <strong>nazione</strong>? <strong> </strong></p>
<p>In altri termini, avrebbe potuto la Corona costituire un<strong> argine al fenomeno di</strong> <strong>ideologizzazione </strong>e <strong>frammentazione partitica di una “stracciata” Repubblica</strong> “tirata” da ogni dove &#8211; una <strong>Repubblica che non affonda le sue radici né nel Risorgimento né nella Grande Guerra bensì di qualcos’altro di estremamente divisivo</strong> &#8211; e così <strong>continuare a fungere da fondamento di una conservata identità unitaria degli italiani</strong>? <strong>E’ certamente più che lecito dubitarne, ma non è legittimo non chiederselo almeno</strong>!</p>
<p>E profondamente vero comunque che <strong>quell’acquisto dell’unità</strong> <strong>intorno alla Patria</strong> <strong>italiana</strong>, che, superando la disperazione di Caporetto, si fondava sulla resistenza sul Grappa e sul Piave fino alla vittoria, <strong>è andato del tutto perduto</strong>, cosicché la “<strong>morte della Patria</strong>” in questa striminzita, asfittica Repubblica &#8211; una Repubblica con la sua strana democrazia, sulla quale è scesa una evanescente ombra lunatica e in cui anche <strong>i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio &#8211; è rimasta la grande questione irrisolta del nostro vivere collettivo</strong>.</p>
<p>Si chiude così un <strong><em>loop</em></strong>, <strong>tragico </strong>e<strong> grottesco </strong>allo stesso tempo, <strong>una riflessione a</strong> <strong>struttura circolare</strong>, così come nel film <em>Pulp fiction </em>di Quentin Tarantino, con l’inizio di questo tragico <em>excursus</em> che si ricongiunge alla sua fine! Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una <strong>moderna e irreversibile disunità nazionale, a distanza di oltre un secolo e mezzo dal compimento della sua unità politica e dopo avere combattuto ben cinque guerre d’Indipendenza: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come se nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse</strong>!</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/litalia-in-guerraaspetti-causali-e-risvolti-mitici/">L’Italia in guerra:aspetti causali e risvolti mitici</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 21:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/pianeta-monarchia-analisi-e-prospettive-per-il-terzo-millennio/">“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’eminente studioso di storia e letteratura, Professor<strong> Luca Lombardi</strong>, collaboratore di diverse università europee, ricercatore numismatico e responsabile della casa editrice “Biblionumis Edizioni”, nonché Ispettore per la Puglia e Delegato per la provincia di Bari dell’Istituto per la GUARDIA D’ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON, ha pubblicato, in aggiunta ai suoi sette volumi e ai numerosissimi contributi su riviste scientifiche nazionali e internazionali, il suo ultimo libro “<strong>RIFLESSIONI SULLA MONARCHIA</strong>”, Edizioni INGORT Ispettorato Puglia &#8211; Delegazione Bari, 2023. Trattasi di un assieme di elevate considerazioni sui <strong>fondamenti del pensiero monarchico</strong>, onde promuovere a tutto campo una nuova e più accurata riflessione, scevra da pregiudizi ideologici, sull’istituto monarchico e sul suo possibile reinserimento &#8211; sostanziantesi questo in una robusta ispirazione etica e in una più matura consapevolezza di ulteriori proficui sbocchi di decongestionamento politico/ideologico &#8211; nel quadro socio-politico in atto, da iscrivere in un incupito clima da “guerra civile” e caratterizzato da un colossale difetto di coscienza politica.</p>
<p>Il Professore, con rilevante acume e in modo originale nell’attuale dibattito politico, introduce subito due piani esegetici, fondati l’uno su una visione puramente istituzionale della teoria monarchica, l’altro su una sua proiezione dottrinaria a carattere generale dello Stato, dato che la prima, priva della sua dimensione teoretica correlata ad una concezione più specifica dell’essere umano e della società, si rivelerebbe di per sé insufficiente, non rilevandone caratteri morali più elevati,  a legittimare <em>pleno titulo</em>, l’istituto monarchico.</p>
<p>In tal modo, implicitamente l’insigne Autore confuta la tesi, sostenuta dalla scienza giuridica, circa la scarsa portata oggigiorno della distinzione tra <em>Monarchia </em>e <em>Repubblica</em>, avuto riguardo ai reali meccanismi di governo, nell’ambito della forma di Stato di Democrazia classica occidentale: ciò in quanto, le reali funzioni deliberative sono passate dal Re ai suoi ministri, che risultano politicamente responsabili solo verso il Parlamento, talché il Sovrano stesso avrebbe assunto la figura di un semplice consigliere ereditario dei suoi ministri, così come avviene nella forma di governo costituzionale parlamentare repubblicano.</p>
<p>Insomma, un <em>todos caballeros</em> &#8211; ciò può avere, semmai, una sua validità soltanto per il versante giuridico/ istituzionale, che assolve <em>sic et simpliciter </em>da ogni peccato le formule governative e i reali meccanismi di funzionamento del governo repubblicano parlamentare &#8211; che ”omogeneizza”, ancorché  su un piano esclusivamente tecnicistico, due distinte formule di governo della società mediante la semplice affermazione della <strong>neutralità di un re</strong> nel contenzioso politico, rappresentando egli un unico punto di riferimento per tutti i cittadini. Decisamente troppo poco! E sì che, in siffatta prospettiva esclusivamente istituzionale, ogni tentativo di distinzione si rivelerebbe del tutto inidoneo a cogliere gli aspetti più salienti della questione.</p>
<p>L’illustre Professore, invece, scompaginando luoghi comuni, dati per acclarati nell’ambito di una <em>vulgata</em>, approssimativa ed estremamente semplicistica, quando non proprio poggiante su elementi di perfetta malafede &#8211; il che non è del tutto nuovo nel campo storiografico e politico di questa grigia Repubblica, con tutti i suoi artefatti rituali, in quanto non poggianti su un’idea solida di nazione e di unità nazionale -, ci prospetta una visione, un “<em>present e un future by vision</em>”, di ben più alta levatura morale, quasiché una dimensione epistemologica dell’istituto monarchico: dunque, non già una sterile fascinazione epicedica, bensì le coordinate di un diagramma esegetico di primordine, una rappresentazione gnoseologia in quanto conoscenza volta alla ricerca della sua stessa verità, una “escatologia” collegata al destino del singolo individuo come entità concreta perfettamente integrata nel processo storico, nel suo “<em>continuum</em>” che in <em>re ipsa</em> ingloba una tradizione, in termini di onnicomprensività di valori imprescindibili legati al nucleo primario della società &#8211; la <strong>famiglia</strong> &#8211; e alla sua allocazione in un ambito sacrale, la <strong>Patria</strong>.</p>
<p>L’Autore sistematizza, quindi, le sue riflessioni in argomento, dando loro una forma organica che si traduce in una visione concreta dell’essere umano, soggetto a patologiche aggressioni miranti al disfacimento della sua essenza vera, collegata indissolubilmente alla cellula naturale della società, appunto l’istituto familiare: la sua “messa in liquidazione” è iniziata alla fine degli anni Sessanta, proseguendo senza sosta sul piano inclinato della sua disgregazione totale, unitamente ad altri fattori “tossici”, quali il vistoso calo demografico, le sconsiderate politiche immigratorie terzo/quarto-mondiste in atto, con la conseguente perdita di sicurezza, l’abolizione di ogni identità nazionale. La <strong>nazione</strong>, la stessa idea di nazione, è morta nel cuore di una società “liquefatta”, o in via di decisiva “liquefazione”, in uno al suo completo disfacimento valoriale.</p>
<p>Pertanto, solo partendo da un recupero della interiorità dell’uomo, animato da sempre da aspettazioni escatologiche, ciò che può realizzarsi solo in virtù di un umanesimo alto definitivamente alleato dei valori etici cristiani, egli può scoprire, pur nella sua miseria mondana, la sua vera grandezza nella misura in cui sente operare dentro di sé una forza eterna e immortale. Solo da tutto ciò potrà discendere la riconquista della sua <strong>libertà interiore</strong>, in uno a quella più prettamente terrena come acquisizione dei <strong>valori del</strong> <strong>liberalesimo</strong>, derivandone poi anche una rivalutazione delle istituzioni sociali e naturali, <em>in primis </em>la famiglia. Non diceva forse il Croce “Il liberalesimo ha abbattuto gli steccati dell’oppressione: <strong>la libertà ha di per sé l’Eterno</strong>”?</p>
<p>La libertà &#8211; <em>lato sensu </em>&#8211; del Croce, analogamente a quella concettualizzata dal professor Lombardi, diviene un paradigma dotato di una sua intima “religiosità”, la crociana <strong>Religione della Libertà</strong>, che però, a seguito della dissociazione dalla storia reale, così come enunciata nella sua “religiosa” opera “<em>Storia d’Europa del secolo decimonono</em>”, diventava sempre più una fede metastorica: si era così consumata, a onta della barbarie totalitaria in cui era precipitata l’Europa, la teofania per cui la storia altro non è che l’attuarsi dell’Assoluto!</p>
<p>E’ qui che il professore, in base ad un “principio di realtà”, in special modo in una società complessa e multiforme come quella attuale, fuoriesce dall’iperuranio dei “principi” per calarsi nel momento arazionale che si pone dietro il confronto dei valori alti della politica &#8211; che trova fondatamente la sua premessa nello spirito etico, divenendo altresì un suo strumento attuativo dotato di una sua moralità &#8211; ponendo al vertice della società, rinnovata e riportata ai veri valori umani, un’Autorità Governante, né dionisiaca né delirante e liberata da veleni ideologici, che possa degnamente rappresentare l’unità. Ma non una gestione di partiti &#8211; afferma &#8211; ma un governo che sia indissolubilmente legato alla Patria. Cosicché, proprio in siffatta prospettiva troverebbe la sua vera ragion d’essere la <strong>Monarchia</strong>, assolutamente in grado di trovare una sua vigoria in una effettività sociale, tuttora ammorbata dalla “<strong>mitologia dell’eguaglianza</strong>” &#8211; indiscriminatamente del tutto a tutti &#8211; come “frutto avvelenato” di una noumenica Sinistra, ben lontana dai valori liberali e imprigionata in un irenismo d’accatto, oggi più che mai affetta da una “bustrofedica” dissociazione cognitiva e ancora racchiusa in una macabra identità irrisolta: da ultimo, pur a fronte di recentissime atrocità commesse in nome di una brutale ideologia politico/religiosa, continua imperterritamente a serbare le sue consuete ambiguità dottrinarie e socio/politiche.</p>
<p>Cosicché, proseguendo in siffatta scia d’indagine basata sul “principio di realtà”, l’Autore pone, in buona sostanza, l’interrogativo in ordine alle modalità di rivendicazione dell’esercizio del potere sulla base di un’autorità legittimamente riconosciuta &#8211; ciò che i liberali interpretano in maniera problematica appunto in ordine al rapporto tra istituzioni e società &#8211; soprattutto in una visione omogenea, organica dello Stato, massima espressione di “autorità” di una comunità nazionale, al cui vertice non può collocarsi se non un soggetto che non sia una diasporica estrinsecazione partitica o di particolari gruppi d’interesse e che, soprattutto, non incentri la legittimità del suo potere su consultazioni elettorali. Comunque, ancorché possa godere di una maggioranza più o meno ampia, rimarrà sempre uomo di parte, cosicché viene a perpetuarsi quell’instabilità di rapporti tra liberalismo e democrazia, che, soprattutto con l’espandersi dei compiti dello Stato moderno, appaiono sempre più precari e corruttibili in virtù dei meccanismi elettivi e di maggioranze.</p>
<p>Non v’è chi non veda, dunque, come inevitabilmente una grossa “voglia di topo” &#8211; la faccia nascosta della Repubblica &#8211; macchi la guancia sinistra della Democrazia rappresentativa, vale a dire quella basata sul governo della maggioranza pur nel rispetto dei diritti della minoranza, poiché, pur ammettendo il suo esercizio in un ortoprassico sistema di <em>governance </em>complessiva, essa è sempre suscettibile di una rousseauiana degenerazione in “<strong>democrazia totalitaria</strong>”, un <em>monstrum </em>comunitaristico che si traduce in una tirannia del “<em>tutti noi</em>”, una cianotica pseudomorfosi della rappresentanza democratica: infatti, quella rousseauiana era e rimane solo una nuova religione civile, una visione escatologica della democrazia &#8211; così come appunto  elaborata nel <em>Contratto Sociale</em> &#8211; consistente in un ideale mistico della società.</p>
<p>Solo un Re ereditario, ci dice il Professore, basando il suo potere sul consenso immediato e naturale del suo popolo, può avere quella autorità morale per conferire allo Stato una forza che, in un sistema elettivo, il “custode” temporaneo e intercambiabile al vertice della potestà statuale non potrà mai avere. Perdipiù, in linea più generale, tutti i “custodi” democratici temporanei e intercambiabili (presidenti, primi ministri, membri del parlamento) non sono proprietari del Paese, ma finché sono in carica è permesso loro di farne uso eventualmente anche a proprio vantaggio. Essi posseggono il suo attuale “valore d’uso”, ma non il suo valore di capitale, talché è sempre possibile lo “sfruttamento”, anzi lo rende più miope e sconsiderato, cioè perseguito senza alcun riguardo per il valore del capitale di un Paese. Per converso, il “proprietario” di un monopolio ereditario, dovendolo trasmettere in eredità ai figli, si curerà necessariamente di evitare che le sue azioni possano ripercuotersi negativamente sul valore del capitale di tale monopolio: in conseguenza, come proprietario del “suo” territorio, il Re sarà al confronto più lungimirante e recherà in sé l’imparzialità.</p>
<p>Né, peraltro, nella forma di Governo repubblicano costituzionale puro &#8211; la Repubblica presidenziale &#8211; le discrasie innanzi evidenziate per quella parlamentare sono suscettibili di rimozione, in quanto il capo dello Stato, in tale fattispecie anche capo dell’Esecutivo, è pur sempre un’espressione partitica: il difetto è, per così dire, sistematico (tipologia degli errori sistematici) e risiede proprio nella temporaneità e intercambiabilità dell’organo <em>de quo</em>, ciò che costituisce la quintessenza della forma di governo repubblicano.</p>
<p>Di certo, alla intercambiabilità della massima carica dello Stato nella Repubblica, si connette inevitabilmente, nel momento della successione, un’incertezza politica, che potrebbe anche generare una pericolosa frattura politica e/o una impasse istituzionale tale da paralizzare, in tutto o in parte, un’efficace azione di <em>governance</em> complessiva, intendendo per tale la globale attività combinata governo-parlamento, in special modo in quei Paesi, appunto come l’Italia, poco coesi ideologicamente e politicamente.</p>
<p>L’istituzione monarchica eviterebbe, invece, tutto ciò, in quanto custode dell’<strong>unità</strong> e <strong>unicità</strong> dell’autorità dello Stato al di là e al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, così come nel regime aveva rappresentato la continuità storica, rimanendo la <strong>garante della nazione</strong> oltre qualsiasi abito ideologico, incluso quello fascista; infatti, la vocazione dei Savoia nel processo organico di sviluppo della nazione era senza alcun dubbio un <strong>dato strutturale</strong>, cosicché alla Monarchia sabauda era da ascrivere un’<strong>attitudine indiscutibilmente liberale</strong>: anzi, dovremmo riflettere tutti sul suo ruolo in un possibile processo coesivo nazionale. Insomma, avrebbe potuto essa, ove fosse rimasta al timone istituzionale del Paese, evitare lo sfaldamento dello Stato in quanto titolare della esclusività e dell’omogeneità dell’autorità statale, così come era del resto avvenuto negli anni del regime, come <strong>garante della nazione</strong>? In altri termini, avrebbe potuto costituire un argine ai processi di ideologizzazione e di frammentazione partitica di una lacerata, plumbea Repubblica &#8211; una Repubblica che affonda le sue radici su qualcosa di estremamente divisivo dopo un referendum istituzionale svoltosi soprattutto sotto la minaccia dei “mitra lombardi”, ma data come frutto “superbo” dell’”epopea” resistenziale &#8211; nata con delle <strong>tare ereditarie</strong> che le sfigurano le sembianze, in quanto fondatasi su un compromesso negativo, basato su equivoci e contraddizioni profonde? E’ certamente lecito dubitarne, ma <strong>non è legittimo</strong> <strong>non chiederselo nemmeno</strong>! Ma in questa Italia distratta e qualsiasi sono solo pochissimi &#8211; e tra questi certamente il Professore &#8211; a porsi siffatto interrogativo.</p>
<p>L’Autore prosegue nella trattazione incentrando la sua analisi su aspetti salienti, cosicché si sofferma sulla enunciazione di un innato concetto etico che sorregge il consenso &#8211; in termini di fedeltà, di onore e di devozione &#8211; verso il monarca; il giuramento alla Repubblica, invece, non fondandosi su siffatte spontanee idealità, si trasforma in una vuota formalità “<em>priva di sacralità e disumanizzata</em>”.</p>
<p>La Monarchia acquista, dunque, un senso compiuto, quasiché escatologico, in quanto si pone agli antipodi dell’individualismo sfrenato e del dilagante libertarismo, una realtà complessiva in cui tutto è relativizzato e funzionalizzato al sociale, una mitridatizzata società, condannata in tal modo a collassare &#8211; in un sistema economicamente instabile di moderno Stato sociale &#8211; sotto il peso del suo stesso parassitismo. Un “dio” fallito, dunque, un totem destinato a sfaldarsi: sono arrivati, come padroni, i <strong>nuovi Hyksos</strong>!</p>
<p>In siffatto contesto di disvalori, pertanto, la Monarchia autolegittima la sua autorità e la sua azione in vista dell’instaurazione, o meglio del recupero di valori umani &#8211; sempre più vituperati, disprezzati, calpestati, derisi e disumanizzati &#8211; in una parola <strong>liberali</strong> nel senso pieno del termine, così come affermatisi dalla “Rivoluzione atlantica” e affinati, in Italia, fino alla caduta della dell’istituto monarchico: da qui è scaturito progressivamente un “<strong><em>non-white-world</em></strong>”, una cupa istituzione repubblicana con tutti i suoi <strong>rituali di</strong> <strong>cartapesta,</strong> con la sua <strong>democrazia </strong>“<strong>liquida</strong>” su cui è scesa un’”ombra lunatica”, fondatasi su una sulfurea mitologia costituzionale come mera, quanto sterile affermazione di diritti,  a cui si sono aggiunti, in un “<em>politically correct</em>” oscillante tra la mistificazione e il ridicolo, altri nuovi e assai discutibili &#8211; dalle scellerate politiche immigratorie, con tutto il suo cinico corteo di falsa accoglienza, ad un certo tipo di maternità “ globalizzata”, dalla fluidità di genere al fondamentalismo ambientale e alla rivoluzione alimentare, e così via &#8211; in un popolo malato veleggiante disinvoltamente su una nave, seduto in coperta a guardare i gabbiani mentre nella stiva sta trasportando il <strong>cadavere della nazione</strong>. Dunque, è l’<strong>idolatria dei diritti umani</strong> di una democrazia pervertita e invertita, un <strong>impiastro democratico</strong> in un intreccio grottesco tra tragedia e farsa di un Paese in cui non c’è più posto per l’Arca Santa degli indeclinabili <strong>valori liberali</strong> e <strong>nazionali</strong> e men che mai c’è posto per gli eroi e per tutti i caduti, diventati solo <strong>stracci senza memoria ingoiati dall’oblio</strong>!</p>
<p>E’ la società di un <strong>Paese triste</strong>, designata al fato di una cattiva morte, non percorsa neppure da un brividio di presentimento, che avanza verso il suo destino a passo di danza!</p>
<p>Le ulteriori considerazioni del Professore si sviluppano su vari versanti: da quella istituzionale, in cui nette in risalto un indissolubile <em>trait-d’union </em>Stato-famiglie, alla salvaguardia delle individualità insita nell’istituto monarchico, dalla sua propensione a proiettare l’animo umano nella ricerca dell’Eternità alla rispondenza della Monarchia  alle leggi di Dio, dalla “vocazione” fondativa dello Stato italiano da parte dei Savoia al ruolo svolto dalla Monarchia a partire dal Risorgimento fino al suo tragico epilogo.</p>
<p>Un <em>excursus</em>, dunque, a tutto campo, un’incommensurabile, intelligente <strong>lavoro di analisi</strong> teso ad evidenziare l’intima connessione dell’istituto monarchico con l’identità italiana nonché ad offrire una prospettiva per il futuro che poggi i suoi pilastri sul pensiero monarchico, così come “promette” il sottotitolo di questo scritto.</p>
<p>Di certo, l’esimio Professor Lombardi, nella sua multiforme, versatile attività intellettuale al più alto livello di pensiero politico-filosofico, ha avuto grande coraggio nell’affrontare un tema così pregnante, anche per gli scenari futuri, in un clima generale di sostanziale avversione per l’istituto monarchico, basata su luoghi comuni e affermazioni diffamatorie da parte di una pubblicistica demagogica, cinica, settaria e menzognera.</p>
<p>Un “viaggio nel deserto” quello del Professore, una mera utopia rifondativa? Certamente no! Da inguaribili idealisti, non vorremmo contemplare un giorno, con mortificata pietà, questa Italia, “<em>che, percorsa dal riflesso abbagliante del sole nelle nuvole bianche, apparirà avvolta in un livido candore di gesso</em>”!</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/pianeta-monarchia-analisi-e-prospettive-per-il-terzo-millennio/">“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Casa Savoia e la sua odissea: 1885 &#8211; 1945 politica e costituzionalismo sabaudo nei punti nodali del suo percorso storico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 22:29:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scopo del presente excursus storico/critico non è quello di indagare in toto &#8211; né potrebbe avere siffatta pretesa stante la cospicua storiografia già sussistente sull’argomento de quo &#8211; un intero sessantennio, quello che drammaticamente ha investito &#8211; dalle guerre africane di fine XIX secolo all’epilogo del secondo conflitto mondiale &#8211; il nuovo Stato unitario [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scopo del presente excursus storico/critico non è quello di indagare <em>in toto </em>&#8211; né potrebbe avere siffatta pretesa stante la cospicua storiografia già sussistente sull’argomento <em>de quo</em> &#8211; un intero sessantennio, quello che drammaticamente ha investito &#8211; dalle guerre africane di fine XIX secolo all’epilogo del secondo conflitto mondiale &#8211; il nuovo Stato unitario e la Monarchia Sabauda che l’aveva realizzato alla fine del sofferto processo risorgimentale, bensì quello di esplorare a fondo, senza preclusioni ideologiche di sorta, l’azione politica &#8211; anche e soprattutto per il versante istituzionale &#8211; della Corona a fronte dei tragici accadimenti che hanno caratterizzato quel periodo.</p>
<p>Per troppo tempo, infatti, la storiografia italiana, in particolar modo quella contemporanea, è stata falsata da pregiudizi ideologici, per lo più di parte marxista, che, facendola scadere a strumento subalterno di lotta politica, ne hanno compromesso pesantemente i risultati. Cosicché, piuttosto che sostanziarsi questa di una robusta ispirazione etica, di una più matura consapevolezza e di una realistica considerazione di radici fondanti del nostro Stato nazionale, in cui i Savoia sicuramente coincidono con una identità italiana, ha inteso operare una sorta di cesura storica: innanzitutto sul Risorgimento, da cui è stata espunta la Corona, imperniato esclusivamente sulle figure non toccate dall’ostracismo antimonarchico (Garibaldi, Mazzini); in secondo luogo, “polverizzando” il mito della Grande Guerra e di quella Vittoria del 1918 e sostituendolo con “miti fondanti” di assoluta inconsistenza, di tipo repubblicano e rivoluzionario, in cui l’unico piedistallo emotivo di massa è rappresentato dalla narrazione resistenziale e costituzionale. Insomma, un persistente scenario storicista in cui un intellettualismo “avanzato e chic”, illiberale e ancora schiumante di odio e di desiderio di vendetta, addossandosi una specie di veste sacerdotale, si atteggia come un <em>giudice del tempo</em>, o meglio &#8211; così come affermava lo storico Marc Bloch, ciò che ho pure citato in altra sede &#8211; come “<strong><em>un giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti</em></strong>”!</p>
<p>In complesso dunque, al di là di esternazioni faziose &#8211; pure provenienti da eminenti costituzionalisti &#8211; per cui, ad esempio, a seguito della “Marcia su Roma”, <strong>la Corona avrebbe violato la norma</strong> <strong><em>consuetudinaria</em></strong> (sic!) che non le permetteva di rifiutare la emanazione dei decreti di emergenza proposti dal governo, oppure che non poteva scegliere il primo ministro in un partito che non fosse maggioritario od ancora altre aprioristiche asserzioni (per esempio in tema  di leggi razziali  o dell’entrata in guerra nel giugno del 1940), v’è che la Monarchia e soprattutto la figura di Vittorio Emanuele III meritano una più approfondita riconsiderazione ed una più accurata e imparziale valutazione storiografica a fronte dei luoghi comuni e delle affermazioni liquidatorie e diffamatorie diffuse a iosa da una pubblicistica demagogica, cinica, servile, settaria e spesso menzognera.</p>
<p>Siffatto pur astruso lavoro di analisi conoscitiva e interpretativa/reinterpretativa, nell’ambito di una più corretta e rielaborata dialettica tra passato e presente che, senza timori ideologici, tenga anche e soprattutto conto della cruda realtà del contesto storico in cui quegli elementi fattuali ebbero ad estrinsecarsi, è comunque oggigiorno favorito dalla lontananza degli “oggetti” posti sotto la “lente d’ingrandimento”, sicché all’interprete di quei processi potranno semmai sfuggire alcuni particolari, ma senza alcun dubbio riuscirà ad abbracciare con lo sguardo una parte notevolmente più estesa dello spazio storico oggetto di osservazione in tutta la sua effettività. Il risultato sarà quello di poterne cogliere tutti gli elementi di continuità, di correlazione, di armonizzazione ovvero di similitudine con un “<em>environment storico</em>”, in una triplice dimensione: spaziale, temporale, fattuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Propedeutica all’excursus storico-critico di cui sopra è cenno, si pone la <em>vexata quaestio </em>dell’inquadramento, il più conforme e il più accurato possibile, del <strong>costituzionalismo sabaudo</strong> &#8211; nell’ambito della forma di Stato di Democrazia Classica Occidentale &#8211; nella sua evoluzione storica dal 1848, a seguito dell’emanazione dello Statuto Albertino, fino al 1944, allorquando verrà sostituito dalla così detta “Costituzione provvisoria”. Ciò vale a dire che occorre definire se si trattasse di una <strong>forma di governo <em>costituzionale pura monarchica</em></strong> &#8211; a cui fa da contraltare quella <em>costituzionale pura repubblicana</em>, cioè la Repubblica presidenziale &#8211; in cui il Re, in qualità di Capo dello Stato, traccia l’indirizzo politico generale, servendosi di ministri da lui nominati, e solo verso di lui politicamente responsabili, oppure <strong><em>costituzionale parlamentare monarchica</em></strong>, in cui l’indirizzo politico non spetta più al Capo dello Stato, il Re, ma ai ministri, che in tal modo risultano responsabili solo verso il Parlamento, chiamato ad approvare l’indirizzo delineato dal governo.</p>
<p>Certo è che lo Statuto, che restò in vigore per quasi cent’anni e che resse dapprima lo Sato Sardo e poi quello dell’Italia Unita, era nato sostanzialmente come espressione di <strong><em>costituzionalismo monarchico puro</em></strong>, dato che all’art. 65 affermava che “il Re nomina e revoca i suoi ministri”, senza alcun’altra precisazione, temperato però dall’articolo 67 che prevedeva l’istituto della controfirma ministeriale, teso a far “coprire” dal governo il Sovrano, statutariamente “irresponsabile”.</p>
<p>In realtà, gradualmente la <em>monarchia costituzionale pura</em> cominciava a tramutarsi in <em>parlamentare</em>: così in Gran Bretagna già dalla fine del XVIII secolo, in Francia dopo il 1814, mentre resistette fino al 1918 solo nel <em>Reich </em>federale germanico. L’Italia, pur rimanendo formalmente in vigore lo Statuto, non sfuggì a questo graduale mutamento, poiché, nato anche un Parlamento bicamerale, di cui almeno una delle due Camere era eletta a suffragio, ancorché ristretto, il governo, con i suoi  ministri, diventava doppiamente responsabile: da un lato, verso il Sovrano, che lo aveva nominato, dall’altra, verso il Parlamento, che gli aveva conferito la fiducia, così come questo avrebbe potuto anche negargliela, impedendo in tal modo ogni attività del governo stesso. In questi casi il Capo dello Stato sarebbe stato costretto a licenziare il governo e a formarne un altro che avrebbe goduto della fiducia delle Camere, salvo che, intendendo sostenere il governo e non volendolo licenziare, esercitasse il suo potere di procedere al loro scioglimento anticipato. In definitiva, i ministri, che ricevevano la fiducia del Re, vollero averla anche dal Parlamento, poiché altrimenti avrebbero visto paralizzata la loro azione politica da parte delle Camere stesse.</p>
<p>Di certo, si trattava di un affievolimento dei poteri della Corona e, grazie all’istituto della fiducia e al contemporaneo meccanismo della controfirma, il Sovrano diventava una sorta di “potere neutro”; cosicché, a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del Regio Decreto Zanardelli del 14 novembre 1901 &#8211; susseguente all’assassinio del Re Umberto I ad opera dell’anarchico Bresci e per il generale clima reazionario e antigovernativo che si era instaurato &#8211; che ampliava le attribuzioni ministeriali, non v’è dubbio che la forma di governo, ancorché rimanesse sempre in vigore l’articolo 65 dello Statuto e sebbene il Sovrano godesse ancora di un peso politico rilevante, si stava trasformando da <em>costituzionale pura</em> in <em>costituzionale parlamentare.</em> Si potrebbe concludere, dunque, affermando che si trattava di una forma di governo <strong><em>costituzionale puro monarchico a preponderante inclinazione</em></strong><em> <strong>parlamentare</strong>. </em>Vittorio Emanuele III aveva preso la sua decisione. Sarebbe stato il <strong>Monarca di una</strong> <strong>Monarchia costituzionale parlamentare</strong>. Quell’Italia, dunque, era un’Italia liberale, democratica e il suo Re assumeva la fisionomia di un Re costituzionale parlamentare. A volte forse troppo!</p>
<p>E’ alla luce di questo quadro istituzionale, dunque, che occorre analizzare, senza “giochi di specchi” e senza paraocchi ideologici, gli atti della Corona nei momenti più cruciali del periodo in esame, tenendo anche e soprattutto conto del contesto reale in cui in quei momenti si versava. E se in qualche caso il Re &#8211; come si avrà modo di vedere &#8211; è sembrato di aver posto in essere atti non del tutto in linea con i principi del costituzionalismo parlamentare, ciò sarebbe avvenuto soltanto in due casi, sebbene in uno ne chiedesse la pronta ratifica da parte di un’ampia maggioranza parlamentare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sessantennio in osservazione aveva inizio con il capitolo delle <strong>Guerre d’Africa</strong>, le cui radici affondavano, come già esplicitato nel precedente lavoro “DAGLI SVILUPPI RISORGIMENTALI ALLE GUERRE COLONIALI, da cui si attingerà solo qualche spunto di riflessione, nella diffusa sensazione di malessere spirituale, di complesso di inferiorità, di frustrazione generale per come si era concluso il processo di unificazione della nazione: basti pensare, da ultimo, alle pesanti sconfitte di Lissa e Custoza nel 1866 a fronte invece della brillante vittoria di Sadowa contro l’esercito austriaco da parte della Prussia, nonché alla conquista di Roma, con l’annessione del Lazio al Regno d’Italia, nel 1870, avvenuta per effetto della sconfitta a Sedan della Francia, impossibilitata quindi ad intervenire militarmente a difesa dello Stato Pontificio, ad opera dell’esercito prussiano. Insomma, siffatti sentimenti di inadeguatezza &#8211; anche nei confronti della stessa Monarchia &#8211; ingenerarono la sensazione che l’Italia dopo il 1870 fosse in qualche modo ancora incompiuta, sfociando poi in <strong>aneliti di rivincita </strong>e di espansione territoriali nonché in aspirazioni irredentistiche.</p>
<p>In linea generale, tutto il capitolo del complesso motivazionale delle guerre coloniali nel periodo postrisorgimentale è pressoché ignorato, sottovalutato, dalla storiografia ufficiale, la quale tende magari a giustificarle soltanto in termini di interesse nazionale estrinsecantesi in una politica estera volta all’espansionismo quale manifestazione “adulta” della volontà di vita della giovane Nazione italiana, quando non proprio riconducibili del tutto ad una tradizionale politica espansionistica dei Savoia. Insomma, il colonialismo italiano di fine secolo XIX trova giustificazione, ad avviso di tale storiografia, soltanto nell’ambito di una politica di potenza nel contesto delle nazioni europee ben più attrezzate sotto tale profilo. Si è in tal modo posta in atto una sorta di cesura storica rispetto all’epopea risorgimentale, ciò che, isolando il capitolo coloniale e riducendolo ad un “modulo” a sé stante, lo rende sostanzialmente inintelligibile sotto il profilo motivazionale. Invece, proprio la sua ricollocazione su un auto-esplicativo asse cronocentrico di accadimenti organicamente interconnessi nella loro dimensione temporale, evidenziando motivi unificanti di continuità con il percorso risorgimentale, consente di coglierne appieno la sua genesi e il suo reale significato storico.</p>
<p>Tornando, dunque, alla sensazione di insoddisfazione, di delusione e di sfiducia ingeneratesi, dopo il compimento del processo risorgimentale, in una larga maggioranza dell’opinione pubblica, non v’è dubbio che ad accrescere tale sentimento generale avesse contribuito in maniera determinante <strong>l’avvento della sinistra al potere nel 1876</strong>, imbevuta dell’idea repubblicano-mazziniana del primato che spettava all’Italia in Europa, ciò che non poteva non venire a collidere con le istanze monarchico-liberali, impersonate dalla Destra, sostenitrice di una politica di prudenza e di cautela e tesa ad avviare a soluzione gli immani problemi interni che attanagliavano il nuovo Statu unitario: problematiche socioculturali ed economiche, soluzione della “Questione Romana”, riduzione del divario tra il Nord e il Sud . Per di più, la politica della cautela e della prudenza, di cui la Destra e la stessa Corona erano paladini, si concludeva con lo smacco italiano al <strong>Congresso di Berlino</strong> del luglio 1878, in cui l’Italia fu l’unica nazione nel contesto europeo a non ottenere alcunché, il tutto aggravato peraltro dall’affare di “Tunisi” nel 1881, allorquando la Francia conquistò la Tunisia.</p>
<p>In conseguenza, la Monarchia, la cui accettazione finiva per passare attraverso la sua capacità di saper guidare una riscossa nazionale, venne a trovarsi ad un drammatico bivio: o dare la stura alla scorciatoia dapprima irredentistica e poi &#8211; a seguito dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza nel 1882, che di fatto “congelava” siffatta aspirazione diretta soprattutto verso l’Austria &#8211; colonialistica e imperialistica, oppure sarebbe stata fortemente messa in discussione con una significativa perdita di consensi per il rinvigorirsi di tendenze repubblicane sempre più pressanti.</p>
<p>Ma poteva il nuovo Stato unitario, con tutte le sue fragilità, considerarsi una grande potenza o almeno aspirante tale? Certamente no! Infatti, già nel gennaio del 1887 il massacro dei cinquecento uomini del colonnello De Cristoforis a <strong>Dogali,</strong> ciò che portò alla presidenza del Consiglio il vecchio “leone siciliano” e repubblicano convertito, “l’uomo forte” Francesco Crispi, il quale dominò il decennio 1887-1896 con “mano ferma e puntò al rafforzamento dell’Alleanza con la Germania e l’Austria a scapito dei rapporti con la Francia. Nel contempo riprendeva vigore la politica di espansione in Africa Orientale, ma anche questa aggiungerà ulteriori delusioni e senso di frustrazione; difatti, dopo la denuncia unilaterale del Trattato di Uccialli nel 1889 da parte del nuovo negus etiopico Menelik e i parziali successi italiani di Agordat, Coatit, Senafè e Adigrat negli anni 1894/95, la carneficina, il 7 dicembre, dei duemilatrecentocinquanta uomini del maggiore Toselli al <strong>passo dell’Amba Alagi</strong>, seguita, nel marzo dell’anno successivo, dal <strong>disastro di</strong> <strong>Adua</strong>, dove avrebbero trovato la morte cinquemila italiani e mille ascari, con millecinquecento feriti.</p>
<p>Siffatta sciagura militare, senza pari nella storia risorgimentale e postunitaria, frutto di imperizia e di impreparazione oltre che di cecità politica, portò all’uscita di scena dell’ormai odiato Crispi, travolto dalla stessa Sinistra a cui si associò anche la Destra; sulla stessa scese una coltre di silenzio, di odio. Si parlò di vergogna, di disastro, di tradimento, di tutto ciò che poteva prostrare la nazione.</p>
<p>Seguirono anni bui per la giovane nazione e per la stessa Corona. Il secolo finiva con un regicidio ma con esso terminava anche la crisi di fine secolo: il giovane <strong>Vittorio Emanuele III</strong> scelse la via della concordia, della moderazione e del costituzionalismo parlamentare come già innanzi detto.</p>
<p>Un rigurgito colonialistico si avrà nel 1911 affrontando l’Impero ottomano, ciò che porterà alla <strong>conquista della Libia</strong>, limitatamente però alle sole città costiere, e delle isole del Dodecanneso.</p>
<p>Ma di lì a poco, lo scoppio della guerra, in un’estate che pareva quieta, coglieva tutti di sorpresa.</p>
<p>Prima di addentrarci però nella disamina delle condotte politico-istituzionali della Corona in quel grande conflitto che fu <strong>la</strong> <strong>Prima Guerra Mondiale</strong>, occorre dare uno sguardo d’insieme alla posizione italiana in quei gravi momenti, valutando i vari fattori esogeni ed endogeni, ma anche gli antefatti aspirativi della giovane nazione sul filo della continuità Risorgimento/post-Risorgimento; questi determinarono le scelte compiute dalla classe dirigente e dalla stessa Monarchia, tenendo anche conto del fatto che, come già si accennava in precedenza, negli anni successivi all’assassinio di Re Umberto, ai rilevanti successi economici e sociali facevano da contraltare uno spostamento a sinistra dell’asse politico e una sorta di messa a lato dell’istituto monarchico proprio per effetto dell’assunzione, a partire dal 1901, di più ampie responsabilità politiche da parte del Governo.</p>
<p>Certo è che Giolitti, il protagonista di quel periodo, pur mantenendo il legame con Germania e Austria-Ungheria, curava allo stesso tempo il ripristino di buoni rapporti con Francia e Russia come pure con la gran Bretagna, nel convincimento, peraltro non infondato e largamente condiviso, della centralità ineludibile dell’amicizia con l’Inghilterra data la sua naturale propensione a sostenerci nel Mediterraneo come elemento equilibratore tra Francia e Austria-Ungheria. Tutto ciò in sintonia con i sentimenti di Vittorio Emanuele III, il quale, distinguendosi per equilibrio e lungimiranza politica, incominciava ad estraniarsi dalle simpatie tripliciste del padre, certamente convinto del progressivo esaurimento della precedente fase dell’Alleanza con gli Imperi Centrali; tantopiù che stavano tornando di larga attualità i gravi contrasti con l’Austria-Ungheria per la ripresa irredentistica, non solo relativamente ai territori trentini e friulani ma anche per quelli nell’Adriatico e nei Balcani.</p>
<p>Non vi è dubbio che il riequilibrio nel sistema delle alleanze operato dal Sovrano, questa volta in un ruolo protagonista nelle politiche estera e militare del Paese, riportò in auge l’irredentismo &#8211; ora non più però monopolio della sola sinistra ma adottato anche dalle correnti nazionaliste &#8211; a cui venivano a sommarsi obiettivi nazionali strategici nazionalistici ed anche colonialistici &#8211; che, come meglio si vedrà nel prosieguo, verranno a concretizzarsi proprio nel “<strong>Patto di Londra</strong>” &#8211; giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
<p>L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 giugno 1914 a Sarajevo, frutto di un complotto di serbi anarco-nazionalisti, al momento non aveva provocato un grande allarme ed era sembrato che la questione potesse risolversi diplomaticamente fra Austria e Serbia, senza gravi conseguenze. Invece, a causa dell’ultimatum austriaco, all’improvviso, quasi un mese dopo il fatto, le cose precipitarono proprio per effetto dell’<strong>automatismo delle grandi alleanze</strong>: la austro-tedesca, la franco-russa e la franco-inglese. In quei frenetici giorni di fine luglio l’Italia si dichiarò neutrale.</p>
<p>Il governo dell’epoca &#8211; Presidente del Consiglio era Antonio Salandra, liberale di destra, e Ministro degli Esteri il marchese Antonino di San Giuliano &#8211; con l’accordo del Re, ebbe la grande abilità di sfuggire al rigido automatismo delle alleanze, in forza del quale avrebbe potuto essere costretto ad entrare immediatamente in guerra a fianco deli Imperi Centrali, suoi alleati nella Triplice Alleanza sin dal 1882. L’Italia non era stata interpellata, quanto all’ultimatum, dall’alleata austrica e pertanto &#8211; si sosteneva da parte della nostra diplomazia &#8211; l’Austria era da ritenersi la sola responsabile di quanto stava facendo; peraltro, in quella situazione &#8211; si aggiungeva &#8211; non poteva neppure ravvisarsi il “<em>casus foederis</em>”, in quanto, dato che il trattato di alleanza aveva solo carattere difensivo, non era in atto alcuna aggressione delle Serbia contro l’Austria. Insomma, al di là delle rimostranze di Vienna e Berlino, che parlarono di tradimento, sicuramente il comportamento dell’Italia era da ritenersi perfettamente conforme ai trattati e comunque rientrante nei propri interessi rimanendo fuori da una guerra insensata, cosicché la propaganda dell’Intesa potè avere anche buon gioco.</p>
<p>Nel Paese stavano intanto maturando vivissimi fermenti di varia natura &#8211; dimostrazioni di piazza davanti alle ambasciate austriaca e tedesca, invocazioni per Trento e Trieste &#8211; ed anche la maggior parte della stampa si schierava contro Germania ed Austria-Ungheria; ma una decisa svolta si ebbe allorquando nell’ottobre di quell’anno morì il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, a cui subentrò il nazionalista Sidney Sonnino, le cui simpatie si dirigevano verso Londra e Parigi.</p>
<p>Ad ogni modo &#8211; come già si diceva innanzi &#8211; si trattava di un conflitto che sicuramente metteva in crisi la società italiana, una crisi che veniva a concretizzarsi nella dicotomia tra <strong>neutralismo</strong>, che trovava terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo, e <strong>interventismo</strong>, in cui si combinavano stati d’animo e aspirazioni diverse: ampliamento di obiettivi di politica estera, liberazione terre irredente e politiche di potenza, ma anche fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche decadentistici. In essi veniva a coagularsi in maniera indistinta la prima grande rivolta populista contro le istituzioni liberali, così come erano venute a formarsi e a consolidarsi fino a quel momento; inquietudini che erano espressione di un’avversione per la così detta “Italietta” e per l’uomo che di essa era il principale rappresentante, <strong>Giovanni Giolitti</strong>, e in cui emergeva un primato del fare, un dissolvimento del pensiero nell’azione, un irrazionalismo attivistico come momento di un decadentismo che dalla sfera estetica passava direttamente nella vita morale, instaurando così una confusa brama del nuovo.</p>
<p>Il mito della guerra veniva dunque a fondarsi su ideali di virilità, spirito di avventura, ricerca di uno scopo nella vita, tutti elementi che simboleggiavano lo spirito di quei giovani, che poi costituiranno le folte schiere dei volontari, in un clima di rigenerazione culturale che si esprimeva in effervescenti movimenti e correnti in campo artistico e letterario. Tra essi spiccava il <strong>Futurismo</strong>, che, esaltando una virilità militare che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, designava tutti gli aspetti della guerra in modo positivo: cosicché l’esaltazione della guerra, come desiderio ardente dello straordinario divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Tutti questi sentimenti dei futuristi finiranno per confluire nel nazionalismo e la figura idealizzata del soldato diverrà un fattore essenziale alla creazione del mito dell’<strong>Uomo nuovo </strong>che avrebbe redento la nazione e che confluiva in quello dello <strong>Stato nuovo</strong>, una coscienza politica estesa che può definirsi come “<strong>radicalismo di tradizione mazziniana</strong>”.</p>
<p>Ma interventisti erano, oltre al governo presieduto da Salandra, Luigi Albertini, i socialisti riformisti, i nazionalisti, Mussolini, che abbandonava il partito socialista proponendosi di realizzare un suo disegno rivoluzionario, una parte del mondo cattolico e un’ampia fascia della borghesia, tutti animati da un generico ideale patriottico, ora rafforzato dalle riesumate aspirazioni irredentistiche.</p>
<p>A tal proposito, però, occorre osservare subito che una ricostruzione di aggancio diretto della Guerra mondiale, che di lì a poco avrebbe coinvolto anche l’Italia, ad un esile filone esclusivamente irredentistico, tornato in gran rispolvero, non regge alla prova dei fatti, in quanto, come si è già visto, questo veniva ad integrarsi in un mix ben più articolato &#8211; del resto proveniente proprio dal post-Risorgimento per tutti i motivi prima tratteggiati in merito alle guerre coloniali &#8211; di progetti <strong>colonialistico-imperialisti </strong>e<strong> nazionalisti</strong>, diventando con essi intercambiabili. Insomma, nel suo coacervo rivendicativo erano sicuramente da ricomprendere <strong>interessi </strong>ed <strong>aneliti molto al di là di quelli unicamente irredentistici</strong>, talché solo a siffatta condizione resta legittima la qualificazione della Prima Guerra Mondiale come “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>”. Infatti, occorre specificare <em>lato sensu</em> il termine indipendenza, in quanto per un primo aspetto è di certo da ricomprendervi la necessità della riunificazione nel territorio nazionale delle <strong>terre irredente</strong>, cioè non ancora salvate, come condizione essenziale per autodeterminarsi nel territorio nazionale. Ma sotto un altro profilo, una grande potenza, al fine di assicurarsi una reale indipendenza, non può tollerare né limitazioni ai suoi confini naturali né restrizioni allo <strong>sviluppo di una propria politica estera internazionale</strong>, come chiavi strategiche per non rendere la sua indipendenza puramente nominale. Tutto ciò peraltro si inseriva con coerenza nel crescendo rivendicativo che si era esteso dalla Lombardia a tutta la penisola italiana, dal Veneto a Roma a alle guerre coloniali del XIX secolo; ora, dal Trentino alla Dalmazia e alla spartizione delle colonie. In prosieguo, dalla Corsica a Malta, da Gibilterra al Mar Mediterraneo, dall’annuncio del grande Impero africano nel ’36 alla “Guerra parallela” del 1940.</p>
<p>Un novantennio di storia che non ci permette di condannare chicchessia e men che mai la Corona.</p>
<p>In effetti, con la firma del “Trattato di Londra”, siglato il 26 aprile 1915, con le potenze dell’Intesa &#8211; un patto segreto a conoscenza solo del Re, di Salandra e di Sonnino, i quali agivano formalmente nell’ambito dei poteri attribuiti ai ministri dal decreto n. 466 del 14 novembre 1901 (Decreto Zanardelli) &#8211; che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia, con modalità offensive, si concedeva il Trentino, il Tirolo meridionale, Trieste, Gradisca e Gorizia, l’Istria e le isole antistanti, una parte della Dalmazia e le sue isole, Valona e il Dodecanneso, oltre ad acquisizioni territoriali in Africa a seguito della divisione delle colonie tedesche e in Asia Minore: di certo un <strong>mix da grande potenza</strong>.</p>
<p>La responsabilità della guerra ricadeva soltanto sui due uomini politici, sebbene il Re fosse a conoscenza del Patto, pur restando arbitro imparziale. Salandra si dimetteva allorché il Re portava a conoscenza di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, il patto segreto, dimissioni che il Sovrano respingeva. I giolittiani votarono a favore dei crediti di guerra. <strong>La guerra era dichiarata</strong>.</p>
<p>Il seguito della guerra, in cui <strong>mito </strong>ed<strong> eroismo </strong>finiranno per confluire in un unico processo edificatore, teso alla realizzazione di un fine supremo basato su ideali come Patria, Nazione e Stato, vide il Re farsi “<strong>soldato tra i soldati</strong>” e diventare il “<strong>Re di Peschiera</strong>” della ferma decisione di resistere sul Piave dopo il tracollo di Caporetto. A lui la scelta del generale Diaz in sostituzione di Cadorna, di cui non condivideva i metodi repressivi. Diventò così il “<strong>Re della vittoria</strong>”, amato dai suoi soldati. Ma tutto ciò fa parte di un altro capitolo, di tutt’altra trattazione, della storia d’Italia.</p>
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<p>Sulla vicenda del <strong>28 ottobre 1922</strong>, una delle più controverse del sessantennio in questione, sussiste una smisurata, avversa letteratura &#8211; per lo più faziosa e menzognera, che stigmatizza senza scampo l’operato del Re nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio e nell’affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo &#8211; che si risolve in un infamante giudizio di immoralità, come ad esempio quello della <strong>tesi del “colpo di Stato”</strong> di cui si è già dato cenno in premessa, un anatema permanente, una “<em>damnatio memoriae</em>”, una censura livida ed ostile: tutti fenomeni liquidatori che inesorabilmente si abbatterono come una scure già durante il periodo 1943-45 nei confronti di coloro che rimasero fedeli alla Monarchia, bollati come traditori da parte dei fautori della Repubblica Sociale Italiana. Ma tali infondati, sprezzanti verdetti si sono ancor più amplificati e fusi nel dopoguerra con il pregiudizio antifascista, un tabù tuttora tenace e persistente.</p>
<p>Ma accanto a siffatta odiosa narrazione ha preso piede anche una copiosa pubblicistica tesa invece a giustificare in vario modo la condotta del Sovrano, per lo più sotto il profilo dell’opportunità politica del momento: necessità di scongiurare una inevitabile guerra civile e inutili spargimenti di sangue, esigenza di assicurare la continuità dello Stato, dubbiosità circa la lealtà dell’esercito nell’eseguire gli ordini impartiti, così come esternata dallo stesso Generale Diaz, che, nel mentre rassicurava il Re circa la fedeltà delle Forze Armate, aggiungeva che sarebbe stato meglio non metterle alla prova, dato che si era già a conoscenza delle simpatie verso il fascismo di larghe fasce ad esse appartenenti, tra cui molti ufficiali e generali; ma su tali fatti sarebbe ozioso ritornare nel prosieguo della trattazione. E’ sì la deduzione di un assieme di elementi pur validissimi, ma di per sé non del tutto esaustivi circa la legittimità della condotta in questione. In parecchi casi, invero, sono stati introdotti ulteriori componenti di natura istituzionale che avrebbero reso assolutamente legittima l’azione di Vittorio Emanuele, ma &#8211; ad avviso di chi scrive &#8211; in parte ancora carenti di stringenti conclusioni di carattere squisitamente giuridico-costituzionale che inoppugnabilmente potessero legittimare l’atto, costituendo così, come <em>conditio sine qua non</em>, il necessario substrato istituzionale su cui innestare poi elementi di impronta più prettamente politica e/o <em>extra ordinem</em>.</p>
<p>Val la pena a questo punto richiamare, in via propedeutica, alcuni concetti fondamentali riguardanti le fonti del diritto oggettivo, che, sott’ordinate alle norme costituzionali, si collocano nel seguente ordine “gerarchico”: Le <strong>leggi</strong>, che secondo una tradizione di scuola, si distinguono in leggi formali e leggi materiali, a seconda che siano emanate dal potere legislativo ovvero dal Governo (per esempio i decreti legislativi e i decreti legge); i <strong>Regolamenti</strong>, norme giuridiche emanate da organi del potere esecutivo od altre autorità deputate a farlo; infine, le <strong>norme consuetudinarie</strong> che, oltre ad elementi quali la costanza e la generalità dell’uso nel convincimento collettivo dell’obbedienza ad un imperativo giuridico, sotto l’aspetto dell’efficacia esse hanno valore quando siano richiamate dalla legge o quanto meno in assenza di norme di legge che regolino la materia <em>de qua</em>.</p>
<p>Orbene, non è chiarito quale fosse la norma consuetudinaria violata che non avrebbe permesso alla Corona di rifiutare la emanazione di un decreto di emergenza, appunto quello proposto &#8211; per di più, come vedremo, da parte di un governo dimissionario e quindi <em>sine titulo</em> &#8211; per sancire lo stato d’assedio. La firma del Re &#8211; in quanto organo supremo dello Stato, espressamente nell’ambito della forma di governo <em>costituzionale puro monarchico</em>, sebbene, per quanto innanzi già detto, a forte propensione parlamentare &#8211; rappresentava sì statutariamente l’elemento essenziale per la legittimità dell’atto, non disgiunta però da una sua <strong>valutazione di merito</strong>. Come pure, quale norma era stata violata nell’affidamento da parte del Re a Mussolini, in qualità di capo di un partito di minoranza qual era appunto quello fascista, dell’incarico di costituire un governo, in vigenza dello Statuto, che all’articolo 65 attribuiva tale potere di nomina esclusivamente al Sovrano? Insomma, se il rifiuto della firma rientrava in una sua facoltà statutaria/consuetudinaria sui <em>generis</em>, il potere di nomina, invece, come specifica attribuzione costituzionale, non consentiva deroghe consuetudinarie di sorta.</p>
<p>Il Re, dunque, aveva esercitato legittimamente un potere esplicitamente previsto dall’ordinamento costituzionale nell’ambito della forma di governo anzidetta, ma avendo già deciso da tempo che la sua sarebbe stata una Monarchia costituzionale sostanzialmente a <strong><em>indirizzo parlamentare</em></strong>, pretese <strong>l’approvazione immediata da parte del Parlamento</strong>, che confermò con la larga maggioranza di 306 voti favorevoli e 116 contrari, attribuendo altresì i pieni poteri al nuovo governo per sei mesi.</p>
<p>Pertanto, fu una soluzione perfettamente regolare e costituzionale: contrariamente a quanto asserito con sicurezza e spirito fazioso, <strong>non ci fu alcun colpo di Stato</strong>. Senza alcun dubbio il sovrano, che comunque considerò sempre con una certa diffidenza il fascismo, aveva svolto un ruolo primario nella crisi dell’ottobre 1922 che aveva portato Mussolini al potere, però lo aveva fatto senza alcuna collusione o intelligenza con i fascisti e per tante e tante ragioni di opportunità politica, non ultima quella di evitare che gli italiani “si scannassero tra di loro”, ma anche nel convincimento di dare vita ad un “compromesso” controllabile tra la Corona e il fascismo. Purtroppo, rimarranno poi “<em>due</em> <em>solitari prigionieri della loro stessa solitudine</em>”, per usare una felice espressione di Dino Grandi.</p>
<p>Dopo il biennio 1925-1926, che darà avvio alla strutturazione istituzionale del regime e all’assetto diarchico dello Stato, la convivenza tra Mussolini e Vittorio Emanuele III, diverrà infatti sempre più irta di difficoltà e di reciproche incomprensioni, un conflitto che poi esploderà a tempo debito.</p>
<p>Tracciato però il quadro istituzionale entro il quale si mosse il Sovrano, occorre ripercorrere, seppur succintamente, vari aspetti del periodo postbellico al fine di poter valutare in maniera più consona e non ristretta in spazi meschini l’operato della Monarchia e l’ascesa al potere del fascismo.</p>
<p>Di certo, l’esito della guerra era stato un trionfo al di là di ogni aspettativa: eppure stava accadendo qualcosa che turbava gli spiriti. Si era consolidata sostanzialmente l’egemonia di tre grandi Potenze, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, padroni di colonie sparse dappertutto. Ma l’Italia, nonostante, gli immani sacrifici sopportati, non rientrava nel <em>clan </em>dei veri vincitori e a nessuno importava la portata decisiva, anche per altri fronti di guerra, delle vittoriose battaglie del Piave del 1918.</p>
<p>Infatti, il <strong>Trattato di pace di Versailles</strong>, scaturito dalla Conferenza convocata a Parigi il 18 gennaio 1919, nonostante l’acquisizione del <strong>Trentino</strong>, <strong>l’Alto Adige</strong>, <strong>Trieste </strong>e <strong>Zara</strong>, ma non la <strong>Dalmazia</strong> assegnata alla Jugoslavia, instaurava un clima di scoraggiamento e delusione per il mancato ascolto delle richieste italiane, in particolar modo per <strong>Fiume</strong>, a forte maggioranza italiana, e per la non ammissione alla spartizione delle <strong>Colonie</strong>, ciò che indusse gli esasperati rappresentanti italiani  ad abbandonare per protesta le sedute parigine. E tutto questo mentre la Francia incamerava l’Alsazia- Lorena e l’Inghilterra la maggior parte delle colonie tedesche in Africa.</p>
<p>Insomma, su un filo di continuità da circa mezzo secolo prima, prendeva sempre più piede una sensazione di malessere generale, di scoraggiamento e di frustrazione, ciò che agitava i pensieri di tanta parte di opinione pubblica, per lo più costituita dai nazionalisti ed altri fautori della guerra.</p>
<p>In Italia, quindi, trattata come una Potenza di second’ordine dagli alleati, si alimentò il mito della “<strong>Vittoria mutilata</strong>”, accostata &#8211; ma non del tutto indebitamente &#8211; alla sensazione di una “<em>Italia</em> <em>incompiuta</em>” dopo il 1870, sfoggiato poi come vero e proprio “<em>cavallo di battaglia</em>” dal fascismo.</p>
<p>In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace. Fu soltanto una tregua. Cominciava nel 1919 il <em>countdown </em>di <strong>una</strong> <strong>nuova e più terribile guerra mondiale</strong>!</p>
<p>In quel primo dopoguerra, in cui vennero a concretizzarsi varie esperienze &#8211; dal combattentismo al reducismo, dal fiumanesimo al futurismo politico, dal fascismo sansepolcrista al sindacalismo nazionale &#8211; il fascismo finì per ergersi, dunque, a erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché la creazione del “<strong>Mito dell’uomo nuovo</strong>” che avrebbe redento la nazione avanzava di pari passo con quello della “<strong>Vittoria mutilata</strong>”.</p>
<p>In definitiva, l’evento bellico aveva creato la prospettiva dello <strong>Stato nuovo</strong>, un mito in cui si integrava perfettamente quello “dell’<strong>uomo nuovo</strong>”, che incarnava i processi di italianismo, di religione dello Stato, ciò che pervase lo spirito delle nuove generazioni che anelavano a riprendere la rivoluzione nazionale incompiuta: tutto questo fu fatto proprio dal movimento fascista. Come afferma Emilio Gentile, il fascismo fu “<em>un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo, del combattentismo, dello squadrismo</em>”<em>.</em></p>
<p>Fu quindi l’ora sua: l’aggancio della rivoluzione delle camicie nere alla “tradizione risorgimentale”. <strong>Il</strong> <strong>fascismo</strong> <strong>fu d’un colpo</strong> <strong>il solo maschio fortunato capace di fecondare la nazione femmina</strong>!</p>
<p>Ma quell’avvenimento altro non fu che il punto di arrivo di una crisi che era partita da lontano, già dall’immediato dopoguerra, e che si nutriva da una parte di un forte risentimento contro i governi liberali, a cui si attribuiva l’incapacità di tenere alto il nome d’Italia, e dall’altra parte di quella già prima sussistente contro l’intervento da parte del partito socialista, il quale, abbagliato dalla luce del nuovo faro che si era acceso in Russia con la rivoluzione e facendo proprio il malcontento, sperava di creare le premesse per arrivare al potere e alla Repubblica, possibilmente anche ai Soviet.</p>
<p>Insomma una situazione sempre più torbida e minacciosa che stava per condurre alla guerra civile, in cui la Monarchia sarebbe stata la prima vittima, combattuta ideologicamente dalla sinistra e dalle nuove leve combattentistiche uscite dalle trincee del Carso e da Vittorio Veneto, le quali vivevano una sorta di avvilimento psicologico per il mancato riconoscimento dei loro sacrifici di allora.</p>
<p>Cosicché, durante tutto il 1919 montò violenta l’ondata antimilitarista e demagogica della sinistra, la quale instaurò un vero e proprio “processo alla guerra” nonostante fosse stata vittoriosa, facendo intendere chiaramente che stava per suonare l’ora della resa dei conti con i ricchi, i proprietari, i sacerdoti e i patrioti, con insulti al tricolore e levate di bandiere rosse nei cortei degli scioperanti.</p>
<p>Il 23 marzo di quell’anno vide la nascita dei “<strong>fasci di combattimento</strong>” ad opera di Benito Mussolini &#8211; l’ex direttore de “l’Avanti”, che era stato acceso sostenitore dell’intervento in guerra &#8211; il quale prometteva ora ordine e sicurezza, che ebbero “il battesimo del fuoco” negli scontri nel centro di Milano contro operai scioperanti capeggiati dai socialisti nel successivo mese di aprile.</p>
<p>Le elezioni politiche nel mese di novembre, svoltesi con il sistema proporzionale e a suffragio universale maschile, conferirono la maggioranza parlamentare a socialisti con 156 seggi, i quali sollevarono sguaiatamente subito la questione istituzionale in un Parlamento, che, peraltro, come ulteriore elemento di stravolgimento, vedeva l’avvento dei popolari, che avevano riportato 106 seggi, ciò che di fatto privava la maggioranza, guidata da Nitti, di una effettiva forza parlamentare, né la ricomparsa di Giolitti riusciva a garantire la formazione di un autorevole esecutivo. Pertanto, i socialisti, approfittando della instabilità governativa in atto, diedero l’avvio, dall’inizio del 1920, all’<strong>annata “rossa”</strong>, contraddistinta da atti di eversione violenta in cui le masse operaie &#8211; sempre più convinte che, seguendo l’esempio russo, presto sarebbero diventate padroni di fabbriche e terre, -scatenarono tutta la loro rabbia vendicativa contro industriali e proprietari  terrieri, come nemici da distruggere, così come erano da abbattere le istituzioni borghesi, <em>in primis </em>la Monarchia.</p>
<p>Era chiaro il disegno di socialisti e anarchici di instaurare in Italia il principio dei Soviet.</p>
<p>Questa fase convulsiva della sinistra, iniziata con gli scioperi di ferrovieri e dipendenti pubblici, culminò nella conquista materiale di fabbriche e terre, specialmente in Val Padana, come pure nelle grandi città industriali del Nord, talché apparve chiaro che, in forza del modello comunista, non si trattava più di un fatto economico, bensì un vero e proprio sovvertimento sociale e istituzionale.</p>
<p>Fu tutto ciò a determinare l’incontro tra la borghesia agraria e industriale e il fascismo, ovvero i giovani trinceristi che avevano vissuto i traumi della guerra, ora finanziati e organizzati in squadre d’azione, le uniche che avrebbero potuto affrontare efficacemente la “piazza rossa”. In questo magma incandescente, Mussolini dimostrò la sua abilità nel catturare quest’ondata di sentimenti e di azione, volgendola a proprio favore, anche per mezzo del suo giornale “<em>Il Popolo d’Italia</em>”, e ne divenne il Capo. Nasceva così il <strong>fascismo del ventennio</strong>, il fascismo come partito della nazione, il fascismo patriottico, il fascismo che doveva riprendere e far proprie le aspirazioni risorgimentali e postrisorgimentali, il fascismo che, nel bene e nel male, costituirà un piedistallo emotivo di massa.</p>
<p>Nel maggio del 1921, nel pieno della guerra civile, si svolse una nuova tornata elettorale, in cui nazionali e fascisti, riuniti in un “blocco” nazionale”, ottennero un buon risultato, mentre i socialisti ebbero una battuta d’arresto: ormai era il segnale di un rifiuto della sovversione. Giolitti si dimise, mentre Musolini, tendendo la mano ai socialisti, si dichiarò disponibile a governare la Nazione nell’ambito di una coalizione. Ma il “patto di pacificazione” con i socialisti durò poco, talché Mussolini riprendeva il suo disegno creando un vero e proprio movimento di massa e circondandosi di nuove figure: Michele Bianchi come Segretario, Farinacci, Balbo, Ricci, Grandi, De Vecchi.</p>
<p>Di certo, imboccando la via legalitaria, si stava attuando una definitiva conversione di Mussolini verso lo Stato e le sue istituzioni, come pure verso la stessa Monarchia, cosicché la grande maggioranza del Paese, ad eccezione dei socialisti, identificando il fascismo con gli ideali nazionali e risorgimentali, si persuadeva sempre di più che portare i fascisti al governo sarebbe stato un bene.</p>
<p>Infatti, nel grande raduno di Napoli del 24 ottobre, Mussolini, fiutando l’occasione favorevole e additando un percorso di legalità, esprimeva la sua adesione all’istituto monarchico affermando che la Monarchia rappresentava l’unità e la continuità della Nazione. Il grande salto era compiuto.</p>
<p>Le ultime convulse vicende prima del conferimento dell’incarico a Mussolini per la formazione di un nuovo ministero, per quanto innanzi già delineato, sono note; vale solo la pena di ribadire che i ministri del nuovo governo Facta, ricostituitosi nel passato mese di agosto, misero a disposizione del Presidente del Consiglio i loro portafogli e Facta si dimise. Il Re non firmò il decreto relativo allo stato d’assedio da lui proposto. Il nuovo governo, di cui Mussolini era il capo, comprendente solo tre fascisti e formato altresì da popolari, democratici sociali, nazionalisti, liberali e due militari (il generale Diaz e l’ammiraglio Thaon di Revel), nel successivo mese di novembre, come già detto, ottenne la piena fiducia del Parlamento. La soluzione adottata rispecchiava la volontà degli italiani.</p>
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<p>Importanti vicende si dipanarono nel successivo quindicennio: la <strong>legge Acerbo</strong> nel 1923, che era una normale legge elettorale maggioritaria; la crisi del 1924-1925 a causa del <strong>delitto Matteotti</strong>, in cui mancò al Re la maggioranza parlamentare per agire, peraltro a rischio di guerra civile; la <strong>costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo</strong> nel 1928; l’accordo tra la Chiesa e lo Stato nel 1929 mediante i <strong>Patti Lateranensi</strong>, con tutto lo strascico di equivoci che ne derivavano; la <strong>conquista dell’Etiopia</strong> e la <strong>proclamazione dell’Impero</strong> nel 1936, per cui Mussolini pretese di essere nominato Primo Maresciallo dell’Impero e di attribuire al Re lo stesso titolo, il che diede luogo ad un aspro dissenso tra i due. Tutti fatti questi che, in un modo o nell’altro, denotavano una continua erosione delle prerogative regie nonché una progressione verso una svolta totalitaria in base all’idea di un “fascismo integrale”, nel segno di una ideologia che anelava a nuove “civiltà politiche” aventi caratteri universali, e verso lo sviluppo di un inquietante culto della personalità che pervadeva il duce. In proposito, infatti, sarà tagliente il giudizio che Italo Balbo, nettamente avverso all’alleanza con la Germania nazista, formulerà agli inizi del 1940, sul Duce: <em>“….mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi…..</em>”. L’eroe delle trasvolate atlantiche morirà il <strong>28 giugno 1940</strong> con il suo aereo in fiamme, abbattuto per errore dal fuoco contraereo dell’incrociatore San Giorgio ormeggiato nella baia di Tobruk.</p>
<p>Per di più, in siffatta situazione, già di per sé complicata, arrivarono dunque le <strong>leggi razziali</strong>, su cui occorre soffermarsi, trattandosi di un altro passaggio cruciale che investiva la Corona, a cui una letteratura postbellica oltremodo faziosa, anche alla luce della immane tragedia che si è poi rivelata la persecuzione ebraica, ha ingiustamente addebitato al Re pesanti corresponsabilità in proposito.</p>
<p>Le cretine leggi razziali presero avvio dal “<strong>Manifesto della Razza</strong>, firmato da pur importanti scienziati italiani, con la pubblicazione su “Il Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938, leggi che il Re assolutamente non voleva e che minava non soltanto i rapporti con la Corona ma anche quelli fino ad allora cordiali col mondo cattolico, una cordiale intesa che, dopo la tempesta del 1931 sulla questione dell’Azione Cattolica, si era pienamente ripristinata. Da esse inizierà inesorabilmente il processo di progressivo distacco della Chesa dal regime, nonostante la temporanea, pur sofferta condivisione dell’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 a fianco della Germania nazista.</p>
<p>D’altra parte, il 13 marzo di quell’anno l’Austria era stata occupata ed annessa alla Germania, per cui cadeva definitivamente la prospettiva, ampiamente apprezzata da molti ambienti cattolici, ma anche politici vicini alla Corona, di un’alleanza tra tutti gli Stati cattolici &#8211; guidata dall’Italia &#8211; che comprendesse anche la Spagna, l’Austria e l’Ungheria, capace di far fronte alla pressione comunista e, nel contempo, alle mire espansionistiche della nuova Germania. Però oramai Mussolini tendeva ad un’alleanza sempre più forte con Hitler, per cui in Italia prendevano sempre più piede le sue dottrine e i suoi metodi, cosicché anche la materia razziale giungeva in Italia, ancorché tali leggi, vergognose e assurde, lasciassero intravedere parecchie scappatoie e distinguo che consentivano una certa difesa agli ebrei, che comunque non venivano né incarcerati né uccisi.</p>
<p>Ben diversa, ovviamente, sarà la situazione dopo l’8 settembre 1943, allorquando, per mano dei tedeschi e con la formazione della Repubblica Sociale Italiana, si sarebbe consumato l’olocausto anche degli ebrei italiani, con stragi e deportazioni verso i campi di sterminio della Germania.</p>
<p>La politica razziale portò ad un aperto conflitto con la Chesa in ordine all’interpretazione delle norme concordatarie, ciò che darà luogo ad una vibrata protesta papale per il <em>vulnus </em>al Concordato.</p>
<p>Questa era la dimostrazione chiara che lo <strong>strumento concordatario voluto dalla Santa Sede per restaurare in Italia lo Stato cattolico era una garanzia largamente insufficiente di fronte alle pretese di un regime che tendeva a diventare sempre più totalitario</strong>.</p>
<p>Di ciò ne faceva le spese anche la Monarchia, poiché il Re invano tentava di far capire al Duce, parlandogli da uomo a uomo, la gravità del male che stava arrecando al Paese; né, peraltro, tutti i gerarchi erano d’accordo, tant’è che, ad esempio, lo stesso Italo Balbo, nella sua Ferrara, ostentava il suo dissenso in proposito, accompagnandosi pubblicamente con un suo amico intellettuale ebreo.</p>
<p>Com’è noto, <strong>per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare</strong> siffatte infami leggi, ma alla fine purtroppo, da sovrano costituzionale parlamentare, dovette cedere, proprio in considerazione del fatto che <strong>tutto il Parlamento si era espresso a favore</strong> in modo quasi unanime e quindi il Re non aveva trovato alcuna sponda alla sua tenace opposizione.</p>
<p>Certamente il Sovrano, in forza della più volte richiamata norma statutaria di cui all’articolo 65, avrebbe potuto destituire Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando luogo così ad una crisi istituzionale e attuando una sorta di “colpo di Stato”, ma in un senso del tutto diverso dal suo significato letterale, e ciò per una ormai consolidata “materialità” costituzionale, come peraltro si avrà modo di vedere anche in prosieguo,  però ben diversa da quella nella vicenda del 25 luglio ‘43. In ogni caso, Mussolini, al quale non erano mai venute meno le sue inclinazioni antimonarchiche, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in poco tempo e il Duce sarebbe stato acclamato, a furor di folle entusiaste, Capo dello Stato, ciò che d’altra parte era già avvenuto nella Germania nazista. Insomma, il pur traballante sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e <strong>il Paese si sarebbe trasformato in uno Stato totalitario</strong>. Oltretutto, il regime in quei momenti, anche a livello internazionale, si trovava <strong>all’apice del consenso generale</strong>, mentre in mezza Europa si stava realizzando un grande “pogrom” antiebraico.</p>
<p>In via conclusiva, delle leggi razziali l’unico responsabile era Mussolini, mentre il Re, come Capo dello Stato in un sistema costituzionale sostanzialmente parlamentare, era da ritenersi estraneo ai provvedimenti governativi, cosicché alla fine non avrebbe più potuto rifiutare la firma, per tutti i motivi, istituzionali e fattuali, innanzi delineati. Il prosieguo sarebbe stato solo un’agonia verso una nuova tragedia &#8211; una “discesa all’inferno” per l’Italia &#8211; a distanza di un quarto di secolo dalla prima.</p>
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<p>Non rientra negli scopi di questo lavoro ripercorrere tutte le fasi e gli eventi, peraltro ampiamente noti, che portarono allo scoppio della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>, se non per svolgere alcune notazioni sui moventi psicologici e di carattere storico che indussero Mussolini, partendo da una equivoca posizione di “non belligeranza” subito dichiarata, ad entrare in guerra nel giugno 1940, nonché sugli atteggiamenti della Corona, ormai ridotta a svolgere, come già si accennava innanzi, una funzione di “resistenza passiva” nella diarchia col duce; questi, tuttavia, aveva comunque svolto un ruolo pacificatore nella Conferenza di Monaco, apertasi il 30 settembre 1938 in merito alle rivendicazioni tedesche sulla regione dei Sudeti appartenente alla Cecoslovacchia.</p>
<p>Infatti, sembrò a tanti che l’Asse Roma-Berlino costituisse uno strumento indispensabile ai fini del mantenimento della pace in Europa dato che, consequenzialmente agli avvenimenti di Monaco &#8211; di cui il Duce fu il principale artefice, forse nell’illusione di aver rispolverato il “Patto a Quattro” del ‘35 &#8211; la pace europea sembrò essere stata salvata dalla buona volontà di Hitler, il quale, rinunciando all’invasione della Cecoslovacchia, aveva accettato appunto di partecipare alla conferenza.</p>
<p>Tanti giornali presero a sottolineare il ruolo di Mussolini come artefice della pace. Così scriveva un quotidiano cattolico appena agli inizi del 1939: “<em>Mussolini nell’anno che è tramontato ha recato un contributo eccezionale, singolarissimo perché la pace sia conservata ai popoli nell’obiettivo del soddisfacimento dei diritti della giustizia…..La pace nella giustizia è l’ideale della politica di Mussolini, è l’ideale del popolo italiano</em>”.</p>
<p>Ma a metà marzo la costruzione mussoliniana sarebbe crollata miseramente, con una forte perdita di prestigio per colui che l’aveva ideata. la Slovacchia, infatti, proclamava la sua indipendenza, mentre Hitler comunicava al presidente ceco Hacha che il Reich avrebbe assunto la protezione della Boemia e della Moravia e che, pertanto, le forze armate nazionali non si sarebbero dovute opporre all’occupazione. Hacha non poteva fare altro che obbedire, per cui dal 15 marzo la Cecoslovacchia cessava di esistere. Anche l’Ungheria partecipava alla spartizione impadronendosi della Rutenia.</p>
<p>Gli eventi stavano precipitando. Infatti, poco dopo, il 6 maggio, i due ministri degli esteri, Ciano per l’Italia e Ribentropp per il Reich, si incontravano a Milano dove conclusero l’alleanza militare, il “<strong><em>Patto d’Acciaio</em></strong>” &#8211; come poi fu chiamato &#8211; firmato il 22 dello stesso mese a Berlino: con esso Mussolini aveva dunque legato la propria sorte a quella di Hitler. Di certo, redatto in termini duri, mostrava tutto il suo carattere aggressivo: si diceva nel preambolo che le due nazioni “….<em>unite dall’intima affinità delle loro ideologie….erano decise a marciare fianco a fianco, unendo le loro forze per assicurarsi uno spazio vitale</em>”. Se per il nazismo in Germania la dottrina dello “<em>spazio vitale</em>” (<em>Lebensraum</em>) prendeva in considerazione soprattutto l’espansione verso i Paesi orientali (<em>Drang nach Osten</em>), il fascismo, invece, elaborava una sua dottrina che mirava soprattutto ad un’espansione nell’area mediterranea e in Africa, ciò che in prosieguo &#8211; come meglio si vedrà in appresso &#8211; costituirà la base delle rivendicazioni italiane prima dell’entrata in guerra.</p>
<p>In realtà, a prescindere dal carattere aggressivo che pur emergeva dal “Patto”, l’ipotesi della guerra sembrava essere estrema e indesiderata, anche in relazione alle assicurazioni verbali fornite a Ciano che in ogni caso non ci sarebbe stata alcuna guerra per almeno tre anni, cioè fino all’Expo del 1942. Vane promesse che confermavano, semmai, la crescente sudditanza psicologica di Mussolini nei confronti di Hitler sin dal marzo del 1938 e dal successivo accordo raggiunto a Monaco poco dopo.</p>
<p>Il re si mostrava nettamente contrario sia all’alleanza con la Germania sia all’entrata in guerra, tant’è che a più riprese rappresentò a Mussolini il rischio connesso all’ingresso in guerra data la deficienza di armamenti, di vestiario, ecc., inducendolo a consultare gli alti apparati militari, che sicuramente avrebbero potuto illustrargli il vero stato della nostra preparazione militare.</p>
<p>Erano contrari altresì Ciano, Balbo e Dino Grandi, chiamato nella primavera del ‘39 alla presidenza della nuova “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, di nomina esclusivamente governativa, conservando anche la carica di ministro della Giustizia. L’affermazione di Galeazzo Ciano su Balbo nel 1940, prima dell’entrata in guerra, era inequivocabile: “<em>Balbo non discute i tedeschi: li odia. Ed è questo odio insanabile che guida tutto il suo ragionamento</em>”. Ed infatti lo stesso Italo Balbo, nel febbraio di quell’anno, asseriva: “<em>Io spero che l’Italia non entri in guerra…..Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo chiamare fortunati se si salverà l’unità italiana</em>”. Neanche fosse stato un aruspice! Balbo era già morto da trenta minuti allorquando, il 28 giugno, Badoglio gli telegrafava per comunicargli la decisione del Duce dell’avvio dal 15 luglio dell’attacco all’Egitto: sarà Graziani a guidare la misera avanzata fino a Sidi el Barrani, a soli novanta chilometri ad est, a cui seguirà una rovinosa ritirata.</p>
<p>Questi personaggi erano diventati i punti di riferimento del Sovrano, specialmente il titolare degli Esteri, Ciano, su cui erano costanti i passi “costituzionali” del Re, tramite il ministro della Real Casa, il duca Pietro Acquarone, in una situazione che ormai di costituzionale aveva veramente ben poco, al fine di scongiurare l’entrata in guerra dell’Italia. In un primo momento infatti, stante l’opposizione del Re e dei gerarchi sopramenzionati nonché l’oscillazione dell’opinione pubblica, la scelta diplomatica della “non belligeranza” trovò consenso e sollievo generale. Anzi, ad un certo punto parve profilarsi una vera e propria alternativa moderata con la creazione di un nuovo governo, in cui Ciano avrebbe avuto la <em>magna pars</em>, appena preceduta dalla caduta del segretario del partito, Achille Starace, fautore di una posizione di intransigenza e di una cieca fedeltà a Mussolini, sostituito da un uomo di azione, <strong>Ettore Muti</strong>, combattente pluridecorato in Africa e in Spagna. Questi sarebbe stato poi barbaramente assassinato il 24 agosto 1943; infatti, prelevato nottetempo dalla sua abitazione, fu proditoriamente colpito alle spalle nella pineta di Fregene!</p>
<p>In realtà, l’inizio della svolta decisiva nell’atteggiamento del duce sembra potersi collocare nel mese di marzo del 1940, dopo l’incontro al Brennero con Hitler, in cui affermò di rendersi conto dell’impossibilità di restare neutrale, per cui sarebbe intervenuto al più presto possibile.</p>
<p>Mussolini, specialmente dopo la conquista tedesca della Norvegia nell’aprile di quell’anno, ormai non ascoltava più nessuno, neppure il papa. Infatti il dittatore, sbalordito ed anche impaurito dai travolgenti successi tedeschi sul fronte occidentale, vincendo le residue incertezze e temendo di arrivare tardi alla sua parte di bottino, stava per gettare l’Italia nel conflitto, sostenendo la necessità della guerra per la realizzazione delle rivendicazioni italiane. Il 29 maggio riuniva a Palazzo Venezia i Capi di Stato Maggiore delle forze armate, annunciando che dal 5 giugno in poi l’ora X poteva arrivare da un momento all’altro. Il 10 giugno si affacciava al balcone di Palazzo Venezia, nella gremita, osannante piazza Venezia, per proclamare l’entrata in guerra a fianco della Germania:</p>
<p>“…..<em>Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione: è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro tutti gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra</em>”.</p>
<p>Di conseguenza, convinto che gli fosse necessario solo qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace, ordinò di attaccare la Francia agonizzante.</p>
<p>Ormai il Capo del Governo aveva deciso e <strong>null’altro avevano potuto fare il Re, Ciano, Balbo,</strong> <strong>Grandi e lo stesso Badoglio</strong>, cosicché la Corona si era trovata nella stessa situazione del 1915, con Salandra dimissionario, ma Mussolini giammai si sarebbe dimesso. Ci si chiede a questo punto se il Re avrebbe rifiutarsi di firmare la dichiarazione di guerra formalmente deliberata dal governo.</p>
<p>Di certo, anticipare di tre anni ciò che sarebbe accaduto nel luglio del ’43, per di più senza una pronuncia parlamentare, o comunque rifiutarsi di firmare la dichiarazione di guerra formalmente già decisa dal Governo, non solo avrebbe costituito un contrasto stridente con noto decreto Zanardelli del 1901, ma avrebbe comportato, politicamente, <strong>una grave crisi istituzionale</strong>, impensabile in quel momento, dato che, quand’anche il Re, <em>ab absurdo</em>, avesse potuto momentaneamente vincere contro Mussolini, si sarebbe attirato l’ira e la rapida aggressione di un Hitler padrone dell’Europa.</p>
<p>D’altra parte, gli avvenimenti si erano ormai indirizzati in modo tale che era obiettivamente difficile dar torto alle previsioni di Mussolini circa gli esiti della guerra. Cosicché il Duce, imponendo la sua volontà ed esautorando il Re, assunse il comando di tutte le Forze Armate, che invece, sebbene formalmente, ma non per questo di meno valore, sarebbe spettato statutariamente al Sovrano.</p>
<p>Mussolini, infatti, aveva già orgogliosamente affermato, ancor prima dello scoppio della guerra, che sarebbe stato lui il comandante effettivo di tutte le Forze Armate in caso di conflitto, manifestando in tal modo sin da allora la sua ferma volontà di sovrapporsi alla Corona, ai militari, ai politici e a tutti gli italiani, ciò che effettivamente avvenne in seguito in tutte le fasi favorevoli e sfavorevoli, anche quando dal 1942 in poi Hitler avrebbe condotto le operazioni in Russia in modo cervellotico.</p>
<p>Nel maggio-giugno del 1940, dunque, aveva motivazioni più che valide, convinto com’era che gli anglo-francesi, sempre soccombenti fino a quei momenti, sarebbero stati definitivamente battuti.</p>
<p>Di certo, col senno di poi, soprattutto quello degli anni Duemila, non si può dire che la decisione di intervenire nel conflitto sia stata saggia, ma nel 1940 poteva apparire una prospettiva non del tutto infondata dato che le rivendicazioni territoriali verso Francia e Gran Bretagna, per le quali gli italiani non nutrivano odio anzi provavano simpatia, avevano un buon fondamento nazionale.</p>
<p>Insomma, il sogno di inserire Malta e la Corsica, e magari pure Nizza, Suez e il Corno d’Africa, unitamente alla Libia, in un complessivo disegno di completamento dell’unità nazionale di una grande potenza mediterranea, per l’appunto l’Italia, non appariva al momento affatto irrealizzabile.</p>
<p>Il <em>mix</em> rivendicativo che Mussolini poneva a fondamento, facendone un motivo ideale per l’entrata in guerra a fianco dell’alleato germanico, sicuramente imponente, era tutt’assieme “<strong>irredentista</strong>, <strong>colonialista-imperialista </strong>e <strong>nazionalista</strong>”: infatti, tendeva ad accaparrarsi <strong>Malta</strong> e la <strong>Corsica</strong>, come aspirazioni irredentistiche, le due grandi isole poste nel Mediterraneo, importanti chiavi strategiche di cui il regime rivendicava il possesso e della cui italianità la maggior parte dell’opinione pubblica e della stampa erano convinti assertori; <strong>Gibilterra </strong>e il controllo del <strong>Mar Mediterraneo</strong>, soggetti invece al dominio franco-inglese, in quanto &#8211; si sosteneva a gran voce -ricostruito l’Impero d’Africa, per l’Italia era necessaria una completa libertà di movimento, in funzione della centralità della Penisola, per il suo naturale collegamento tra il bacino occidentale e quello orientale; <strong>Gibuti</strong> e il <strong>Canale di Suez</strong>, con mire anche sulla <strong>Tunisia</strong>, due nodi da sciogliere, in quanto l’uno costituiva una profonda spina nel fianco dell’impero etiopico, l’altro era la naturale via d’acqua che univa l’Italia al suo impero dell’Africa Orientale, per cui era ingiusto l’unilaterale accaparramento da parte di Francia ed Inghilterra, un irragionevole monopolio ora da interrompere.</p>
<p>A ben riflettere, però, siffatto grandioso <em>mix </em>rivendicativo &#8211; come già innanzi evidenziato sia per le guerre coloniali sia per la Prima Guerra Mondiale &#8211; non era dissimile, nella sostanza, da quello che aveva caratterizzato tutta la politica estera italiana dopo il 1870, con il proposito di fare dell’Italia una grande potenza, come contraltare al <strong>diffuso senso di frustrazione e di incompiutezza</strong> che avevano finito per attanagliare l’opinione pubblica in relazione agli esiti risorgimentali.</p>
<p>Insomma, le rivendicazioni fasciste, poste sul tappeto internazionale a ridosso dell’intervento in guerra &#8211; che si inserivano con coerenza, come già innanzi delineato, in un crescendo che, iniziando dalla Lombardia nel 1859, sarebbe terminato con la “Guerra parallela” del 1940 &#8211; non venivano a rappresentare i fondamenti di una strategia complessiva, i cui obiettivi erano qualitativamente identici a quelli del primo conflitto mondiale, per portare l’Italia, nonostante la sua impreparazione militare, a diventare una grande potenza realmente indipendente, e &#8211; perché no &#8211; anche verso il ben più potente alleato germanico? Cosicché, proprio in considerazione dell’armonico e compatto <strong>filone</strong> <strong>risorgimentale e postrisorgimentale fino alla Prima Guerra Mondiale</strong>, posto che quest’ultima rappresentava, così come innanzi ampiamente acclarato, la <em>Quarta Guerra d’Indipendenza</em>, allora, senza voler opporre un aprioristico rifiuto concettuale o ideologico, perché la guerra che iniziava il 10 giugno 1940 non dovrebbe essere considerata <em>per facta concludentia</em>, ancora di più e meglio della Prima, come la “<strong>Quinta Guerra d’Indipendenza</strong>”? Già si è detto del “<em>giudice degli inferi</em>”!</p>
<p>Ma la “<strong>Guerra parallela</strong>”, voluta dal Duce in concorrenza se non proprio in opposizione ad Hitler, iniziata il 13 settembre nel deserto nordafricano dalle truppe al comando del Maresciallo Rodolfo Graziani, succeduto ad Italo Balbo dopo la sua morte nei cieli di Tobruk, come pure sul fronte greco-albanese il 28 ottobre, si sarebbero tragicamente concluse rispettivamente a <strong>Sidi el Barrani</strong> a soli novanta chilometri dal confine libico-egiziano &#8211; e da lì tutta una serie di disfatte fino all’arrivo dell’<em>Africa Korps</em> al comando del generale Ervin Rommel &#8211; e in <strong>Grecia</strong>, dove, con il fallimento della “potente offensiva” da parte delle truppe italiane al comando del generale Ugo Cavallero, sarà l’arrivo dei tedeschi a costringere alla capitolazione con la firma dell’armistizio del 23 aprile 1941.</p>
<p>Questi insuccessi, uniti a quello della perdita dell’<strong>Africa Orientale</strong>, preceduta dalla caduta di Massaua il 7 aprile del ’41, e a quelli verificatisi nel porto di <strong>Taranto</strong> già il 12 novembre 1940, -allorquando, per mancanza di copertura aerea, aerosiluranti inglesi affondavano la corazzata <em>Cavour</em>, con consistenti danni anche alla <em>Littorio </em>e alla <em>Duilio &#8211;</em> e nella battaglia di <strong>Capo Matapan</strong>, in cui, il 27 marzo 1941, ad opera di una squadra inglese, riportavano consistenti danni tre incrociatori, due cacciatorpediniere e la stessa corazzata <em>Vittorio Veneto</em> che guidava il convoglio.</p>
<p>Il grandioso sogno mussoliniano di fare dell’Italia “imperiale” una grande potenza mediterranea, capace di una effettiva e totale indipendenza, naufragava dunque nel definitivo <strong>fallimento della</strong> <strong>sospirata “Guerra parallela”</strong>: Mussolini, ora vero e proprio vassallo di Hitler e inesorabilmente avviato verso un malinconico prosieguo della guerra in posizione di subordine, sarebbe stato impossibilitato a porre in atto una specifica operatività bellica, non solo strategica ma anche tattica.</p>
<p>Con la fine del mito della “<strong>Guerra parallela</strong>” e con il successivo imbocco del triste percorso della “<strong>guerra subalterna</strong>, si consumava, dunque, pure <strong>l’indipendenza dell’Italia</strong>, che in seguito, anche dopo la fine della guerra,<strong> non sarebbe stata mai più riconquistata</strong>. In effetti, tutto quello che sarebbe venuto dopo non sarebbe stata l’evoluzione di uno Stato realmente indipendente: quello, infatti, era svanito all’improvviso e oramai definitivamente “sepolto” nella primavera del 1941, dopo meno di un anno di guerra. Né l’8 settembre del ’43 avrebbe visto un ritorno all’indipendenza!</p>
<p>I successivi sviluppi degli eventi bellici, delineatisi sfavorevoli all’Asse già dalla fine del 1942, porteranno dritto, l’anno successivo, alla inesorabile caduta di Mussolini, vicenda in cui la Corona assumerà un ruolo da protagonista, con la ferma volontà di porre fine al regime fascista.</p>
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<p>Certamente quella del <strong>25 luglio 1943</strong> a seguito del deliberato nella riunione, nella notte tra il 24 e il 25, del <strong>Gran Consiglio del fascismo</strong>, è una delle vicende più tragiche, ma anche una delle più gravide di conseguenze, della storia d’Italia; la domanda che ancora oggi ci si pone con insistenza è quella relativa ai rapporti e ai contatti tra Dino Grandi e Sua Maestà Vittorio Emanuele III e i vari personaggi della Corona nei giorni precedenti il 25 luglio.</p>
<p>Non sembra esservi dubbio alcuno che il Re fosse deciso da tempo a <em>liquidare</em> il fascismo, ma ciò nonostante non si può affermare che la riunione del 24-25 luglio non sia stata determinante per siffatta operazione e per lo stesso arresto di Mussolini, sebbene, in merito a quest’ultimo aspetto, il Re, da perfetto sovrano costituzionale, avesse espresso per iscritto &#8211; la stessa sera del 25 luglio &#8211; al Maresciallo d’Italia Badoglio, appena nominato Capo del Governo in sostituzione di Mussolini, il suo rammarico, come pure della Regina, anche in termini di responsabilità, per il fatto dell’arresto avvenuto in casa sua: tutto ciò è ampiamente attestato da un documento originale dell’epoca.</p>
<p>Ancorché, dunque, la tesi complottistica relativa ad un coinvolgimento della Corona nella vicenda del 25 luglio abbia “affascinato” per lunghi tratti alcuni storici, in realtà nessun contatto tra Dino Grandi e il Sovrano ebbe luogo nelle settimane precedenti quella data, sebbene questi fosse consapevole della particolare benevolenza che il Re nutriva nei suoi confronti sin da quando egli era stato sottosegretario agli Interni a fianco del ministro Federzoni nel 1924-25 e infine ministro Guardasigilli e Presidente della Camera negli anni dal 1939 al 1943, allorquando, nell’affidargli tale incarico, il Sovrano così aveva ad esprimersi “….<em>La trincea di difesa è lo Statuto e la Costituzione che presto o tardi dovrà tornare a funzionare in tutta la sua piena e assoluta interezza</em>”. Questo colloquio sarà il punto di riferimento costante di Dino Grandi per i successivi anni fino al 25 luglio!</p>
<p>Come già dato cenno in precedenza, Dino Grandi, nella sua funzione di Presidente della Camera e ministro Guardasigilli, aveva sempre espresso la sua contrarietà all’entrata in guerra dell’Italia,  cosicché il Re, nelle settimane precedenti alla dichiarazione di guerra, ebbe un costante punto di appoggio nella sua azione per scongiurare tale nefasta evenienza; infatti, tre settimane prima della dichiarazione, esattamente il 21 aprile 1940, Dino Grandi indirizzava una lunga lettera al Capo del Governo, scongiurandolo di non uscire dalla neutralità e di mantenere l’Italia fuori dal conflitto.</p>
<p>E fu proprio nelle trincee del fronte greco-albanese, allorquando tutti i gerarchi dovettero recarsi lì a combattere, che Grandi maturò l’Ordine del Giorno che portò poi al Gran Consiglio la notte del 24-25 luglio 1943, non mancando peraltro, dopo il suo ritorno dalla campagna d’Albania, nel maggio del 1941, di rappresentare a più riprese al Sovrano l’assoluta necessità di uscire dalla guerra con qualsiasi mezzo, anche attraverso un <strong>colpo si stato </strong>preparato e compiuto dalla stessa Corona prima che fosse troppo tardi. E così il Re incominciò a valutare una decisione di grave significato futuro.</p>
<p>A questo punto, tralasciando le vicende legate alla convocazione del Gran Consiglio &#8211; di spettanza esclusiva del Capo del Governo, consesso che non era stato più convocato dal 9 dicembre del ’39, ma che, stante la notizia dell’avvenuto sbarco, il 10 luglio, delle truppe anglo-americane in Sicilia, Mussolini inaspettatamente, dopo l’incontro con Hitler a Feltre il giorno 19, si decise a riunire &#8211; occorre rivolgere la nostra attenzione all’aspetto istituzionale della questione, anche con riguardo ai suoi successivi tragici sviluppi, premesso che fino al quel momento nessuno aveva fatto alcunché.</p>
<p>Nulla avevano fatto gli antifascisti, nulla avevano fatto i militari, i quali in modo servile avevano seguito il dittatore in guerra, mentre avrebbero ben potuto capovolgere la situazione interna italiana.</p>
<p>Il Re, dunque, rimaneva la chiave di volta del cambiamento istituzionale, ma Egli, da Sovrano costituzionale parlamentare, per sostituire Mussolini alla guida del governo aveva bisogno &#8211; così come era già avvenuto in passato &#8211; di una chiara manifestazione di sfiducia da parte del Parlamento o, in caso di impossibilità di funzionamento dell’assemblea parlamentare, di una decisione da parte di un organo che validamente potesse sostituirsi al Parlamento stesso. Quest’organo era il <strong>Gran Consiglio del Fascismo</strong>, in quanto la sua costituzionalizzazione, voluta dallo stesso Mussolini, aveva conferito ad esso <strong>una “autorità” non inferiore a quella dello stesso Parlamento</strong>. Cosicché, la riunione finalmente indetta da Mussolini costituiva l’ultima <em>chance </em>per dare la possibilità alla Corona ad agire nell’ambito costituzionale, senza creare una pericolosa soluzione di continuità.</p>
<p>Occorreva comunque che l’ordine del giorno che sarebbe stato posto a votazione &#8211; peraltro una prassi sconosciuta nei regolamenti dell’Organo in questione &#8211; e che avrebbe dovuto ottenere la stragrande maggioranza dei consensi da parte dei suoi componenti, deliberasse in modo chiaro ed inequivocabile la fine della dittatura unitamente al ripristino di tutti gli ordinamenti costituzionali e la contemporanea riassunzione da parte del Sovrano di tutti i poteri sanciti dallo Statuto.</p>
<p>E fu ciò che esattamente avvenne in quella seduta, dopo che Grandi nei giorni precedenti aveva non solo acquisito il consenso di vari gerarchi, compreso anche Ciano il genero di Mussolini, ma pure messo al corrente lo stesso Mussolini in un colloquio che, peraltro, non ebbe nulla di drammatico.</p>
<p>Prima di recarsi alla riunione, che iniziò alle 17 pomeridiane di sabato 24 luglio, Dino Grandi, dopo aver scritto le ultime volontà ed aver indirizzato a Sua Maestà il Re una lettera che così terminava “<em>Sono certo che il Re del 24 Maggio, del Convegno di Peschiera, di Vittorio Veneto, non vorrà abbandonare in questo momento la Patria</em>.”, si pose in tasca due bombe Breda pronte per il lancio.</p>
<p>Certo, Mussolini, in virtù degli infiniti poteri che accentrava nelle sue mani, avrebbe ben potuto impedire la conclusione della riunione del Gran Consiglio, così come avrebbe potuto far arrestare i membri che dissentivano da lui o far intervenire addirittura i famosi battaglioni “M” tedeschi.</p>
<p>Il Duce tentò in ogni modo la lusinga e la minaccia, cosicché fece di tutto per vincere; ma allo stesso tempo, accettando senza reagire, così come invece avrebbe potuto, un voto che significava la fine della dittatura e la crisi del regime, del che si rendeva ben conto, fece anche di tutto per perdere. Insomma, quella notte <strong>Mussolini volle vincere e volle perdere allo stesso tempo</strong>.</p>
<p>Ma ormai il voto del Gran Consiglio, definito come l’Assemblea Suprema del Regime, legittimava l’azione della Corona e nel contempo anche una decisa e tempestiva azione militare contro le truppe tedesche presenti in Italia, prima che Hitler riempisse la Penisola di divisioni corazzate. Certo &#8211; afferma Grandi nel suo successivo memorandum redatto nel 1958 &#8211; vi era una sproporzione troppo grande tra l’immensa gravità del destino e la piccolezza degli uomini che si trovavano quali attori in quel tragico momento che la nazione stava per vivere. Si riferiva ad Acquarone, ma soprattutto a <strong>Badoglio</strong>, definito come l’uomo più vile e più codardo che potesse essere scelto alla testa del Paese, poiché solo a lui era da imputare ogni responsabilità della tragica situazione in cui sarebbe venuta a trovarsi l’Italia nelle settimane successive, i tristissimi quarantacinque giorni che vanno dalla notte del 25 luglio all’8 settembre e cioè all’armistizio, che Grandi ebbe a definire della vergogna.</p>
<p>Al Sovrano, dunque, pressato da Acquarone, “ubriacato” da una sua idea di potere e di comando attraverso la stessa Corona, va ascritta semmai una “<em>culpa in eligendo</em>”, ma giammai avrebbe potuto immaginare i disastri futuri sia per le sorti della Patria sia per la fine della stessa Monarchia: il Re aveva solo scelto una soluzione pragmatica, non idealista, quella che appunto cerca di risolvere i problemi quando si presentano. Ma era lo stesso Re ad elevare critiche a Badoglio, così come poi ci confermerà il generale Puntoni in un suo libro del 1993, critiche condivise da Gioacchino Volpe, il cui inesorabile giudizio negativo si abbatteva sull’azione del Governo dei 45 giorni. Quel triste proclama de “<em>La guerra continua e l’Italia rimarrà fedele alla parola data</em>” &#8211; che significava anche che il Governo e i militari non avevano compreso la gravità della situazione italiana &#8211; sconvolgeva un Grandi che si disperava nella sua solitudine: invano insisteva, anche col Sovrano, sulla necessità di una guerra immediata alla Germania prima che entrassero in Italia soverchianti forze tedesche.</p>
<p>Dopo un ultimo contatto con lo stesso Pontefice e con il cardinale Maglione, il quale lo aiuterà nella preparazione di un viaggio in Spagna e Portogallo per entrare ivi in contatto con l’Ambasciatore di Inghilterra a Madrid, Dino Grandi, aiutato da ufficiali della Polizia Italiana ad uscire nottetempo dal suo appartamento a Montecitorio attraverso i tetti di case confinanti per entrare immediatamente nell’aereo, iniziava un avventuroso viaggio, con gli aerei da caccia tedeschi che, insospettiti, cercavano di intercettare <strong>il</strong> <strong>volo dell’ultimo aereo italiano in partenza per Siviglia</strong>.</p>
<p>A voler passare ora a meglio definire, per il versante istituzionale, l’operato della Corona &#8211; la quale per agire ebbe bisogno, come innanzi già dato cenno, almeno di un deliberato da parte di un organo simil costituzionale &#8211; quanto alla liquidazione del regime fascista e dello stesso Mussolini, è stato anche autorevolmente affermato che il 25 luglio 1943, il Re, aderendo all’Ordine del Giorno votato dal Gran Consiglio e riassumendo i poteri che già aveva per Statuto, peraltro ancora formalmente in essere, in pratica aveva realizzato un rovesciamento del regime in atto, cosicché aveva attuato in concreto un “<strong>colpo di stato</strong>”, dato che questi poteri <em>de facto </em>non li aveva più. Insomma, pur agendo in ossequio ad un dettato costituzionale, in realtà in quel frangente il Sovrano avrebbe violato un <strong>principio di “materialità costituzionale”</strong>, cioè quella effettivamente vigente in quanto poggiante sulla forza del gruppo politico prevalente, anzi unico, in quel momento storico. In definitiva, quello di revoca del Capo del Governo, previsto dallo Statuto ed anche dalla legge 24 dicembre 1925, n. 2263, era un potere che era andato sempre più in disuso, in special modo in un regime dittatoriale.</p>
<p>E’ questa una tesi di carattere politico/giuridico che non manca di un qualche fondamento come pure di una certa suggestività, ma abbisogna di una qualche riconsiderazione che riconduca il tutto in un quadro di certezza istituzionale, al di fuori di propri convincimenti politici, per lo più di parte.</p>
<p>A ben vedere, infatti, in quei momenti così nefasti per le sorti del Paese, era comunque venuta a dileguarsi anche quella “materialità costituzionale” che fino a quel momento si era fondata sulla forza politica del regime fascista e sulla dittatura, per cui la riassunzione dei poteri statutari da parte del Sovrano, con la conseguente revoca del Primo Ministro, non aveva più nulla di sconvolgente in una situazione già di per sé sconvolta dalla sfiducia al dittatore che era stata formulata dal massimo organo statuale, il Gran Consiglio, il quale aveva un’autorità non inferiore a quella del Parlamento.</p>
<p>In conseguenza, concludendo sul punto, sembra di potersi fondatamente asserire che si sarebbe trattato tutt’al più di una sorta di <strong><em>coup d’Etat </em>all’incontrario</strong>, finalizzato a ripristinare, in forza di un deliberato espresso dall’Organo a ciò deputato, l’ordine costituzionale già preesistente: ancora una volta Vittorio Emanuele III si era comportato da perfetto Monarca costituzionale parlamentare.</p>
<p>Ma, ad onor del vero, per rimanere nella stessa scia del costituzionalismo parlamentare, o simil-parlamentare, il Gran Consiglio avrebbe dovuto designare, recando al Sovrano la relativa proposta, anche il nuovo Capo del Governo come espressione dalla maggioranza dei suoi membri: ma non lo fece, talché, invitando il Re a riassumere i poteri statutari, lo abilitava in concreto a tornare ad una funzione di governo costituzionale puro monarchico, ciò che, infatti, il Sovrano &#8211; per la prima volta durante il suo regno &#8211; pose in atto, nominando appunto <strong>Capo del Governo il generale Badoglio</strong>.</p>
<p>Ma certamente le contingenze del gravissimo momento in cui versava il Paese, a prescindere da eventuali riserve sulla nomina, non avrebbero potuto consentire alcun’altra soluzione istituzionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli avvenimenti successivi investirono pesantemente tutto il Paese e con esso la stessa istituzione monarchica, sebbene Vittorio Emanuele III avesse avuto come sua preoccupazione principale quella di fare sempre gli interessi dell’Italia. Non v’è dubbio che i fatti connessi all’armistizio dell’8 settembre, con la dolorosa frattura tra Nord e Sud, avessero suscitato nell’opinione pubblica una reazione psicologica negativa, per lo più alimentata dalla propaganda di parte, dall’esasperazione di motivi polemici spesso irrazionali e faziosi e da una volontà denigratoria e ostile nei confronti del Re e dell’istituto monarchico, con ciò sabotando, spesso premeditatamente e spregiudicatamente, ogni sforzo unitario per una concreta e feconda partecipazione alla guerra di Liberazione. Cosicché venne ad alimentarsi, soprattutto ad opera dei partiti di sinistra, una naturale ostilità verso il “<strong>Regno del Sud</strong>”, additato come campo di manovra di supposti “intrighi e tradimenti” di origine dinastica, che ebbe a confondersi con una critica feroce e spesso immotivata verso l’istituzione monarchica.</p>
<p>In siffatta ottica calunniosa, rientrava senz’altro la cosiddetta “<strong>fuga del Re a Pescara</strong>” &#8211; presentata come un argomento contro la Monarchia e sfruttata a piene mani dalla propaganda repubblicana &#8211; che realizzò soltanto il trasferimento, magari non gestito nel migliore dei modi, del Governo in un territorio non occupato dal nemico. Di certo, fu un atto storicamente e strategicamente “dovuto” in quanto lo spostamento del Governo in una zona libera dalla presenza nazista era stato già previsto in sede di trattative per l’armistizio. Ma fu anche un atto che riuscì a garantire una sopravvivenza e una sovranità reale al Governo legittimo, nonché a preservare la città di Roma dalla furia hitleriana.</p>
<p>Qualche riflessione merita pure la vicenda del <strong><em>referendum </em>istituzionale </strong>del 2 giugno 1946, in cui le schede annullate furono ben otre 1.500.000, dato che il relativo responso, ufficialmente proclamato con straordinaria fretta, assolutamente ingiustificata per un evento di tale rilevanza storica per il Paese, fu ritenuto non aderente alla effettiva volontà della compagine nazionale, tant’è che questa massa di elementi di pericolosa, dannosa gravità fu tale da giustificare all’epoca, l’orientamento nell’opinione pubblica verso la necessità di sottoporre a revisione la legittimità del <em>referendum.</em></p>
<p>Né risulta assolutamente condivisibile l’assunto di taluni, probabilmente ancora pervasi da rancore e con tanto di “verde tartaro nei denti”, che il risultato referendario nel Sud del Paese, ampiamente favorevole alla Monarchia, trovasse la sua giustificazione nel fatto che questo era per lo più conservatore e, quindi, tendenzialmente monarchico. Otto secoli di istituto monarchico, invece, dai Normanni agli Svevi per finire agli stessi Savoia, avevano creato nei meridionali una solida coscienza civica intimamente collegata alla Monarchia, a cui si sommava una più rilevante maturità giuridica e un più spiccato senso del realismo pur a fronte delle sue deficienze economiche e sociali.</p>
<p>Certamente, <strong>la nascita non plebiscitaria della Repubblica italiana</strong> &#8211; su cui si svilupperà qualche ulteriore considerazione in appresso &#8211; ha minacciato sin da allora di <strong>incrinare l’unità nazionale</strong>, creando lacerazioni e contrasti, tuttora perduranti, che, probabilmente &#8211; il che non è certo ma è del tutto legittimo almeno chiederselo &#8211; solo l’unità dello Stato monarchico, senza i mitra dei partigiani lombardi, avrebbe potuto assicurare. Un possibile, o quantomeno probabile, <strong>ruolo coesivo</strong> quello della Monarchia Sabauda che, forse, avrebbe potuto evitare lo sfaldamento dello Stato, in quanto titolare della custodia dell’unità e dell’unicità dell’autorità statale al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, venendo così a costituire un argine al fenomeno di ideologizzazione e di frammentazione partitica di una lacerata Repubblica, le cui radici erano sommamente divisive.</p>
<p>L’ultimo scorcio del lungo regno di Vittorio Emanuele III fu contrassegnato da non meno drammatici avvenimenti: la formazione di un Ministero Badoglio del 22 aprile 1944, che durò fino al 12 giugno, l’opposizione alla Reggenza da parte dei partiti antifascisti e il Patto di Salerno, pure stipulato nello stesso mese di aprile, il varo della <strong>luogotenenza a favore del figlio Umberto</strong> il 5 giugno subito dopo la liberazione di Roma, e infine l’abdicazione, il <strong>9 maggio 1946</strong>, a beneficio del figlio Umberto di Savoia Principe di Piemonte, col nome di <strong>Umberto II Re d’Italia</strong>.</p>
<p>Anche quest’ultimo fatto ha dato successivamente luogo ad una letteratura, da parte di alcuni faziosi giuristi affetti da una persistente “sindrome golpista”, che ravvisava la messa in atto di un altro “<strong>colpo di stato</strong>” in quanto la manovra, avrebbe violato la tregua istituzionale sancita con il Patto di Salerno, così consentendo &#8211; a loro avviso &#8211; di condizionare i risultati del <em>referendum</em>, la cui data era stata fissata per il successivo giorno 2 giugno. Assolutamente infondata siffatta asserzione poiché il Re Vittorio Emanuele, che fino ad allora si era astenuto dal compimento di atti contrari allo spirito dell’accordo, era nel pieno diritto-dovere di designare il suo successore, il quale sarebbe stato il nuovo Re d’Italia ove il <em>referendum </em>avesse assegnato la maggioranza dei consensi all’istituto monarchico, ciò che, peraltro, molto probabilmente sarebbe avvenuto se la consultazione popolare e la sua preparazione si fosse potuta svolgere in condizioni imparziali di neutralità politica. Ad ogni modo quella scelta non fu in alcun modo messa in discussione dai partiti dell’esarchia ciellenistica.</p>
<p>La sera di quello stesso 9 maggio iniziava per <strong>Vittorio Emanuele III</strong>, ormai ultrasettantenne, un breve ma triste viaggio per mare, in compagnia della sua Elena, che chiudeva<strong> il capitolo del Regno</strong> e apriva quello dell’esilio <strong>in terra d’Egitto</strong>. Negli anni trascorsi nell’esilio egiziano, Egli, riservato e taciturno ma sempre con il pensiero rivolto al suo Paese, avvertì tutto il peso delle responsabilità e del ricordo di eventi che, suo malgrado, non sempre e non del tutto era riuscito a controllare.</p>
<p>Era stato preceduto, poco meno di tre anni prima, dall’altrettanto triste volo dell’ultimo aereo italiano partito per Siviglia: aveva trasportato <strong>Dino Grandi</strong>, l’altro protagonista di quegli eventi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Iniziava infaustamente, dunque, <strong>la vita di una</strong> <strong>grigia Repubblica</strong> che, con tutti i suoi <strong>rituali di</strong> <strong>“cartapesta”</strong> in quanto non poggianti su un’idea solida di nazione e di unità nazionale, invece di allargare l’area della liberaldemocrazia e della reale partecipazione, in un incupito clima para-comunistoide in una irrisolta appartenenza e di una <strong>latente guerra civile</strong>, si è consumata nel <strong>mito</strong> <strong>resistenziale</strong> e <strong>costituzionale</strong>, cosicché a tutt’oggi rimane la degna rappresentante di una <strong>democrazia semifallita</strong>, su cui è scesa una evanescente “ombra lunatica”. La Repubblica di un Paese, con il suo <strong><em>totem </em>costituzionale</strong> nato tra equivoci e contraddizioni profonde, che ha rinunciato a farsi nazione, un Paese in cui è morta l’idea stessa di nazione e con essa anche quella di Patria, un Paese con un colossale difetto di coscienza politica e di una nazione incompiuta, in cui anche i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio. Ma la storia di questa Repubblica è tutta un’altra storia, una <strong>straordinaria storia</strong>. E’ vero, ma di <strong>ordinario squallore</strong>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Concludere in modo adeguato siffatto lavoro, non è agevole impresa, data la densità e la rilevanza degli eventi verificatisi nell’arco temporale di appena un sessantennio: basti soltanto pensare alle due guerre mondiali che hanno sconvolto nazioni anche di continenti diversi.</p>
<p>In tale <em>summa</em> di avvenimenti, un dato strutturale sembra emergere con sicurezza, vale a dire la <strong>“vocazione” italiana dei Savoia</strong>, divenuto parte integrante del processo organico di sviluppo della Nazione, forgiato con la spada, l’abilità diplomatica e il senso forte dello Stato, conferendo in tal modo alla Monarchia sabauda <strong>un’attitudine indiscutibilmente liberale</strong>, ciò che continuò anche durante il regime fascista, rimanendo la Corona la garante della nazione al di sopra dell’ideologia.</p>
<p>Il Duce avvertiva che la presenza del Re e il prestigio della Corona costituivano un freno e un limite al suo programma totalitario e, come si è visto, scelte importanti di politica estera avevano trovato il Re scettico quando non decisamente contrario, come nel caso della guerra, tant’è che poi gli esiti di quella guerra travolsero il regime e con esso, purtroppo, anche l’istituzione monarchica. Vittorio Emanuele III, con il suo alto senso dello Stato e della dignità regale, fu un <strong>grande Sovrano</strong>: sempre ligio alle regole parlamentari, regnò nei momenti più tragici della storia d’Italia. Ma su tutto questo si è voluto stendere un velo nero. La “luminosa” Storia d’Italia &#8211; si sa &#8211; è iniziata nel 1945. Evviva!</p>
<p><strong>Gennaio 2023</strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/casa-savoia-e-la-sua-odissea-1885-1945-politica-e-costituzionalismo-sabaudo-nei-punti-nodali-del-suo-percorso-storico/">Casa Savoia e la sua odissea: 1885 &#8211; 1945 politica e costituzionalismo sabaudo nei punti nodali del suo percorso storico</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L&#8217;8 settembre, 78 anni dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2021 14:33:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fuga da Roma dell’8 settembre fu a mio avviso l’atto più condivisibile del lungo regno di Vittorio Emanuele III. Lasciando la città per Brindisi, che si trovava in territorio già occupato dagli alleati, evitò che i vertici del Paese cadessero in mano ai tedeschi, divenuti il nostro nemico.</p>
<p>Salvaguardò così un governo italiano che potesse interloquire con i vincitori del conflitto e avviare l’Italia verso una pace difficile da trattare, che tuttavia si ottenne, dopo la fine della guerra, in termini non umilianti.</p>
<p>Ben altre sono le vergogne di questo re. Anzitutto il quasi colpo di stato che avvenne quando, di nascosto, tradì la triplice alleanza e concordò l’accordo con inglesi e francesi che condusse alla tragica entrata nella Prima guerra mondiale. L’Italia fu partecipe di quella strage che rappresentò l’inizio della decadenza politica dell’Europa del XX secolo.</p>
<p>Altra infamia è stata l’adesione alle leggi razziali; non si trattava allora della persecuzione che ha portato all’olocausto, ma si creava comunque una gravissima discriminazione tra cittadini italiani, indegna delle conquiste sociali che il Paese aveva maturato anche sotto il fascismo.</p>
<p>Vittorio Emanuele non si può sottrarre nemmeno dalla corresponsabilità con Mussolini nell’entrata nella Seconda guerra mondiale, espressa non già dal tradimento di un’alleanza ma determinata dal desiderio di partecipare al bottino del vincitore.</p>
<p>Infine, sotto il suo regno si sono realizzate le diverse fasi dell’avventura italiana in Libia e in Etiopia. Nei due Paesi la presenza italiana si è caratterizzata per inaudita ferocia nella repressione delle forze militari di opposizione in Etiopia e dei tentativi insurrezionali delle tribù locali in Libia. Più che le opere pubbliche realizzate, i due Paesi ricordano la ferocia dei nostri generali.</p>
<p>Diversi sono i motivi che intaccano pesantemente la memoria di questo re e non mi sembra il caso di aggiungere quell’unica circostanza in cui, consapevole del ruolo di rappresentante del Paese, preferì l’umiliazione della fuga e l’accettazione, sia pure in modo disordinato, della sconfitta sulla quale poi si ricostruì la nuova Italia. La mia assoluzione sulla fuga non vuole ovviamente nascondere le gravi conseguenze che derivarono in quelle circostanze su Roma, divenuta città aperta; non credo però che la presenza del re e di un governo in rotta avrebbe cambiato le cose.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/l8-settembre-78-anni-dopo/">L&#8217;8 settembre, 78 anni dopo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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